17.9 C
Nairobi
sabato, Aprile 25, 2026

Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress Malabo, 24 aprile 2026 Il Santo Padre...

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 aprile 2026 Guilty!...

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 22 aprile 2026 C’è...
Home Blog Page 236

Indipendentisti e Boko Haram: le due crisi del Camerun che si consumano in silenzio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 luglio 2020

Per il secondo anno consecutivo il Consiglio Norvegese per i rifugiati (NRC) ha denunciato che il conflitto che si sta consumando dal 2016 nelle due province anglofone del Camerun rientra tra le operazioni belliche meno conosciute e meno menzionate al mondo.

Conflitto nelle zone anglofone del Camerun

Eppure, secondo International Crisis Group con sede a Bruxelles (organizzazione non governativa, no-profit, transnazionale, fondata nel 1995, che svolge attività di ricerca sul campo in materia di conflitti violenti e avanza politiche per prevenire, mitigare o risolvere tali conflitti) dall’inizio degli scontri sono morte oltre 3.000 persone, altre 600.000 hanno lasciato le loro case e tre dei quattro milioni di cittadini delle due province colpite, necessitano di assistenza umanitaria.

I separatisti che vorrebbero trasformare le due regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la marginalizzazione del governo centrale e della maggioranza francofona.

Yaoundé, la capitale del Camerun

Recentemente la Chiesa cattolica del Camerun si è nuovamente attivata per aprire un dialogo tra il governo e i separatisti; già in occasione del Dialogo Nazionale, che si è tenuto lo scorso ottobre a Yaoundé, la capitale del Paese, i rappresentanti ecclesiastici avevano svolto un ruolo importante.

Nel centro episcopale Mvolyé nella capitale camerunense si è tenuto un incontro il 2 luglio scorso tra gli emissari del governo e Sisiku Julius Ayuk Tabé, l’autoproclamato presidente dell’Ambazonia e alcuni dei suoi partigiani; per l’occasione i separatisti hanno potuto lasciare la prigione. Alla riunione era presente anche un testimone d’eccezione: l’arcivescovo di Butemba, capoluogo della provincia del Nord-Ovest.

Secondo alcune indiscrezioni sembra che questo non sia stato il primo incontro tra separatisti e rappresentanti di Yaoundé. I vari colloqui, volti a tastare il terreno per trovare punti d’intesa per poter aprire eventuali future negoziazioni, si sono svolti nella più assoluta riservatezza e pare che uno di questi si sia persino svolto a Accra, la capitale del Ghana.

Molti osservatori vedono di buon occhio l’iniziativa della Chiesa cattolica camerunense, in quanto le trattative tra il governo e i separatisti erano arrivate a una fase di stallo, perchè dopo oltre 10 mesi dal Dialogo Nazionale gli accordi presi stentano a essere messi in atto, come lo statuto speciale per le due regioni.

Il conflitto è in atto nelle due province anglofone dalla fine del 2016. Allora il presidente Biya aveva proclamato di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

Il Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

I sanguinari guerriglieri islamici Boko Haram,

Oltre alla grave crisi nelle zone anglofone, dal 2014 il Camerun deve affrontare anche i continui attacchi dei terroristi Boko Haram nella regione dell’Estremo Nord, al confine con la Nigeria. Le incursioni dei jihadisti hanno causato la morte di oltre 2.000 persone e costretto altre 250.000 a lasciare i propri villaggi per fuggire alle violenze dei miliziani.

In un suo recente rapporto Human Rights Watch ha evidenziato che a Mozogo, nella regione dell’Estremo-Nord, i militari del 42esimo battaglione di fanteria motorizzata, presenti per proteggere la popolazione dagli attacchi dei sanguinari jihadisti, costringono invece i residenti alla guardia notturna. Al mercato della città è stato affisso un elenco con i nomi di coloro che devono prestare servizio. La lista è stata stilata dai vertici del battaglione in collaborazione delle autorità locali. Da metà marzo a fine aprile i militari avevano persino picchiato e minacciato coloro che si erano rifiutati di partecipare alla ronda notturna.

L’organizzazione è stata informata che al momento attuale le violenze da parte dei soldati sono cessate; resta tuttavia in essere l’obbligo di collaborare con il contingente presente sul territorio. Un vero e proprio lavoro forzato, la popolazione teme che le percosse possano riprendere, visto che minacce in tal senso persistono. E HRW ha chiesto alle autorità di Yaoundé di aprire una indagine in tal senso.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Violazioni dei diritti umani in Camerun: il Pentagono taglia gli aiuti militari

 

Quattordicenne camerunense Premio per la Pace per l’impegno contro Boko Haram

 

Gli attacchi dei nigeriani Boko Haram provocano in Ciad una crisi umanitaria profonda

Tanzania: silurato allenatore di calcio belga per imprecazioni razziste

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
31 luglio 2020

Troppa Africa, da buon belga, deve avergli dato alla testa. Dopo 10 anni trascorsi ad allenare squadre di calcio di 10 Paesi diversi del continente nero, l’altro giorno è sbottato: “Il vostro Paese non mi piace. Voi tanzaniani siete senza istruzione e senza educazione. Sono disgustato. Non ho né auto né WiFi. I vostri campi di calcio in Europa non si vedono neppure in settima divisione. I dirigenti delle vostre società sono zero. Non contano niente presso la Federazione. I tifosi non capiscono un accidente di calcio, urlano come scimmie e abbaiano come cani”.

Che cosa può capitare a un allenatore di calcio che si esprime così? Come minimo che venga licenziato sui due piedi. Come massimo che venga invitato a lasciare il Paese che lo ospita il più velocemente è possibile.

Luc Eymael, allenatore belga silurato in Tanzania

E’ quello che è successo, lunedì 27 luglio, al belga Luc Eymael, 61 anni, allenatore dei “giganti” della Tanzania, lo Young Africans SC (Yanga), una delle squadre più popolari e titolate dello Stato, nonostante abbia sede nella povera circoscrizione urbana Jangwani di Dar es Salaam.

“Siamo rattristati da queste parole e ci scusiamo con la Federazione tanzaniana di calcio, con i tifosi e la cittadinanza tutta per gli insulti e le offese del manager – ha commentato il segretario generale del club, Simon Patrick -. La nostra società crede nel rispetto e nella dignità e si oppone a qualsiasi forma di razzismo. Per questo la leadership dello Yanga Club ha deciso di licenziare il signor Luc Eymael e assicurarsi che lasci il Paese il più presto possibile”.

Le dichiarazioni dell’allenatore risalgono alla settimana scorsa, al termine della partita giocata il 22 luglio e finita 1-1 contro il modesto Mitbwa Sugar (della cittadina Turiani, nota per le coltivazioni della canna da zucchero). La sua squadra ha poi giocato domenica 26 battendo per 1-0 il Lipuli (terz’ultimo), e si è classificata seconda, dietro il suo più odiato competitor, il Simba Sports Club (allenato pure lui da un belga Sven Vandenbroek), vincitore dello “scudetto”.

Il campionato tanzaniano era stato il primo a ripartire in Africa dopo 3 mesi di blocco legato alla pandemia del coronavirus. Tutti i paesi africani si erano fermati (a parte il Burundi). Forse la rabbia di non aver conquistato il titolo e le contestazioni dei tifosi devono aver spinto Luc Eymal all’uscita maldestra, di cui si è poi scusato.

Luc Eymael durante gli allenamenti della squadra

“Ero di cattivo umore, quelle affermazioni sono frutto della delusione e della frustrazione per non aver vinto il titolo, ma non sono razzista”, ha dichiarato al quotidiano sportivo Mwanaspoti.

E’ quello che pensa anche Ratshibvumo Muluvhedzi, un affermato agente calcistico sudafricano che ha lavorato con il belga e che ha dichiarato a KickOff.com: “Luc ha un caratteraccio, è attaccato al denaro e al successo, ma fuori campo è un brav’uomo e non è razzista”.

Luc Eymael, in 25 anni di carriera (1975-2000) come calciatore non ha mai giocato per una squadra della massima divisione, ma si è esibito solo nelle serie minori del Belgio. Maggior fortuna ha avuto come allenatore.

Nel 2010 è arrivato in Africa in cui si è rivelato una specie di trottola panafricana, ottenendo quasi ovunque grandi risultati.
Ha cominciato nella Repubblica Democratica del Congo, poi ha attraversato il Gabon (2011), l’Algeria (2012), il Kenya e il Sud Africa nel 2013, il Rwanda e la Tunisia nel 2014. Dopo una puntata in Oman, è rientrato in Africa: Sudan (2015), di nuovo in Sud Africa, Egitto (2017-2019) e, finalmente, nel gennaio 2020, è sbarcato in Tanzania accolto come una star. Ultima destinazione, quasi certamente. Difficile pensare che dopo questo licenziamento il suo tour africano abbia un’altra tappa.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

“Exodus”, l’umanità migrante raccontata dalle immagini di Sebastião Salgado

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 28 luglio 2020

Potenti, empatiche ma anche cariche di sofferenza, disperazione e crude nella descrizione della realtà. Immagini dure e in molti casi piene di speranza, nonostante tutto, dove il bianco e nero ne sottolinea l’aspra bellezza. Uno stile che mai manca di rispetto ai soggetti fotografati ma ne onora la dignità di esseri umani. Definite “immagini estreme di realtà estreme” toccano il cuore e commuovono per la loro drammatica sobrietà e la nuda oggettività.

Da sin. Sebastião Salgado e l'ex presidente brasiliano, Luis Inácio Lula da Silva, con il libro "Trabalhadores" (2006)
Da sin. Sebastião Salgado e l’ex presidente brasiliano, Luis Inácio Lula da Silva, con il libro “Trabalhadores” (2006)

Sono le fotografie della mostra “Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni” di Sebastião Salgado, curata da Lélia Wanick Salgado, moglie del grande fotogiornalista brasiliano. Un’esposizione che, in 180 immagini, descrive un’umanità in cammino – o in fuga – alla  ricerca di un futuro migliore.

Il viaggio infinito di intere popolazioni

Salgado, spostandosi per tutto il pianeta, racconta il viaggio infinito di interi popoli costretti a lasciare la propria terra e le proprie case. Le cause degli spostamenti forzati di massa sono sempre le stesse: povertà, guerre, disastri naturali, violenza.

Ogni anno milioni di persone, dopo aver abbandonato tutto, si rifugiano in campi profughi con la speranza di poter tornare “a casa” quando la situazione lo permetterà. Le fotografie di Salgado scuotono lo spettatore. Si leggono drammi e dolore ma anche dignità, coraggio e la speranza di migliorare la propria vita.

Dalla mostra "Exodus" di Sebastião Salgado. A destra: India, stazione ferroviaria
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. A destra: stazione ferroviaria in India

Il grande fotografo ci mette a contatto con le moltitudini delle metropoli indiane e cinesi e l’odissea dei “boat people” vietnamiti. Mostra le proteste dei “senza terra” dell’America Latina e il dramma delle popolazioni native dell’Amazzonia. Ci fa vedere i profughi dell’America Centrale che cercano di arrivare negli Stati Uniti e la tragedia dei curdi che non hanno patria. Racconta l’emigrazione dall’Africa verso Gibilterra, i campi profughi palestinesi in Libano e l’espulsione della minoranza musulmana dal Kosovo.

Dalla mostra "Exodus" di Sebastião Salgado. La spiaggia di Vung Tau, da cui è salpata la maggior parte dei boat people vietnamiti, Vietnam meridionale.
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. A  destra: la spiaggia di Vung Tau, da cui è salpata la maggior parte dei boat people vietnamiti (Vietnam meridionale)

I ritratti degli innocenti

Una sezione della mostra è dedicata ai bambini, le maggiori vittime di questi viaggi forzati. Trenta ritratti ripresi nei campi profughi dell’Afghanistan, del Sud Sudan, del Kurdistan iracheno o del Rwanda ma anche i figli dei contadini “senza terra” brasiliani. Ritratti di innocenti che comunicano tristezza e sofferenza ma, a volte, anche allegria.

Dalla mostra "Exodus" di Sebastião Salgado. La sezione dei ritratti dei bambini
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. La sezione dei ritratti dei bambini

Le immagini della tragedia africana

Una sezione dell’esposizione riguarda il grande continente nero: “La tragedia africana: un continente alla deriva” dove racconta la situazione dell’Africa in trentacinque immagini. Fotografie scattate tra il 1993 e il 1997. È il periodo del genocidio in Rwanda dove sono stati massacrati un milione di tutsi. Sono gli anni della guerra tra Sudan e il Sud Sudan, quest’ultimo diventato indipendente nel 2011.

Dalla mostra "Exodus" di Sebastião Salgado: i campi dei profughi ruandesi
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado: i campi dei profughi ruandesi

Ed è anche il periodo della pace in Mozambico firmata nell’ottobre 1992. I profughi mozambicani scappati nei Paesi confinanti sono potuti tornare a casa dopo 16 anni di guerra civile. In Angola c’era l’interminabile guerra civile tra l’esercito regolare e la guerriglia antigovernativa, l’UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), durata 27 anni.

Salgado racconta l’Africa in tutta la sua durezza. Sono eloquenti le immagini dei campi profughi di Benako (Tanzania) o di Goma (Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo), che ospitavano ruandesi fuggiti dalla guerra. Forse le fotografie più toccanti sono quelle dei profughi angolani mutilati dalle mine antiuomo: grazie alle protesi alle gambe potranno camminare.

Dalla mostra "Exodus" di Sebastião Salgado. In alto a destra: un uomo muore di colera sotto gli occhi di una folla traumatizzata
Dalla mostra “Exodus” di Sebastião Salgado. In alto a destra: un uomo muore di colera sotto gli occhi di una folla traumatizzata

La morte in diretta

Un’immagine dolorosa come un pugno nello stomaco è quella  un uomo che muore di colera sotto gli occhi di una folla traumatizzata. È una fotografia del 1994 nel campo di profughi ruandesi di Kibumba, Goma, (Zaire, oggi RDC).  Il capitolo dedicato all’Africa termina con l’immagine di tre giovani profughe mozambicane nel campo di transito di Mbamba Bay (Tanzania) che si pettinano. Si stanno preparando per tornare in Mozambico. Dopo 15 anni vissuti in campi d’accoglienza.

