#Coronavirus Zimbabwe: arresti, sparizioni extragiudiziali, torture

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 giugno 2020

“Non è in atto nessun colpo di Stato nello Zimbabwe. Il governo è stabile. E’ assolutamente falsa la notizia che il presidente Emmerson Mnangagwa stia per essere rimosso dal suo incarico”. Lo hanno affermato i ministri della Difesa, Sicurezza dello Stato, Affari Interni e i capi della Sicurezza durante una conferenza stampa congiunta che si è tenuta ieri a Harae, la capitale del Paese, mercoledì.

Voci di un imminente golpe sono circolate nelle ultime settimane sui social media; il Consiglio della Sicurezza Nazionale ha smentito categoricamente il fatto, accusando alleati dell’ex presidente Robert Mugabe – deposto nel novembre 2017, e morto lo scorso settembre all’età di 95 anni – e membri dell’opposizione di aver fatto girare notizie in tal senso. Il governo ha puntato anche il dito contro alcuni leader religiosi perchè avrebbero diffuso profezie ingannevoli.

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

Già a marzo Mnangagwa aveva preso misure drastiche per evitare l’espandersi della pandemia e ancora sono in atto misure severe, anche se pochi giorni fa si è passati alla fase 2, che ha permesso alla maggior parte delle fabbriche e società di servizi e altri a riprendere le attività.

Malgrado ciò, a molte persone è stato negato l’accesso al centro di Harare, la capitale del Paese e oltre 1.300 sono state arrestate nel giro di poche ore. Il capo delle forze dell’ordine, Paul Nyathi, ha giustificato i fermi con il fatto che la maggior parte degli arrestati non indossavano le mascherine, mentre altri non avevano osservato le norme che vietano assembramenti e altro.

Dal 31 marzo, con l’inizio del lockdown che impone anche un coprifuoco, sono finite dietro le sbarre migliaia zimababwiani, tra questi anche figure di spicco che nel 2018 avevano contestato i risultati elettorali di Mnangagwa.Si tratta di tre donne, Joana Mamombe, Cecilia Chimbiri e Netsai Marova, la prima è deputata dell’opposizione, le altre due attiviste, sono state sbattute nelle putride galere del Paese con l’accusa di aver partecipato a proteste nel mese di maggio.

Joana-Mamombe, deputato del partito all’opposizione

Hanno affermato essere state torturate, costrette a bere urina e di aver subito violenze sessuali dalla polizia. Tutte e tre sono poi state trasferite in ospedale con evidenti ferite ovunque. Secondo quanto riferito da Fadzai Mahere, portavoce del partito di opposizione, Movement for Democratic Change Alliance, sono state imprigionate nuovamente. Secondo gli inquirenti le signore avrebbero raccontato solo bugie.

Il nuovo fermo è avvenuto dopo le denunce di 9 relatori speciali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Gli esperti del Palazzo di Vetro hanno sottolineato che sparizioni forzate volte a sopprimere proteste e dissensi non sono rari in Zimbabwe. Questa tattica è stata praticata sovente sotto il regime di Mugabe ed ora anche da questo governo. Solo lo scorso anno sono stati segnalati ben 49 casi di sparizioni e torture.

Attualmente i casi di coronavirus sono 320, le vittime 4 e i guariti 49. La situazione generale del Paese è catastrofica, l’economia è in ginocchio. Secondo gli ultimi rapporti di Zimbabwe Humanitarian Response Plan, ben 7 milioni di persone si trovano in grave insicurezza alimentare contro i 5.9 dell’agosto 2019.

Cornelia I. Toelgyes
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@cotoelgyes