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sabato, Aprile 4, 2026

Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile

Keith Richburg è stato corrispondente del Washington...

Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Africa ExPress 2 aprile 2026 I primi di dicembre...

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli 1° aprile 2026 In...
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Eritrea, an out cry which has been given deaf ears and blind eyes

Special for Africa ExPress
The refugees from Negad detention centre Djibouti
Nairobi, 21 January 2014

The detained people in Negad refugees camp in Djibouti (the majority of them are from Eritrea) wrote this appeal to Africa ExPress. The people detained in the camp (120 refugees) escaped from one of the most terrible and authoritarian regime in the world, described by many organizations as an hell. This message that we publish is coming from inside the prison and has been sent to us under very difficult and eventful means. The people who sent us this story asked us to share widely.
Africa ExPress

La draconiana legge antigay varata in Nigeria mette tutti d’accordo: cristiani e musulmani

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Nostro Servizio Particolare
Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2014
La Nigeria è una confederazione di 36 stati; i cristiani rappresentano il 40 per cento della popolazione, i musulmani il 50 per cento, mentre gli animisti il 10 per cento. Molto spesso i vari gruppi religiosi sono in lotta tra loro. Migliaia di morti ogni anno (vedi anche nostri articoli su africa-express.info: Boko Haram e altre guerre di religione), ma questa volta sono tutti – o quasi – d’accordo: il 90 per cento della popolazione nigeriana – secondo un sondaggio – è contraria alle unioni tra persone dello stesso sesso.

Forte dell’opinione pubblica, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha firmato le nuove draconiane norme anti-gay nei giorni scorsi. “Questa legge è in linea con ciò che il nostro popolo ha espresso. Rappresenta i nostri credo religiosi, i nostri valori e la nostra cultura”, conferma Reuben Abati, portavoce del presidente.gay con magliette

La corruzione sfrenata è endemica nel Paese, ma il presidente non ci pensa neanche a varare una legge che possa severamente punirla. No, la priorità sono le norme per colpire gli omosessuali, mentre il Paese è governato da una classe politica rapace quanto imbelle.

Amensty Internatonal ed altri gruppi che operano nella difesa dei diritti umani hanno subito preso posizione. E’ una legge discriminante che porta conseguenze catastrofiche per gay, lesbiche, bisessuali, trans. La legge prevede fino a 14 anni di detenzione per coloro che contraggono unioni dello stesso sesso anche all’estero e 10 anni per coloro che sono iscritti ad associazioni gay o mostrano la loro “diversità” in pubblico.

Anche il segretario generale dell’ONU Ban-Ki-Moon ha espresso le sue preoccupazioni a proposito delle leggi anti-gay nigeriane e sottolinea che la minoranza dei cittadini con preferenze sessuali diverse sono a rischio di non poter usufruire dei diritti civili essenziali.

La polizia dello stato del Bauchi ha già arrestato 11 uomini gay nelle ultime settimane, come confermato dal capo della commissione per la Sharia, Mustapha Baba Ilea, il quale però sottolinea (bontà sua) che nessuno di questi 11 uomini è stato torturato o picchiato.Goodluck Jonathan sul podio

Mentre Dorothy Aken’Ova, direttore esecutivo dell’International Centre for Reproductive Health and Sexual Rights, centro che, tra l’altro, da anche assistenza legale agli omosessuali, riferisce che durante il periodo di Natale la polizia ha arrestato quattro uomini, torturandoli, per estorcere nomi di altri, appartenenti a gruppi ed organizzazioni gay.

Non ha dato dettagli sulle torture subite dai detenuti, ma aggiunge che nel frattempo ne sono stati arrestati altri 38 e altri 168 sono ricercati.

La Nigeria è un paese con una forte incidenza di AIDS. I più colpiti sono i cittadini con preferenze sessuali diverse. Con la nuova legge i sieropositivi potrebbero non poter più accedere alle cure essenziali, alla prevenzione, senza essere segnalati.

Siamo tornati al periodo dell’Inquisizione in molti paesi africani. Inquisizione in chiave moderna, i risultati saranno forse anche peggiori.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

Navi libiche contro i migranti. Paga l’Italia

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Antonio Mazzeo
15 gennaio 2014
Sei milioni e mezzo di euro in nove mesi per addestrare gli uomini della Guardia costiera libica a contrastare le imbarcazioni di migranti in fuga dal continente africano. È quanto è stato stanziato dal governo Letta con i due decreti approvati, rispettivamente, il 5 dicembre 2013 e il 10 gennaio 2014, e che hanno consentito di prorogare la partecipazione delle forze armate e di polizia italiane in missioni operative all’estero.

Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile

Keith Richburg è stato corrispondente del Washington Post
da Haiti, Nairobi e Seul. Poi vicedirettore.
Ora è membro del Comitato editoriale
del Washington Post, e ha dato il consenso per pubblicare
questo editoriale uscito sul quotidiano americano.

Keith B. Richburg
EDITODIALE
dal Washington Post
Keith B. Richburg*
Washington, 14 febbraio 2025
(Original version in English at the end)

Una delle domande più sconcertanti della guerra in Iran è stata perché così tante persone, sia nell’amministrazione Trump che tra gli opinionisti, pensassero che il regime sarebbe crollato non appena fossero stati uccisi i suoi più alti funzionari militari e politici.

La risposta sta in un errore di categorizzazione comune: non tutti gli Stati autoritari sono dittature fragili.

Ho visto la mia parte di dittature crollare dopo la decapitazione. L’ho visto ad Haiti, dove ho iniziato la mia carriera di corrispondente estero seguendo la caduta del “presidente a vita” Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier nel 1986; il Paese cadde in una violenta anarchia che persiste ancora oggi.

All’inizio degli anni ’90 ho assistito al caos lasciato in Somalia dopo la caduta del dittatore Mohamed Siad Barre. Lo Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è ancora uno Stato parzialmente fallito anni dopo la fuga di Mobutu Sese Seko.

Quando quei regimi dittatoriali sono crollati, è stato perché il dittatore aveva svuotato tutti i normali organi dello Stato. Poiché il potere era concentrato nelle mani di un solo uomo, tutte le altre istituzioni si sono semplicemente atrofizzate.

Ma il più delle volte i regimi autoritari sono profondamente istituzionalizzati. Possono governare le loro popolazioni con spietata efficienza perché sono radicati in ogni provincia, città e villaggio. Possono sopravvivere alla destituzione del leader perché il regime è decentralizzato, costruito per durare e sostenuto da una vasta élite il cui potere e la cui ricchezza dipendono dalla sopravvivenza del sistema.

Si pensi alla Cina. Il presidente e segretario generale del Partito Comunista, Xi Jinping, ha accumulato più potere di qualsiasi altro leader cinese dai tempi di Mao Zedong. Ma il Partito Comunista Cinese conta circa 100 milioni di membri ed è profondamente radicato in ogni villaggio, aula scolastica e fabbrica.

La Cina ha avuto la sua dose di turbolenze al vertice; mi trovavo a Pechino nel 2012 quando il carismatico capo del partito di Chongqing, Bo Xilai, fu destituito e successivamente incarcerato, in parte perché sospettato di complottare per far deragliare l’ascesa di Xi. I social media cinesi erano pieni di voci incontrollate su tentativi di colpo di Stato con carri armati nelle strade.

Nonostante il tumulto di quell’episodio relativamente recente, esso mette in luce il paradosso degli Stati autoritari. Se Bo avesse avuto la meglio su Xi, il sistema si sarebbe molto probabilmente ricostituito attorno al nuovo leader. La posta in gioco è semplicemente troppo alta perché l’intero sistema crolli a causa di una lotta per la leadership. Se Xi venisse rimosso domani, il Partito Comunista in Cina andrebbe avanti.

Un errore che gli osservatori commettono spesso — e mi annovero tra coloro che lo hanno commesso in passato — è quello di personalizzare i regimi e semplificare eccessivamente questioni geopolitiche complesse. Se solo questo o quel leader venisse rimosso, il Paese si trasformerebbe. Purtroppo, non è così che funzionano le cose.

Nel 2011 vivevo a Pechino quando il leader nordcoreano, Kim Jong II, morì inaspettatamente. Ho intervistato vari analisti cinesi e occidentali che erano ottimisti sul fatto che la morte di Kim avrebbe portato a riforme e alla modernizzazione di quel Paese notoriamente chiuso.

Molti ritenevano che il figlio ed erede di Kim, Kim Jong-un, fosse troppo giovane e inesperto per tenere le redini del potere a lungo. Altri dicevano che il giovane Kim aveva studiato in Svizzera, il che probabilmente lo aveva reso più aperto e meno dogmatico.

Il mio articolo sul Washington Post era intitolato: “Con la morte del vecchio Kim, alcuni vedono una finestra di opportunità per il cambiamento in Corea del Nord”. Che il giovane Kim sia stato trasformato dal sistema che ha ereditato o che abbia ricevuto tutta la formazione necessaria ai piedi di suo padre, la Corea del Nord è rimasta sostanzialmente la stessa: uno Stato totalitario ereditario con un culto della personalità pervasivo, vasti campi di prigionia politici e un controllo estremo delle informazioni — e armi nucleari.

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

Un altro regime che pensavo dipendesse esclusivamente da un solo uomo era la dittatura trentennale di Robert Mugabe in Zimbabwe. Sotto Mugabe, un tempo acclamato combattente per la libertà, lo Zimbabwe era ormai in rovina economica negli anni 2000. Nel 2017, all’età di 93 anni, il fragile Mugabe è stato arrestato dai militari e costretto a dimettersi.

Gli zimbabwani erano euforici. Lo ero anch’io, da lontano. Ma più di otto anni dopo, lo Zimbabwe è ancora nello stesso caos sotto un nuovo dittatore “Big Man”, Emmerson Mnangagwa, ex capo dei servizi segreti di Mugabe e noto come “il Coccodrillo”. Il nuovo presidente aveva promesso un cambiamento. Ma a 83 anni è ancora al comando, e il sistema repressivo rimane praticamente intatto.

Israele ricorre da tempo alla strategia della “decapitazione” per eliminare i propri nemici. Uno di questi era lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas a Gaza, ucciso nel 2004 da un attacco missilistico israeliano. I funzionari israeliani si vantavano che l’assassinio avrebbe ostacolato la capacità di Hamas di compiere futuri attacchi terroristici.

Keith, dopo aver seguito il genocidio in Ruanda, ha scritto questo libro che ha suscitato parecchie polemiche.

Avevo intervistato Yassin nel suo ufficio a Gaza City quattro anni prima. Rimasi sbalordito nell’incontrare un tetraplegico malaticcio su una sedia a rotelle, la cui voce era così flebile che riuscivo a malapena a registrarla sul mio registratore. Quella figura fragile che avevo incontrato non poteva certo rappresentare l’intera essenza di Hamas. E, come previsto, Hamas non solo continuò a esistere, ma divenne ancora più feroce ed estremista sotto la nuova leadership.

La lezione da trarne è che la destituzione dei regimi autoritari profondamente istituzionalizzati spesso non crea un vuoto. Può scatenare una lotta di potere. Ma alimenta anche la vendetta.

Secondo quanto riferito, il presidente Donald Trump si è detto sorpreso che l’Iran abbia risposto all’uccisione del suo leader supremo non con la capitolazione, ma con la rappresaglia. Non avrebbe dovuto esserlo. I nuovi governanti dell’Iran possono essere feriti, paranoici e indeboliti. Ma regimi come quello non svaniscono quando pochi uomini al vertice vengono portati via o fatti saltare in aria. Rimuovere i leader è facile. Smantellare il sistema oppressivo che hanno costruito è molto più difficile.

Keith B. Richburg*
*Keith B. Richburg è diventato membro del comitato editoriale nel 2023. È entrato a far parte di Post Opinions come editorialista di Global Opinions nel 2022. Seguitelo su X@keithrichburg

Photocredit: Washington Post

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Removing a tyrant is easy. Changing a regime is hard.

It’s no surprise Iran didn’t collapse. Security states are meant to last beyond any one leader.

One of the most perplexing questions of the Iran war has been why so many people, both in the Trump administration and among the punditry, thought the regime would collapse as soon as its most senior military and political officials were killed.

The answer lies in a common category error: Not all authoritarian states are brittle dictatorships.

I’ve seen my share of dictatorships fall apart after decapitation. I saw it in Haiti, where I began my foreign reporting career covering the fall of “president-for-life” Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier in 1986; the country fell into violent anarchy that persists today. In the early 1990s I witnessed the chaos left behind in Somalia following the fall of dictator Mohamed Siad Barre. Zaire, now the Democratic Republic of Congo, is still a partially failed state years after Mobutu Sese Seko was run out.

When those dictatorial regimes collapsed, it’s because the dictator had hollowed out all the normal organs of a state. Because power was concentrated into one man’s hands, all other institutions just atrophied.

But more often than not, authoritarian regimes are deeply institutionalized. They can rule their populations with ruthless efficiency because they are embedded in every province, city and village. They can survive the removal of the leader because the regime is decentralized, built to endure and buttressed by a sprawling elite whose power and wealth depend on the system’s survival.

Consider China. President and Communist Party General Secretary Xi Jinping has amassed more power than any Chinese leader since Mao Zedong. But the Communist Party of China consists of roughly 100 million members, and is deeply rooted in every village, classroom and factory. China has seen its share of leadership turmoil; I was in Beijing in 2012 when the charismatic Chongqing party boss Bo Xilai was sacked and later imprisoned, partly because he was suspected of plotting to derail Xi’s ascendancy. Chinese social media was filled with wild rumors of attempted coups with tanks in the streets.

Despite the turmoil of that relatively recent episode, it illuminates the paradox of authoritarian states. Had Bo won out over Xi, the system would in all likelihood have reconstituted itself around the new leader. There simply is too much at stake for the whole system to collapse over a leadership struggle. If Xi were removed tomorrow, the Communist Party in China would carry on.

A mistake observers often make — and I count myself among past offenders — is to personalize regimes and oversimplify complex geopolitical issues. If only such-and-such leader were removed, the country would be transformed. Unfortunately, it’s not how things work.

In 2011, I was living in Beijing when North Korean leader Kim Jong Il died unexpectedly. I interviewed various Chinese and Western analysts who were optimistic that Kim’s death would lead to reform and modernization of the notoriously closed country. Many opined that Kim’s son and heir, Kim Jong Un, was too young and untested to hold the reins of power for long. Others said the younger Kim had studied in Switzerland, likely to have made him more open, less doctrinaire.

My story in The Washington Post was headlined: “With elder Kim’s death, some see window for change in North Korea.” Whether the young Kim was transformed by the system he inherited or whether he received all the relevant upbringing at his father’s feet, North Korea has largely stayed the same: a hereditary totalitarian state with a pervasive cult of personality, extensive political prison camps and extreme information control — and nuclear weapons.

Robert Mugabe, ex president of Zimbabwe

Another regime I thought was solely reliant on one man was Robert Mugabe’s 37-year dictatorship in Zimbabwe. Under Mugabe, a once-heralded liberation fighter, Zimbabwe was by the 2000s in economic shambles. In 2017, at the age of 93, the frail Mugabe was detained by his military and forced to resign. Zimbabweans were jubilant. So was I, from afar. But more than eight years later, Zimbabwe is much the same mess under a new “Big Man” dictator, Emmerson Mnangagwa, who was Mugabe’s former spy chief known as “the Crocodile.” The new president promised change. But at 83, he’s still in charge, and the repressive system remains very much intact.

Israel has long relied on the decapitation strategy to eliminate its enemies. One was Sheikh Ahmed Yassin, the founder and spiritual leader of Hamas in Gaza, who was killed in a 2004 Israeli missile strike. Israeli officials boasted the assassination would hamper Hamas’s ability to conduct future terrorist attacks. I had interviewed Yassin in his Gaza City office four years earlier. I was stunned to meet a sickly quadriplegic using a wheelchair whose voice was so faint, it could barely be picked up on my tape recorder. The frail figure I met could not possibly have been the sum total of Hamas. And sure enough, Hamas not only continued, but became more vicious and extreme under new leadership.

The lesson is that decapitation of deeply institutionalized authoritarian regimes often doesn’t create a vacuum. It may trigger a power struggle. But it also stokes vengeance.

President Donald Trump has reportedly expressed surprise that Iran responded to the killing of its supreme leader not with capitulation but retaliation. He should not have been. Iran’s new rulers may be wounded, paranoid and diminished. But regimes like that don’t fade away when a few men at the top are carted off or blown away. Removing leaders is easy. Dismantling the oppressive system they built is much harder.

The lesson is that decapitation of deeply institutionalized authoritarian regimes often doesn’t create a vacuum. It may trigger a power struggle. But it also stokes vengeance.

President Donald Trump has reportedly expressed surprise that Iran responded to the killing of its supreme leader not with capitulation but retaliation. He should not have been. Iran’s new rulers may be wounded, paranoid and diminished. But regimes like that don’t fade away when a few men at the top are carted off or blown away. Removing leaders is easy. Dismantling the oppressive system they built is much harder.

Keith B. Richburg*
*Keith B. Richburg became a member of the Editorial Board in 2023. He joined Post Opinions as a Global Opinions columnist in 2022. follow on X@keithrichburg

Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Africa ExPress
2 aprile 2026

I primi di dicembre 2025 il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi e il suo omonimo del Ruanda, Paul Kagame, firmavano un trattato di pace a Washington, in presenza di Donald Trump, orgoglioso di aver raggiunto questo obiettivo.

Il documento è stato siglato, certo, ma la pace non è mai arrivata nell’est del Congo-K, martoriato da infiniti conflitti. E ora, malgrado, “l’impegno” in Iran e in Medio Oriente, Washington ha preso nuovamente in mano lo scottante dossier RDC / Ruanda per rilanciare il processo di pace.

Delegazioni di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo nuovamente a Washington per trattato di pace

Poche settimane fa delegazioni di entrambe le fazioni in causa si sono recate a Washington, dove, il 17 marzo si sono svolti i colloqui preliminari bilaterali (Congo-K / USA e Ruanda/USA). Il giorno seguente, invece, si sono riuniti allo stesso tavolo i rappresentanti di Kinshasa, Kigali e Washington, sotto l’egida di Massad Boulos, consigliere per l’Africa del dipartimento di Stato, nonché consuocero di Trump.

Malgrado la fase di stallo del processo di pace, Boulos resta ottimista. Va ricordato che all’inizio di marzo Washington ha applicato restrizioni di visto per alcuni funzionari di Kigali, dopo quelle economiche nei confronti ad alti ufficiali dell’esercito ruandese, perché accusati di sostenere i ribelli nell’est del Congo-K.

Misure concrete 

Tuttavia, secondo Washington, le due parti in conflitto, rappresentate entrambe sia da esponenti militari, sia da altri a livello politico-diplomatico, avrebbero concordato misure concrete circa l’attuazione dell’accordo di pace.

Tra i provvedimenti annunciati anche la revoca delle cosiddette “misure difensive” dei ruandesi in specifiche aree congolesi e operazioni contro FDRL (Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda), gruppo ribelle hutu, originariamente composto da ex autori del genocidio nell’ex protettorato belga.

Finora non è stata fissata alcuna data per l’attuazione di tali disposizioni, tantomeno per quanto riguarda il ritiro delle truppe o il meccanismo di verifica. In poche parole, sulla carta le parti vorrebbero la pace, bisogna poi vedere cosa succede sul campo, visto che fino a oggi tutti tentativi per allentare la tensione sono falliti.

A caccia di combattenti FDRL

Intanto qualcosa si sta muovendo. Pochi giorni fa, Jacques Ychaligonza, vicecomandante dello Stato maggiore generale, è arrivato a Kisangani (nel nord-est del Paese), annunciando un’operazione di ricerca di miliziani di FDRL. “Saranno radunati in un campo militare a Kisangani prima del loro rimpatrio”, ha specificato l’alto ufficiale congolese e ha aggiunto: “I combattenti, volenti o nolenti, dovranno consegnarci le armi, come previsto dall’accordo di pace”.

Combattenti FDRL

Il conflitto nella parte orientale del Congo-K, ricchissima di risorse minerali, continua senza sosta e il gruppo M23/AFC, sostenuto dal Ruanda controlla ancora vaste zone e due città capoluogo: Goma (Nord-Kivu) e Bukavu (Sud-Kivu). Kigali ha sempre negato di appoggiare M23, allo stesso tempo però esercita una forte pressione su Kinshasa affinché intervenga su FDRL.

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.

Non bisogna dimenticare che la RDC è il primo produttore mondiale di cobalto, materiale essenziale per le batterie dei veicoli elettrici. Il sottosuolo del Paese poi detiene, inoltre, almeno il 60 per cento delle riserve mondiali di coltan, minerale strategico per l’industria elettronica. Bocconi ghiotti per gli USA.

Interessi per il sottosuolo

Dunque l’interesse del presidente americano per una pace duratura nella ex colonia belga non è del tutto casuale: vorrebbe garantire alle industrie hig-tech del suo Paese un approvvigionamento di minerali strategici dalla RDC, ricchezze che altrimenti potrebbero andare in mano ai cinesi.

Nel 2008 la Cina aveva siglato, tramite un gruppo di aziende, “il contratto del secolo” con il Congo-K. L’accordo tra i due Paesi è poi stato rivisto più volte per le numerose critiche mosse dalla società civile.