Il genere umano è uno

“Oggi più che mai, sento che il genere umano è uno” – dice Salgado parlando delle sue immagini. “Vi sono differenze di colore, di lingua, di cultura e di opportunità, ma i sentimenti e le reazioni di tutte le persone si somigliano. Noi abbiamo in mano la chiave del futuro dell’umanità, ma dobbiamo capire il presente. Queste fotografie mostrano una porzione del nostro presente. Non possiamo permetterci di guardare dall’altra parte”.

Sebastião Salgado
Exodus. In cammino sulle strade delle migrazioni
8 febbraio – 26 luglio 2020
Pistoia, Palazzo Buontalenti/Antico Palazzo dei Vescovi
—–
Fondazione Pistoia Musei
Fondazione CRF
Agenzia Contrasto
Lara Facco Press & Communication

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Crediti immagini:
– Sebastião Salgado e Lula da Silva
This photograph was produced by Agência Brasil, a public Brazilian news agency.
Their website states: All content on this website is published under the Creative Commons Attribution 3.0 Brazil License unless specified otherwise and content replicated from other sources.

– Immagini della mostra Exodus
Sandro Pintus © 2020

Comunione e Liberazione in Uganda: niente stipendi ai professori delle scuole cattoliche

0

Speciale per Africa ExPress
Emanuela Provera
27 luglio 2020

Il coronavirus è pericoloso e uccide anche in Uganda, un’area geografica che molti pensavano isolata e diversa dal resto del mondo.

Mentre i casi confermati salivano a 1.079, giovedì 23 luglio il Ministero della Salute ugandese confermava la prima morte di una giovane donna trentaquattrenne, con queste parole “May her soul rest in eternal peace”. Residente nel Distretto di Namisindwa, un quartiere nella Regione orientale del paese, a metà luglio la donna è stata ricoverata in ospedale per una diagnosi di polmonite grave.

LE SCUOLE CATTOLICHE

L’accanirsi dei contagi e la diffusione del virus hanno spinto il Ministero della Pubblica Istruzione a predisporre un piano di emergenza per garantire la continuità di apprendimento a 15 milioni di studenti, che non potranno seguire regolarmente le lezioni scolastiche proprio a causa della “chiusura” introdotta nel paese; in particolare è stato stampato e diffuso un programma di acquisizione autonoma che gli studenti devono seguire senza l’affiancamento del corpo docente.

Il piano governativo dell’Istruzione ha ricevuto però critiche da alcuni rappresentanti del mondo cattolico i quali lamentano una mancanza di interlocuzione sulle modalità di implementazione dello stesso; tra questi il Reverendo Ronald Okello, segretario esecutivo dell’Educazione per la Conferenza episcopale dell’Uganda (CEU). Il suo intervento ha avuto una certa eco perché sono almeno 3.388 le scuole cattoliche in Uganda alcune delle quali sostenute direttamente dal governo.

La scuola intitolata a don Luigi Giussani a Kampala

È proprio sulla questione economica che stanno emergendo diatribe e tensioni: Okello ha chiesto a tutte le diocesi ugandesi di sospendere il pagamento degli stipendi degli insegnanti ma senza tener conto della direttiva del governo che vieta ai proprietari delle scuole private di interrompere i contratti dei dipendenti e obbligandoli a pagare gli emolumenti anche nel periodo di “chiusura”. La disposizione governativa è vincolante nonostante le restrizioni introdotte a causa della pandemia siano in vigore da molte settimane. La Conferenza episcopale ugandese (CEU) ha replicato che, senza donazioni e pagamento delle rette, le scuole cattoliche non possono permettersi di pagare gli stipendi dei dipendenti che sono a loro carico.

CHI È ROSE BUSIGNYE

Port Bell è una piccola città del Distretto di Kampala nella quale sorge una scuola cattolica molto attiva anche se di recente costruzione: la Luigi Giussani Institute of Higher Education (LGIHE) aperta nel 2012 dopo una visita di Don Julián Carrón nel Paese. Successore di don Luigi Giussani, oggi a capo del movimento di Comunione e Liberazione, Carrón incontrò la popolazione autoctona, radunata per l’occasione su iniziativa di una donna molto nota, la Memores Domini (Memores Domini è un gruppo riservato di Comunione e Liberazione, ndr) Rose Busingye, la quale raccontando la nascita dell’Istituto, di cui è fondatrice, ha dichiarato “ho cominciato a vedere che l’unico bisogno del mondo non è quello del pane ma quello dell’educazione” [1]. La Busingye, diplomata come infermiera e ostetrica negli anni ’90, è fondatrice e presidente del Meeting Point International, una organizzazione non governativa che, in aderenza agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa cattolica, si pone come priorità l’assistenza alle vittime dell’HIV/AIDS, la promozione dell’istruzione e la riduzione della povertà [2].

A proposito dei Memores Domini il 26 giugno scorso si è svolto un incontro che potrà rivelarsi decisivo per il loro futuro [3], durante il quale ai rappresentanti dell’Associazione è stato consegnato il decreto di nomina di un delegato pontificio, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda; in qualità di commissario pontificio svolgerà il compito di guidare l’associazione nel processo di revisione del direttorio e dello statuto e contestualmente nel risanamento di alcuni problemi associativi già segnalati alla Santa Sede. L’incontro si è svolto alla presenza del cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i laici.

Ma non finisce qui. In Uganda la formazione, gestita dal mondo cattolico, si integra in quello più “profano” e laico  di organismi che operano nell’ambito della cooperazione internazionale, con lo scopo (o il pretesto) di fornire aiuti umanitari; uno di questi è l’ente no profit AVSI che, oltre a finanziare la Luigi Giussani Institute of Higher Education (LGIHE), riceve contributi, pubblici e privati, anche dall’Italia (€ 7.744.174,00 nel 2019, € 5.351.129,00 nel 2018) e dalla Conferenza episcopale italiana (1.936.987,00 nel 2019, € 1.027.229,00 nel 2018) oltre che dalla Comunità Europea [4]. La Presidente del consiglio di amministrazione è Patrizia Savi precedentemente a capo di Sea Prime e ancor prima direttore pianificazione e finanza A2A.

CANONIZZAZIONI

Un nostro contatto, che preferisce restare anonimo, ha incontrato Rose in occasione di una cena tra rappresentanti del Movimento di Comunione e Liberazione; queste alcune delle sue parole: “Per il movimento ciellino la Busingye è già la nuova Giuseppina Bakita (proclamata santa il 1° ottobre 2000 da Papa Wojtyla, ndr)  [5], viene presentata a tutti gli eventi ufficiali quali il Meeting di Rimini, gli esercizi spirituali annuali, il New York Encounter, l’Encuentro Madrid, con lo scopo di mitigare il volto razzista della casta ciellina e di promuoverla come testimonial del Movimento”. Lo stesso interlocutore ritiene che l’Uganda sia un Paese prezioso per promuovere la figura di don Luigi Giussani il cui iter canonico che introduce la causa di beatificazione e canonizzazione è iniziato nel 2012. Rose Busingye fu persino invitata nel 2009, insieme ad altri ospiti, al sinodo dei Vescovi africani, al temine del quale disse: «Quando conosci la fede tutto ti appartiene. È una mentalità nuova, persuasiva». Ne siamo persuasi.

Emanuela Provera
emanuela.provera@libero.it
twitter@dentrolod

[1] https://www.ilsussidiario.net/news/educazione/2013/11/10/uganda-rose-busingye-giussani-carr-n-e-la-passione-di-12-ragazzi-cosi-nasce-una-scuola/441590/

[2] https://www.youtube.com/watch?v=aucIkit6Bbw

[3] L’Associazione laicale Memores Domini è stata riconosciuta quale associazione internazionale di fedeli mediante decreto del Pontificio consiglio per i laici in data 8 dicembre 1988

[4] Bilancio aggregato al 31/12/2019 certificato dalla EY S.P.A

[5] http://www.bakhita.fdcc.org/canonizzazione.html

 

Morto Ben padre dell’atletica keniota: alle Olimpiadi del ’68 si sacrificò e vinse l’amico

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
27 luglio 2020

E’ diventato celebre per una celeberrima NON vittoria. Anzi per aver fatto trionfare un suo connazionale. Eppure la sua vita è stata ricca di successi al punto che viene considerato uno dei pionieri e uno dei padri dell’atletica africana. Grazie al suo valore e alla sua generosità – è il riconoscimento unanime – i podisti keniani sono entrati prepotentemente, oltre mezzo secolo fa, nel palcoscenico mondiale.

Oggi il Kenya sportivo, e non solo, piange la scomparsa di Benjamin Wabura Jipcho, “Ben” per tutti, deceduto a 77 anni il 24 luglio al Fountain Hospital di Eldoret.

Benjamin Wabura Jipcho. padre dell’atletica keniota

La carriera di Ben è costellata di medaglie: argento nel 1970 sui 1500 siepi ai Commonwealth Games, argento sui 3 mila siepi alle Olimpiadi di Monaco del 1972, oro sui 5 mila metri piani nel 1973 agli All African Games a Lagos (Nigeria), oro sui 5 e 3 mila e bronzo nei 1500 siepi nel 1974 ai Commonwealth Games in Christchurch (New Zealand), due volte recordman mondiale sui 3 mila siepi.

Eppure Ben Jipcho fece irruzione nella storia dell’atletica leggera non per aver vinto, ma per aver sacrificato la sua possibile vittoria a favore di un connazionale. Correva l’anno 1968 – è proprio il caso di dirlo – e la finale dei 1500 metri ai giochi olimpici di Città del Messico. Rinunciò a competere per il successo, accettò di fare la lepre, come si dice in gergo: partire a tutta velocità per sfiancare il più temibile e terribile avversario, l’americano James Ronald Ryun “Jim”, oggi 73 anni, a favore di Kipchoge Keino, 80 anni.

Jipcho coprì il primo giro di pista in 56 secondi – ha ricordato l’altro giorno il sito dell’Atletica Mondiale – trascinandosi Keino sugli 800 metri in 1:55.3 e consentendogli di vincere in 3:34.91. Un tempo strabiliante, se si considera che si correva in altura (oltre i 2 mila metri). Un record olimpico che resisterà per 16 anni. Ben, un vero signore, tempo dopo quasi si scusò con Jim Ryun che, ovviamente, aveva tagliato il traguardo sconfitto e disfatto a 20 metri di distanza! (Ben si era classifico decimo).

Toccante il ricordo di Kipchoge Kenio affidato al giornale Standard Sports:  “Ben è parte di me. Il mio successo è dovuto alla sua capacità agonistica; ci completavamo l’un l’altro. Le olimpiadi messicane restano incise per sempre nella mia mente. Ha imposto il ritmo e abbiamo demolito Ryun. E’ stato un grandissimo momento di patriottismo. Avrebbe potuto trionfare anche lui, ma si rese conto che forse io avrei avuto maggiori possibilità di dare l’oro al Kenya. Avevamo stretto un legame indissolubile fin da quando io lo portai via da Maseno (il terzo distretto più importante del Paese) per venire ad allenarsi a Kiganio. Insieme abbiamo posto le basi del nostro successi ma abbiamo assicurato al Kenya un posto nella mappa sportiva mondiale. Sì, il suo posto nella storia dell’atletica mondiale è assicurato”

Ben ha svolto anche un’intensa attività politica: è stato presidente del National Development Party e del Liberal Democratic Party a Mt Elgon (nella Provincia Occidentale). Anche in questa veste lo ha commemorato Raila Amolo Odinga, il seguitissimo leader politico protagonista delle ultime contrastate votazioni presidenziali. “Tutti conoscevano Ben come il pioniere che ha portato il Kenya sul sentiero della grandezza – ha dichiarato  Raila Odinga – Per me era molto di più. E’ stato parte del mio viaggio in politica. Ho perso un eroe e un compagno”.

Raila Odinga

Per questo tutto il Kenya si china davanti a questa icona. E i suoi funerali previsti nel villaggio natale Kisawai, nella contea Trans Nzoia, ( a circa 400 km da Nairobi) sono diventati un “affare di Stato”, concordati tra le autorità governative, quelle sportive e il figlio David Kwenden (seppure rispettando le linee guida imposte dalla pandemia del Covid19).

Purtroppo, però, in questo periodo lo sport di Nairobi sta vivendo un altro lutto morale causato dalla piaga del doping. Proprio alla vigilia della scomparsa di Ben Jipcho, sono stati sospesi il campione mondiale dei 1500 metri, Elijah Motonei Manangoi, 27 anni e tre maratoneti: Patrick Siele, Kennet Kiprop, e Mercy Jerotich Kibaru

Tutti accusati di aver violato, a vario titolo, le regole antidoping.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Parla Sabrina, la cooperante italiana che in Sud Sudan denunciò i suoi violentatori

Da Radio Bullets (www.radiobullets.com/)
Barbara Schiavulli
24 luglio 2o20

Sabrina Prioli è una cooperante italiana, brutalmente aggredita nel 2016 in Sudan del Sud, durante l’attacco di decine di soldati al compound dove risiedevano le organizzazioni umanitarie. Cinque cooperanti vennero stuprate e un giornalista ucciso. Un anno dopo, nonostante l’inferno in cui si ritrova a vivere – in quel piombo che le si era solidificato dentro, come lo definisce lei – dovrà decidere se tornare nel paese martoriato dalla guerra civile e testimoniare contro i suoi aguzzini. Quanta forza e coraggio dovrà trovare in sé? Riuscirà a farlo? Riuscirà a puntare il dito contro di loro e farli condannare?
Sono trascorsi tre anni e Sabrina si è lentamente e faticosamente ricostruita.

Per la prima volta, parla ai microfoni di Radio Bullets: questa è la storia di una donna andata a pezzi, ma che ha avuto il coraggio di fare giustizia per sé e per tutte le vittime di guerra.

Ascolta il podcast

Loro mi hanno piantato il fucile in testa, sugli organi genitali, minacciandomi di chissà che cosa.

Quel giorno ho smesso di vivere la mia vita. Il mio cuore ha continuato a battere e oggi rido, vivo e scrivo, ma non è più la mia vita. Ciò che ero prima, qualunque cosa fossi, è stato fatto detonare, l’equivalente del terremoto che nel 2009 mi ha lasciato senza una casa a L’Aquila. Ogni cosa, ogni organo, ogni centimetro di coscienza ha perso il proprio posto e, per una reazione chimica che non so se mi abbia salvato o maledetto, tutto si è poi posato, raggrumato, compattato, rappreso, coagulato, solidificato e, infine, indurito. Adesso lo porto dentro: un blocco in gola che pesa come piombo, che ha lo stesso sapore e la medesima consistenza, che mi contamina e avvelena.

Qui dentro ci sono scorie radioattive di tutto ciò che non sono più. Ci sono occhi che ho dovuto chiudere, le ginocchia e la volontà che ho dovuto piegare. Finché non ho ricominciato da capo. Non l’ho chiesto, non l’ho scelto: l’ho solo fatto.

Una calda giornata d’estate a Juba

11 luglio 2016, fa caldo a Juba in Sud Sudan. Sabrina Prioli è un’esperta operatrice umanitaria italiana che ha lasciato il Sudamerica, dove vive con la sua famiglia, per seguire un progetto di pacificazione nel piccolo e recente paese africano, per conto di un’organizzazione americana. La situazione non è buona, c’è una guerra civile in corso, nella capitale ci sono posti di blocco, si sentono gli scontri avvicinarsi. Da una parte le forze governative, dall’altra i ribelli, in mezzo le Nazioni Unite, le organizzazioni umanitarie e, naturalmente, migliaia di civili che subiscono una guerra che nessuno vorrebbe.

Sabrina soggiorna in un compound, dove ci sono altri operatori umanitari di diverse nazionalità. Non si sentono al sicuro, ma tutti dicono che, invece, lo sono. Chi fa questo mestiere, chi si occupa di pace e violenza in zone di guerra sa vivere in spazi limitati, di solito le misure di sicurezza sono molto elevate. Ma non è questo il caso. I soldati si avvicinano. I soldati urlano e sparano. I soldati inferociti fanno irruzione mentre il gruppo di operatori umanitari si barricano, si nascondono, pregano e tremano. Saranno le ore più lunghe della loro vita. E per qualcuno non sarà mai più come prima.

Il mondo di Sabrina fatto di competenza, professionalità, impegno verso gli altri, comincia a girare al rallentatore, impregnato di paura, impotenza, consapevolezza di essere in balia del male. Stanno arrivando e stanno per prenderla.

Il giorno dopo

John Gatluak, il giornalista ucciso

Trascorrono le ore. Sabrina ferita e dolorante, stuprata da cinque soldati, resta abbracciata a un’altra collega, nascoste dalla tenda di una doccia. La mattina, quando arrivano i soccorsi, il bilancio delle conseguenze è: 5 cooperanti violentate, tra cui un’americana e un’olandese, il giornalista John Gatluak Manguet Nhial ucciso e un contractor ferito. Lei e la sua collega, durante la notte, gli avevano chiuso gli occhi e messo un lenzuolo sopra, quasi a prendersi cura di lui.

Il mio dolore si cela dietro le palpebre che ho dovuto chiudere, è davanti agli occhi che ho deciso di aprire. Il mio dolore è nascosto nelle paure di un corpo che è stato gettato a terra, e che da quella terra è riuscito a sollevarsi. Ingoio tutto, tutto diventa piombo. Sono viva ma non lo sento.

Il 12 luglio la città è calma, non si sentono più gli spari, le urla, eppure dentro Sabrina l’inferno continua a esplodere. Pensa al padre, deceduto poco tempo prima, quel giorno maledetto è anche il suo compleanno.

Tornare a casa, l’inferno che ci si porta dentro

Sabrina e gli altri cooperanti vengono fatti evacuare, torna a casa, ritrova l’amore del compagno e della figlia e comincia un lungo percorso di ricostruzione. Attacchi di panico, incubi, paura: ha tutti i sintomi della sindrome post traumatica. Lei non è più la stessa: per la terza volta, nella sua vita di quarantenne, si ritrova a dover ricominciare tutto da capo. Le era successo da giovane quando era fuggita dalla relazione con un uomo che la picchiava, poi nel 2009 quando il terremoto de L’Aquila le ha distrutto la casa dove viveva con la figlia e sono scampate per miracolo; è successo ora, dove nel giro di una notte, da operatrice di pace si è trasformata in vittima di guerra. Perché quello che le è accaduto non è solo una terrificante violenza che colpisce ogni 3 secondi una donna del mondo, è qualcosa di preciso, sistematico, è un’arma usata dagli uomini in guerra per spezzare un popolo. È un crimine contro le donne e l’umanità.

Il mio corpo non porta ferite su di sé, non sanguina, non ha arti amputanti. È la mia anima a essere stata fatta a pezzi, è lei a essere stata uccisa.

Trascorre un anno, Sabrina lotta contro la depressione, pensa al peggio, come se loro, quei soldati fossero ancora dentro di lei e continuassero a farle del male. E se questa storia finisse così, sarebbe già una storia. Ma la verità è che spesso eventi della vita ti pongono davanti a sfide che non ci si immaginerebbe mai. Ci costringono a scegliere, ci costringono a fare la cosa giusta anche se vorremmo solo nasconderci sotto le coperte. A volte non ci si può sottrarre alla propria storia e a quello che diventeremo. Perché Sabrina ha dentro un fuoco che arde, che fonde il piombo che le scorre nelle vene e le dà luce. Sabrina, come se non bastasse tutto quello che le ha lanciato la vita, sta per diventare una delle persone più coraggiose che si possano incontrare.

Il mio unico desiderio è gridare al mondo ciò che mi hanno fatto. Non posso rimanere ancora in silenzio. Devo trovare una via che mi conduca a una forma di giustizia, qualunque essa sia.

C’erano dei responsabili per quello che era accaduto, e non si trattava solo dei soldati che avevano commesso il crimine. Viene sottoposta a diverse interviste, tra cui quelle degli investigatori delle Nazioni Unite, impegnati in un’indagine speciale per verificare la responsabilità della Missione ONU “Unmiss”, in Sudan del Sud. Loro sapevano che lei e altre cooperanti si trovavano molto vicino, a un km dalle forze ONU: erano stati avvertiti, ma nessuno si è mosso per evacuarle.

Vittima di guerra

Il viaggio della fenice di Sabrina Prioli

Le violenze sessuali e di genere in Sudan del Sud rimangono impunite nella quasi totalità dei casi. Sabrina è riuscita a fuggire. Sa di essere una privilegiata e vuole sfruttare questo privilegio per lei e per tutte quelle donne che non avranno mai giustizia.
“Non posso fermarmi, anche se gli scogli sembrano così alti dall’abisso in cui sto sprofondando”, scrive nel suo libro “Il Viaggio della Fenice” appena pubblicato.

Ci potrà mai essere giustizia?

L’incidente non è considerato più un singolo episodio in una terra lontana, indagano le Nazioni Unite, l’FBI, e persino il governo del Sudan del Sud. Viene interrogata in videoconferenza, e nonostante sia a migliaia di km di distanza, Sabrina ha paura: paura di esporsi e paura di essere riconosciuta. L’indagine consente l’avvio di un processo presieduto da una corte marziale in Sudan del Sud. I capi di imputazione sono omicidio, violenza sessuale, aggressione, furto, danni alla proprietà e alle persone. Non le sembrava vero. E ancora una volta si sente una vittima privilegiata perché il fatto che fossero stranieri, aveva accesso l’attenzione internazionale. I soldati avevano compiuto un crimine e dovevano essere giudicati secondo la legge. Dei 100 militari che hanno fatto irruzione nel compound, solo 19 persone sono stati arrestate, alcune identificate dai compagni, altri da foto segnaletiche. Sabrina con il cuore in gola riconosce attraverso una foto, due dei suoi stupratori e uno che l’ha picchiata.

A parte i proprietari del compound, nessuna organizzazione o istituzione ha denunciato, o anche solo segnalato, i crimini. Questo vuol dire che l’aggressione dei soldati, l’omicidio del giornalista e gli stupri verranno inseriti in una causa civile per il risarcimento dei danni agli edifici. Lo Stato italiano non è d’aiuto: la denuncia che Sabrina ha fatto alla Procura della Repubblica è stata archiviata dopo tre mesi dalla sua presentazione. Nessuno le ha spiegato il perché.

In Italia c’è anche il rischio che lei finisca nel tritacarne dei leoni da tastiera. Di chi l’accuserebbe di essersela andata a cercare, di chi non prova empatia verso una vittima ma inneggia ai carnefici.

Nel luglio 2017, a un anno preciso dal fatto, Sabrina scopre che c’è il rischio che il caso venga archiviato anche in Sudan del Sud per mancanza di prove. Nessuno vuole testimoniare. Nessuno si è preso la briga di accusare i soldati. Il giudice vuole archiviare il caso di violenza sessuale e omicidio, perché se nessuno sporge denuncia, non c’è delitto. C’è solo un modo per fare la differenza, che le vittime tornino in Sudan del Sud per testimoniare di persona. In video conferenza non è possibile, ma nessuna della altre cooperanti se la sente di farlo. Sabrina lo capisce, meno comprende gli uomini che si trovavano lì con loro. Potrebbero confermare di aver assistito ad atti di violenza contro le colleghe. Ma nessuno vuole farlo.

Se non c’è denuncia non c’è delitto

Sabrina ha il terrore di tornare in un posto che vorrebbe cancellare dalla memoria. Ha paura che possano sequestrarla, violentarla di nuovo, perfino ucciderla. Ha paura della paura. Chi, le darebbe torto? Sarà una frase della figlia a fare la differenza di una vita. E nonostante la paura, l’angoscia, il terrore che la paralizza, Sabrina sa che andrà a testimoniare.

Voglio essere riconosciuta dall’autorità governativa del Sudan del Sud, come vera e propria vittima di guerra. Non possiamo venire ignorati dalla Storia dopo aver subito simili atrocità, non possiamo rimanere invisibili agli occhi del mondo. La follia del silenzio fa gridare di rabbia la mia anima. Questi crimini continuano a essere perpetrati perché le donne non sono tutelate dalle leggi, perché in condizioni simili, è praticamente impossibile denunciare i propri aguzzini, perché la cultura locale non considera questi reati come tali e perché la donna in molte società non ha voce.

Sabrina invece, la voce ce l’ha ed è pronta a ruggire. Il 22 agosto 2017 si presenta davanti alla corte marziale a Juba in Sud Sudan. A fianco il suo compagno che non la lascia mai.

Il processo

Corte marziale di Juba, Sud Sudan

Il giorno del processo / Amnesty International

Sabrina darà la sua testimonianza, avanzerà verso 11 soldati separata da una fragile balaustra di legno e li riconoscerà davanti a tutti. Uno le ride in faccia, ma lei si sente forte, potente: adrenalina a mille. Sente la forza di tutte le vittime di stupro. Sente le urla delle donne, sente il loro dolore, sente un’energia che la scuote, sente di non essere più sola, e così una donna a pezzi si trasforma in una leonessa davanti a quelle facce criminali. Ora sono i suoi aguzzini ad aver paura e dieci di loro, grazie a lei, saranno condannati: due ergastoli mentre per altri otto pene tra i 7 e i 14 anni. I militari sono stati anche costretti a indennizzi ridicoli nei confronti delle vittime: 4.000 dollari a tutti i cooperanti senza distinzione tra chi era stato violentato e no, e 50 mucche al giornalista ucciso; 2 milioni di dollari, invece, ai proprietari del compound.

Udienza durante il processo contro militari a Juba, Sud Sudan

Non si è liberi se si è preda di paure e orrori che non possono essere affrontati. Non si può essere liberi se ci si trova al limite della sopravvivenza, se la propria vita è stretta nel pugno dei nemici, se si è consapevoli che il domani non dipende dalla propria volontà ma dai capricci del destino.

Sabrina ora è una coach life e continua ad aiutare la gente. Continua la sua lotta per la giustizia, mentre in Sud Sudan alcuni file sul caso sono spariti, denuncia Amnesty International.

“Oggi sono libera”

Sabrina Prioli oggi è libera perché ce l’ha fatta. Perché ci si può alzare anche da soli, ma è meno difficile quando si ha accanto un uomo che sa come stare accanto, e quando una figlia, ignara, dice tutte le cose giuste che si ha bisogno di sentirsi dire. Quando gli amici si stringono intorno a te per dirti che non sei mai stata sola. Ma essere vittime non significa essere persi, Sabrina Prioli è tutto tranne che una donna perduta: Sabrina è una donna che ha usato le proprie ferite per guardare in faccia i propri stupratori, pretendere e ottenere giustizia per sé stessa e per tutti quelli che non sono riusciti a trovare la forza e il coraggio per farlo. E questo fa di lei un’eroina. Una nostra eroina.

Barbara Schiavulli
https://www.radiobullets.com/rubriche/sono-viva-ma-non-lo-sento/

I pezzi tratti dal libro Il viaggio della Fenice, di Sabrina Prioli, sono letti dall’attrice Sara Alzetta. La foto di copertina è di Francesca Zama on Unsplash

Sud Sudan: processo per stupro contro 5 straniere, solo un’italiana testimonia

Turchia: Erdogan si riprende Santa Sofia e all’inaugurazione invita papa Francesco

Speciale per Africa ExPress
Marco Patricelli
26 luglio 2020

La storia è piena di consacrazioni, sconsacrazioni e riconsacrazioni di luoghi di culto. La storia, però, è passato: non è presente.

Il presidente-dittatore della Turchia, Erdogan, non  fa mistero di guardare sempre indietro per scegliersi i modelli ai quali assomigliare per entrare nella storia proiettandola nel presente.

Santa Sofia, come è conosciuta nell’intero mondo denunciando cos’è e cosa rappresenta, è dunque tornata a essere moschea. Per decreto è diventata da patrimonio dell’umanità un’esclusiva di una confessione religiosa assunta a parametro della vita civile, risaldando i due elementi della società turca che Mustafà Kemal Ataturk con grande lungimiranza aveva separato per fare della Turchia una nazione al passo con i tempi.

Santa Sofia, Istanbul

Uno sforzo immane, quello del padre della Patria, che puntò tutto sulla piccola testa occidentale spiccata dal Bosforo al grande corpo arretrato a oriente che costituisce la massa demografica dello stato nazionale emerso dalla decomposizione dell’Impero ottomano e dalla sconfitta della prima guerra mondiale.

La Turchia doveva essere, e in parte è stata, altro. Ataturk le impose una cura da cavallo per svecchiare un apparato sclerotizzato, applicando la lezione di Pietro il Grande che aveva proiettato la Russia verso la civiltà occidentale imponendo il taglio della barba ai boiardi.

Erdogan ha cancellato in pochissimo tempo le conquiste kemaliane ed è giunto al punto di non ritorno riconsacrando all’Islam il museo già moschea e già superba cattedrale cristiana. Un atto di forza che ha suscitato qualche inane pigolio nella sempre più decadente Europa che parla a più voci e che a volte sussurra quando dovrebbe alzare la voce.

Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan

Il sultano di Istanbul ha ideato pure la sardonica e irriverente sottolineatura con l’invito-beffa a partecipare alla cerimonia inoltrata a Bergoglio, non è ancora chiaro se come capo dello Stato più piccolo del mondo o come capo di una cristianità sempre più smarrita, sempre più sotto attacco e sempre più sotto silenzio. I ragazzini degli Anni ’70 ricorderanno una serie di telefilm francesi ambientati in Terra santa, «Thibaud, il cavaliere bianco». Protagonista, un crociato che combatteva i musulmani.

Oggi quegli innocenti telefilm sarebbero improponibili (e infatti non li si rivede neppure nel più scaciolato canale digitale), perché una parte del mondo islamico potrebbe “offendersi”. L’Occidente, in nome del politically correct a senso unico, ha rimosso con masochistica comprensione i presepi che “offendevano” e le croci nelle scuole e negli ospedali che “offendevano” il credo degli ospiti.

Qualcuno ricorderà come una tutt’altro che divertente macchietta dell’arboriano Andy Luotto nei panni improponibili di uno sceicco arabo “offese” talmente tanto da arrivare alle minacce culminate dalla cancellazione del personaggio e dalla sparizione dal piccolo schermo di Luotto stesso. Salman Rushdie, i suoi «Versetti satanici» che “offendevano” e la fatwa spiccata per reazione sulla sua testa, erano ancora in là  a venire, ma certi segnali non ebbero la risposta che forse avrebbero meritato.

Oggi un galantuomo iperdemocratico come Erdogan, muove i carri armati in Siria come se giocasse a Risiko in Jacuzia e Kamchatka, spara missili a capriccio come neanche Gheddafi ai tempi dei deliri di onnipotenza, stringe alleanze con chi gli pare, fa la politica estera che più gli aggrada, sta un po’ di qua e un po’ di là, ma fa sempre quel che vuole con l’arroganza del più forte e la faccia tosta di chi può permetterselo.

E’ ben consapevole che può tirare lo schiaffo, tanto gli porgono subito, ecumenicamente, l’altra guancia, ha capito con tempismo che poteva riprendersi la Libia strappata dagli italiani all’Impero ottomano nel secolo scorso, che può alzare la posta a piacimento sugli scenari di crisi che alimenta o innesca lui stesso, che insomma può tirare l’elastico degli equilibri internazionali anche rischiando di spezzarlo perché per lui il gioco vale la candela.

Alleato della Nato, adotta i sistemi missilistici della Russia; chiede l’ingresso in Europa e la ricatta spregiudicatamente con la pressione dei migranti; provoca la Grecia e fa il gatto col topolino ellenico; si fa chiamare presidente ed è un dittatore dai pieni poteri; veste in doppio petto ma ambisce ai paludamenti del sultano; crede di incarnare la Turchia moderna ma fa leva sulla parte più retrograda della nazione.

Mustafa Kemal Atatürk. primo presidente della Turchia

Ha cancellato in pochi mesi le conquiste di Ataturk e ha soffiato sulla brace delle contrapposizioni religiose. Nessuno, in Occidente, è sembrato “offeso” dell’avanzata a grandi passi del vento del passato e dell’integralismo, con una muffita tolleranza acritica e unidirezionale. Santa Sofia, quando venne concepita nel VI secolo da Giustiniano, era la chiesa più grande del mondo.

Quando Bisanzio, come si chiamava Costantinopoli nel XV secolo, cadde chiudendo l’esperienza dell’Impero romano d’oriente, il cristianesimo venne eradicato per assimilazione anche violenta così come gli ottomani erano soliti fare con i prigionieri cristiani militarizzati nel terribile corpo dei giannizzeri scatenati proprio contro i cristiani.

La convivenza, che pure ci fu, era una concessione che rimarcava la forza del potere e che comunque non era affatto paritaria come qualcuno preferisce credere e far credere. La moschea di Istanbul è molto più del canto di un muezzin. Perché sul Bosforo il tramonto della civiltà, anche nel XXI secolo, illumina la mezzaluna di Erdogan che rimanda ombre sinistre su quest’altra parte del mondo. E intanto si gode il suo personale trionfo sotto le bandiere dell’Islam che garriscono al vento.

Marco Patricelli

“Giustizia per Daphne”, giornalista maltese assassinata: appello di RsF

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un appello da Reporter senza Frontiere
sulla morte della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia.
L’inchiesta è tutt’ora aperta e il testimone chiave, Melvin Theuma,
che avrebbe dovuto essere sentito al processo, ha tentato il suicidio martedì scorso.
Nel dicembre 2019 aveva confessato di essere stato l’intermediario
che ha reclutato gli assassini della giornalista per conto di Yorgen Fenech,
un potente uomo d’affari sul quale stava indagando Daphne.

Africa ExPress
25 luglio 2020

Buongiorno a tutti,
Sono Pauline Adès-Mével, caporedattrice di Reporter Senza Frontiere. Oggi sono a Malta per testimoniare nell’ambito dell’inchiesta in corso sull’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia. Daphne aveva esposto numerosi casi di corruzione sul suo blog, Running Commentary. È rimasta uccisa nell’esplosione di un’autobomba il 16 ottobre 2017. E da allora, nessuno è stato processato per il suo omicidio.

Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese assassinata nel 2017

Prima del suo assassinio nel 2017, avevamo ricevuto un’allerta da un giornalista locale su Daphne. Ci siamo resi conto che era stata molestata e aggredita dalle persone che ha denunciato. RSF ritiene che l’omicidio di Daphne Caruana Galizia avrebbe potuto essere evitato, ed è per questo che siamo qui oggi a testimoniare nell’inchiesta pubblica sul suo omicidio. La situazione a Malta è molto tesa, soprattutto perché Melvin Theuma, il testimone chiave dell’inchiesta, è stato trovato a casa sua con la gola tagliata 3 giorni fa.

Continueremo a chiedere giustizia per Daphne e ad agire per garantire che nessun giornalista venga mai più ucciso in questo paese”, ha detto Reporter senza frontiere. Tutti coloro che sono coinvolti in questo omicidio e tutti coloro che lo hanno ordinato devono essere ritenuti responsabili. Se volete sostenere le nostre azioni sul campo a Malta e in tutto il mondo, fate una donazione alla RWB oggi stesso.

Grazie per il vostro sostegno.

REPORTER SENZA FRONTIERE
Pauline Adès-Mével
Caporedattore

Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 luglio 2020

Cinque capi di Stato dell’Africa occidentale, riuniti in un vertice straordinario a Bamako ieri, non sono riusciti a risolvere la grave crisi che ha investito il Mali dall’inizio di giugno.

Il presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, Alassane Ouattara della Costa d’Avorio, Nana Akufo-Addo, Ghana, Macky Sall, Senegal e Mahamadou Issoufou, Niger, presidente di turno della CEDEAO (acronimo francese per Comunità economica degli Stati africani dell’Africa occidentale) si sono riuniti dapprima a porte chiuse al nono piano dell’albergo Marriott nella capitale maliana.

Più tardi cinque capi di Stato hanno pranzato al palazzo presidenziale, ospiti di Ibrahim Boubacar Keïta; durante il convivio i presidenti hanno parlato apertamente con il loro omologo maliano; hanno anche riconfermato le proposte di Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, a capo della missione della CEDEAO che si è tenuta sempre a Bamako qualche giorno fa: si escludono le dimissioni di Keïta e del primo ministro Boubou Cissé; suggeriscono anche loro la formazione di un governo di unità nazionale.

Visita in Mali di 5 Capi di Stato dell’Africa occidentale

I cinque hanno poi incontrato rappresentanti della maggioranza presidenziale, della società civile e dell’opposizione, ma quest’ultimi non sono assolutamente d’accordo con le proposte della CEDEAO.

L’imam Mahmoud Dicko, figura centrale della contestazione del Movimento 5 Giugno si dice insoddisfatto delle proposte, anzi sottolinea che finora nulla è stato fatto. E, in una lettera aperta diffusa giovedì sera dal Movimento 5 Giugno-Raggruppamento delle Forze patriottiche, coalizione eteroclita responsabile della contestazione in atto, ai 5 capi di Stato della CEDEO presenti a Bamako, precisano: “Il presidente ha affidato questa missione a persone che non hanno né la competenza e tanto meno la legittimazione per svolgere questo compito e le tensioni che si sono create sembrano come quelle tra falchi e colombe”.

Miliziani jihadisti in Mali

Malgrado tutto,  Issoufou, presidente di turno in carica della CEDEAO, è ottimista e ha convocato per lunedì prossimo un vertice in videoconferenza con tutti i membri dell’organizzazione economica. Infine ha sottolineato: “Chiedere le dimissioni a Keita sarebbe anti-costituzionale, visto che è stato eletto democraticamente dal popolo maliano”.

E mentre i “grandi” discutono sulle sorti della ex colonia francese, non si arrestano gli attacchi dei terroristi. Giovedì mattina un soldato 25enne francese di origini malgasce, Tojohasina Razafintsalama è stato ucciso e altri due militari sono stati feriti mentre il blindato del mercenario malgascio è entrato in contatto con una vettura carica di esplosivo.

Il giovane è nato nell’ottobre del 1994 a Mahazarivo (Madagascar) e è stato arruolato nel 2018. E’ stato inviato in Mali solo pochi giorni fa, il 15 luglio, dove ha prestato servizio nel contingente francese nel quadro dell’Opreazione Barkhane, presente in tutto il Sahel con oltre 5.000 uomini.

Negli ultimi mesi i militari francesi in collaborazione con il contingente tutto africano Force G5 sahel hanno intensificato le offensive nella zona dei tre confini (Mali, Niger, Burkina Faso). Durante l’ultimo vertice tenutosi a Nouakchott, la capitale della Mauritania, il 30 giugno scorso, i 5 leader del G5 Sahel, del quale fanno parte Mauritania, Ciad, Mali, Niger e Burkina Faso, hanno rafforzato la loro volontà di voler continuare con determinazione la lotta contro il terrorismo nell’area, come era già stato concordato durante la conferenza di Pau, nel sud-ovest della Francia, lo scorso gennaio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dura repressione in Mali: la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Niger, massacrati oltre 70 militari, la peggior carneficina dei jihadisti dal 2015

 

 

 

 

Nigeria: Boko Haram mostra in un video l’esecuzione di 5 operatori umanitari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 luglio 2020

L’Islamic State West Africa Province (l’acronimo ISWAP), una fazione di Boko Haram, capeggiata da Abu Abdullah Ibn Umar Al Barnawi, ha rilasciato mercoledì sera un nuovo video. Nel filmato si vedono 5 operatori umanitari inginocchiati uno vicino all’altro con gli occhi bendati, dietro di loro cinque boia con fucili automatici in mano e poi boom. Una esecuzione in piena regola.

Un déjà vu. A fine dicembre la stessa sorte è toccata a 11 persone – 10 sono state decapitate, solo uno è stato freddato con pallottole. E solo pochi giorni prima, il 14 dicembre, sono stati uccisi 4 impiegati di una ONG francese, Action contre la faim (ACF), fondata a Parigi nel 1979 e attiva in 47 Paesi.

Anche ora, uno degli uomini brutalmente ammazzati mercoledì, lavorava per ACF, mentre un altro per International Rescue Committee (IRC), i restanti tre per State Emergency Management Agency (SEMA). Uno dei giovani deceduti così tragicamente, avrebbe dovuto sposarsi tre giorni dopo essere stato rapito.

Operatori umanitari uccisi da miliziani di ISWAP in Nigeria

I cinque sono stati portati via l’8 giugno scorso mentre viaggiavano sulla strada che collega la città di Monguno con Maiduguri, capoluogo del Borno State, nel nord-est della ex colonia britannica. “Su parecchie arterie della regione vengono  piazzati falsi check-point, dove, se va bene i vicoli di passaggio vengono rapinati. Ma ben spesso gli operatori umanitari, incaricati della distribuzione dei viveri, vengono feriti, se non uccisi”, ha specificato Edward Kallon, coordinatore per gli Affari Umanitari dell’ONU in Nigeria.

Il 30 giugno il quotidiano Daily Trust con sede a Abuja, la capitale della Nigeria, aveva fatto sapere che ISWAP aveva chiesto un riscatto di mezzo milione di dollari per la liberazione dei sequestrati. Ovviamente la richiesta è stata negata e nessuna trattativa è stata aperta con i terroristi.

Alcuni esperti ritengono che ISWAP sia a corto di viveri e soldi, in quanto il governo di Abuja vieta qualsiasi transazione per la liberazione di ostaggi in mano ai miliziani. Nel 2019 ben 12 operatori umanitari sono stati uccisi, mentre cinque, sequestrati a dicembre, sono stati liberati in gennaio.

 

Terroisti in azione nel nord-est della Nigera

Dal 2009, inizio dell’insurrezione dei Boko Haram, a oggi nel nord-est della Nigeria, sono morte oltre 35.000 persone e 2 milioni hanno dovuto lasciare i propri villaggi per cercare rifugio nei campi per sfollati o per profughi nei Paesi confinanti. Sono 10,6 milioni i nigeriani in grave stato di necessità. Il loro numero, anche a causa della pandemia,  è in continuo aumento.

Mohammadu Buhari

Muhammadu Buhari, presidente della ex colonia britannica, ha condannato le terribili esecuzioni e ha promesso di mettere in campo tutte le forze possibili per sconfiggere i terroristi. Parole sentite, ripetute in mille occasioni dal presidente. Appena salito al potere nel marzo 2015, Buhari, ex golpista del 1983, aveva solennemente dichiarato che avrebbe annientato Boko Haram entro il 31 dicembre dello stesso anno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Nigeria: “Il calcio è peccato”. E giù bombe e massacri

Nigeria, entro il 31 dicembre sconfiggerò i Boko Haram aveva promesso Buhari: non c’è riuscito