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Congo-K: all’attacco ebola, coronavirus, incursioni di gruppi armati e corruzione dilagante

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 agosto 2020

Mentre il mondo è concentrato sulla pandemia, la Repubblica Democratica del Congo deve anche combattere l’undicesima epidemia di ebola, scoppiata il 1° giugno 2020 nel nord del Paese, nella provincia dell’Equatoria, sulle rive del fiume Congo.

Congo-K 11# epidemia di ebola

Finora sono stati segnalati oltre 100 casi, quasi il doppio di cinque settimane fa, mentre i morti sono già 43.
La patologia si è manifestata inizialmente nel capoluogo Mbandaka ; nel giro di poco tempo ha raggiunto ben 11 delle 17 zone sanitarie della provincia. Molte aree sono difficilmente raggiungibili, le comunità affette da ebola vivono in luoghi rurali, circondati da grandi boschi. In molti casi gli operatori sanitari devono viaggiare diversi giorni prima di arrivare a destinazione per prestare cure ai malati e per rintracciare le persone entrate in contatto con chi presenta sintomi della patologia.

Già nel maggio di due anni fa un’altra epidemia di ebola si era manifestata nella stessa zona, fortunatamente debellata in meno di tre mesi. L’attuale infezione desta, invece, maggiore preoccupazione. “Cento casi in meno di cento giorni non sono pochi. Gli interventi richiedono tempo, sono difficili e costosi, in quanto è necessario prendere anche le dovute precauzioni contro Covid-19”, ha precisato Matshidiso Moeti, direttore generale per l’Africa dell’Organizzazione Mondiale per la Salute (OMS). Inoltre i finanziamenti messi in campo sarebbero insufficienti per far fronte a questo nuovo focolaio del mortale virus.

E infatti, all’inizio di agosto gli operatori sanitari, incaricati di contrastare l’espandersi di ebola, hanno scioperato per diversi giorni, perché rimasti senza stipendio dall’inizio di giugno. Ora la situazione sembra rientrata. La maggior parte del personale è stato reclutato in loco, mentre OMS ha messo in campo 90 suoi esperti,  e altri 20 sono arrivati da organizzazioni che collaborano con l’ONU.

Nel frattempo anche Covid-19 non si arresta. Finora sono stati registrati quasi 10.000 casi, mentre i morti sono 251. Relativamente pochi rispetto a altri Paesi del continente: oltre 600.000 persone infette in Sudafrica, seguito da Nigeria con 51.905, Ghana con 43.325 e Algeria con 41.068. In tutta l’Africa i decessi sono stati poco più di 27.000.

Neppure ebola e coronavirus, hanno fermato violenze e massacri. Nei giorni scorsi  sono state brutalmente ammazzate 13 persone da miliziani del gruppo armato Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Le malcapitate vittime stavano lavorando nei loro campi in località di Matiba (Beni), quando sono state sorprese da sanguinari miliziani  di ADF. Alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani lamentano il crescente aumento delle aggressioni nell’area di Beni. Dall’inizio dell’anno a oggi hanno perso la vita almeno 400 persone per mano del gruppo armato ADF.

Il 1° di giugno 2020 Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, con grande preoccupazione ha fatto sapere che negli ultimi otto mesi sono morti oltre 1.300 civili in diversi conflitti tra gruppi armati e forze di sicurezza congolesi.

Nel suo comunicato la Bachelet ha evidenziato che se da un lato i vari raggruppamenti hanno commesso massacri e atrocità indescrivibili, dall’altro anche i militari sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in diverse zone della ex colonia belga.

Congo-K vittime dei ribelli ADF

Alcuni di queste violazioni possono essere considerate come veri e propri crimini contro l’umanità o crimini di guerra, in particolare nelle province di Ituri e Nord-Kivu.

Ma la piaga maggiore, la più grande delle epidemie che il Congo-K deve affrontare, è la corruzione galoppante che si dilaga da anni a macchia d’olio in tutto il Paese. In una lettera firmata da più senatori degli Stati Uniti d’America, si chiede all’attuale presidente del governo Kinshasa, Felix Tshisekedi, di intensificare la lotta contro la corruzione, di smantellare il sistema cleptocratico instaurato dal suo predecessore Jospeh Kabila, affinchè il popolo congolese possa davvero approfittare delle immense ricchezze del Paese.

Detenuti senza cibo nelle prigioni congolesi

Nel frattempo si continua a morire di fame nelle putride galere. Due detenuti sono stati trovati senza vita nelle loro celle della prigione di Kwango, nella parte occidentale del Congo-K. Il direttore del penitenziario, Noé Tshala, ha ammesso senza mezzi termini: “Certamente sono morti di fame, non mangiavano da giorni, in quanto la struttura è priva di cibo. Viviamo solamente di beneficenza. Dall’inizio dell’anno il governo centrale ha tolto tutti sussidi”.

Sì, nel Congo-K si muore anche nelle prigioni se non si hanno soldi o conoscenze. Nella capitale Kinshasa, invece, Vital Kamerhe, ex direttore del gabinetto del presidente, già condannato in prima grado a 20 anni di galera per corruzione e appropriazione indebita, è stato trasferito nella notte in un ospedale della capitale per indisposizione. Giorni fa i suoi avvocati avevano chiesto gli arresti domiciliari per il loro assistito; i giudici avevano negato tale opzione a Kamerhe.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Detenzioni disumane e sovraffollamento: Coronavirus attacca carcere a Kinshasa

 

Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

 

Mali: la folla esulta e applaude i militari per aver cacciato il presidente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 agosto 2020

Venerdì la folla ha invaso la Place de l’Indépendance a Bamako per festeggiare la fine dell’ “ancien régime“. Membri e simpatizzanti del Movimento 5 Giugno (raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko n.d.r.), che da diversi mesi avevano chiesto con insistenza le dimissioni di Ibrahim Boubacar Keïta, hanno inneggiato canti come “Vive l’armée malienne” e ovunque cartelloni e striscioni per sostenere i soldati.

Presenti tra i dimostranti anche chi protesta per l’ingerenza francese negli affari interni dei Paese

Folla a Bamako

Anche diversi membri del CNSP hanno raggiunto la piazza tra gli applausi della gente. Assente, il trentasettenne Assimi Goïta, il capo dei golpisti, per impegni dell’ultimo minuto. Mentre il numero due, Ismael Wagué, ha preso la parola sul podio installato nella piazza, cuore delle manifestazioni dei mesi scorsi: “Siamo venuti per ringraziare il popolo maliano, per il sostegno che ci ha dimostrato. Abbiamo semplicemente terminato il lavoro che voi avete iniziato”.

Una delegazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) è giunta a ieri a Bamako, la capitale del Mali, dove ha avuto un breve incontro al ministero della Difesa con esponenti del putsch, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo).

Il gruppo della CEDEAO, capeggiato dall ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, si è intrattenuto solo una trentina di minuti con il CNSP e il loro capo, Assimi Goïta. Nessuno dei partecipanti ha voluto rilasciare dichiarazioni alla stampa dopo questo primo incontro, una semplice presa di contatto.

In seguito la delegazione ha potuto incontrare l’ex presidente maliano Keita, che per l’occasione è stato trasferito dalla caserma di Kati a Bamako, mentre domani mattina è previsto un meeting con gli ambasciatori accreditati in Mali dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Russia, USA e Gran Bretagna).

Al suo arrivo a Bamako, Jonathan si è dimostrato comunque fiducioso, certo che gli scambi d’opinione e le discussioni possano andare a buon fine. “Qualcosa di buono per il Paese, la CEDEAO e per la comunità internazionale”, ha aggiunto infine.

E mentre il popolo e i militari festeggiavano il putsch, membri della Missione dell’ONU, MINUSMA, hanno fatto sapere di aver incontrato Keita giovedì scorso e altre personalità del suo entourage ancora detenuti dalla giunta militare. Solamente due, l’ex ministro dell’Economia, Abdoulaye Daffé e il segretario particolare dell’ex presidente, Sabane Mahalmoudou, sono stati rilasciati, mentre altri 17 personaggi di spicco – tra militari e politici – sono ancora nelle mani dei golpisti, detenuti nella caserma di Kati, che dista una quindicina di chilometri da Bamako.

Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver interrotto qualsiasi collaborazione con l’esercito maliano. Ora i partner internazionali del Mali temono che la caduta dell’ex presidente possa avere influenze negative sulla già precaria stabilità del Paese e estendersi in tutto il Sahel.

Dopo mesi di assoluto silenzio, la famiglia del leader del maggiore partito all’opposizione, Soumaïla Cissé, rapito nel mese di marzo durante un comizio elettorale a Niafunké, la sua roccaforte vicino a Timbuktu, ha ricevuto alcune lettere dal loro congiunto. Le missive sono state consegnate a familiari venerdì scorso da rappresentanti del Comitato della Croce Rossa Internazionale in Mali.

Abdel Hakim al-Sahrawi, leader di EIGS

Mentre a Bamako si preparava il colpo di Stato, numerose fonti hanno riferito dell’uccisione di Abdel Hakim al-Sahrawi  e di alcuni suoi luogotenenti. Secondo quanto viene riferito, il terrorista più ricercato di tutto il Sahel, leader del gruppo Etat islamique dans le Grand Sahara (Stato Islamico nel Grande Sahara) sarebbe stato neutralizzato dalle truppe speciali francesi di Barkhane, a Tamalat (a est di Menaka, Mali), vicino al confine con il Niger. Mancano comunque conferme ufficiali, che forse  tarderanno af arrivare, vista la delicata attuale situazione  nel Paese.  Non sarebbe la prima volta che un capo terrorista dato per morto, “risorge”.
Finora solo il giornale online spagnolo “Periodista digital” ha confermato l’uccisione del terrorista.

Le truppe francesi dell’Operazione Barkhane sono presenti nei Paesi del G5 Sahel (Mali, Niger, Mauritania, Ciad e Burkina Faso) con un contingente di 5.100 uomini. All’inizio di giugno i francesi hanno inflitto un duro colpo a un altro raggruppamento terrorista. Con un blitz hanno ucciso il leader di AQMI, cioè al-Qaida au Maghreb Islamique, Abdelmalek Droukdal e alcuni suoi stretti collaboratori.

Africa ExPress
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

 

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

SADC a guida mozambicana: fermare terrorismo jihadista in Africa Australe

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 agosto 2020

“Il Vertice accoglie la richiesta del Mozambico nel porre l’attenzione della SADC  sui violenti attacchi che lo hanno preso di mira. Esprime solidarietà e si impegna a sostenere il Mozambico nella lotta al terrorismo e condanna gli attacchi armati”. Queste righe sono apparse nel documento finale del 40° Vertice della Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe  (SADC).

Mappa degli Stati membri SADC dal 1980 ad oggi
Mappa degli Stati membri SADC dal 1980 ad oggi

Alla presidenza SADC è il turno del Mozambico

L’ultimo summit ordinario della Comunità che rappresenta 16 Paesi dell’Africa Australe si è tenuto a Maputo ed è terminato il 17 agosto. Il meeting è stato inaugurato dal capo dello stato mozambicano, Filipe Nyusi che avrà la presidenza di turno per un anno. Un vertice virtuale, con pochi rappresentanti ‘de visu’ e la maggioranza in videoconferenza, a causa del Covid-19 ma occasione unica per i problemi del Mozambico.

Filipe Nyusi, presidente del Mozambico, durante la cerimonia di insediamento alla presidenza di turno del 40° summit SADC
Filipe Nyusi, presidente del Mozambico, durante la cerimonia di insediamento alla presidenza di turno del 40° summit SADC

Problemi che, a Cabo Delgado, provincia settentrionale del Paese negli ultimi due anni sono andati peggiorando per i continui attacchi di gruppi jihadisti. Ora, con la presidenza SADC, l’ex colonia portoghese avrà l’occasione per cercare di convincere le 16 Nazioni che ne fanno parte a prendere decisioni concrete. Il Centro per la Democrazia e lo Sviluppo (CDD), che rappresenta parte della società civile, pensando alla presidenza SADC del Mozambico fa alcune domande. Sia al governo mozambicano che anche alla Comunità dei sedici.

Le domande della società civile mozambicana alla SADC

Come il Mozambico trarrà vantaggio dalla sua presidenza SADC per mobilitare il sostegno dei Paesi membri nella lotta contro la violenza armata a Cabo Delgado? Quali strategie ha la presidenza SADC per esercitare una maggiore pressione per evitare che il terrorismo nel nord del Mozambico contagi i Paesi vicini? Che valore aggiunto avrà la presidenza SADC del Mozambico nell’organizzazione regionale per la lotta contro il terrorismo? Che tipo di appoggio possono offrire al Mozambico i Paesi SADC nella lotta contro l’estremismo violento? Domande non facili che devono andare oltre la mera solidarietà espressa fino ad oggi. In pratica occorrono aiuti economici per la popolazione in fuga dalla guerra e aiuti militari per sconfiggere la violenza jihadista.

40a conferenza SADC a Maputo, Mozambico
Panoramica del 40°summit SADC a Maputo, Mozambico

Nyusi, aveva richiesto un summit straordinario con la troika SADC, organo della Politica per la difesa e la sicurezza dei 16 Paesi membri. L’incontro si è tenuto il 19 maggio scorso ad Harare, in Zimbabwe, dove il presidente mozambicano ha illustrato la grave situazione di Cabo Delgado. La posizione presa dalla troika, è stata piuttosto tiepida.

La battaglia di Mocimboa da Praia e la telefonata del Papa

Intanto, a Cabo Delgado, le Forze di difesa mozambicane combattono ancora per liberare Mocimboa da Praia e il porto, strategico per i giacimenti di gas. Sessanta chilometri a nord si trovano gli impianti di ENI, ExxonMobil e Total difesi militarmente. La violenza jihadista dei gruppi di Al Sunna wa-Jama, ora affiliata all’ISIS, ha portato morte e distruzione. Dall’ottobre 2017, secondo dati dell’ong ACLED, ci sono stati oltre 1.300 morti e 250 mila sfollati, in continuo aumento.

Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico SADC
Profughi in fuga dai combattimenti a Cabo Delgado, nord del Mozambico

La maggior parte di questi si sono spostati intorno a Pemba, capoluogo della provincia. Anche Papa Francesco, preoccupato per la situazione di Cabo Delgado, ha telefonato – a sorpresa – il vescovo di Pemba, Luiz Fernando Lisboa. ”Seguo gli eventi della vostra provincia con grande preoccupazione” – ha detto il pontefice. “Non esitate a chiedere se c’è qualcos’altro che posso fare”. Anche una telefonata del Papa più essere utile a portare la grave situazione di Cabo Delgado sotto i riflettori dei media a livello internazionale.

Sandro Pintus
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Il mercenario Dyck: “Fermiamo jihadismo in Mozambico o colpirà l’intera regione”

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Truffa adozioni internazionali: giudici e avvocati ugandesi sotto inchiesta negli USA

Africa ExPress
21 agosto 2020

Il Tesoro americano ha emesso sanzioni severe contro quattro ugandesi, accusati di far parte di un  traffico di adozioni illegali.

I beni di due giudici, di una donna avvocato e quelli del suo associato e marito sono stati congelati e imposte restrizioni di visto per i viaggi negli USA.

I quattro ugandesi, i giudici, Moses Mukiibi e Wilson Musalu Musene e gli avvocati Dorah Mirembe and Patrick Ecobu sono accusati di truffa in adozioni internazionali in collaborazione con due cittadini americani, Margaret Cole e Debra Parris. Secondo l’accusa, avrebbero dato illegalmente in adozione  bambini, spacciandoli per orfani.

Le due americane e l’ugandese Mirembe sono inoltre indagate da Washington per frode multipla e riciclaggio di denaro.
L’ufficio legale della Mirembe avrebbe manipolato, tramite intermediari, famiglie vulnerabili in villaggi remoti in Uganda. Ai genitori veniva proposto di inviare i loro figli a Kampala, la capitale del Paese, dove avrebbero potuto frequentare gratuitamente una scuola missionaria.

Una volta arrivati nella capitale, i bimbi venivano messi in un orfanotrofio e presentati alla Corte come orfani per ottenere il certificato di adottabilità, indispensabile per concludere l’adozione con ignare coppie americane desiderose di avere un figlio.

Nella truffa, che ha fruttato centinaia di migliaia di dollari, sono coinvolti una trentina di piccoli ugandesi strappati alle loro famiglie di origine.

Eric Smith, agente speciale dell’FBI, incaricato del caso, ha specificato: “Le indagate, da un lato, hanno giocato con i sentimenti dei genitori, che desiderano solo il meglio per i propri figli, e dall’altro hanno sfruttato il desiderio di molte coppie di voler dare una famiglia, regalando un futuro a un bambino rimasto solo al mondo”.

Africa ExPress
@africexp

Troppi abusi e angherie: l’Etiopia vieta adozioni internazionali

 

I golpisti in Mali assicurano: “Restituiremo il potere ai civili”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 agosto 2020

L’Unione Africana ha annunciato poche ore fa di aver sospeso il Mali dall’Organizzazione finchè l’ordine costituzionale non sarà ristabilito. Il presidente di turno dell’UA, il sudafricano Cyril Ramaphosa, ha chiesto inoltre la liberazione immediata dell’ex capo di Stato maliano, Ibrahim Boubacar Keïta, ancora nelle mani dei golpisti.

I militari coinvolti nel putsch in Mali si sono presentati presto questa mattina alla TV di Stato. Hanno voluto raggiungere le case dei maliani prima che uscissero per le loro attività quotidiane, per tranquillizzare la popolazione tutta.

Ismaël Wague, al centro, portavoce di CNSP

Avevano in testa berretti marroni, blu o verdi, cinque alti ufficiali dell’esercito, seduti uno accanto all’altro davanti alle telecamere, altri in piedi, anche loro, tutti, o quasi, con distintivi propri dei gradi superiori.

Ismaël Wague, seduto al centro, portavoce di Comité national pour le salut du peuple (comitato nazionale per la salvezza del popolo n.d.r.), ha detto: “Noi, forze patriottiche di CNSP, abbiamo deciso di prendere le nostre responsabilità davanti al popolo e davanti la storia”.

I militari che hanno preso il potere a Bamako e spinto il presidente Ibrahim Boubacar Keita alle dimissioni ieri notte, hanno dichiarato che tutti i trattati internazionali verranno rispettati, altrettanto saranno messi in essere gli accordi di pace di Algeri del 2015. Il portavoce ha precisato che è loro intenzione lavorare per una politica volta a portare il Mali alle elezioni e restituire il potere ai civili.

Dopo l’intervento di Keita attorno la mezzanotte, le strade sono rimaste deserte a Bamako e nel resto del Paese. Tutti, dal più anziano al più piccolo sono rimasti sorpresi e in ogni dove si sentiva sempre e solo la stessa frase: “Il presidente è stato arrestato”.

L’ex presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta

Keita, costretto alle dimissioni, ieri notte ha pronunciato poche parole alla TV di Stato. In un breve discorso rivolto alla nazione tutta, ai militari, ha ringraziato la popolazione che gli ha dimostrato calore e affetto in tutti questi anni e ha voluto precisare che, per evitare qualsiasi spargimento di sangue, si vede costretto a rimettere il proprio mandato con le conseguenze del caso: dissoluzione dell’Assemblea nazionale e, ovviamente del governo.

Non c’è stato alcun spargimento di sangue, ma si sono verificati atti di vandalismo e saccheggi in città, non per ultimo è stato incendiato l’ufficio di Kassoum Tapo, ministro della Giustizia, nominato solo alla fine di luglio dall’allora primo ministro Boubou Cissé.

Jean-Pierre Lacroix, vice-segretario della Missione dell’ONU in Mali, MINUSMA, ha espresso perplessità sugli ultimi avvenimenti. “Sosteremo l’iniziativa della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), che presto invierà una delegazione a Bamako. C’è il forte rischio che il vuoto costituzionale che si è venuto a creare rischi di aggravare la situazione in tutto il Paese. E’ indispensabile che le istituzioni riprendano le loro attività quanto prima”.

I putschisti non si sono espressi sulla sorte dell’ex presidente, e neppure su quella degli altri personaggi politici arrestati ieri. Finora sono solo voci di corridoio, precisa Serge Daniel di RFI a Bamako, sentito al telefono da Africa ExPress ma sembra che vogliano consegnare alla giustizia i personaggi sospettati di aver sottratto fondi pubblici. “Ma garantiamo che a nessuno verrà torto un solo capello”, ha promesso uno dei militari di CNSP.

Finora non è dato sapere quanti e chi siano i personaggi illustri arrestati, con l’eccezione del presidente, il primo ministro Cissé, praticamente tutti i capi di Stato maggiore e i ministri della Difesa e della Sicurezza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Colpo di Stato militare in Mali: arrestati il presidente Keita e il primo ministro Cissé

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 agosto 2020

Il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, e il primo ministro, Boubou Cissé, sono stati arrestati dai militari maliani. La notizia è stata battuta poco fa da Serge Daniel il corrispondente di Radio France International.

Secondo alcuni testimoni, verso le 08.00 di stamattina ora locali, si sono sentiti spari provenienti dalla base militare delle forze armate maliane Soundiata Keïta a Kati, una manciata di chilometri dalla capitale. Nel campo è dislocata una delle più importanti guarnigioni della nazione.

Soldati maliani in rivolta

I militari hanno chiuso tutte le vie di accesso della cittadina e le due strade che portano a Bamako. Già poco prima i mezzogiorno diverse rappresentanze diplomatiche avevano consigliato di non lasciare le proprie abitazioni.

Anche nel momento in cui andiamo in rete la situazione alla base militare è ancora piuttosto confusa. Sembra comunque che a capo della rivolta ci sia un gruppo di ufficiali che, per questioni di sicurezza, avrebbero arrestato alcuni alti gradi militari.

Altri testimoni hanno riferito che questa mattina si sono sentiti colpi di fucile anche nel campo della guardia nazionale al centro di Bamako e una gran via vai di vetture. Il ministero della Difesa non ha voluto rilasciare dichiarazioni per ora, ha solamente smentito che è in atto una rivolta dei militari.

Corrispondenti stranieri e reporter locali hanno fatto sapere che questa mattina gli uffici della Radio-TV di Stato (ORTM) sono stati evacuati per mettere in sicurezza il personale. E in tarda mattinata un folto gruppo di giovani si è radunato in Place de l’Indépendance, epicentro delle contestazioni dal 5 giugno scorso.

Alcuni media locali hanno anche parlato di arresti eccellenti, come il ministro degli Esteri, Tiébilé Dramé, quello dell’Economia, Abdoulaye Daffé, e il presidente dell’Assemblea nazionale, Moussa Timbiné. Mentre il presidente Ibrahima Boubacar Keita si sarebbe rifugiato nel campo di MINUSMA (la missione dell’ONU in Mali), ma finora nessuna di queste notizie è stata confermata ufficialmente.

Il presidente mariano Ibrahim Boubacar Keita
Ibrahim Boubacar Keita, rieletto presidente del Mali

Nel pomeriggio la CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), che da settimane tenta una mediazione tra il governo e il Movimento 5 Giugno (raggruppa membri della società civile e partiti dell’opposizione e religiosi, in particolare il Coordinamento CMAS, guidato dall’imam Mahmoud Dicko n.d.r.), ha rilasciato un comunicato nel quale esprime con fermezza la sua opposizione a qualsiasi cambiamento politico anti-costituzionale. Un messaggio analogo è stato battuto su twitter dal rappresenta degli Stati Uniti nel Sahel, Peter Pham: “Gli USA si oppongono a un cambiamento politico anti-costituzionale nel Mali, sia che esso venga effettuato dai manifestanti, sia dai militari”.

Poche ore fa anche il portavoce del Movimento 5 Giugno, Issa Kaou Djim, ha fatto sapere che spera che presto la situazione si chiarisca e che possa risolversi in modo legale. “Siamo tutti maliani e vogliamo una soluzione democratica”, ha aggiunto.

Leader dell’insurrezione dei militari sembra essere il colonello Malick Diaw, capo di Stato maggiore della 3a regione militare di Kati.

Malick Diaw, uomo forte della rivolta militare

Lo Stato maggiore delle forze armate maliane è ora in mano alla guardia nazionale sotto il commando del colonello Sadio Camara, ex direttore della scuola militare di Kati, che tempo fa ha frequentato un corso di addestramento in Russia.

Moussa Faki Mahamat, presidente della commissione dell’Unione Africana ha condannato severamente l’arresto del presidente maliano Keita, del primo ministro e di altri membri del governo e ha chiesto la loro liberazione immediata.

Dal canto suo il presidente francese Emmanul Macron la avuto colloqui telefonici con i suoi omologhi del Niger (Mahamadou Issoufou), Costa d’Avorio (Alassane Ouattara) e Senegal (Macky Sall); ha espresso il suo pieno appoggio alla mediazione in corso da parte degli Stati dell’Africa Occidentale.

Occorre ricordare che recentemente è stata lanciata la task force Takuba che in lingua tuareg significa “spada”.

Al raggruppamento di forze speciali europee fortemente voluto dalla Francia, dovrebbe partecipare anche l’Italia con mezzi militari e 200 uomini.

A Bamako la folla accoglie i militari con entusiasmo

La gente è confusa, molti sono preoccupati, altri hanno paura. Ricordano il colpo di Stato del 2012, iniziato proprio nel campo di Kati, che dovrebbe proteggere la capitale Bamako. Allora i soldati avevano impugnato le armi perchè non c’erano munizioni a disposizione per combattere il nemico. In quel periodo oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti.

Dopo la rivolta alla base nel 2012, i militari sono scesi nella capitale, hanno occupato gli uffici della Radio e TV di Stato e qualche ora dopo hanno annunciato il golpe, spodestando l’allora presidente Amadou Toumani Touré. L’uomo forte dell’epoca era il capitano Haya Sanogo.

Notizia in aggiornamento

Cornelia I. Toelgyes
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Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Libano: un solo condannato militante di Hezbollah per l’omicidio Hariri

Africa ExPress
L’Aja, 19 agosto 2020

Uno dei quattro accusati di aver ucciso a Beirut nel 2005 l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, è stato condannato ieri  dal tribunale speciale dell’ONU per il Libano. Si tratta di Salim Ayyash. Assieme agli altri – Assad Sabra, Hassan Oneissi e Hassan Habib Merhi, prosciolti – tutti del gruppo militante sciita Hezbollah, è stato processato in contumacia perché Hezbollah si è rifiutato di rivelare il luogo dove si trovano gli imputati.

L’uccisione di Rafik Hariri, uno dei più importanti politici musulmani sunniti del Libano, ha causato indignazione in tutto il Paese. La sentenza arriva in un momento di profonda crisi politica in Libano.

Il verdetto del Tribunale speciale per il Libano (STL) – un organismo internazionale con sede nei pressi dell’Aja, in Olanda – è arrivato più di 15 anni dopo l’uccisione di Hariri, avvenuta il 14 febbraio 2005, morto insieme ad altre 21 persone nell’enorme esplosione nella capitale, Beirut.

Rafik Hariri

“Accettiamo il verdetto del tribunale e vogliamo che sia fatta giustizia”, ha detto l’ex primo ministro Saad Hariri, aggiungendo che vuole “una giusta punizione” per i criminali. Hariri ha detto che coloro che hanno assassinato suo padre volevano “cambiare il volto del Libano e del suo sistema e la sua identità civile” e ha detto che non ci sarà “nessun compromesso” su questa questione.

Ha aggiunto che comunque si aspettava che dal processo emergessero maggiori informazioni. “Credo che le aspettative di tutti fossero molto più alte di quelle emerse, ma credo che il tribunale sia uscito con un risultato soddisfacente”, ha dichiarato ai giornalisti.

I quattro membri della milizia iraniana e del partito politico Hezbollah sostenuti dall’Iran sono stati accusati di aver organizzato e portato a termine l’attacco, anche se il gruppo non è stato formalmente accusato e ha negato qualsiasi coinvolgimento. Stessa cosa per Teheran che alla fine è risultata essere estranea all’attacco.

Incastrato dal cellulare

Ayyash è stato giudicato colpevole di cospirazione per aver commesso l’ atto terroristico, che ha ucciso Hariri, e altre 21 persone e di aver tentato di ucciderne altre 226 sempre in quell’attentato del 14 febbraio 2005.

L’attentato del 14 febbraio 2005

Secondo i giudici le prove hanno dimostrato che Ayyash era in possesso di uno dei sei telefoni cellulari usati dalla squadra che ha assassinato Hariri. L’omicidio del miliardario uomo d’affari e politico ha fatto sprofondare il Libano in quella che allora era la sua peggiore crisi dai tempi della guerra civile del 1975-90, ponendo le basi ad anni di scontri tra fazioni politiche rivali.

Le forze siriane, stanziate in Libano per più di 40 anni, sono state costrette a ritirarsi dal Paese, poiché molti libanesi hanno accusato Damasco dell’attentato. Per altro il governo di Bashar al-Assad ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Gli altri tre imputati sono stati assolti, mentre un quinto uomo – Mustafa Badreddine, comandante dell’ala militare di Hezbollah – è stato ucciso in Siria nel 2016. I procuratori lo avevano descritto come “organizzatore generale dell’operazione” per assassinare Hariri.

Niente  prove contro Hezbollah

Il presidente del tribunale, David Re, ha anche chiarito  che non c’erano prove dirette che implicassero la leadership di Hezbollah o di uno dei suoi sostenitori, la Siria, nell’attentato. La Corte ha però scoperto che l’omicidio è stato motivato politicamente: “E’ stato un atto di terrorismo progettato per causare paura nella popolazione libanese”.  Poi ha aggiunto leggendo il verdetto: “Il tribunale ha provato oltre ogni ragionevole dubbio che un attentatore suicida abbia innescato l’esplosione”.

Il cratere creato dalla bomba piazzata per assassinare Rafik Hariri

Il tribunale ha scagionato i dirigenti di Hezbollah e della Siria per mancanza di prove. “Siamo del parere che la Siria e Hezbollah possano aver avuto motivi per eliminare Hariri e alcuni dei suoi alleati politici”, ha detto Re. “Tuttavia, non c’erano prove che la leadership di Hezbollah fosse coinvolta nell’omicidio e non ci sono prove dirette del coinvolgimento siriano”.

Hezbollah ha costantemente negato qualsiasi coinvolgimento. Il tanto atteso verdetto è stato ritardato dall’esplosione devastante al porto di Beirut due settimane fa, che ha portato alle dimissioni del governo, già contestato da mesi di proteste per il crollo della moneta e l’alto tasso di disoccupazione.

Africa ExPres
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Notte di ferragosto da campione per ugandese: batte record sui 5mila metri

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
17 agosto 2020

E’ uno dei “piedipiatti” più veloci dell’Uganda. No, dell’Africa. Anzi, del pianeta. Insegue i record, non i fuorilegge. Non arresta nessuno, “cattura” medaglie d’oro.

Il I dicembre 2019 a Valencia, Spagna, ha stabilito il primato mondiale sui 10 mila metri in 26’38”.

Il 29 agosto 2019 ha dominato i 5 km al meeting di Zurigo della Diamond League, la più prestigiosa competizione internazionale di Atletica.

Il 6 ottobre 2019 è divenuto campione mondiale sui 10 mila metri a Doha, in Qatar.

Il 16 febbraio scorso ha fissato il record dei 5mila metri su strada, a Monaco (Principato) con il tempo di 12’51”.

L’ugandese oshua Kiprui Cheptegei, vincitore dei 5.000 metri a Monaco

La notte di Ferragosto, il 14 scorso, sempre a Monaco, ha ottenuto il miglior tempo di sempre sui 5 mila metri in pista con uno strabiliante 12’35’36”. “Una velocità pazzesca”, ha commentato il sito super specializzato LetsRun. “Superman”, lo ha definito la BBC. “Principe” di Montecarlo, lo ha incoronato la Gazzetta dello Sport.

Corri, poliziotto, corri. Ufficialmente, infatti, sarebbe solo un agente scelto del Dipartimento sportivo della Polizia Ugandese

Il suo nome, non sconosciuto neppure ai nostri lettori, è Joshua Kiprui Cheptegei, 23 anni, nato il 12 settembre 1996 a Kopchorwa, 1800 metri d’altezza in Uganda orientale. E’ lui ad aver demolito il record sui 5 mila metri piani che durava da 16 anni 2 mesi e 14 giorni. Era stato l’etiope Kenenisa Bekele, oggi trentottenne, a fermare, il 31 maggio 2004, i cronometri e a stupire il mondo dell’atletica, in 12’37’35”.

L’altra notte nello stadio Louis II di Monaco , durante un meeting della Diamond League 2020, è stato Cheptegei a spostare il limite umano con un passo e una agilità che hanno lasciato tutti a bocca aperta.

Chi è interessato può guardare la sua corsa su https://www.worldathletics.org/news/feature/joshua-cheptegei-world-5000m-record-monaco.

A un occhio anche distratto non sfuggirà come l’atleta ugandese abbia doppiato qualcuno dei suoi 14 avversari. Un’abitudine che non ha perso. Nel 2015, all’età di 18 anni, Joshua era studente di lingue e letteratura all’università avventista Bugema. Durante gli Eastern Africa University Games, che si svolgevano alla Uganda Christian University di Mukono (centro Uganda) si impose sui 10 mila metri doppiando il secondo e il terzo concorrente.

“Monaco è un posto speciale per me – ha commentato Joshua dopo l’impresa di Ferragosto –. Uno di quei luoghi dove poter battere il record mondiale. C’è. però, voluto un cambio di mentalità per conservare le motivazioni quest’anno in cui tutti siamo stati costretti a stare in casa a causa della pandemia”.

Cheptegei ha infatti trascorso il lockdown, seguito dal suo allenatore olandese, Addy Ruiter, a Kapchorwa, borgo natale anche di un’altra celebrità mondiale: Stephen Kiprotic, (già guardia carceraria), medaglia d’oro alla maratona delle Olimpiadi di Londra nel 2012.

Joshua Cheptegei

E’ stato bello e brutto allenarsi, non in Olanda dove risiedo, ma vicino alla mia famiglia e alla mia comunità – ha dichiarato il religiosissimo Cheptegei a World Athletics.com –. Mi ha consentito di trascorrere molto tempo con i miei, anche se ho sofferto molto l’assenza delle gare. Le competizioni sono il mio sangue. Mi sono dedicato al giardinaggio ma soprattutto a rimettere a nuovo la scuola primaria compresa l’imbiancatura delle pareti”. Per fortuna, lo scarso numero di casi di Covid 19 in Uganda gli ha consentito la ripresa degli allenamenti già due mesi fa e di arrivare, quindi, preparato alla sfida al record mondiale.

E’ stato invece complicato raggiungere l’Europa a causa delle restrizioni negli spostamenti. Ci sono voluti 3 giorni e mezzo di viaggio da Kampala in Costa Azzurra con sosta di 22 ore a Istanbul. Tutto grazie a un volo charter organizzato nientemeno che dal presidente ugandese, Yoweri Kaguta Museveni. Il lungo estenuante viaggio, il clima caldo e umido della notte monegasca, il fatto di aver corso mezza gara da solo, senza le cosiddette lepri non gli hanno impedito dal centrare l’obiettivo cui puntava da 16 mesi: battere il primato dell’etiope Bekele.

E ora? “Voglio conoscere quali siano i miei limiti, intendo dominare la pista per i prossimi anni, devo inseguire ancora uno o due record mondiali…”

Corri, poliziotto, corri. Continua la tua caccia.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Dalla droga alla medaglia d’oro: ai mondiali di atletica a Londra l’Africa sbaraglia tutti

Tempi duri per i rampolli dell’ex presidente angolano: inflitti 5 anni a dos Santos junior

Africa ExPress
16 agosto 2020

José Filomeno dos Santos, figlio dell’ex presidente angolano, Eduoardo dos Santos, è stato condannato dalla Corte suprema di Luanda, la capitale del Paese, a 5 anni di prigione. La sentenza è stata pronunciata dal giudice Joao da Cruz Pitra, che lo ha ritenuto responsabile di frode e traffico di influenze illecite.

Insieme al figlio dell’ex presidente sono stati giudicati anche altri tre complici: l’ex governatore della Banca Nazionale angolana, Valter Filipe da Silva, l’ex direttore dello stesso istituto, António Samalia Bule, e Jorge Gaudens Sebastiao, uomo d’affari e amico di José Filomeno. A loro la Corte ha inflitto pene da 4 a 6 anni di detenzione.

José Filomeno dos Santos, secondogenito dell’ex presidente dell’Angola

I reati sono stati commessi mentre José Filomeno era presidente del fondo statale petrolifero, incarico affidatogli dal padre nel 2013; il nuovo presidente, João Lourenço gli ha tolto l’importante poltrona all’inizio del 2018.

Il rampollo di casa dos Santos è sotto i riflettori della giustizia angolana da marzo 2018. Alla fine di settembre dello stesso anno per diversi mesi è stato posto in detenzione preventiva  per la gravità delle accuse che gli erano state contestate: frode, appropriazione indebita di fondi, traffico di influenze illecite, riciclaggio di denaro, associazione criminale, corruzione.

Da sinistra a destra:
Isabel, Eduardo e José Filomeno dos Santos

Durante il processo è stato appurato il trasferimento di cinquecentomila dollari su un conto svizzero, mentre José Filomeno era presidente del fondo statale petrolifero. La somma in questione era depositata presso la banca centrale di Luanda ed è stata versata su un conto di una delle succursali londinesi del Credito Svizzero nel settembre 2017, poco dopo l’insediamento del nuovo presidente Lorenço. Le autorità britanniche avevano congelato i cinquecento milioni di dollari perché sospettavano che dietro questa transazione ci fosse un illecito.

Venerdì scorso la sorellastra di José Filomeno, Isabel dos Santos, da mesi sotto inchiesta per sottrazione di fondi pubblici, ha lasciato il consiglio di amministrazione di UNITEL (maggiore operatore di telefonia mobile in Angola) compagnia della quale detiene il 25 per cento delle azioni.

João Lourenço, presidente dell’Angola

Secondo la rivista specializzata Forbes, la fortuna personale di Isabel è stimata in più di 2 miliardi di dollari. La donna, oggi 46enne, è stata anche a capo delle compagnia statale del petrolio, Sonangol. L’ex presidente, con un colpo da maestro, aveva fatto fuori tutto il consiglio d’amministrazione della società per piazzare la figlia sul ponte di comando. Lourenço, appena eletto, senza perdere tempo, ha rimosso immediatamente la “principessa” dalla Sonangol.

Da gennaio la giustizia angolana ha sequestrato in via cautelare i conti bancari e gli attivi delle società di Isabel dos Santos e del marito Sindika Dokolo, un collezionista d’arte di origini congolesi, figlio del miliardario banchiere e collezionista di arte africana classica, Augustin Dokolo e di Hanne Kruse, danese.

A febbraio, dietro richiesta del governo angolano, anche il Portogallo ha congelato dozzine di conti appartenenti a Isabel. La donna respinge tutte le accuse, ma intanto a giugno è stata respinta la richiesta di dissequestro dei suoi beni.

Africa ExPress
@africexp

João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

Angola, Isabel Dos Santos sulle orme del padre: congelati i beni mira alla presidenza

 

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

Burkina Faso: ammazzato il grande Imam di Djibo, schierato contro i terroristi

Africa ExPress
15 agosto 2020

E’ stata ritrovata poche ore fa la salma di Souaibou Cissé, il grande imam di Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali.

L’anziano leader religioso è stato sequestrato martedì scorso vicino a Tiléré, che dista solo 4 km da Djibo, mentre viaggiava su un tassì condiviso con altre persone. Il 73 enne imam, che è anche presidente della comunità musulmana della provincia di Soum nella regione del Sahel, proveniva dalla capitale Ouagadougou, quando alcuni individui armati hanno fermato il veicolo e controllato l’identità dei passeggeri. I presunti terroristi hanno portato via solo l’imam, lasciando liberi tutti gli altri viaggiatori. Il prelato è stato assassinato a poca distanza dal luogo del suo rapimento.

Grande imam di Djibo, Burkina Faso, assassinato

Alcuni familiari di Cissé hanno raccontato ai reporter di Radio France International che nel 2017 l’imam si era salvato per un pelo da un tentato omicidio. Individui non meglio identificati avevano sparato diversi colpi contro la sua casa. In seguito a questo incidente, l’abitazione era stata messa sotto protezione dalla gendarmeria locale. All’inizio dell’anno però la sorveglianza era stata revocata.

Sul suo account twitter la presidenza burkinabè ha condannato il vile atto. Finora nessuno ha rivendicato l’assassinio. L’imam si è sempre schierato contro gli attacchi dei terroristi che da anni rendono instabile tutta la zona  Ormai le aggressioni da parte dei miliziani affiliati a vari gruppi terroristi non si contano più.

E proprio a Djibo è stato rapito nel 2016 il medico australiano Ken Elliott insieme alla moglie Jocelyn. La consorte è stata liberata pochi giorni dopo, mentre l’ultraottantenne dottore è ancora nelle mani dei miliziani di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che, dopo il rilascio della donna hanno confermato la propria responsabilità.

Africa ExPress
@africexp

Rilasciata ultraottantenne australiana rapita da Al Qaeda in Burkina Faso

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile

Terroristi in azione in Mali: scontri, agguati e bombe situazione sempre più difficile