Africa ExPress
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Bombardate in Congo-K le postazioni ribelli: uccisa cooperante francese dell’UNICEF

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
1° aprile 2026

In sole 24 ore molte delle istanze americane su cui si basava la propaganda Occidentale si sono sciolte come la neve al sole, e le trattative e gli scenari sembrano prendere una piega politica decisamente avversa all’asse Usa-Israele (con quest’ultimo che comunque persegue nel frattempo i suoi obiettivi in Libano e in Cisgiordania).

Prima di tutto pare che si siano tutti resi conto che l’uranio iraniano non è – o non potrà esserlo dagli Usa – recuperabile. Trump ha detto alla CBS che “l’uranio arricchito è sepolto così in profondità che sarà molto difficile per chiunque rimuoverlo”. Come a dire: problema sistemato. Sempre che sia vero, ovviamente.

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L’ayatollāh Mojtabā Ḥoseynī Khāmeneī, a sinistra e Donald Trump. L’Iran nega: non ci sono dialoghi in corso con gli USA

D’altra parte il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha smentito formalmente tramite Al Jazeera una trattativa con gli USA (pur essendo lui, insieme al presidente Masoud Pezeshkian dell’ala aperturista).

Il parlamento iraniano dal canto suo martedì ha approvato ufficialmente l’introduzione di un pedaggio per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, in cooperazione con l’Oman. Si tratta di una mossa che formalizza quanto stava già accadendo da alcune settimane, con le petroliere delle nazioni ‘amiche’ fatte passare grazie al pagamento del greggio in Yuan o in valute Brics svincolate dal sistema Swift e dal dollaro.

Stretto di Hormuz

Una mossa che provoca un bagno di realtà su chi possa davvero incidere sulla viabilità della preziosa via commerciale.  E per ribadire il concetto mercoledì l’Iran ha colpito con un missile una petroliera del Qatar bloccandola. Le opzioni degli USA di poter prendere in mano le sorti dello Stretto grazie a una coalizione politica e navale, infatti, si allontanano. E anche l’ipotesi di un intervento di terra – come viene chiamata l’ipotetica invasione che gli USA stanno preparando ammassando uomini e mezzi – non permetterebbe di ‘tenere’ il campo abbastanza a lungo per garantire manu militari una ‘normalizzazione’ Occidentale di Hormuz, soprattutto se abbinata alla tensione nell’altro stretto vitale, su cui è stato in parte dirottato il naviglio, quello di Bab el Mandeb.

Questa oggettiva situazione unita ai prezzi della benzina che negli USA sono schizzati oltre i 4 dollari al gallone per la prima volta in quasi 4 anni, secondo il Wall Street Journal hanno convinto Trump a dire ai suoi consiglieri di essere “pronto a mettere fine all’operazione contro l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso”. Una nuova giravolta.

Sempre martedì la Cnn ha riferito che il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha dichiarato che l’Iran sta consentendo al Paese il transito di navi “sotto bandiera pakistana”, probabilmente garantendo un passaggio sicuro anche a quelle legate alla Cina.

Insomma, i Paesi dell’area stanno privilegiando soluzioni tra attori locali. Ricordo che Cina e Pakistan hanno fortissimi interessi sulla costa e sul commercio navale, con i due porti più grandi dell’Oceano Indiano, Chabahar e Gwandar, essenziali per i due Stati legati alla nuova ‘via della Seta’.

Cina e Pakistan hanno proposto anche un piano in cinque punti per la fine della guerra in Medio Oriente sotto l‘egida dell’ONU. Ma in questo gioco diplomatico, che l’Iran sta conducendo, il ministro degli Esteri iraniano aveva già chiaramente spiegato che “l’Iran non accetterà un cessate il fuoco ma solo la fine della guerra”. Martedì le borse e i mercati hanno scommesso sulla pace ma è probabile che si tratti di rimbalzi speculativi.

Ci sono poi altri problemi per la linea USA: i mercati obbligazionari, che negli USA stanno andando fuori controllo, con tassi di interesse in rialzo (pericolosissimo per chi come gli americani ha 40mila miliardi di debito pubblico-monstre). I costi della guerra, con le scorte di missili intercettori e bombe d’aereo che non possono coprire tempi infiniti a 10 mila chilometri dagli Stati Uniti, sguarnendo per di più Ucraina e Taiwan; il calo dei sondaggi, con i minimi storici per Trump al 36 per cento di gradimento e una riscossa democratica che il 25 marzo ha vinto le elezioni supplettive a Mar-a–Lago, roccaforte Maga. Con le elezioni di Mid -Term in arrivo.

Sembrerebbe una situazione senza uscita. Il timore però è proprio cosa faranno gli Stati Uniti se non riusciranno a ottenere una vittoria. Con discorsi sempre meno sottovoce che parlano di “nucleare tattico” e con il concreto pericolo di “false flag” israeliani come il lancio di “missili iraniani” (che tali non. sono) sulla Turchia.

E la Repubblica Islamica? Ha punti deboli? Potrebbe alla fine accettare comunque un accordo? Hanno ancora moltissimi missili da lanciare (le valutazioni della rivista Jane’s parlavano nel 2024 di circa 100-200mila vettori tra missili e droni – l’Iran ne lancia 50-100 al giorno) e possono aspettare.

Sono però infiltrati dai servizi stranieri, e i loro vertici sono stati massacrati, tanto che oggi chiunque rivesta un vero ruolo di potere è un martire che cammina. Questo, al di là della logica sciita, per la quale può anche essere accettabile, resta un problema per la tenuta del potere interno.

Inoltre, le sanzioni economiche e le distruzioni strutturali rappresentano un incubo, per il Dopoguerra iraniano, dato che in svariati anni i governi che si sono succeduti non hanno mai trovato una formula vincente per risistemare l’economia del Paese. La fine delle sanzioni e ampi risarcimenti per la ricostruzione è quindi innegabile che alletterebbero la Repubblica Islamica.

E così nonostante siano stati attaccati proditoriamente per ben due volte mentre negoziavano, alla fine nulla viene escluso, nemmeno negoziare per la terza volta consecutiva.

Fabrizio Cassinelli
(2 – fine)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La prima perte di questo articolo la trovate qui:

Iran: smentite, conferme e bombardamenti incrociati impediscono la pace

Un’evidente escalation militare sconfessa nei fatti le dichiarazioni politiche, mentre predomina il fondamentalismo religioso. I psdaran: “Hormuz è aperto, l’obiettivo è il suo controllo non la libera circolazione”

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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 marzo 2026

Ci risiamo. Come abbiamo già scritto l’accordo di pace in Sud Sudan è praticamente nullo. La situazione ha iniziato a aggravarsi un anno fa, quando Riek Machar è stato defenestrato come primo vice presidente e poi posto ai domiciliari nel marzo di un anno fa. E’ sotto processo per svariati capi di accusa, tra questi tradimento, omicidio e crimini contro l’umanità.

Già qualche mese fa gli osservatori indipendenti dell’ONU e la missione di Pace del Palazzo di Vetro in Sud Sudan (UNMISS) avevano lanciato un preoccupante allarme su un forte rischio di violenze di massa contro i civili.

Assassini non identificati

Durante questo fine settimana sono morte oltre 70 persone, per lo più civili, trucidati senza pietà in una miniera d’oro da uomini armati non ancora identificati.

La strage è avvenuta nel sito aurifero a Jebel Iraq, nello Stato dell’Equatoria Centrale, che dista una settantina di chilometri dalla capitale Juba,

L’attuale vice presidente, James Wani Igga, ha fatto sapere che sarà aperta un’inchiesta per rintracciare gli assassini e il movente di questo vile attacco. Il bilancio dei morti e feriti è ancora provvisorio, per ora si parla di 73 minatori uccisi, 25 sono rimasti gravemente feriti, mentre altri, secondo quanto ha riferito la polizia, sono ancora dispersi. Probabilmente sono fuggiti nella vicina foresta.

Sud Sudan: massacro in un sito minerario

I racconti dei sopravvissuti sono raccapriccianti. “Mi hanno sparato, mi sono finto morto, solo così mi sono salvato”.

Nessuna rivendicazione

Finora nessun gruppo armato ha rivendicato l’attacco. Il portavoce del Movimento/Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese – In Opposizione (SPLM/A-IO), il cui leader è Machar, ha condannato l’attacco  e ne ha attribuito la responsabilità alle forze governative. “Jebel Iraq si trova in una zona interamente sotto il controllo delle SSPDF (South Sudan People’s Defence Forces, l’esercito regolare sud sudanese). Di conseguenza, la piena responsabilità del massacro ricade su di loro, visto che l’area è monitorata da loro”, ha dichiarato l’opposizione. Ma c’è chi punta ugualmente il dito sugli uomini di Machar di (SPLM/A-IO). Altri parlano di controversie per il controllo del sito aurifero.

La zona mineraria di Khor Kaltan, dove si trova anche il giacimento Jebel Iraq, è stata oggetto di ripetuti attacchi in passato. Per questo motivo il governo aveva sospeso le attività nel 2021, ma sono poi state riprese nell’aprile 2025.

L’estrazione dell’oro nel Sud Sudan è in gran parte non regolamentata. Spesso i governi regionali gestiscono i propri settori in modo indipendente dalle autorità nazionali.

Migliaia e migliaia fuggiti in Etiopia

In base a quanto segnalato dall’UNICEF, dall’inizio di marzo quasi centomila sud sudanesi sarebbero scappati in Etiopia. L’esercito di Juba aveva ordinato ai residenti di lasciare immediatamente Akobo, città nel Jonglei State (nel centro-est del Paese), perchè controllata dall’opposizione.

Sud sudanesi in fuga verso l’Etiopia

I governativi avevano anche chiesto a UNMISS di andarsene, ordine che i caschi blu si sono rifiutati di eseguire.

UNICEF ha fatto sapere che la situazione sanitaria nel Jonglei State è  drammatica. Dall’inizio dell’anno a oggi sono state distrutte 28 strutture sanitarie e nutrizionali. Mentre il sistema sanitario pubblico è devastato da anni di corruzione, dato che circa l’80 per cento dell’assistenza sanitaria in Sud Sudan è garantita da donatori stranieri.

“Secondo alcune segnalazioni, l’ospedale pubblico è stato saccheggiato ed è ora chiuso”, ha sottolineato in una nota l’Agenzia dell’ONU e ha aggiunto: “Chi ha dovuto lasciare le proprie case si trova in una situazione di grave vulnerabilità: un quarto dei bambini sotto i 5 anni soffre ormai di malnutrizione a livelli ‘allarmanti’.

Non conosce pace il più giovane Stato della terra. Dopo la tanto sognata indipendenza, ottenuta dal Sudan nel 2011, solo due anni più tardi è scoppiata una crudele e sanguinosa guerra civile. Decine di migliaia di morti, per non parlare dei milioni di sfollati. Nel 2018 è stato finalmente siglato un trattato di pace tra il presidente Salva Kiir (di etnia dinka) e con il suo allora vice, Riek Machar (un nuer). Dinka e Nuer rappresentano i due maggiori gruppi etnici del Paese.

Recrudescenza delle volenze

Da tempo si assiste a una recrudescenza dei combattimenti – principalmente nello Stato di Jonglei (centro-est) – tra le forze governative, fedeli al presidente Salva Kiir e le milizie dell’opposizione fedeli a Riek Machar. E come spesso accade, le guerre in Africa vengono quasi totalmente ignorate dalla comunità internazionale e dai maggiori media.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Salta l’accordo del 2018: massacri, distruzioni e guerra civile in Sud Sudan

 

Israele pensava di poter fomentare una ribellione all’interno dell’Iran. Sbagliava di grosso

Dal New York Times
Mark Mazzetti*, Julian E. Barnes**, Edward Wong*** e Ronen Bergman****
Washington/Tel Aviv

Mentre gli Stati Uniti e Israele si preparavano a entrare in guerra con l’Iran, il capo del Mossad, il servizio di intelligence estero israeliano, si è era recato dal primo ministro Benjamin Netanyahu con un piano.

A pochi giorni dall’inizio della guerra, ha affermato David Barnea, capo del Mossad, il suo servizio sarebbe stato probabilmente in grado di galvanizzare l’opposizione iraniana, scatenando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto persino portare al crollo del governo iraniano.

Barnea ha presentato la proposta anche ad alti funzionari dell’amministrazione Trump durante una visita a Washington a metà gennaio.

Netanyahu ha adottato il piano. Nonostante i dubbi sulla sua fattibilità tra gli alti funzionari americani e alcuni di altre agenzie di intelligence israeliane, sia lui che il presidente Trump sembravano condividere una visione ottimistica. Uccidere i leader iraniani all’inizio del conflitto, seguito da una serie di operazioni di intelligence volte a incoraggiare un cambio di regime, pensavano, avrebbe potuto portare a una rivolta di massa che avrebbe potuto determinare una rapida fine della guerra.

“Prendete il controllo del vostro governo: sarà vostro”, ha detto Trump agli iraniani nel suo discorso iniziale all’inizio della guerra, dopo aver detto loro che avrebbero dovuto però prima cercare riparo dai bombardamenti.

A tre settimane dall’inizio del conflitto, non si è ancora concretizzata una rivolta iraniana. Le valutazioni dei servizi segreti americani e israeliani hanno concluso che il governo teocratico iraniano è indebolito ma intatto, e che la diffusa paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive sia di una ribellione nascente nel Paese sia di incursioni transfrontaliere da parte delle milizie etniche al di fuori dell’Iran.

La convinzione che Israele e gli Stati Uniti potessero contribuire a istigare una rivolta diffusa è stata un errore fondamentale nei preparativi per una guerra che si è estesa in tutto il Medio Oriente. Invece di implodere dall’interno, il governo iraniano ha resistito e ha intensificato il conflitto, sferrando attacchi e contrattacchi contro basi militari, città e navi nel Golfo Persico, e contro vulnerabili impianti petroliferi e di gas.

Questo resoconto si basa su interviste condotte a oltre una decina di funzionari americani, israeliani e di altre nazionalità, alcuni ancora in servizio e altri ormai ex, la maggior parte dei quali ha parlato sotto forma di anonimato per discutere questioni di sicurezza nazionale e di intelligence durante un conflitto. Il New York Times ha intervistato funzionari con svariate opinioni sulla probabilità di una rivolta.

Dal primo discorso di Trump, gran parte dei funzionari americani hanno smesso di parlare pubblicamente delle prospettive di una rivolta all’interno dell’Iran, ma alcuni continuano a sperare che possa concretizzarsi. Sebbene la sua retorica sia diventata più moderata, Netanyahu continua ad affermare che la campagna aerea americana e israeliana sarà supportata da forze di terra.

“Non si possono fare rivoluzioni dall’alto”, ha detto durante una conferenza stampa giovedì. E ha aggiunto: “Ci deve essere anche una componente di terra. Ci sono molte possibilità per questa componente di terra, e mi prendo la libertà di non condividere con voi tutte queste possibilità”.

«Prendete il controllo del vostro governo», ha esortato il presidente Trump agli iraniani poco dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato gli attacchi in Iran. «Sarà vostro, basta che lo prendiate.» Crediti… Tierney L. Cross/The New York Times

Netanyahu ha anche aggiunto che “è troppo presto per dire se il popolo iraniano sfrutterà le condizioni che stiamo creando affinché scenda in piazza. Spero che sia così. Stiamo lavorando a tal fine, ma alla fine dipenderà solo da loro”.

Dietro le quinte, tuttavia, Netanyahu ha espresso frustrazione per il fatto che le promesse del Mossad di fomentare una rivolta in Iran non si siano concretizzate. In una riunione sulla sicurezza tenutasi pochi giorni dopo l’inizio della guerra, il primo ministro ha sfogato la sua rabbia dicendo che Trump avrebbe potuto decidere di porre fine alla guerra da un giorno all’altro e che le operazioni del Mossad non avevano ancora dato i loro frutti.

Nel periodo precedente al conflitto, secondo quanto riferito da funzionari americani e israeliani attuali ed ex, Netanyahu ha fatto leva sull’ottimismo del Mossad riguardo alla possibilità di una rivolta iraniana per aiutare a convincere Trump che provocare il crollo del governo iraniano fosse un obiettivo realistico.

Molti alti funzionari americani, così come gli analisti dell’agenzia di intelligence militare delle Forze di Difesa Israeliane, l’AMAN, hanno guardato con scetticismo al piano israeliano di una rivolta di massa durante il conflitto. I vertici militari statunitensi hanno detto a Trump che gli iraniani non sarebbero scesi in piazza a protestare mentre gli Stati Uniti e Israele sganciavano bombe. I funzionari dell’intelligence avevano valutato che la possibilità di una rivolta di massa che minacciasse il governo teocratico fosse bassa e dubitavano che l’attacco statunitense-israeliano potesse scatenare una guerra civile.

La Casa Bianca non ha risposto a una richiesta di commento. Tuttavia, un alto funzionario dell’amministrazione ha osservato che nelle sue prime dichiarazioni dopo l’inizio della guerra, Trump aveva detto agli iraniani di rimanere nelle loro case e li aveva esortati a scendere in piazza solo dopo la fine della campagna aerea.

“Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo”, aveva precisato Trump in quel momento.

Nate Swanson, ex funzionario del dipartimento di Stato e della Casa Bianca che fino a luglio faceva parte del team negoziale dell’amministrazione Trump sull’Iran, guidato da Steve Witkoff, ha affermato di non aver mai visto, nei suoi molti anni di lavoro sulla politica iraniana, un “piano serio” all’interno del governo statunitense volto a promuovere una rivolta in Iran.

“Molti manifestanti non scendono in strada perché rischiano di essere uccisi”, ha detto Swanson, ora membro dell’Atlantic Council. “Verranno massacrati. Questa è un punto importante. Ma il seconda è che c’è una buona fetta di persone che vuole semplicemente una vita migliore, e che al momento è semplicemente messa da parte. A loro non piace il regime, ma non vogliono morire opponendosi ad esso. Quel 60 per cento resterà a casa”.

Ha aggiunto: “Ci sono ancora persone ferventemente contrarie al regime, ma non sono armate e non stanno portando la maggioranza della popolazione in piazza”.

Trump sembrava essere giunto alla stessa conclusione a due settimane dall’inizio della guerra. Il 12 marzo ha osservato che l’Iran ha forze di sicurezza nelle strade “che mitragliano la gente se vuole protestare”.

“Quindi penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non ha armi”, ha detto su Fox News Radio. “Penso che sia davvero un grande impedimento. Quindi succederà, ma probabilmente non sarà immediato».

L’opzione curda

Sebbene molti dei dettagli dei piani del Mossad rimangano segreti, uno degli elementi prevedeva il sostegno a un’invasione da parte di gruppi di milizie curde iraniane con base nel nord dell’Iraq.

Gruppi miliziani curdi posizionati nel nord dell’Iraq

Il Mossad ha legami di lunga data con i gruppi curdi, e funzionari americani hanno affermato che sia la CIA che il Mossad hanno fornito armi e altro sostegno alle forze curde negli ultimi anni. La CIA aveva già l’autorità per sostenere i combattenti curdi iraniani e aveva fornito armi e consulenza ben prima dell’attuale guerra.

Durante i primi giorni di guerra, jet e cacciabombardieri israeliani hanno martellato obiettivi militari e di polizia nel nord-ovest dell’Iran, in parte per aiutare a spianare la strada ai ribelli curdi.

Durante un briefing telefonico del 4 marzo, a un portavoce militare israeliano è stato chiesto se Israele stesse effettuando intensi bombardamenti nell’Iran occidentale per aiutare un’invasione curda. Il portavoce, il tenente colonnello Nadav Shoshani, ha dichiarato: “Abbiamo operato in modo molto massiccio nell’Iran occidentale per indebolire le capacità del regime iraniano, aprire la strada verso Teheran e garantire la libertà di manovra. Questo è stato il nostro obiettivo in quella zona”.

Ma i funzionari americani non erano più entusiasti della loro idea già ben prima della guerra, cioè quella di utilizzare i curdi come forza proxy, un cambiamento che ha creato tensione con le loro controparti israeliane.

A una settimana dall’inizio del conflitto, il 7 marzo, Trump ha dichiarato di aver detto esplicitamente ai leader curdi di non inviare milizie nel Paese. “Non voglio che i curdi entrino”, ha detto ai giornalisti. “Non voglio vedere i curdi feriti o uccisi”.

Poco dopo la diffusione di notizie secondo cui le milizie curde avrebbero potuto unirsi alla campagna, Bafel Talabani, presidente dell’Unione Patriottica del Kurdistan, uno dei principali partiti politici curdi iracheni, ha dichiarato in un’intervista a Fox News che non c’erano piani del genere in corso. Un’avanzata curda, ha aggiunto, potrebbe avere l’effetto opposto a quello desiderato.

“Si potrebbe addirittura sostenere che in realtà potrebbe essere un danno”, ha detto, aggiungendo che gli iraniani sono molto nazionalisti. “Credo che se temono che l’arrivo di curdi da altre parti possa causare una divisione o una frammentazione del loro Paese, questo potrebbe in realtà unificare il popolo contro questo movimento separatista”.

La Turchia ha avvertito l’amministrazione Trump di non sostenere alcuna azione curda. Il messaggio è stato trasmesso dal ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, al segretario di Stato, Marco Rubio, in una recente conversazione, ha affermato un diplomatico di Ancara. La Turchia, alleata della NATO, si oppone da tempo a qualsiasi operazione da parte dei curdi armati, poiché sta lottando contro i separatisti all’interno dei propri confini.

