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Nigeria: vietato il matrimonio per i discendenti degli schiavi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 settembre 2020

Due fidanzati si sono suicidati un paio di settimana fa in Nigeria perchè i genitori avevano posto il veto sul matrimonio, in quanto uno di loro era discendente di schiavi.

Due giovani fidanzati igbo si sono suicidati

Sembra rileggere la tragedia shakespeariane “Romeo e Giulietta”, con la differenza che lo scenario non è Verona, bensì la Nigeria e non siamo nel quattordicesimo secolo (anche se l’opera fu scritta negli anni 1594-1596) ma nel 2020. Questa volta il dramma si è consumato a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia, a Okija, Anambra state, nel sud-est della ex colonia britannica.

Nel 1900 la Gran Bretagna aveva abolito la schiavitù in tutto il Paese, eppure presso l’etnia igbo i pronipoti degli ex schiavi portano ancora “il marchio” dei loro avi e la cultura locale vieta loro di sposarsi con coloro nati liberi.

Gli Igbo costituiscono un importante gruppo etnico africano. In Nigeria rappresentano circa il 17 per cento della popolazione e sono presenti soprattutto negli stati Anambra, Abia, Imo, Ebonyi, Enugu, Delta, Rivers. Questa etnia ha praticato la schiavitù ben prima della colonizzazione; la richiesta di schiavi è comunque aumentata nel sedicesimo secolo con la tratta atlantica e la società degli igbo era divisa in tre categorie di persone: diala, ohu e osu.

Badagry, Nigeria, il punto di non ritorno, dove gli africani catturati partivano per le Americhe

I primi erano i cosiddetti “nati liberi e godevano di tutti privilegi, erano considerati “veri esseri umani“. Gli ohu, invece, erano prigionieri, catturati in altre zone, oppure erano persone ridotte in schiavitù perchè nell’impossibilità di onorare debiti o come punizione per crimini commessi. I diala li tenevano in casa come servi, oppure li vendevano a mercanti bianchi, occasionalmente erano le vittime di omicidi rituali durante cerimonie religiose oppure venivano sotterrati vivi insieme al padrone durante l’onoranza funebre.

Gli osu, invece, erano proprietà di divinità tradizionali. Se un diala implorava una grazia, come la nascita di un figlio maschio o protezione da un’epidemia, l’auspicio di un buon raccolto, offriva uno schiavo o un membro della famiglia a un dio. Anche un criminale, per scappare da una pesante condanna, poteva rifugiarsi in uno di questi luoghi di culto e offrire se stesso a una divinità, diventando così un osu. Questa casta era costretta a vivere in disparte e a occuparsi della manutenzione del santuario. I contatti con le comunità vicine erano rare, erano condannati a essere un tabù per l’eternità e così i loro figli.

Igboland, Nigeria

I discendenti degli ohu e osu spesso non possono nemmeno aprire bocca ancora oggi durante assemblee comunitarie, tanto meno sposarsi con un diala. A poco è servita l’entrata in vigore di una legge nel lontano 1956, volta a abolire le caste. E Anthony Obinna, arcivescovo cattolico di Owerri, capoluogo dell’Imo state, che combatte da anni questo sistema, ha precisato: “Normative e leggi non sono sufficienti per abolire consuetudini primordiali”.

Il sistema delle caste è ancora presente in tutto il sud-est del Paese, specie nei piccoli centri, dove le discendenze dei componenti delle comunità locali vengono tramandate di padre in figlio. Molti pronipoti di ex schiavi hanno studiato e, a volte con fatica, hanno conquistato posizioni di rilievo anche nell’apparato statale o all’estero, hanno raggiunto stabilità e benessere economico, eppure nel loro villaggio di origine sono rimasti osu o ohu.

Si stima che oggi un 10 – 20 per cento degli igbo (alcuni milioni di nigeriani) subiscano ancora discriminazioni riconducibili al passato dei loro avi. Oge Maduagwu, fondatrice della ONG Ifetacsious (acronimo inglese per Initiative for the Eradication of Traditional and Cultural Stigmatisation in our Society) e attivista in prima linea per sradicare le ingiustizie ancestrali, ha viaggiato per diversi anni nel Igboland, cercando di spiegare e convincere i membri delle comunità locali di estendere gli stessi diritti a tutta la popolazione.

Oggi i pronipoti degli schiavi chiedono con insistenza la parità dei diritti nel loro Paese. E la Madagwu ha sottolineato a questo proposito: “Le sofferenze e le discriminazioni degli afroamericani sono le stesse che subiscono i discendenti degli schiavi in una parte della Nigeria. Se non si capisce questo, è inutile che i diala alzino la voce contro gli statunitensi bianchi, unendosi al coro di “Black Lives Matter”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

 

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Quando l’inferno è sulla Terra: schiavi ed ex schiavi della Mauritania si raccontano

 

Senegal: Lamine Diack, tramonta in carcere la stella del padre dell’atletica mondiale

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
20 settembre 2020

Vecchio, decaduto, condannato: sta per tramontare in una prigione parigina la stella di Lamine Diack, il senegalese padre dell’atletica mondiale. Nel mentre uno dei suoi 15 figli, Papa Massata Diack, ugualmente condannato, se ne sta libero a Dakar a curar l’allevamento di galline e prodotti ortofrutticoli e a minacciare “una battaglia legale a tutti i livelli per lavare l’onore del presidente”.

La svolta nella vita e nell’onore di Lamine Diack, 87 anni, presidente della Federazione internazionale di Atletica (Iaaf) dal 1999 al 2015, è avvenuta il 16 settembre scorso, mercoledì.

Lamine Diack

Quel giorno il Tribunale di Parigi, presieduto dal giudice Marie-Rose Hunault, al termine di un processo iniziatosi in giugno e di un’inchiesta partita 5 anni fa (ne abbiamo scritto a febbraio), ha inflitto all’ex onnipotente patron dell’atletica mondiale, 4 anni di carcere, di cui 2 con la condizionale, e un’ammenda di 500 mila euro.

Al figlio, 57 anni, consulente marketing della Iaaf, che da sempre si rifiuta di andare in Francia e di comparire davanti alla Corte transalpina, è andata peggio: 5 anni di galera senza condizionale e un milione di euro di ammenda. Oltre alla reiterazione di un mandato di cattura internazionale.

Le accuse? “Corruzione attiva e passiva”, “abuso di fiducia”, “riciclaggio”. In pratica di essere stati al centro di un colossale rete di corruzione che mirava a rinviare le sanzioni contro 23 atleti russi sospettati di essere dopati. Alcuni di questi atleti avevano conquistato perfino medaglie d’oro ai XXX giochi olimpici di Londra, nel 2012.

Padre e figlio, poi, sono stati condannati a risarcire la World Athletics (il nome attuale della Iaaf) di 5,2 milioni di euro per essersi indebitamente appropriati di sostanziose somme di danaro sui contratti degli sponsor con la Federazione di Atletica.

Assieme ai due esponenti senegalesi, erano finiti sotto processo altri quattro protagonisti del clamoroso scandalo che ha scosso quel settore del mondo sportivo internazionale: Gabriele Dollè, 78 anni, ex responsabile dell’antidoping della Federazione (2 anni con la condizionale e 140 mila euro di ammenda); l’avvocato Habib Cissè, consigliere giuridico di Lamin Diack (3 anni con la condizionale, 100 000 euro d’ammenda, obbligo del braccialetto elettronico per 12 mesi); Valentin Balakhnitchev, ex presidente della federazione nazionale russa di Atletica (3 anni) e l’ex allenatore Alexeï Melnikov (2 anni).

La sentenza di Parigi ha suscitato in Senegal profonde, vaste sensazioni ed emozioni. I Diack sono “pezzi grossi” dell’establishment. Tanto per dire: il grande vecchio era accusato anche di aver utilizzato le tangenti russe per finanziare la campagna presidenziale dell’attuale capo di Stato, Macky Sall, 58 anni, durante le elezioni del 2012, oppositore del presidente uscente Abdoulaye Wade, oggi 94 anni.

Papa Massata Diack, figlio dell’ex presidente della IAAF

Il primo a scatenarsi è stato, doverosamente, l’avvocato difensore. Il legale Simon Ndyaie – come ha pubblicato il sito Dakaractu.com il 18 settembre – ha dichiarato :”Questa sentenza è ingiusta e disumana perché ha negato a Lamine anche gli arresti domiciliari. Si è servita di Lamine come capro espiatorio. Non ha tenuto in considerazione nessun elemento portato dalla difesa, ma si è appiattita sulla pubblica accusa. La giustizia ha voluto fare della morale non del diritto. E’ un fatto pericoloso. Ricorriamo subito in appello”.

Ancor più pesante il commento del figlio Papa Massata, irrefrenabile alla vigilia e dopo il verdetto di colpevolezza:”Siamo vittime di un complotto anglosassone e di fronte alla più grande falsità della storia sportiva mondiale. Mi batterò a tutti i livelli e con tutte le mie forze per restituire l’onore a mio padre”.

Qualche dubbio sul processo celebrato in Francia viene comunque avanzato anche da da altri. Ad esempio Wahany Sambou di Africanews, in Senegal ha scritto: “Ciò che possiamo evincere da questa sentenza è che a molti senegalesi resta l’amaro in bocca. Tutti oggi si chiedono il perché di due pesi e due misure se si pensa ai casi di Sepp Blatter e di Michel Platini a livello di federazione calcistica mondiale. Perché il sistema giudiziario europeo non li ha ancora processati per corruzione?”. (In effetti i due dirigenti calcistici sono stati squalificati dal Comitato etico della Federazione mondiale, ma non giudicati da un tribunale).

Purtroppo, comunque, il compito del figlio si presenta improbo: lo stesso genitore ha ammesso i collegamenti finanziari con una banca e una televisione russe. E non è finita: il papà e Papa sono ancora sotto inchiesta da parte della giustizia francese perché sospettati di corruzione anche nell’assegnazione delle Olimpiadi del 2016 e del 2020.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

La vita di Lamine Diack riflette le quattro fasi del salto in lungo

Accusati di coprire casi di doping: sotto accusa dirigenti senegalesi dell’atletica

Nuovo atto della collaborazione Italia-Qatar: pronta in consegna nave militare

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
19 settembre 2020

Varo tecnico negli stabilimenti navali del Muggiano (La Spezia) del primo pattugliatore “Offshore Patrol Vessel (OPV)” commissionato dalla Marina militare del Qatar alla holding a capitale pubblico Fincantieri S.p.A.. Alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini e del ministro di Stato per gli Affari della Difesa del Qatar Khalid bin Mohammad al Attiyah, il presidente di Fincantieri Giampiero Massolo e l’amministratore delegato Giuseppe Bono hanno ufficialmente presentato l’unità della classe“Musherib” che sarà consegnata al Qatar entro il 2022. Alla cerimonia hanno partecipato pure i Capi di Stato maggiore delle Marine di Italia e Qatar, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragon e il generale Abdulla Hassan Al Suleiti.

L’OPV “Musherib” sarà un’unità altamente flessibile con capacità di assolvere a molteplici compiti che vanno dal pattugliamento, al ruolo di nave combattente. Ha una lunghezza di circa 63 metri, una larghezza di 9,2 metri, una velocità massima di 30 nodi, e potrà ospitare a bordo 38 persone di equipaggio.

Offshore Patrol Vessel (OPV)

Il varo nei cantieri navali del Muggiano rientra nell’ambito della commessa del valore di 4 miliardi di euro circa, che prevede la fornitura all’emirato di sette navi di superficie di nuova generazione, di cui quattro corvette, una nave anfibia e due pattugliatori, più relativi sevizi di supporto per dieci anni. Il contratto è stato firmato nel 2016, nel quadro di un più ampio accordo militare-industriale tra i governi di Italia e Qatar. Per le corvette della nuova classe “Doha” è stata già varata la prima unità, sono state impostate la seconda e la terza e in occasione del varo del pattugliatore OPV è avvenuto il taglio lamiera della quarta, battezzata “Sumaysimah”. Con un dislocamento di 3.250 tonnellate, una lunghezza di 107 metri e una velocità massima di 28 nodi, le corvette imbarcheranno 112 marinai e un elicottero pesante multiruolo NFH90 prodotto dal consorzio europeo NH Industries in cui è presente l’italiana Leonardo-Finmeccanica. Anche queste unità saranno in grado di assolvere in mare molteplici compiti bellici.

La nave anfibia d’assalto LPD avrà un dislocamento di 8.800 tonnellate, 143 metri di lunghezza e una velocità di 20 nodi e sarà in grado di ospitare sino a 550 marines e due elicotteri NFH 90. I sistemi radar, da combattimento e missilistici di tutte le unità destinate al Qatar sono progettati e prodotti da aziende controllate dalla holding Leonardo-Finmeccanica e da Elettronica S.p.A, altra importante società italiana del comparto militare.

Nelle ore antecedenti al varo della nuova unità da guerra, i due ministri della difesa si sono trattenuti in un lungo colloquio sulle odierne e future collaborazioni politico-militari e industriali tra Italia e Qatar. “La cooperazione bilaterale nel settore della Difesa è molto forte già da diversi anni e il varo di oggi lo dimostra”, ha dichiarato il ministro Lorenzo Guerini. “Fincantieri si conferma azienda di massimo livello, una realtà a crescente vocazione globale, che si è recentemente aggiudicata anche la gara per la costruzione delle Fregate di nuova generazione per la US Navy e che da sempre è partner imprescindibile della Marina Militare italiana”.

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“Mi auguro che ci sia da parte del Qatar piena soddisfazione per questo prodotto di una eccellenza nazionale come Fincantieri”, ha aggiunto Guarini. “Aldilà dell’importante aspetto industriale dell’odierno evento, si tratta di un passo essenziale nell’ambito del partenariato strategico tra Qatar ed Italia, che partendo dal contratto navale, ha visto in questi anni accrescere in maniera esponenziale le relazioni tra le nostre Forze Armate con lo sviluppo di importanti collaborazioni anche nel campo terrestre e aeronautico”.

Nel corso del vertice i due rappresentanti di governo si sono confrontati anche su importanti temi regionali e sui più recenti sviluppi in Nord Africa e Medio Oriente, con particolare attenzione alla Libia, paese che vede schierate le forze armate di Italia e Qatar a fianco del Governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Serraj.“Il Ministro Guerini ha inoltre rimarcato le linee dell’impegno italiano in Libano, Iraq, Afghanistan, esprimendo apprezzamento per l’importante contributo assicurato dal Qatar all’avvio degli storici colloqui di pace intra-afghani in corso a Doha”, riporta l’ufficio stampa del Ministero della Difesa.

Nell’ambito della strategia di penetrazione e sviluppo dei propri affari nel conflittuale scenario mediorientale, Fincantieri S.p.A. aveva costituito a Doha la controllata Fincantieri Services Middle East, quale fulcro di tutte le attività di servizi e di post vendita sulle navi militari del Gruppo in Qatar, come aveva spiegato l’Ad Giuseppe Bono. E’ stata questa management company a sottoscrivere gli accordi con le autorità qatarine per la maxi-commessa del 2016 e per la gestione di un’ampia gamma di interventi, sia per le piattaforme navali che per i sistemi di combattimento: fornitura di servizi logistici, attività di training, corsi di lingua, supporti manutentivi, ecc..

Il 24 gennaio 2020 Fincantieri e la finanziaria Barzan Holdings (interamante controllata dal Ministero della difesa del Qatar) hanno sottoscritto un Memorandum of Understanding per “accrescere la partnership attraverso la valutazione e gli studi di nuove tecnologie e capacità in vista dell’acquisizione di nuove unità navali all’avanguardia”. Grazie all’accordo, Fincantieri spera di vedersi assegnate dalla Marina militare del Qatar anche le attività di progettazione, costruzione e gestione di nuove infrastrutture navali e alcuni sottomarini.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Dossier Silvia/Il Qatar si prende l’uranio e paga il riscatto che servirà a costruire grattacieli in Occidente

 

Ragazzino in galera per blasfemia in Nigeria: il Paese investito da onda di stupri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 settembre 2020

Un ragazzino è stato condannato a dieci anni di galera e allo svolgimento di lavori umili. Omar Farouk, residente nello stato di Kano, situato nel centro-nord della Nigeria è stato ritenuto colpevole di blasfemia il 10 agosto scorso.

L’agghiacciante sentenza è stata emessa da un Tribunale della Sharia, adottata in 12 stati della federazione nigeriana, tra questi anche Kano. E, secondo quanto è emerso, il ragazzo è stato condannato perchè chiacchierando con alcuni amici, avrebbe usato un “linguaggio scurrile” riferendosi a Allah.

Immagini da un carcere nigeriano

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Diritti dei bambini (UNICEF), si è opposta alla pena inflitta al giovanissimo di soli 13 anni, in quanto in netto contrasto con i diritti fondamentali e della protezione dell’infanzia sancite dalla leggi nigeriane e ha inoltrato un ricorso alle autorità di Abuja. Dal canto suo il governo dello Stato di Kano ha già fatto sapere a Peter Hawkins, rappresentante di UNICEF nell’ex colonia britannica, che non intende interferire in nessun modo nella sentenza emessa dal Tribunale della Sharia.

Il dramma del ragazzo è stato scoperto per caso da Kola Alapinni, avvocato di Yahaya Sharif-Aminu, un cantante di 22 anni, anche lui ritenuto blasfemo contro il profeta dell’Islam e sul quale pende ora una condanna a morte per impiccagione. Il processo del piccolo Farouk è stato celebrato lo stesso giorno di quello di Aminu e la pena è stata emessa  per entrambi dallo stesso giudice della Corte suprema della Sharia di Kano. Contro la sentenza dell’artista è intervenuta Amnesty international già il 13 agosto, sollecitando il rilascio immediato di Aminu e definendo la vicenda come “una parodia della giustizia”.

Ora Kola Alapinni ha depositato un ricorso il 7 settembre scorso a nome del ragazzino. La blasfemia non è riconosciuta come reato dalla legge nigeriana e dunque una condanna in tal senso è incompatibile con la Costituzione. La mamma del ragazzo è disperata, è dovuta persino scappare da casa sua e cercare rifugio in un’altra città, perchè subito dopo l’arresto di Omar la folla ha preso d’assalto la loro abitazione. “Qui tutti sono terrorizzati, nessuna osa parlare, hanno paura di ripercussioni”, ha aggiunto l’avvocato.

Nello stato di Kaduna, anch’esso situato nel centro-nord, invece, è stata appena approvata una nuova legge volta a proteggere i minori dalle violenze sessuali. Il governatore, Nasir El Rufai, tramite il suo portavoce ha fatto sapere che i condannati per tali abusi saranno castrati e sentenziati alla pena capitale. Le nuove norme sono state approvate dal parlamento di Kaduna dopo settimane di proteste da parte di organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne. Solo da gennaio a maggio sono stati denunciati oltre 800 casi di violenze sessuali su minori e donne.

Secondo l’UNICEF una donna su 4 subisce abusi prima del compimento dei 18 anni, malgrado le leggi già esistenti a livello nazionale contro tali crimini. Il numero delle giovani che hanno subito violenze è sicuramente molto più elevato, spesso evitano di denunciare i criminali sia per paura di ripercussioni, sia per la scarsa fiducia nel sistema giudiziario nigeriano. Nel 2019 sono state presentate 409 denunce, ma solamente 34 presunti violentatori sono stati arrestati.

Il caso della ventiduenne studentessa Uwaila Omozuwa, bastonata a morte dopo essere stata stuprata in una chiesa locale, ha scosso la nazione intera. L’ondata di tali crimini è in continuo aumento in tutta la nazione e per arginare il fenomeno, 11mila persone hanno già firmato una petizione affinchè il governo dichiari lo stato di emergenza per violenza sessuale su tutto il territorio nazionale.

Finora solamente Kaduna ha reagito all’escalation di tali brutalità. Il nuovo codice penale verrà applicato a coloro ritenuti colpevoli di abusi sessuali su minori sotto i 14 anni e prevede la castrazione e la condanna a morte per gli uomini, mentre le donne saranno sottoposte a salpingectomia – intervento chirurgico per la rimozione delle tube di Falloppio – prima dell’esecuzione della pena capitale. La condanna a morte non sarà applicata per i criminali condannati per stupro su maggiori di 14 anni, resta invece in vigore la castrazione e la rimozione delle tube.

Anche i minori condannati per tali crimini dovranno scontare pene non meglio specificate e anche loro saranno inseriti nel pubblico registro degli stupratori, istituito nel 2019.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 settembre 2020

Prima bastonata e poi ammazzata a colpi di Kalashnikov delle Forze armate mozambicane (FADM). È la tragica fine di una donna, anonima, incrociata da uomini in uniforme sulla strada R698 a Cabo Delgado, provicia settentrionale del Mozambico.

Due minuti di video che fanno inorridire

Il video, inviato ad Africa ExPress da una nostra fonte mozambicana, testimonia la terribile morte in diretta della povera donna. Meno di due minuti – brutali – che fanno inorridire.  Esempio di una violenza gratuita e una ferocia inimmaginabile e inaccettabile. È la fotografia di ciò che sta succedendo a Cabo Delgado.

Alcuni uomini in uniforme e mitra vedono la donna nuda. È sola. Le urlano contro e uno di loro le impone di fermarsi. Lei ha paura – chi non l’avrebbe? – è confusa. Allunga il passo lungo il bordo di una strada. Probabilmente è in fuga dagli scontro tra jihadisti e Forze armate mozambicane. Uno dei militari con uno zaino rosso e un bastone corre verso di lei e la raggiunge dandole una bastonata.

La donna cerca disperatamente di proteggersi con le braccia ma arrivano altri colpi sul viso, sulla testa, sulla pancia, dappertutto. Lei si sposta dal selciato per allontanarsi dal “branco” ma il militare continua a bastonarla mentre altri uomini si avvicinano urlandole contro. Se ne contano quattro e un quinto filma. Uno dice: “È una di al-Shebab”, riferendosi ai jihadisti che infuriano a Cabo Delgado.

Fotogramma del video. Militari delle FADM sparano alla donna sulla strada
Fotogramma del video. Militari delle FADM sparano alla donna sulla strada

L’esecuzione a freddo della donna

Poi uno sparo a distanza ravvicinata di Kalashnikov. Gli altri, come esaltati da chi ha sparato per primo, lo imitano. La vittima cade senza vita sul selciato. Scaricano i mitra Kalashnikov MK-47 e MPK sul suo povero corpo esanime. Per 36 volte. Uno dei militari urla: “È una puttana”. Si sente dire: “Basta”, ma gli spari continuano. Un altro dice: “Fatto. Abbiamo ammazzato una di al-Shebab”. E mentre tornano indietro il filmato mostra almeno una dozzina di militari. Uno di questi, in primo piano, fa la “V” di “vittoria” con le dita. Come se si possa chiamare così un vile atto di questo genere.

Il video sta circolando sui social mozambicani destando orrore, disgusto, rabbia, turbamento, tra l’opinione pubblica e la società civile. Il ministero della Difesa mozambicano ha definito “orribili” le immagini del filmato e ha smentito che possano essere militari delle Forze armate.

Le indagini di Amnesty confermano: sono militari FADM

Pare difficile però davanti alle analisi del Crisis Evidence Lab (Laboratorio di evidenza delle crisi) di Amnesty International. Secondo l’inchiesta i soldati indossavano l’uniforme delle FADM. La relazione dell’ong conferma che un militare ha la caratteristica mostrina gialla e nera sulla spalla, come si vede nell’immagine di Amnesty. Inoltre, la maggior parte dei soldati indossa l’uniforme completa, escluso l’artigliere con il PKM con la maglietta rossa al posto di quella mimetica standard.

Immagine della ricostruzione del Crisis Evidence Lab di Amnesty International. Il luogo dell'uccisione della donna e di un militare delle FADM (Courtesy Amnesty International)
Immagine della ricostruzione del Crisis Evidence Lab di Amnesty International. Il luogo dell’uccisione della donna e un militare delle FADM (Courtesy Amnesty International)

I soldati parlano tutti portoghese, lingua ufficiale del Mozambico e quindi delle sue Forze armate. Grazie all’analisi del filmato, Amnesty ha individuato anche il luogo dell’esecuzione della donna: Awassa, Cabo Delgado, poco distante da Mocimboa da Praia, luogo eletto dell’occupazione jihadista. E ne mostra anche una mappa satellitare.

Il video sui social

Il video è apparso per la prima volta sui social media il 14 settembre. Ma secondo fonti di Amnesty International, “è stato condiviso dagli smartphone il 7 settembre, il giorno in cui è stato probabilmente girato”. Data che coincide con l’operazione militare del governo per “ripulire”  le aree di Awasse e Diaca dai jihadisti. Quindi conferma la presenza dei militari FADM sul posto in quel momento.

Mappa satellitare della ricostruzione fatta dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International. Il luogo dell'esecuzione a freddo della donna da parte delle FADM (Courtesy Amnesty International)
Mappa satellitare della ricostruzione fatta dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International. Il luogo dell’esecuzione a freddo della donna da parte delle FADM (Courtesy Amnesty International)

Amnesty aveva già denunciato la violazione dei diritti umani

La settimana scorsa Amnesty aveva pubblicato un rapporto sulla situazione nella provincia di Cabo Delgado, negato dal governo di Maputo. Nella relazione ha denunciato il tentativo di decapitazione, tortura e altri maltrattamenti di prigionieri e lo smembramento di presunti combattenti dell’opposizione. Ma anche maltrattamenti alla popolazione che spesso viene considerata fiancheggiatrice dei jihadisti.

La violenza jihadista di al Sunna wa-Jama – chiamati dalla popolazione al-Shebab – è iniziata nell’ottobre 2017. Secondo ACLED i jihadisti hanno ucciso oltre 1.300 persone e causato tra 250 mila e 368 mila sfollati. A Cabo Delgado ormai si tratta di guerra. Una guerra che le Forze armate mozambicane non riescono a fermare nemmeno con l’appoggio aereo dei mercenari del Dyck Advisory Group.

Ramiro Moises Machatine, militare delle FADM che ha girato il video dell'esecuzione della donna
Ramiro Moises Machatine, militare delle FADM che ha girato il video dell’esecuzione della donna

Intanto, il giovane militare che fa la “V”di “vittoria” con la mano dopo l’omicidio della donna è deceduto. Si chiamava Ramiro Moises Machatine ed è lui l’autore del video che ha messo sotto accusa le Forze armate e il ministero della Difesa del Mozambico. I media mozambicani parlano di omicidio. Ne riparleremo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Mozambico, governo nega rapporto di Amnesty: nessuna tortura a Cabo Delgado

 

 

Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

 

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Mozambico: attacco jihadista, decapitati 20 militari mozambicani e 7 mercenari russi

Cabo Delgado, Mozambican Soldiers kill Woman: after the Beating, Machine-gunned 36 times

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Special for Africa ExPress
Sandro Pintus
September 17th, 2020

First beaten and then killed by Kalashnikov of the Mozambican Armed Forces (FADM). It is the tragic end of a woman, anonymous, crossed by men in uniform on the R698 road in Cabo Delgado, northern province of Mozambique.

Two Minutes of Horrifying Video

The video, sent to Africa ExPress from one of our Mozambican sources, bears witness to the terrible death of the poor woman live. Less than two minutes – brutal – that are horrifying. An example of gratuitous violence and unimaginable and unacceptable ferocity. This is the photograph of what is happening in Cabo Delgado.

Some men in uniforms and machine guns see the woman naked. She is alone. They yell at her and one of them forces her to stop. She is afraid – who wouldn’t be? – she is confused. She stretches her step along the edge of a road. She is probably fleeing the clash between jihadists and the Mozambican armed forces. One of the soldiers with a red backpack and a stick runs towards her and reaches her with a thrashing.

The woman tries desperately to protect herself with her arms but more blows arrive on her face, on her head, on her belly, everywhere. She moves off the pavement to get away from the “herd” but the soldier keeps beating her while other men approach her screaming at her. There are four of them and a fifth film. One says: “She is one of al-Shebab”, referring to the jihadists raging in Cabo Delgado.

Fotogramma del video. Militari delle FADM sparano alla donna sulla strada

The cold execution of the woman

Then a close-range shot of Kalashnikov. The others, as if exalted by the first shooter, imitate him. The victim falls lifelessly onto the pavement. Unloading the Kalashnikov MK-47 and MPK machine guns on his poor lifeless body. For 36 times. One of the military shouts: “She’s a whore”. He is heard saying: “Enough”, but the shots continue. Another one says: “Done. We have killed one of the al-Shebab”. And on the way back the film shows at least a dozen soldiers. One of them, in the foreground, makes the “V” of “victory” with his fingers. As if one could call such an act cowardly.

The video is circulating on Mozambicans, arousing horror, disgust, anger, upset, between public opinion and civil society. The Mozambican Ministry of Defense called the images in the video “horrible” and denied that they could be military of the Armed Forces.

Immagine della ricostruzione del Crisis Evidence Lab di Amnesty International. Il luogo dell'uccisione della donna e di un militare delle FADM (Courtesy Amnesty International)
Image by Crisis Evidence Lab, Amnesty International (Courtesy Amnesty International)

Amnesty’s investigations confirm: they are FADM military

It seems difficult, however, in front of the analysis of the Crisis Evidence Lab of Amnesty International. According to the investigation, the soldiers were wearing FADM uniforms. The NGO report confirms that a soldier has the characteristic yellow and black badge on his shoulder, as seen in the image of Amnesty. In addition, most soldiers wear the full uniform, excluding the gunner with the PKM with the red T-shirt instead of the standard camouflage one.

The soldiers all speak Portuguese, the official language of Mozambique and therefore of its armed forces. Thanks to the analysis of the film, Amnesty also identified the place of the woman’s execution: Awassa, Cabo Delgado Not far from Mocimboa da Praia, elected place of the jihadist occupation. And it also shows a satellite map.

Mappa satellitare della ricostruzione fatta dal Crisis Evidence Lab di Amnesty International. Il luogo dell'esecuzione a freddo della donna da parte delle FADM (Courtesy Amnesty International)
Satellite map by Crisis Evidence Lab, Amnesty International (Courtesy Amnesty International)

The social video

The video appeared for the first time on social media on September 14. But according to Amnesty International sources, “it was shared by smartphones on September 7, the day it was probably shot. Date that coincides with the government’s military operation to “clean up” the areas of Awasse and Diaca by jihadists. Then confirms the presence of the military FADM on site at that time.

Amnesty had already denounced the violation of human rights

Last week Amnesty published a report on the situation in the province of Cabo Delgado, denied by the Maputo government. In the report it denounced the attempted beheading, torture and other ill-treatment of prisoners and the dismemberment of alleged opposition fighters. But also mistreatment of the population, which is often considered as flanking jihadists.

The jihadist violence of al Sunna wa-Jama – called al-Shebab by the population – began in October 2017. According to ACLED jihadists have killed over 1,300 people and caused between 250 thousand and 368 thousand displaced persons. In Cabo Delgado it is now war. A war that the Mozambican Armed Forces cannot stop even with the air support of the Dyck Advisory Group’s mercenaries.

Ramiro Moises Machatine, militare delle FADM che ha girato il video dell'esecuzione della donna
Ramiro Moises Machatine

In the meantime, the young soldier who is doing the “V” of “victory” with his hand after the murder of the woman has died. His name was Ramiro Moises Machatine and he is the author of the video that has accused the Armed Forces and the Ministry of Defense of Mozambique. The Mozambican media are talking about murder. We will talk about it again.

Sandro Pintus

Mozambico, governo nega rapporto di Amnesty: nessuna tortura a Cabo Delgado

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 settembre 2020

Il ministero della Difesa mozambicano, come ovvio, si schiera con le Forze di difesa e sicurezza (FDS) che combattono il terrorismo a Cabo Delgado. Lo scorso 9 settembre, da Amnesty International, sono state accusate tortura e di violazione dei diritti umani contro la popolazione. L’ong internazionale è in possesso di immagini che ritraggono presunti membri delle FDS che torturano civili.

Omar Saranga, portavoce del Ministero, mette in discussione che i filmati analizzati da Amnesty con le torture siano reali. “Amnesty non tiene conto della propaganda segreta dei terroristi a Cabo Delgado. Una propaganda che ha lo scopo di denigrare le Forze di Difesa e Sicurezza”, afferma il portavoce.

Uomo con uniforme militare sta decapitando un cadavere in una fossa comune a Cabo Delgado
Cabo Delgado, uomo con uniforme militare decapita un cadavere in una fossa comune

Il materiale “forte” raccolto da Amnesty

Il materiale raccolto da Amnesty International è molto “forte” e consiste in cinque video e varie foto. Mostrano il tentativo di decapitazione, tortura e altri maltrattamenti di prigionieri e lo smembramento di presunti combattenti dell’opposizione. Si vedono anche probabili esecuzioni extragiudiziali e il trasporto e lo scarico di parecchi cadaveri in apparenti fosse comuni.

“Ciò a cui fa riferimento Amnesty, praticato da elementi con l’uniforme FDS e dell’Unità di intervento rapido non dovrebbero essere visti come una certezza definitiva. È una delle tattiche usate dai terroristi – ha dichiarato Saranga. Nelle loro macabre incursioni contro la popolazione – ha aggiunto – fingono di essere elementi delle Forze di difesa e sicurezza per confondere l’opinione pubblica nazionale e internazionale”.

Amnesty e opposizione chiedono inchiesta indipendente sui video

Deprose Muchena, responsabile per l’Africa orientale e meridionale, ha chiesto un’indagine indipendente sui fatti che accusano le Forze di sicurezza e l’Unità di intervento rapido. Proposta fatta propria anche da Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), maggiore partito di opposizione, e Movimento Democratico del Mozambico (MDM).
Il terrorismo jihadista Al Sunna wa-Jama, affiliato allo Stato islamico, nel Mozambico settentrionale, dal 2017, è responsabile di almeno 1.300 morti e 250 mila sfollati. Chiamati dalla popolazione al Shebab i jihadisti hanno bruciato centinaia di villaggi decapitando uomini, donne e bambini.

Ma anche le Forze armate mozambicane, dalla popolazione sono accusate di comportarsi come i jihadisti con azioni feroci contro coloro che ritengono fiancheggiatori. La popolazione ha denunciato che chiedevano il “pizzo” agli sfollati per farli passare in aree sicure. Di fatto, Cabo Delgado, è ormai considerata zona di guerra ed è off-limits ai giornalisti. I cronisti che entrano vengono arrestati, anche per mesi, senza accuse.

Filipe Nyusi, presidente del Mozambico, durante la cerimonia di insediamento alla presidenza di turno del 40° summit SADC
Filipe Nyusi, presidente del Mozambico, alla presidenza di turno del 40° summit SADC

Difficile l’intervento armato a difesa di Cabo Delgado dei 16 Paesi membri SADC

Mentre il governo mozambicano, che ha chiesto aiuto all’ultimo vertice SADC del mese scorso, sta combattendo il jihadismo con i mercenari del Dyck Advisory Group. Ma per il momento il SADC non ha ancora un esercito comune e, almeno a breve scadenza, pare possibile solo l’intervento di alcuni Paesi. Il presidente mozambicano, Filipe Nyusi, non ha ancora deciso di ufficializzare la richiesta di intervento armato, almeno al Sudafrica, unico pronto a intervenire.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

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Congo-K e Sierra Leone: Pandemonio, una mostra allestita al MAIN di Aosta

Africa ExPress
15 settembre 2020

Pandemonio è il titolo della mostra aperta fino al 31 ottobre al museo MAIN – Maison de l’Artisanat International di Gignod (Aosta), spazio espositivo dedicato all’artigianato, gestito dall’Ivat, l’Institut Valdôtain de Tradition.

Il progetto espositivo, come sostiene Nurye Donatoni (Conservatore responsabile dei musei dell’IVAT), curatrice della mostra, realizzato con la collaborazione di Fabrizio Lava, pone l’attenzione sul delicato rapporto tra uomo e epidemia, tracciando un quadro storico che evidenzia l’impatto sulla comunità.

Le foto del Cono-K sono state scattate da Giacomo D’Alessandro

Congo-K, Sud Kivu Pozzi solidarietà
Congo-K, Sud-Kivu,
Casa di carta
Congo-K, Sud Kivu, Canali di irrigazione
Congo-K, Sud Kivu, Bukavu, strada centrale

Maddalena Stendardi e Pietro Tarallo hanno curato la sezione, costituita da 16 pannelli corredati da foto e testi, dedicata ai reportage prodotti da fotografi e giornalisti professionisti, alcuni dei quali fanno parte della Neos (neosnet.it), associazione di giornalisti di viaggio. Le loro splendide immagini e i loro suggestivi racconti narrano ciò che è accaduto durante il lockdown in Italia e nel mondo. Anche in Africa. In particolare. In Congo (foto di  Giacomo D’Alessandro) a Bukavu dove due milioni e mezzo di persone affollano la città più grande del Sud-Kivu, considerata tra le regioni più insicure al mondo, al confine tra la Repubblica Democratica del Congo, il Rwanda e il Burundi.

Sierra Leone, aula scolastica
Sierra Leone
Sierra Leone
Sierra Leone, il giorno di laurea

Le immagini scattate da Pierluigi Orler ritraggono alcuni allievi e studenti in Sierra Leone che grazie  alla Onlus “Amici della Sierra Leone Parma” hanno potuto studiare e concludere i loro studi”.

Sono esposte anche opere dei più importanti artigiani della valle d’Aosta, sculture di Madonne e di Santi chiamati a proteggere le comunità dalle grandi epidemie, giornali e documenti del passato. Questo viaggio, si conclude con la presentazione di un ciclo di opere dell’artista Stefano Faravelli.

L’esposizione è visitabile, gratuitamente, fino al 31 ottobre 2020, dal martedì alla domenica, dalle 13 alle 19. Chiusa il lunedì.

Sabato 19 settembre alle 17.30,  al museo MAIN – Maison de l’Artisanat International di Gignod (Aosta) dove è stata allestita la mostra Pandemonio – Tra Vita Morte e Miracoli ci sarà l’incontro con il fotografo Pierluigi Orler e il giornalista Luigi Alfieri che parleranno della loro esperienza africana.

Africa ExPress
twitter @africexp

MAIN- Maison de l’Artisanat International

Fraz. Caravex, 2 – 11010 Gignod (AO)

Tel. 0165 – 56108

main@lartisana.vda.it

www.lartisana.vda.it

 

 

L’uccisione di Willy Monteiro e i rigurgiti di un razzismo mai estirpato

Lettera firmata
14 settembre 2022

Sono, come molti di noi profondamente disgustato e persino mi vergogno, per l’uccisione disumana del ragazzo italiano di origini capoverdiane vicino Roma, ad opera di un gruppo di professionisti dell’aggressione fisica.

Fiumi di inchiostro sono già stati scritti. Se ne scriverà ancora per qualche tempo, poi tutto passerà nel dimenticatoio nazionale del Belpaese. Siamo abituati.

Willy Monteiro

Sono perfettamente cosciente della gravità del crimine e anche della pericolosità sociale e individuale di questi fatti. Non ci si può abituare mai all’uccisione di un essere umano inerme.

Avendo lavorato per tutta la mia vita in Africa con responsabilità nella cooperazione multilaterale, sono anche professionalmente capace di vedere e capire cosa queste cose nascondano, e quindi a cosa dobbiamo preparaci.

Detto questo, non sono riuscito a trovare da nessuna parte, su nessun giornale, di destra, centro e sinistra, la parola chiave che da sola permette di capire il contesto e le ragioni profonde di questo crimine efferato. Questa parola è RAZZISMO.

Com’è possibile che nessun giornalista italiano abbia il coraggio di scrivere che questo delitto ha origine nel razzismo. Punto e a capo !

Perché mi permetto di scrivere queste parole, cosciente della loro gravità e del loro peso, morale e politico? Africa ExPress consce la mia storia professionale e personale. Ho perduto mia moglie, italiana di origine Somala, uccisa barbaramente sul ponte della Gran Madre di Torino otto anni fa.

Di fronte all’uccisione di questo ragazzo italo-capoverdiano Willy, ho sentito lo stesso profondo disgusto di quando ho dovuto seppellire mia moglie senza che giustizia sia stata fatta.

Eppure, credo che sia abbastanza semplice capire quello che è successo e che ha portato al massacro di Willy! Basta chiedersi: perché in una rissa che ha coinvolto molte persone, alla presenza di decine di ragazze e ragazzi, perché chi è stato massacrato è l’unico che aveva la pelle di un altro colore ? Perché? Vorrei che qualcuno rispondesse a questa domanda! L’accanimento omicida, dimostrato anche dall’autopsia, non mi pare permetta di dire che è stato un caso o un errore !

Dopo aver risposto a questa domanda dovremmo anche porci le domande conseguenti: perché nessuna istituzione e/o individuo ne parla? Perché nessun giornalista ha il coraggio di scrivere la parola “razzismo”? Perché in un Paese dove c’è un’aggressione al giorno a un africano, o indiano, o “diverso” nessuno, dico nessuno ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: razzismo !?

Vorrei che Africa Ex-Press cominciasse questo processo di revisione storica della negazione del razzismo Italiano, partendo dalla criminale uccisione di Willy. Riflessione necessaria ed utile, se vogliamo evitare che questo Paese ritorni a vivere le tragedie del ventennio fascista che molti autoproclamati leaders stanno nemmeno troppo velatamente riproponendo.

Grazie per la pazienza di leggermi

(lettera firmata)

Poesia oer Willy Monteiro ❤️💔🙏🏻

Te chiedo scusa a Ma’ 🙏🏻

A Ma’ stasera nun torno
va a letto nun m’aspetta’
faccio ‘n sarto all’artro monno…
Te chiedo scusa a Ma’
c’era n’amico ‘n difficoltà
nun me la sentivo de scappa’…
Erano tutti grossi e muscolosi
c’avevo na paura
se vedeva che erano pericolosi…
M’hanno ammazzato come n’animale
ma che ho fatto de male ?!?!?
A Ma’ hai visto come so piccolo
però so dovuti veni ‘n tanti
co sto sorriso li sdrajavo tutti quanti …
Mortacci loro come menavano
io ar massimo je sorridevo…
Te chiedo scusa Ma’
ma quarcuno li doveva affronta’ …
Quarcuno je doveva fa capì che sbajaveno
c’avevano troppo veleno…
Quello che nun capisco de sta gente
invece de divertisse e ride
vanno in giro a cerca’ e sfide…
Se sentono forti e onnipotenti
ma a strigne so na massa de deficienti…
A Ma’ io volevo solo mette pace
de litiga’ nun me piace…
Aho’ mo non voglio passa’ da eroe
l’ho affrontati
ma c’avevo na paura de sti tatuati…
Poi a Ma’ non ho più sorriso
Ma che se fa così
senza neppure n’avviso
Me so’ spento
lento lento…
Ancora adesso me sto a chiede er perché
de tutta sta cattiveria e rabbia verso de me…
Ora te saluto a Ma’
Che c’ho da fa’…
Sto a sali e scale
Me devi promette che nun starai male…
Ammazza quante so’ che fatica
ricorda che la vita nun è finita…
Ogni vorta che te manco pensa a sto sorriso
Che er fjo tuo te sta vicino dar paradiso 😃

Er Poeta Romantico Fastidioso ❤️🥀💣
#erpoetaromanticofastidioso

Testimonianza di una mamma di tre figli neri

Piogge torrenziali flagellano l’Africa e in Congo-K crolla una miniera

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 settembre 2020

Piogge torrenziali, condizioni meteo avverse hanno flagellato in particolare l’Africa centrale e occidentale.
Centinaia di morti dal Senegal al Sudan, attraversando il Niger, Burkina Faso e il nord del Camerun e ha messo in ginocchio quasi ottocentomila persone.

Venerdì scorso in Congo-K è persino crollata una miniera d’oro. Almeno 50 minatori sono morti. Le forti piogge hanno provocato uno smottamento del terreno e la frana si è riversata sul giacimento aurifero artigianale a Kamituga, nella provincia del Sud-Kivu. Le ricerche sono ancora in corso e si spera di ritrovare ancora qualcuno in vita.

Kamituga, Congo-K, crollo di una miniera artigianale

Il Sudan è il Paese maggiormente colpito dall’ondata di maltempo. Il Nilo, fonte di vita dall’antichità, ha rotto gli argini in più punti, portando morte e distruzione in gran parte dell’ex protettorato anglo-egiziano. Il governo transitorio di Karthoum ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale per la durata di 3 mesi. Lena el-Sheikh, ministro del Lavoro e Sviluppo Sociale ha fatto sapere che le inondazioni hanno causato la morte di oltre 100 persone, il ferimento di 43, provocato danni materiali a oltre mezzo milione di sudanesi e il parziale o totale crollo di 10mila abitazioni.

Ora si teme anche per i siti archeologi di Meroe, dove si trovano i resti dell’antica capitale kouscita, sulla riva orientale del Nilo presso Shendi, epicentro dall’VIII sec. a.C. fino al 350 d.C. del potente regno con la XXV dinastia. Meroe è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO dal 2011. L’ondata di piena del Nilo ha raggiunto anche le antiche rovine; per evitare il peggio, sono stati posizionati sacchi di sabbia e si sta drenando l’acqua con pompe.

Siti archeologi di Meroe, Sudan

A Dakar, la capitale del Senegal, sono morte 5 persone; le strade sono allagate e impediscono l’accesso ai quartieri periferici. Forti piogge si sono abbattute anche in altre regioni del Paese e il governo è stato fortemente criticato, in quanto questa situazione si ripete ogni anno. “Lo Stato promette, ma poi ci risiamo”, ha detto un giovane residente a Parcelles Assainies, un comune periferico di Dakar. “Non possiamo cambiare casa, non abbiamo i mezzi, perciò siamo costretti a vivere nella miseria e a convivere con le inondazioni”, ha specificato il ragazzo.

Alluvioni in Africa centrale e occidentale

Dal canto suo il governo sostiene di aver messo a disposizione un miliardo di euro nel piano decennale (2012-2022), lanciato dal presidente Macky Sall. Abdou Latif Coulibaly, portavoce del capo di Stato, ha difeso l’operato del governo, sottolineando che le recenti violenti piogge sono da considerarsi un evento eccezionale, dovuto ai cambiamenti climatici e ha aggiunto: “Le opere di drenaggio in corso hanno fortunatamente limitato i danni”.

In Niger la situazione è ancora peggio: 65 morti e oltre trecentomila persone hanno subito danni. Le inondazioni hanno distrutte 34mila case e 5.768 ettari di campi agricoli sono stati invasi dalle acque. Le regioni più colpite sono Maradi (centro-sud), Tahoua e Tillabéri (ovest), Dosso (sud-ouest) e la capitale Niamey, dove si è persino allagato l’ospedale.

Alhassane Bilalane, presidente dellAssociazione Taggazte Nagadoum Agadez Niger, ha fatto sapere che anche il campo per profughi di Agadez ha subito forti danni.

Lawan Magagi, ministro per le Azioni umanitarie e Gestione delle Catastrofi, punta il dito sulle comunità locali e su una parte della popolazione perchè non avrebbero rispettato i piani urbanistici indicati dal governo già nel 2013. Dal 2018 sono state emanate leggi che vietano di costruire in zone soggette a inondazioni. E secondo il ministro, le autorità locali non si attengono alle norme vigenti e la popolazione, vuoi per povertà, vuoi per negligenza, non costruisce le case come prescritto.

Anche nel Burkina Faso ci sono stati almeno 13 morti e 19 feriti a causa delle piogge torrenziali. Le vittime hanno perso la vita per il crollo delle loro case o per annegamento. L’ultimo corpo ritrovato è quello di una donna incinta in un quartiere disagiato della capitale Ouagadougou, completamente allagato. Il governo ha dichiarato lo stato di catastrofe naturale e ha sbloccato 7,5 milioni di euro per far fronte alle emergenze.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes