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Libia: missioni UE e UN fallite e il ministro Guerini a Tripoli per l’accordo anti migranti

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
7 agosto 2020

Migliaia di morti e inaudite violazioni dei diritti umani, un conflitto “interno” con sempre più numerosi attori armati provenienti da mezzo mondo, ma l’Italia mantiene stabile la sua partnership con il Governo di Accordo Nazionale e promette di potenziare gli aiuti militari alle autorità libiche.

Lo scorso 5 agosto, il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini si è recato in visita ufficiale in Libia per incontrare il Presidente del Consiglio del GAN Fayez al Sarraj e le principali autorità politiche e militari locali. Ad accompagnare Guerini, a riprova della rilevanza del meeting bilaterale, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, il Direttore dell’AISE, Giovanni Caravelli, e il responsabile del Comando Operativo di Vertice, Luciano Portolano.

Il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, al suo arrivo a Tripoli

“Nel corso degli incontri a Tripoli si sono consolidate e definite nuove forme di collaborazione tra Italia e Libia nel settore della Difesa”, riporta la nota stampa del Ministero. “Siamo pronti a lavorare fin da subito a un nuovo slancio della cooperazione bilaterale”, ha dichiarato il ministro Guerini al Presidente Sarraj. “In questi anni abbiamo profuso sforzi importanti per sviluppare una collaborazione civile e militare con le autorità locali che svilupperemo con rinnovato impegno. Per questa ragione, la nostra presenza in Libia rimane un impegno prioritario, sulla strada della pacificazione e del riassetto istituzionale che tutti auspichiamo”.

Sempre secondo quanto riportato dall’Ufficio stampa del Ministero della Difesa, le nuove iniziative di cooperazione militare riguardano innanzitutto la bonifica e lo sminamento degli ordigni, “richiesta dalla Libia ai nostri specialisti”. Nelle scorse settimane, le forze armate italiane avevano già consegnato al Genio militare dell’Esercito libico uno stock di metal detector per l’individuazione di mine e materiale esplodente, assicurando inoltre il supporto tecnico alle operazioni libiche di sminamento nelle aree a sud di Tripoli.

“Si è prevista inoltre l’implementazione della collaborazione medico sanitaria, in aggiunta all’attività già esistente a Misurata, ospedale che verrà spostato in un’area più funzionale”, spiega il Ministero della Difesa. “Anche sul piano della formazione si è definito un nuovo piano di addestramento per cadetti, ufficiali e sottufficiali libici in Italia e in Libia, a partire dal nuovo anno accademico”. Tra i temi al centro del colloquio tra il ministro Lorenzo Guerini e il Premier libico Fayez al Sarraj anche la costituzione di un “comitato misto” italo-libico quale “organo di governance di livello strategico della cooperazione militare per rafforzare ulteriormente il legame tra i due Paesi”.

Nel corso della missione in Libia, il responsabile del dicastero ha pure incontrato il personale della Marina militare imbarcato nell’unità di trasporto costiero “Nave Pantelleria” in rada a Tripoli e il Comandante della Missione italiana di Assistenza e Supporto in Libia (MIASIT), Maurizio Fronda. MIASIT ha lo scopo di fornire assistenza e supporto al Governo di Accordo Nazionale, alle forze armate e alla Guardia costiera libica, prioritariamente nel “contrasto al terrorismo e ai flussi migratori illegali”. Attualmente la Missione di Assistenza e Supporto in Libia vede il dispiegamento di 400 militari, 142 mezzi terrestri, 2 aeromobili e le unità navali del dispositivo nazionale Mare Sicuro.

Sempre in Libia, personale della Guardia di finanza opera nell’ambito della Missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera della Marina militare libica. La “cooperazione” si è già concretizzata con la consegna di 4 unità navali veloci, più relative attività di manutenzione, rifornimento e addestramento dei militari libici. La Guardia di finanza partecipa inoltre alle operazioni di pattugliamento costiero dei libici contro le imbarcazioni di migranti e ha inviato a Tripoli una “nave scuola” per la formazione dei militari della Guardia costiera.

Lo scorso anno, nel quadro di una più ampia attività di cooperazione nei settori del “contrasto al traffico di esseri umani e al contrabbando”, i finanzieri italiani hanno accresciuto il numero degli interventi di manutenzione del naviglio a disposizione del Paese nord-africano, impiegando sino ad una cinquantina di militari specializzati e 3 pattugliatori navali per il trasporto di materiali e parti di ricambio. Per il 2020 sono previste ulteriori attività addestrative e di mantenimento dell’efficienza delle unità navali “anti-migranti”.

La Polizia di Stato partecipa invece alla missione EUBAM Libya (European Union Border Assistance Mission in Lybia), di “assistenza alla gestione integrata delle frontiere” e “creazione di strutture statali di sicurezza, dell’applicazione della legge e della giustizia penale e di smantellamento delle reti della criminalità organizzata coinvolte nel traffico di migranti, nella tratta di esseri umani e nel terrorismo in Libia e nella regione del Mediterraneo centrale”. Il gravissimo scenario socio-politico che si registra in Libia, specie in questi ultimi mesi, conferma il totale fallimento di questa costosa operazione UE. Altrettanto fallimentare la Missione UNSMIL (United Nations Support Mission in Lybia), voluta dalle Nazioni Unite per un “possibile cessate il fuoco” tra le parti e il rafforzamento della governance del regime di Al Serray. L’Italia assicura a UNSMIL un proprio alto ufficiale con una spesa annuale di 121.548 euro.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Annegati 40 migranti al largo delle coste della Mauritania: un solo superstite

Africa ExPress
7 agosto 2020

Una nuova sciagura del mare ha tolto la vita a una quarantina di persone. Un solo superstite di nazionalità guineana.

Un fonte della sicurezza mauritana ha fatto sapere che il giovane è stato trovato sulla spiaggia di Nouadhibou, nel nord-ovest della Mauritania, al confine con il Sahara Occidentale. Il sopravvissuto ha raccontato che lui e i suoi compagni di viaggio si erano imbarcati in Marocco per raggiungere le Isole Canarie (Spagna), situate nell’oceano Atlantico al largo dell’Africa nord-occidentale.

Naufragio al largo delle coste della Mauritania

A detta del superstite, il naufragio si sarebbe consumato in acque internazionali. “Il motore ha avuto dei problemi, nessuno è venuto a soccorrerci. Allora ci siamo buttati in mare, credo che i miei compagni siano tutti annegati. Sono il solo sopravvissuto”, ha detto il ragazzo dal suo letto in ospedale.

Alla fine dello scorso anno sono morti 60 migranti lungo la stessa rotta. Negli anni 2000 il percorso dell’Africa dell’ovest era l’itinerario preferito – sia via terra che per mare – per raggiungere l’Europa. Allora piccole imbarcazioni, chiamate battelli-tassì, andavano a prendere i migranti nei porti d’imbarco nel Golfo di Guinea. E le Isole Canarie, che distano solo un centinaio di chilometri dalle coste marocchine erano considerate la porta d’entrato dell’Europa.

Poi, grazie alle nuove politiche sull’immigrazione adottate dalla Spagna, il flusso si è notevolmente ridotto e il centro per migranti di Nouadhibou è stato chiuso. Da un paio d’anni la rotta occidentale è stata parzialmente “riattivata”, vista la drammatica situazione che si creata in Libia.

Solo quest’anno lungo questa rotta sono state recuperate le salme di oltre 180 persone, ma il numero reale dei morti è certamente molto più elevato.

Africa ExPress
@africexp

Capo Verde concede l’estradizione in USA dell’uomo chiave del governo di Caracas

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Isabel Toelgyes
6 agosto 2020

Il faccendiere Alex Saab di nazionalità colombiana, uomo chiave del presidente venezuelano Nicolas Maduro, sarà estradato negli Stati Uniti d’America.

Alex Saab arrestato a Capo Verde

Un tribunale di Capo Verde ha emesso la sentenza il 31 luglio, il verdetto è stato reso noto solamente all’inizio di questa settimana. Saab è stato arrestato il 12 giugno scorso all’aeroporto internazionale di Amilcar Cabral sull’isola di Sal, nello Stato insulare, dove si era fermato con il suo jet privato per fare rifornimento di carburante per raggiungere l’Iran.

Interpol ha diramato da tempo un bollino rosso per Saab, perchè accusato da Washington di essere a capo di una vasta rete di corruzione in stretta collaborazione con il governo di Caracas. Le autorità statunitensi sono convinte che il colombiano diriga la rete dal Venezuela e che abbia trasferito denaro riciclato negli Stati Uniti.

Nicolas Maduro, presidente del Venezuela

La storia inizia nel 2011, quando un facoltoso imprenditore (appunto Saab) firma un contratto assai redditizio con il governo venezuelano per la Gran Misión Vivienda (costruzione di case popolari); all’epoca il presidente era ancora Hugo Chavez. Secondo gli inquirenti, nel biennio 2012-2013 il colombiano avrebbe fatturato 159 milioni di dollari per la fornitura di materiale per la costruzione di abitazioni per i meno abbienti. In tutto avrebbe incassato 3 milioni di dollari solo per materiali edili.

La stessa strategia di appropriazione indebita tramite fatturazioni gonfiate sarebbe stata applicata negli ultimi anni anche per CLAP (distibuzione di aiuti alimentari), un altro progetto leader dell’amministrazione socialista venezuelana.

Con l’estradizione di Saab le autorità di Washington sperano di ottenere maggiori informazioni sulle ingenti somme di denaro distratte dal regime di Caracas. Sembra che il 48enne faccendiere sia stato anche l’intermediario del governo di Nicolas Maduro per altre transazioni poco chiare, come il trasferimento di lingotti d’oro venezuelani verso la Turchia, l’Iran e la Russia.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Maxi operazione antidroga a Capo Verde: sequestrate 9,5 tonnellate di cocaina

 

Tragedia a Beirut: 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio abbandonate per anni

Da Al-Jazeera
Timour Azhari
Beirut, 5 agosto 2020

È stato solo dopo una massiccia esplosione che si è abbattuta su Beirut che la maggior parte della gente in Libano ha saputo delle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio immagazzinate in un hangar nel porto della città.

La detonazione del materiale – usato nelle bombe e nei fertilizzanti – ha inviato onde d’urto in tutti i quartieri della capitale libanese, uccidendo decine di persone, ferendone migliaia e lasciando gran parte della città un gran casino maciullato.

Per le conseguenze devastanti dell’esplosione, molti libanesi hanno espresso un immenso shock e tanta tristezza per la distruzione e una grande rabbia nei confronti di coloro che hanno permesso che ciò accadesse. L’analisi dei registri pubblici e dei documenti pubblicati online mostrano che gli alti funzionari libanesi sapevano da più di sei anni che il nitrato di ammonio era conservato nell’Hangar 12 del porto di Beirut. Ed erano ben consapevoli dei pericoli che comportava.

Decine di persone sono rimaste uccise. Ma cos’è accaduto esattamente?  Ecco quello che sappiamo finora.

Il nitrato di ammonio è arrivato in Libano nel settembre 2013, a bordo di una nave cargo di proprietà russa battente bandiera moldava. La Rhosus, secondo le informazioni del sito di tracciamento delle navi, la Fleetmon, era diretta dalla Georgia al Mozambico. Secondo gli avvocati che rappresentano l’equipaggio della nave, il mercantile è stato costretto ad attraccare a Beirut per guasti che sono emersi durante la navigazione.  Una volta riparati i danni i funzionari libanesi hanno impedito alla nave di salpare, così,  alla fine, è stata abbandonata dai proprietari e dall’equipaggio. L’informazione è stata parzialmente confermata dalla Fleetmon.

Il carico pericoloso è stato quindi scaricato e collocato nell’Hangar 12 del porto di Beirut, una grande struttura grigia che si affaccia sulla principale autostrada nord-sud del Paese, all’ingresso principale della capitale.

 Secondo documenti condivisi online, mesi dopo, il 27 giugno 2014, l’allora direttore della dogana libanese Shafik Merhi ha inviato una lettera indirizzata a un “giudice per le questioni urgenti” senza nome, chiedendo di trovare una soluzione per il carico pericoloso,.

Nei seguenti tre anni i funzionari doganali hanno inviato almeno altre cinque lettere – il 5 dicembre 2014, il 6 maggio 2015, il 20 maggio 2016, il 13 ottobre 2016 e il 27 ottobre 2017 – chiedendo istruzioni. Hanno proposto tre opzioni: Esportare il nitrato di ammonio, consegnarlo all’esercito libanese o venderlo alla Lebanese Explosives Company di proprietà privata.

Una lettera inviata nel 2016 notava che non c’era stata “nessuna risposta” da parte del giudice alle loro precedenti richieste.

E così  è stato implorato di nuovo: “Considerato il grave pericolo di tenere stoccate questo materiale nell’hangar in condizioni climatiche non idonee, riaffermiamo la nostra richiesta di chiedere all’agenzia marittima di riesportare immediatamente queste merci per preservare la sicurezza del porto e di coloro che vi lavorano, o di esaminare la possibilità di accettare di vendere questa quantità” alla Lebanese Explosives Company. Anche in questo caso, non c’è stata alcuna risposta.

Un anno dopo, Badri Daher, il nuovo direttore dell’amministrazione doganale libanese, scrive ancora a un giudice. Nella lettera datata del 27 ottobre 2017, Daher lo esorta  a prendere una decisione sulla questione, in considerazione “del pericolo… di lasciare questi beni nel posto in cui si trovano con possibile grave danno per coloro che vi lavorano”. Quasi tre anni dopo, il nitrato di ammonio era ancora nell’hangar.

Una delle lettere di denuncia inviate ai giudici, che non si sono mossi

Il primo ministro libanese Hassan Diab, martedì, ha dichiarato l’esplosione al porto un “grande disastro nazionale” e ha promesso che “tutti i responsabili di questa catastrofe ne pagheranno il prezzo”.

Il presidente libanese Michel Aoun ha definito “inaccettabile” il mancato trattamento del nitrato di ammonio e ha promesso la “punizione più dura” per i responsabili. Ora è stata avviata un’indagine, e la commissione deve riferire le sue conclusioni alla magistratura entro cinque giorni.

Mentre l’esplosione di martedì sembrava essere sbucata dal nulla, molti libanesi si sono affrettati a indicare quelle che ritengono essere le cause profonde: un’immensa cattiva gestione da parte di uno Stato distrutto, gestito da una classe politica corrotta che, secondo loro, tratta gli abitanti del Paese con disprezzo.

Alcuni abitanti di Beirut hanno sottolineato il fatto che questa tragedia sia avvenuta nel porto della città, un servizio pubblico conosciuto localmente come la “Grotta di Ali Baba e dei 40 ladroni”, per l’enorme quantità di fondi statali che sarebbero stati rubati nel corso di decenni.

Le critiche includono l’accusa che miliardi di dollari di entrate fiscali non siano mai arrivati all’erario perché funzionari corrotti sottovalutano il valore delle importazioni con documenti falsi e la sistematica e diffusa truffa usata per sdoganare i container senza pagare le tasse doganali.

“Beirut non c’è più e chi ha governato questo Paese negli ultimi decenni non può farla franca – ha commentato Rima Majed, un attivista politico e sociologo libanese, in un tweet -. Sono criminali e questo è probabilmente il più grande dei loro (troppi) crimini finora”.

Timour Azhari
per Aljazeera

BREAKIG NEWS/Una terribile esplosione a Beirut scuote la città: vittime incalcolabili

BREAKIG NEWS/Una terribile esplosione a Beirut scuote la città: vittime incalcolabili

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Speciale per Africa ExPress
Mohammed Alguzo
4 luglio 2020

Una piccola detonazione  nel porto di Beirut in Libano è stata seguita da una mastodontica  esplosione, che ha provocato un’enorme nuvola di fumo che ha coperto il cielo di tutta laicità.

Resoconti iniziali dell’esplosione portano diverse versioni. Qualcuno ha raccontato che fosse avvenuta un’esplosione in un negozio di fuochi d’artificio, mentre altri hanno riferito di una bomba lanciata da un drone israeliana contro un negozio di armi appartenente a Hezbollah. Secondo un’ulteriore versione, l’ultima, si è trattato di un’esplosione in un serbatoio di gas.

Impossibile per ora un bilancio dell’esplosione. Si ma è saputo che ha perso la vita Nizar Najarian, il segretario del Partito libanese della falange, cioè il partito cristiano”.

Il leader dei drusi Walid Jumblatt e suo figlio sono corsi a casa dell’ex primo ministro Saad Eddin Hariri, per controllare le sue condizioni giacché  l’esplosione è avvenuta accanto alla sua abitazione. Con loro molti leader politici cristiani libanesi. Hariri è il capo politico riconosciuto dei sunniti libanesi figlio di Ibn Rafik Hariri, assassinato oggi nel 2004. Un tribunale internazionale ha accusato dell’omicidio quattro generali della sicurezza libanese, fedeli agli sciiti filoiraniani Hezbollah.

Le perdite economiche e umane non sono ancora quantificate ma sembrano enormi

Secondo il governatore di Beirut, Ziyad Shabeeb, l’esplosione ricorda quella di Hiroshima: decine di persone disperse e un enorme numero di morti e feriti. Le prime dichiarazioni di funzionari libanesi parlano di un’esplosione “prima del suo genere dalla seconda guerra mondiale”. Da Cipro poi hanno confermato che l’esplosione si è sentita anche dall’isola.

Il primo ministro libanese Hassan Diab ha annunciato per domani, giovedì, una giornata di lutto nazionale per onorare le vittime dell’esplosione.Mentre nel frattempo, il ministro degli interni ha diffuso una dichiarazione secondo cui i risultati preliminari dell’indagine sull’esplosione mostrano che sia stata causata da materiali altamente esplosivi che erano stati confiscati anni fa e stoccati in un magazzino. Tesi ripresa dal direttore generale delle dogane secondo cui l’esplosione al porto è stata causata da una fuga di  nitrato d’ammonio.

Dal canto suo il ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato che il suo Paese non ha niente  che fare con l’esplosione di Beirut e ha ritenuto naturale che si sia trattato di un incidente.

Il Pentagono ha manifestato la sua preoccupazione per l’esplosione e i danni causati, mentre il Dipartimento di Stato ha invitato i cittadini americani ad allontanarsi dal luogo dell’incidente e ad uscire dalla capitale.

Gravi danni a causa del botto ha riportato l’ambasciata russa, mentre il ministero degli Esteri kuwaitiano ha invitato i suoi cittadini a evitare di lasciare le loro case.

L’emiro del Qatar ha telefonato al presidente libanese Michel Aoun e ha annunciato l’invio immediato di un ospedale da campo. La Croce Rossa libanese ha dichiarato lo stato di emergenza e allarme pubblico.

Hani Shahin, primario di pneumatologia dell’ospedale governativo di Beirut, raccomanda l’uso di mascherine per proteggersi dalle polveri sottili. Finora i feriti sarebbero oltre 2.500, il numero dei morti è in continuo aumento. Inoltre risultano ancora dispersi una decina di vigili del fuoco.

Il nostro Stato maggiore della Difesa ha confermato che tra i feriti c’è anche un militare italiano della missione UNFIL (United Nations Interim Force in Lebanon). Le condizioni del nostro connazionale non destano preoccupazione.

Secondo gli ultimi aggiornamenti rilasciati dalle autorità di Beirut il numero dei morti è salito a 70, mentre i feriti sono oltre 3.000.

L’Osservatorio di sismologia giordano (Jordanian Seismological Observatory) ha fatto sapere che l’esplosione avvenuta nel porto di Beirut ha avuto una capacità sismica equivalente a 4,5 gradi sulla scala Richter

Mohammed Alguzo

Il miliardario Elon Musk: piramidi costruite dagli alieni. Egitto risponde: allucinazioni

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 agosto 2020

Tutto nasce da un tweet del miliardario Elon Musk che qualche giorno fa ha scritto sul social: “Le piramidi sono state costruite dagli alieni, ovviamente”. Un post ritwittato 87mila volte che ha collezionato 545 mila “like”. La provocazione di Musk è continuata con un secondo tweet: “Ramses II lo era”. Una battuta? Forse, ma che ha creato anche un gran polverone mediatico.

Le piramidi della Piana di Giza in Egitto. Elon Musk ha scritto che sono costruite dagli alieni
Le piramidi della Piana di Giza in Egitto. Elon Musk ha scritto che sono costruite dagli alieni

Il miliardario, chissà se consapevole dello scivolone, ha aggiustato il tiro con un terzo tweet. “La Grande Piramide è stata la più alta struttura costruita da esseri umani per 3800 anni – ha scritto, inserendo un link a Wikipedia. E, con un colpo da maestro, ne ha postato un quarto coinvolgendo la BBC: “Questo articolo della BBC fornisce un riepilogo di come è stato costruita”, seguito da link.

La risposta della ministra egiziana della Cooperazione internazionale

I post su twitter hanno risvegliato i fan degli alieni ma non sono piaciuti per niente all’Egitto, giustamente orgoglioso della sua storia plurimillenaria. La risposta al miliardario sudafricano – naturalizzato americano – è arrivata immediatamente dalla ministra egiziana della Cooperazione internazionale, Rania al-Mashat. Sempre via twitter la ministra ha risposto al proprietario di Tesla e Space X: ”Seguo il tuo lavoro con molta ammirazione. Invito lei e Space X a esplorare gli scritti su come sono state costruite le piramidi. E anche a controllare le tombe dei costruttori di piramidi. Signor Musk, la stiamo aspettando”.

L’irritazione dell’egittologo Zahi Hawass

Il risultato è stato che, il giorno successivo, il grande network britannico ha pubblicato un articolo con il botta e risposta tra il miliardario e la ministra egiziana. Non poteva mancare l’intervento del noto egittologo egiziano, Zahi Hawass, e grande studioso delle piramidi. “Ciò che dici sulle piramidi è una vera allucinazione – ha affermato Hawass irritato in un video su Youtube -. Le piramidi sono state costruite dagli egiziani e ti do subito le prove”.

L’egittologo Zahi Hawass risponde irritato al tweet di Elon Musk

Tutte le tombe intorno alla grande piramide menzionano la piramide Khufu e il faraone stesso. All’interno della grande piramide ci sono iscrizioni che ci raccontano degli operai che hanno costruito queste opere. Ho trovato le tombe dei costruttori di piramidi e dicono a tutti che sono egiziani e non erano schiavi. La piramide era un progetto di tutta la nazione. Ramses II era un egiziano di Sharqia e tutta la sua famiglia ha guidato l’Egitto”. E conclude: “Tutto ciò che hai detto è sbagliato e allucinante”.

Elon Musk per quattro giorni sui media internazionali

Intanto, per due giorni, si è parlato del viaggio di ritorno sulla Terra della Space X Crew Dragon di Elon Musk. Il ritorno a casa dei due astronauti della Stazione spaziale internazionale, Bob Behnken e Doug Hurley, è stato un successo. Il primo ammaraggio dal 1975 e, questa volta, con una navicella privata.

Probabilmente Musk ha letto i libri di Peter Kolosimo e gli deve essere piaciuto il film Stargate di Roland Emmerich. Per la polemica degli alieni costruttori delle piramidi innescata dal miliardario, i media hanno parlato di Musk per quattro giorni. Visto come è andata – e il risultato raggiunto – viene da pensare che forse era tutto calcolato dal suo ufficio stampa.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini:
-Vista aerea delle piramidi di Giza e la necropoli, Egitto (12 dicembre 2008) Robster1983 at English Wikipedia
File utilizzabile sotto Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication

Aiuti militari italiani alla Libia, mentre i migranti continuano a marcire nei lager

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
3 agosto 2020

Piovono aiuti militari italiani in Libia nonostante l’escalation del conflitto interno e le inaudite violente perpetrate a danno di civili e migranti. Nel corso di una cerimonia tenutasi a Tripoli, il contingente delle forze armate assegnato alla Missione bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia (MIASIT) ha consegnato al Genio militare dell’Esercito libico un lotto di metal detector di produzione italiana. “La donazione si colloca nei compiti assegnati a MIASIT per la stabilizzazione della Libia e che, in questo particolare momento storico, garantisce un supporto tecnico per coadiuvare le operazioni libiche di bonifica e rimozione degli ordigni esplosivi, mine e residui bellici unitamente a sessioni di addestramento specifico a favore degli artificieri addetti alla ricerca e ad attività di monitoring and accompanying”, riporta il Ministero della Difesa italiano.

Maurizio Fronda, a sinistra e Abdul Nasser Ghouman, a destra durante la cerimonia di consegna di metal detector

Alla cerimonia di consegna delle apparecchiature erano presenti il Comandante della Missione bilaterale di Assistenza, generale Maurizio Fronda e i Genieri militari dell’8° Reggimento Guastatori paracadutisti “Folgore” giunto a Tripoli per la formazione del personale libico. Nel ringraziare le autorità italiane per i metal detector, il colonnello Abdul Nasser Ghouman, comandante del Genio Militare, ha ribadito la necessità di rafforzare ulteriormente la collaborazione italo-libica “in termini di formazione, aggiornamento e fornitura di materiali e equipaggiamenti utili”.

MIASIT ha preso il via l’1 gennaio 2018 con lo scopo di fornire assistenza e supporto al Governo di Accordo nazionale libico con sede a Tripoli, riconfigurando, in un unico dispositivo, le attività previste dall’ex Operazione Ippocrate e alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica. “La nuova missione interforze è intesa a incrementare le capacità delle Forze di Sicurezza libiche in un’ottica di stabilizzazione del paese e di contrasto al terrorismo e ai flussi migratori illegali”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa.

Il contingente italiano oltre ad addestrare le forze militari e di sicurezza libiche collabora al ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e aerei a disposizione del Governo di Accordo nazionale. Le diverse unità svolgono in particolare compiti di ricognizione, formazione, consulenza, assistenza e supporto, rilevazioni contro minacce chimiche-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), supporto sanitario. Un team opera inoltre a Mitiga (Tripoli) per ripristinare le infrastrutture dell’aeroporto militare.

Attualmente sono impiegati nella Missione di Assistenza e Supporto in Libia 400 militari, 142 mezzi terrestri, 2 aeromobili e le unità navali del dispositivo nazionale Mare Sicuro. Per l’anno in corso, le Camere hanno autorizzato la spesa di 47.856.596 euro (19.896.362 per il personale e 27.960.234 per le attività operative, il supporto logistico, il funzionamento dei mezzi militari, ecc.).

In questi giorni, il governo italiano ha anche reso noto di aver aumentato il proprio contributo economico al Programma Congiunto di Polizia e Sicurezza (PSJP) in Libia, coordinato dall’agenzia delle Nazioni Unite UNDP in partnership con la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e il Ministero della Giustizia libico. Si tratta di un finanziamento aggiuntivo di circa 1,3 milioni di euro, che porta il totale delle risorse provenienti dall’Italia a 2.797.825 euro. Il Programma PSJP ha preso il via nel 2017 ed è volto a “migliorare la fornitura di servizi per la popolazione locale, attraverso una polizia più efficace e orientata alla comunità e servizi di Stato di diritto”. Contribuiscono al programma, insieme all’Italia, Germania, Paesi Bassi e Stati Uniti d’America.

Lo scorso 16 luglio il Parlamento italiano ha inoltre prorogato sino alla fine del 2020 la partecipazione del contingente della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri alla Missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera della Marina libica.

Il provvedimento è stato duramente criticato dalle reti antirazziste e dalle organizzazioni non governative che operano in difesa dei diritti umani. “Il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica ha tristemente riaffermato la complicità del governo italiano ad un sistema di torture e violazioni dei diritti umani”, ha dichiarato la sezione italiana di Amnesty International. “Con l’obiettivo di ridurre il numero di rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa, il nostro Paese continua a non farsi scrupolo di condannare queste persone a morire in mare o a soffrire trattamenti inumani a terra, una volta consegnati ai centri di detenzione libici”.

“La profonda delusione – aggiunge Amnesty – per la riconferma della collaborazione con la cosiddetta guardia costiera libica è aggravata dalla constatazione che tale decisione sia stata presa dal governo italiano nella piena consapevolezza dell’impatto di queste politiche di esternalizzazione sulle vite di migranti e rifugiati: esposti a torture, sfruttamento, violenze, abusi e altre gravi violazioni dei diritti umani; ignorando l’evidenza, recentemente riaffermata anche dalle Nazioni Unite, che la Libia non possa essere considerata un porto sicuro”.

Lager libici

Nel ribadire l’urgenza di proteggere i diritti umani di migranti e rifugiati, Amnesty International Italia ha chiesto al governo Conte di “ritirare il vergognoso memorandum siglato con la Libia, evacuando in un luogo sicuro le persone attualmente trattenute nei centri di detenzione e decretandone la chiusura”. Sono state richieste inoltre risorse adeguate per le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale e l’attivazione di “percorsi sicuri e legali, come ad esempio i corridoi umanitari, per raggiungere l’Europa”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Il Kenya riapre gli aeroporti e la compagnia di bandiera riprende i collegamenti internazionali

Africa ExPress
3 agosto 2020

Sabato mattina alle 04.05 è partito il primo aereo dall’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta, Nairobi Kenya, alla volta dell’Etiopia. Mentre il primo volo proveniente dall’estero, precisamente da Kigali, Ruanda, è atterrato alle 11.30 nella capitale keniota.

Giacchè i voli nazionali sono stati ripristinati a metà luglio, lo scalo aveva chiuso tutti collegamenti internazionali per i passeggeri alla fine di marzo, una delle molte misure adottate per contrastare l’espandersi di Covid-19.

Allan Kilavuka, amministratore delegato di Kenya Airways, ha fatto sapere che la compagnia inizierà a coprire 27 destinazioni, che ben presto diventeranno 30. Magari potremmo aumentare la frequenza di alcuni voli, ma ciò dipende dalla richiesta dei passeggeri”.

Kilavuka a precisato che il 2020 è comunque un anno da dimenticare. Infatti la pandemia ha toccato in modo particolare i bilanci di tutte le compagnie aree e i vettori africani hanno già messo in conto perdite che si aggirano sopra i sei miliardi di dollari.

Il mese scorso Kenya Airways ha licenziato 650 dipendenti tra piloti, personale di cabina, tecnici e staff assunto di recente. “Ci è davvero dispiaciuto dover prendere queste misure. Tutti erano ottimi collaboratori, hanno sempre svolto i loro compiti con professionalità, ma semplicemente non siamo più in grado di pagare i loro stipendi”, ha sostenuto l’amministratore delegato.

La compagnia aerea keniota navigava già in cattive acque ben prima della pandemia. Per il 2019 sono state registrate perdite per 120 milioni di dollari.

La borsa di Nairobi ha sospeso a luglio il trading dei titoli della compagnia di bandiera per tre mesi, in quanto il governo ha presentato in Parlamento un progetto di legge per la nazionalizzazione del vettore keniota.

Africa ExPress
@africexp
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Zimbabwe: dissidenti (tra cui una scrittrice) in galera. Morti in ospedale 7 neonati

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 agosto 2020

Era finita in manette anche Tsitsi Dangarembga, scrittrice zimbabwese, con in tasca una nomination per il prestigioso premio letterario Booker Prize edizione 2020, uno dei più ambiti riconoscimenti letterari internazionali. E’ stata rilasciata ieri sera insieme a altri 11 dimostranti, ma dovranno presentarsi davanti al giudice il 18 settembre, perchè accusata di istigazione alla violenza e violazione delle norme sanitarie volte a arginare Covid-19.

Tsitsi Dangarembga, scrittrice

La sessantunenne scrittrice era stata caricata su un camioncino delle forze dell’ordine insieme a altri manifestanti e portata in un commissariato di polizia di Harare, la capitale dello Zimbabwe. Il governo aveva annunciato giorni prima: “La marcia di protesta annunciata per venerdì è un grave atto di insurrezione”.

Partiti dell’opposizione e organizzazioni della società civile avevano chiesto alla popolazione di scendere nelle piazze e nelle strade per protestare contro la galoppante corruzione e l’inflazione che ha raggiunto il 700 per cento.

Ma il centro di Harare era praticamente deserto, altrettanto quello di Bulawayo, la seconda città dello Zimbabwe. Poliziotti e militari ovunque, impossibile sfilare in massa. Gli organizzatori non si sono arresi e hanno portato avanti la loro protesta pacifica nelle periferie. I più indossavano magliette o portavano cartelloni con la scritta: #ZanuPFMustGo (il partito al potere, Zanu PF se ne deve andare n.d.r.).

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

Già nei giorni precedenti alla manifestazione alcuni sindacalisti e giornalisti sono stati arrestati. Altri oppositori sono fuggiti, perchè ricercati dalla polizia. Insomma il presidente Emmerson Mnangagwa, al potere dal 24 novembre 2017, dopo la caduta del suo storico predecessore ormai deceduto, Robert Mugabe, non tollera obiezioni. Chi lo contesta finisce in galera.

Tra gli arresti eccellenti c’era anche Fadzayi Mahere, avvocato e portavoce del maggiore partito all’opposizione, Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC). Le forze dell’ordine l’avevano fermata perchè manifestava con un cartellone chiedendo giustizia per i giornalisti sbattuti in galera e l’apertura immediata di un’inchiesta per mettere fine agli scandali di corruzione. E la scrittrice conosciuta a livello internazionale, Tsitsi Dangarembga, aveva fatto la stessa fine di Mahere e altri.

Harare, polizia blocca manifestanti

Venerdì sera molti organizzatori hanno chiesto di continuare le proteste durante tutto il fine settimana.
Entro la fine dell’anno, il 60 per cento della popolazione avrà bisogno di assistenza alimentare. 8,6 milioni di persone si troveranno in stato di necessità a causa dei cambiamenti climatici – siccità e invasione di cavallette – recessione e pandemia.

Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha lanciato un appello il 30 luglio scorso e ha chiesto aiuti per 213 milioni di euro per poter far fronte a questa crisi senza precedenti.

Il lockdown per arginare la propagazione del temibile virus ha messo in ginocchio innumerevoli famiglie nelle città, dove sono rimaste senza lavoro e quindi senza entrate. Mentre nelle zone rurali la situazione è ancora peggio. Gran parte delle persone che si erano trasferite nei centri urbani sono tornate a casa e ora, non solo i residenti sono aumentati, ma manca anche l’apporto finanziario di chi era partito in cerca di fortuna nelle grandi città del Paese.

Inoltre, a causa della siccità, anche il raccolto di quest’anno è stato infruttuoso e questo per la terza volta di seguito. La produzione di mais è diminuita del 50 per cento rispetto allo scorso anno e a causa dell’inflazione galoppante i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati in modo spropositato, inaccessibili per la maggior parte dei zimbabwesi.

Ad Harare il prezzo del mais è più che raddoppiato in poco più di un mese e molte madri di famiglia non riescono a mettere in tavola un cibo decente nemmeno una volta al giorno. Le famiglie sono disperate e iniziano a vendere beni preziosi pur di mangiare. Inoltre, il sistema sanitario già fragile, è allo stremo e Covid-19 continua la sua folle corsa. Ufficialmente sono stati registrati 3.169 casi e 67 decessi.

Harare, Zimbabwe, 7 bébé nati morti in una sola notte

Lunedì, nell’ospedale centrale di Harare sono venuti al mondo 7 neonati morti in una sola notte. Le emergenze non riescono a essere seguite nei tempi previsti per la mancanza cronica di personale. Gran parte delle infermiere e dei paramedici sono in sciopero in tutto il Paese, in quanto mancano le protezioni contro la pandemia.

Un medico ha detto che la morte dei piccoli non è che “la parte che emerge dall’iceberg”. E recentemente proprio il settore sanitario è stato al centro di uno scandalo legato al coronavirus: è stato scoperto che contratti di svariati milioni di dollari sono stati gonfiati per l’acquisto di equipaggiamento di protezione. Il ministro della Sanità, Obadiah Moyo, è stato silurato e arrestato a fine giugno per corruzione. Ora è libero su cauzione in attesa del processo.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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#Coronavirus Zimbabwe: arresti, sparizioni extragiudiziali, torture

L’Africa orientale invasa dalle cavallette: responsabili i cambiamenti climatici

Africa-Cina, la camera di commercio promuove cultura e prodotti del continente nero

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
1°agosto 2020

La Camera di Commercio Africana (AFCHAM) è un’organizzazione commerciale non-profit, che mira a rafforzare i legami commerciali tra l’Africa e la Cina. L’attuale Presidente, D. Nkwetato Tamonkia, è in Cina dal 2005. Il suo talento nella leadership gli ha permesso di eccellere nel settore dell’istruzione, delle organizzazioni non governative e degli affari internazionali pubblici.

D. Nkwetato Tamonkia, presidente AFCHAM

Presidente, quando è entrato a far parte della Camera di Commercio Africana? «Sono parte della Afcham da maggio 2015, ossia dalla sua fondazione. La nomina di Presidente è solo un titolo di rappresentanza, ciò che conta è essere un membro attivo e contribuire nel modo giusto. La dirigenza è comunque impegnativa: si lotta tra mantenere bassi i costi e realizzare progetti di alta qualità. Poiché rappresentiamo un intero Continente, qualsiasi cosa realizzata è valutata dai 54 Paesi africani».

In che modo Afcham promuove gli interessi delle comunità africane in Cina? «Abbiamo temi all’ordine del giorno e preferiamo cooperare con persone, organizzazioni e servizi governativi consci del lavoro che svolgiamo. La nostra prima missione in Cina è stata raggruppare africani di ogni ceto sociale. Contattare diplomatici, imprenditori, insegnanti, studenti, ecc., spiegando loro quanto è importante riferirsi a noi per reti commerciali, tirocini, posti di lavoro, eventi culturali e quant’altro».

Come contribuite a migliorare le relazioni sino-africane?  «Facilitiamo gli investimenti da parte delle aziende cinesi in Africa, studiando le probabilità di riuscita dei progetti, tessendo la rete di contatti necessaria, conducendo e mediando colloqui tra entità cinesi e africane, e assicurandoci che gli accordi siano equi. Abbiamo condotto missioni commerciali cinesi in diversi Stati africani, e abbiamo facilitato l’introduzione di alcuni prodotti africani in Cina, come nel caso di legno, caffè, vini, cacao, sesamo».

Qual è il ruolo di Afcham nella promozione della cultura africana in Cina? «Festeggiamo l’Africa Day ogni anno, evento in cui emergono vari aspetti culturali come musica, danza, cibo, moda e arte. Sponsorizzare i nostri costumi in Cina non è semplice, a causa di certi pregiudizi che esistono nel Paese. Le organizzazioni, i governi e i cittadini devono impegnarsi per promuovere un’immagine positiva e reale del Continente africano, utilizzando gli strumenti mediatici che abbiamo a disposizione. Dovremmo essere noi stessi a raccontare la nostra storia».

D. Nkwetato Tamonkia, AFCHAM durante il suo intervento al Global Forum

Quali sono le vostre potenzialità e sfide nel contesto finanziario e istituzionale cinese? «Le potenzialità sono enormi tanto quanto le sfide. La principale risorsa della Cina è l’elevato numero di abitanti. Pertanto, in termini finanziari, il maggior potenziale è la possibilità di assunzione che ogni azienda dà a milioni di persone, ma la sfida è competere con altrettanti milioni di aziende. Le istituzioni qui ti giudicano in base alle tue finanze. Il denaro ti apre le porte e parla a tuo nome. Questa è la Cina».

Recentemente, come riportato dai media internazionali, nella città cinese di Guangzhou molti africani hanno subito discriminazioni razziali durante l’epidemia di COVID-19. Come crede che le comunità africane possano integrarsi meglio in Cina? «Gli incidenti di Guangzhou sono stati un grande shock per molte persone in Cina e all’estero. Ma ogni africano che ha vissuto in Cina per molti anni può raccontare episodi in cui si è sentito discriminato. Ovviamente questo non riguarda solo la Cina, e l’avvento del COVID-19 ha mostrato il lato bruto dell’umanità a livello globale. In questo caso, spetta ai diplomatici dei Paesi africani ascoltare le grida dei cittadini. La loro realtà in Cina è sicuramente diversa da quella vissuta da un commerciante africano a Guangzhou. La vera amicizia tra Cina e Africa non può continuare ad essere solo una questione governativa. In Cina, per esempio, gli africani sono gli unici a non poter insegnare l’inglese. Siamo ancora lontani dal raggiungimento di una totale inclusione delle persone africane a livello sociale».

Quali sono i suoi suggerimenti per i giovani africani interessati a iniziare un’esperienza accademica o professionale in Cina? «I giovani africani che studiano in Cina attualmente sono circa 60.000. Chi ha risposte e motivazioni giuste, al di là di quale sia il suo lavoro, può sicuramente affrontare un’esperienza in suolo cinese. Ma anche i giovani che lavorano già in Cina, ogni giorno dovrebbero chiedersi: Cos’è veramente una casa? Perché non sono a casa? Lasciare la propria terra per arricchirsi in esperienze e professionalità, significa anche poterci tornare per migliorarla. AFCHAM rappresenta un “trampolino” per giovani africani che aspirano a un futuro migliore».

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it