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Si rafforza collaborazione militare Italia-Qatar: felice la nostra industria bellica

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
13 settembre 2020

Si rafforza la cooperazione tra le forze armate di Italia e Qatar e diventa sempre più concreta la possibilità di trasferire all’emirato i nuovi sistemi di guerra prodotti dalle industrie italiane.

Dal 6 al 10 settembre una delegazione guidata dal Comandante delle Forze Terrestri del Qatar, generale Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin, è stata ricevuta dai vertici dell’Esercito italiano per sottoscrivere importanti accordi di partenariato militare. Alla presenza del Capo di Stato Maggiore, generale Salvatore Farina, è stato siglato in particolare un Technical Arrangement tra il Ministero della Difesa della Repubblica Italiana e il Ministero della Difesa dello Stato del Qatar, concernente la “cooperazione nei settori dell’istruzione e dell’addestramento”.

Salvatore Farina, Capo di Stato Maggiore e Saeed Hesayen Mohammed Al-Khayarin, Comandante delle Forze Terrestri del Qatar

Questo accordo, promosso durante l’incontro tra i responsabili dei due eserciti nazionali tenutosi a Doha il 7 e l’8 maggio 2019, prevede la conduzione sul territorio qatariota di una serie di attività formative e addestrative “volte a sviluppare capacità di combattimento di fanteria, artiglieria e cavalleria a favore delle Qatari Emiri Land Forces”. Nello specifico il Technical Arrangement stabilisce norme generali sulla formazione del personale militare nei settori legale, finanziario, logistico, amministrativo e di sicurezza.

Nel corso dell’incontro tra il generale Al-Khayarin e il generale Farina, lo staff dello Stato Maggiore dell’Esercito ha esposto le linee guida organizzative e di modernizzazione dei mezzi e dei sistemi bellici che le forze armate italiane prevedono di adottare entro il 2030.

La delegazione delle Forze Terrestri del Qatar si è anche recata presso diversi Enti e Reparti dell’Esercito Italiano. In particolare essa è stata ospite presso il Comando Artiglieria Controaerei di Sabaudia (Latina), dove ha assistito a un briefing informativo sulle capacità del nuovo Centro di Eccellenza Counter Mini/Micro Aeromobili a Pilotaggio Remoto e a una dimostrazione dei sistemi d’arma in dotazione alla unità specializzate nelle attività contro-aerei e anti-droni.

Il generale Al-Khayarin e i suoi accompagnatori si sono recati nel Salento, presso il poligono di Torre Veneri, dove la Scuola di Cavalleria e la Brigata meccanizzata “Pinerolo” stanno svolgendo in questi giorni complesse esercitazioni a fuoco con tanto di sperimentazione delle nuove piattaforme tecnologiche in uso alle unità terrestri. “In favore della delegazione straniera, il generale di Brigata Claudio Dei, Comandante della Scuola di Cavalleria, ha tenuto un briefing presso il Centro Addestramento Tattico di 2° livello, illustrando le principali innovazioni che caratterizzano il nuovo sistema d’arma Blindo Centauro 2, come ad esempio la bocca da fuoco cal. 120 mm, la mitragliatrice MG42/59 cal. 7,62 mm e il Sistema Hitrole cal. 7,62”, riporta una nota dello Stato Maggiore.

Nel poligono di Torre Veneri la delegazione qatarina ha potuto prendere conoscenza pure delle capacità belliche del Veicolo Tattico Leggero Multiruolo “VTLM 2 NEC”, del Veicolo Blindato Medio “VBM Freccia” e del nuovo Veicolo Tattico Medio Multiruolo “Orso”, per il trasporto militare. Sotto osservazione  anche gli obici leggeri, la guerra elettronica, il supporto logistico e l’assistenza sanitaria.

Il Comando della Brigata “Pinerolo” ha presentato infine il Posto di Comando Digitalizzato realizzato nell’ambito del cosiddetto Progetto 4.9 di Forza NEC (Network Enabled Capability) per accrescere la proiettabilità, mobilità e interoperabilità dei mezzi tattici terrestri, nonché il kit del sistema d’arma integrato Soldato Sicuro che permette di incrementare in tutti gli scenari di combattimento le capacità di sopravvivenza, comando e controllo, mobilità e letalità delle forze d’élite dell’Esercito.

“Grazie all’utilizzo dei sistemi di comunicazione dei posti comando schierati a Torre Veneri, il generale Al-Khayarin ha potuto apprezzare la condotta di manovre tattiche svolte dalle unità esercitate della Brigata Pinerolo, in un ambiente completamente digitalizzato”, spiega lo Stato Maggiore italiano. “La dimostrazione gli ha consentito di apprezzare i vantaggi discendenti dall’esecuzione della funzione di Comando e Controllo (C2) in ambiente digitale”.

Gruppo Squadroni a Cavallo dell’8° Reggimento Lancieri di Montebello

La missione in Italia delle delegazione del Qatar è proseguita all’ippodromo militare “Gen. C.A. Pietro Giannattasio”, nel quartiere Tor di Quinto a Roma, dove è stato messo in scena il carosello storico del Gruppo Squadroni a Cavallo dell’8° Reggimento Lancieri di Montebello e nella città militare della Cecchignola, dove è stato visitato il Centro di Eccellenza Counter IED per la lotta agli ordigni esplosivi improvvisati e il neocostituito Reparto Sicurezza Cibernetica dell’Esercito.

Nell’ambito delle sempre più strette relazioni tra le forze armate di terra di Italia e Qatar, dal 1° settembre al 27 ottobre 2019 si era tenuta una maxi-esercitazione presso il poligono desertico di Al Ghalail, a sud della capitale Doha, cui avevano partecipato 800 militari dell’Esercito e un centinaio di mezzi pesanti tra carri armati, blindati e cannoni. I war games, nome in codice NASR 19, hanno rappresentato per il ministero della Difesa “il più importante rischieramento di forze terrestri da combattimento italiane in Medio Oriente dal ritiro del contingente Antica Babilonia schierato in Iraq tra il 2003 e il 2006”, nonché la ghiotta occasione per testare dal vivo la potenza di fuoco dei propri sistemi di guerra.

“Le compagini di fanteria pesante della Brigata Garibaldi hanno impiegato cingolati VCC 80 Dardo, carri armati C1 Ariete, VBM Freccia, mortai da 120 mm e da 81 mm, VTLM Lince, sistemi contro carro Milan e Spike, obici FH70, lanciatori G-MLRS, semoventi PZH 2000, artiglierie di ultima generazione con possibilità d’impiego di munizionamento a guida GPS e a lunga gittata, ecc…”, riportò l’ufficio stampa dell’Esercito. Durante NASR 19 furono pure sperimentati per la prima volta in un campo di battaglia i proiettili per cannoni tipo “Vulcano” da 155 mm con gittate elevatissime (sino a 100 km di distanza), progettati e realizzati negli stabilimenti Oto Melara-Leonardo di La Spezia. Un’esercitazione a mo’ di fiera strumenti di guerra, quella in Qatar, che l’accordo firmato a Roma un paio di giorni fa consentirà di replicare presto per la gioia dei mercanti di morte di casa nostra.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Dossier Silvia/”Italiani brava gente”, gli affari d’oro della nostra industria bellica in Qatar

ENI-SHELL: scandalo corruzione pozzo petrolifero, Nigeria chiede $1,09 miliardi

Africa ExPress
10 settembre 2020

Il governo nigeriano, tramite il suo legale Lucio Luca, ha chiesto al Tribunale di Milano, dove si sta svolgendo il processo per il più grande scandalo di corruzione della storia, di condannare ENI e SHELL al pagamento immediato di una provvisionale di 1,09 miliardi di dollari, oltre a un risarcimento per danni da fissare in sede civile.
Luca ha anche chiesto la confisca della somma avanzata.

Nel 1998 la concessione di sfruttamento del campo petrolifero offshore OPL245 era stata venduta dall’allora ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete, alla società Malabu Oil and Gas, della quale lui stesso era uno degli azionisti.

Nel 2011 la licenza era stata passata ad ENI e SHELL per 1,3 miliardi di dollari. Un tribunale britannico ha dimostrato che alla Malabu erano stati versati 1,09 miliardi, e solamente la somma restante, “le briciole”, trasferite nelle casse del governo nigeriano.

Il processo vede implicate oltre alle due società, anche l’amministratore delegato di ENI, Claudio Descalzi e 12 altre persone, tra questi anche ex politici nigeriani di spicco, come Bello Adoke, ex procuratore generale e ministro della Giustizia, l’ex ministro del petrolio, Diezani Alison-Madueke e anche l’ex presidente del Paese, Goodluck Jonathan.

Adoke è attualmente detenuto nella ex colonia britannica. Dietro un mandato di arresto internazionale, spiccato da Abuja, è stato estradato dagli Emirati Arabi Uniti, lo scorso dicembre.

ENI e il suo amministratore delegato hanno sempre negato la propria estraneità ai fatti contestati e hanno ribadito più volte la loro correttezza nella transazione.

E’ bene ricordare che la Nigeria è uno dei Paesi più corrotti del mondo: occupa il 146° posto su 176. L’Italia, per fare un paragone, è al 51° posto.

Africa ExPress
@africexp

War games nel Mediterraneo delle forze aeree e navali di Stati Uniti e Marocco

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
11 settembre 2020

Giochi di guerra nel Mediterraneo con le forze aeree e navali di Stati Uniti d’America e Marocco e l’impiego dei bombardieri B-52 “Stratofortresses” a capacità nucleare. Il Comando Strategico USA e l’US Africa Command hanno reso noto che il 7 settembre hanno preso il via le missioni di addestramento congiunte in nord Africa di due velivoli B-52H assegnati al 5° Stormo bombardieri dell’US Air Force di stanza nella base di Minot, North Dakota. Denominati “Bush 11” e “Bush 12”, le fortezze volanti sono decollate dalla base britannica di Fairford.

Esercitazioni militari Marocco-USA

“La prima missione ha visto la partecipazione di quattro cacciabombardieri F-16 dell’Aeronautica Militare del Marocco”, ha dichiarato il generale Joel Tyler, responsabile delle operazioni statunitensi nel continente africano. “La conduzione di queste missioni con i nostri partner africani mostra la ricchezza strategica della nostre forze e dell’impegno collettivo per prevenire ogni influenza maligna nel continente. Le missioni consentono di mantenere un alto grado di preparazione, prontezza, interoperabilità ed efficienza e di rafforzare l’abilità delle forze armate USA ed alleate. La sicurezza e la stabilità dell’Africa rimane un interesse vitale USA, così come quello di assicurare la libertà di navigazione nel Mediterraneo”.

Nel corso dell’esercitazione con i caccia F-16 marocchini, i due B-52 hanno simulato un intervento di “interdizione marittima” ed attacco contro il cacciatorpediniere missilistico USS Roosevelt (classe “Arleigh Burke”), una delle quattro unità navali statunitensi che operano dalla base navale di Rota (Spagna) nel pattugliamento del Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico.

I war games delle forze aeree e navali di Stati Uniti e Marocco evidenziano l’ottimo stato delle relazioni politico-militari tra i due paesi. Quest’anno, in particolare, il Dipartimento della Difesa USA ha autorizzato il trasferimento alla monarchia nordafricana di sistemi d’arma strategici per svariati miliardi di dollari. A giugno, il Marocco ha sottoscritto un accordo del valore di 440 milioni di dollari con l’holding aerospaziale Boeing per acquistare 24 elicotteri d’attacco AH-64E “Apache”. I velivoli saranno consegnati a partire del 2024 attraverso la formula dei Foreign Military Sales (FMS).

Secondo quanto pubblicato dal sito specializzato Analisi Difesa, il governo marocchino ha presentato l’opzione per l’acquisto di altri 12 “Apache” e di diversi sistemi d’armamento (missili “Hellfire” AGM-114R e “Stinger” AIM-92H, lanciarazzi M261 e munizioni da 30 mm). “L’AH-64E presenta un sistema di designazione di acquisizione del bersaglio modernizzato migliorato che fornisce informazioni diurne, notturne e per tutte le condizioni atmosferiche, nonché funzionalità di navigazione per la visione notturna”, spiega Analisi Difesa.

Gli elicotteri d’attacco acquistati dal Marocco saranno dotati dei radar per il controllo di fuoco AN/APG-78 “Longbow”, prodotti da una joint venture Lockheed Martin – Northrop Grumman, altre note holding del complesso militare-industriale USA. Secondo i costruttori, il nuovo sistema radar consentirà agli equipaggi di accrescere le capacità di analisi di vaste aree geografiche a lungo raggio per identificare eventuali minacce o gli obiettivi da colpire, riducendo invece la possibilità che i velivoli siano individuati dal “nemico”.

Un’altra importante commessa è stata annunciata a metà agosto dal Dipartimento della Difesa: 24 cacciabombardieri F-16 C/D Block 72 e relativi armamenti e sistemi radar e di controllo per un valore complessivo di 3 miliardi e 787 milioni di dollari (a produrli sarà ancora una volta Lockheed Martin). I caccia saranno consegnati al Marocco entro il 31 dicembre 2026 insieme a un’ampia dotazione di missili AIM-120C-7 “AMRAAM” e bombe GBU-12 “Paveway II” a guida laser e GBU-39/B. L’Aeronautica Militare marocchina aveva già ricevuto 24 cacciabombardieri F-16C/D nel biennio 2011-12; uno di essi è stato abbattuto durante le operazioni di guerra in Yemen sostenute a fianco della coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

cacciabombardieri F-16

Quattro mesi prima dell’accordo con Lockheed Martin (aprile 2020) Rabat aveva ottenuto da Washington l’autorizzazione ad armare gli F-16 con i missili anti-nave a guida radar AGM-84L “Harpoon” Block II del gruppo Boeing. I missili hanno un raggio d’azione di 100 km e possono montare testate di 227 kg. Il valore della commessa è di 62 milioni di dollari ed è prevista anche la fornitura dell’equipaggiamento di supporto, del personale addestrativo e dei contractor per l’assistenza tecnica e logistica.

“Il trasferimento al Marocco di questi missili rafforzerà la sicurezza del maggiore alleato non-NATO e che continua ad essere fondamentale per la stabilità politica e il progresso economico in Nord Africa”, ha dichiarato il Dipartimento di Stato. “L’Aeronautica marocchina intende utilizzare gli Harpoon sui caccia multi-ruolo F-16 per migliorare le capacità di difesa delle linee marittime critiche”.

Al Paese nord-africano giungeranno pure 25 veicoli terrestri corazzati da combattimento e recupero M88A2 “Hercules” prodotti da BAE Systems di York, Pennsylvania, più munizioni, apparecchiature radio e comunicazione GPS, cannoni M2 da 12.7 mm, lanciatori di granate, ecc.. Il Marocco è il secondo Stato africano dopo l’Egitto ad acquisire gli “Hercules” di BAE Systems.

M2 da 12.7 mm, lanciatori di granate, ecc.. Il Marocco è il secondo stato africano dopo l’Egitto ad acquisire gli “Hercules” di BAE Systems.

Nel 2016 l’esercito marocchino aveva acquistato negli Stati Uniti 222 carri armati “Abrams” di seconda mano, spendendo un miliardo di dollari. Altri 162 veicoli da guerra terrestri della stessa tipologia sono stati ordinati a fine 2018 per un costo stimato di 1 miliardo e 259 milioni di dollari. Gli “Abrams” sono attesi nei prossimi mesi; intanto il Comando US Africom di Stoccarda si è incaricato a fine maggio della consegna alle forze speciali dell’esercito di Rabat di 21 veicoli modello “Toyota Land Cruiser” (valore un milione di dollari). “Questo trasferimento segna il culmine della stretta cooperazione degli ultimi tre anni per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze speciali dell’Armata terrestre del Marocco, grazie ad un aiuto per 18 milioni di dollari”, riporta l’ufficio stampa di US Africom. “Le forze speciali marocchine hanno una lunga esperienza addestrativa con diverse unità delle forze speciali USA. La Guardia Nazionale dell’Utah ha stabilito con esse una stretta relazione a partire dalle esercitazioni effettuate nel 2017 e che proseguono annualmente nel poligono meridionale di Tifnit e in altre aree del Marocco”.

Antonio Mazzeo
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Mogadiscio e Beijing non gradiscono la nuova alleanza tra Somaliland e Taiwan

Africa ExPress
10 settembre 2020

Il Somaliland ha aperto una rappresentanza a Taiwan. Due Stati autonomi ma entrambi poco riconosciuti a livello internazionale.

Infatti il Somaliland, ex colonia britannica, ha dichiarato l’ indipendenza dalla Somalia nel 1991. E’ uscita così dalla sanguinosa guerra civile che ancora infuria in quella che una volta era la colonia italiana. Ma il suo governo non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale.

Somaliland apre ufficio di rappresentanza a Taiwan

Solamente 15 Paesi hanno legittimato Taiwan come Stato sovrano. La Cina considera lo Stato insulare come parte integrante del proprio territorio e a più riprese ha fatto sapere che potrebbe riprendersi questi territori anche con la forza e in qualsiasi momento.

Taiwan ha già aperto la propria rappresentanza nella ex colonia britannica lo scorso mese di agosto. Gli accordi bilaterali sono stati stipulati già all’inizio dell’anno, ma lo Stato insulare ha annunciato la notizia solamente a luglio per questioni strategiche, visto che il Somaliland confina con Gibuti, dove la Cina possiede una base militare megagalattica.


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Il Somaliland è alla ricerca di nuovi investitori in diversi settori, come pesca, turismo, estrazione mineraria, nonchè prospezione petrolifera.

Alla breve cerimonia di inaugurazione della rappresentanza del Somalinad a Taipei, la capitale dello Stato insulare, erano presenti il ministro degli Esteri di Taiwan, Joseph Wu e Mohamed Omar Hagi Mohamoud a capo della nuova missione della ex colonia britannica.

La nuova collaborazione tra i due Paesi non è gradita né dalla Somalia, tanto meno dalla Cina e entrambi hanno espresso forti perplessità circa questa nuova alleanza tra Somaliland e Taiwan

Africa ExPress
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Pechino rafforza la penetrazione in Africa: aperta la prima base militare a Gibuti

Mali: le sanzioni contro la Giunta restano in vigore e intanto i terroristi si scatenano

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 settembre 2020

I membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO) si sono riuniti a Niamey, la capitale del Niger il 7 settembre per la 57ma sessione ordinaria. Il primo punto sull’agenda è stato naturalmente la questione Mali. Alla fine del meeting i capi di Stato hanno deciso all’unanimità che:

Tutte le sanzioni in atto resteranno in vigore. Le frontiere dei Paesi membri dell’Organizzazione confinanti con il Mali resteranno chiuse e bloccati tutti gli scambi commerciali e finanziari, eccezion fatta per i beni di prima necessità e medicinali e materiale per la lotta contro Covid-19.

CEDEAO, Niamey

La giunta militare, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo), capeggiata da Assimi Goïta, che detiene il potere dal 18 agosto scorso, dovranno nominare entro il 15 settembre il presidente e il primo ministro del governo di transizione e entrambi non dovranno provenire dai ranghi militari. In poche parole, la CEDEAO ha messo un ultimato all’attuale uomo forte del Mali. I membri dell’Organizzazione non hanno nemmeno fatto un passo indietro sulla durata del governo di transizione: 12 mesi al massimo, non un giorno di più.

Le sanzioni pesano molto sulla già fragile economia del Paese, e, secondo la Banca mondiale i trasferimenti di fondi rappresentano il 7 per cento del PIL di Bamako, se non il 10, se si prendono in considerazione anche quelli clandestini. Per non parlare dei rapporti commerciali con le nazioni vicine, come la compra-vendita di bestiame e quant’altro.

Assimi Goïta, capo della giunta militare, Mali

Nel frattempo l’anziano ex presidente Keita ha lasciato il Paese. Domenica sera è volato a Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, per sottoporsi a cure mediche. Keita, molto provato fisicamente, è dimagrito e salito con fatica la rampa. La CEDEAO è garante per il ritorno a Bamako dell’ex presidente nel caso ciò si dovesse rendere necessario. E Serge Daniel ha puntualizzato nel suo articolo per la testata La Lettre Confidentielle du Mali: “Meglio essere precisi, Keita non potrà esimersi dall’obbligo di presentarsi davanti al tribunale, se convocato dai giudici”.

E mentre a Bamako si discute sul futuro del Paese, i terroristi si scatenano, approfittando del vuoto di potere.

Emmanuel Macron ha annunciato sabato la morte di due militari d’Oltralpe e di un terzo, gravemente ferito, dell’Operazione Barkhane (la Francia è presente in tutto il Sahel con 5.100 uomini) a Tessalit, nel nord del Mali. Il mezzo blindato sul quale viaggiavano i tre sfortunati, ha urtato un ordigno artigianale. Finora le autorità non hanno ancora comunicato i responsabili dell’attentato. Ma sembra che questo ennesimo atto criminale sia opera dei terroristi del “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin, JNIM).

 

Operazione Barkhane in Mali

Nelle settimane dopo il 18 agosto, giorno del golpe, i jihadisti non sono stati per nulla con le mani in mano. Anche l’esercito maliano ha subito pesanti perdite in tre diversi attacchi perpetrati da gruppi armati. L’ultimo risale a giovedì scorso vicino a Guiré, nel centro del Paese, a una cinquantina di chilometri dal confine con la Mauritania.

L’esercito maliano è mal equipaggiato. Sfruttati fino all’osso – spesso i soldati devono restare anche fino a nove mesi in campi in mezzo al deserto – sono alla mercé di continui attacchi di gruppi terroristi. E Kissima Gakou, professore universitario ed ex consigliere strategico del ministero della Difesa ha ricordato ai reporter di Agence France Presse che in occasione di una visita nel 2019 del Ministro in una delle basi, ha dovuto constatare che nell’accampamento non c’era nemmeno acqua per le truppe.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mali: nessun accordo tra Comunità economica dell’Africa occidentale e golpisti

Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

In Niger commissione svela: “Massacri a gogo delle forze di sicurezza”

Corrispondenza
Mauro Armanino
Niamey, 7 settembre 2020

Per presentare l’atteso rapporto sui massacri di civili hanno scelto l’hotel Radisson Blu di Niamey che si trova presso il Palazzo dei Congressi, non lontano dal fiume Niger adesso in piena.

Nell’edificio si trovano 189 camere disegnate in stile moderno e confortevole. Una notte costa 209 euro, cioè 137 mila franchi locali, con riduzioni secondo la stagioni, nel Paese in cui il salario minimo è di 30 mila franchi CFA.

Nella sala di conferenza del lussuoso albergo, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), ha reso pubblico l’esito delle indagini effettuate nell’ovest  del Paese, alla frontiera col Mali. La Commissione, autorità indipendente incaricata di proteggere i diritti umani nel Niger, ha sottolineato che i massacri sono stati perpetrati dalle Forze di Difesa e di Sicurezza. Tale versione contrasta con quanto affermato a suo tempo dai ministri della Difesa e degli Esteri. Almeno 71 persone sono state assassinate nel comune rurale di Inatès, zona nella quale, solamente quest’anno sono stai uccisi oltre 90 capi tradizionali, considerati dai gruppi armati terroristi come uno dei simboli dello Stato.

Hotel Radisson Blu, Niamey, Niger

Le popolazioni, in preda al panico, sono fuggite a migliaia e hanno scelto di rifugiarsi in luoghi ritenuti più sicuri. Una copia del rapporto completo di 500 pagine della Commissione è stato inviato anche al Presidente Mahamadou Issoufou e al presidente dell’Assemblea Nazionale. Sarà reso pubblico tra una settimana e l’amministrazione o gli autori messi in causa hanno un mese per rispondere alle conclusioni del fascicolo e potrebbero anche essere citati in giudizio.

La CNDH ha portato a termine un compito davvero difficile e delicato e per la prima volta hanno “ufficialmente” messo in dubbio l’operato delle Forze di Difesa. D’altronde altri giornalisti stranieri e un rapporto delle Nazioni Unite, avevano già accusato i militari maliani, burkinabè e nigerini di crimini contro i civili.

Il fatto che sia stata la CNDH del Niger a denunciare gli abusi è un fatto da non sotovalutare. La verità, bistrattata, tradita, confusa, travisata, coperta, manipolata, usata e ferita, riesce ancora ad emergere dalla sabbia dalla quale proviene e alla quale tornerà.

Esiste, com’è noto, una relazione del tutto particolare tra lei, la verità e la sabbia, scomoda, tenace, paziente, ostinata, cruda, sincera, adattabile e inevitabile. Di certo finirà così tra le due, che si intenderanno e come spesso succede, si metteranno d’accordo prima di arrivare al palazzo di Giustizia, anche’esso fatto di sabbia. Sabbia e verità stanno proprio bene assieme.

C’era stato un gran polverone mediatico, nella capitale, quando si era ‘scoperto’ un segreto da tutti conosciuto e non confessato. Nell’ambito degli acquisti per armi ed equipaggiamenti per la difesa, sono letteralmente scomparsi miliardi di franchi CFA.

Magari l’inchiesta andrà avanti, altri nomi eccellenti saliranno alla ribalta per qualche tempo e alcuni giuristi militanti prometteranno di portare l’inchiesta fino in fondo. Ma tutti, in fondo, sanno bene come finirà la storia, arrangiamenti e giustificazioni, errori imputabili al sistema dei contratti poco trasparenti, favoritismi di partito e amnistia.

La sabbia, un’altra volta, tornerà, sorniona e abituata agli scandali perpetui senza risoluzione se di mezzo ci stanno i grandi. Negli ingranaggi e nei mezzi di comunicazione che del potere vivono e dipendono, così come le decine di partiti satellite che ruotano attorno a chi si gestisce il potere.

Le prossime elezioni saranno anch’esse di sabbia, come il paziente lavoro per le carte biometriche che dovrebbero ridurre le possibilità di frode, come l’opposizione e la maggioranza perché uno ha bisogno dell’altro per perpetuarsi e come il terrorismo senza fine del Sahel. Solo e se le ‘sabbie’  e le “verità” di tutto il mondo si unissero  si darebbe un futuro differente. A Niamey, nel frattempo, si potrebbe cominciare con l’invito dei famigliari delle vittime nell’hotel Radisson Blu.

Mauro Armanino

Mani mozzate, atroci vendette: i crimini nel Congo Belga narrati da Arthur Conan Doyle

Speciale per Africa ExPress
Francesco Tripodi
7 settembre 2020

È un peccato abbia suscitato finora una scarsa attenzione la pubblicazione in Italia, dopo oltre cento anni dalla sua uscita in Inghilterra, avvenuta nel 1909, di un saggio scritto dal “padre” di Sherlock Holmes, Sir Arthur Conan Doyle, intitolato senza molti giri di parole “The crime of Congo” (Arthur Conan Doyle, Il crimine del Congo, a cura di Giuseppe Motta, ed. Bordeaux 2020, pp. 165 euro 14).

Conan Doyle

I fatti che il saggio descrive con la precisione di una moderna inchiesta giornalistica ed uno stile inconfondibile meritano invece di essere oggetto di una più estesa riflessione, offerta dalla densa prefazione dallo storico Giuseppe Motta. Si tratta di scoprire, più che riscoprire, uno dei casi più inquietanti di un “Olocausto” strisciante e dimenticato: soprattutto perché “africano”, ma anche per sminuire le responsabilità di quel monarca europeo che, secondo Conan Doyle, è, senza mezzi termini, l’autore del crimine: Leopoldo II, re del Belgio.

Il Congo Belga

Forse pochi oggi ricordano che la Repubblica Democratica del Congo – il cosiddetto Congo “belga”, indipendente dal 1960, denominato Zaire per volere del dittatore Mobutu dal 1971 al 1997, con un territorio estesissimo e ricco di materie prime – ha le sue strane radici fondative nelle concessioni che vennero fatte a favore di Leopoldo II del Belgio alla Conferenza di Berlino la quale, tra il 1884 ed il 1885, fu organizzata da Bismarck per definire principi e regole spartitorie del colonialismo europeo di fine Ottocento sul continente africano.

Mentre i pionieri dell’esplorazione dell’Africa (Stanley in primo luogo) tracciavano il solco di territori interni carichi di ricchezze naturali da raccogliere con alle spalle mecenati interessati nei Governi degli Stati che preparavano le rispettive zone di influenza, Leopoldo II del Belgio (il più attivo tra essi nel finanziare le missioni di Stanley), si pose alla ribalta della conferenza, propugnando quella che sembrava una posizione originale e per i tempi assai “liberale”: fare dei territori interni a cavallo del fiume Congo, nel suo ampio tratto navigabile risalendo dall’Atlantico fino all’odierna Kisangani, la Stanleyville di allora, un “possedimento” fiduciario della corona, che garantisse però la libertà del commercio e nella quale l’apparato amministrativo avesse come obiettivo primario quello di soddisfare le istanze di civilizzazione e progresso dei popoli africani.

 

Leopoldo II, re del Belgio

 

Questo spot di un Re filantropo e di un nascente mercato “buono” era avvalorato dalle origini “commerciali” e non militari della presenza belga in Africa se si pensa che Stanley su incarico del sovrano aveva percorso il fiume e stipulato oltre trecento “contratti” con capitribù locali per la costruzione di un sistema di stazioni lungo il fiume che facessero da collettori delle ricchezze della foresta.

Il petrolio congolese: il caucciù

Nasceva così, all’insegna di una smaccata ipocrisia giuridico-internazionale, lo “Stato libero del Congo”.
Conan Doyle individua subito infatti in questa retorica patrocinata da Leopoldo II la ragione più forte del suo successo e denuncia quello che in realtà, sotto la facciata, divenne un “domaine privée” in ogni senso del monarca. Leopoldo II ottenne infatti una delega in bianco per realizzare il frazionamento del territorio attraverso gigantesche concessioni commerciali a società prevalentemente belghe volte a “prendere” dal Congo il petrolio dell’epoca: la gomma naturale, quella che chiamammo in Italia il caucciù.

L’enorme richiesta di questa materia prima, con l’incipiente motorizzazione globale, vede competere dal 1890 in poi fameliche società commerciali a prevalenza belga che diventano di fatto la vera amministrazione coloniale, con esonero di responsabilità giuridica per lo Stato belga, mentre i singoli organi del fantomatico Stato “libero” erano in realtà funzionari che rispondevano direttamente al Re, il cui unico scopo sul posto era di imporre percentuali milionarie sui profitti del commercio.

Curiosamente – lo ricorda Marco Boccitto sul Manifesto del 12 luglio scorso – gli Stati Uniti, unici invitati non europei alla Conferenza di Berlino, furono i primi “ad aprire ufficialmente alla bizzarria dello Stato libero del Congo”, illusi o attratti da quell’idea del libero commercio antesignana della moderna globalizzazione, nonostante le riserve di altri Stati europei dal piglio coloniale attentamente statuale come l’Inghilterra.

Colonialismo predatorio

Certo, gli inglesi, superpotenza mondiale di quegli anni, non avevano forse le carte in regola per impartire lezioni di politica coloniale ad altri, ma Sir Arthur Conan Doyle mette in conto queste critiche, le affronta esplicitamente una per una, smontando quello che proprio lo indigna di più: “L’odioso pretesto di filantropia” posto a copertura di un colonialismo predatorio con pochi eguali.

Il saggio è un campionario angosciante di resoconti (diplomatici, missionari, viaggiatori) con fonti quindi variegate ed indipendenti che compongono il quadro stringente di una trama che l’autore di tanti gialli sta attento a separare dalle proprie caustiche opinioni. Il lettore ne resta inorridito.

Giuridicamente le uniche terre che restavano alle popolazioni locali erano quelle attigue ai villaggi, la foresta con gli alberi della gomma era territorio “vacante”, riserva delle compagnie, il lavoro forzato è imposto collettivamente e non è chiamato schiavitù perché presentato all’esterno come una “tassa” sulla civilizzazione ed ogni tanto compensato da una caraffa di sale.

Politica del terrore: massacri e mani mozzate

Ma non vi è alcun contratto di lavoro. Se non viene portata abbastanza gomma tutti gli abitanti del villaggio per una sistematica politica di terrore vengono massacrati e i vigilanti devono portare alla base, in mancanza di ceste sufficienti, le mani mozzate dai cadaveri, affumicate perché si conservino meglio.

Un’altra forma di punizione per chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti villaggi non riuscivano a onorare le richieste. Ai lavoratori vicini ai centri di smistamento sul fiume, il lavoro forzato e l’obbedienza sono imposte con punizioni corporali spaventose, frustate con un nerbo di pelle di ippopotamo (la chicotte) simile negli effetti al flagellum romano.

Come in un racconto di Hemingway, nulla dell’inchiesta di Conan Doyle è lasciato alla suggestione emotiva e tutto pesa sulla nuda forza dei fatti. Come quando lo scrittore segnala i ricavi astronomici delle società coloniali del Belgio legate a Leopoldo II e, come sottolinea Motta nella sua introduzione, la stretta relazione che era venuta a crearsi tra la produzione e il numero di cartucce utilizzate, testimoniata da varie corrispondenze tra l’Europa e le società del posto.

Gli italiani non ci stanno

Come la storia spesso ci mostra, anche allora non mancarono i giusti, i testimoni che non accettarono il ruolo di “utili idioti” del presunto progresso di Leopoldo II. E se molte sono le citazioni di diplomatici e viaggiatori britannici, ve ne è una che ci riguarda da vicino e ci sorprende. Ed è la scelta dell’Italia, che pure aveva inviato in Congo alcuni ufficiali in appoggio alla “missione” di Re Leopoldo, accarezzando l’idea di creare un avamposto commerciale e che riceve da un suo ufficiale notizie raggelanti sulla realtà dello sfruttamento dei popoli indigeni. Annota Conan Doyle che dinanzi al Parlamento italiano il 4 febbraio 1907 l’avvocato Augusto Santini si rallegrava che l’Italia non avesse messo i suoi soldati “…agli ordini di una associazione di schiavisti e barbari”.

Ambiguità della Chiesa

Addolora poi, e su esso si sofferma brevemente Conan Doyle, anche il silenzio “istituzionale” della Chiesa cattolica, pur impegnata con tanti missionari ad arginare sul campo, dove possibile, atrocità e soprusi, ma incapace di alzare la sua voce sugli affari di re e governi. Non è una novità, avverrà anche per il fascismo ed il nazismo. Furono soprattutto i missionari protestanti i più attivi a denunciare le atrocità commesse, ma senza successo, anche perché invisi al cattolicesimo belga e rappresentati quali interessati “competitors”. Ma non sono mancate alcune fulgide eccezioni all’interno della Chiesa, segnalate dall’autore, come l’opera di denuncia “La question congolaise” del padre gesuita Vermeersch, pubblicata con grande clamore a Bruxelles nel 1906.

Lo scopo dello scrittore inglese era eminentemente pratico, come dichiara espressamente. Conclude il libro con un appello a sostenere la campagna di opinione e denuncia. E non senza risultati. La Congo Reform Association (della quale fecero parte anche Mark Twain e Joseph Conrad che aveva scritto nel 1899 dopo un viaggio sul fiume Congo il celebre “Cuore di Tenebra”) riuscì a creare un movimento di opinione “globale” di tale forza, ricorda Motta, da costringere Leopoldo II ad istituire nel 1906 una commissione d’inchiesta la quale, per quanto “addomesticata” con funzionari di fiducia del Re, non potè esimersi dal confermare diversi episodi di atrocità.

Villaggi visitati negli anni precedenti e densamente popolati vengono trovati ridotti a poche ombre macilente di esseri umani impauriti dal solo apparire di un uomo bianco. Si affretta così la nazionalizzazione da parte del Belgio nel 1908 di questa ibrida entità coloniale, mezzo pubblica e mezzo privata, gabbia giuridica di due decenni di orrore. Ovviamente poco cambiò almeno inizialmente, ma si avviò un processo che pose termine a quel diffuso indiscriminato strumento di terrore alla base del lavoro forzato.

Nsala, con i resti della figlioletta

Il giudizio finale del saggio («il più grande crimine di tutta la storia, ancora più grave per essere stato commesso sotto un odioso pretesto di filantropia), leggendo il libro, non appare esagerato.

Una missionaria e fotografa inglese dell’epoca, Alice Seeley Harris, ci ha lasciato con numerose fotografie una testimonianza vivida di quello che avvenne, più forte di qualunque racconto. Una di esse del 1904 ritrae un uomo seduto all’ingresso della missione che fissa vicino due oggetti messi uno accanto all’altro su una stuoia: facendo attenzione, appaiono essere il piede e la mano di un bambino, tagliati. L’uomo nell’immagine, Nsala era arrivato alla missione della Harris portando un involto con i resti di sua figlia, una bambina di cinque anni. Era stata uccisa e smembrata come punizione, poiché il suo villaggio non era stato in grado di produrre la quantità di gomma richiesta dalle società di re Leopoldo.

Filippo, attuale re del Belgio

Nell’inviare al presidente del Congo-K i suoi saluti per le celebrazioni dei sessant’anni dell’indipendenza, nel giugno scorso, re Filippo del Belgio, ha espresso per la prima volta “rammarico” per gli “atti di violenza e crudeltà” e le “sofferenze” inflitte al Congo, definendoli come atti che “pesano ancora sulla nostra memoria collettiva”. Meglio tardi che mai.

Il discendente di Leopoldo II ha posto le premesse per rendere a quella bambina ed a milioni di persone un minimo di postuma giustizia, quella che il Congo di oggi, gigante in ginocchio, continua ad attendere. Purchè non resti anche questa retorica.

Francesco Tripodi

Malawi: topi al posto della carne per contrastare povertà e fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 settembre 2020

Topo arrosto, fritto, in tutto le salse, o come semplice spuntino tra un pasto e l’altro, una prelibatezza molto apprezzata nel passato dai malawiani delle zone rurali. Oggi la tradizione è ritornata alla ribalta, non come moda nutrizionale del momento, bensì per necessità.

Spiedini di topo per contrastare la fame

Il piccolo roditore è diventata anche fonte di guadagno per molti; sulla strada, lunga 320 chilometri, che collega Blantyre – situata nel sud, sulle sponde del fiume Shire – con la capitale Lilongwe, una decina di venditori ambulanti offrono spiedini di carne di topo ai viaggiatori.

RISTORANTE INFORMALE

E a metà del percorso tra le due città è stato costruito in quattro e quattr’otto un piccolo ristorante informale. Il proprietario ha spiegato che attualmente si cacciano i topi per necessità, per sopravvivere, come complemento alla dieta quotidiana e inoltre si cerca anche di guadagnare qualcosa. “Già prima della pandemia era difficile tirare avanti, ora è diventato ancora più complicato”, ha aggiunto.

Il Malawi è uno tra i Paesi più poveri del mondo: ha una popolazione di quasi dodici milioni di abitanti e oltre la metà vive sotto la soglia di povertà. L’economia è basata sostanzialmente sull’agricoltura. Non avendo sbocchi sul mare né infrastrutture adeguate, l’esportazione dei prodotti agricoli ha un costo piuttosto elevato.

CORRUZIONE PROVERBIALE

Le ricchezze del Paese sono in mano a un’élite ristretta e la corruzione della classe politica è proverbiale.
Come quasi in tutto il continente, le misure adottate dal governo di Lilongwe per contrastare Covid-19, hanno influito negativamente sulla già povera economia, per lo più informale e/o basata sull’agricoltura.

Finora il Malawi ha registrato 5.610 casi di coronavirus con 175 decessi. E, secondo un sondaggio effettuato da un sindacato locale, ora la disoccupazione è galoppante: 1.500 posti di lavoro in meno al giorno dall’inizio della pandemia e si stima che entro la fine dell’anno saranno non meno di 680.000. Previsioni a dir poco catastrofiche.

Il governo di Peter Mutharika, sconfitto alle ultime elezioni di maggio, aveva preparato un piano di finanziamento per la fetta della popolazione più disagiata. Il nuovo capo di Stato, Lazarus Chakwera, vincitore della seconda tornata elettorale che si è svolta nel giro di meno di un anno, in quanto la prima è stata annullata dalla Corte costituzionale per brogli, sta ancora elaborando il proprio progetto finanziario.

ANCHE IL DIVO MANGIA I SORCI

Anche Lucius Banda, un cantautore di successo in tutto il Malawi, ricorda che anche lui acchiappava i topi nel suo villaggio d’origine quando era piccolo. “Sin dall’età di tre anni, ci divertivamo andare a caccia dei piccoli roditori. I più pregiati sono ancora oggi quelli grigi, a coda corta, conosciuti dai buongustai con il nome di ‘kapuku’. Continuo a mangiarli, più che altro perché mi ricordano la mia infanzia”, ha raccontato Banda.

La consumazione di sorci come alternativa alla carne, inaccessibile per gran parte della popolazione a causa dell’elevato costo, è persino raccomandata dalle autorità sanitarie. “Sono una preziosa fonte di proteine”, ha fatto sapere Sylvester Kathumba, direttore nutrizionista del ministero della Sanità.

Mentre Duncan Maphwesesa, direttore di una ONG per la protezione ambientale, lamenta che la caccia ai piccoli roditori distrugge l’equilibrio dell’ecosistema. “Per individuare le tane e poter acchiappare un gran numero di topi, i residenti incendiano cespugli e le campagne, contribuendo così al riscaldamento climatico. Capiamo che anche i poveri devono mangiare, ma bisogna trovare metodi diversi per stanare i roditori”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Sudafrica, famoso ambientalista sbranato dalle sue due leonesse bianche

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 5 settembre 2020

Si chiamava Arthur “West” Mathewson, aveva 68 anni ed è stato ucciso dalle sue due leonesse bianche che aveva allevato da quando erano dei cuccioli. Si dice che erano state salvate a Polokwane dalla “canned lion hunting” un tipo di “caccia” dove i leoni da allevamento diventano bersaglio di ricchi cacciatori vigliacchi. Le aveva chiamate Demi e Tana.

Mathewson era conosciuto come “uncle West” (zio West) ed era un noto ambientalista. La tragedia è successa la settimana scorsa nella Lion Tree Top Lodge, la sua struttura di accoglienza per turisti, a Hoedspruit, vicino al Kruger Park.

Arthur Mathewson con le sue leonesse bianche (Courtesy www.rhinosaverz.org)
Arthur Mathewson (al centro) con le sue leonesse bianche (Courtesy www.rhinosaverz.org)

Il gioco trasformato in tragedia

Tutte le mattine, uncle West, faceva la sua passeggiata con le due leonesse. Secondo quanto raccontato ai media dalla nuora, Tehri Mathewson, Arthur aveva aperto il recinto alle 8.30. Durante la solita passeggiata aveva cominciato a giocare con loro ma era caduto per terra. Istintivamente i due grossi felini gli sono saltati addosso e lo hanno azzannato.

Tutto è successo sotto gli occhi di sua moglie, Gill, 65 anni, atterrita e impotente davanti alla terribile scena. Quando sono arrivati i soccorsi e la polizia, hanno solo potuto constatare il decesso dell’uomo a causa delle ferite riportate. La più grave a una gamba dove era stata recisa l’arteria.

“In un angolo della sua mente ha sempre saputo che era pericoloso interagire con gli animali selvatici – ha raccontato la nuora. Ma questa paura non lo ha fermato. Amava gli animali e amava Demi e Tana come se fossero sue figlie”. Le due leonesse sono state narcotizzate e trasferite in una riserva poco distante.

La famiglia Mathewson: “ha vissuto il suo sogno”

La famiglia ha dichiarato che trova conforto perché Arthur è morto “mentre viveva il suo sogno. Era nella natura, con le sue leonesse così vicine al suo cuore”. La famiglia Mathewson si è impegnata a garantire che le leonesse vengano liberate nel miglior ambiente a loro disposizione.

Il video per ricordare il prezioso lavoro di Arthur “West” Mathewson (Courtesy www.rhinosaverz.org)

Eppure, la coppia di felini, nel 2017, era riuscita a scappare dal recinto. Aveva attaccato e ferito un uomo che lavorava poco lontano, trasferito subito in ospedale. Arthur Mathewson lo visitava ogni giorno, dispiaciuto per il terribile incidente, ma contento per la sua veloce guarigione. Ma un giorno, arrivato al nosocomio, gli avevano detto che era morto. Non per le ferite delle leonesse.

Gli allevamenti di leoni in Sudafrica

Ora in tutto il Paese si è riaperto il dibattito su quanto sia etico e utile tenere in casa animali selvatici come animali domestici. Un dibattito che si lega anche agli scandalosi allevamenti sudafricani di leoni di cui abbiamo scritto in passato. Gli oltre 8.000 leoni che vengono allevati per essere venduti a pezzi nei mercati asiatici utilizzati nella medicina tradizionale di quei Paesi. O fatti ammazzare per decine di migliaia di dollari e dare un trofeo a finti cacciatori miliardari che devono mostrare il loro “coraggio” agli ospiti.

In Sudafrica sono circa 2.500 i leoni che vivono nel loro habitat naturale. Negli anni Quaranta, in tutta l’Africa, la popolazione di leoni era di 450 mila esemplari. Oggi ne rimangono tra i 20 e i 30 mila, minacciati quotidianamente dal bracconaggio.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

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Il “capitano coraggioso” Colaninno vende navi da guerra: l’ultima all’Algeria

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
3 settembre 2020

Nuovi affari per il complesso militare-industriale italiano in Algeria. A fine luglio, i cantieri navali Intermarine di Sarzana hanno consegnato un’unità cacciamine alla Marina militare algerina.  Lunga 52,5 metri e larga 10, la nave da guerra ha un dislocamento di 700 tonnellate circa e può raggiungere velocità massime fra i 13 e i 16 nodi. Oltre a finalità d’individuazione e neutralizzazione di mine navali, l’unità può essere utilizzata per vere e proprie attività di combattimento grazie all’imbarco di due sistemi multiruolo per l’attacco simultaneo di bersagli OTO Marlin WS con cannone da 30 mm e direzione del tiro prodotti da Leonardo-Finmeccanica S.p.A.. Leonardo ha fornito pure i sensori elettrottici per il controllo del tiro e i sistemi di comando, controllo e comunicazione. Alla realizzazione del cacciamine ha contribuito la società di ingegneria e progettazione Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., interamente controllata dalle holding a partecipazione statale Fincantieri e Leonardo.

Italia consegna cacciamine a Algeria

Nel giugno 2017 Intermarine aveva consegnato alle forze militari navali dell’Algeria un’unità con le stesse funzioni e caratteristiche di quella odierna, nell’ambito di un accordo sottoscritto a Parigi nel 2014 in occasione di Euronaval, la kermesse espositiva internazionale di imbarcazioni e sistemi d’armamento navale. Il cacciamine, con una capienza massima sino a 58 persone di equipaggio, era stato battezzato dalle autorità algerine con il nome di El-Kasseh 1. Inizialmente il contratto prevedeva la realizzazione di una sola unità da guerra, ma l’Algeria ha poi ordinato alla società ligure una seconda imbarcazione.

Intermarine S.p.A. è tra i leader mondiali nella progettazione, costruzione ed equipaggiamento di navi militari con requisiti operativi speciali come sono ad esempio i cacciamine. “A conferma della propria leadership internazionale in questo specifico settore delle navi per la difesa, Intermarine ha già realizzato 43 unità in nove diverse configurazioni, per le Marine Militari di otto Paesi”, riporta l’ufficio stampa del gruppo. Le classi dei cacciamine “Lerici” della Marina militare italiana e “Osprey” di US Navy sono state varate dai cantieri di Intermarine; altre unità da guerra (pattugliatori veloci, navi logistiche e trasporto, ecc.) sono state vendute alle marine da guerra di Australia, Finlandia, Malesia, Nigeria, Taiwan e Thailandia.

Dal 2004 Intermarine è interamente controllata dal gruppo Immsi S.p.A.,  holding finanziaria-industriale italiana controllata dalla famiglia Colaninno. Nel gennaio 2013 la società ha assunto il controllo della Rodriquez Cantieri Navali S.p.A. di Messina, storica azienda produttrice di aliscafi a uso militare e civile. Attualmente Intermarine ha sede legale a Sarzana, in provincia di La Spezia, dove sono presenti pure i maggiori impianti produttivi. A Messina l’azienda del gruppo Colaninno ha mantenuto operativo un cantiere navale specializzato nella progettazione e produzione di navi veloci in alluminio e acciaio di dimensioni minori. La società controlla pure un cantiere navale a Rio de Janeiro (Brasile).

Presidente del consiglio d’amministrazione di Intermarine è Livio Corghi, anche direttore di RCN Finanziaria S.p.A., altra compagnia della famiglia Colaninno. Nel management della società di Sarzana compare poi Maurizio Bertacchini, già manager negli Stati Uniti del programma di allestimento dei cacciamine “Osprey” destinati a US Navy, e Aldo Stile, già contract manager di Alenia Marconi Systems e Selex Sistemi Integrati, due società del gruppo Finmeccanica.

Con la principale holding del comparto militare-finanziario-industriale italiano, Intermarine ha una lunga e consolidata partnership. Lo scorso 18 giugno i vertici di Intermarine e Leonardo-Finmeccanica hanno reso noto di aver sottoscritto un “accordo strategico di ricerca e sviluppo” di tecnologie funzionali alla realizzazione di prodotti e di collaborazione commerciale nel mercato navale militare e para-militare. “Il lavoro congiunto nei diversi settori specialistici rafforzerà ulteriormente la partecipazione ai programmi di nuova generazione e di rinnovo delle flotte di navi cacciamine, di pattugliatori veloci e di navi idrografiche”, riporta la nota dell’ufficio stampa di Intermarine.

Più specificatamente i centri di ricerca e gli stabilimenti produttivi delle due società potenzieranno insieme gli investimenti in robotica, tecnologia unmanned (droni marittimi e subacquei, ecc.) e ingegneria navale, “aspetti sostanziali e necessari alla produzione di unità multiruolo sia costiere che di altura in grado di soddisfare gli sfidanti profili di missione richiesti per la lotta alle mine e per un controllo efficace del mare”. A far gola a Intermarine e Leonardo i mercati di Africa e Medio Oriente, aree geografiche perennemente al centro di sanguinosi conflitti.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com