La rivolta che deve ancora arrivare

Funzionari americani informati sulle valutazioni dell’intelligence prima della guerra hanno affermato che la CIA ha valutato una serie di possibili sviluppi all’interno dell’Iran una volta iniziato il conflitto. Le agenzie di intelligence hanno ritenuto che un crollo totale del governo iraniano fosse un esito relativamente improbabile.

Altri funzionari statunitensi a conoscenza delle informazioni dei servizi segreti hanno affermato che anche quando il governo è sotto pressione, come è avvenuto durante le proteste di massa nel Paese a gennaio, in cui sono stati uccisi migliaia di manifestanti, è riuscito a sedare le rivolte in tempi relativamente brevi.

Le valutazioni dei servizi segreti americani hanno suggerito che elementi armati del governo iraniano potrebbero rivoltarsi gli uni contro gli altri, o intraprendere azioni che potrebbero scatenare una guerra civile. Tuttavia, secondo le conclusioni dei rapporti, è più probabile che tali fazioni sostengano gruppi rivali di leader religiosi, piuttosto che rappresentare una qualche forma di movimento democratico.

L’esito più probabile, tuttavia, era che gli elementi della linea dura dell’attuale governo avrebbero mantenuto il controllo delle leve del potere, secondo quanto riportato.

Una portavoce della CIA ha rifiutato di commentare. Il Mossad e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno rifiutato ugualmente.

I servizi segreti israeliani hanno a lungo valutato la possibilità di fomentare una rivolta all’interno dell’Iran, sia come operazione autonoma sia subito dopo l’inizio di una campagna militare, ma fino a pochissimo tempo fa avevano scartato tale ipotesi.

In qualità di principale servizio israeliano responsabile delle operazioni all’estero, il Mossad era incaricato della pianificazione.

David Barnea, capo del Mossad, ha detto a Netanyahu che il suo servizio sarebbe probabilmente in grado di mobilitare l’opposizione iraniana. Crediti… Amir Cohen/Reuters

Shahar Koifman, ex capo dell’ufficio Iran presso la Divisione di Ricerca dell’Intelligence Militare dell’IDF, ha affermato che Israele ha valutato varie idee per cercare di indebolire o rovesciare il governo iraniano, ma che, a suo parere, erano destinate a fallire sin dall’inizio. Ha aggiunto di non ritenere che rovesciare il governo iraniano fosse un obiettivo realizzabile nell’ambito del conflitto attuale.

Il predecessore di Barnea al Mossad, Yossi Cohen, aveva deciso che cercare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran fosse una perdita di tempo e aveva ordinato che le risorse dedicate alla questione fossero ridotte al minimo. Durante il mandato di Cohen, terminato nel 2021, il Mossad ha calcolato quanti cittadini del Paese avrebbero dovuto partecipare alle proteste affinché queste potessero rappresentare una vera minaccia per il governo iraniano, confrontando le stime con la portata delle proteste effettive dalla rivoluzione iraniana del 1979.

“Ci siamo chiesti se potessimo colmare questo divario”, ha dichiarato Cohen nel 2018, “e siamo giunti alla conclusione che non potevamo”.

La strategia del Mossad in quel periodo era invece quella di cercare di indebolire il governo fino a quando non si fosse sostanzialmente arreso alle richieste israeliane e americane, utilizzando una combinazione di sanzioni economiche paralizzanti e operazioni volte ad assassinare scienziati nucleari e leader militari iraniani e a sabotare gli impianti nucleari.

Nell’ultimo anno, con l’aumentare della probabilità di un’azione militare israeliana contro l’Iran, Barnea ha invertito l’approccio del Mossad, dedicando le risorse dell’agenzia a piani che potessero portare al rovesciamento del governo di Teheran in caso di guerra.

Negli ultimi mesi, secondo i funzionari, Barnea è giunto a credere che il Mossad potesse potenzialmente iniziare a scatenare rivolte in tutto l’Iran dopo diversi giorni di intensi attacchi aerei israeliani e americani e l’assassinio di alti leader iraniani.

Dopo gli attacchi e gli omicidi dei primi giorni di guerra, la rivolta non è scoppiata. Ma i funzionari israeliani dicono di non aver ancora perso la speranza.

“Penso che abbiamo bisogno di truppe sul campo, ma devono essere truppe iraniane”, ha dichiarato domenica alla CNN Yechiel Leiter, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, quando gli è stato chiesto come finirà la guerra. “E penso che stiano arrivando”, ha poi concluso.

Mark Mazzetti*, Julian E. Barnes**, Edward Wong*** e Ronen Bergman****

*Mark Mazzetti è un giornalista investigativo con sede a Washington, D.C., specializzato in sicurezza nazionale, intelligence e affari esteri. Ha scritto un libro sulla CIA.

**Julian E. Barnes si occupa delle agenzie di intelligence statunitensi e delle questioni di sicurezza internazionale per il Times. Scrive di questioni di sicurezza da oltre vent’anni.

***Edward Wong si occupa di affari internazionali, politica estera degli Stati Uniti e Dipartimento di Stato per il Times.

****Ronen Bergman è redattore del New York Times Magazine, con sede a Tel Aviv.

L’articolo originale è questo:

President Trump’s hopes that an Israeli plan to ignite an internal uprising against Iran’s theocratic government could bring the war to a swift end have so far been dashed.

 

As the United States and Israel prepared to go to war with Iran, the head of Mossad, Israel’s foreign intelligence service, went to Prime Minister Benjamin Netanyahu with a plan.

Within days of the war’s beginning, said David Barnea, the Mossad chief, his service would likely be able to galvanize the Iranian opposition — igniting riots and other acts of rebellion that could even lead to the collapse of Iran’s government. Mr. Barnea also presented the proposal to senior Trump administration officials during a visit to Washington in mid-January.

Mr. Netanyahu adopted the plan. Despite doubts about its viability among senior American officials and some officials in other Israeli intelligence agencies, both he and President Trump seemed to embrace an optimistic outlook. Killing Iran’s leaders at the outset of the conflict, followed by a series of intelligence operations intended to encourage regime change, they thought, could lead to a mass uprising that might bring about a swift end to the war.

“Take over your government: It will be yours to take,” Mr. Trump told Iranians in his initial address at the war’s start, after saying they should first seek shelter from the bombing.

Numerous people, mostly wearing black, stand closely together on a paved surface. Many are holding up light-colored rectangular signs.
An image taken from social media last month shows students gathering for an anti-government rally at Al Zahra University, a women’s college in Tehran. via Agence France-Presse — Getty Images

Three weeks into the war, an Iranian uprising has not yet materialized. American and Israeli intelligence assessments have concluded that the theocratic Iranian government is weakened but intact, and that widespread fear of Iran’s military and police forces has dampened prospects both for nascent rebellion in the country and for ethnic militias outside of Iran to launch cross-border incursions.

The belief that Israel and the United States could help instigate widespread revolt was a foundational flaw in the preparations for a war that has spread across the Middle East. Instead of imploding from within, Iran’s government has dug in and escalated the conflict, striking blows and counterblows against military bases, cities and ships around the Persian Gulf, and against vulnerable oil and gas installations.

This account is based on interviews with more than a dozen current and former American, Israeli and other foreign officials, most of whom spoke on the condition of anonymity to discuss national security and intelligence issues during a war. The New York Times interviewed officials with a variety of views on the likelihood of an uprising.

Since Mr. Trump’s first speech, American officials have largely abandoned speaking publicly about the prospects for revolt inside of Iran, yet some remain hopeful that one could materialize. Though his rhetoric has become more tempered, Mr. Netanyahu still says the American and Israeli air campaign will be aided by forces on the ground.

Mr. Netanyahu also added that “it is too early to tell if the Iranian people will exploit the conditions we are creating for them to take to the streets. I hope that will be the case. We are working toward that end, but ultimately, it will depend only on them.”
President Trump walking up a staircase to Air Force One.
“Take over your government,” President Trump urged Iranians shortly after the United States and Israel began attacks in Iran. “It will be yours to take.”Credit…Tierney L. Cross/The New York Times

Behind the scenes, however, Mr. Netanyahu has expressed frustration that Mossad’s promises to foment revolt in Iran have not materialized. In one security meeting days after the war began, the prime minister vented that Mr. Trump might decide to end the war any day and that Mossad’s operations had yet to bear fruit.

In the run-up to the war, current and former American and Israeli officials said, Mr. Netanyahu invoked Mossad’s optimism about a possibility of an Iranian uprising to help convince Mr. Trump that bringing about the collapse of the Iranian government was a realistic goal.

Many senior American officials, as well as intelligence analysts at the Israel Defense Forces military intelligence agency, AMAN, viewed the Israeli plan for a mass uprising during the conflict with skepticism. U.S. military leaders told Mr. Trump that Iranians would not come out to protest while the United States and Israel were dropping bombs. Intelligence officials had assessed that the possibility of a mass uprising threatening the theocratic government was low, and doubted that the U.S.-Israeli attack would ignite any kind of civil war.

The White House did not respond to a request for comment. But a senior administration official noted that in Mr. Trump’s initial remarks after the beginning of the war he told Iranians to remain in their homes and urged them to take to the streets only after the air campaign was over.

“When we are finished, take over your government,” Mr. Trump said at the time.

Prime Minister Benjamin Netanyahu speaking with his hands raised into microphones and in front of an Israeli flag.
Prime Minister Benjamin Netanyahu of Israel said last week that “it is too early to tell if the Iranian people will exploit the conditions we are creating for them.”Credit…Pool photo by Ronen Zvulun

Nate Swanson, a former State Department and White House official who was on the Trump administration’s Iran negotiating team led by Steve Witkoff until July, said he had never seen a “serious plan” to promote an uprising in Iran within the U.S. government in his many years working on Iran policy.

“A lot of protesters are not coming into the street because they’ll get shot,” said Mr. Swanson, now at the Atlantic Council. “They’re going to get slaughtered. That’s one thing. But the second thing is that there’s a good chunk of people who just want a better life, and they’re just sidelined right now. They don’t like the regime, but they don’t want to die opposing it. That 60 percent is going to stay home.”

He added, “You still have fervent anti-regime folks, but they’re not armed, and they’re not bringing the majority of the population into the streets.”

Mr. Trump appeared to have arrived at the same conclusion two weeks into the war. On March 12, he noted that Iran has security forces in the streets “machine-gunning people down if they want to protest.”

“So I really think that’s a big hurdle to climb for people that don’t have weapons,” he said on Fox News Radio. “I think that’s a very big hurdle. So it’ll happen, but it probably will be maybe not immediately.”

While many of the specifics of Mossad’s plans remain secret, one element included supporting an invasion by Iranian Kurdish militia groups based in northern Iraq.

Mossad has longstanding ties with Kurdish groups, and American officials have said that both the C.I.A. and Mossad have given arms and other support to Kurdish forces in recent years. The C.I.A. had existing authorities to support Iranian Kurdish fighters, and had provided arms and advice well before the current war.

During the first days of the war, Israeli jets and bombers pounded Iranian military and police targets in northwest Iran in part to help pave the way for the Kurdish forces.

During a telephone briefing on March 4, an Israeli military spokesman was asked whether Israel was carrying out intense bombings in western Iran to help a Kurdish invasion. The spokesman, Lt. Col. Nadav Shoshani, said, “We’ve been operating very heavily in western Iran to degrade the Iranian regime’s capabilities and to open up the way to Tehran, and to create freedom of operations. That’s been our focus there.”

But American officials are no longer enthusiastic about their idea from well before the war of using the Kurds as a proxy force, a shift that has created tension with their Israeli counterparts.

Kurdish militia members standing in two lines holding rifles in the air while standing on mountainous terrain.
Members of a Kurdish Iranian dissident group in Erbil Province, Iraq, this month. One element of Mossad’s plans included supporting an invasion of Iran by Kurdish militia groups.Credit…Sedat Suna/Getty Images

A week into the war, on March 7, Mr. Trump said he had explicitly told Kurdish leaders not to send militias into the country. “I don’t want the Kurds going in,” he told reporters. “I don’t want to see the Kurds get hurt, get killed.”

Soon after reports emerged that Kurdish militias might join the campaign, Bafel Talabani, the president of the Patriotic Union of Kurdistan, one of the main Iraqi Kurdish political parties, said in an interview on Fox News that no such plans were in the works. A Kurdish advance, he added, might have the opposite of its intended effect.

“You could argue that that’s actually a detriment,” he said, adding that Iranians are very nationalistic. “I believe if they fear that Kurds coming in from elsewhere will cause a split or a splintering of their country, this may actually unify the people against this separatist movement.”

Turkey has warned the Trump administration not to support any Kurdish action. The message was delivered by the Turkish foreign minister, Hakan Fidan, to Secretary of State Marco Rubio in a recent conversation, a Turkish diplomat said. Turkey, a NATO ally, has long been opposed to any operations by armed Kurds since it is grappling with Kurdish separatists inside its own borders.

American officials briefed on intelligence assessments before the war said the C.I.A. evaluated a variety of possible developments inside Iran once the conflict began. Intelligence agencies considered a full collapse of the Iranian government to be a relatively unlikely outcome.

Other U.S. officials familiar with the intelligence said that even when the government is under pressure, as it was during mass protests in the country in January in which thousands of protesters were killed, it managed to quell uprisings relatively quickly.

The American intelligence assessments have suggested that armed elements of the Iranian government could turn on one another, or take action that might spark a civil war. But those factions are more likely to back rival groups of religious leaders, rather than represent any sort of democratic movement, the reports concluded.

The most likely outcome, however, was that hard-line elements of the existing government would maintain control over the levers of power, the reports said.

A spokeswoman for the C.I.A. declined to comment. The Mossad and the I.D.F. declined to comment

Israeli intelligence agencies have long examined the possibility of instigating revolt inside Iran as its own operation or shortly after the beginning of a military campaign, but until very recently dismissed the prospects.

As Israel’s main service responsible for foreign operations, Mossad was in charge of the planning.

Shahar Koifman, a former head of the Iran desk at the I.D.F.’s Military Intelligence Research Division, said Israel had explored various ideas to try to undermine or topple the Iranian government, but that in his opinion they were doomed to fail from the start. He said he did not believe that bringing down the Iranian government was an achievable goal of the current conflict.

David Barnea, wearing a blue suit and light shirt, walking outside.

David Barnea, the Mossad chief, told Mr. Netanyahu that his service would likely be able to galvanize the Iranian opposition.Credit…Amir Cohen/Reuters

Mr. Barnea’s predecessor at Mossad, Yossi Cohen, decided that trying to foment rebellion inside Iran was a waste of time and ordered that the resources devoted to the matter be reduced to a minimum. During Mr. Cohen’s tenure, which ended in 2021, Mossad calculated how many of the country’s citizens would need to participate in protests for them to truly threaten the Iranian government, comparing the estimates to the size of actual protests since the 1979 Iranian revolution.

“We wondered if we could bridge this gap,” Mr. Cohen said in 2018, “and we came to the conclusion that we couldn’t.”

Instead, Mossad’s strategy during that period was to try to weaken the government until it essentially surrendered to Israeli and American demands — using a combination of crippling economic sanctions and operations to assassinate Iranian nuclear scientists and military leaders and sabotage nuclear facilities.

Over the past year, as the prospect of Israeli military action against Iran became more likely, Mr. Barnea reversed Mossad’s approach, devoting the agency’s resources to plans that could lead to toppling the government in Tehran in the event of a war.

In recent months, according to officials, Mr. Barnea came to believe that Mossad could potentially begin igniting riots around Iran after several days of intense Israeli and American airstrikes and the assassination of senior Iranian leaders.

After the strikes and assassinations of the war’s earliest days, the uprising did not come. But Israeli officials say they have yet to give up hope.

“I think that we need boots on the ground, but they’ve got to be Iranian boots,” Yechiel Leiter, Israel’s ambassador to the United States, said on CNN on Sunday, when asked how the war will end. “And I think they’re coming.”

Mark Mazzetti*, Julian E. Barnes**, Edward Wong*** e Ronen Bergman****

*Mark Mazzetti is an investigative reporter based in Washington, D.C., focusing on national security, intelligence, and foreign affairs. He has written a book about the C.I.A.

**Julian E. Barnes covers the U.S. intelligence agencies and international security matters for The Times. He has written about security issues for more than two decades.

***Edward Wong reports on global affairs, U.S. foreign policy and the State Department for The Times.

****Ronen Bergman is a staff writer for The New York Times Magazine, based in Tel Aviv.

A version of this article appears in print on March 23, 2026, Section A, Page 1 of the New York edition with the headline: Israel Planned to Ignite Mass Uprising in Iran, But It Failed to Emerge.

 

Distruzione e morte: in Libano si rischia una nuova Gaza

Speciale per Africa ExPress
Davide Banfi*
29 marzo 2026

Israele prepara una zona cuscinetto fino al Fiume Litani mentre i bombardamenti provocano oltre un milione di sfollati. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, invoca l’unità nazionale contro quella che definisce “un’aggressione israelo-americana”.

Nel Libano meridionale gli sfollati sono ormai oltre un milione e si moltiplicano quotidianamente i villaggi evacuati dall’esercito. Ma a preoccupare non è soltanto l’intensità degli scontri tra Israele e Hezbollah: cresce anche il timore che il conflitto possa seguire una traiettoria già vista altrove, quella della Striscia di Gaza.

Impianti idrici colpiti, l’allarme delle ONG

Secondo diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Oxfam, anche le infrastrutture civili stanno pagando un prezzo sempre più alto. La ONG accusa Israele di aver colpito nelle ultime settimane diversi impianti idrici nel Paese, con modalità che ricordano quanto già avvenuto in Palestina. “Questa strategia, che mira a privare la popolazione di beni essenziali come l’acqua, è vietata dalle convenzioni di Ginevra e costituisce un crimine di guerra”, ha dichiarato Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. Secondo l’organizzazione, in appena quattro giorni sono state bombardate almeno otto infrastrutture idriche da cui dipendevano più di settemila persone nella Valle della Bekaa.

I Piani di Tel Aviv

Come già affermato nelle settimane precedenti dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, l’obiettivo è creare una zona cuscinetto nel sud del Libano. Secondo le dichiarazioni del ministro, la fascia di sicurezza potrebbe estendersi fino al Fiume Litani, circa trenta chilometri a nord del confine con Israele.

Offensiva di Israele in Libano contro Hezbollah

Nella stessa area alcuni ponti sono stati distrutti dall’esercito israeliano perché, secondo Katz, sarebbero stati utilizzati da Hezbollah per il passaggio di combattenti e armi. Secondo il governo israeliano l’operazione militare avrebbe l’obiettivo di proteggere le comunità del nord del Paese dagli attacchi missilistici di Hezbollah, che per mesi hanno costretto migliaia di israeliani a lasciare le proprie case.

Invasione ed escalation

L’invasione terrestre israeliana, iniziata il 3 marzo, è stata presentata da Tel Aviv come risposta ai bombardamenti lanciati da Hezbollah contro il nord di Israele. Il movimento sciita libanese alleato di Teheran ha infatti colpito Israele in rappresaglia per l’uccisione della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, eliminato il 28 febbraio scorso in un attacco condotto da Stati Uniti e Israele.
Da allora, secondo il ministero della Salute libanese, le vittime civili hanno superato il migliaio, tra cui oltre cento bambini e decine di operatori sanitari e soccorritori, mentre i feriti sono più di tremila.

La linea di Hezbollah

In questo contesto di crescente escalation, anche Hezbollah rafforza la propria narrativa di resistenza. Mercoledì 25 marzo il segretario generale del movimento sciita, Naim Qassem, ha invocato “l’unità nazionale” in Libano per contrastare quella che ha definito un’aggressione israelo-americana. In un discorso riportato dal quotidiano libanese This Is Beirut, Qassem ha presentato il Paese di fronte alla scelta tra resa e resistenza, sostenendo che le operazioni di Hezbollah rappresentano una risposta difensiva agli attacchi israeliani.

Il leader del movimento ha inoltre respinto l’ipotesi di disarmo o negoziati nelle attuali condizioni di guerra, affermando che limitare l’arsenale di Hezbollah renderebbe il Libano più vulnerabile. Una posizione che si scontra con quella del governo guidato dal primo ministro Nawaf Salam, che ribadisce il principio del monopolio statale delle armi.

La fragilità politica ed economica del Paese, unita allo scontro diretto tra Israele e Hezbollah, alimenta il timore che il conflitto possa seguire una dinamica simile a quella già vista nella Striscia di Gaza dopo l’attacco di Hamas contro Israele nell’ottobre 2023.

Davide Banfi*
davidebanfi02@gmail.com
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*Studente al terzo anno di triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese

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Iran: smentite, conferme e bombardamenti incrociati impediscono la pace

Speciale Per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
28 marzo 2026

Nella guerra di Usa e Israele all’Iran che ha infiammato il Medio Oriente da giorni assistiamo a dichiarazioni e smentite su una possibile interlocuzione diplomatica che potrebbe portare alla pace. Un risultato che però appare davvero impossibile da realizzare in modo duraturo, dati gli scenari millenaristici che permeano il progetto di Grande Israele da una parte e le dichiarazioni di stampo fondamentalista evangelico usate dal segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, con i media che parlano di una “crociata contro l’Iran”.

Tale contesto, infatti, potrebbe non impedire una tregua, ma indica chiaramente alla Repubblica Islamica un “rischio esistenziale”.

Su campo, intanto, mentre il presidente Trump dichiara che gli iraniani “chiedono disperatamente un accordo” e Teheran smentisce seccamente e ironicamente chiosa “ormai l’America fa accordi con se stesso”, il Pakistan fa il suo ingresso nello scenario del Golfo Persico proponendosi quale mediatore.

Scenario inquietante

Trump nel frattempo continua a spostare la sua tregua unilaterale sui bombardamenti alle infrastrutture energetiche iraniane, sulle ipotesi delle quali la Repubblica islamica ha minacciato di distruggere per rappresaglia le reti energetiche dei Paesi del Golfo. Uno scenario inquietante, dato che l’Iran potrebbe anche resistere, nonostante un colpo del genere, ma molti degli Stati vicini dipendono quasi completamente dagli impianti di desalinizzazione e secondo l’ONU si potrebbero così scatenare “esodi di massa e una crisi umanitaria”.

Israele: bombe su Teheran

Le dichiarazioni del vicepremier e ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar che parlavano di “colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, tramite messaggi trasmessi dal Pakistan. In questo contesto, gli Stati Uniti hanno condiviso 15 punti, attualmente al vaglio dell’Iran” hanno fatto ben sperare ma venerdì Israele ha nuovamente bombardato i siti del programma nucleare iraniano, ad Arak e Busher, che sono infrastrutture energetiche, smentendo Trump.

Nello stesso tempo Hezbollah e l’IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps cioè i padaran) hanno dato vita ad attacchi incrociati su Tel Aviv e sul nord Israele, dove ormai anche i cittadini sono in rivolta verso il governo Netanyahu, e hanno fermato nel sud del Libano le truppe corazzate dell’Idf (l’esercito israeliano) infliggendo perdite pesanti.

Accordo sui droni

Sabato mattina, inoltre, si è saputo che un missile iraniano ha colpito la base aerea di Prince Sultan in Arabia Saudita. E l’Ucraina – che teme l’isolamento – è a sua volta entrata in campo siglando un accordo militare con l’Arabia Saudita sui droni.

Tutto questo mentre al G7 dei ministri degli Esteri in Francia, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che la guerra dovrebbe “concludersi nel giro di poche settimane”.

Il segretario del dipartimento di Stato USA, Rubio: “La guerra terminerà fra poche settimane

Intanto però gli Houti sono entrati nel conflitto minacciando anche di coordinarsi con l’Iran su Hormuz per bloccare lo stretto di Bab el Mandeb in contemporanea, che farebbe letteralmente collassare il commercio mondiale.

Allungamenti degli ultimatum

Fonti militari italiane hanno sottolineato che l’analisi dello scenario di continuo allungamento degli ultimatum di Trump non può non tenere in considerazione l’ondata di maltempo che si è scatenata sul Golfo Persico, con grandine come uova e mareggiate sulle coste.

E che quindi rispecchierebbe solo un rallentamento dei tempi nel dispiegamento dell’armata di terra il cui intervento segnerebbe definitivamente l’escalation. Tra molti dubbi negli stessi asset militari occidentali, dato le ‘invincibili’ portaerei Usa si sono spostate da 300 a oltre mille km di distanza, segno evidente di un rischio concreto.

 


Queshm, il prezioso isolotto incastrato nello stretto di Hormuz

Ricco di storia e di meraviglia, un museo a cielo aperto oggi davanti agli obiettivi della stampa mondiale, non per le sue bellezze ma perché per la prima volta nella sua storia qualcuno ha deciso di chiuderlo


 

Ad oggi non è certo come opereranno i circa 5mila uomini dell’esercito degli Stati Uniti, tra i quali figurano anche tutte le unità d’élite già impegnate in passato per vari “colpi di mano”. Ma per gli iraniani l’obbiettivo è chiaro: “Gli americani avevano sottovalutato Hormuz e ora ne cercano il controllo – fanno sapere fonti diplomatiche –. Fate attenzione, Hormuz non è chiuso, è aperto. È chiuso solo per chi ci bombarda o per chi ne è complice. Quindi il problema non è la navigazione, ma il controllo di essa. Gli americani vogliono un ‘controllo congiunto’ militare che significa tenere alta la tensione, e i prezzi energetici”.

Trema il dollaro

Uno dei maggiori successi iraniani di questa guerra, infatti, sono stati gli accordi per via dei quali alcuni Paesi hanno potuto far passare le loro petroliere e navi da carico pagando una tassa, e comprando il petrolio in Yuan o in valute Brics e non in dollari e non tramite il sistema Swift.

Ultimo accordo quello siglato proprio sabato con la Thailandia. Una guerra di valuta dentro la guerra militare. E non a caso, forse, nel fine settimana il Fondo monetario internazionale ha autorizzato un prestito da un miliardo di dollari al Pakistan: si cerca di tenere il biglietto verde al centro dell’influenza finanziaria che sta perdendo.

Fabrizio Cassinelli
(1 – continua)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Queshm, il prezioso isolotto incastrato nello stretto di Hormuz

Speciale per Africa ExPress
Novella di Paolo
28 marzo 2026

Visto dall’alto sembra un delfino  un delfino che cerca il mare aperto: Queshm l’isola tappo, nel bel mezzo dello stretto di Hormuz, il magazzino petrolifero più grande del mondo, un destino probabilmente già scritto in quel gomito di mare troppo angusto per un cetaceo maestoso. Un tappo che però conviene a tutti che salti, come pure è stato finora, nonostante qualche piccola o grande prevedibile frizione.

Queshm un’isola famosa, ricca di storia e di meraviglia, un museo a cielo aperto, più volte definito, oggi davanti agli obiettivi della stampa mondiale, non per le sue bellezze ma perché per la prima volta nella sua storia qualcuno ha deciso di chiuderlo. Qualcuno in possesso delle chiavi che qualcun altro vuole togliergli dalle mani, con la forza, con le armi.

 

Sull’isola vivono 140.000 persone, gente di mare che col mare e per il mare vive, da millenni.

Scambi e culture

Modellata dalle onde, erosa dalle maree e ogni volta riemersa nuova e sempre la stessa, stratificata da secoli di scambi, passaggi e culture diventate una sola, mischiata come la sabbia compatta quando è umida ma fatta di granelli che il vento asciuga e sparpaglia ai quattro angoli quando soffia. E ora forti le correnti di guerra inquietanti si alzano.

Pescatori musulmani sunniti, pieni di riti e rituali mescolati e pacificamente conviventi,  parlanti una lingua unica, il Bandari, frammentata in ulteriore dialetti. Uno per ogni manciata di capanne fatte di sabbia e corallo, protette dalla famosissima foresta di mangrovie proprio lì davanti, ai piedi degli abitanti quella che circa quattro milioni di turisti ogni anno si affollano ad ammirare insieme a molte altre meraviglie del mare.

Acqua bollente

Un’isola fatta di acqua bollente, come lo è adesso il punto più caldo di tutto il globo. Uno stretto però è fatto di terra, quella contesa, quella sporcata, quella saltata in aria il 7 di marzo, sotto l’attacco delle forze statunitensi, che ha d’improvviso riportato l’isola al centro della terra.

Il luogo oggi più osservato del mondo, è proprio lì sotto, tra cunicoli e gallerie scavate non solo dalla natura, come la grotta salinica, una delle più lunghe al mondo. Un cunicolo di circa sei chilometri affilati come la spina dorsale di un grosso animale. Ma anche quel labirinto sotterraneo ricavato nel ventre di Queshm dove ha trovato posto a una collezione balistica degna delle più grandi potenze.
Una base militare dove hanno trovato accoglienza missili, razzi e droni sistemata sotto i piedi dei forse ignari, ma certamente non accondiscendenti, isolani, costretti a dormire sonni agitati su uno degli arsenali più grandi della storia moderna.

Batteria di missili

Una batteria di missili, secondo quanto rivelato dall’ex generale libanese Hassan Jouni al network arabo Al Jazeera, dai nomi incomprensibili come codici matematici, capaci di colpire e uccidere obiettivi impensati e impensabili.

Una manciata è già stata lanciata sulla base USA in Bahrein dopo l’attacco di due settimane fa, che ha beffardamente colpito il grande impianto di desalinizzazione di Queshm, lasciando a secco su un grande canotto circa 30 villaggi; un paradosso se si pensa che gli stessi per tutta la loro storia hanno vissuto della fama e della materia prima di una delle loro maggiori attrazioni turistiche, la spettacolare galleria di sale.

Porta chiusa

La porta di Hormuz finora non è mai stata chiusa perché da lì ci passano tutti, e che resti  aperta converrebbe tanto più in questo momento. Ma i proprietari o sedicenti tali pare abbiano chiuso i battenti, incrociato le braccia non per sciopero ma per minaccia. Gli iraniani, i padroni, da millenni si devono parare dagli attacchi esterni all’isola, la più estesa del golfo che ha da sempre rappresentato un tesoro ambito.

Popolata dalla preistoria, Queshm è sempre stata contesa, crocevia di scambi e passaggi, tappa marittima della via della seta. Tartari, ottomani, portoghesi, fino, alla fine dell’ottocento, agli inglesi che in accordo con l’Iran cacciarono gli ultimi invasori. Coloro che vi abitano e vi abitavano sono persone  privilegiate, perché è come se avessero viaggiato per il mondo intero, semplicemente affacciandosi al porto,  solo perché lì sopra c’era nato.

Museo geologico

Privilegio dicevamo, non colpa e neanche ricatto, che è quello che invece stanno facendo da Teheran, usando i 1400 chilometri quadrati di questo museo geologico a cielo aperto, zona industriale di libero scambio dal 1989. Solo in seguito divenuto deposito bellico, nel corso del ventunesimo secolo quando dalla seta si è passati all’oro nero.

E allora tutto è cambiato e Qeshm è diventata un forziere pieno, bersaglio sensibile, così incastrato e tanto noto da risultare persino facile, ma in realtà si è così trasformata in scudo indistruttibile, diciamo pure inattaccabile, come un bambino davanti a un carro armato.

Nessuno si sognerebbe di fare fuoco, o forse sì, ma questa è una altra storia, perché colpire Queshm sarebbe come spararsi su un piede durante una gara, lo farebbe solo un pazzo, o forse due: e questa è la nostra storia. Donald e Benjamin lo hanno fatto. E non per sbaglio. Evidentemente con un piano, per cui un piede fuori uso è sempre meglio che sbatterci il muso. Se ci abbiano azzeccato non è scontato.

Ciò che è certo è che hanno interrotto la gara e creato una fila, fatto prigionieri nelle loro stesse imbarcazioni un popolo di pescatori, seduto su un paradiso di biodiversità, geoparco riconosciuto dall’Unesco composto di cattedrali di roccia e canyon di sale. Lo avevano capito già il greco Nearco, che volle trovarci la tomba del Mar Eritreo, che quel delfino incastrato era luogo sacro.

Magari, quando i venti di guerra saranno placati e Quhesm riemergerà intatta come fa da quando è stata scoperta, la città di missili sotterranea verrà lentamente abbandonata e tra altri mille anni un novello esploratore la riporterà alla luce trasformandola in archeologia, solo una nuova attrazione turistica.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nelle immagini, bellezza naturali nell’isola di Queshm.

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Il Sudan esplode: carestia, sanità al collasso, droni, bombe. Si combatte ovunque

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2026

Sono sempre più “silenziose” le bombe che stanno devastando il Sudan e continuano a uccidere i civili senza sosta. L’urlo disperato dei sudanesi viene sovrastato dalle esplosioni in Medio Oriente, dove in questo momento si combatte per gli interessi dell’Occidente. Ma come in ogni guerra, anche in Iran, Libano e altrove, le vittime sono solo “piccoli effetti collaterali”.

Il Sudan sta per entrare nel quarto anno di questo assurdo conflitto, una guerra per la conquista del potere tra due generali: Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS) da un lato, e le forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Paese, dall’altro.

Peggiore crisi umanitaria

La crudele e sanguinosa guerra non tende a placarsi. Nel Paese si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del mondo. Attualmente oltre 26,4 milioni di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Mentre la carestia è stata confermata a el-Fasher (Darfur settentrionale) e a Kadugli (Kordofan meridionale), altri 20  distretti in tutto il Darfur e il Kordofan sono a alto rischio di estrema penuria di cibo. Attualmente sono oltre 700.000 i bambini sotto i 5 anni colpiti dal malnutrizione grave.

Il sistema sanitario è praticamente al collasso. Nelle aree di conflitto il 70 per cento delle strutture sanitarie non funzionano.

Bombardato ospedale

Venerdì scorso le RFS hanno nuovamente bombardato un nosocomio nell’Est Darfur. Durante il vile attacco all’ospedale universitario di Ed Daein sono morte 64 persone, tra loro anche 13 bambini, un medico, 2 infermiere e parecchi pazienti. La struttura, secondo quanto confermato dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, è ormai inagibile.

Bombe sull’ospedale universitario di Ed Daein

La situazione sanitaria potrebbe peggiorare ulteriormente a causa della guerra in Medioriente, che sta mettendo a rischio i rifornimenti per la chiusura dello Stretto di Hormuz, e degli spazi aerei. Secondo la ONG Save the Children, le scorte di forniture mediche destinate alle cliniche delle organizzazioni umanitarie in Sudan potrebbero esaurirsi entro due settimane.

Si stima che dall’inizio del conflitto siano morte oltre 150mila persone. Secondo gli ultimi dati ONU, oltre 12,5 milioni di residenti sono fuggiti dalle proprie case, tra questi 9 milioni e più sono sfollati, mentre altri 3 milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

Nuova crisi Ciad – Sudan

Molti sudanesi, in particolare dal Nord Darfur in fiamme, si sono rifugiati nel vicino Ciad, dove le condizioni di vita nei campi sono terribili. Solo una settimana fa le RSF hanno lanciato un nuovo attacco con droni a Tiné, città alla frontiera con il Sudan. Il bombardamento ha ucciso 17 ciadiani e ha ferito parecchie altre persone.

Il governo di N’Djamena ha immediatamente disposto un’evacuazione d’emergenza dei rifugiati dalla zone di confine. Mentre il presidente del Paese, Mahamat Idriss Deby, ha dispiegato l’esercito nell’area con l’ordine di respingere gli attacchi transfrontalieri.

Il Ciad a febbraio aveva già chiuso le proprie frontiere nell’est, dopo scontri con le RFS. Allora i paramilitari sudanesi durante le loro incursioni nel Paese confinante avevano ucciso 5 soldati di N’Djamena.

Accuse a Etiopia

Pochi giorni fa i paramilitari di Hemetti insieme ai loro alleati Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), hanno conquistato Kurmuk, città nello Stato del Nilo Azzurro, al confine con l’Etiopia.

Il governatore del Nilo Azzurro fedele ad al Burhan, ha accusato Addis Abeba di aver permesso alle RFS e ai suoi alleati di passare attraverso il territorio etiopico per attaccare la città. I militari di SAF si sono dovuti ritirare nella base logistica di Damazin, capitale dello Stato.

Le RFS conquistano Kurmuk, città strategica al confine con l’Etiopia

I combattimenti sono iniziati il 22 marzo e oltre a Karmuk, le RSF hanno conquistato anche altri centri abitati della regione. Un’avanzata strategica degli ex janjaweed, ora RFS, che rafforza così le loro posizioni anche nel Nilo Azzurro. Il governatore dello Stato, Abdelatty al-Faki, ha puntato il dito dritto contro l’Etiopia: “I paramilitari e i loro alleati sono partiti alla volta di Karmuk dal territorio etiopico e i loro veicoli militari sono arrivati dall’aeroporto di Asosa, capoluogo della regione occidentale di Benishangul-Gumuz (Etiopia). Molti residenti della città sono fuggiti durante gli scontri. Alcuni verso Damazin, altri in Etiopia”, ha spiegato al-Faki.

A febbraio Reuters ha segnalato un campo di addestramento “segreto” delle RFS in territorio etiopico, a Benishangul-Gumuz, finanziato a quanto pare dagli Emirati Arabi Uniti. Ciononostante, Addis Abeba ha continuato a smentire le voci di un suo appoggio a Hemetti e ai suoi uomini.

Cornelia Toelgyes
corneliaicit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Orrore su orrore in Sudan: due donne condannate a morte per lapidazione

Darfur: carneficina dei paramilitari dopo la conquista di al-Fasher

 

Lo schiavismo è un crimine? Per l’ONU sì, per gli USA e Israele no. E l’Europa si astiene

Speciale Per Africa ExPress
Luigi Alfonso
26 marzo 2026

È un mondo che gira sempre più al contrario. Non bastasse la delicatissima situazione in Medio Oriente, che non è ristretta a quell’area ma coinvolge tutto il pianeta, nei contesti internazionali non si trova un minimo di equilibrio nemmeno sugli argomenti che riguardano il passato remoto.

L’ennesima conferma è arrivata ieri, quando l’assemblea generale Onu si è trovata a discutere la risoluzione proposta dal Ghana, per riconoscere la schiavitù dei deportati africani come il più grave crimine contro l’umanità.

Tre Paesi si sono opposti in maniera chiara: due di essi, Stati Uniti e Israele, ormai viaggiano in sintonia su qualunque tema. Ma non sorprende affatto neppure il no dell’Argentina, visto che l’amministrazione Milei è sponsorizzata dall’amico Trump, notoriamente allergico alle questioni umanitarie.

Se 123 Paesi hanno sostenuto la risoluzione (che, vale la pena di ricordarlo, non è giuridicamente vincolante ma ha comunque un peso politico), altri 52 si sono astenuti: oltre all’Unione Europea in blocco, anche la Gran Bretagna.

Va da sé che pure l’Italia si è allineata a coloro che non hanno preso una posizione chiara in merito. Un atteggiamento che è perfettamente in linea con gli esercizi di equilibrismo mostrati negli ultimi tempi, soprattutto in merito ai conflitti mediorientale e in Ucraina: un po’ con una parte e un po’ con l’altra, a seconda della convenienza del momento.

Insomma, meglio stare allineati e coperti, senza offendere gli “alleati”. I Paesi Bassi rimangono, al momento, l’unico Paese europeo ad aver presentato scuse formali per il proprio ruolo nella schiavitù.

Perché il Ghana ieri ha presentato questa risoluzione? Il suo rappresentante alle Nazioni Unite ha affermato che «era necessaria perché le conseguenze della schiavitù, che ha visto almeno 12,5 milioni di africani rapiti e venduti tra il XV e il XIX secolo, persistono ancora oggi, comprese le disparità razziali».

Durante la votazione dell’Assemblea generale, il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Ablakwa, ha ribadito che «questa risoluzione richiede che venga fatta giustizia».

La risoluzione segna un nuovo passo negli sforzi dei Paesi africani per ottenere che le ex potenze coloniali si assumano la responsabilità delle ingiustizie storiche, dopo che l’Unione Africana nel 2025 ha deciso di creare una “visione unificata” tra i suoi 55 Stati membri sulle possibili riparazioni. Per esempio, attraverso la presentazione di scuse formali, la restituzione dei manufatti rubati, la fornitura di un risarcimento finanziario e la garanzia che ciò non si ripeta nel presente e nel futuro. È chiedere troppo?

Justin Hansford, professore di Diritto alla Howard University, ha spiegato che «la risoluzione è significativa in quanto rappresenta il massimo che l’Onu abbia mai fatto nel riconoscere la schiavitù transatlantica come crimine contro l’umanità, e nel chiedere un risarcimento. Non potrò mai sottolineare abbastanza quanto sia grande questo passo».

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invece dichiarato che «occorre un impegno molto più deciso» da parte di un maggior numero di Stati per affrontare le ingiustizie storiche. Giusto. Tuttavia, le continue violazioni di alcuni Paesi, rispetto ai Trattati internazionali, stanno suscitando crescenti e legittime perplessità sull’attuale autorevolezza dell’Onu.

Una considerazione finale. Anzi, due. La prima, va riconosciuta a Usa e Israele la coerenza nel mancato rispetto dei diritti umani, visto ciò che stanno compiendo contro Palestina, Iran e Libano, sotto gli occhi di tutti.

Con ripercussioni a livello planetario, come ben sappiamo. La seconda, prende spunto dal servizio pubblicato oggi da Africa ExPress a firma di Sandro Pintus. Ci dice che gli africani che desiderano entrare negli Stati Uniti sono costretti a pagare, prima del loro ingresso, una cauzione che oscilla tra i cinquemila e i 15mila dollari. «La pesantissima gabella è proporzionata al benessere finanziario o alla fragilità economica degli africani. Ma, attenzione, la cifra più alta spetta ai più poveri», precisa Pintus.

Gli ultimi, i più fragili e i più deboli, l’amministrazione Trump non li sopporta proprio. Meglio tenerli il più lontano possibile. E concentrarsi su una guerra che, volenti o nolenti, presto presenterà il conto.

Chissà come reagirà il popolo americano, quando emergeranno i veri numeri sui loro connazionali morti sotto i bombardamenti iraniani. È il prezzo da pagare per distogliere la gente dagli sviluppi del caso Epstein.

Luigi Alfonso

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cauzione fino a 15 mila dollari per i cittadini di trenta Paesi africani che entrano in USA

“Vite spezzate tra Africa e Americhe, viaggio nella storia e nello spazio”: a Bologna mostra sullo schiavismo

Vessati, maltrattati e abusati: l’ONU ha indagato e verificato che gli schiavi in Mauritania esistono ancora

Niger, morto Maman Abou il giornalista che mi accompagnò al mercato degli schiavi

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati