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Cauzione fino a 15 mila dollari per i cittadini di trenta Paesi africani che entrano in USA

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 marzo 2026

Africano? Vuoi entrare negli Stati Uniti? Ahi, ahi, ahi!…(per citare una vecchia pubblicità degli anni ’80)
Nel continente africano, dopo i pesanti dazi arrivano anche le gabelle ad alto costo per evitare che i cittadini africani tentino di visitare la Nazione trumpiana.

Si chiama Visa Bond Pilot Program (Programma Pilota di Cauzione
per i Visti) inaugurato nel 2025 dal Dipartimento di Stato americano dell’amministrazione Trump. Quest’anno si è ampliato, soprattutto a danno dell’Africa.

La super-gabella

Gli Africani che intendono entrare negli Stati Uniti dovranno sborsare una cauzione da 5.000 a 15.000 dollari. Da pagare prima del loro ingresso negli States. La pesantissima gabella è proporzionata al benessere finanziario o alla fragilità economica degli africani.

Trump Visa bond
Trump e i Visa Bond

Ma, attenzione, la cifra più alta spetta ai più poveri. Infatti, secondo le discutibili regole trumpiane, si suppone che non possano pagare. Quindi è meglio che non provino nemmeno a entrare negli USA.

I trenta Stati 



Gli ultimi Stati africani aggiunti al Visa Bond sono: Etiopia, Lesotho, Mauritius, Mozambico, Seychelles e Tunisia. Dal 2 aprile 2026, anche i cittadini di questi sei Paesi per entrare nella nazione sovranista di Trump dovranno sborsare quelle cifre inavvicinabili per gli africani. Questo denaro è motivato come spesa anticipata per gli eventuali costi di espulsione.

Il 1° gennaio di quest’anno anche Botswana, Guinea, Guinea-Bissau, Namibia e Repubblica Centrafricana sono stati inclusi nella “blacklist”. Un secondo gruppo è stato poi inserito il 21 gennaio: Algeria, Angola, Benin, Burundi, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gibuti, Gabon, Nigeria, Senegal, Togo, Uganda, Zimbabwe.

Nel 2025, tra il 20 agosto e il 23 ottobre, l’amministrazione Trump aveva iscritto nell’elenco Malawi, Zambia, Gambia, Mauritania, São Tomé e Príncipe e Tanzania. I trenta Paesi africani rappresentano la maggioranza di un elenco di cinquanta che vanno dall’Oceania all’America latina.

Mappa dell'Africa
Mappa dell’Africa

Non solo Africa

In Oceania troviamo Fiji, Papua Nuova Guinea, Tonga, Tuvalu, Vanuatu. In Asia e Medio Oriente ci sono: Bangladesh, Bhutan, Kirghizistan, Nepal, Tagikistan, Turkmenistan, mentre nelle Americhe e Caraibi: Antigua e Barbuda, Cuba, e Dominica. E, ovviamente, il Venezuela bombardato da Trump dove, il 3 gennaio scorso, il Presidente Sceriffo ha fatto rapire dai corpi speciali USA il presidente venezuelano Nicolas Maduro.

Come funziona il pagamento

I cittadini interessati ad entrare negli USA ottengono il visto dopo un colloquio con un funzionario consolare americano. L’addetto deciderà se ci sono le condizioni per l’ingresso del richiedente nel Paese.
 Se l’ingresso viene approvato, il richiedente riceverà le istruzioni per effettuare il pagamento, esclusivamente online, attraverso il portale governativo Pay.gov. Con la conferma del versamento viene stampato il visto sul passaporto.

I visti in questione con costi a quattro e cinque cifre sono applicati alle categorie affari (B-1) e turismo (B-2) per soggiorni di breve durata. La somma versata, se il businessman o il turista lasciano gli Stati Uniti entro la data prevista, viene restituita entro 6-8 settimane. Altrimenti il governo trattiene quanto versato.

Visa Bond serve?

C’è chi si chiede se il Visa Bond Pilot Program serve o è inutile. Coloro che sono a favore dicono che ferma l’immigrazione mentre chi lo critica afferma che blocca le relazioni diplomatiche con i Paesi più poveri. Ma ferma anche il turismo e gli scambi educativi e culturali e solo i ricchi avrebbero la possibilità di viaggiare negli Stati Uniti.

Tutte questioni che a The Donald probabilmente non interessano ma è una ulteriore chiusura degli USA sovranisti che aumentano l’isolamento americano con il resto del mondo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Hasbara israeliana: le crepe nella nuova arma di propaganda digitale

Speciale Per Africa ExPress
Agnese Castiglioni*
23 marzo 2026

Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’apparato monumentale dell’Hasbara israeliana (cioè lo sforzo strategico di comunicazione e diplomazia pubblica portato avanti dallo Stato di Israele) ha iniziato a mostrare crepe inaspettate.

La macchina comunicativa è stata travolta da inchieste sui finanziamenti e dalle denunce di influencer e aziende collaboratrici che affermano di non essere stati pagati per il lavoro svolto.

È un caso emblematico di come siano cambiate le strategie nei conflitti moderni: il concetto di “campo di battaglia” si è esteso, passando dai confini geografici tracciati dai carri armati alla trasformazione delle piattaforme digitali in asset strategici per orientare l’opinione pubblica globale.

Oltre la semplice propaganda

La parola Hasbara è un termine ebraico che si traduce letteralmente in “spiegazione”.

le crepe nell’ Hasbara israeliana – immagine creata con IA

Non si tratta di una semplice operazione di propaganda, ma di una vera e propria dottrina di diplomazia pubblica, concepita per giustificare le scelte nazionali, promuovere l’immagine del Paese come “startup nation” democratica e contrastare le campagne di boicottaggio internazionale.

Per anni, l’Hasbara si è basata sul coinvolgimento volontario di studenti e civili, trasformati in “ambasciatori online”.

Tuttavia, dal 7 ottobre, data dell’inizio della guerra a Gaza, la strategia ha subìto un’accelerazione industriale.

Sotto la guida del Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il budget stanziato dal governo israeliano per le pubbliche relazioni globali ha raggiunto i 150 milioni di euro, una cifra venti volte superiore ai livelli del 2024.

L’influencer Xaviaer DuRousseau (270.000 follower su X) è finito al centro del dibattito per la sua partecipazione, nell’estate 2025, a una spedizione nella Striscia di Gaza organizzata dal governo israeliano. Insieme ad altri creator come Brooke Goldstein e Marwan Jaber, DuRousseau è stato invitato per documentare la gestione degli aiuti umanitari. I contenuti pubblicati dal gruppo miravano a smentire l’esistenza di una crisi alimentare e la carenza di beni di prima necessità, offrendo una narrazione in netto contrasto con i report internazionali sulla situazione palestinese.

Operazioni ad alto budget

Parte di questi fondi servirebbe a finanziare operazioni di altissimo profilo tecnologico.

Israele starebbe versando circa 1,5 milioni di dollari al mese a Brad Parscale, già guru della strategia digitale di Donald Trump.

Come emerge dai documenti depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (FARA), il governo israeliano avrebbe inoltre offerto, attraverso agenzie come Bridges Partners LLC e Havas Media Group, fino a settemila dollari a influencer americani per ogni singolo post, con l’obiettivo di inondare il web di narrazioni favorevoli alla posizione israeliana.

Proprio su questo fronte, però, si stanno aprendo le prime crepe. L’ultimo colpo alla credibilità dell’apparato è arrivato tra il 5 e il 10 marzo 2026, con l’esplosione di una protesta interna che coinvolge decine di influencer, consulenti e agenzie di comunicazione.

Le accuse sono pesanti: l’ufficio del Primo Ministro e i vertici della Hasbara sono accusati di mancati pagamenti per milioni di shekel.

Molti creatori di contenuti, che avevano accettato di promuovere la linea governativa dietro compensi promessi di migliaia di dollari, denunciano oggi di essere stati abbandonati.

Quella che i critici definiscono una “tangente pubblica” per manipolare il discorso politico si sta trasformando in un boomerang legale e d’immagine.

Nonostante queste turbolenze, la visione strategica rimane ferma. Già il 18 settembre 2023, incontrando a New York attivisti, esponenti del tech e figure come Douglas Murray, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu era stato categorico: “I social media sono campi di battaglia fondamentali del nostro tempo.”

Una dichiarazione che conferma come, per lo Stato d’Israele, la narrazione digitale non sia più un accessorio diplomatico, ma un vero e proprio asset militare.

Opinione pubblica americana

Nonostante l’investimento multimilionario, i dati suggeriscono che la strategia stia faticando a fare breccia nel cuore dell’alleato più stretto: gli Stati Uniti.

Un sondaggio NYT/Siena College di settembre 2025 ha evidenziato un’inversione di tendenza storica: i contrari a ulteriori aiuti militari raggiungono il 51%, mentre tra gli under-30 la percentuale sale al 68%.

Inoltre, il 40% degli intervistati è convinto che Israele colpisca deliberatamente i civili.

Per la prima volta, il sostegno ai palestinesi (35%) ha superato numericamente quello a Israele (34%), segnando un fallimento comunicativo che nemmeno l’IA sembra in grado di arginare.

Propaganda digitale

Se l’Hasbara doveva essere lo scudo digitale di Israele, la dipendenza da influencer mercenari e algoritmi artificiali sembra averne indebolito l’anima.

Mentre i budget aumentano, l’efficacia della narrazione vacilla, ponendo le basi per una sfida fondamentale: il risveglio delle coscienze.

In un ecosistema saturo di narrazioni su commissione, questa situazione diventa un’occasione per costruire un pensiero critico, spingendo il pubblico a guardare con occhi diversi ciò che appare sugli schermi e a interrogarsi sulla reale natura di ciò che consumiamo ogni giorno.

Documentazione FARA: Il piano di Influencer Marketing del Ministero degli Affari Esteri d’Israele

Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com

*studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’America conferma, l’Iran smentisce che Teheran abbia tentato di colpire Diego Garcia

Africa ExPress
23 marzo 2026

Gli americani confermano, gli iraniani smentiscono che l’Iran ha tentato di bombardare la base militare Diego Garcia,che si trova in mezzo all’Oceano Indiano, a 4000 chilometri dalla Repubblica Islamica. All’inizio di marzo, il premier britannico, Keir Stamer, aveva concesso agli Stati Uniti l’utilizzo dell’avamposto militare per “attacchi difensivi” contro siti missilistici iraniani.

Dopo il denunciato tentativo di colpire la base nell’arcipelago delle Chagos, Yevette Cooper, ministro degli Esteri della Gran Bretagna, ha affermato che il suo Paese continuerà a fornire sostegno difensivo contro le “minacce sconsiderate dell’Iran”. Ha però sottolineato che il governo di Londra non si lascerà trascinare in un conflitto più ampio in Medioriente.

Intanto la dinamica è ancora tutta da chiarire: se vero che siano stati lanciati questi missili, a che distanza si sono avvicinati all’isola.

Due missili iraniani

Secondo il Wall Street Journal, che cita diverse fonti ufficiali americane, Teheran avrebbe lanciato due missili balistici a medio raggio contro Diego Garcia. I vettori iraniani non hanno però colpito l’obiettivo.

Uno dei missili ha avuto un guasto in volo, mentre una nave da guerra statunitense ha lanciato un intercettore SM-3 contro l’altro, anche se non è stato possibile determinare se l’intercettazione abbia avuto successo, ha affermato il quotidiano americano.

Missili a medio raggio

Se il tentato attacco c’è stato vuol dire che la Repubblica Islamica dispone di missili balistici in grado di colpire obiettivi ben oltre i confini del Medioriente.

Ma, secondo alcuni esperti, i due fallimenti consecutivi metterebbero in discussione l’affidabilità dei sistemi iraniani a lungo raggio, nonché la loro capacità di eludere le difese antimissili occidentali.

Dopo il rapporto del Wall Street Journal, un alto funzionario iraniano ha negato ai reporter di al Jazeera di aver lanciato missili diretti a Diego Garcia. E il ministro degli Esteri, Abbas Aaraghchi, durante una intervista all’emittente americana NBC dell’8 marzo scorso, aveva dichiarato che il suo Paese ha deliberatamente imposto ai propri vettori balistici il limite di 2000 chilometri.

Muhanad Seloom, docente presso il Doha Institute for Graduate Studies, sentito dai reporter di Al Jazeera, ha però specificato che il presunto attacco iraniano “cambia i calcoli” della guerra per gli Stati Uniti. “Invertendo la traiettoria dei missili, questi potrebbero raggiungere Londra o altre città europee”, ha sottolineato il docente.

Per Washington, la base di Diego Garcia rappresenta una piattaforma praticamente indispensabile per le operazioni di sicurezza in Medioriente, Asia meridionale e Africa orientale.

Base militare Diego Garcia, in mezzo all’Oceano Indiano

Alcuni siti specializzati sostengono che tra il 25 e il 26 febbraio, prima dell’inizio dell’aggressione all’Iran, gli USA avrebbero dispiegato alcuni F-16 a Diego Garcia per proteggere la base militare da potenziali attacchi iraniani.

Base militare strategica

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole Chagos, una importante base militare che, da allora, ha svolto un ruolo essenziale nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Per poter realizzare la base, Londra ha espulso i duemila residenti delle tre isole abitate dell’arcipelago, che sono stati trasferiti alcuni alle Mauritius, altri alle Seychelles. In un cablogramma dell’epoca gli indigeni erano stati addirittura stati bollati come “qualche Tarzan e Venerdì”.

Nel 2019 la Corte Internazionale dell’Aja aveva accolto la richiesta della Repubblica delle Mauritius e aveva chiesto alla Gran Bretagna di rinunciare alle sovranità delle isole Chagos. Dopo lunghe trattative tra Port Louis e Londra, nell’ottobre 2023 i due governi avevano finalmente trovato un accordo.

Accordo con Port Louis

A maggio dello scorso anno, il Regno Unito ha siglato anche un altro trattato con le Mauritius per garantire il futuro della base militare Diego Garcia, strategicamente importante per Londra e Washington.

L’accordo prevede un contratto di locazione di 99 anni (prolungabili) per Diego Garcia, che garantirebbe il proseguimento delle attività della base come in precedenza. Il nuovo trattato costerà ai contribuenti britannici oltre cento milioni l’anno, mentre gli USA pagheranno le spese correnti della base.

Diego Garcia ospita circa duemila persone, per lo più militari americani.

Il disegno di legge per ratificare la nuova convenzione è attualmente all’esame della Camera alta del Parlamento del Regno Unito.

Trump aveva inizialmente criticato l’accordo, ma poi aveva affermato che era il “migliore” che Keir Starmer potesse ottenere.

