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Il Bologna si prende Musa Juwara, l’ex ragazzo del barcone venuto dal Gambia

Dal Nostro Corrispondente
Costantino Muscau
2 settembre 2020

Partiamo da venerdì 10 giugno 2016. La Croce Rossa Italiana comunica: “E’ in corso all’ormai consueto Molo Marconi di Messina uno sbarco di 536 Persone Migranti dalla nave Frankfurt; sul molo ad accoglierli i volontari e le Infermiere Volontarie del Comitato di Messina e del Comitato di Roccalumera-Taormina. La Croce Rossa Italiana sempre in prima linea per Soccorrere chi ne ha bisogno: ricongiungere le famiglie, alleviare ogni tipo di sofferenza. Ovunque serva.  Senza distinzioni di razza, sesso e religione”.

Mousa Juwara

Lunedì 8 luglio 2019. “Il Bologna FC 1909 rende noto di avere acquisito dall’A.C. ChievoVerona il diritto alle prestazioni sportive del centrocampista Musa Juwaraa titolo definitivo.

Giovedì 5 dicembre 2019. Il Bologna FC 1909 informa: “In occasione di Udinese BFC di ieri ha esordito con la maglia rossoblù Musa Juwara, il 908° giocatore della storia del nostro club”.

Venerdì 6 marzo 2020, alle 10,25 Il Bologna FC annuncia: “Doppia chiamata dalla Nazionale del Gambia per i nostri attaccanti, Musa Barrow e Musa Juwara, per il doppio incontro di qualificazione alla Coppa d’Africa contro il Gabon”.

Lunedì 6 luglio 2020 alle 8,57 il Bologna FC fa sapere: “Con il goal del pareggio di ieri all’Inter, il suo primo con la maglia del Bologna, Musa Juwaraè diventato il nostro 476° marcatore di tutti i tempi. Complimenti Musa”. E arriviamo a sabato 29 agosto 2020, ore 11,04. “Il Bologna Football Club 1909 comunica di aver raggiunto l’accordo con l’attaccante Musa Juwara per il prolungamento del contratto fino al 30 giugno 2024”.

Sono passati 1541 giorni, poco più di 4 anni. Non sappiamo che cosa sia successo a tutte quelle 536 “persone migranti” sbarcate a Messina e soccorse dalla CRI. Ignoriamo che cosa la vita in Italia abbia loro riservato. Non possiamo dire se siano sommersi o salvati. Fuorché una: Musa Juwara. Allora era un ragazzino di poco più di 14 anni. Era nato il 26 dicembre 2001 a Tujereng, villaggio sull’Atlantico del Gambia, uno dei Paesi più piccoli dell’Africa e più poveri del mondo. E fino al 2017 oppresso dal regime dittatoriale di Yahya Jammeh.

Era uno dei 25 mila minori non accompagnati accolti quell’anno nel nostro Paese.

Il Gambia

Dopo 1541 giorni, Musa Juwara non solo non è andato a fondo, come disgraziatamente sta capitando in questi anni e in questo periodo a tanti migranti. Anzi, ha raggiunto l’inimmaginabile: diventare calciatore di Serie A e a soli 18 anni avere un contratto assicurato fino al giugno 2024. Questo, dopo essere diventato celebre in Italia in seguito al goal segnato il 5 luglio scorso contro l’Inter a San Siro e che ha dato la vittoria al Bologna (2-1). La sua vita romanzesca ha colpito tutti e a tratti è stata anche romanzata senza che ce ne fosse motivo. Bastava la realtà. E basta vedere il suo account instagram @musajuwara, dove è possibile ripercorrere la sua giovane carriera con innumerevoli foto e video e oltre 26 mila followers.

La vita di Musa, ovvero Mosè, in effetti è breve ma segnata da una lunga traversata alla ricerca di una terra promessa: trasferimento in Senegal, superamento del deserto, attraversamento del Mediterraneo in barcone, o gommone (ma non cambia molto). “Volevo aiutare la mia famiglia – ha raccontato a Sky Uno dei miei fratelli mi aveva detto che poteva portarmi in Europa. Così siamo andati fino in Libia e sono saliti su una barca per raggiungere l’Italia. Una volta in Basilicata, ho iniziato a giocare a calcio: è una lingua universale. Lì ho fatto bene, ho segnato tanti goal e sono andato al Chievo”.

Sbarcato a Messina, infatti, Musa, è stato trasferito al C.A.S. – Centro di Accoglienza Straordinario di Ruoti (Potenza) e poi adottato da Loredana Bruno, avvocato, e Vitantonio “Tonino” Summa, maestro di calcio giovanile. Ha iniziato a giocare nella Virtus Avigliano, squadra di un paese vicino (allenata proprio da Summa), grazie al supporto della famiglia e al suo carattere umile e socievole si è integrato presto e ha imparato l’italiano. Le sue capacità tecniche, le difficoltà burocratiche per il tesseramento di minori stranieri non accompagnati, l’interesse manifestato dai club di serie A, il passaggio al Chievo di Verona (che gli consentiva anche un percorso scolastico), il prestito al Torino, l’arrivo a Bologna per 500 mila euro: sono tutti dettagli raccontati a iosa dopo il suo primo goal italiano in Serie A che ha piegato l’Inter ai primi di luglio (l’altra rete è stata messa a segno dal connazionale, compagno e amico, Musa Barrow).

