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Amnesty all’attacco: “Basta violenze contro i migranti nei lager in Libia”

Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 settembre 2020

“It’s so hard here” (è così difficile qui)! Con queste poche parole scritte a Africa ExPress proprio ieri sera da un migrante intrappolato in Libia, si riassumono tutti i rapporti e denunce rilasciati in questi ultimi anni sulle condizioni di vita (e di morte) di coloro che hanno lasciato la loro patria nel tentativo di raggiungere via mare l’Italia, la porta d’entrata dell’Europa.

Il recente rapporto di Amnesty International, intitolato “Tra la vita e la morte” conferma e documenta ancora una volta le incessanti violazioni dei diritti umani di decine di migliaia di persone detenute in putridi, disumani centri di detenzione per migranti.

Migranti in Libia

Racconti agghiaccianti che sembrano scene di uno dei peggior film del horror, eppure sono realtà quotidiane che i migranti sono costretti a subire, testimonianze contenute nel fascicolo dell’Organizzazione con base a Londra. Un girone dantesco  senza fine, di crudeltà per migranti e rifugiati, vittime di torture, sparizioni, sfruttamento di esseri umani, stupri, violenze sessuali di ogni genere, lavori forzati, riduzione in schiavitù. I responsabili di tali nefandezze non sono solamente loschi trafficanti di esseri umani, ma anche personale dell’apparato statale libico, in un clima di quasi totale impunità.

Diana Eltahawy, vice direttore regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord-Africa ha sottolineato: “E malgrado le evidenze, l’Unione Europea e i suoi Stati membri continuano portare avanti politiche che intrappolano decine di migliaia di uomini, donne e bambini in un circolo vizioso di crudeltà, dimostrando disprezzo per le loro vite e la loro dignità”. Infatti, il nuovo “Patto sull’immigrazione” stilato dalla Commissione Europea, prevede una ancora più stretta collaborazione con Paesi esterni all’UE.

Salvataggio migranti Guardia costiera libica

Anche l’Italia continua mantenere stretti rapporti con la Libia. Basti pensare che lo scorso 16 luglio il Parlamento ha prorogato sino alla fine del 2020 la partecipazione del contingente della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri alla Missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera della Marina libica.

La decisione del Parlamento è stata aspramente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani. Già allora Amnesty international Italia aveva dichiarato: “Il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica ha tristemente riaffermato la complicità del governo italiano ad un sistema di torture e violazioni dei diritti umani. “Con l’obiettivo di ridurre il numero di rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo per tentare di raggiungere l’Europa, il nostro Paese continua a non farsi scrupolo di condannare queste persone a morire in mare o a soffrire trattamenti inumani a terra, una volta consegnati ai centri di detenzione libici”.

Infatti le peggiori previsioni si sono tristemente tradotte in realtà. Basti pensare che solo durante quest’ultima settimana si sono verificati cinque naufragi. Una strage dietro l’altra, costata la vita a almeno 200 persone, tra questi anche una famiglia ivoriana: Oumar di 36 anni, la moglie Fatim e i loro 4 figlioletti. Malgrado tutto, appena si presenta la possibilità, i migranti tentano di imbarcarsi: “Se resto qui (in Libia) muoio, se parto, forse sopravvivo”. Viene spontaneo ricordare Leopardi: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano. Perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito”.

Alan Kurdi, Olbia

E, secondo quanto riportato da Safa Msehli,  portavoce di OIM (Organizzaione internazionale per le Migrazioni), nel 2020 la Guardia costiera libica ha “salvato” almeno 8.000 persone riportandole nel Paese nordafricano. E’ stato poi osservato che la maggior parte di loro è stata riportata nei campi di detenzione dove poi molti spariscono.

Attualmente non si registra nessuna nave di ONG in mare per prestare soccorso ai migranti. L’ultima, la Alan Kurdi dell’organizzazione tedesca Sea Eye è ancora nel porto di Olbia, dove ieri è terminato lo sbarco dei 125 migranti, tra questi 52 minori. Tutte le altre imbarcazioni sono costrette al fermo amministrativo imposto dal governo italiano. Insomma la parola d’ordine è: “vietato salvare vite”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libia, ecco come si vive (e si muore) nei centri di detenzione libici

Aiuti militari italiani alla Libia, mentre i migranti continuano a marcire nei lager

 

 

Direttore Memoriale Auschwitz pronto a espiare pena al posto di ragazzo nigeriano

Africa ExPress
26 settembre 2020

Il direttore del Memoriale polacco di Auschwitz, Piotr Cywinski, si è offerto di scontare la pena di 10 anni  inflitta a un ragazzo nigeriano di soli 13 anni. Il giovanissimo avrebbe usato un “linguaggio scurrile” riferendosi a Allah.

L’agghiacciante condanna per blasfemia, emessa da un Tribunale della Sharia di Kanu, Nigeria, ha scosso il mondo intero.

Cywinski ha fatto sapere che lui e altre 119 persone del mondo intero sono disposte a espiare in una galera nigeriana, ciascuna per un mese, la pena inflitta al giovanissimo.

Il direttore del Memoriale polacco ha chiesto personalmente a Muhammadu Buhari, presidente del Paese, che abbraccia ugualmente la fede musulmana, originario dello Katsina state, tra i 12 stati della federazione nigeriana che hanno adottato la sharia, di concedere la grazia al ragazzo.

Cywinski ha precisato che: “Considerando l’età del ragazzo, indipendentemente di ciò che abbia detto, il giovanissimo non può essere ritenuto completamente responsabile e cosciente delle proprie parole.  Non può perdere la sua giovinezza, essere privato di tutte le opportunità, stigmatizzato sia fisicamente che dal punto di vista educativo per il resto della sua vita”.

“Visto che le parole pronunciate dal ragazzo equivalgono a 120 mesi di galera, se non è possibile cambiare la sentenza, per evitare il peggio, suggerisco che 120 adulti, volontari provenienti da tutto il mondo – e io sono tra questi – scontino la pena al posto suo”, ha proposto il direttore.

Generalmente il Memoriale di Auschwitz non si pronuncia in casi del genere. Finora Buhari non ha rilasciato un commento pubblico.

Il Memoriale polacco si trova proprio a Auschwitz-Birkenau, i campi di concentramento dove durante il nazismo i tedeschi uccisero sistematicamente 1,1 milione di persone. Oltre un milione erano ebrei.

La proposta di Cywinski giunge proprio alla vigilia di Yom Kippur, la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione.

Africa ExPress
@africexp

Ragazzino in galera per blasfemia in Nigeria: il Paese investito da onda di stupri

 

Ventisette anni fa per la prima volta rapito dai miliziani somali a Mogadiscio

Massimo A. Alberizzi
26 settembre 2020

Ventisette  anni fa – era il 26 settembre 1993 – in Somalia fui catturato, per la prima volta, dai miliziani somali.

Era stato abbattuto 😭 il primo elicottero 🚁 USA. Mi bloccarono in una strada e mi fecero scendere dalla mia automobile con il mio autista Ali.

Cercavano però un americano.

Erano gli unici somali che non parlavamo italiano e ci misi un po’ a far loro capire che non ero statunitense. Alla fine mi rilasciarono.

In basso il commento del quotidiano Qaran

Twenty-seven years ago – it was September 26, 1993 – in Somalia I was captured for the first time by Somali militiamen.

The first US helicopter had been shot down 😭 🚁 . They blocked me in a road and made me get out of my car with my driver Ali.

But they were looking for an American.

They were the only Somalis who did not speak Italian and it took me a while to make them understand that I was not American. In the end they released me.

This is the comment of the Qaran newspaper

Mozambico, picchiata, stuprata e ucciso il figlio della donna assassinata dai soldati

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 settembre 2020

Il soldato che ha girato il video agghiacciante dove si vede l’assassinio di una donna indifesa e che con le dita fa la “V” di “vittoria” è morto. Si chiamava Ramiro Moises Machatine. Era l’unico del gruppo di assassini che aveva mostrato il suo viso con quel gesto vile e inopportuno.

Il soldato Ramiro Moises Machatine delle Forze armate mozambicane (FADM)
Il soldato Ramiro Moises Machatine delle Forze armate mozambicane (FADM)

La donna barbaramente assassinata ha un nome

La vittima ammazzata barbaramente a Cabo Delgado dai militari delle Forze armate mozambicane (FADM) ha un nome: si chiamava Paulina Chitai. Aveva 48 anni e anche suo figlio, Moises Mtupa di 12, è stato ucciso il 15 settembre scorso. Era stata insultata, bastonata , stuprata e poi assassinata con 36 pallottole di Kalashnikov lungo la strada R368 a Cabo Delgado provincia al confine con la Tanzania.

Le indagini indipendenti di un blogger svelano particolari raccapriccianti

Le informazioni sono state divulgate da Fernando Gil nel suo blog “Moçambique para todos ”, datato nella grafica ma con informazioni da non sottovalutare. Materiale ripreso anche dai media mozambicani. Nel post ha scritto dei dettagli agghiaccianti sull’assassinio della donna e del bambino.

“Queste sono le mie indagini preliminari che le Forze di sicurezza (FDS) cercano di nascondere – scrive Gil -. Sostengono che tutto ciò che accade sul campo di battaglia è un segreto di Stato”. Racconta che Paulina, accompagnata dal figlio Moises stava raccogliendo legna da ardere quando ha incrociato i suoi aguzzini. Dopo aver massacrato di botte il ragazzino l’hanno gettato in un cespuglio dove è morto poco dopo. Hanno preso la donna e dopo vari interrogatori, in sette, l’hanno stuprata. Mentre scriviamo immaginiamo che la povera vittima fosse distrutta dal dolore per la morte del figlio e per gli abusi subiti ma è stata trascinata sulla strada R368 dai suoi torturatori. E lì brutalmente assassinata accusata di essere una jihadista di al-Shebab. È successo a 30 chilometri dalla postazione militare GOIA, base delle FDS mozambicane.

Protesta sui social contro l'uccisione di Paulina Chitai a Cabo Delgado
“Oggi siamo tutte donne di Cabo Delgado. Esigiamo la fine dei massacri. Ora!” Invito al forum sui social contro l’uccisione di Paulina Chitai

Unione Europea, società civile e ong chiedono inchiesta internazionale

Società civile mozambicana, Amnesty International e Human Right Watch chiedono un’inchiesta internazionale indipendente sull’orribile omicidio e sulla violazione dei diritti umani a Cabo Delgado. Sulla vicenda si muove anche l’Unione Europea. Jutta Urpilainen, commissaria per le Relazioni internazionali, ha chiesto al Mozambico un’indagine “trasparente ed efficace”. Invece il ministero della Difesa di Maputo afferma che il video è un montaggio “ad hoc” per portare discredito alle FADM.

Da Facebook la conferma che il giovane era arruolato nell’esercito

Ma Machatine è morto davvero? Era un terrorista o un militare delle FADM?
Il profilo Facebook di Ramiro Moises Machatine, ancora attivo mentre scriviamo, contiene ancora le sue foto. In una di queste imbraccia una mitragliatrice Kalashnikov MPK e una cartucciera di proiettili a tracolla. La conferma che il giovane era nelle Forze armate mozambicane (FADM) anche nei post su Facebook. Tra questi quello della zia.

Il post Facebook pubblicato dalla zia del soldato morto
Il post Facebook pubblicato dalla zia del soldato morto

Delfina Silva, sorella della madre di Machatine conferma il suo decesso. “…Dopo molto tempo in prima linea contro gli ‘insorti’, oggi 15 settembre, lui e altri colleghi sono stati colpiti mortalmente…”. E continua: “Mia sorella diceva: ho dato mio figlio per servire la patria e oggi ho ricevuto questa notizia. Non sono riuscita a proteggerlo”. “…Quante madri dovranno piangere ancora per i loro figli assassinati in questa maledetta guerra a Cabo Delgado. Riposa in pace Ramiro Moises Machatine”

L’uccisione di Machatine ordinata dallo Stato maggiore?

Senza dubbio il video girato dal giovane militare, oltre che atroce nella sua reale bestialità e violenza inutile e gratuita, è troppo imbarazzante per le FADM. Secondo Fernando Gil, lo Stato maggiore mozambicano avrebbe ordinato di far sparire il militare che ha girato il video. Questo quanto si legge nel suo blog: “…per cancellare le tracce che dimostrano che si tratta di forze governative, ha inviato i luogotenenti Mário Viramão ed Estevão Sixpenze sul luogo. Unica missione: eliminare il giovane Ramiro. È stato preso da una squadra delle Forze speciali e poche ore dopo è stato dichiarato morto”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Il video che mostra il barbaro omicidio di Paulina Chitai lo trovate in questo articolo di Sandro Pintus:

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

 

 

Mozambico, governo nega rapporto di Amnesty: nessuna tortura a Cabo Delgado

Libertà di stampa: Mozambico scende al 104° posto nella classifica di RSF

Attacco alla democrazia a Maputo: a fuoco il giornale Canal de Moçambique

 

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Italia-Israele, affari e guerra: nuovo accordo di cooperazione industriale-militare

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Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo 
23 settembre 2020

Dodici elicotteri per l’addestramento dei piloti dell’aeronautica militare israeliana in cambio di una partita di missili aria-superficie per armare gli elicotteri da guerra dell’esercito italiano. E’ quanto previsto dal nuovo accordo di cooperazione industriale-militare tra Italia e Israele sottoscritto in video conferenza il 22 settembre dal Direttore generale del Ministero della difesa israeliano, generale Amir Eshel, e dal Direttore nazionale degli armamenti, generale, Nicolò Falsaperna.

Secondo quanto riferito dal quotidiano The Jerusalem Post, le autorità di Tel Aviv acquisteranno dalla holding Leonardo-Finmeccanica un “pacchetto addestrativo” che include 12 elicotteri ad ala rotante AW119Kx “Koala” e due simulatori per la Scuola di Volo dell’Aeronautica israeliana. Le forze armate italiane riceveranno dal colosso industriale Rafael Advanced Defense Systems lanciatori e missili “Spike” e simulatori avanzati “per un certo numero di elicotteri dell’esercito, in una partnership tra Leonardo ed Elbit Systems”.

Missili israeliani Spike

“L’accordo firmato è un’altra espressione delle strette relazioni economiche militari tra Israele e Italia – ha dichiarato il generale Eshel. Esso consente alle forze armate israeliane di completare la sostituzione dei vecchi velivoli da addestramento Sayfan – Bell 206, in servizio con l’Aeronautica Militare dagli anni ‘70”. Anche il ministro della difesa Benny Gantz ha espresso soddisfazione per l’agreement sottoscritto con Roma. “Il completamento di questo importante accordo di cooperazione è essenziale per la formazione dei piloti di elicotteri e riflette anche la grande importanza delle industrie della Difesa sia per la sicurezza di Israele che per la sua economia”, ha dichiarato Gantz.

I missili aria-superficie controcarro Spike di Rafael sarebbero destinati in buona parte al nuovo elicottero d’attacco AH-249 dell’Esercito. “Gli Spike consentono l’ingaggio di mezzi dotati di corazzature reattive, ovvero di sistemi attivi antimissile ma sono impiegabili in tutto lo spettro delle operazioni militari, in qualunque condizione metereologica, nonché in ambiente contaminato NBC (nucleare, batteriologico e chimico) o in presenza di disturbi elettromagnetici”, spiegano i manager dell’azienda israeliana.

L’Esercito italiano impiega questo genere di missili dal 2009, quando acquisì da Rafael 53 sistemi di lancio e 165 “Spike MR” con una spesa di 53,6 milioni di euro. Nel 2014 furono consegnati ai reparti di terra pure 20 lanciatori e 870 missili “Spike LR”, mentre nel 2017 altri due lanciatori “Spike MR/LR”. Nell’ambito del programma di ammodernamento ed approvvigionamento di nuovi sistemi d’arma era stato deciso l’acquisto di 126 lanciatori controcarro e 800 missili “Spike” prodotti da Rafael, con una spesa stimata in 105 milioni di euro.

L’accordo del 22 settembre 2020 ha ampliato di cinque unità la commessa di elicotteri AW-119Kx “Koala” che il Ministero della Difesa israeliano aveva assegnato a Leonardo-Finmeccanica il 14 febbraio 2019. Allora il valore del contratto per sette velivoli era stato stimato in 350 milioni di dollari, comprensivo della copertura ventennale del supporto logistico e manutentivo. L’Italia si era impegnata in contropartita ad acquistare un valore equivalente in tecnologia militare israeliana, in particolare le piattaforme CAEW (Coformal Airborne Early Warning) ed ELINT/SIGINT (Electronic Intelligence/Signal Intelligence) per l’Aeronautica Militare.

Un accordo miliardario di inter-scambio di tecnologie belliche tra i due Paesi era stato firmato nel 2011: Leonardo aveva fornito all’Aeronautica israeliana 30 velivoli da addestramento M-346, mentre la Difesa italiana aveva acquistato il satellite di osservazione OPSAT 3000 e due velivoli per la sorveglianza aerea e l’allarme preventivo G550 CAEW.

Recentemente i ministeri della Difesa di Italia e Israele hanno siglato pure un Implementing Agreement per lo sviluppo di studi ingegneristici sui blindati VBM 8×8 Freccia ed Eitan. Il Freccia è il nuovo veicolo da combattimento prodotto da Leonardo ed Iveco Defence Vehicles, già consegnato in 250 esemplari a due brigate meccanizzate. L’8×8 Eitan è invece un blindato per il trasporto truppe prodotto da, Israel Military Industries – IMI e Rafael Advanced Defence Systems che sarà consegnato alle forze israeliane entro la fine del 2021. L’Eitan sarà armato con un cannone automatico da 30 mm con un raggio di 2.500 metri, un cannone da 12.7 mm e un lanciatore di missili. Quest’ultimo veicolo è stato progettato a seguito delle “lezioni” apprese da Israele nel corso delle operazioni di guerra a Gaza nel 2014.

La cooperazione italo-israeliana potrebbe ampliarsi presto all’acquisizione di altri sistemi di guerra terrestri e alla realizzazione di due prototipi di veicolo, uno ruotato e uno cingolato, da acquistare congiuntamente. Lo Stato Maggiore dell’Esercito punta anche al potenziamento dei dispositivi di contrasto dei mini aeromobili a pilotaggio remoto mediante l’acquisizione del sistema Drone Dome, anch’esso progettato e prodotto da Rafael.

Antonio Mazzeo
amazzeo@gmail.com

I cianobatteri responsabili della strage di elefanti in Botswana e Zimbabwe

Africa ExPress
24 settembre 2020

Tossine di cianobatteri sono responsabili della moria di elefanti nel parco del Delta dell’Okavankgo in Botswana. Lo hanno fatto sapere le autorità durante una conferenza stampa tenutasi nella capitale Gabarone pochi giorni fa.

Ma già a fine luglio i responsabili avevano lasciato intendere che i misteriosi decessi potrebbero essere dovuti a tossine naturali. La strana malattia aveva colpito tutti gli elefanti: maschi, femmine, esemplari vecchi e di pochi mesi; il bracconaggio era stato escluso a priori, in quanto le carcasse dei pachidermi avevano ancora le zanne.

Misteriosa morte di elefanti in Botswana e Zimbabwe

Cyril Taole, vice-direttore del Dipartimento della fauna e dei parchi nazionali del Botswana ha detto che la carcasse ritrovate sono aumentate. “A tutt’oggi sono ben 330, e, quel che sappiamo finora, è che la strage di elefanti è stata causata da tossine prodotte da cianobatteri, ma il tipo di microrganismo non è stato ancora determinato”.

La presenza dei cianobatteri, detti anche impropriamente detti “alghe blu-verdi”, è favorita, nelle acque stagnanti e sulla terra ferma, dall’aumento delle temperature a livello mondiale. Taole ha detto che le indagini sono ancora in corso e un controllo sulle pozze d’acqua è già stato programmato.

Mmadi Reuben, veterinario capo dello stesso Dipartimento e presente alla conferenza stampa, ha confermato che dagli ultimi test effettuati sulle carcasse sono state effettivamente trovate tossine da cianobatteri. “Eppure – ha aggiunto Reuben – molte domande restano ancora aperte: il 70 per cento degli elefanti morti sono stati trovati nelle vicinanze di pozze d’acqua contenenti alghe, ma perché sono morti solo questi pachidermi e non altri animali?”

Il veterinario ha precisato che campioni d’acqua sono stati inviati in diversi laboratori (Botswana, Sudafrica e USA).

Recentemente sono state trovati anche una ventina di elefanti morti nel vicino Zimbabwe, anche in questo caso le autorità hanno escluso il bracconaggio e l’avvelenamento doloso. “Pensiamo che possa trattarsi di cianobatteri, ma finora non abbiamo conferme, siamo in attesa dei risultati inviati in un laboratorio in Gran Bretagna”, ha detto Chris Foggin, responsabile veterinario di Victoria Falls Wildlife Trust.

Nel 1990 la presenza dei pachidermi nel Paese era nettamente inferiore. Allora se ne contavano solamente poco più di 90.000 esemplari. Il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 1° aprile 2018, ha riaperto la caccia agli elefanti che 5 anni prima era stata vietata dal suo predecessore Ian Khama. Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei giganti dell’Africa minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

Nel 1965 una parte del territorio del Delta dell’Okavankgo stato dichiarato riserva naturale, col nome di Riserva faunistica Moremi (circa 3.000 chilometri quadrati), gestita dalla Fauna Conservation Society di Ngamiland.

Africa ExPress
@africexp

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Eritrea: chiusa la scuola italiana di Asmara Arruolamenti forzati nonostante il virus

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 settembre 2020

La storica scuola italiana di Asmara, istituita nel 1903, ha chiuso temporaneamente i battenti. Lo si legge in un decreto firmato il 31 agosto 2020 dal chargé d’affaires dell’Ambasciata italiana in Eritrea. Il nuovo ambasciatore, Marco Mancini, è stato nominato solamente pochi giorni fa dal Consiglio dei ministri.

L’anno scorso l’istituto contava un migliaio di iscritti, solo il 10 per cento erano italiani.

I motivi della chiusura sono molteplici e la responsabilità è certamente da attribuire a entrambi i governi, l’inizio della crisi è cominciata già diversi anni fa. E è peggiorata con il taglio delle spese per le scuole italiane all’estero (DL 64/2017 e DM 2051/2018), impedendo così l’impiego di supplenti. In tal modo è stato necessario ricorrere al costante reclutamento di docenti locali; spesso le cattedre erano scoperte e questo ovviamente a scapito della qualità della formazione scolastica. Certamente l’Eritrea ha interpretato questo come un gesto di minor interesse da parte del nostro governo verso la scuola di Asmara.

Scuola Italiana, Asmara,Eritrea

La situazione è ulteriormente precipitata a marzo di quest’anno perchè la preside dell’istituto non avrebbe concordato la sospensione didattica, volta a evitare l’espandersi della pandemia, con le autorità locali competenti. A nulla è valso l’intervento del presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, presso il governo eritreo. Asmara non ha rinnovato la licenza con conseguente rescissione dell’accordo bilaterale del 2012 e ha posto i sigilli allo stabile.

Gli studenti di nazionalità italiana hanno poi potuto sostenere l’esame di maturità regolarmente, cosa che è stata negata agli studenti eritrei, che sono costretti a affrontare tale prova a Sawa, dove sono stati arruolati insieme ai loro connazionali.

Non si esclude che dietro tutto ciò ci sia anche la volontà di nazionalizzare la scuola, come è stato fatto lo scorso anno con altri istituti di proprietà della Chiesa cattolica nel Paese. In tale occasione la dittatura si era però appellata all’applicazione di una normativa del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose.

In passato gli studenti eritrei più meritevoli dell’istituto italiano di Asmara godevano di borse di studio elargite dal nostro governo con l’intento di contribuire alla formazione delle giovani eccellenze eritree. Da una decina di anni e forse più l’assegnazione di finanziamenti per motivi di studio in favore di studenti della nostra ex colonia è diventata sempre più rara, per sparire quasi del tutto. Il regime di Isaias è al quanto reticente nel concedere i visti per loro, dal momento che non possono lasciare il Paese prima di aver terminato l’addestramento militare di base che dura parecchi anni. Un intervento da parte del governo italiano sarebbe stato inutile, sarebbe stato visto come un’interferenza negli affari interni.

Campo di addestramento militare SAWA, Eritrea

All’inizio del mese sono stati postati foto e video sui social network che inquadrano giovani nella capitale Asmara mentre vengono caricati sui pullman senza mascherina, diretti al campo di addestramento Sawa, nell’ovest del Paese. Non è cambiato nulla dopo il trattato di pace del 2018 siglato con l’Etiopia, l’acerrimo nemico di sempre.

Come ogni anno, il regime costringe migliaia di giovani e giovanissimi a terminare l’ultimo anno delle scuole secondarie nel famigerato campo militare Sawa, dove ragazzi e ragazze, oltre allo studio, vengono sottoposti a duro addestramento militare in condizioni climatiche spesso proibitive.

Se in questo inferno la vita è dura per i ragazzi, possiamo solo immaginare cosa sia per le ragazze. E in questo periodo non vengono applicati provvedimenti volti a arginare la diffusione del virus: i dormitori sono strapieni, nessun distanziamento sociale e l’assistenza sanitaria è carente, come riporta l’Organizzazione Human Rigts Watch in un suo recente articolo.

L’impatto con Sawa è terribile per tutti; in Eritrea nessun giovane può sognare il proprio futuro, tutto è scritto dalla nascita. Gli studenti meritevoli, terminate le scuole secondarie, possono frequentare il college (università militare) nella struttura stessa e in seguito vengono mandati a lavorare per il governo in vari ministeri. Gli altri, invece, sono costretti a frequentare corsi professionali, il che significa, quasi sempre, servizio militare.

Christian Solidarity Worldwide (CSW), un’organizzazione per i diritti umani specializzata nella libertà di culto, ha fatto sapere che il regime eritreo ha rilasciato recentemente 27 eritrei cristiani pentecostali. Alcuni di loro giacevano nella prigione di Mai Serwa, non lontana dalla capitale Asmara, da 16 anni senza alcun processo.

Secondo alcune fonti di CSW, sembra che la liberazione dei 27 (19 uomini e 8 donne) sia in qualche modo connessa con Covid-19; fanno parte del primo gruppo di detenuti rilasciati su un totale di 54 che le autorità asmarine intendono scarcerare prossimamente. Un altro gruppo di 22 (sopratutto donne e minori) appartenenti alla chiesa metodista sarebbero stati liberati a luglio. Finora non sono stati resi noti i loro nomi.

Tuttavia, per evitare che lascino il Paese,  queste persone sono libere solo su cauzione; hanno dovuto dare in garanzia i documenti delle loro proprietà o quelle di un garante. Dal 2002 il governo riconosce solamente l’islam sunnita, la Chiesa ortodossa eritrea, la Chiesa cattolica romana e quella luterana.

Ancora oggi la dittatura detiene decine di migliaia dei suoi cittadini in più o meno 300 putride galere sparse su tutto il territorio nazionale. La maggior parte di questi sfortunati sono incarcerati perchè hanno osato criticare il regime; detenzioni extragiudiziali, sparizioni forzate continuano e spesso i familiari non hanno notizie dai loro congiunti per anni.

E se da un lato l’Eritrea sembra aver rilasciato alcuni detenuti per evitare l’espandersi della pandemia – i dati ufficiali non riportano decessi collegati a Covid-19, solo 364 contagiati, tra questi 305 guariti – il regime continua l’arruolamento forzato di giovani.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Eritrea violenta: l’inferno di Elsa, Lula & le altre a Sawa, il campo degli stupri

Eritrea: dopo il massacro di martedì non si placa il dissenso contro il governo

Eritrea: Italian school of Asmara closed: Enforced enlistments despite the virus

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Special for Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 September 2020

The historic Italian school of Asmara , established in 1903, has temporarily closed its doors. This can be read in a decree signed on 31 August 2020 by the chargé d’affaires of the Italian Embassy in Eritrea. The new ambassador, Marco Mancini, was appointed only a few days ago by the Council of Ministers.

Last year the institute had a thousand members, only 10 percent were Italian.

The reasons for the closure are many and the responsibility is certainly to be attributed to both governments, the onset of the crisis began several years ago. And it got worse with the cut in expenses for Italian schools abroad (DL 64/2017 and DM 2051/2018), thus preventing the use of alternates. In this way it was necessary to resort to the constant recruitment of local teachers; often the chairs were uncovered and this obviously to the detriment of the quality of school education. Certainly Eritrea has interpreted this as a gesture of minor interest on the part of our government towards the Asmara school.

Italian School, Asmara, Eritrea

The situation further precipitated in March of this year because the school principal would not have agreed on the educational suspension, aimed at avoiding the spread of the pandemic, with the competent local authorities. The intervention of the President of the Council of Ministers, Giuseppe Conte, to the Eritrean government was useless. Asmara has not renewed the license with the consequent termination of the bilateral agreement of 2012 and has sealed the building.

The students of Italian nationality were then able to take the maturity exam regularly, something that was denied to Eritrean students, who are forced to take this test in Sawa, where they were enrolled together with their compatriots.

It is not excluded that behind all this there is also the desire to nationalize the school, as was done last year with other institutions owned by the Catholic Church in the country. On that occasion, however, the dictatorship appealed to the application of a 1995 legislation that limits the activities of religious institutions.

In the past, the most deserving Eritrean students of the Italian institute of Asmara enjoyed scholarships given by our government with the aim of contributing to the training of young Eritrean excellence. For about ten years and perhaps more, the allocation of funding for study purposes in favor of students from our former colony has become increasingly rare, to almost completely disappear. The Isaias regime is somewhat reticent in granting visas for them, since they cannot leave the country until they have finished basic military training which lasts several years. An intervention by the Italian government would have been useless, it would have been seen as interference in internal affairs.

SAWA military training camp, Eritrea

At the beginning of the month, photos and videos were posted on social networks framing young people in the capital Asmara as they are loaded onto buses without a mask, headed for the Sawa training camp in the west of the country. Nothing has changed since the 2018 peace treaty signed with Ethiopia, the archenemy of all time.

As every year, the regime forces thousands of young and very young to finish the last year of secondary school in the notorious Sawa military camp, where boys and girls, in addition to studying, undergo hard military training in often prohibitive climatic conditions.

If life is hard for boys in this hell , we can only imagine what it is for girls. And in this period, no measures are applied to stem the spread of the virus: the dormitories are overcrowded, no social distancing and health care is lacking, as reported by the Human Rigts Watch Organization in a recent article.

The impact with Sawa is terrible for everyone; in Eritrea no young person can dream of his own future, everything is written from birth. The deserving students, after finishing secondary school, can attend college (military university) in the same facility and are later sent to work for the government in various ministries. The others, on the other hand, are forced to attend professional courses, which almost always means military service.

Christian Solidarity Worldwide (CSW), a human rights organization specializing in freedom of worship, said the Eritrean regime recently released 27 Eritrean Pentecostal Christians. Some of them had been lying in Mai Serwa prison, not far from the capital Asmara, for 16 years without any trial.

According to some CSW sources, it seems that the release of the 27 (19 men and 8 women) is somehow connected with Covid-19; they are among the first group of prisoners released out of a total of 54 that the asmarine authorities intend to release soon. Another group of 22 (mostly women and minors) belonging to the Methodist church were reportedly released in July. Their names have not been disclosed so far.

However, to prevent them from leaving the country,  these people are only free on bail; they had to pledge their property documents or those of a guarantor. Since 2002, the government has recognized only Sunni Islam, the Eritrean Orthodox Church, the Roman Catholic and Lutheran Churches.

Even today, the dictatorship holds tens of thousands of its citizens in more or less 300 rotten prisons scattered throughout the country. Most of these unfortunates are incarcerated for daring to criticize the regime; extrajudicial detentions, enforced disappearances continue and family members often have no news from their relatives for years.

And if on the one hand Eritrea seems to have released some detainees to avoid the spread of the pandemic – official data do not report deaths linked to Covid-19, only 364 infected, among these 305 recovered – the regime continues the forced enlistment of Young people.

Trasferimento alla dittatura egiziana di missili di co-produzione italiana

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
22 settembre 2020

Più di un centinaio di missili di produzione anglo-franco-italiana per le nuove unità da guerra del dittatore Abdel Fattah al-Sisi. Secondo il quotidiano on line La Tribune, il governo egiziano ha scelto il consorzio europeo MBDA (di proprietà per il 75% delle holding Airbus e BAE Systems e per il restante 25% di Leonardo-Finmeccanica), per la fornitura dei sistemi missilistici superficie-aria destinati ad armare le quattro fregate della classe Meko A200 recentemente acquistate.

 

VL-MICA

Il modello prescelto è il VL-MICA (acronimo di missile di intercettazione, di combattimento e autodifesa), un sistema a lancio verticale anti-aereo e multi-obiettivo a medio raggio (gittata sino a 20 km di distanza) e una velocità di Mach 3 (3.704 Km/h), già acquistato nel 2017 dall’Egitto – 100 unità – per le fregate della classe Gowind 2500 di produzione francese. Inizialmente il regime di al-Sisi si era rivolto al gruppo industriale Denel Dynamics per dotarsi di 96 missili Umkhonto a guida radar e 32 nella versione a guida infrarosso; a seguito della crisi finanziaria che ha investito l’azienda sudafricana, l’Egitto aveva però cancellato la commessa.

Le fregate Meko A200 che ospiteranno i missili VL-MICA sono state realizzate nei cantieri navali della tedesca ThyssenKrupp Marine Systems e assicureranno un ampio spettro di missioni, dalla guerra anti-sottomarini al pattugliamento marittimo, al supporto delle forze speciali e alle operazioni SAR (search and rescue).

Il gruppo MBDA è uno dei principali produttori europei di sistemi missilistici e tecnologie avanzate per le forze armate terrestri, navali ed aeree. Con il 26% del mercato mondiale missilistico, esso occupa il secondo posto mondiale dietro la statunitense Raytheon. Nel 2019 ha registrato ordini per il valore di 3,7 miliardi di euro ed impiega oltre 11.000 addetti in Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Nel nostro paese è presente attraverso la controllata MBDA Italia S.p.A. e tre siti industriali: lo stabilimento di Roma, sede del management e del centro di produzione software; il sito di La Spezia che si occupa prevalentemente dello sviluppo dei prodotti del settore anti-nave; il sito di Fusaro-Bacoli (Napoli) per la produzione meccanica e lo sviluppo dei sistemi a radio frequenza.

Il consorzio MBDA è uno dei fornitori missilistici di fiducia del regime egiziano. Per le corvette Gowind 2500 è stato sottoscritto un contratto del valore di 400 milioni di euro che oltre ai VL-MICA vede la consegna dei missili anti-nave a medio raggio MM40 Block 3 Exocet. Le corvette sono state armate pure con pezzi d’artiglieria da 76 mm prodotti da OTO-Melara, società di La Spezia controllata da Leonardo-Finmeccanica.

MBDA sta negoziando con la Marina militare egiziana la vendita delle versione navale del missile guidato di quinta generazione MMP a corto raggio, mentre ha già fornito all’Aeronautica militare i missili MICA multi-bersaglio aria-aria per armare i cacciabombardieri Rafale e Mirage 2000-5. In dirittura di arrivo ci sarebbe infine una maxi-commessa per la fornitura di sofisticati sistemi di difesa aerea e costiera.

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri dell’Italia

Oltre ai sistemi missilistici, le grandi aziende armiere italiane starebbero per sottoscrivere accordi multimilionari con le forze armate del paese africano. Il 7 giugno 2020, un lungo colloquio telefonico tra il premier Giuseppe Conte e il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha permesso di sbloccare la trattativa per il trasferimento di due fregate classe FREMM prodotte da Fincantieri S.p.A. (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi) per un valore stimato di circa 1,2 miliardi di euro. All’Egitto potrebbero essere vendute presto altre quattro FREMM, 20 pattugliatori d’altura, 24 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon e numerosi velivoli da addestramento M-346 di Leonardo-Finmeccanica, più un satellite da osservazione, per un valore complessivo di 10,7 miliardi di dollari.

Il rapporto di Rete Disarmo sulla vendita di armi italiane all’estero ha rilevato che nel 2019 il valore delle autorizzazioni governative a favore dell’Egitto è stato di 871,7 milioni di euro, cento volte in più di quanto era stato registrato nel 2016, cioè 7,1 milioni. Teatri di guerre e dittature si confermano come i migliori mercati dei sistemi di morte made in Italy.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Mali: Bah N’Daw, ex ministro della Difesa, nuovo presidente del governo di transizione

Africa ExPress
22 settembre 2020

Poche ore fa la giunta militare di del Mali, Comité national pour le salut du peuple (Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo), capeggiata da Assimi Goïta, che detiene il potere dal 18 agosto scorso, ha nominato il nuove presidente del governo di transizione.

Bah N’Daw, nuovo presidente del Mali

Ha ceduto alle pressioni della Comunità Economica dell’Africa Occidentale (CEDEAO), e ha scelto come nuovo capo di Stato l’ex ministro della Difesa, Bah N’Daw, che presterà giuramento venerdì prossimo, 25 settembre, a Bamako, la capitale del Mali.

Bah N’Daw è un generale di carriera ormai in pensione. Il suo vice è il capo dell’attuale giunta militare, Assimi Goïta.  Il nuovo leader del Mali è nato nel 1950 e dal 2014 è stato a capo del dicastero della Difesa. Ora si attende che venga rivelato anche il nome del primo ministro, che, secondo le richieste fatte dalla CEDEAO, non deve essere un militare ancora in servizio.

La giunta militare è in forte ritardo con la tabella di marcia, in quanto la CEDEAO, durante la 57ma sessione ordinaria, tenutasi a Niamey il 7 settembre, aveva fissato come termine ultimo per la nomina dei vertici del governo di transizione il 15 settembre.

E l’Organizzazione economica è rimasta inflessibile per quanto riguarda le sanzioni durante il meeting della scorsa settimana che si è svolto a Accra in presenza dei vertici della giunta militare maliana e Nana Akufo-Addo, capo di Stato del Ghana, nonchè co-presidente della CESEAO e altri membri: le disposizioni saranno tolte solamente una volta nominato il nuovo presidente; per la scelta di quest’ultimo sono stati concessi pochi giorni di proroga.

Africa ExPress
@africexp

Un video mostra due italiani rapiti nel Sahel vivi in mano dei jihadisti