17.2 C
Nairobi
sabato, Aprile 25, 2026

Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress Malabo, 24 aprile 2026 Il Santo Padre...

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 22 aprile 2026 C’è...
Home Blog Page 234

Burkina Faso: ammazzato il grande Imam di Djibo, schierato contro i terroristi

Africa ExPress
15 agosto 2020

E’ stata ritrovata poche ore fa la salma di Souaibou Cissé, il grande imam di Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali.

L’anziano leader religioso è stato sequestrato martedì scorso vicino a Tiléré, che dista solo 4 km da Djibo, mentre viaggiava su un tassì condiviso con altre persone. Il 73 enne imam, che è anche presidente della comunità musulmana della provincia di Soum nella regione del Sahel, proveniva dalla capitale Ouagadougou, quando alcuni individui armati hanno fermato il veicolo e controllato l’identità dei passeggeri. I presunti terroristi hanno portato via solo l’imam, lasciando liberi tutti gli altri viaggiatori. Il prelato è stato assassinato a poca distanza dal luogo del suo rapimento.

Grande imam di Djibo, Burkina Faso, assassinato

Alcuni familiari di Cissé hanno raccontato ai reporter di Radio France International che nel 2017 l’imam si era salvato per un pelo da un tentato omicidio. Individui non meglio identificati avevano sparato diversi colpi contro la sua casa. In seguito a questo incidente, l’abitazione era stata messa sotto protezione dalla gendarmeria locale. All’inizio dell’anno però la sorveglianza era stata revocata.

Sul suo account twitter la presidenza burkinabè ha condannato il vile atto. Finora nessuno ha rivendicato l’assassinio. L’imam si è sempre schierato contro gli attacchi dei terroristi che da anni rendono instabile tutta la zona  Ormai le aggressioni da parte dei miliziani affiliati a vari gruppi terroristi non si contano più.

E proprio a Djibo è stato rapito nel 2016 il medico australiano Ken Elliott insieme alla moglie Jocelyn. La consorte è stata liberata pochi giorni dopo, mentre l’ultraottantenne dottore è ancora nelle mani dei miliziani di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che, dopo il rilascio della donna hanno confermato la propria responsabilità.

Africa ExPress
@africexp

Rilasciata ultraottantenne australiana rapita da Al Qaeda in Burkina Faso

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Mozambico, jihadisti occupano porto di Mocimboa vicino a giacimenti di gas

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 agosto 2020

Il porto di Mocimboa da Praia, è stato occupato dai jihadisti che presumibilmente appartengono ad Al Sunnah wa-Jama. È successo mercoledì 12 agosto quando le Forze armate mozambicane, che difendevano la città l’hanno dovuta abbandonare per mancanza di munizioni.

Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado
Momenti di una delle battaglie contro i jihadisti a Cabo Delgado

Pesante offensiva jihadista

L’offensiva jihadista, secondo dati dell’ong ACLED, è iniziata la sera del 5 agosto attaccando tre villaggi a una decina di km a sud-est di Mocimboa. Le case sono state saccheggiate e date alle fiamme e rapiti un numero imprecisato di abitanti. All’alba del giorno seguente hanno assaltato la periferia della città.

In aiuto ai militari mozambicani sono intervenuti gli elicotteri del Dyck Advisory Group (DAG) da febbraio ingaggiati del governo mozambicano. Per i due giorni successivi sono continuati sporadici scontri tra Forze di sicurezza e gli insorti che hanno attaccato anche alcune segherie cinesi.

Africa australe. Nella mappa la capitale del Mozambico, Maputo e Mocimboa da Praia (Courtesy GoogleMaps)
Africa australe. Nella mappa la capitale del Mozambico, Maputo e,  2.700km a nord, Mocimboa da Praia (Courtesy GoogleMaps)

Il 9 agosto, secondo i media mozambicani, gli insorti avevano il controllo di parti della città di Mocimboa da Praia e delle strade principali a ovest e a nord verso Palma. La battaglia, a tratti cruenta, è durata sei giorni. Secondo Voice of America nelle Forze mozambicane si contano 55 morti e 90 feriti e l’affondamento – con una granata – di un HV32 Interceptors, imbarcazione della marina militare mozambicana. Maputo conferma l’uccisione di almeno 59 terroristi. La violenza dei gruppi jihadisti di Cabo Delgado, secondo ACLED, dall’inizio dell’anno al 1 agosto ha colpito Mocimboa da Praia ben 25 volte. È il maggior numero di attacchi in un solo sito di cui tre volte in pochi mesi.

Ministro della Difesa smentisce occupazione del porto: “Dietro il terrorismo c’è ISIS”

La conferma del coinvolgimento dell’ISIS a Mocimboa da Praia viene da Jaime Neto, ministro della Difesa del Mozambico. “Nonostante l’enorme perdita di uomini e materiale bellico a causa dello Stato islamico, le Forze di difesa hanno dimostrato bravura e coraggio, spirito di sacrificio e alto morale di combattimento”. Lo ha detto nella brevissima conferenza stampa del 12 agosto alle ore 18 su TV Moçambique, l’emittente di stato, lasciando spazio a due sole domande dei giornalisti.

Jaime Neto, ministro mozambicano della Difesa, alla conferenza stampa del 13 agosto
Jaime Neto, ministro mozambicano della Difesa, alla conferenza stampa del 13 agosto

“Il nemico è rimasto nell’area e ha ricevuto rinforzi con attrezzature e uomini provenienti da basi esterne al territorio nazionale. I terroristi non controllano niente, la situazione è sotto controllo e le nostre Forze armate stanno resistendo”. Il ministro ha invitato la popolazione a non divulgare false notizie (boatos) e immagini scioccanti “per rispettare il ricordo dei nostri caduti”.

Anche la Tanzania contro i jihadisti

E mentre la violenza jihadista diventa sempre più pesante, anche la Tanzania ha deciso di muoversi. Le Forze armate tanzaniane di stanza nel sud del Paese lanceranno una “caccia all’uomo” nelle foreste delle regioni che confinano con il Mozambico.

I giacimenti nel Bacino del Rovuma sono tra i più grandi del pianeta e le major petrolifere presenti hanno investito circa 47 mld di euro. La produzione di gas ENI dovrebbe iniziare nel 2022 con 3,4 milioni di tonnellate l’anno mentre quella di Total partirebbe nel 2024.

Filipe Nyusi si fa garante con il Banco mondiale

Il porto di Mocimboa da Praia è strategico perché molto vicino ai giacimenti di gas dove operano le major petrolifere. A Palma, una sessantina di km a nord di Mocimboa da Praia, c’è il quartier generale di Total ed ExxonMobil. È sempre più chiaro che ai terroristi di Al Sunnah interessano quei giacimenti di gas. Lo avevano annunciato in un editoriale su al-Naba, voce dell’ISIS e l’occupazione del porto di Mocimboa conferma le intenzioni del Califfato. E mentre a Cabo Delgado la guerra continua, il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, garantisce al Banco Mondiale che l’insurrezione non minaccia lo sfruttamento del gas.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

Mozambico, violenza jihadista: 1300 morti e 250mila sfollati, e l’esercito chiede il pizzo

Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

 

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

In Mali la folla ancora in piazza insiste:”Il presidente deve dimettersi”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 agosto 2020

Dopo una pausa di due settimane per i festeggiamenti dell’Aïd (festa del sacrificio), migliaia di manifestanti sono tornati in piazza a Bamako, la capitale del Mali.

La pioggia non ha scoraggiato i maliani. Una grande folla si è radunata attorno a Place de Indépendance, epicentro delle contestazioni nella capitale, per chiedere ancora una volta e sempre con maggior determinazione le immediate dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita.

Manifestazione a Bamako dell’11 agosto 2020

Molti sono venuti anche da altre città del Paese. Un giovane di Timbuktu, antica città del nord, conosciuta anche con il nome di “Perla del deserto”, si è lamentato delle condizioni di vita nel nord: “Manca tutto, non abbiamo strade, per non parlare dell’insicurezza che aumenta di giorno in giorno. Il primo ministro Boubou Cissè ha fatto un sacco di promesse di fronte ai notabili del luogo e ai rappresentanti di MINUSMA (Missione dell’ONU in Mali, presente dal 2013 con 13.289 militari e 1.920 agenti di polizia, ndr), ma è un bugiardo, dopo un anno non è stato fatto nulla. Siamo punto e daccapo”.

Il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Il Movimento 5 giugno, che raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko, non demorde.

Martedì sono saliti sul palco diversi leader del Movimento, l’opposizione tutta accusa il presidente di aver messo in piedi un sistema oligarchico e plutocratico. E in un documento firmato congiuntamente è stato precisato tra l’altro: “Il popolo del Mali ha diritto alle stesse attenzioni delle quali godono i cittadini boukinabé, gambiani, algerini, libanesi nei confronti di dirigenti corrotti e senza visione costruttiva” e ancora “Questo modo di gestire ha portato il Mali sull’orlo del baratro e ha compromesso la stabilità nel Sahel e nella subregione”.

L’influente imam Dicko ha preso la parola per ultimo sul palco. “Bisogna ridare dignità e onore ai maliani”. E ha aggiunto: “Anche se non abbiamo apprezzato il modo con il quale è stato gestito l’intervento della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), li ringraziamo del loro gesto. Ma ora è giunto il momento di parlare tra noi maliani. Anche se il presidente non ci ascolta, capirà. Giuro davanti a Dio: capirà, ma non dobbiamo avere fretta. Vinceremo in modo pacifico”.
E infatti, questa volta anche la manifestazione si è svolta senza incidenti.

Dall’altro canto la CEDEAO continua le trattative per contribuire a una soluzione della profonda crisi che affligge l’ex colonia francese. Goodluck Jonathan, ex presidente nigeriano e a capo della missione dell’Organizzazione economica, mercoledì scorso ha incontrato a Nioro, nella parte occidentale del Paese, Bouyé Haïdara, personaggio molto influente della vita politica maliana.

Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, capo delegazione CEDEAO in Mali

Finora non sono trapelati particolari dettagli dell’incontro. Il notabile, un religioso della zona, ha solamente sottolineato che l’attuale crisi può essere risolta esclusivamente con il dialogo e ha promesso che parlerà ai fedeli in tal senso nella sua prossima predica, prevista per venerdì prossimo”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Petroliera si incaglia alle Mauritius: disastro ambientale nel paradiso terrestre

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 agosto 2020

“Che disastro, ho il cuore spezzato”, sono le parole di migliaia e migliaia di mauriziani che, in tanti, si sono precipitati sul luogo del disastro per aiutare a contenere la marea nera che si stava riversando in mare dalla Wakashio.

La petroliera giapponese Wakashio

La lotta contro la fuoriuscita dell’olio combustibile dalla petroliera giapponese Wakashio, battente bandiera panamense, che si è arenata a Point d’Esny, nel sud dell’Isola di Mauritius, conosce un attimo di tregua. Le squadre di soccorso ambientali giunte da Francia – quelle dal Giappone sono in arrivo – sono riuscite a bloccare il riversamento in mare del combustibile. Ora bisogna ripulire le spiagge e il mare. Ma la preoccupazione degli esperti non è finita; rimane il rischio che la nave, lunga 300 metri potrebbe spaccarsi in due e provocare una seconda catastrofe. Ecco perchè si cerca di svuotare quanto prima i serbatoi del natante.

La cisterna più grande è stata svuotata delle ultime 2.500 tonnellate di idrocarburi; ora bisogna concentrarsi sugli altri serbatoi contenenti ancora 200 tonnellate di gasolio, per evitare che fuoriescano. Le immagini satellitari mostrano la terribile entità del disastro: almeno mille tonnellate di greggio si sono già riversate in mare, una volta cristallino e ritenuto un paradiso terrestre, visitato da migliaia di turisti ogni anno.

Ora si teme un ulteriore blackout dell’industria turistica, già gravemente in crisi a causa della pandemia. Lo scorso anno il business dei visitatori ha prodotto oltre 1,6 miliardi di dollari e rappresentano una delle maggiori entrate dell’arcipelago.

“Pesci morti in ogni dove, granchi, uccelli marini sono già ricoperti di olio e non siamo in grado di recuperarli tutti per poterli ripulire”, ha detto Vikash Tatayah, direttore di Mauritian Wildlife Foundation, un’organizzazione non governativa.

Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza. Durante una conferenza stampa il ministro della Sanità, Kailesh Jugatpal, ha rassicurato la popolazione: “Non ci sono sostanze tossiche nell’aria” e ha aggiunto che il servizio sanitario nazionale è comunque preparato e pronto ad accogliere i pazienti che hanno subito una sovraesposizione al carburante.

Un portavoce della Mitsui OSK Lines, società operativa della MV Wakashio, ma il cui armatore è un’altra compagnia giapponese, la Nagashiki Shipping, ha presentato le sue scuse a tutta la popolazione delle Mauritius e ha promesso l’invio di squadre di soccorso, non appena il team avrà effettuate i test contro il coronavirus. “Faremo tutto ciò che è nelle nostro possibilità per proteggere l’ambiente e mitigare gli effetti dell’inquinamento”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mauritius rivendica le isole Chagos davanti alla Corte internazionale dell’Aja

Ghana: linciata a morte 90enne accusata di stregoneria da un prete feticista

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes

12 agosto 2020

Akua Denteh aveva 90 anni. Sperava di vivere in tranquillità i suoi ultimi anni a Kafana, Savannah, la più grande delle 9 regioni del Ghana, dopo una vita di fatica nei campi e a crescere i numerosi figli.

Ma non è andata così, dopo essere stata accusata di stregoneria da un prete feticista è stata bastonata, picchiata a morte da due donne della sua comunità.

ghana accusata di stregoneria
Akua Denteh, donna accusata di stregoneria, linciata a morte

Il santone ha ammesso senza alcuna vergogna che, secondo lui, la donna era la fonte di tutti guai della cittadina, costringendo la fragile vecchietta a sfilare nelle strade del centro, per poi essere torturata a morte di fronte a tutti.

Le violenze subite da Akua hanno suscitato indignazione in tutto il Ghana, il governo, la società civile, organizzazioni per la difesa dei diritti umani, ma anche semplici cittadini hanno condannato a gran voce questo atto barbarico. La morte in diretta della vittima è stata ripresa in un video e postato su diversi social network.

Ma non è un fatto isolato. In passato altre ghanesi hanno subito la stessa sorte di Akua. Solo sei anni fa una mamma di tre bambini, accusata di diavoleria, ritenuta colpevole della malattia di un bimbo, è stata dapprima picchiata, poi bruciata viva. E nel 2010 una 72enne è morta nelle stesse circostanze.

ghana accusata di stregoneria
Le “streghe” del Ghana

Nel nord del Ghana centinaia di donne vengono regolarmente accusate da parenti o vicini di stregoneria e sono costrette a fuggire dalle loro comunità e rifugiarsi nei cosiddetti “campi delle streghe“. Si stima che 800 donne, forse più, vivano attualmente in questi accampamenti in condizioni di estrema povertà, senza speranza di poter ritornare a una vita normale.

Ora la famiglia di Akua ha chiesto giustizia per la loro congiunta. I familiari hanno sporto denuncia anche contro il capo-villaggio, perchè lo ritengono co-responsabile della morte della donna. La polizia finora non ha effettuato alcun arresto; un portavoce ha fatto sapere che bisogna attendere la fine delle indagini per capire chi è direttamente o indirettamente coinvolto nel pubblico assassinio della vecchietta, la cui salma attende ancora la sepoltura in una cella frigorifero dell’ospedale di Salaga.

Nel nord del Ghana esistono ancora almeno 6 “campi delle streghe”, alcuni di questi sono sorti oltre un secolo fa. Nel 2014 le autorità di Accra avevano prospettato la distruzione di questi luoghi, porre fine a credenze popolari e ai maltrattamenti nei confronti delle vittime. Il programma del governo prevedeva anche la reintegrazione nelle comunità.

Finora uno solo di questi campi è stato raso al suolo, poi le autorità hanno dovuto sospendere il piano, in quanto le “streghe” si sono rifiutate di tornare a casa, nei loro villaggi, per paura di dover subire nuove violenze da parte dei concittadini.

ghana accusata di stregoneria
Donna con il suo bambino in un “campo delle streghe” in Ghana

Nelle riserve per “streghe” non sono confinate solo donne anziane, spesso anche giovani vedove, ma ragazze madri, a volte in compagnia dei loro figli piccoli, tutti costretti a vivere in condizioni più che precarie. E come spesso accade, sono i bambini le vere vittime di questa assurda situazione: denutriti, senza accesso all’istruzione e alle cure mediche. Solo alcune associazioni e ONG portano un po’ di sollievo a queste comunità escluse dal resto del mondo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Terrore dei vampiri in Malawi: l’ONU ritira il suo staff dal sud del Paese

Malawi: la caccia continua terrorizza gli albini che ora chiedono di espatriare

Ribelli, mercenari, Paesi stranieri voraci: così il Centrafrica affonda

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 luglio 2020

Il Tesoro statunitense ha imposto sanzioni contro Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abbas, capo del gruppo ribelle 3 R (Retour, Réclamation et Réhabilitation) centrafricano e ha congelato tutti i suoi beni negli USA. In precedenza anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha applicato misure simili nei confronti di Souleyman, compreso il divieto di viaggio.

Apparso per la prima volta sul teatro della guerra civile in Centrafrica nel 2015, l’obiettivo del raggruppamento 3R è quello di proteggere i fulani, pastori seminomadi, per lo più musulmani, dagli attacchi degli anti-balaka (vi aderiscono per lo più cristiani e animisti). E Souleymane è un fulani di origine camerunense, fuggito dal suo Paese perchè in contrasto con il governo di Paul Biya, presidente del Camerun, il cui esercito gli dà la caccia da anni.

Bi Sidi Souleymane, leader dei ribelli 3R

Già nel 2016 l’organizzazione Human Rights Watch aveva accusato il raggruppamento ribelle di crimini terribili in Centrafrica, in particolare nell’area di Bocaranga, a 500 chilometri dalla capitale Bangui, dove già all’epoca 17mila persone sono fuggite dalle loro abitazioni. Il gruppo ha sempre giustificato i propri attacchi come risposta a quelli degli anti-balaka contro i fulani.

Nel febbraio 2019 il leader di 3R ha firmato l’ennesimo trattato di pace in Sudan insieme a altri 13 gruppi ribelli e al suo ritorno a Bangui gli è stato persino assegnato la poltrona di “consigliere militare speciale” presso il gabinetto del primo ministro. Ma ciò non gli ha impedito di proseguire le aggressioni, di seminare morte tra la popolazione civile e militare. E poco meno di un mese fa i ribelli hanno attaccato un convoglio di MINUSCA – Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana – nella prefettura nord-occidentale di Nana-Mambéré, uccidendo un casco blu e ferendo altri due.

Il Paese in ginocchio da anni di guerra civile, è molto ricco di giacimenti minerari, che fanno gola a molti Paesi, in particolare alla Russia, che da diversi anni ha rafforzato la sua presenza nella ex colonia francese. Insieme alle armi, da Mosca sono arrivati militari (una trentina fanno parte anche di MINUSCA), ma sopratutto mercenari del gruppo Wagner, contractors al servizio del governo di Putin, sono uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate russe e ex sovietiche .

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Ma la collaborazione fra Cremlino e Centrafrica va oltre: il consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del capo di Stato, inoltre una quarantina di uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

In cambio Mosca gode di licenze per lo sfruttamento minerario. E sembra che una nuova sia in arrivo. Proprio in questi giorni la società canadese Axmin, quotata in borsa, ha denunciato che il governo di Bangui ha ritirato le autorizzazioni per la miniera aurifera di Ndassima, nella regione di Bambari, al centro del Paese.

Axmin, attiva dal 2006 in Centrafrica, lamenta che destinatario della nuova concessione sarà probabilmente una società amica di Mosca e spunta il nome di Midas Ressources, compagnia ancora poco conosciuta nell’ambiente. Dal suo sito internet, aperto solo poco più di un anno fa, si evince che Midas Ressources è specializzata nella produzione di diamanti, oro, rame e cromo.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Il gruppo di esperti dell’ONU, incaricato di sorvegliare l’embargo sulle armi – alleggerito grazie all’intervento della Russia in Consiglio di Sicurezza – nel suo rapporto pubblicato a metà luglio lamenta la presenza di combattenti stranieri. Parecchi scontri e attacchi sarebbero stati alimentati proprio grazie all’arrivo di armi e mercenari dall’estero, in particolare dal Sudan.

Nel fascicolo degli esperti del Palazzo di Vetro viene citato anche un italiano, un certo Elio Ciolini, alias Bruno Lugon, molto vicino all’estrema destra e con precedenti giudiziali. Tempo fa Ciolini aveva ottenuto un incarico dall’ufficio della presidenza di Bangui. Il faccendiere italiano è stato destituito dalle sue funzioni a giugno, accusato tra febbraio e aprile di aver cercato di rovesciare il governo centrafricano. Ora è in stato di arresto con l’accusa di atti sovversivi.

Centrafrica: i bambini, le vittime di un’assurda guerra

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (fanno parte per lo più miliziani di fede musulmana) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016. E ora si avvicinano nuove elezioni, previste per la fine di quest’anno e, tra i candidati per la poltrona più ambita del Paese spunta di nuovo Bozizé.

La popolazione è allo stremo da anni di conflitti interni. La situazione umanitaria desta sempre grande preoccupazione. Su una popolazione di 4,8 milioni di abitanti, 1,2 milioni di bambini si trovano in uno stato di estrema necessità, tra questi 5.779 piccoli sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione grave, 2,6 milioni di persone abbisognano di aiuti umanitari. Il numero degli sfollati interni è sempre molto elevato,sono poco meno di 660.000, mentre oltre 629.000 hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

Sudan: accordo tra militari e società civile per governo di transizione

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Agguato nella riserva delle giraffe in Niger: massacrati 6 francesi e 2 nigerini

Africa ExPress
9 agosto 2020

Doveva essere una piccola gita fuoriporta per sei operatori umanitari della dell’Organizzazione francese ACTED, operativa in molti Paesi per prestare assistenza alle persone vulnerabili. La loro meta, la riserva delle giraffe di Kouré, che dista solamente una sessantina di chilometri dalla capitale nigerina Niamey, è stata invece teatro di una terribile mattanza.

Otto persone – due di nazionalità nigerina e sei francesi
– sono state brutalmente ammazzate oggi nel sud-ovest del Niger.

Niger, Parco delle Giraffe

Turisti di tutto il mondo vengono a visitare le giraffe; Niamey non aveva mai considerato l’area a alto rischio e il parco viene sorvegliato solamente dagli agenti del servizio delle Acque e Foreste, nessuna presenza di gendarmi.

Eppure sul sito del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri francese, il parco è indicato come “zona arancione”, vale a dire le visite sono sconsigliate, salvo che per ragioni indispensabili, di forza maggiore.

Parigi ha confermato la morte dei suoi connazionali. Le notizie che giungono dagli inquirenti sono ancora frammentarie, ma dalle prime indagini sembra che un gruppo di uomini armati, giunti sul posto con motociclette, abbia sparato con fucili automatici contro il veicolo della ONG, un Land Cruiser, che in seguito è stato incendiato. Una delle vittime nigerine era l’autista, il secondo la guida degli operatori umanitari.

Una fonte locale ha riferito che una terza persona di nazionalità nigerina sarebbe riuscita a scappare, poi  raggiunta dai probabili terroristi e ammazzata. Ma anche questa notizia è ancora tutta da verificare e Tidjani Ibrahim, governatore della regione Tillabéri finora ha parlato “solo” di 8 morti.

L’attacco ha avuto luogo a poca distanza dal posto di controllo delle guardie del parco, attorno alle 11.30 questa mattina.

Non si escludo che gli aggressori siano miliziani di un nuovo gruppo ancora poco conosciuto, affiliato ai terroristi di Stato islamico nel Grande Sahara. Il raggruppamento di recente formazione opera da qualche tempo in una zona un po’ più a nord rispetto alla riserva delle giraffe. “Ma è possibile che abbiano allargato il loro campo d’azione”, ha riferito una fonte che ha preferito mantenere l’anonimato.

Il modus operandi di questo attacco ha qualche similitudine con quello avvenuto nel maggio 2019 nel parco di Pendjari. Allora furono sequestrati due francesi e la loro guida fu ammazzata. Pochi giorni dopo, con un blitz delle teste di cuoio di oltralpe, furono liberati insieme a una turista americana e un’altra sud-coreana.

Aggiornamento ore 21.00

La ONG francese ha fatto sapere che sette vittime lavoravano per ACTED, l’autista nigerino e sei francesi. E Frédéric Roussel, cofondatore dell’associazione ha precisato: “Sono state brutalmente ammazzate otto persone, quattro donne e quattro uomini di un’età compresa tra i 25 e 50 anni”.

Militari, forze dell’ordine nigerine e uomini dell’operazione francese Barkhane – presenti in tutto il Sahel con oltre 5.000 uomini – sono ora nel parco e nelle aree adiacenti per dare la caccia agli aggressori.
Sta prendendo sempre più piede la pista del terrorismo e il coinvolgimento dello Stato Islamico per il Grande Sahel. Mentre GSIM (Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans) ha già fatto sapere nella serata di ieri di non essere coinvolto nell’attacco; ovviamente restano aperte anche altre ipotesi.
Una persona sospetta arrestata ieri sera, è attualmente nelle mani degli agenti dell’antiterrosismo.

Africa ExPress
@africexp

Burkina Faso, blitz dei francesi (due morti) per liberare quattro ostaggi dei terroristi

Benin: designato il nuovo sovrano del vodoo e del regno di Dahomey

L’esplosione di Beirut causata da una bomba atomica tattica al porto

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi e Monica Mistretta
8 agosto 2020
ENGLISH VERSION

L’informazione arriva ad Africa ExPress da una fonte militare autorevole e prestigiosa che proprio perché esposta vuole restare anonima: “La causa dell’esplosione che la sera del 4 agosto ha devastato Beirut è stata provocata da un’arma nucleare tattica stoccata al porto”. La detonazione ha provocato un potentissimo spostamento d’aria che ha distrutto interi quartieri della capitale libanese e il boato è stato udito a parecchi chilometri di distanza, perfino a Cipro.

Gli ordigni chiamati “tattici”, rispetto alle armi nucleari strategiche che tutti conosciamo, hanno una potenza nettamente inferiore, a volte pari a un solo kilotone, molto inferiore a quello sganciato su Hiroshma alla fine della seconda guerra mondiale, che ne aveva 15.

Il loro scopo è quello di effettuare attacchi mirati provocando un numero ridotto di vittime ed evitando così una risposta termonucleare da “The day after”. Messo al bando dall’amministrazione Obama, il programma delle armi nucleari tattiche è stato riavviato da Donald Trump.

Esplosione a Beirut bomba

Dell’ipotesi riferita dalla nostra fonte non c’è alcuna traccia nelle dichiarazioni ufficiali. Le autorità libanesi fino a due giorni fa parlavano di incidente dovuto a oltre 2750 tonnellate di nitrato di ammonio e fuochi di artificio immagazzinati nel porto.

Ma i video che hanno ripreso da ogni angolazione l’esplosione mostrano inequivocabilmente un muro di aria compressa che ha distrutto e travolto ogni cosa al suo passaggio e che difficilmente può spiegarsi con lo spostamento provocato dalla detonazione del nitrato d’ammonio.

Ieri il presidente del Libano, Michel Aoun, per la prima volta non ha escluso la possibilità di un’interferenza esterna nella catastrofe “mediante missile, bomba o altra azione”.

Gli ha fatto eco il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che ha ammonito: “I responsabili saranno trattati come collaboratori del nemico”. A parlare di attacco è stato più volte anche il presidente americano Trump, smentito, come da prassi, dal suo stesso staff.

Secondo la nostra fonte l’ordigno tattico nucleare, imbarcato su un aereo proveniente dall’Iran, sarebbe stato consegnato all’aeroporto di Beirut pochi giorni prima dell’esplosione. Al porto della capitale libanese, dove l’arma sarebbe stata subito trasferita, Hezbollah avrebbe a disposizione un terminale dove stoccherebbe, indisturbato, materiali bellici in arrivo da Teheran: i container non subirebbero alcun controllo da parte delle autorità doganali locali. Una notizia, quest’ultima, che trova riscontro in un pezzo pubblicato il 6 agosto dal Jerusalem Post. 

Esplosione a Beirut bomba

La fonte ha spiegato che l’arrivo di questo ordigno nucleare tattico a Beirut altro non sarebbe se non uno dei classici “segreti di pulcinella”: chi doveva sapere, sapeva, ma era deciso a tacere, anche all’interno del contingente italiano che, al porto di Beirut, è presente per accogliere l’arrivo dei materiali destinati alla missione internazionale Unifil. L’esplosione adesso rischia di cambiare le carte in tavola nello scacchiere mediorientale.

Impossibile non tornare a quello stranissimo episodio che si è svolto la sera del 23 luglio nei cieli della Siria, in prossimità della base americana di Al Tanf.

Inizialmente, alle 21.20, la Tv di stato iraniana parla di un caccia israeliano che in quel momento sta intercettando minacciosamente il volo Mahan Air 1152 decollato da Teheran e diretto a Beirut. Poi, dopo qualche minuto, la versione cambia: il jet, forse un F-15, sarebbe americano. Del caccia con la stella di David non parla più nessuno. L’aereo della Mahan Air atterra regolarmente all’aeroporto di Beirut in tarda serata e Teheran nelle ore successive si rivolge all’Onu perché monitori la situazione nel corso del volo di rientro nella capitale iraniana. Solo due giorni fa, dopo l’esplosione a Beirut, le autorità di Teheran hanno chiesto all’Onu di prendere provvedimenti contro gli Stati Uniti per l’intercettazione dell’aereo Mahan Air da parte di due jet a stelle e strisce.

La compagnia iraniana fa regolare scalo a Beirut: cosa trasportava il volo 1152 di così importante da rischiare di scatenare un teatro di guerra? Sarebbe questo l’aereo che ha scaricato nella capitale libanese l’ordigno tattico nucleare? La nostra fonte non è stata in grado di darci una conferma, anche se non lo ha escluso. Ma è chiaro che il paese impegnato a fermare le consegne di armi in Libano e Siria è Israele.

Il governo libanese ha messo in piedi un comitato investigativo per indagare sulla terribile esplosione e i suoi responsabili. Sull’onda delle proteste che stanno dilagando in queste ore nella capitale in macerie, si è dato cinque giorni di tempo per dare una risposta. Ne sono già passati due.

Intanto, altri tre grossi 747 iraniani sono atterrati a Beirut tra il 5 e il 6 agosto. Molti libanesi adesso dubitano che abbiano portato aiuti umanitari. La tensione è alle stelle e la gente comune nella capitale non è più disposta a tacere.

Massimo A. Alberizzi e Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com – monica.mistretta@gmail.com
twitter: @malberizzi @monicamistretta @africexp 

The Explosion in Beirut Caused by a Tactical Atomic Bomb Stored at the Port

Special for Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi and Monica Mistretta
August 9th 2020
VERSIONE ITALIANA

The information arrives to Africa ExPress from a trusted military source that wants to remain anonymous: “The cause of the explosion that devastated Beirut on the evening of August 4 was caused by a tactical nuclear weapon stored at the port. The detonation caused a very powerful air movement that destroyed entire districts of the Lebanese capital and the roar was heard several kilometers away, even in Cyprus.

The devices called “tactical”, compared to the strategic nuclear weapons that we all know, have a much lower power, sometimes equal to a single kiloton, much lower than the one dropped on Hiroshma at the end of the Second World War, which had 15 kilotons.

Their purpose is to carry out targeted attacks causing a reduced number of casualties and thus avoiding a thermonuclear response from “The day after”. Banned by the Obama administration, the tactical nuclear weapons program was restarted by Donald Trump.

There is no trace of the hypothesis reported by our source in the official statements. Until two days ago, the Lebanese authorities spoke of an accident involving over 2750 tonnes of ammonium nitrate and fireworks stored in the port.

But the videos that recorded the explosion from all angles unequivocally show a wall of compressed air that destroyed and overwhelmed everything as it passed and which can hardly be explained by the displacement caused by the detonation of ammonium nitrate.

Yesterday, the President of Lebanon, Michel Aoun, for the first time did not rule out the possibility of external interference in the disaster “by missile, bomb or other action”.

He was echoed by the Secretary-General of Hezbollah, Hassan Nasrallah, who warned: “Those responsible will be treated as collaborators of the enemy”. It was also American President Trump who spoke of the attack several times, denied, as usual, by his own staff.

According to our source, the tactical nuclear device, embarked on a plane from Iran, was delivered to Beirut airport a few days before the explosion. At the port of the Lebanese capital, where the weapon was immediately transferred, Hezbollah has at its disposal a terminal where it would store, undisturbed, war materials arriving from Tehran: the containers would not undergo any control by the local customs authorities. A news, the latter, which finds confirmation in an article published on the 6th August, by the Jerusalem Post.

The source explained that the arrival of this tactical nuclear bomb in Beirut would be none other than one of the classic “open secrets”: those who had to know, knew, but were determined to remain silent, even within the Italian contingent which, at the port of Beirut, is present to welcome the arrival of the materials destined for the international Unifil mission. The explosion now risks changing the cards on the table in the Middle East chessboard.

It is impossible not to go back to the very strange episode that took place on the evening of 23 July in the skies of Syria, near the American base of Al Tanf.

Initially, at 9.20 p.m., the Iranian state TV reported an Israeli fighter aircraft that was threateningly intercepting the Mahan Air 1152 flight from Tehran to Beirut. Then, after a few minutes, the version changes: the jet, perhaps an F-15, would be American. Nobody talks about David’s star fighter anymore. Mahan Air’s plane lands regularly at Beirut airport late in the evening and Tehran in the following hours turns to the UN to monitor the situation during the return flight to the Iranian capital.

Only two days ago, after the explosion in Beirut, the authorities in Tehran asked the UN to take action against the United States for the interception of the Mahan Air plane by two star-spangled jets.

The Iranian company makes regular stopovers in Beirut: what was carrying flight 1152 so important that it risked triggering a theatre of war? Would this be the plane that unloaded the tactical nuclear bomb in the Lebanese capital? Our source has not been able to give us confirmation, although he has not ruled it out. But it is clear that the country committed to stopping arms deliveries to Lebanon and Syria is Israel.

The Lebanese government has set up an investigative committee to investigate the terrible explosion and those responsible. In the wake of the protests that are spreading at this time in the capital in rubble, it has given itself five days to respond. Two days have already passed.

Meanwhile, three other large 747 Iranians landed in Beirut between 5 and 6 August. Many Lebanese now doubt whether they brought humanitarian aid. Tension is soaring and ordinary people in the capital are no longer willing to remain silent.

Massimo A. Alberizzi and Monica A. Mistretta
massimo.alberizzi@gmail.com – monica.mistretta@gmail.com
twitter: @malberizzi @monicamistretta @africexp

Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 agosto 2020

“La posta in gioco è estremamente alta ma le forze di difesa del Mozambico sono impreparate e con risorse insufficienti. Dobbiamo muoverci rapidamente”. Lo ha detto il colonnello Lionel Dyck, responsabile del Dyck Advisory Group (DAG) in un’intervista di Hannes Wessels, pubblicata su ‘Africa Unautharised’. DAG sono i contractor che operano a Cabo Delgado contro i jihadisti di Al Sunnah wa-Jama affiancando l’esercito mozambicano.

Mutilazioni dei corpi e atti di cannibalismo

Alcune delle atrocità commesse sono diverse da qualsiasi cosa abbia mai visto prima. E ho visto molte guerre, in molti luoghi diversi” – continua il colonnello. “Il massacro che ha seguito l’attacco al posto di polizia di Quissanga ha comportato la mutilazione dei corpi, il taglio degli arti e crediamo che gli aggressori abbiano mangiato alcune parti del corpo”.

Lionel Dyck, 76 anni, con esperienza trentennale anche nelle Forze speciali dell’esercito zimbabwiano, conosce il Mozambico e l’Africa Australe e sa di cosa parla. “Nonostante la barbarie, questo nemico è organizzato, motivato e ben equipaggiato. Se non lo fermiamo, si diffonderà rapidamente a sud e sarà una catastrofe per l’intera regione”.

Dyck Advisory Group è presente a Cabo Delgado dal febbraio scorso. Ha sostituito i russi del Wagner Group nel nord del Mozambico. I mercenari russi erano a Cabo Delgado grazie agli accordi tra il presidente Filipe Nyusi e il suo omologo russo Vladimir Putin. Dopo varie perdite sul campo senza conoscere il territorio, i russi sono stati costretti a rinunciare alla missione contro i gruppi jihadisti di Al Sunnah.

Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga
Jihadisti armati con la bandiera dello Stato islamico davanti alla caserma di polizia di Quissanga

DAG conosce bene il Mozambico

Il colonnello Dyck e la sua DAG, con sede in Sudafrica, sono una vecchia conoscenza di Nyusi. Durante la guerra civile in Mozambico hanno aiutato le Forze armate mozambicane contro i ribelli RENAMO guadagnando la fiducia del FRELIMO, il partito di Nyusi. Poi i contractor di Lionel Dyck, nel 2013, sono stati chiamati da Maputo per combattere il bracconaggio, sempre più diffuso nel sud del Paese.

Ora, con un contratto appena rinnovato per altri tre mesi, DAG continua la guerra che Maputo, dall’ottobre 2017, non riesce a fermare. E che è troppo vicina ai giacimenti di gas naturale (GNL-LNG) di ENI, ExxonMobil e Total. Lo fa dal cielo, con notevole successo anche se ha perso un elicottero Gazelle e un aereo leggero Bat Hawk.

Elicottero di fabbricazione francese Gazelle, utilizzato da DAG contro il terrorismo jihadista a Cabo Delgado

Negli ultimi mesi jihadisti più armati e meglio organizzati

Negli ultimi sei mesi la situazione a Cabo Delgado è notevolmente peggiorata: migliore organizzazione jhadista con aumento degli armamenti e intensità degli attacchi. L’ISIS vuole prendersi i giacimenti di gas e ha minacciato il Sudafrica di attacchi jihadisti nel suo territorio se interviene a Cabo Delgado.

Il Sudafrica ha preso molto sul serio le minacce dell’ISIS e tiene d’occhio aree di potenziale infiltrazione jihadista a casa propria. Nel frattempo le Forze armate sudafricane (SANDF) stanno scaldando i motori e attendono solo l’ordine da Pretoria per l’intervento nel Mozambico settentrionale. Se Nyusi lo dovesse richiedere ufficialmente.

Ma alla fine il grosso problema è uno solo: oggi le Forze armate mozambicane non sono in grado di vincere la guerra a Cabo Delgado. Nonostante Nyusi abbia chiesto aiuto ai Paesi vicini non sa quanto può fidarsi del Sudafrica. Secondo il sito ‘Africa Intelligence’, ci sono tensioni tra Maputo e Pretoria e il Mozambico non vuole condividere informazioni di intelligence su Cabo Delgado.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Isis minaccia il Sudafrica: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”

Mozambico, violenza jihadista: 1300 morti e 250mila sfollati, e l’esercito chiede il pizzo

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

Mozambico: attacco jihadista, decapitati 20 militari mozambicani e 7 mercenari russi

ENI si rafforza in Mozambico con nuove acquisizioni nel settore del gas naturale