A un certo punto l’esposizione mediatica di Juwara è stata tale che l’allenatore del Bologna, Sinisa Mihajlovic, ha minacciato: non lo faccio più giocare se non smettete di parlare di Musa. I più entusiasti, naturalmente, sono stati i genitori rimasti in Gambia: avevano venduto tutto per pagare a lui e a un fratello il cammino della speranza. Il padre, Lamin Juwara, educatore, e la madre, Jarra Bittaye, direttrice della scuola elementare di Batokunku, intervistati dai quotidiani della capitale Banjul, The PointThe Standard, hanno detto: “Siamo grati a nostro figlio che ha reso felice il nostro Paese. Continueremo a incoraggiarlo a impegnarsi duramente come facciamo noi. Siamo emozionati nel vedere come l’intero Paese si inorgoglisca di lui e lo inciti”.

Ora il grande salto è stato fatto. Il giovanissimo attaccante gambiano, salvatosi dalle acque e dal deserto, è pronto a scrivere un altro capitolo della sua intensissima esistenza. L’ufficializzazione da parte del Bologna del rinnovo fino al 2024 è una possibilità da non sprecare. Ha, però, un esempio da non imitare: Mario Balotelli. Il futuro di Musa sta nelle sue mani, o se si vuole, nei suoi piedi. Meglio ancora, nella sua testa. Come scrive su Instagram “Believe in yourself”, credi in te stesso. E non fare autogol.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Disastro ecologico a Mauritius: 3 marinai annegati durante il recupero del petrolio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° settembre 2020

Tre marinai sono annegati, un quarto risulta ancora disperso dopo il naufragio del rimorchiatore, il Sir Gaëtan, di proprietà della autorità portuali delle Mauritius.

Il dramma si è consumato nella serata di ieri, a nord-est dell’Isola Stato, mentre il natante era impegnato in operazioni di pulizia dopo il disastro ecologico causato dalla nave commerciale giapponese Wakashio, battente bandiera panamense, che ha riversato oltre 1.000 tonnellate di petrolio in mare, una volta cristallino e ritenuto un paradiso terrestre, visitato da migliaia di turisti ogni anno.

Rimorchiatore Sir Gaëtan. Mauritius

Sul rimorchiatore c’erano otto uomini di equipaggio. Quattro di loro sono riusciti a salire su una scialuppa di salvataggio in dotazione all’imbarcazione, poi sono stati soccorsi da un elicottero che li ha portati a riva poco prima della mezzanotte. Gli altri quattro sono stati meno fortunati. Due corpi, quello di un ingegnere e l’altro di un marinaio, sono stati ritrovati subito dalle squadre di primo intervento. Una terza vittima, non ancora identificata, è stata recuperata nel pomeriggio di oggi; mentre risulta ancora disperso il quarto uomo.

L’incidente si è consumato mentre il Sir Gaëtan si dirigeva a Port Louis, trainando una chiatta carica di idrocarburi rimossi dalla superficie del mare, fuoriusciti dalla Wakashio dopo essersi incagliata a Point d’Esny, nel sud dell’Isola il 25 luglio. Il 16 agosto la nave si è poi spezzata in due.

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, a causa del mare agitato, la chiatta, che non dispone di motore, avrebbe urtato il rimorchiatore. Le autorità portuali hanno promesso un risarcimento dell’equivalente di sei anni di stipendio alle famiglie delle vittime.

Nel pomeriggio l’attivista sociale, Bruneau Laurette, si è recato insieme al suo avvocato nella centrale del Dipartimento Investigazioni Criminali per denunciare il capo della capitaneria di porto e il direttore delle autorità portuali delle Mauritius, in quanto li ritiene responsabili del naufragio.

L’incidente del Sir Gaëtan, che è costata la vita a almeno tre persone, è un’altra conseguenza della catastrofe ecologica causata dalla petroliera giapponese. Durante lo scorso fine settimana oltre 70.000 persone hanno protestato nella capitale Port Louis; vogliono risposte chiare dal primo ministro Pravind Jugnauth e il suo governo sulla gestione del disastro ambientale.

Inoltre si teme un ulteriore blackout dell’industria turistica, già gravemente in crisi a causa della pandemia. Lo scorso anno il business dei visitatori ha prodotto oltre 1,6 miliardi di dollari e rappresentano una delle maggiori entrate dell’arcipelago.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mauritius rivendica le isole Chagos davanti alla Corte internazionale dell’Aja

Libia: ex capo dei Marines e delle forze USA e NATO consulente di fiducia di Al-Sarraj

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
1°settembre 2020

Un nuovo attore protagonista è pronto a calcare il palcoscenico del sanguinoso conflitto in Libia: una società di consulenza militare-strategica in mano a James Jones,  ex comandante generale delle forze armate USA e NATO con variegati interessi in aziende leader della produzione di armi e del settore energetico.

Il 25 agosto con un volo della Lybian Airways è giunta all’aeroporto internazionale di Mitiga, ad est della città di Tripoli, una delegazione del Jones Group International (JGI), gruppo di consulenza nel settore della difesa e della sicurezza con sede centrale a Gainesville, Virginia e diverse filiali sparse per il mondo.

James L. Jones

 Il giorno dopo i rappresentanti della società contractor si sono incontrati con il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) Fayez Al-Sarraj e con i capi delle forze armate per uno “scambio di vedute in vista del rafforzamento delle capacità del personale libico e della lotta all’estremismo e al terrorismo”, come riporta una nota ufficiale delle autorità di Tripoli. Nel corso dell’incontro si sarebbe pure discusso sui meccanismi dell’assistenza militare che sarà assicurata nei prossimi mesi alle unità d’élite e delle forze di sicurezza libiche da parte del Jones Group International.

Fayez al Serraj

La partnership tra il Governo di Accordo Nazionale e la società statunitense avrebbe preso avvio nell’ottobre 2019 con la firma di un contratto per una serie di “servizi” di consulenza top secret. Il 2 febbraio 2020 si era poi tenuto a Tripoli un vertice tra il viceministro della difesa Saleh Al-Namroush, alcuni ufficiali delle forze armate libiche e i rappresentanti del Jones Group per predisporre un piano di formazione e cooperazione a favore degli apparati di sicurezza locali.

“La visita a Tripoli della delegazione di alto livello degli Stati Uniti d’America, Paese con cui siamo strategicamente alleati contro il terrorismo, si svolge nell’ambito nel lavoro di riforma e sviluppo delle istituzioni militari e di polizia libiche”, ha riportato in quell’occasione il Ministero della difesa del GNA. Anche allora i delegati della società contractor furono ricevuti dal presidente Fayez Al-Sarraj. “Il meeting si svolge dopo che il maggiore generale Khalifa Haftar ha lanciato un attacco contro i comandi e i reparti del Governo di Accordo Nazionale ospitati alla periferia di Tripoli e i bombardamenti contro l’area densamente popolata di Abu Salim”, evidenziò l’autorevole Middle East Monitor.

“Il Jones Group International è un’organizzazione che fornisce servizi di massimo livello nelle aree della sicurezza nazionale, degli affari internazionali, della politica estera e della sicurezza energetica”, riporta la brochure della società contractor USA. “Il Gruppo impiega un team di esperti civili e militari con una profonda conoscenza del settore produttivo pubblico e privato e della sicurezza nazionale e con un’esperienza unica a fianco dei governi e dei clienti stranieri per individuare le opportunità e i mercati ove massimizzare il proprio successo”. Un mixer dunque di consulenze in ambito bellico ed economico-finanziario che risponde pienamente all’immagine e al curriculum personale del fondatore e titolare del Jones Group International, l’ex generale dei Marines James L. Jones, già comandante in capo dell’U.S. European Command e del Supreme Allied Commander Europe dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO)..

Dopo una laurea alla Georgetown University School of Foreign Service, James L. Jones si arruola nel 1967 nel Corpo dei Marines per andare a combattere in Vietnam. Rientrato negli Stati Uniti a fine conflitto, James si specializza nella scuola di Guerra anfibia e successivamente presso il National War College. Quale comandante della 24th Marine Expeditionary Unit partecipa all’Operazione Provide Comfort in Turchia e nell’Iraq settentrionale contro il regime di Saddam Hussein. Nel 1999 diveiene il 32° Comandante del Marine Corps degli Stati Uniti d’America e dal 2002 al 2006 Comandante delle forze armate USA in Europa e del Comando Supremo delle forze alleate NATO (SACEUR). “Dal quartier generale di Mons, in Belgio, James L. Jones ha sostenuto l’importanza della sicurezza energetica e della difesa delle infrastrutture critiche quale elemento chiave delle future missioni della NATO”, si legge nella nota biografica riportata nella brochure del Jones Group International.

Guerra in Libia

Ritiratosi dal servizio militare attivo, nel 2006 James L. Jones fonda l’omonima società contractor. L’anno seguente divenne presidente del consiglio d’amministrazione dell’Institute for 21st Century Energy affiliato alla Camera di Commercio USA, “dove ha operato per fare accrescere la varietà delle fonti e delle infrastrutture energetiche, sviluppare la cooperazione internazionale e proteggere la sicurezza energetica nazionale”, come riporta ancora il Jones Group International. Nel 2007 l’ex generale Jones viene nominato presidente della Commissione d’inchiesta del Congresso USA sulle effettive capacità operative delle forze militari e sicuritarie irachene, nonché presidente del Consiglio Atlantico sino al gennaio 2009. Successivamente viene nominato “consulente speciale” della Segreteria di Stato per la sicurezza in Medio Oriente e il conflitto israelo-palestinese e nel 2010 “consulente nazionale per la sicurezza” del presidente Obama, contribuendo a ridisegnare il ruolo delle forze armate USA negli scenari di guerra in Afghanistan, Iraq e nel continente africano.

Contestualmente James L. Jones ha firmato lucrosi contratti con alcune delle maggiori holding internazionali del settore militare, aero-spaziale e petrolifero, tra cui Boeing Company (direttore finanziario dal giugno 2007 al dicembre 2008), la società privata produttrice di soluzioni per il controllo biometrico Cross Match Technologies (ottobre 2007-gennaio 2009), Chevron Corporation (direttore esecutivo nel 2008), General Dynamics (2011), Deloitte Consulting LLP (consigliere commerciale nel 2012) e Thales Defense & Security (dal settembre 2019 membro del Cda della filiale statunitense del gruppo francese leader nella produzione di velivoli aerei e componenti elettroniche). Il 2020 consacra l’ex capo dei Marines e delle forze USA e NATO nel consulente di fiducia del regime di Al-Sarraj per accrescere l’arsenale di guerra contro il nemico Haftar.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Pesanti minacce di morte a medico congolese, premio Nobel per la Pace 2018

Africa ExPress
31 agosto 2020

“La vita di Denis Mukwege, medico ginecologo congolese, Premio Nobel per la Pace 2018, è in serio pericolo. Le continue minacce di morte destano serie preoccupazioni”, ha detto l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, Michelle Bachelet. Nel suo comunicato l’Alto commissario ha anche chiesto che venga aperta immediatamente un’inchiesta imparziale.

Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo
Il ginecologo e ostetrico Denis Mukwege nel suo ospedale in Congo

Il premio Nobel e i suoi familiari hanno ricevuto minacce via telefono e suoi social network per il suo impegno nella lotta contro la violenza sulle donne e altre violazioni dei diritti umani.

Il medico congolese è stato insignito della prestigiosa onorificenza per la sua attività come medico-ginecologo nell’ospedale di Panzi, da lui fondato nel 1998. La clinica si trova a Bukavu, capoluogo della provincia del Sud-Kivu, Repubblica Democratica del Congo, dove ogni anno vengono curate migliaia di donne, vittime di violenze sessuali.

Non è la prima volta che Mukwege riceve intimidazioni del genere e nel 2012 è scampato miracolosamente a un agguato; sconosciuti avevano tentato di ucciderlo nella sua abitazione. Allora, grazie all’intervento di MONUSCO, i caschi blu della Missione dell’ONU nel Congo-K, il medico e la sua famiglia sono stati portati fuori dalla ex colonia belga per un certo periodo.

Le attuali minacce sono certamente dovute all’ultimo appello del medico per la pace nell’Est del Paese; Mukwege ha proposto l’istituzione di un tribunale internazionale per il Congo-K, al fine di valutare la sussistenza di gravi crimini commessi nei confronti della popolazione civile.

Felix Tshisekedi, presidente della RDC, sollecitato dalla Bechelet, ha chiesto al suo governo protezione per il premio Nobel e l’apertura di un inchiesta, volta a rintracciare i responsabili delle minacce. Anche i caschi di MONUSCO hanno garantito protezione al medico e alla sua famiglia.

Africa ExPress
@africexp

Il Nobel Denis Mukwege: “Creare fondo globale per vittime di violenza sessuale”

Storia inquietante di Elio Ciolini, ricercato depistatore nero individuato in Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Antonella Beccaria
30 agosto 2020

“Oggetto: nuova strategia della tensione in Italia. Periodo: marzo-luglio 1992. […] Informo la Vostra Signora che […] avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come:
– esplosioni dinamitarde intente [sic] a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici;
– sequestro ed eventuale “omicidio” d’esponente politico Psi, Pci, Dc;
– sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro presidente della Repubblica.
Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra […]. La “storia” si ripete – dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide – per conseguire i loro intenti, falliti. Ritorno, come l’Araba Fenice”.

Elio Ciolini, foto degli anni ’80

Era il 4 marzo 1992 quando un detenuto del carcere di Sollicciano mise per iscritto queste sibilline parole destinate al giudice di Bologna, Leonardo Grassi, titolare dell’istruttoria Italicus Bis sulla strage del 4 agosto 1974 che uccise dodici persone e ne ferì 48. La lettera aveva anche un titolo, “dossier della destabilizzazione”, e lì per lì fu liquidata come le solite menzogne di un bugiardo, considerando chi era l’autore.

Poi, però, il 12 marzo successivo, a Palermo fu assassinato Salvo Lima, il politico democristiano che rappresentava in Sicilia il potere andreottiano e il 23 maggio saltò per aria l’autostrada di Capaci provocando la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre uomini della sua scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Infine il 19 luglio, ultimo mese indicato nel “dossier”, in via D’Amelio, sempre a Palermo, un’autobomba assassinò un altro magistrato, Paolo Borsellino, e cinque agenti, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Il detenuto non era un sensitivo, ma a tutt’oggi è rimasta inspiegata l’origine del suo vaticinio. Si tratta di Elio Ciolini, ai tempi detenuto da pochi mesi a causa di una condanna per calunnia e autocalunnia determinata dalle falsità che disse per depistare le indagini sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Latitante da tempo in Perù, l’uomo era stato individuato nel dicembre 1991 a Firenze, dov’era arrivato via Zurigo e Bruxelles con il nome di Raul Bruno Sanchez Rivera, lo stesso che negli ultimi mesi ha usato per entrare nella Repubblica Centrafricana diventando “consulente speciale del presidente

Nato a Firenze il 18 agosto 1946, di Ciolini non si avevano notizie dal settembre 2012, quando era stato arrestato sotto falso nome all’aeroporto internazionale di Otopeni, a Bucarest, Romania. Proveniva da Zurigo ed era ricercato per manipolazione del mercato, oltre a essere coinvolto nella ricettazione di falsi titoli di Stato americani. Ma il suo esordio criminale, dopo aver accumulato precedenti penali per reati di altra natura, si lega soprattutto alla strage di Bologna del 1980, la più grave avvenuta nell’Italia del dopoguerra (85 morti e oltre duecento feriti).

Uno dei tanti documenti d identità falsi utilizzati da Elio Ciolini. In questo caso è intestato a Roland Boccioni

Nel dicembre 1981, infatti, Ciolini si trovava rinchiuso a Ginevra, a Champ Dollon, lo stesso da cui evase Licio Gelli nell’agosto 1983, e fece sapere al console italiano Ferdinando Mor di essere in possesso di notizie riguardanti il massacro alla stazione. Negli anni successivi continuò a mentire all’ufficio istruzione di Bologna raccontando nella sostanza che la bomba del 2 agosto era stata decisa nella primavera del 1980 da una loggia massonica internazionale, la loggia di Montecarlo, una sorta di super-P2 al cui vertice c’era sempre Gelli e che radunava il fior fiore della politica e della finanza italiane. Movente: era una tragica operazione di distrazione di massa per distogliere l’attenzione da manovre legale all’Eni.

La preparazione e l’esecuzione – sempre nelle parole di Ciolini – sarebbe stata affidata alla fantomatica “Organizzazione terroristica” di Stefano Delle Chiaie (per Bologna è stato assolto per insufficienza di prove). In effetti il fiorentino aveva conosciuto e frequentato il leader della formazione neofascista Avanguardia Nazionale durante uno dei periodi trascorsi in America Latina e fu abile nel costruire il suo castello di menzogne perché Ciolini, che in carcere in Svizzera incontrò uomini del Sismi e ufficiali dell’Arma dei carabinieri, mescolò informazioni vere con elementi tossici. Tuttavia, come nel caso della stagione stragista del 1992, non si è capito come abbia potuto avere accesso a dati di fatto che andavano oltre le cronache giornalistiche.

 

Graziella De Palo e Italo Toni

La strage di Bologna non è stato però l’unico caso in cui Ciolini ha raccontato il falso. Lo stesso ha fatto per un’altra vicenda rimasta oscura. È la fine di due giornalisti italiani, Graziella De Palo, 24 anni, e Italo Toni, 50. Il 2 settembre 1980 – esattamente 40 anni fa – erano a Beirut, dov’erano giunti via Damasco, per realizzare reportage sul Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, ma sparirono nel nulla dopo aver lasciato l’albergo Triumph, nella zona ovest della città. Di loro non si è mai più saputo nulla, nemmeno i corpi sono mai stati restituiti alle famiglie, ma ciò che si sa per certo è che il Sismi depistò le indagini su ciò che era accaduto loro. E Ciolini, in proposito, tra l’altro affermò falsamente che i due cronisti erano stati assassinati perché nelle loro ricerche si erano imbattuti in un importante politico, il socialista Gianni De Michelis.

Patrick Haemer

Il depistatore italiano, a lungo molto vicino a uomini legati alla P2, di frequente è stato associato ad apparati di intelligence italiani e stranieri e lui stesso si presentò come tale nelle sue peregrinazioni all’estero. In particolare accadde in Belgio, dove tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta operava una banda, capeggiata da Patrick Haemer, poi morto suicida in carcere, specializzata nell’assalto ai furgoni portavalori.

Con lui entrò in contatto Ciolini che, ai tempi, si faceva chiamare colonnello Bastiani, sedicente ufficiale dell’esercito francese. Il suo compito sarebbe stato quello di infiltrarsi nella banda Haemer nel periodo in cui il Belgio francofono era scosso da una delle sue principali storie criminali: quella dei massacri del Brabante Vallone che, dal 1982 al 1985, provocarono la morte di 28 persone, per la maggior parte semplici cittadini falciati dai proiettili sparati da una banda all’apparenza di rapinatori che si muovevano come militari addestrati, ma che uccidevano senza quasi mai rubare nulla.

Antonella Beccaria

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

I golpisti maliani annullano riunione per la formazione di un governo di transizione

Africa ExPress
29 agosto 2020

Regna ancora una gran confusione a Bamako, la capitale del Mali. La giunta militare, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo), capeggiata da Assimi Goïta, al potere dallo scorso 18 agosto, ha rinviato la riunione sulla transizione, in agenda per questa mattina, per problemi organizzativi. Il meeting era stato convocato con la massima urgenza, dopo la dura presa di posizione della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Durante la videoconferenza di ieri i capi di Stato membri di CEDEAO avevano respinto con pugno di ferro le proposte della giunta militare. Jean-Claude Kassi Brou, presidente della Commissione di CEDEAO aveva spiegato che all’interno dell’istituzione vige una regola: “In caso di colpo di Stato in un dei Paesi membri, il periodo di transizione non deve oltrepassare 12 mesi; una seconda norma prescrive che il governo provvisorio deve essere guidato da un capo di Stato civile e anche il primo ministro non deve far parte dei ranghi militari. Entrambi non potranno candidarsi alle presidenziali”.

Insomma le proposte della CEDEAO sono l’opposto di quanto è stato dichiarato in precedenza dai putschisti: un periodo di transizione di 2-3 anni prima di indire libere elezioni; il CNSP aveva detto di essere comunque disposto di formare un governo composto da militari e civili.

Firma Trattato di Pace e di riconciliazione per il Mali del 2015

In attesa di risposte chiare dalla giunta militare resteranno in vigore tutte le sanzioni imposte dalla CEDEAO. Le frontiere dei Paesi membri dell’Organizzazione confinanti con il Mali resteranno chiuse e bloccati tutti gli scambi commerciali e finanziari, eccezion fatta per i beni di prima necessità e medicinali e materiale per la lotta contro Covid-19.

