Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 marzo 2017

In un video diffuso il 1° marzo dall’agenzia di stampa della Mauritania ANIC cinque tra i più noti jihadisti del Sahel hanno annunciato l’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nell’area. Il nuovo raggruppamento è stato chiamato: “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Seduti uno accanto all’altro, nel filmato si vedono Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali; Yahya Abu Al-Hammam; l’emiro della Regione del Sahara di al-Qaida au Maghreb islamique (AQMI);  Amadou Koufa, un predicatore radicale maliano, di etnia fulani, e capo del “Fronte per la liberazione di Macina” (http://www.africa-express.info/2016/08/22/14413/), legato ad Ansar Dine e attivo nel centro del Paese, Al-Hassan Al-Ansari, braccio destro dell’algerino Mokhtar Belmokhtar, del gruppo Al-Mourabitoun; e infine Abdalrahman Al-Sanhaji, detto il giudice di AQMI. Il nuovo gruppo è guidato da Iyad Ag-Ghali, alleato con al-Qaeda e i talebani afgani.

Iyad Ag Ghali, capo del nuovo  “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”
Iyad Ag Ghali, capo del nuovo “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”

Ovviamente è stata notata l’assenza di Mokhtar Belmokhtar, mandante e responsabile dei peggiori e più spettacolari attacchi nella regione, l’ultimo quello di Gao del 18 gennaio scorso, durante il quale un kamikaze ha ucciso oltre settanta persone. L’attentato è stato rivendicato da al-Mourabitoun, legato a AQIM. Il terrorista algerino è stato dato per morto più volte, ma in qualche modo è sempre “resuscitato”. Attualmente non è chiaro che fine abbia fatto. A fine novembre 2016 fonti dei servizi statunitensi avevano fatto sapere che Belmokhtar potrebbe essere stato ucciso in un raid aereo francese in Libia.

Mokhtar Belmokhtar
Mokhtar Belmokhtar

Alcuni analisti ritengono che l’alleanza sia nata per un maggiore coordinamento e per potersi espandere in territori già destabilizzati da conflitti e dove lo Stato è assente. L’AQMI è infatti presente nell’est della Libia e nel Sahel, e non ha mai nascosto la sua ambizione di volersi spingere fino in Burkina Faso. In alcune regioni Al Qaeda è spesso in competizione, se non in forte contrasto con l’ISIS, presente in Libia. Dopo gli accordi presi con i Boko Haram (http://www.africa-express.info/2015/12/02/i-boko-haram-nigeriani-scendono-in-libia-per-dar-manforte-ai-miliziani-dellisis/) l’ISIS, con l’aiuto dei terroristi nigeriani, vorrebbe conquistare il Sahel (http://www.africa-express.info/2016/02/18/12365/).

Pochi giorni dopo l’annuncio della formazione del nuovo “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani”, ecco un nuovo attacco al centro del Mali, alla base militare di Boulikessi, al confine con il Burkina Faso, durante il quale hanno perso la vita undici soldati maliani. Secondo una fonte della sicurezza regionale, responsabile dell’attentato sarebbe il gruppo jihadista del Burkina Faso di recente formazione Ansarul Islam, legato ad Ansar Dine e guidato da Malaam Ibrahim Dicko, un predicatore burkinabé. Il materiale bellico presente alla base è stato in parte bruciato, in parte portato via dai terroristi.

Solo due giorni prima era stato ucciso il direttore di una scuola e l’abitante di un villaggio nella Provincia di Soum nel Burkina Faso, al confine con il Mali. Durante la stessa settimana sono stati attaccati alcuni edifici pubblici nella stessa provincia. Anche per questi attacchi si punta il dito contro il gruppo Ansarul Islam.

Per combattere il terrorismo che dilaga ancora nella regione, si sono incontrati a fine gennaio i capi di Stato del Burkina Faso, Mauritania, Niger, Ciad e Mali a Bamako per il G5 Sahel, al quale ha partecipato in qualità di presidente di turno dell’Unione Africana il guineano Alpha Condé. Durante il vertice i cinque leader hanno espresso la volontà di voler formare un contingente multiforza, formato da militari maliani, bukinabé, ciadiani, mauritani e nigerini. La richiesta formale sarà sottoposta da Condé all’ONU.

Presidenti di Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania al G5 Sahel
Presidenti di Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania al G5 Sahel

Il presidente del Ciad, Idriss Déry, ha puntualizzato che è arrivato il momento di agire autonomamente, è necessario mettere in sicurezza le frontiere dai terroristi e dalla droga. I membri del G5 Sahel chiedono all’UE di assumere le spese per l’equipaggiamento, armamenti compresi, per il contingente multiforza che intendono creare. I cinque capi di Stato del G5 Sahel sono concordi sul fatto che la risposta militare contro il terrorismo non sia sufficiente, è necessario combattere contemporaneamente la povertà estrema.

In un certo senso è un atto di sfiducia nei confronti del caschi blu, presenti nel Paese dal 2013. La missione delle Nazioni Unite MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) è stata decisa con la risoluzione 2100 del 25 aprile 2013 dal Consiglio di Sicurezza per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali.

Il 29 giugno 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinforzato e esteso per un altro anno il mandato di MINUSMA. Con la risoluzione 2295, adottata all’unanimità dai quindici Paesi membri, il nuovo organico sarà composto da 13.289 soldati e 1.920 ufficiali di polizia.

Inoltre Eucap Sahel Mali (European External Action Service), missione civile dell’UE con base a Bamako, ha messo a disposizione delle forze dell’ordine maliane e dei ministeri interessati, esperti in formazione e strategia per sostenere la riforma nel settore della sicurezza. La Svizzera è il primo paese non membro ad aver concluso un accordo di partecipazione con Eucap. A questo sembra essere collegato il rapimento avvenuto il 25 dicembre 2016 a Goa di un’operatrice umanitaria francese che lavorava per ong svizzera.

Già il 6 gennaio 2016, a Timbuctu, era stata rapita una missionaria svizzera (per la seconda volta, la prima volta era stata sequestrata nel 2012). Il rapimento è stato rivendicato da AQIM.

Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).

Tale accordo ha incontrato non poche difficoltà per decollare, ma finalmente si sono riuniti a Bamako a fine gennaio i firmatari del trattato di Algeri e i ministri dei Paesi implicati nel processo di pace, in prima linea il ministro degli Affari esteri algerino, Ramtane Lamamra. In tale occasione è stata stabilita una tabella di marcia ambiziosa e fitta. Il 23 febbraio sono iniziati i pattugliamenti misti (composti da truppe dell’esercito regolare, del coordinamento dei movimento per l’Azawad “CMA” e combattenti della piattaforma di autodifesa), finalizzati alla formazione di un esercito unitario maliano a Gao, nel nord della ex colonia francese.  

Tra la fine di febbraio e l’inizio di questo mese a Kidal, Gao e Menaka sono state istituite le autorità interinali, finalizzate a ristabilire la presenza dello Stato nel nord del Paese, mentre per quanto riguarda Timbuktu e Taoudénit è stato rimandato alla prossima settimana per ragioni logistiche. Infatti non si riesce ad accordarsi sui nomi delle persone che dovrebbero essere nominati presidenti dei consigli queste Regioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi