Amnesty all’attacco: “Basta violenze contro i migranti nei lager in Libia”

Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 settembre 2020

“It’s so hard here” (è così difficile qui)! Con queste poche parole scritte a Africa ExPress proprio ieri sera da un migrante intrappolato in Libia, si riassumono tutti i rapporti e denunce rilasciati in questi ultimi anni sulle condizioni di vita (e di morte) di coloro che hanno lasciato la loro patria nel tentativo di raggiungere via mare l’Italia, la porta d’entrata dell’Europa.

Il recente rapporto di Amnesty International, intitolato “Tra la vita e la morte” conferma e documenta ancora una volta le incessanti violazioni dei diritti umani di decine di migliaia di persone detenute in putridi, disumani centri di detenzione per migranti.

Migranti in Libia

Racconti agghiaccianti che sembrano scene di uno dei peggior film del horror, eppure sono realtà quotidiane che i migranti sono costretti a subire, testimonianze contenute nel fascicolo dell’Organizzazione con base a Londra. Un girone dantesco  senza fine, di crudeltà per migranti e rifugiati, vittime di torture, sparizioni, sfruttamento di esseri umani, stupri, violenze sessuali di ogni genere, lavori forzati, riduzione in schiavitù. I responsabili di tali nefandezze non sono solamente loschi trafficanti di esseri umani, ma anche personale dell’apparato statale libico, in un clima di quasi totale impunità.

Diana Eltahawy, vice direttore regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord-Africa ha sottolineato: “E malgrado le evidenze, l’Unione Europea e i suoi Stati membri continuano portare avanti politiche che intrappolano decine di migliaia di uomini, donne e bambini in un circolo vizioso di crudeltà, dimostrando disprezzo per le loro vite e la loro dignità”. Infatti, il nuovo “Patto sull’immigrazione” stilato dalla Commissione Europea, prevede una ancora più stretta collaborazione con Paesi esterni all’UE.

Salvataggio migranti Guardia costiera libica

Anche l’Italia continua mantenere stretti rapporti con la Libia. Basti pensare che lo scorso 16 luglio il Parlamento ha prorogato sino alla fine del 2020 la partecipazione del contingente della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri alla Missione bilaterale di assistenza alla Guardia Costiera della Marina libica.

La decisione del Parlamento è stata aspramente criticata dalle organizzazioni per i diritti umani. Già allora Amnesty international Italia aveva dichiarato: “Il rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica ha tristemente riaffermato la complicità del governo italiano ad un sistema di torture e violazioni dei diritti umani. “Con l’obiettivo di ridurre il numero di rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo per tentare di raggiungere l’Europa, il nostro Paese continua a non farsi scrupolo di condannare queste persone a morire in mare o a soffrire trattamenti inumani a terra, una volta consegnati ai centri di detenzione libici”.

Infatti le peggiori previsioni si sono tristemente tradotte in realtà. Basti pensare che solo durante quest’ultima settimana si sono verificati cinque naufragi. Una strage dietro l’altra, costata la vita a almeno 200 persone, tra questi anche una famiglia ivoriana: Oumar di 36 anni, la moglie Fatim e i loro 4 figlioletti. Malgrado tutto, appena si presenta la possibilità, i migranti tentano di imbarcarsi: “Se resto qui (in Libia) muoio, se parto, forse sopravvivo”. Viene spontaneo ricordare Leopardi: “Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano. Perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito”.

Alan Kurdi, Olbia

E, secondo quanto riportato da Safa Msehli,  portavoce di OIM (Organizzaione internazionale per le Migrazioni), nel 2020 la Guardia costiera libica ha “salvato” almeno 8.000 persone riportandole nel Paese nordafricano. E’ stato poi osservato che la maggior parte di loro è stata riportata nei campi di detenzione dove poi molti spariscono.

Attualmente non si registra nessuna nave di ONG in mare per prestare soccorso ai migranti. L’ultima, la Alan Kurdi dell’organizzazione tedesca Sea Eye è ancora nel porto di Olbia, dove ieri è terminato lo sbarco dei 125 migranti, tra questi 52 minori. Tutte le altre imbarcazioni sono costrette al fermo amministrativo imposto dal governo italiano. Insomma la parola d’ordine è: “vietato salvare vite”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Libia, ecco come si vive (e si muore) nei centri di detenzione libici

Aiuti militari italiani alla Libia, mentre i migranti continuano a marcire nei lager