Nel frattempo i militari hanno liberato l’anziano ex presidente Ibrahim Boubacar Keïta (IBK) giovedì scorso, come richiesto dai membri dell’Organizzazione economica. Gli altri personaggi di spicco, arrestati insieme a Keita, come l’ex primo ministro Boubou Cissé, non potranno, per il momento, godere degli stessi privilegi; il loro rilascio dipende dall’evoluzione dello stato delle cose, ha riferito un portavoce dei golpisti.

Il rinvio della riunione per “motivi organizzativi” è una spiegazione molto vaga; finora non è stata fissata una nuova data. Ieri sera il CNSP aveva convocato per oggi i partiti dell’opposizione e quelli della maggioranza, raggruppamenti politici del centro e altri non allineati, organizzazioni della società civile e gruppi armati del nord, firmatari del trattato di pace del 2015. All’incontro non erano stati invitati i leader religiosi e rappresentanti del movimento CMAS, l’organizzazione del potente imam Dicko, al centro delle contestazioni nelle piazze contro l’ex presidente Keita, insieme a altri componenti del Movimento 5 Giugno.

Africa ExPress
@africexpress

Firmato l’accordo di pace in Mali anche dai ribelli a maggioranza tuareg

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti

Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 agosto 2020

Dopo l’attentato che ha distrutto la redazione di Canal de Moçambique, il Capo dello stato, Filipe Nyusi, è subito intervenuto sui social. In un post su Facebook ha scritto: “Condanno fermamente gli attacchi a Canal de Moçambique commessi da sconosciuti ieri sera 23 agosto 2020. La libertà di stampa è un pilastro della democrazia e della conquista dei mozambicani che deve essere protetta. Darò mandato alle autorità affinché indaghino per portare i colpevoli davanti alla giustizia”.

https://www.facebook.com/NyusiConfioemti/posts/2648595265407255

Il giro di vite alla stampa indipendente

Portare i colpevoli davanti alla giustizia è ciò che la società civile spera, visto il giro di vite all’informazione e alla stampa indipendente negli ultimi anni. Con l’inizio del terrorismo, a fine 2017, a Cabo Delgado, estremo nord del Paese, c’è stata una stretta contro la stampa. A causa degli attacchi jihadisti ai villaggi ci sono ormai oltre 1.300 morti e 250 mila sfollati. Una situazione sociale gravissima che però è off-limits per i giornalisti. Chi va ad indagare viene arrestato come è successo ad Amade Abubacar, imprigionato senza capi d’accusa perché voleva intervistare un gruppo di sfollati.

Mappa sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontieres: il Mozambico nel 2020 e al 104° posto su 180 Paesi (Courtesy RSF)
Mappa sulla libertà di stampa di Reporters sans Frontieres: il Mozambico nel 2020 è al 104° posto su 180 Paesi (Courtesy RSF)

Bavaglio alla stampa indipendente

Dal 2018 il presidente Nyusi ha aumentato in modo esorbitante l’iscrizione al registro delle testate indipendenti. Ma anche la “tassa” ai giornalisti stranieri e locali che collaborano come freelance per testate straniere. Una sorta di bavaglio che mette in grande difficoltà la stampa indipendente. Tutto questo prima delle elezioni amministrative del 2018, visto dalla società civile, come un test per il voto per le presidenziali del 2019 vinte da Filipe Nyusi. Ma sono anche aumentate le minacce di morte ai giornalisti.

Mozambico continua a scendere nella classifica della libertà di stampa

Negli ultimi tre anni, secondo Reporters sans frontieres, l’ex colonia portoghese è scesa di 11 posizioni. Al 93° posto nel 2018, è passata al 99° l’anno successivo e nel 2020 è scesa ulteriormente al 104°posto su 180 Paesi della lista.

Campagna per la raccolta fondi di Canal de Moçambique
Campagna per la raccolta fondi di Canal de Moçambique

La campagna per la raccolta fondi

Intanto, con la parola d’ordine “Non si può incendiare la democrazia”, Canal de Moçambique ha subito aperto una campagna di raccolta fondi. Si chiama “Ricostruiamo #CanalMoz. Il Mozambico ha bisogno di notizie alternative”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

 

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

Mozambico (2), vietato sfidare il governo: meno diritti umani e bavaglio alla stampa

Repressione alla mozambicana, il bavaglio alla stampa arriva prima delle elezioni

Mozambico: Amnesty protesta per l’arresto di un giornalista che lavorava su terrorismo

Mozambico, giornalista imprigionato da novanta giorni senza capi d’accusa

Ancora attacchi islamisti nel nord Mozambico vicino a giacimenti gas Eni

 

Ribelli, mercenari e faccendieri: l’italiano Elio Ciolini alla conquista del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 agosto 2020

Nonostante le parti in conflitto nella Repubblica Centrafricana nel febbraio del 2019 abbiano sottoscritto un trattato di pace, la guerra nell’ex colonia francese imperversa ancora cruenta. Nella confusione generale che regna laggiù spunta fuori un italiano: Elio Ciolini.

Il suo nome compare nella relazione del Panel of Experts on the Central African Republic delle Nazioni Unite sulla situazione nel Paese africano. Elio Ciolini, viene presentato anche come Bruno Lugon, da sempre molto vicino all’estrema destra e con precedenti penali in giro per il mondo. Gli uomini dell’ONU sono stati incaricati dal Consiglio di Sicurezza di raccogliere informazioni dettagliate sul suo conto, una persona ben conosciuta  in Italia e in mezzo mondo. Basta digitare il suo nome su Google e si trova di tutto: viene indicato come faccendiere, al centro di depistaggi e altri fatti oscuri.

Ciolini, nato a Firenze nel 1942, ha frequentemente utilizzato false identità nel suo girovagare per mettere a segno le sue frodi e quant’altro.

Il nostro “illustre” concittadino è entrato nella Repubblica Centrafricana nel gennaio 2020 con un lasciapassare rilasciato dal consolato di Douala (Camerun) con il nome di Bruno Raul Rivera Sanchez, cittadino peruviano; avrebbe utilizzato tale identità già in passato per le sue frequentazioni con i narcotrafficanti sudamericani e altro.

Nel documento viene indicato come causale: “consulente speciale del presidente”. Copia del lasciapassare e la sua revoca, emanata dalla presidenza di Bangui il 3 giugno scorso, sono inseriti anche nel rapporto degli esperti dell’ONU.

Lasciapassare per l’italiano Elio Ciolini

Una volta arrivato nel Paese africano, è entrato in contatto con personaggi politici dell’opposizione, nonchè leader di raggruppamenti armati, spiegando di “rappresentare persone importanti negli USA”, oppure un “gruppo incaricato di cambiamenti sociali nel mondo”, favorevoli a sostenere un cambio di regime, volto a spodestare l’attuale presidente Faustin-Archange Touadéra e pronto a organizzare un meeting in Marocco.

Diverse fonti, tra questi anche membri di gruppi armati e attori politici, hanno fatto sapere al gruppo di esperti del Palazzo di Vetro che Ciolini, alias Lugon, alias Rivera Sanchez, avrebbe dichiarato di aver accesso a armamenti e di godere di supporto politico internazionale, secondo Jeune Afrique (giornale online di attualità politica africana edito a Parigi) e CNC (emittente di proprietà cinese per il 51 per cento), nonchè giornali locali. Secondo le inchieste dei reporter, il faccendiere italiano avrebbe avuto anche contatti con il russo Dimitri Alexandrov, addetto stampa di Valery Zakharov, consigliere per la sicurezza del presidente Touadéra.

Elio Ciolini, foto degli anni ’80

Sta di fatto che dopo la revoca del mandato a Ciolini, emanata il 3 giugno 2020 dalla presidenza centrafricana, secondo alcune fonti, il nostro connazionale sarebbe sparito un’altra volta nel nulla. Ora resta da capire quali siano stati i reali mandanti del fiorentino: russi, francesi o altri?

In Italia il personaggio ha guadagnato le prime pagine dei maggiori quotidiani quando ha cercato di depistare le indagini sulla strage di Bologna. Nel 1982, mentre era detenuto in un carcere svizzero per truffa, ha raccontato a uno dei giudici inquirenti italiani che la strage sarebbe stata compiuta dalla fantomatica loggia massonica “Montecarlo”. La giornalista Antonella Beccaria ha esposto in modo magistrale i fatti dell’epoca in un libro, Il faccendiere: storia di Elio Ciolini, l’uomo che sapeva tutto.

Come detto qui sopra la situazione in Centrafrica è sempre tesa e precaria; da mesi MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica centrafricana) e l’esercito stanno dando la caccia al gruppo armato 3R (Retour, Réclamation et Réhabilitation), capeggiato da Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abbas, sanzionato anche dagli USA e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Mentre il leader e i suoi fidatissimi si sono nascosti nella fitta boscaglia, le autorità di Bangui, la capitale del Paese, hanno annunciato il 17 agosto di aver ripreso il controllo della città di Koui, nel nord-ovest del Paese, roccaforte del gruppo 3R. L’azione è stata possibile anche grazie all’intervento dell’aeronautica francese, che, il 14 agosto, con i suoi aerei di combattimento ha supportato l’azione dei caschi blu di MINUSCA, alleati dei governativi.

Il capo di 3R, composto per lo più da fulani, è tra i firmatari del trattato di pace siglato a Karthoum, la capitale del Sudan, nel febbraio 2019. Un altro leader del gruppo, denominato generale Bobo, incaricato della difesa dei 3R, ha detto di essere sorpreso di questo attacco massiccio, visto che il suo capo avrebbe chiesto a più riprese un incontro con il governo. Purtroppo Bangui – secondo il capo ribelle – non avrebbe mai dato risposte a tale richiesta.

Intanto la ex colonia francese si prepara alle elezioni, previste per la fine di quest’anno. Una tornata elettorale ad alto rischio, visto che la pace, malgrado il trattato del 2019, è ancora lontana. L’attività dei gruppi armati ex-Séléka (vi aderiscono per lo più musulmani) e anti-balaka (composti da cristiani e animisti) è ancora vivace e anche la presenza di mercenari stranieri, menzionati nel rapporto di esperti dell’ONU, incaricati di sorvegliare l’embargo sulle armi, sarebbero co-responsabili di diversi attacchi armati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 26 agosto 2020

Un duro colpo alla libertà di stampa e dannoso per il processo di costruzione e consolidamento dello Stato di diritto democratico in Mozambico”. Così, il Comitato di emergenza per la protezione delle libertà (CEPL) definisce l’attentato incendiario al settimanale indipendente Canal de Moçambique.

Interno della redazione di Canal de Moçambique dopo l'attentato
Interno della redazione di Canal de Moçambique dopo l’attentato

Domenica 23 agosto, alle 20.00, sconosciuti entrati nella redazione del giornale mozambicano, hanno versato benzina sulle scrivanie e i computer, e hanno dato fuoco. Nonostante gli uffici e l’archivio siano stati completamente distrutti, i giornalisti hanno creato la redazione provvisoria nella terrazza, sotto un gazebo.

La redazione provvisoria di Canal de Moçambique dopo l'attentato
La redazione provvisoria di Canal de Moçambique dopo l’attentato

Una testata che non piace al potere

Canal de Moçambique e la testata web CanalMoz, sono note per le inchieste contro la corruzione. Tra queste, le indagini sull’ex presidente della Repubblica , Armando Guebuza, e il figlio dell’attuale presidente, Filipe Nyusi

Il 31 dicembre 2019, Matias Guente, direttore di Canale del Mozambico, è sfuggito a un tentativo di rapimento sulla strada pubblica e il caso non è mai stato chiarito dalle autorità. Nel giugno scorso, Guente e il collega Fernando Veloso sono stati accusati dal procuratore di Maputo di violazione del segreto di Stato. Insomma, pare che Canal de Moçambique non piaccia ai potenti.

Due copertine di Canal de Moçambique con le inchieste sull'ex presidente Guebuza e il figlio dell'attuale capo di Stato, Nyusi
Due copertine di Canal de Moçambique con le inchieste sull’ex presidente Guebuza e il figlio dell’attuale capo di Stato, Nyusi

La solidarietà nazionale e internazionale

C’è stata ampia solidarietà nazionale e internazionale contro l’attentato. Mediacoop, che pubblica il settimanale Savana ha messo uffici e attrezzature a disposizione dei colleghi “affinché le prossime edizioni possano andare nelle mani dei lettori”. La delegazione dell’Unione Europea in Mozambico ha espresso “estrema preoccupazione per l’accaduto. La libertà di stampa e di espressione sono pilastri essenziali di una società”.

Dura presa di posizione, da New York, del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ ). “L’attacco all’ufficio di Canal de Moçambique è solo l’ultimo capitolo di un ambiente in continuo peggioramento per la stampa indipendente in Mozambico. È un palese assalto alla democrazia e al diritto pubblico di sapere. Esortiamo le autorità del Mozambico a indagare rapidamente e in modo credibile. Speriamo che non sia l’ennesimo esempio di impunità che sta diventando la norma con gli attacchi alla stampa”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

 

Mali: nessun accordo tra Comunità economica dell’Africa occidentale e golpisti

Africa ExPress
25 agosto 2020

Non è stato raggiunto ancora nessun accordo tra la giunta militare, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo), capeggiata da Assimi Goïta e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO), sul ritorno di un governo civile in Mali.
Il principale punto in discussione è la durata del governo di transizione. Altre questioni a tutt’oggi ancora aperte sono:

1. Chi dirigerà la giunta
2. Quanti e chi saranno i membri

I mediatori hanno fatto diverse proposte di eventuali modelli da seguire. Ismaël Wagué, portavoce di CNSP, ha replicato che finora nulla è stato deciso e ha sottolineato: “Periodo di transizione, presidente, formazione del governo sono questioni che dovranno essere risolte solo e esclusivamente dai maliani”.

La CEDEAO vorrebbe un militare in pensione a capo del Comitato; l’Organizzazione economica non insiste più sul ritorno al potere dell’ex presidente, in quanto Ibrahim Boubacar Keïta stesso ha dichiarato che non intende in alcun modo ritirare le sue dimissioni, specificando: “Ho rimesso il mio mandato di mia spontanea volontà, non ho subito pressioni”. Fatto confermato dal capo della delegazione degli Stati dell’Africa occidentale, Goodluck Jonathan, ex presidente nigeriano, che ha incontrato personalmente Keita domenica scorsa.

Mali, Bamako, Ismaël Wagué, portavoce di CNSP

Wagué ha d’altronde specificato che la giunta ha disposto che l’anziano ex presidente è libero di lasciare la prigione e di farsi curare in un luogo a sua scelta.
Gli altri personaggi di spicco, arrestati insieme a Keita, come l’ex primo ministro Boubou Cissé, non potranno, per il momento, godere degli stessi privilegi. E, sempre secondo il portavoce dei militari, il loro rilascio dipende dall’evoluzione dello stato delle cose.

Per il momento la CEDEAO non intende alleggerire le sanzioni ancora in essere. Le frontiere dei Paesi membri dell’Organizzazione confinanti con il Mali resteranno chiuse e bloccati tutti gli scambi commerciali e finanziari, eccezion fatta per i beni di prima necessità e medicinali e materiale per la lotta contro Covid-19.

Stati membri di CEDEAO

La Banca mondiale ha fatto notare che i trasferimenti di fondi rappresentano il 7 per cento del PIL di Bamako, se non il 10, se si prendono in considerazione anche quelli clandestini.

CNSP ha chiesto la revoca dei provvedimenti, visto che hanno cercato in tutti modi di trovare compromessi con l’Organizzazione economica. Dal canto suo la delegazione ha replicato che una risposta potrà essere data solamente domani, dopo la riunione con tutti i capi di Stato membri di CEDEAO.

Africa ExPress
@africexp

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti