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Morto in Mauritania lo storico militante contro la schiavitù

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 marzo 2026

La schiavitù in Mauritania è stata abolita de iure, ma de facto esiste ancora, nonostante siano state inasprite le pene nel 2015.

L’80enne non ha mai smesso di lottare

Giovedì scorso è morto Boubacar Ould Messaoud, figura di spicco nella lotta contro la schiavitù in Mauritania. L’80enne aveva fondato SOS Esclavage nel 1995, che da allora opera per l’eliminazione di tale oppressione nel Paese. Per anni la sua organizzazione era intervenuto su molti fronti senza riconoscimento ufficiale. Lo stato giuridico è arrivato solo dieci anni dopo, nel 2005.

In questi anni Boubacar Ould Messaoud non ha mai smesso di lottare contro la schiavitù e a favore dell’uguaglianza.

Proprio a causa delle sue battaglie, è stato imprigionato più volte, eppure grazie alle sue lotte in favore dei diritti umani, ha ricevuto parecchi premi a livello internazionale. Boubacar lascerà un vuoto immenso non solo in Mauritania, ma nel mondo intero. Le sue battaglie hanno lasciato impronte indelebili ovunque.

Ha scosso tutte le coscienze

“Ha scosse le coscienze della gente, di tutti gli oppressi, delle popolazioni negro-mauritane e gli emarginati della comunità arabo-berbera. Hanno visto in lui un sostegno incondizionato di fronte alle difficoltà legate alle discriminazioni, alle oppressioni e agli anacronismi che affliggono ancor oggi molti mauritani”, ha sottolineato Biram Dah Abeid, deputato di Nouakchott e militante per i diritti umani.

Boubacar Ould Messaoud, fondatore di SOS Esclavage

E nel settembre scorso, durante il suo intervento in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, Mohamed Salem Ould Merzoug, ministro degli Esteri mauritano, non ha negato il problema che ancora oggi affligge il suo Paese. Ha menzionato alcune iniziative volte ad affrontare le conseguenze della schiavitù in tutte le sue forme, attraverso l’istituzione di meccanismi giuridici e istituzionali.

I progressi ci sono, non si può negare, ma sta di fatto che malgrado le leggi vigenti il fatto sussiste ancora. Le norme ci sono, ma intanto gli schiavi esistono eccome.

Oggi la Mauritania dispone di uno dei quadri giuridici più articolati dell’Africa in materia di lotta contro la schiavitù. La legislazione nazionale è severa, le istituzioni specializzate sono numerose e il Paese ha ratificato diversi importanti strumenti internazionali.

Paradossa tra legislazione e realtà

Tuttavia, persiste un paradosso preoccupante: mentre la legge è chiara e ambiziosa, gli attivisti delle organizzazioni antischiaviste continuano a essere esposti a violenze, arresti, procedimenti giudiziari e intimidazioni.

Mauritania: carovana contro la schiavitù

E ancora oggi, molti casi di schiavitù subiscono ritardi procedurali e persino archiviazioni. Questo contrasto tra norme e pratiche mette profondamente in discussione la credibilità del sistema giudiziario e la coerenza della politica pubblica in materia di diritti umani.

Quando la schiavitù è definita un crimine contro l’umanità e la legge prevede pene severe, qualsiasi applicazione timida o selettiva indebolisce il potere deterrente della legislazione e mette in discussione la protezione delle vittime.

A tutt’oggi, la società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beydens”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore” e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. Lo status di schiavo viene ancor oggi tramandato da madre in figlio. Gli schiavi non negano il loro status, subiscono ancora violente rappresaglie e difficilmente hanno accesso ai servizi essenziali.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

Quando l’inferno è sulla Terra: schiavi ed ex schiavi della Mauritania si raccontano

Vessati, maltrattati e abusati: l’ONU ha indagato e verificato che gli schiavi in Mauritania esistono ancora

 

Mauritania: schiavismo abolito, ma gli schiavi ci sono ancora

 

 

Trump e Netanyahu uniti contro l’Iran, ma con esiti e costi diversi

Speciale per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
12 marzo 2026

Nella guerra all’Iran, l’agenda di Trump sembra non coincidere con quella di Netanyahu. Mentre gli obiettivi di Israele sono chiari, il presidente americano, coinvolto in una guerra preventiva, non ha una exit strategy.

A distanza di poche ore l’uno dall’altro, il premier israeliano ha dichiarato che sono state spezzate le ossa all’Iran “ma non abbiamo ancora finito”. Come nell’ennesima puntata di un feuilleton, il taycoon ha invece annunciato che la guerra finirà presto.

Gli obiettivi israeliani

Attaccando l’Iran, Israele intende finire il lavoro iniziato con la guerra dei 12 giorni nel 2025. Punta ad un cambio di regime a Teheran per ridisegnare l’equilibrio regionale e stabilire la sua superiorità militare dopo essersi sbarazzato dei suoi nemici.

Bombe israeliane su Teheran

Vuole eliminare definitivamente la minaccia nucleare iraniana, che evidentemente gli attacchi a giugno 2025 non hanno scongiurato diversamente da quanto affermato trionfalmente dal presidente Trump. E schiacciare definitivamente la “testa del serpente” dell’“asse della resistenza”costituito da Hezbollah, dagli Houti nello Yemen, da alcuni gruppi filo iraniani in Iraq e da Hamas – nato come costola dei Fratelli musulmani, sunniti, e finanziato dall’Iran sciita – artefice del 7 ottobre. Un asse che, seppure indebolito dalle guerre a Gaza e in Libano, dà ancora del filo da torcere a Tel Aviv.

Un altro segmento dell’asse, l’alleanza di Teheran con la Siria, si è spezzato con la caduta di Bachar el-Assad a dicembre 2024. Se non sarà possibile far cadere il regime iraniano, Israele e gli Stati Uniti potrebbero cercare di indebolire la Repubblica Islamica destabilizzandola dall’interno, fomentando insurrezioni e sostenendo i gruppi di opposizione per creare delle zone a macchia di leopardo nel Paese, ipotizzano gli analisti. Una guerra lunga consentirebbe inoltre a Netanyahu di prolungare la sua permanenza al potere e magari rinviare le elezioni previste a ottobre 2026: i sondaggi danno in testa l’opposizione.

Guerra insidiosa per Trump

Gli Stati Uniti sono entrati in guerra perchè tirati dentro da Israele che ha attaccato l’Iran. Lo ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio: “Israele stava pianificando di colpire l’Iran, il che avrebbe spinto Teheran a assalire le risorse statunitensi nella regione. Quindi abbiamo agito preventivamente”. Hanno attaccato nonostante la CIA, il dipartimento di Stato e il Pentagono avessero sconsigliato la Casa Bianca da mettere in atto un’operazione militare per rovesciare il regime iraniano.

La Repubblica Islamica non è una minaccia esistenziale per gli USA, mentre invece viene percepita così da Israele. Il presidente Trump deve tenere conto delle conseguenze che questa nuova guerra può comportare per la sua amministrazione in vista delle elezioni di midterm, che si profilano difficili per i repubblicani.

In particolare a sua base MAGA, cui aveva promesso in campagna elettorale di non iniziare nuove guerre, era già divisa sul peso accordato agli interessi israeliani a scapito di quelli americani. Superata l’invasione del Venezuela, subito dopo l’attacco all’Iran ha chiesto risultati immediati che tardano ad arrivare. Secondo le stime, la guerra costa agli USA quasi un miliardo di dollari al giorno, “sufficiente per coprire un anno intero di assistenza sanitaria per quasi 110.000 iscritti a Medicaid” ribattono i democratici, mentre il debito pubblico ammonta a 39.000 miliardi di dollari.

Le numerose dichiarazioni di Trump dall’inizio dell’offensiva iniziata il 28 febbraio, non delineano l’esito globale del conflitto. “Il presidente e i suoi principali collaboratori sono stati incoerenti nei loro messaggi riguardo ai loro obiettivi per la guerra, oscillando tra richieste di cambio di regime e ambizioni molto minori, come una Repubblica Islamica che rimane al potere sotto una guida più condiscendente verso gli Stati Uniti”, sottolineava Michael Wilner sul Los Angeles Times l’8 marzo.

Eliminata la guida suprema Khamenei, Trump ha spronato gli iraniani a ribellarsi contro il regime, i cui apparati hanno dato un giro di vite alla sorveglianza proprio per impedire una nuova ondata di proteste. Ha quindi ripiegato: pur dicendo che non avrebbe accettato come successore di Khamenei il figlio Mojtaba, definendolo “un peso piuma”, ha acconsentito ad un capo, anche religioso, e ad un regime non ostili agli Usa, a Israele e che “tratti bene” i Paesi del Medio Oriente. Ma Mojtaba è stato eletto ed è già nel mirino di Israele.

Sul piano militare, l’offensiva finora ha impegnato solo le forze aeree di Israele e USA. Scartata in un primo momento da Trump un’operazione di terra – “una perdita di tempo” visto che gli iraniani militarmente “hanno perso tutto quello che potevano perdere” – siccome è impensabile comunque ottenere un regime change con le bombe, il presidente ha valutato un’operazione di terra rivolgendosi, ancora una volta, ai curdi.

Precisamente a coloro delle fazioni in esilio a Erbil della Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano, l’alleanza di cinque partiti formata a febbraio per rovesciare la Repubblica Islamica. Il regime iraniano reprime da tempo i curdi, che attualmente sono ammassati a migliaia lungo la frontiera iraniana. La risposta dell’Iran è stata che se i curdi entreranno nel Paese, l’Iran bombarderà il Kurdistan iracheno. Ma anche su questa opzione Trump ha fatto dietrofront e ha chiesto all’Iran la resa incondizionata, chiarendo ad  Axios, che la resa “potrebbe voler dire la distruzione completa delle capacità militari del regime, non necessariamente una resa formale”. Ossia che la guerra per ora va avanti?

Le pressioni dei Paesi del Golfo per chiudere il conflitto, riguardano il fattore energetico e non solo. Pur partecipando al Board of Peace di Trump, le monarchie del Golfo non sono state avvisate dell’offensiva contro l’Iran, che sta colpendo anche le loro strutture civili.

Ma non per questo sono a fianco di Israele e USA. Stanno invece valutando una possibile revisione dei loro investimenti all’estero, per centinaia di miliardi di dollari negli Usa, “per alleviare parte della tensione economica derivante dalla guerra”.

A complicare il quadro per Trump, c’è l’Indonesia che sta ripensando la sua partecipazione al Board of Peace. Inoltre è emerso il coinvolgimento della Russia che fornirebbe informazioni all’Iran per colpire obiettivi Usa in Medio Oriente, come del resto fanno gli americani con l’Ucraina. Ma su Putin, Trump ha minimizzato. Insomma, la guerra finirà a giorni, come dice Trump, o potrebbe durare a lungo come ipotizza il segretario del dipartimento della Guerra, Pete Hegseth? 

La strategia “all in” dell’Iran

Con i suoi oltre 93 milioni di abitanti, un potere strutturato e radicato in quasi 50 anni di governo, l’Iran sa che non vincerà militarmente questo conflitto e punta a provocare danni e costi altissimi e ad allargare il conflitto. Oltre a Israele, ha colpito le basi statunitensi nei Paesi vicini e del Golfo per spingerli a fare pressione sugli Stati Uniti affinché chiuda il conflitto. Ora sta mirando anche alle loro strutture civili.

Il blocco dello stretto di Hormuz, poi limitato alle navi israeliane e statunitensi, e la contrazione della produzione, stanno facendo schizzare il prezzo del barile allarmando anche l’Europa. L’Iran sembra tuttavia preparato ad ostilità di lunga durata, di logoramento, con effetti a lungo raggio.

Il quotidiano libanese L’Orient-LeJour, citando il Financial Times, sostiene che i proiettili lanciati dall’Iran sarebbero soprattutto dei vecchi missili a combustione liquida, inviati a salve più regolari ma più limitate che nel giugno scorso, per assottigliare gli stock di intercettori americani e israeliani e in seguito rendere più efficaci gli attacchi con missili più complessi e precisi.

L’intelligence israeliana stima che l’Iran disponga ad oggi di 2.500 missili balistici, ma non si sa quale sia l’entità residua del suo arsenale. Stando al capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, nei primi cinque giorni di questa seconda offensiva, sarebbero stati distrutti il 60 per cento delle basi di lancio missilistiche e l’80 per cento dei sistemi antiaerei iraniani.

Mentre si conoscono i danni sulle strutture militari e civili in Iran, non c’è un bilancio preciso dei danni provocati dalla controffensiva in Israele. Arab News fa sapere che dopo l’uccisione di Ali Khamenei, il ministro degli Esteri, Araghchi, ha annunciato di aver attivato il sistema di “difesa decentralizzata a mosaico”, una strategia sviluppata dai Guardiani della Rivoluzione, che consiste nella distribuzione delle strutture militari e di comando, delle unità operative, su varie direttrici geografiche in modo da garantire la continuità delle funzioni militari anche in caso di attacchi intensi. L’Iran ha giocato anche la carta di Hezbollah, aprendo un nuovo fronte in Libano, della quale avvalersi per uscire dal conflitto e si parla anche di una chiamata alle armi degli Houti.

Pezeshkian, presidente dell’Iran

Ora che sta colpendo anche le strutture civili, i Paesi del Golfo sono disorientati. Specie dopo che, a una settimana dall’inizio dei bombardamenti, il presidente iraniano Pezeshkian si è scusato assicurando che i Paesi vicini non saranno più presi di mira a meno che un attacco non parta da lì. Ma poche ore dopo l’Iran ha lanciato missili su Emirati, Kuwait, Qatar e Arabia saudita.

Al-Jazeera riferisce che “il potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran ha espresso il suo disappunto per le dichiarazioni del presidente sabato, avvertendo i Paesi vicini che Teheran avrebbe continuato gli attacchi se Stati Uniti e Israele avessero usato il loro territorio per attaccare l’Iran”. Messaggi contraddittori che riflettono le divergenze interne alla leadership iraniana tra i più conservatori e le fazioni più pragmatiche, ora emerse chiaramente in un contesto di guerra.

Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La guerra all’Iran e le domande ancora senza risposta

Bombardate in Congo-K le postazioni ribelli: uccisa cooperante francese dell’UNICEF

Africa ExPress
Kinshasa, 11 marzo 2026

Alle prime ore dell’alba di oggi, Goma, capoluogo del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo e da gennaio 2025 controllata dai ribelli M23/AFC, è stata bersagliata da bombe, lanciate da droni.

Durante l’attacco, secondo quanto riportato da Lawrence Kanyuka, portavoce di M23/AFC, sono morte una operatrice umanitaria francese di UNICEF e altre due persone.

Karim Buisset, uccisa in Congo-K

Colpita zona residenziale

Testimoni oculari hanno raccontato di essere stati svegliati all’alba da almeno due esplosioni. La prima bomba sarebbe finita nel lago Kivu, mentre la seconda avrebbe colpito un edificio in una zona residenziale di Goma, dove vivono operatori umanitari e personale dell’Unione Europea. Fatto confermato anche da Hadja Lahbib, commissaria dell’UE , responsabile degli aiuti umanitari.

La morte della 54enne francese, Karine Buisset, è stata annunciata sull’account X (ex Twitter) di Emmanuel Macron, presidente della Francia.

L’Unicef ha detto di essere “devastata e indignata” dalla morte di Buisset, sottolineando che la signora ha lavorato instancabilmente per sostenere i bambini e le famiglie colpiti da conflitti e crisi.

Vicino a residenza di Kabila

Il complesso abitativo colpito dai bombardamenti, è nel quartiere Kitindo, non lontano dal lago Kivu. Nello stesso quartiere, a poca distanza dalla casa della giovane francese, si trova pure la residenza di Olivia Kabila, moglie dell’ex presidente Joseph Kabila. L’ex capo di Stato congolese è stato recentemente condannato a morte in contumacia dall’Alta Corte militare di Kinshasa, perché ritenuto colpevole di altro tradimento, crimini di guerra, cospirazione e associazione con gruppi ribelli.

Al momento non è possibile affermare che l’obiettivo fosse l’ex presidente, che sembra nemmeno essere presente nel Paese.  Sta di fatto che AFC/M23 accusa Kinshasa di essere l’autore dell’attacco di questa notte. E, sempre secondo il gruppo armato, già lunedì scorso si sarebbe avvistato un drone nei cieli di Goma.

La residenza a Goma dell’operatrice umanitaria francese di UNICEF

Malgrado il trattato di pace, siglato nel dicembre 2025 a Washington, il conflitto continua imperterrito nell’est della ex colonia belga. Ridicole anche le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump che sostiene di aver chiuso otto gurre.

Monito di ICG

Solo qualche giorno fa, ICG, Gruppo di Contatto sui Grandi Laghi (ne fanno parte Stati Uniti, Germania, Belgio, Danimarca, Svizzera, Olanda, Svezia, Gran Bretagna, Francia e l’Unione Europea, in un comunicato congiunto ha fatto sapere di essere molto preoccupato per le continue violazioni dei trattati. Il primo, siglato appunto tra RDC e il Ruanda a Washington, il secondo a Doha, tra Kinshasa e il gruppo politico-militare M23/AFC.

ICG ha ricordato alle parti che il conflitto non può essere assolutamente risolto militarmente. Ha chiesto ai belligeranti di “impegnarsi nuovamente in modo urgente e inequivocabile, di cessare le ostilità e di riprendere i negoziati”.

Restrizioni visti

Intanto Washington ha annunciato la scorsa settimana restrizioni di visto per alcuni funzionari di Kigali, dopo quelle economiche già in atto nei confronti dell’esercito ruandese a di alti ufficiali, perché accusati di sostenere i ribelli nell’est del Congo-K. Il presidente americano, Donald Trump, continua a biasimare il Ruanda per il fatto che non rispetta quanto siglato a Washington alla fine dello scorso anno.

Basti pensare che l’accordo prevedeva in particolare il ritiro delle truppe ruandesi dalla parte orientale della RDC. Ma solo pochi giorni dopo la firma, i combattenti di M23/AFC, sostenuti dal Ruanda, avevano preso il controllo della città di Uvira.

ll gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.

Africa ExPress
X: afrixexp
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https://www.africa-express.info/2025/12/14/in-congo-k-si-firma-la-pace-ma-continua-la-guerra/

Radar alleati danneggiati dalle bombe iraniane: gli americani non hanno il gallio per ripararli

Speciale per Africa ExPress
Sergio Pizzini*
Milano, 11 marzo 2026

I problemi relativi alla riparazione dei due radar americani, l’AN/FPS-132 in Qatar e l’ AN/TPS-59 in Bahrein, danneggiati dagli attacchi iraniani nel corso della guerra USA-Israele di questi giorni, hanno fatto, indirettamente, riferimento all’elettronica di questi strumenti, preziosi per l’avvistamento di droni o missili iraniani in avvicinamento, ed alla guida di di droni e missili contro posizioni nemiche* ed alla crisi di approvvigionamento di un materiale critico, il gallio, fornito esclusivamente dalla Cina, come le terre rare.

Qatar: l’AN/FPS-132 distrutto dai bombardamenti iraniani

Il gallio è indispensabile per la fabbricazione dell’elettronica di potenza di tutti i sistemi di arma, di avvistamento, e di direzione guidata di missili e droni usati nella guerra degli USA contro l’Iran, basata su chip di arseniuro di gallio (GaAs), nitruro di gallio (GaN) e ossido di gallio (beta Ga2O3).

Questi semiconduttori, ed in particolare l’ossido di gallio, permettono, non solo, caratteristiche di alta potenza, indispensabile per le macchine da guerra ora in uso, ma la produzione di dispositivi di emissione di fasci di radiazioni di  frequenza superiore al massimo della luce visibile, e pertanto prive di interferenza d luce visibile (solar blind).

Questa caratteristica è preziosa per i sistemi di guida di armi in condizioni diurne, quando l’interferenza della luce solare potrebbe vincolare la precisione di indirizzamento verso l’obiettivo, annullando il valore del tiro con la produzione di effetti indesiderati, vedi il centinaio di giovani vittime innocenti in una scuola iraniana.

La tecnologia di fabbricazione di questi dispositivi elettronici è la conclusione di decenni di ricerca, destinati alla fabbricazione dei materiali di base sotto forma di cristalli singoli, particolarmente critica per il nitruro e l’ossido di gallio che hanno temperature di fusione rispettivamente di 2500°C  e 1725 °C.

Sergio Pizzini*
sergiopizzini2011@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano. L’autore di questo scritto considera la guerra degli USA contro l’Iran una violazione assoluta di tutte le regole vigenti, e dei diritti del popolo iraniano

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Come in Israele la ferrea censura racconta la guerra

Speciale Per Africa ExPress
Eric Salerno
10 marzo 2026

Il popolo israeliano, ebrei e arabi, non sa. Solo quando missili e droni finiranno di colpire forse sarà informato del costo di questa guerra scatenata contro l’Iran. Forse potrà vedere e parlare dei palazzi distrutti, dei luoghi che furono e dovranno essere ricostruiti. Rifugi privati e pubblici limitano il numero di morti e feriti ma non i traumatizzati.

La notizia di una donna israeliana inciampata e rimasta leggermente contusa mentre correva verso un rifugio mi ricorda la storia di quella collega che, durante l’assalto all’Iraq e la pioggia di missili di Saddam Hussein su Israele rimase leggermente ferita quando correva verso il rifugio con i tacchi a spillo. I danni a tutto, allora, erano relativamente minori.

Abisso tra arsenali

C’è un abisso tra quell’arsenale iracheno e sistemi missilistici iraniani, quantitativamente e qualitativamente molto superiori. Nei cieli israeliani si possono seguire le loro tracce, anche filmarle e raccontarle. Ma è proibito, da una censura ferrea, filmare e soprattutto raccontare i luoghi di impatto.

Missili iraniani su Israele

Il lettore dei quotidiani o lo spettatore delle news vede solo quello che le autorità israeliane autorizzano. Le regole della censura risalgono ai tempi del Mandato della Gran Bretagna sulla Palestina. Ai giornalisti accreditati e non in Israele viene fatta firmare un impegno a rispettare le regole.

Immagini e descrizioni scritte dei danni subiti nelle città o nei villaggi sono off-limits se non, di tanto in tanto, per fare vedere che sono molto di meno di quello subiti da chi attacca. Nel caso di oggi, dall’Iran.

Motivazioni strategiche

Vi sono, ovviamente, comprensibili motivi strategici per la scelta delle autorità soprattutto quando vengono colpiti luoghi strategici come basi militari, aeroporti, centrali elettriche. I divieti servono anche a gestire una crescente rabbia della popolazione israeliana. Per due anni l’opinione pubblica era concentrata su Gaza, su Hamas: una maggioranza degli ebrei israeliani era concentrata sugli ostaggi israeliani da liberare; non era interessata alla sorte dei civili palestinesi della striscia.

E i media che sostenevano la politica del governo Netanyahu evitavano di mostrare la realtà di Gaza. Quelle che ci arrivavano dalla striscia erano quelle rubate da satelliti o dalle reti tv che grazie ai giornalisti palestinesi riuscivano a seguire la sistematica distruzione di quel pezzo di mondo, di intere famiglie – bambini, donne, uomini – decimati. In Israele, quelle immagini, non trovavano spazio sui media locali.

Soltanto ai pochi giornalisti stranieri, accompagnati da portavoce militari israeliani veniva concesso di tanto di sfiorare quella realtà ma non di parlare con le vittime di tanta ferocia.

Quadro limitato della situazione reale

Oggi i giornalisti accreditati in Israele possono raccontare soltanto quello che governo e apparato militare di Tel Aviv permette. Per questo le immagini che vediamo e i racconti dei “nostri inviati” e “corrispondenti” a Tel Aviv o a Gerusalemme ci forniscono un quadro molto limitato dei danni psicologici subiti dalla popolazione israeliana.

E anche i media israeliani di centro-destra evitano di raccontare ai loro ascoltatori i danni materiali di un conflitto di cui non si intravede fine. Saranno necessari miliardi di dollari per ricostruire abitazioni e altro. Molte industrie sono in difficoltà. Il settore agricolo è completamente fermo. I media locali, per in compenso, sbandierano con orgoglio il crescente numero di commesse che arrivano da mezzo mondo (specialmente dai paese del Golfo attaccati dall’Iran) alla super gettonata industria militare.

Eric Salerno
eric2sal@yahoo.com
X: @africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La lobby sionista americana: “Trump non comanda. Esegue”

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
9 marzo 2026

Ci sono due Donald Trump: quello che esegue gli ordini di chi lo finanzia, e l’altro che recita la parte del “boss”.

La personalità dell’attuale presidente degli Stati Uniti sembra instabile, ma se analizziamo il suo ruolo all’interno e all’esterno degli USA è possibile percepire una realtà più complessa di quello che sembra. A chi parla Trump, quando mostra il suo volto più spietato?

Dentro gli Stati Uniti

Nelle ultime elezioni presidenziali americane “l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più influente lobby sionista negli Stati Uniti, ha escogitato una strategia infallibile di finanziamenti rivolti a entrambi i candidati per assicurarsi che a urne chiuse il supporto a Israele non sarebbe vacillato”, scrive Beatrice Chizzola per Inside Over.

AIPAC

E continua: “L’influenza di AIPAC sulle decisioni politiche americane è estremamente radicata, tant’è che il membro repubblicano del Congresso Thomas Massie ha confessato in un’intervista che ‘ogni membro del Congresso ha un AIPAC babysitter’. Quello che però ha fatto la differenza nelle ultime presidenziali è stata la strategia adottata: niente più attività di lobbying ‘sotto banco’, l’AIPAC ha finanziato direttamente le campagne elettorali così da garantirsi vincitori pro-Israele e da silurare eventuali voci critiche”.

Le pedine di AIPAC

Indipendentemente dal vincitore, chiunque fosse salito al potere avrebbe dovuto fare gli interessi della lobby.

La figura di Donald Trump però, richiede maggiore attenzione. Lui, per i suoi elettori, rappresentava l’anti-sistema. Il rivoluzionario che avrebbe fatto gli interessi degli americani, e non quelli dei colonialisti sionisti.

Donald Trump

“Che Trump rappresenti una rottura nelle pratiche e dinamiche di politica internazionale è evidente a tutti. Ma per provare a comprendere la natura e il carattere di questa ‘novità’ bisogna partire dal suo rapporto con l’elettorato statunitense”, si legge nell’articolo di Marcello Flores.

Il giornalista di Globalist poi aggiunge: “Adesso si presenta lui, che è l’uomo più potente del pianeta, esattamente come un antisistema. Come uno scassinatore dei lacci costituzionali che imbrogliano il suo potere, come un vendicatore non solo di chi è stato contro di lui ma anche dei suoi sodali di un tempo che hanno osato rivolgergli qualche critica o consiglio sgradito”.

(Charlie Leight/Getty Images)
Elettori di Trump

Se da una parte deve compiacere chi lo ha eletto andando verso una direzione, dall’altra è in debito con l’AIPAC che lo spinge nella direzione opposta.

“L’AIPAC ha donato soldi a 342 membri del Congresso americano su 545. Per il 2024 ha l’obiettivo di spendere 100 milioni di dollari nella campagna elettorale per le presidenziali. Inoltre, ha creato un gruppo, United Democracy Project, che ha il compito di eliminare le voci critiche e pro-Palestina all’interno del Congresso”, scrive Maurizio Bongioanni il 28 luglio 2024 per Il Manifesto.

Per Trump, quindi, diventa difficile “accontentare” tutti. E i tentativi di legittimare l’ennesima guerra voluta dalla lobby sionista disintegra la storica narrazione della “civiltà dei diritti” strutturata sulla coerenza morale (percepita e non reale), che destabilizza il mondo così come l’Occidente lo conosceva.

I debiti del presidente

La dipendenza economica del presidente statunitense, però, non è solo politica ma anche personale.
I debiti di Donald Trump sono stati in gran parte legati a prestiti bancari per immobili e hotel, obbligazioni legate alle sue società, mutui su proprietà come torri e resort e i suoi problemi con la giustizia.

“Trump è probabilmente seduto su un enorme mucchio di denaro, ma non abbastanza per pagare i suoi creditori legali con un semplice bonifico. E con molte altre cause nel suo futuro e il procuratore generale di New York che gli guarda le spalle, dovrà trovare un’ancora di salvezza finanziaria. Velocemente”, si legge in un articolo di Forbes del 6 marzo 2024.

Il patrimonio immobiliare di Donald Trump: le proprietà del nuovo presidente Usa in una sola immagine — idealista/news
Trump Tower

Durante le campagne del 2016 e 2020, ha ricevuto un forte sostegno da alcuni grandi donatori pro-Israele, ma come individui, non tramite AIPAC. Un esempio noto è Sheldon Adelson, magnate dei casinò e grande finanziatore repubblicano, che ha donato decine di milioni di dollari a comitati pro-Trump.

Fuori dagli Stati Uniti

Recitare la parte del rivoluzionario antisistema, costretto a eseguire gli ordini di chi lo comanda, sta producendo effetti devastanti sull’intero equilibrio geopolitico mondiale.

Africa ExPress ha intervistato Vincenzo Musacchio, criminologo forense e docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS (Research Institute for Advanced Computer Science) di Newark, città nel New Jersey giusto situata accanto a New York.

Vincenzo Musacchio

“Gli Stati Uniti di Trump hanno attuato la fine del diritto internazionale a seguito di una serie di azioni unilaterali che hanno scosso l’ordine globale basato sulle regole condivise. Trump ha sistematicamente indebolito le istituzioni internazionali nate per garantire l’ordine mondiale. L’ONU, la Corte Penale Internazionale (CPI), la NATO sono state svuotate di potere e credibilità”.

E continua: “Resta poi l’istituzione del Board of Peace che ha lo scopo di sostituire l’ONU con un organismo basato sulla legge del più ricco e del più forte.  Trump non deve più legittimare nulla, a legittimare tutto ci pensa la forza militare”.

Il Board of peace ha aperto i battenti il 19 febbraio a Wasghington
Board of Peace

In politica estera “non ha bisogno di alcun consenso perché esprime un mondo dove la cooperazione tra Stati è sostituita da rapporti di forza militare ed economica, mettendo in crisi il principio che le controversie tra le Nazioni debbano essere risolte attraverso norme legali condivise. Non esiste più la Comunità internazionale”, spiega Musacchio.

Legittimare gli interessi della lobby

Il genocidio del popolo palestinese ha messo a dura prova il consenso elettorale nazionale e internazionale di molti Stati, non solo degli USA. E diventava urgente cambiare la percezione delle masse in rivolta in tutto il mondo. La guerra contro il regime iraniano ha infatti riabilitato il colonialismo sionista producendo un cortocircuito ideologico.

Il criminologo spiega la differenza tra crimine illegittimo e legittimato: “Si riferisce ad atti che violano palesemente le norme internazionali, ma che sono presentati come ‘giusti’ o necessari perché compiuti in nome di un valore superiore, come la sicurezza nazionale o la lotta al terrorismo. In questo caso, la legittimità è morale o politica, non legale”.

Poi aggiunge: “I crimini legittimati si riferirebbero al processo attraverso cui un atto illegale è normalizzato ex-post. Questo accade quando la Comunità internazionale o le grandi potenze decidono di non sanzionare una violazione, di non riconoscerla come tale o di integrarla in un nuovo quadro normativo”.

La resistenza antisionista

Per contrastare la coercizione del consenso in politica estera, fondata sulla legge del più forte, gli Stati sotto ricatto dovrebbero assumere “posizioni solide e unitarie a livello europeo. Cosa che al momento non esiste – commenta Musacchio, e continua – All’Unione Europea basterebbe puntare unitariamente al reale rafforzamento di organizzazioni come l’ONU o la Corte Penale Internazionale senza la partecipazione degli Stati Uniti, per impedire che l’ordine mondiale diventi puramente simbolico e nelle mani degli imperialismi o peggio dei folli”.

Hanno un esempio a cui ispirarsi: “Pedro Sánchez. Il premier spagnolo si è posizionato come il principale leader della resistenza europea all’unilateralismo di Trump attraverso diverse azioni chiave”, conclude il docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata.

L’Unione Europea ha anche a disposizione uno strumento anticoercizione, l’Anti-Coercion Instrument (ACI). Una procedura di emergenza che permetterebbe di assegnare alla Commissione Europea il potere temporaneo di adottare misure molto dure contro un Paese che minaccia economicamente l’UE.

Parlamento Europeo

“Lo strumento, adottato da Bruxelles nel 2023 è pensato per rispondere a dimostrazioni di forza da parte di Paesi come la Cina, prevede la possibilità di ricorrere a misure di emergenza in risposta a episodi di ‘coercizione economica’ da parte di Paesi terzi”, scrive Europa Today.

“La Commissione Europea lo dice esplicitamente: l’obiettivo principale dell’ACI è la deterrenza, cioè far sì che lo strumento non debba essere usato perché la controparte capisca che l’Ue ha una risposta pronta”, si legge in un altro articolo pubblicato da Eurofocus.

Le lobby sioniste, però, non finanziano solo la politica statunitense: “Report, sullo sfondo di immagini terribili della devastazione di Gaza e del blocco degli aiuti umanitari, ci racconta le lobby filoisraeliane, una ventina delle quali sono nei registri dei gruppi di pressione accreditati all’Europarlamento: incontrano i deputati, pagano i loro (frequenti) viaggi a Tel Aviv, lavorano del tutto legittimamente, si intende”, riporta Il fatto Quotidiano.

In questi termini, nessun politico comanda realmente. Al contrario, eseguono gli ordini di chi li finanzia.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Schiavismo moderno: il lato oscuro di Dubai e degli altri Emirati

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
9 marzo 2026

I grattacieli, le luci scintillanti, l’alta tecnologia e le ricchezze di Dubai sono il lato esteriore dell’Emirato. Esiste un aspetto che ormai non è nemmeno tanto sconosciuto ma molto oscuro: quello dei diritti umani.

A Dubai, ma anche nei restanti sceiccati degli Emirati Arabi Uniti (EAU) lungo la costa meridionale del Golfo Persico e in Arabia Saudita, è un problema diffuso tra i lavoratori migranti.

Operai Dubai
Dubai, operai in pausa durante la costruzione di un grattacielo

Costruttori di grattacieli

La città sfavillante è stata costruita grazie al lavoro di centinaia di migliaia di migranti che rappresentano il 90 per cento della popolazione. La maggior parte di questi provengono da India, Pakistan, Bangladesh e altri Paesi del Sud e Sud-Est asiatico. Ma anche dall’Africa: Ghana, Nigeria, Kenya, Mozambico, Sudafrica, Zimbabwe.

Sono quei migranti che hanno costruito il Dubai World Trade Center, primo grattacielo del mondo arabo e il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo (828 metri).

Ma anche Palma Jebel Ali e la Palm Jumeirah, le isole artificiali a forma di palma, Expo City Dubay che ha ospitato la COP28 il grande evento sul clima. E molti altri che rendono Dubai una città del deserto unica al mondo.

La kafala

La kafala è l’equivalente della sponsorizzazione ma più invasiva. È una norma islamica che unisce legalmente il lavoratore migrante a un singolo datore di lavoro. Un sistema che, spesso, crea situazioni di sfruttamento e limitazione della libertà di movimento e si avvicina alla schiavitù moderna.

ONG come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso della kafala che toglie dignità ai lavoratori e lavoratrici immigrati. La prima azione del datore di lavoro è la confisca del passaporto dell’immigrato. Anche se questo sequestro è vietato dalla legge.

Con questo atto al lavoratore viene impedito di lasciare il Paese e la promessa di uno stipendio dignitoso diventa un sogno disatteso. Queste persone, ormai in trappola, vengono sottopagate dovendo lavorare anche 12 ore al giorno senza giornate di riposo.

Dubai rapporto Equidem
Copertina del rapporto EXPOsed di Equidem (courtesy equidem.org)

Leggi disattese

Negli ultimi anni negli EAU sono state varate diverse leggi per andare oltre la kafala e migliorare i diritti dei lavoratori. Ma non vengono rispettate. L’ONG britannica Equidem ha pubblicato il rapporto “EXPOsed” dove ha denunciato le sistematiche pratiche di lavoro forzato dei lavoratori immigrati.

L’indagine evidenzia anche lo sfruttamento dei lavoratori africani. Sono vittime di abusi come il pagamento di tasse di reclutamento illegali e il mancato pagamento dei salari. A questo si aggiunge il razzismo per il colore della pelle.

Anche se altamente qualificati i lavoratori africani, hanno ruoli inferiori rispetto a colleghi di altre nazionalità. La mano d’opera africana e asiatica, ha compiti più pesanti e salari minori. Inoltre, quando devono essere fatti tagli del personale sono i primi ad essere licenziati.

L’assenza di sindacati e la paura di ritorsioni impediscono alle vittime di denunciare i soprusi. Un sistema che i lavoratori definiscono “schiavitù moderna”.

Le donne stanno peggio

Questa forma di oppressione è anche peggiore per le donne. La maggioranza delle lavoratrici trovano occupazione come domestiche e abitano nelle case dei datori di lavoro. Ma questo non è un vantaggio. È, infatti, difficile denunciare abusi fisici o psicologici.

Queste donne lavorano anche 16-18 ore al giorno e spesso vengono abusate sessualmente. E quando va male vengono obbligate ad entrare nel giro della prostituzione.

Se una donna tenta di fuggire da una situazione di sfruttamento, rischia di essere accusata di “fuga” che comporta l’arresto o la deportazione. Questa situazione è comune, con qualche variante, a tutti i Paesi EAU.

Un sindacato sarebbe sicuramente utile per negoziare tra governo e datori di lavoro sui i diritti dei lavoratori. Purtroppo, in un sistema che non rispetta i diritti umani e civili, diventa una “mission impossible”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Crediti foto
– Operai in pausa durante la costruzione di un grattacielo
By Piotr ZarobkiewiczOwn work, CC BY-SA 3.0, Link

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A Dubai, il primo grande dissalatore/centrale elettrica al mondo che funziona con Intelligenza Artificiale

La guerra all’Iran e le domande ancora senza risposta

Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
8 marzo 2026

Annunciata e preparata da tempo, la guerra di Israele e degli Stati Uniti all’Iran è cominciata. Resta da capire quali saranno gli esiti nel breve e lungo termine.

L’offensiva è iniziata il 28 febbraio scorso, all’indomani dell’ultima sessione dei negoziati tra Iran e Usa presso l’ambasciata dell’Oman a Ginevra, smentendo le affermazioni del ministro degli Esteri omanita che aveva parlato di “progresso sostanziale” nei colloqui: l’Iran aveva infatti accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito.

Bombardamenti in Iran

La speranza era che i negoziati, nonostante le reiterate pressioni israeliane su Trump e l’arrivo delle portaerei USA nel Mediterraneo, compresa la Gerald Ford, la più grande del mondo, ormeggiata nelle acque di Haifa, scongiurassero una guerra che, come aveva chiaramente avvertito l’Iran, avrebbe infiammato il Medio Oriente. E così è stato.

Quello sferrato da Netanyahu e Trump è il secondo attacco in otto mesi, per provocare, così hanno detto, un cambio di regime e far diventare l’Iran un Paese non più ostile e libertario. Hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei, i capi dei Guardiani della Rivoluzione e invitato gli iraniani a rivoltarsi contro il regime degli ayatollah.

Ma nonostante i festeggiamenti dei dissidenti in alcune città iraniane e all’estero per la morte di Khamenei, non c’è un’opposizione strutturata per sostituire l’attuale classe dirigente. Il fallimento dell’export della democrazia in Afghanistan e in Iraq sembra non aver insegnato niente.

Intanto sotto i bombardamenti (di chi?), sono state uccise 165 bambine della scuola elementare di Minab vicina ad una base dei Pasdaran e l’Iran sta colpendo, oltre Israele, le monarchie del Golfo e i Paesi della regione che ospitano le basi Usa.

Israele, superpotenza regionale

Trump è “incondizionatamente” al fianco di Israele, il cui scopo per alcuni non sarebbe solo impedire all’Iran di raggiungere l’arma atomica, che Israele peraltro possiede in quantità. Oltre al cambio di regime per “schiacciare la testa del serpente” del cosiddetto “asse della resistenza” – già indebolito dalle guerre ad Hamas a Gaza, contro Hezbollah nel 2024 e, in Siria, dalla caduta del regime di Bachar el-Assad – si ipotizza che Israele voglia assumere il ruolo di superpotenza regionale.

Donald Trump, presidente USA e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu

Ma cosa avrebbe spinto Trump a questa azione militare? Tra i possibili moventi si evoca anche la necessità di distrarre l’opinione pubblica americana dallo spinoso quanto misterioso dossier degli Epstein files, o il petrolio iraniano (l’Iran è il terzo produttore mondiale) per soffocare la Cina che lo importa.

Elezioni midterm

Resta da capire, in vista delle elezioni di midterm, come risponderà Trump al popolo americano e alla sua base MAGA, delusa dalla sua politica estera sempre meno pacifica, che potrebbe avere dei costi non irrilevanti. Finora le sue dichiarazioni sono state fumose, contraddittorie e a singhiozzo.

All’inizio ha parlato di una dimostrazione di forza, un attacco limitato in caso di fallimento dei negoziati, per spingere l’Iran ad accettare le sue condizioni sul nucleare e sui nuovi missili balistici capaci, secondo lui, di minacciare anche gli Stati Uniti. E il vicepresidente JD Vance ha assicurato che non c’era alcuna possibilità che un attacco contro l’Iran avrebbe portato ad una guerra prolungata nella regione. Dopodiché Trump è passato all’annuncio di una possibile operazione di terra, in seguito smentita, a quello di una guerra di quattro settimane, aggiungendo che gli Usa hanno capacità per andare oltre. Ma quanto oltre?

Caos dopo attacco

Ad oggi nessuno riesce a immaginare dove porti il caos, creato attaccando l’Iran, di cui parla anche Daniel Levy, analista ed ex negoziatore degli Accordi di Oslo 2, oggi critico delle politiche di Israele, in un intervento in cui fa presente tra l’altro che due potenze nucleari hanno attaccato uno stato che l’atomica non ce l’ha.

Sul Newyorker, Robin Wright ha evidenziato che l’offensiva denominata “Furia epica” negli USA e “Leone ruggente” in Israele, non ha l’appoggio maggioritario del popolo americano, preoccupato in questo momento dai propri guai economici, e solleva parecchi dubbi sulla sua legalità, sia rispetto al diritto internazionale che alla Carta delle Nazioni Unite e alla Costituzione degli USA.

Carta dell’ONU parla chiaro

La Carta dell’ONU stabilisce infatti che i Paesi membri debbano “astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato” (Capitolo I, Art. 2, Comma 4), mentre la Costituzione americana assegna solo al Congresso il potere di dichiarare guerra.

Per gli USA si tratta di un’altra “guerra preventiva”, come lo è stata quella del 2003 in Iraq basata sulla prova rivelatasi falsa del possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa, con tanto di provetta esibita dal segretario di stato Colin Powell all’ONU, che stavolta dovrebbe contrastare una minaccia al momento ipotetica, visto che l’Iran non ha, o non ha ancora, l’arma nucleare.

Certo, il regime teocratico e oppressivo degli ayatollah, al potere da 47 anni, ha sempre giurato di distruggere il “Grande Satana”, gli Stati Uniti, e con loro Israele. Ha attrezzato, nonché foraggiato, quei proxy che dopo il 7 ottobre hanno accerchiato Israele, e oggi, pur indeboliti, vedono Hezbollah riaprire un nuovo versante di guerra in Libano.

Diplomazia estromessa

Sta di fatto che alla diplomazia non è stata data una chance ulteriore né la si è considerata una via privilegiata. Senza copertura ONU e senza legittimazione del Congresso americano, questa guerra dichiarata mentre gli Usa stavano negoziando con l’Iran, come era accaduto del resto a giugno del 2025 bombardando i siti nucleari di Fordow, Natanz e Esfahan, ha sostituito alla trattativa il linguaggio della forza.

L’Iran ha firmato nel 1968 il Trattato di non Proliferazione Nucleare – mai sottoscritto da Israele che invece ha sviluppato un programma nucleare a scopo difensivo – , che prevede l’uso del nucleare solo per usi civili.

Nel 2015, col Joint Comprehensive Plan of Action (J.C.P.O.A) si è impegnato a limitare il suo programma nucleare, in cambio della rimozione delle sanzioni economiche, e ad aprire alle ispezioni dell’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il ritiro di Trump nel 2018, durante il suo primo mandato, dall’accordo sottoscritto dal presidente Obama e da altri cinque Paesi e le numerose sanzioni economiche dirette contro l’Iran e i suoi partner economici, hanno spinto la Repubblica Islamica a riprendere l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti concordati nel 2015 come leva negoziale, arrivando, secondo le ispezioni dell’AIEA, al 60 per cento. E’ così che tra divergenze e diffidenze reciproche nemmeno le “parole magiche” richieste da Trump e pronunciate dal ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, che l’Iran non avrebbe sviluppato armi nucleari, sono riuscite a fermare i venti di guerra che già soffiavano in maniera irreversibile.

Nuovo ordine mondiale

Ora è guerra aperta e il “nuovo Medio Oriente”, seppure sfocato, comincia ad allungare le sue ombre su un’Europa che si sta muovendo in ordine sparso, mostrando ancora una volta le sue crepe. Dopo l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, l’Iran, il “nuovo ordine mondiale”, pieno di incertezze, è servito.

Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Karura Forest, polmone verde nel centro di Nairobi minacciata dal cemento

Dal Nostro Inviato Speciale
Annaflavia Merluzzi
Nairobi, 8 marzo 2026

Stridono sempre di più lo sviluppo urbano sfrenato di Nairobi e la conservazione degli ecosistemi interni e circostanti la città.

Se da un lato la crescita cittadina ha visto un aumento significativo, configurando la metropoli come seconda città africana per numero di grattacieli, che l’ha fatta schizzare in alto nella classifica degli hub commerciali e finanziari – per quanto questo riguardi solo i quartieri d’élite e non le aree urbane low income – dall’altro lo sviluppo non regolamentato sta mettendo in pericolo la sostenibilità ecologica di Nairobi.

Allarme idrogeologico

Dopo l’allarme dell’idrogeologa Florence Jerotich Tanui, sul rischio dei collassi nei terreni dove sono stati scavati troppi buchi per la costruzione di edifici, l’associazione Friends of Karura Forest (FKF) mette in guardia dalla deforestazione e sfruttamento dell’area protetta dentro Nairobi.

Karura forest, che si estende per circa 1041 ettari, cresce a partire dall’area settentrionale della capitale, a soli 6 km dal trafficatissimo Central business district, cuore pulsante dell’economia cittadina.

Ospita cascate, oltre 200 specie di alberi autoctoni, quasi 230 specie di uccelli e, grazie al lavoro dell’associazione Friends of Karura Forest, da qualche anno accoglie l’African colobus monkey, un primato in via di estinzione, reintrodotto con successo dagli attivisti tra il 2014 e il 2016, dopo essere precedentemente scomparso dalla foresta, che ne è da sempre habitat naturale.

African Colobus Monkey

Dalla sua fondazione nel 2009 l’associazione, grazie al contributo della co-fondatrice Wangari Maathai nell’approvazione parlamentare dei Forest Acts nel 2005, collabora con il Kenya Forest Service nella gestione dell’area di Karura.

“Siamo sempre stati coinvolti nelle decisioni riguardanti la foresta, ogni proposta presentata veniva discussa nelle sedute del comitato, fino poco tempo fa, quando sono state fatte due scelte senza considerarci”, racconta ad Africa ExPress il professore ambientalista, Karanja Njoroge, ex presidente e membro dell’associazione.

Deforestazione

La prima, e più preoccupante, è la deforestazione di un’area di cui non si conosce ancora l’ampiezza, per costruire alloggi per le nuove reclute del Kenya’s National Youth Service, l’ente statale che fornisce addestramento paramilitare e formazione tecnica ai giovani tra i 18 e i 24 anni.

Cascata all’interno della Karura Forest, Nairobi

“Oltre al fatto che stanno tagliando degli alberi, il problema è che parliamo di ragazzi appena maggiorenni spediti a vivere dentro un’area protetta, senza avere alcuna formazione e conoscenza sulla conservazione”, spiega Njoroge. E ancora: “Siamo molto preoccupati e l’assenza di informazioni e comunicazioni ci sconcerta”.

Nursery alberi

La seconda decisione presa dal Kenya Forest Service, senza consultare l’associazione, riguarda l’allestimento di una nursery per circa due milioni di alberi da trasferire poi in altre aree verdi del paese. “Anche questa ci sembra una mossa rischiosa, il trasporto di questa quantità di esemplari ha un costo ambientale molto alto, quando basterebbe piantare gli alberi direttamente in loco”, spiega poi il professore.

L’approvazione dei Kenya Forest Acts nel 2005, e i successivi decreti implementati nei decenni successivi, aveva segnato un punto di svolta politica fondamentale: il coinvolgimento della società civile, delle associazioni, degli abitanti delle aree protette nei processi decisionali che le riguardano. “Tornare indietro sarebbe un bruttissimo colpo per l’ambientalismo e per i cittadini kenyani”, conclude Njoroge.

Annaflavia Merluzzi
Annaflaviamerluzzi@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Maratona di Tokyo: ottimo inizio stagione per i runner africani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Marzo 2026

In anticipo sulla primavera è sbocciata la stagione delle grandi maratone. La prima ad aprire il circuito delle cosiddette Abbot World Marathon Majors è stata quella di Tokyo, 19a edizione. Il circuito prende il nome dall’azienda multinazionale, leader nel settore della salute, che lo ha ideato nel 2012 e lanciato nel 2013.

Nel Paese del Sol Levante si è ripetuto il dominio africano: al traguardo di Gyoko-dori Avenue, al termine dei 41,195 km snodatisi nei quartieri più significativi della metropoli nipponica (Tokyo Metropolitan Government Building, Nihombashi, Asakusa, Ginza, Hibyia Park, il Palazzo Imperiale..) l’ha spuntata Tadese Takele (80 mila dollari il premio intascato). E’ un giovanissimo etiope, ha solo 23 anni, e per lui è stato il bis dell’anno scorso.

Nuovo trionfo per il giovane etiope

E’ un corridore prodigio. Specialista inizialmente della corsa a ostacoli, è passato alla maratona senza difficoltà. Ha fatto segnare 2:03:24 al suo esordio nel terzo posto a Berlino (2023), è migliorato (2:03:23) nella sua vittoria a Tokyo lo scorso anno e ora, il primo marzo scorso, alla sua quarta maratona, ha battuto per un soffio, allo sprint, col tempo di 2h03’37”, i keniani Geofrey Toroitich Kiptchumba , 26 anni, (50 mila dollari) e Alexander Mutiso, 30 anni, (15 mila dollari). Indicativo del livello tecnico altissimo della gara è il tempo dei due sconfitti: appena 1-2 secondi di distacco dal vincitore!

Oro per l’etiope Tadese Takele

Impossibile  non segnalare anche la strepitosa prestazione del nostro connazionale Iliass Aouani, 30 anni: si è classificato sesto in 2h04’26”.Record italiano di valore mondiale: è il settimo crono più veloce della storia.

E’ la conferma che anche nel 2026 sulle strade di Boston, Berlino, Londra, Chicago, New York e Sydney (le altre sedi delle grandi maratone), assisteremo a sfide oltre i limiti. Sia tra gli uomini sia tra le donne.

Oro per l’intramontabile Brigid

Nella maratona femminile, infatti, l’inossidabile, intramontabile leggenda keniana Brigid Kosgei, 32 anni, si è presa la rivincita sull’Etiopia mettendo in fila ben sei etiopi.

La seconda è stata la molto più giovane Bertukan Welde Sura, 21 anni, (giunta a 2 minuti di distanza), della scuderia dell’italiano Federico Rosa; terza Hawi Feysa, 27 anni, (a 3 minuti). Brigid ha anche stabilito la migliore prestazione femminile su suolo asiatico con 2h14’29. Nel 2014 smise di gareggiare per mettere al mondo i due gemelli Faith e Brian, (presi in cura dal marito Mathew Mitei) e domenica primo marzo a Tokio ha corso il settimo tempo più veloce della storia a livello mondiale femminile e la seconda prestazione della sua carriera.

Per lei è il secondo successo alla maratona nipponica dopo quello nell’edizione del 2021, anno in cui conquistò la medaglia d’argento alle Olimpiadi sempre in terra giapponese.

Sembra che il Sol Levante sia una terra di elezione per i runner di Nairobi. Anche Alexander Mutiso, dopo una medaglia di bronzo nei 3 mila metri ai Mondiali Under 18, ha gareggiato per molti anni nel Paese asiatico sui 5mila metri e sulla mezza maratona.

La runner keniana cambia bandiera

Brigid, però, dopo aver dato tanto lustro al suo Paese, sembra intenzionata a lasciarlo. Ha dichiarato dopo l’oro di Tokio: “Alle Olimpiadi di Los Angeles 2028 cambierò nazionalità e gareggerò per la Turchia. In Kenya c’è troppa concorrenza…Comunque devo ancora decidere”.

Brigid Kosgei, Kenya, vincitrice della gara femminile

E pensare che è una delle stelle di Nairobi: cresciuta con sei fratelli da una madre single nella contea di Elgeyo-Marakwet, (regione della Rift Valley patria di campioni), aveva abbandonato la scuola per mancanza di denaro. “Quando ero in terza elementare, gli arretrati superavano i 1.500 dollari – ha raccontato -. Mia madre ha cercato di convincermi a non farlo dicendo che mi avrebbe prestato i soldi, ma io le ho risposto: Per quanto tempo continueremo a chiedere prestiti?”>.

Oltretutto, Brigid aveva scoperto di amare la corsa già alle elementari, distanti da casa sua 10 km .”A volte correvo per evitare di arrivare in ritardo. Lungo il cammino incontravo atleti che si allenavano e mi dicevo: ‘Posso essere come loro’”

E lo è diventata… Ha imboccato la strada dello sport che ha dato a lei “la possibilità di far studiare i miei figli” e a sua madre tranquillità e sicurezza finanziaria (80 mila dollari anche per lei in Giappone).

La keniana ha alle spalle ben 11 vittorie

Ha collezionato undici vittorie sulla maratona: due a Londra nel 2019 e nel 2020, due a Chicago nel 2018 e nel 2019 e due a Tokyo nel 2021 e nel 2026, una a Milano 10 anni fa. Ha detenuto fino al 2023 il record del mondo con il tempo di 2h14’04” realizzato a Chicago nel 2019. Un primato che – ha assicurato dopo l’ultimo trionfo – è intenzionata a riprendersi. Non solo.

Brigid ama sognare in grande: il primo obiettivo è battere se stessa. Vuole arrivare a correre la Maratona in 2 ore e 10 minuti.

Dal Kenya intanto giunge una notizia positiva riguardo al doping: il Paese ha compiuto un passo significativo verso la credibilità nel campo dell’Atletica mondiale. Pochi giorni fa, l’Agenzia antidoping del Kenya (Adak) – l’organismo che protegge gli atleti puliti – ha rimosso il Paese dalla lista di controllo dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada). Insomma non è più un sorvegliato speciale. Viene riconosciuto, dopo anni di scandali a ripetizione, il suo impegno a “tenere pulito lo sport e a proteggere l’integrità dell’atletica leggera”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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I kenyoti, protagonisti nella maratona di Tokyo, lanciano messaggi di pace

I traguardi irraggiungibili raggiunti da Eliud e Brigid maratoneti del Kenya