La giunta militare del Burkina Faso non accetta critiche: BBC e Voice of America sospesi per due settimane

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 aprile 2024

Il regime militare burkinabé ha sospeso per due settimane le emittenti della BBC e Voice of America, perché le due stazioni radio internazionali hanno trasmesso un rapporto di Human Rights Watch che accusa l’esercito di abusi contro i civili.

Nella serata di ieri il CSC (Conseil Supérieur de la Communication, il Consiglio Superiore per la Comunicazione) ha notificato alle due stazioni radio internazionali il blocco per la diffusione dei loro programmi, nonché la ritrasmissione dell’articolo di Human Rights Watch e sospeso l’accesso ai siti web e alle piattaforme digitali di BBC, VOA e HRW.

Testo del CSC

Nel suo rapporto di giovedì scorso, HRW ha accusato l’esercito di Ouagadougou di aver “giustiziato il 25 febbraio scorso almeno 223 civili”, tra questi anche 56 bambini, in due attacchi nel nord del Paese.

L’organizzazione ha definito la carneficina come “tra i peggiori abusi dell’esercito” avvenuti nel Paese in quasi un decennio. Dopo due mesi dal massacro, i fatti sono venuti alla luce perché HRW ha raccolto pazientemente le testimonianze di 14 sopravvissuti, quella di organizzazioni internazionali e della società civile, nonché grazie alle analisi di foto e video.

A Nodin e Soro, due villaggi situati a una ventina di chilometri dal confine con il Mali, assediati – come molti altri – dai jihadisti del Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), i soldati hanno ordinato alle persone di lasciare le loro case per poi riunirle in tre gruppi – uomini, donne e bambini. Subito dopo i militari dell’esercito hanno iniziato a sparare a bruciapelo, uccidendo chi era ancora vivo, secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte dall’organizzazione per i diritti umani. Sono stati presi di mira anche “individui in fuga”.

Massacro di 237 civili in Burkina Faso

JNIM è stato fondato nel marzo 2017, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, oltre a Ansar Dine, Katiba Macina, sono presenti anche AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico), Al-Mourabitoun.

Quando un centinaio di militari dell’esercito burkinabé sono arrivati a Soro, dopo aver ammazzato molti residenti di Nodin, una signora di 32 anni, che è stata ferita alle gambe, ha raccontato: “Ci hanno chiesto perché non li avessimo avvertiti dell’arrivo dei terroristi”. Poi la donna ha sottolineato: “I militari si sono dati la risposta da soli: ‘Anche voi siete dei jihadisti’”, hanno detto i soldati. “Infine – ha precisato la 32enne – hanno iniziato a spararci addosso e chi è sopravvissuto è stato tirato fuori da un mucchio di cadaveri”.

Non si esclude che i massacri siano una rappresaglia dell’esercito, che ha accusato gli abitanti di aiutare i miliziani dei gruppi jihadisti.

Ibrahim Traoré, salito al potere in Burkina Faso con un colpo di Stato nel settembre 2022, aveva dichiarato di aver preso in mano la situazione per ristabilire la sicurezza nelle zone sfuggite al controllo del governo centrale. Ma anche con il regime della giunta militare la situazione non è migliorata. Attacchi e violenze continuano a inasprirsi e più di un terzo del Paese è controllato da gruppi jihadisti.

Gruppi internazionali e per i diritti umani, tra questi l’Unione Europea e le Nazioni Unite, hanno accusato il Burkina Faso di gravi violazioni dei diritti umani nella lotta contro l’insurrezione jihadista, come uccisioni indiscriminate e sparizioni forzate di civili.

La giunta militare non lascia spazio a chi critica il loro operato. Settimana scorsa ha dato il benservito a tre diplomatici francesi, costringendoli a lasciare il Paese nel giro di 48 ore, con l’accusa di attività sovversiva.

I tre hanno semplicemente svolto un classico lavoro diplomatico, incontrando organizzazioni della società civile, influencer, uomini d’affari e dirigenti d’azienda. Secondo RFI, sono stati organizzati anche incontri con alcuni media burkinabé, che, secondo una fonte, non sono in linea con la giunta, proprio come le organizzazioni della società civile.

Ibrahim Traoré, presidente del governo di transizione militare in Burkina Faso

Il ministero degli Esteri francese, tramite il vice-portavoce, Christophe Lemoine, ha negato tutte le accuse rivolte ai diplomatici dalle autorità di Ougadougou. Anzi, ha sottolineato che il ministero apprezza la professionalità e l’impegno dei loro funzionari.

E mentre continuano attacchi e uccisioni nel Burkina Faso, la Costa d’Avorio ha fatto sapere di voler rimandare a casa 55.000 rifugiati burkinabé che si trovano nel nord del Paese. Un annuncio in tal senso è stato fatto durante una riunione con il Consiglio di sicurezza nazionale e il corpo diplomatico il 24 aprile 2024, ma ha suscitato qualche perplessità da parte di alcuni operatori umanitari.

In linea di massima, il rimpatrio dovrebbe riguardare coloro che desiderano tornare a casa. Dalla fine di luglio, alcuni dei rifugiati identificati e registrati presso le autorità e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) vengono ospitati in due siti: Niornigue e Timalah, nelle regioni di Tchologo e Boukani. Queste due aree possono ospitare fino a 12.000 persone, ma sono saturi. La maggior parte si trova attualmente da famiglie in villaggi vicini al confine.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Fotocredit: Serge Daniel

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