Africa ExPress
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Dietrofront di Londra: i caccia USA possono partire anche da Diego Garcia per bombardare l’Iran

L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
21 marzo 2026

Mentre centinaia di petroliere e cargo del mondo occidentale attendono dentro e fuori dal Golfo Persico di poter attraversare lo stretto di Hormuz, USA e Israele hanno dato il via alla seconda e più grave fase dell’aggressione militare all’Iran, bombardando il più grande giacimento di gas del mondo che si trova al centro del Golfo stesso. È l’escalation che tutti si aspettavano: l’attacco totale alle risorse energetiche. Ma pare già scricchiolare.

Colpiti principali campi estrattivi iraniani

Cacciabombardieri americani e israeliani hanno bombardato tre campi estrattivi del principale giacimento di gas iraniano, South Pars, e impianti petroliferi ad Assaluyeh, la costa dalle mille torri petrolifere ad esso collegate. Immediata la risposta della Repubblica Islamica che ha esteso le sue rappresaglie missilistiche sugli impianti e i giacimenti di Arbia Saudita, Qatar ed Emirati.

Iran: Israele bombarda giacimento di gas, South Pars

Colpite le raffinerie saudite di Samref (Mar Rosso) e al Jubail, i giacimenti di gas di al Hosn negli Emirati, i centri qatarini di Mesaied e Ras Laffan (quest’ultimo, pare, raso al suolo). Immediato rialzo del prezzo del petrolio: Brent +5 per cento, prezzi alla pompa che sfondano i 2 euro.

Bombardate raffinerie israeliane

Tra giovedì e venerdì, intanto, è partita la 65ª fase dell’operazione “True Promise-4” che ha colpito raffinerie israeliane di Haifa e Ashdod in Israele, con l’uso di missili Kader potenziati. Colpire quelle raffinerie, e le pipeline verso esse che passano in Iraq, altro Paese al centro dei raid, significa bloccare tutto il sistema petrolifero israeliano, proprio quel sistema che voleva beneficiare del caos per mettersi a capo di nuove esportazioni verso l’Europa.

E il problema grosso, per Netanyahu, è che a distruggerlo del tutto, dato che è molto localizzato, si farà molto prima che a radere al suolo l’Iran e a impedirgli qualunque ulteriore azione. Non a caso, dopo questo bombardamento, il presidente Trump ha cominciato a parlare di “vittoria” e di “ridimensionamento” della missione. Siamo andati lì per la sovranità energetica, ma a situazione si sta ritorcendo proprio contro queste realtà.

Perché l’industria petrolifera ha bisogno di anni (e di investimenti miliardari, che non è detto arrivino ancora, vista l’insicurezza della regione) per ricostruire, e la “Grande Israele” ha bisogno delle sue raffinerie.

Crosetto: errore colpire impianti produzione

Come spiegato bene venerdì dal ministro della Difesa italiano Crosetto: “Il fatto di aver coinvolto gli impianti di produzione energetica da tutte e due le parti è stato un errore drammatico, perché sono danni che durano una vita, ci vorranno 3-5 anni per rimettere in piedi l’impianto del gas in Qatar”. Il Qatar peraltro divide con l’Iran il giacimento più grande del mondo, quello attaccato giovedì, appunto, dagli israeliani.

South Pars è il giacimento operativo di gas più grande del mondo. Il secondo (sempre tra quelli in piena produzione) è Ghawar, in Arabia Saudita, che sempre venerdì ha dichiarato al Wall Street Journal di aspettarsi “il prezzo del petrolio a circa 180 dollari al barile se il conflitto proseguirà fino ad aprile”.

L’inizio dell’anno persiano, giorno della più importante festa iraniana, il Nowruz, che quest’anno è caduto il 20 marzo, avviene quindi mentre la follia di questa guerra pare proseguire con enormi perdite economiche. O forse no. Qualcuno che ci abbia guadagnato pare ci sia.

USA: lauti profitti

Secondo una stima della banca di investimento Jefferies, ripresa dal Financial Times, i produttori di greggio statunitensi realizzeranno 5 miliardi di dollari in più solo mese di marzo. E se il livello medio di 100 dollari al barile resistesse per il resto dell’anno, secondo la società di ricerca Rysted, genererebbe 60 miliardi di dollari in più rispetto ai ricavi prima del conflitto.

A guadagnarci sarebbero proprio i produttori del costosissimo shale gas (gas naturale, prevalentemente metano, intrappolato in formazioni rocciose argillose poco permeabili a grande profondità, ndr) il cui prezzo di pareggio si realizza se il barile costa almeno 60-70 dollari. I principali produttori sono gli Stati Uniti, passati recentemente dall’essere la più energivora nazione del globo, al Paese principale esportatore di GNL (gas naturale liquefattoI.

Pagamenti in yuan

Ecco, insieme alla guerra per il petrodollaro – con gli iraniani che stanno facendo passare da Hormuz le petroliere che pagano il greggio in yuan, vero schiaffo ai potenti della terra – il vero motivo di tutto questo oltre agli interessi del principale alleato USA nella regione. Il settimanale britannico The Economist conferma questo scenario ricordando che circa il 13 per cento della produzione globale di GNL proviene dal Qatar, che pochi giorni fa ha sospeso la produzione.

Questo rende i Paesi europei ancora più dipendenti dalle importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti, peraltro già cresciute dai 20 miliardi di metri cubi nel 2021 a 80, forse 90 miliardi di metri cubi nel 2025. Ora i prezzi saliranno aumentando di molto i profitti dei produttori USA. Solo alcuni mesi fa temevano di dover diminuire la produzione mettendo a rischio le promesse di forniture americane all’Europa.

In questa logica, l’unica che conti, ci siamo tutti dentro, anche se lasciamo a Trump il lavoro sporco. Ecco perché le condanne politiche in UE stentano ad arrivare o sono tiepide. Intanto United airlines sabato ha tagliato i voli negli USA per l’aumento dei carburanti, e i prezzi alla pompa cominciano a risalire anche negli Stati Uniti. Prima che gli americani si imbestialiscano, meglio dire di aver vinto e ritirarsi: il mercato dovrebbe aver consolidato l’aumento dei prezzi almeno per quest’anno. Missione compiuta.

Sempre che Israele lo permetta.

Fabrizio Cassinelli
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dov’è finito l’uranio iraniano? Nessuno lo sa o tutti fanno finta di non saperlo

I droni iraniani costano una frazione delle armi statunitensi utilizzate per abbatterli

I droni iraniani costano una frazione delle armi statunitensi utilizzate per abbatterli

Dal New York Times
Farah Stockman
8 marzo 2026

Gli Stati Uniti dominano i cieli sopra l’Iran. Ma la matematica non è necessariamente dalla parte dell’America. L’Iran sta utilizzando droni a basso costo per attacchi di precisione in Medio Oriente. Gli Stati Uniti e i loro alleati dispongono di sistemi di difesa aerea in grado di intercettare la stragrande maggioranza dei missili balistici e dei droni iraniani, che sono sofisticati ma costosi.

“È sicuramente più costoso abbattere un drone che metterlo in volo”, ha affermato Arthur Erickson, amministratore delegato e cofondatore di Hylio, un produttore di droni con sede in Texas. “È una questione di soldi. Il rapporto di costo per colpo, per intercettazione, è nella migliore delle ipotesi di 10 a 1. Ma potrebbe essere più simile a 60 o 70 a 1 in termini di costo, a favore dell’Iran”.

L’Iran ha lanciato più di 2.000 droni a senso unico da quando gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccarlo, e alcuni hanno raggiunto i loro obiettivi, nonostante i sistemi di difesa aerea da miliardi di dollari. È un problema incombente, non solo in Medio Oriente, ma ovunque. In un mondo in cui i droni d’attacco sono economici e difendersi da essi è costoso, il conto potrebbe diventare insostenibile nel tempo.

Cosa rende i droni iraniani così efficaci?

I droni Shahed iraniani sono munizioni vaganti a forma di triangolo, lunghe circa 3,3 metri, che rombano come tosaerba e trasportano un carico esplosivo nella parte anteriore che detona quando si schiantano contro i loro obiettivi. Sono abbastanza piccoli da poter essere lanciati dal retro di un camion, il che li rende relativamente facili da nascondere e difficili da individuare.

La versione a lungo raggio del drone Shahed, nota come 136, può percorrere circa 1.900 chilometri, il che la rende in grado di raggiungere obiettivi in tutto il Medio Oriente, secondo Stacie Pettyjohn, senior fellow e direttrice del programma di difesa presso il Center for a New American Security, un think tank di Washington.

Quanto costano i droni iraniani?

Costruiti con componenti elettronici disponibili in commercio, ogni Shahed costa dai 20.000 ai 50.000 dollari, a seconda del modello, ha affermato la signora Pettyjohn.

La Russia produce in serie una versione dello Shahed da utilizzare contro l’Ucraina. L’Iran potrebbe averne fabbricati molte migliaia.

Quanto costa neutralizzare i droni iraniani?

Il sistema di difesa aerea Patriot, considerato il gold standard nella difesa missilistica, utilizza intercettori che possono costare più di 3 milioni di dollari per colpo e sono disponibili in quantità limitata. Ad esempio, Lockheed Martin ha consegnato solo 620 intercettori PAC-3 nel 2025, battendo il record di produzione.

“Abbiamo portato avanti tutti i sistemi di difesa contro gli UAV, senza badare a spese”, ha dichiarato mercoledì il segretario alla Difesa Pete Hegseth in una conferenza stampa, riconoscendo la matematica punitiva che sta dietro al successo dell’intercettazione.

Esistono modi meno costosi per contrastare gli attacchi dell’Iran?

L’esercito americano utilizza anche forme meno costose di tecnologia anti-drone. Il sistema Raytheon Coyote, che lancia droni che cacciano e distruggono altri droni, ha un costo stimato di 126.500 dollari per intercettore, secondo un rapporto del Center for a New American Security. È molto meno costoso di un PAC-3, ma comunque diverse volte più costoso di uno Shahed.

“Stanno cercando di utilizzare il proiettile più economico possibile per svolgere il compito che devono svolgere”, ha affermato Riki Ellison, presidente e fondatore della Missile Defense Advocacy Alliance, riferendosi all’esercito americano.

February 11, 2026, Tehran, Tehran, Iran: A Shahed 136 kamikaze drone is displayed during an annual rally marking the 1979 Islamic Revolution at Azadi Square in Tehran, Iran, Wednesday, Feb. 11, 2026. (Credit Image: © Sobhan Farajvan/Pacific Press via ZUMA Press Wire)

Esistono numerosi altri sistemi in grado di disorientare o disattivare i droni, tra cui apparecchiature che disturbano le frequenze radio che controllano i sistemi di navigazione e quelle che utilizzano microonde o laser per disattivare i droni o farli deviare dalla rotta. Tali sistemi anti-drone sono molto più economici degli intercettori, ma hanno un track record di successo altalenante o sono estremamente dirompenti per la vita civile.

In Ucraina, le tattiche anti-drone devono essere costantemente aggiornate per stare al passo con i cambiamenti nel modo in cui i droni russi attaccano. Gli ucraini hanno persino utilizzato soluzioni low-tech come reti da pesca e fucili per abbattere i droni che volano a bassa quota. Ma tali soluzioni sono difficili da implementare in modo affidabile su larga scala.

Gli Stati Uniti non hanno i propri droni?

L’esercito americano ha investito molto per anni in sistemi senza pilota grandi e sofisticati come i droni Predator, ma ha faticato a produrre i sistemi a basso costo e usa e getta che hanno dominato la guerra in Ucraina.

Negli ultimi mesi, il Dipartimento della Difesa ha cercato di avviare la produzione di tali droni assegnando contratti per un valore di 1,1 miliardi di dollari nei prossimi due anni in quattro fasi. Venticinque aziende, tra cui alcune ucraine, sono in competizione per una fetta di 150 milioni di dollari di finanziamenti. I vincitori dovranno consegnare i droni entro pochi mesi anziché anni.

I leader americani hanno annunciato di aver decodificato un drone Shahed iraniano catturato e di stare utilizzando una versione modificata di esso nell’attuale conflitto, un riconoscimento dell’ingegnosità degli iraniani che lo hanno sviluppato nonostante gli embarghi economici che limitavano le loro importazioni. La versione americana, chiamata LUCAS, acronimo di Low-cost Unmanned Combat Attack System (Sistema di attacco da combattimento senza pilota a basso costo), è costruita dalla SpektreWorks con sede in Arizona. L’azienda non ha risposto a un’e-mail in cui si chiedeva un commento.

Quanto dureranno gli intercettori americani?

Si è molto speculato sul fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero esaurire gli intercettori necessari per difendere la regione dai missili e dai droni iraniani, in parte alimentato dal fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono mai stati in grado di fornire all’Ucraina un numero sufficiente di intercettori per respingere ogni attacco russo.

Un rapporto pubblicato a dicembre dal Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington, tiene traccia dei dati pubblici sugli acquisti militari e suggerisce che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno acquistato un numero relativamente esiguo di intercettori – centinaia, non migliaia – il che suggerisce uno squilibrio tra le esigenze in un conflitto caldo e l’offerta disponibile. Sebbene il Dipartimento della Difesa abbia recentemente firmato contratti per aumentare gli acquisti, ci vorranno anni prima che le fabbriche riescano a soddisfare l’aumento della domanda.

Mercoledì, il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, ha riconosciuto la preoccupazione, ma ha assicurato ai giornalisti che il Paese ne ha a sufficienza. “Abbiamo munizioni di precisione sufficienti per il compito da svolgere, sia in attacco che in difesa”, ha detto. “Ma voglio dirvi, colleghi, che per motivi pratici non voglio parlare di quantità”.

Farah Stockman*
*Farah Stockman è una giornalista economica del Times che scrive di produzione manifatturiera e delle politiche governative che influenzano le aziende che producono beni negli Stati Uniti.

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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
20 marzo 2026

“Volete la Coppa d’Africa? Venite a prendervela in Senegal!”

E’ la sfida irridente verso il Marocco di Moussa Niakhatè, 30 anni, senegalese con cittadinanza francese, difensore della nazionale calcistica di Dakar e della squadra transalpina Olympique Lione.

Coppa d’Africa

“Ma intanto chi se la tiene, fisicamente, questa Coppa? La squadra che la ha vinta sul campo, o quella che, ufficialmente, è adesso detentrice del trofeo?” domanda, tra il serio e il faceto, Augustin Senghor. 60 anni, importante dirigente del football senegalese.

Ci sarà anche in Africa, dopo 7 secoli, la ripetizione della battaglia di Zappolino, ora frazione del Comune di Valsamoggia (Bologna)?

Battaglia tra bolognesi e modenesi

Il 15 novembre 1325, soldati bolognesi e modenesi “scalzi e in ciabatte, chi brandendo una padella, chi lance, ronche e rampiconi, giavellotti e spiedi e tagliaricotte, chi la pestarola di salsicce, chi con un secchio in testa al posto dell’elmo” si scontrarono per il possesso di una “vil secchia di legno”.

Una assurda e sanguinosa battaglia (nella realtà) immortalata, nel 1622, nella letteratura dalla opera eroicomica secchia rapita (dai modenesi ai bolognesi) da Alessandro Tassoni. Nella vicenda pallonara, tutta africana, che coinvolge Marocco-Senegal, di eroico c’è poco o nulla, di comico, anzi di farsesco, quanto basta.

Revoca vittoria del Senegal

Martedì 17 marzo scorso, la Commissione d’Appello della Caf (Confederation africain de football) ha revocato al Senegal la vittoria dell’ultima Coppa d’Africa, contro il Marocco. Come gli appassionati di calcio difficilmente dimenticheranno, il 18 gennaio i Leoni della Taranga (soprannome della rappresentativa senegalese) sconfissero i Leoni dell’Atlante ( marocchini) nel “Prince Moulay Abdallah Stadium” di Rabat.

Non fu un fine di partita normale, ma drammatico o ridicolo, a seconda dei punti di vista. Al 92o minuto l’arbitro congolese, Jean Jaques Ngambo Ndala annullò un gol regolare del senegalese Sarr e 4 minuti dopo fischiò un rigore in favore del Marocco.

Fine partita discutibile

Decisione discutibilissima, a tal punto che l’allenatore del Senegal, Pape Thiaw, 45 anni, spinse i suoi uomini a lasciare il campo per protesta. Una parte andò via, un’altra si fermò sul terreno. Ci vollero almeno 15 minuti perché il re dei Leoni della Taranga, leader riconosciuto, Sadio Manè, 33 anni, convincesse i compagni a rientrare e a giocare.

Giocarono e vinsero. Con profondissimo lutto nel regno di Muhammad VI.

In realtà il giudice di gara , secondo gli esperti, avrebbe dovuto applicare l’articolo 82 e 84 del regolamento della Coppa d’Africa, secondo i quali viene dichiarato perdente per 3-0 chi abbandona il terreno di gioco.

Avrebbe dovuto sancire la sconfitta del Senegal. Invece non lo fece. E Sadio Manè alzò la Coppa, ora considerata rapita dai marocchini, che reclamarono ma non ottennero soddisfazione dalla Commissione disciplinare della CAF.

Applicazione regolamento

L’hanno avuta ora dal Comitato d’Appello della Caf, che ha preteso di applicare quanto previsto dagli articoli 82 e 84. Dimenticando che in mezzo c’è l’articolo 83 che così suona: “La squadra che non si presenta in campo con la divisa da gioco all’orario d’inizio previsto o al massimo entro 15 minuti , perderà la partita a tavolino. L’arbitro è tenuto a registrare l’assenza della squadra e riportarla nel proprio referto. Il caso verrà sottoposto al comitato organizzatore che prenderà la decisione finale”.

Ma se il signor arbitro non ha ratificato il comportamento non regolamentare dei Leoni della Taranga perché questi vengono ora privati del loro scettro? Il Marocco si è trovato spiazzato e ha reagito in modo quasi imbarazzato: “La Federazione nordafricana ha specificato che il suo approccio non era mai stato inteso a contestare la prestazione sportiva delle squadre coinvolte in questa competizione , ma unicamente a richiedere l’applicazione regolamento della competizione”. Puro linguaggio politichese, o pilatesco, un modo elegante di lavarsene mani e piedi, dopo che, però, la Federazione Reale Marocchina aveva fatto ricorso!

Invito alla calma

Intanto l’ambasciata marocchina a Dakar ha consigliato ai suoi connazionali presenti in Senegal di non esagerare con i festeggiamenti, di mantenere un profilo basso. Anche perché sono riemerse tutte le ombre sul particolare rapporto esistente fra il Marocco e Gianni Infantino, massimo responsabile del calcio mondiale.

Durissime e beffarde le reazioni senegalesi. Il quotidiano Soleil ha definito il verdetto del Caf “La blague du siècle!” barzelletta del secolo, ndr). I calciatori hanno utilizzato i social per schernire la stravolgente sentenza.

CAF toglie il titolo al Senegal

Il centrocampista del Rayo Vallecano di Madrid, Pathé Ciss,32 anni, si è espresso sua Instagram con una serie di emoji che ridono e una foto di lui che abbraccia la Coppa. Con la scritta “potete aggiungere 3 gol a favore dei piagnucoloni”.

E Sadio Manè ha postato: “Il mondo sa chi sono i veri campioni”.

Si sono mosse anche le istituzioni della Repubblica. Il capo dello Stato, Bassirou Diomaye Diakhar Faye, 46 anni, “ha chiesto al governo di fare ricorso in collaborazione con la Federazione Senegalese del calcio davanti al Tribunale dello Sport” (che ha sede a Losanna). Il governo si è mosso subito.

In un comunicato ufficiale il 18 marzo, ha parlato di tentativo ingiustificato di espropriazione, ha espresso la sua costernazione per una decisione inedita, di gravità eccezionale che va contro i principi fondamentali dell’etica sportiva. Ed esprime la sua solidarietà verso i senegalesi ancora detenuti in Marocco in seguito a incidenti verificatisi sugli spalti

Già, perché fra il pubblico e anche in campo, era successo il pandemonio. Tanto per ricordare: il giocatore magrebino Ismael Saibari, 25 anni, e i raccattapalle avevano in tutti i modi tentato di non far arrivare l’asciugamano al portiere del Senegal, Edouard Mendy, 34 anni.

A Saibari erano state inflitte tre giornate di squalifica, gli sono state ridotte a due. E cancellata la multa di 100mila dollari.

Relazioni tra Senegal e Marocco

Quanto basta – come ha scritto il giornale senegalese Quotidien “: Questa decisione rischia di avere un impatto duraturo sulle relazioni tra le due principali nazioni calcistiche africane”.

E comunque, affinché non ci fossero dubbi, Abdoulaye Seydou Sow, 55 anni, segretario generale della federazione senegalese del football, ha annunciato: ”Non ci tireremo indietro, la legge è dalla nostra parte. Questa decisione è una vergogna per tutta l’Africa, una farsa che non poggia su alcuna base giuridica. Abbiamo avuto l’impressione che la commissione non fosse lì per applicare le legge, ma per eseguire un ordine”.

Lo scontro continua e rischia di essere meno divertente della battaglia di Zappolino cantata dal Tassoni. Lì almeno si scontravano anche con ferri avvelenati, agli porri e cipollette, si assaltavano bastioni pieni di maccheroni, biscotti e vino, si saccheggiavano asini carichi di salumi. Guidati dall’eroe modenese, il conte di Culagna.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Il Senegal è (per ora) il Leone del calcio africano

Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 marzo 2026

“Non è che ‘il Ruanda potrebbe ritirarsi’, ma che ‘il Ruanda si ritirerà’. Le sue truppe se ne andranno dal Mozambico se non verrà garantito un finanziamento sostenibile per le sue operazioni antiterrorismo a Cabo Delgado”. 

Questo è il messaggio, postato su X il 14 marzo, da Olivier Nduhungirehe, ministro degli Esteri ruandese, che ha risposto alle domande dell’Agenzia Reuters.

Ruanda
Militari ruandesi in azione

Sacrificio estremo

“Non abbiamo speso centinaia di milioni di dollari e i nostri soldati non hanno pagato il sacrificio estremo per stabilizzare questa regione e consentire agli sfollati di rientrare a casa, ai bambini di tornare a scuola, alle imprese di riaprire, e ai mega-investimenti nel GNL (gas naturale liquefatto, ndr) di riprendere, per poi vedere i nostri valorosi soldati costantemente messi in discussione, diffamati, criticati, incolpati o sanzionati proprio dai Paesi che traggono grande beneficio dal nostro intervento in Mozambico”, protesta Nduhungirehe.

“In effetti, siamo pronti a lasciare il Mozambico se il nostro lavoro e i nostri risultati non vengono apprezzati”. Un vero e proprio out-out a Mozambico, Francia e Unione Europea che tradotto suona così: “Se non ci pagate ce ne andiamo”.

Lunga disputa

La disputa tra Maputo e Kigali sul mancato pagamento delle truppe ruandesi presenti dal 2021, risale almeno all’agosto 2024. Ma il problema è venuto alla luce nel giugno scorso

Quaranta milioni da UE

Per il dispiegamento della Rwanda Defence Force (RDF), l’Unione Europea, attraverso il programma European Facility for Peace aveva contribuito finanziariamente. Quaranta milioni di euro, due tranche di 20 milioni ognuna nel 2022 e poi rinnovata nel 2024.

Quest’ultima scade a maggio prossimo e, al momento, non ci sono conferme di rinnovo.
 Fino a giugno scorso le operazioni militari anti-jihadiste dei 4.500 soldati ruandesi a Cabo Delgado costavano tra: 1,75 e 3,5 milioni di euro mensili.

Secondo Yolande Makolo, portavoce del governo di Kigali la spesa era “almeno 10 volte superiore” ai 40 milioni stanziati dall’UE.

A Cabo Delgado, soprattutto nella penisola di Afungi dove opera TotalEnergies, la RDF è l’unica forza militare che riesce a proteggere i giacimenti di gas.

Nemmeno la missione militare (SAMIM) della Comunità dei Paesi dell’Africa meridionale (SADC) è riuscita a fermare i jihadisti di IS-Mozambico (ISM), affiliati all’ISIS.

La SAMIM, iniziata nel giugno 2021 ha chiuso per mancanza di fondi nel giugno 2024.
Fino ad oggi l’esercito mozambicano (FADM) non è stato all’altezza né di difendere la popolazione da IS-Mozambico, né i cantieri della multinazionale francese. Anzi è stato accusato più volte di violenza contro i civili.

Se RDF si ritira

Il progetto TotalEnergies di Afungi ha un investimento di 20 miliardi di dollari (oltre 18 miliardi di euro). Dopo il ritiro RDF, l’area di Palma, capitale del gas attaccata dai jihadisti nel 2020, rimarrebbe senza protezione. Total potrebbe dichiarare per la seconda volta, dal 2020 la “forza maggiore” e chiudere i cantieri.

Visti i problemi di sicurezza irrisolti a Cabo Delgado riguardo al progetto Afungi, nel dicembre 2025, Olanda e Regno Unito si sono ritirati.

Mappa della penisola di Afungi
Mappa della penisola di Afungi, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)

La produzione di GNL, prevista per il 2029, slitterebbe ulteriormente aggravando i costi già cresciuti di 4,5 miliardi di dollari. 

Un enorme problema per il Mozambico che attualmente si trova in una grossa crisi economica, causata dello scandalo dei “debiti occulti” e dai disordini causati dal brogli elettorali dello scorso anno.

Le FADM senza le Forze ruandesi sono inefficienti e un enorme giacimento di GNL diventerebbe inutilizzabile a causa della violenza jihadista. ISM, nonostante sia ridimenzionato, continua ad attaccare i villaggi indifesi e truppe FADM. Intanto, a causa del conflitto USA/Israele che hanno attaccato l’Iran, Europa – e l’Italia – hanno estremo bisogno di GNL.

La maggior parte del gas estratto off-shore da ENI al largo di Palma finisce soprattutto in Cina, India e Giappone. Ma con il progetto Coral North, già avviato dalla multinazionale energetica italiana, dal 2028 la produzione di GNL sarà raddoppiata

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Mozambico, aumentano gli attacchi jihadisti a Cabo Delgado. E Maputo non paga il conto per truppe ruandesi

Regno Unito e Olanda escono dal progetto super-miliardario del gas di TotalEnergies in Mozambico

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

Mazzette per 1,9 miliardi di euro in Mozambico, 12 anni al figlio dell’ex presidente e a due capi dello spionaggio

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

Prove di riconciliazione tra USA e i Paesi del Sahel, in guerra con gli estremisti islamici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 marzo 2026

Mentre s’infiamma la guerra in Medio Oriente, gli USA cercano di riannodare i rapporti con gli Stati AES (Alleanza degli Stati del Sahel, cui fanno parte Burkina Faso, Mali e Niger). I tre Paesi, governati da un regime militare dopo i golpe, avevano preso accordi militari e commerciali con la Russia. Mosca aveva poi prontamente inviato armamenti e con essi i mercenari di Wagner, “sostituiti” ora da Africa Corps, controllati direttamente dalla Difesa russa.

Con l’approdo dei russi, Ouagadougou, Bamako e Niamey, avevano dato il benservito a Parigi, mettendo fine all’Operazione Barkhane nel 2022. Anche MINUSMA, Missione di Pace dell’ONU in Mali ha dovuto fare i bagagli e ha lasciato la ex colonia francese alla fine del 2023. Invece il Niger ha sfrattato i militari USA dalle basi aeree di Agadez e Niamey nel 2024.

Nick Checker, a sinistra, con il ministro degli Esteri maliano, Abdoulaye Diop

I primi di febbraio di quest’anno è poi arrivato a Bamako, Nick Checker, fresco di nomina come capo dell’Ufficio per gli Affari Africani del dipartimento di Stato. Gli USA vogliono a tutti costi riprendere i contatti con i tre Paesi AES.

Tour in Mali, Burkina Faso e Niger

L’emissario di Donald Trump durante la sua visita è stato ricevuto da Abdoulaye Diop, ministro degli Esteri del Mali. Sull’agenda alcune novità scottanti: riallacciare i rapporti, in particolare in materia di scambi commerciali, ma soprattutto per la lotta contro il terrorismo.

I jiahdisti di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legati al al Qaueda), infatti, stanno dando filo da torcere non solo al governo maliano, ma anche ai suoi vicini Burkina Faso e Niger. Le loro incursioni sono sempre più frequenti. La formazione islamista creata nel marzo 2017, che raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel, dai primi di settembre tiene sotto scacco la giunta militare del Mali, anche per quanto riguarda il rifornimento di carburante a Bamako. Ma non solo.

Iyad Ag Ghaly, fondatore e leader di JNIM, l’uomo più ricercato in tutto il Sahel

Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).

Attacchi senza sosta

Solo pochi giorni fa i combattenti di JNIM hanno rivendicato un attacco a un convoglio di FAMa (esercito maliano) vicino a Nampala, nella regione di Ségou, non lontano dalla frontiera con la Mauritania.

Si parla di una decina di morti, tra loro anche soldati di ventura di Africa Corps. Potrebbe trattarsi di una rappresaglia di JNIM, visto che nella stessa area solo pochi giorni prima i soldati di Bamako, accompagnati dai mercenari inviati dal Cremlino, hanno ammazzato 7 persone.

Secondo quanto riportato da RFI, Heni Nsaibia, ricercatore di ACLED (Osservatorio imparziale e indipendente nei conflitti) per il Sahel, ritiene che oltre alle sette vittime civili, potrebbero essere stati uccisi anche alcuni jihadisti.

Accuse di HRW

I soldati di Bamako non sono certamente dei santi. A novembre Human Rights Watch ha accusato l’esercito e le milizie dozo, (composte principalmente da gente di etnia bambara che da un decennio partecipano a operazioni di contro insurrezione, ndr), hanno ucciso almeno 21 uomini e dato fuoco a parecchie case nel villaggio di Kamona, nel centro della ex colonia francese. Secondo quanto riportato da alcuni testimoni sentiti da HRW, i militari insieme ai dozo avrebbero ammazzato i residenti, perché accusati di essere collaborazionisti di JNIM. Va precisato che la zona di intervento di FAMa e dozo, è sotto controllo dei jihadisti.

Ma la situazione non va meglio in Burkina Faso. Una decina di giorni fa gli uomini di JNIM hanno attaccato una base a Yamba, nell’est del Paese, uccidendo una trentina di poliziotti del GUMI (Gruppo delle Unità Mobili di Intervento).

Il campo era stato oggetto di un attacco simile un po’ di mesi fa. Dall’inizio dell’anno, la regione orientale del Burkina Faso, al confine con Benin, Togo e Niger, è frequentemente bersaglio di gruppi terroristici. Due settimane fa, un’unità delle guardie forestali di Tandjari è stata vittima di una aggressione, che ha causato decine di morti.

Anche il Benin è sotto attacco dei terroristi islamici che tentano di espandere la loro influenza nei Paesi del golfo di Guinea. Poche settimane fa, a una decina di chilometri dal confine con il Niger, i miliziani sono sconfinati e hanno brutalmente ammazzato 15 soldati del Benin, mentre altri 5 sono stati feriti in modo lieve.

Alleanza Benin – Nigeria

Proprio a causa delle incessanti incursioni, Benin e Nigeria stanno preparando una cooperazione per combattere il terrorismo transfrontaliero. Alla fine di febbraio i responsabili per la lotta antiterrorista dei due Paesi si sono incontrati a Cotonou. Alla riunione ha partecipato anche la Francia. Obiettivo: unire le forze per lottare più efficacemente contro gli estremisti islamici.

Secondo alcune fonti, Washington sta per siglare un accordo con Bamako, ma gli USA sarebbero in trattative anche con Ouagadougou e Niamey.

Infatti, l’uomo di fiducia di Trump si è recato pure a Ouagadougou per proporre nuovi accordi. Il ministero degli Esteri burkinabè ha concesso una udienza a Nick Checker l’11 marzo scorso. E come per il Mali, l’emissario di Trump ha precisato che si prevede una collaborazione nella lotta contro i jihadisti, nonché una ripresa degli scambi commerciali.

Il ministro degli Esteri ha accolto con favore il nuovo orientamento degli Stati Uniti, che intendono ridefinire le proprie relazioni con il Burkina Faso.

Nuovo approccio 

Nel recente passato gli USA avevano sospeso gran parte dei loro aiuti destinati allo sviluppo e alla cooperazione militare nei Paesi AES. Ora la tensione sembra allentarsi. Secondo quanto riferito dai ministeri degli Esteri dei tre governi, Washington, con l’arrivo di Trump ha un nuovo approccio verso il Sahel.

Malgrado il Ramadan, gli estremisti islamici sono sempre molto attivi anche in Niger. I primi di marzo hanno attaccato per ben due volte la città di Tahoua, un importante centro abitato che dista 500 chilometri dalla capitale. Secondo i politici locali, alcune persone sarebbero state ferite in modo lieve.

Sahel: miliziani di JNIM

Il  governatore di Tahoua si è felicitato con i militari di Ouagadougou, che hanno saputo tener testa all’assalto. In un primo momento è stato preso di mira l’aeroporto militare della città.

A causa degli incessanti attacchi anche nelle zone di frontiera tra Algeria e Niger, i due capi di Stato, Abdelmadjid Tebboune e  Abdourahamane Tchiani, a metà febbraio hanno concordato di riattivare la sorveglianza tra i confini e la lotta contro il terrorismo.

Per ultimo, Nick Cheker si è recato in Niger, dove è stato accolto dal ministro degli Esteri, Bakary Yaou Sangaré e dal premier, Ali Mahamane Lamine Zen. Come in Mali e Burkina Faso, l’uomo di fiducia di Trump ha espresso il desiderio del suo Paese di voler rilanciare i rapporti commerciali, e, ovviamente la lotta contro il terrorismo, anche grazie agli scambi di intelligence.

Secondo alcuni osservatori, gli USA tenterebbero in questo modo di (ri)ottenere l’autorizzazione a sorvolare il territorio maliano con aerei e droni per monitorare le attività dei gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda, la cui influenza si estende da diversi anni in tutto il Sahel e nei Paesi del golfo di Guinea.

Revoca sanzioni

Un primo passo concreto verso il Mali è già stato fatto. Lo scorso 27 febbraio Washington ha revocato le sanzioni nei confronti del ministro della Difesa di Bamako e di altri alti funzionari, accusati di aver intrattenuto rapporti con i mercenari russi del gruppo Wagner.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Terroristi in Mali: obiettivo, bloccare l’economia

 

Dov’è finito l’uranio iraniano? Nessuno lo sa o tutti fanno finta di non saperlo

Speciale Per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
17 marzo 2026

Mentre nel Medio Oriente in fiamme gli schieramenti cercano di chiamare a raccolta i rispettivi alleati e si cercano soluzioni miliari per uscire dallo scacco iraniano realizzato sul campo con il controllo dello Stretto di Hormuz, una battaglia più sottile, e meno evidente, resta centrale nell’avventurosa campagna di guerra scatenata da Israele e dagli Usa contro l’Iran: dove è finito l’uranio di Tehran?

Nessuno lo sa, o meglio tutti affermano di non saperlo: gli Usa lanciano l’allarme sui big media imbeccati dai soliti servizi segreti, Israele subito conferma dicendo – come sua abitudine per giustificare qualunque azione – che è “esistenziale” ritrovarlo e “sottrarlo alla Repubblica islamica”, battendo ancora una volta il tempo agli Usa e delineandone gli obbiettivi strategici.

Iran potrebbe recuperare uranio dai siti bombardati

È stata infatti l’intelligence americana, ripresa dal New York Times, a lanciare la questione: Teheran potrebbe riuscire a recuperare l’uranio arricchito da sotto le macerie di qualche installazione segreta bombardata.

NYT e Channel 12

Subito dopo Channel 12, che in Israele sta al governo come il NYT alle sue ‘fonti riservate’, ha chiuso il cerchio: “Da qualche parte nelle profondità sotterranee dell’Iran, all’interno di decine di cilindri di piombo sigillati, sarebbero nascosti 450 chili di uranio arricchito, materiale sufficiente per 11 bombe nucleari. Gli esperti avvertono che finché l’uranio arricchito rimarrà sul territorio iraniano, questa guerra sarà lontana dall’essere considerata un successo”.

Più chiaro di così non si poteva confezionare, il messaggio per la presidenza americana che lo avrebbe accolto in pieno, dato che altrimenti non avrebbe saputo che fare.

Annullato JCPAO nel 2018

Ripercorrendo la storia recente è infatti difficile non notare l’evidente contraddizione tra le affermazioni contro il nucleare iraniano e la situazione nel 2018, quando “Benjamin Netanyahu – ha affermato Channel 12 – riuscì a convincere Donald Trump ad annullare il JCPOA (Joint comprehensive plan of action) l’accordo sul nucleare con l’Iran”.

Proprio un successo, considerando che con l’Accordo sul Nucleare firmato nel 2015 a Vienna tra i ‘5+1’ e Hassan Rohuani il regime iraniano avrebbe mantenuto solo pochi chili di ‘Yellowcake’ (il prodotto finale di colore giallo dei processi di concentrazione e purificazione dei minerali che contengono uranio)  arricchito al massimo al 3,67 per cento dell’isotopo 235, quello necessario per attivare le centrali nucleari o per costruire la bomba. Un prodotto arricchito per 15 anni ma comunque sotto il controllo dell’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Yellowcake

Da allora un nuovo accordo non si è più concluso, anzi, giusto per ricordare la sequenza degli avvenimenti, a fine febbraio 2026, mentre gli iraniani e gli americani trattavano grazie al governo omanita, gli Usa hanno attaccato proditoriamente la Repubblica islamica.

Svolta dialoghi

Per la precisione il 27 febbraio scorso, alle 23 ora italiane, l’Oman aveva annunciato: “L’Iran ha accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito”, definendo l’annuncio “una svolta”. Il 28 febbraio i cacciabombardieri già sganciavano da ore bombe sulla Persia.

Ma torniamo ai 450 chili “scomparsi”. Se l’idea è quella di “portarli fuori dall’Iran” per decretare “il successo minimo della campagna”, come mai Donald Trump, in una telefonata con il presidente russo, Vladimir Putin, ha rifiutato la soluzione di trasferimento in Russia?

In teoria, l’offerta di Putin potrebbe risolvere le cose senza la necessità di un intervento militare terrestre che significherebbe – come dichiarato lunedì dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi – trovarsi in un “nuovo Vietnam”. Perché quindi un “no”? Perché probabilmente, almeno secondo alcuni analisti italiani molto ben introdotti in Iran, si tratta solo di una ben congegniata operazione per fornire a tutti un’exit strategy. Difficile valutare la credibilità dello scenario.

Nucleare civile

Di certo però tutti i governi iraniani hanno più volte ribadito che non rinuncerebbero mai almeno al nucleare civile. Significherebbe correre il reale rischio di impeachment da parte delle loro masse. Ma guarda caso oggi “l’uranio è sepolto”.

Chi può dire quindi se è recuperabile o perduto? Verrà davvero trovato, davvero consegnato? Gli Usa avrebbero la loro vittoria e gli iraniani il loro uranio. Tanto è evidente che dopo il tragico errore geopolitico dell’assassinio della Guida Suprema, Alì Khamenei – l’unica reale barriera alla bomba con la sua fatwa sciita contro le armi di distruzione di massa – i Pasdaran, che su questo concordano con Mojtaba Khamenei, il figlio e successore, ora realizzeranno la bomba in sei mesi.

Perché in mezzo alle mille variabili e alla propaganda di questo confitto, una delle poche certezze, chiara adesso a tutti gli iraniani, è che se avessero avuto la bomba nucleare non sarebbero mai stati attaccati.

Fabrizio Cassinelli
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Legittimità Somaliland: un cambiamento epocale nel Corno d’Africa

Speciale Per Africa ExPress
Amedeo Cortellezzi*
15 marzo 2026

26 dicembre 2025 lo Stato d’Israele riconosce la sovranità del Somaliland, facendo scaturire numerosi dibattiti in tutto il mondo politico

Il fatto accaduto: Il premier israeliano Benjamin Netanyahu diventa ufficialmente il primo capo di Stato di un Paese membro delle Nazioni Unite a riconoscere formalmente l’indipendenza del Somaliland, facendo scattare numerose reazioni da parte del mondo arabo e non solo.

La storia del “nuovo” Paese del Corno d’Africa: Ex protettorato britannico, dopo quasi 8 decenni di dominio coloniale (1884-1960) ha ottenuto l’indipendenza il 26 giugno 1960, unendosi dopo pochi giorni al resto della “Somalia Italiana”.

La spaccatura tra le due ex colonie si verifica in concomitanza con la caduta del regime dell’allora presidente Siad Barre, e l’inizio della guerra civile, provocando la secessione del Somaliland dallo Stato centrale somalo.

All’interno dello scenario internazionale si parla di uno Stato la cui sovranità e legittimità erano sempre rimasti sostanzialmente de facto, poiché non riconosciute a livello internazionale.

Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro), presidente del Somaliland e Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano

La posizione ambigua degli Emirati Arabi Uniti crea una divergenza non da poco all’interno dei Paesi della Lega Araba per quanto concerne il Somaliland, poiché è stato l’unico Paese dell’Alleanza che non ha mai avanzato critiche verso la secessione dell’ex protettorato britannico.

Inoltre il Paese emiratino ha ospitato e presieduto i dibattiti sul Somaliland, senza mai prendere una posizione netta, ma soprattutto senza mai allinearsi sulla stessa linea di pensiero degli altri stati membri.

Le relazioni bilaterali dal 2016 ad oggi sono state mantenute in costante sintonia: un evento di notevole importanza ha riguardato la firma di un piano economico volto a ripristinare il porto strategico di Berbera.

Abdirahman Mohamed Abdullahi (conosciuto anche come Irro), presidente del Somaliland da ottobre 2024, fin dal momento del suo insediamento come tale, ha dovuto fronteggiare numerosi problemi interni al Paese, come questioni di convivenza tra le etnie presenti sul territorio, e un aspetto economico molto fragile su cui poggiare basi solide per il futuro della nazione.

Ampliando lo sguardo oltre oceano, di cruciale importanza è la posizione adottata dalla Presidenza Trump, la quale non ne ha riconosciuto la legittimità. Secondo alcune dichiarazioni provenienti dalla schiera repubblicana ci sarebbe scetticismo.

A riguardo la fattispecie mostra una dinamica differente, tuttora profondamente caratterizzata da corruzione, lotte costanti tra i clan presenti sul territorio somalo. Il governo fatica a contenere tali infiltrazioni. Il Somaliland ha mantenuto comunque una relativa pace e stabilità democratica rispetto alla Somalia meridionale, spesso colpita da conflitti.

L’Unione Europea si attesta sulla medesima lunghezza d’onda della Casa Bianca, respingendo in maniera decisa le dichiarazioni di Netanyahu. Altri Paesi come Gran Bretagna, Egitto, Arabia Saudita e Turchia ribadiscono la stessa linea di pensiero. Questi ultimi giocano un ruolo chiave per i futuri sviluppi del conflitto Gaza e Israele per quanto concerne l’implementazione e l’accordo concernente la guerra all’interno della striscia di Gaza.

In ultima analisi, ogni “pedina” appartenente allo scenario medio orientale giocherà un ruolo di fondamentale importanza all’interno dello scacchiere internazionale su cambiamenti non solo legati alle guerre in atto, ma soprattutto come queste potranno influire sui rapporti multilaterali dei governi del Corno d’Africa.

Amedeo Cortellezzi*
cortellezziamedeo@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*studente al secondo anno di magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubri

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Israele riconosce Somaliland: protestano Mogadiscio, l’Unione Africana e i Paesi islamici