Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 6 ottobre 2020
I jihadisti di al Sunna wa-Jama a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico, preoccupano perfino gli Stati Uniti. Hanno chiesto allo Zimbabwe di aiutare il Mozambico a reprimere un’insurrezione islamista che sta destabilizzando regione ricca di gas (LNG-GLN). Un’area dove operano ENI, ExxonMobil e Total che vale 60 miliardi di USD.
La richiesta americana
La richiesta è arrivata da Tibor Nagy, sottosegretario USA per gli Affari africani con una telefonata a Sibusiso Moyo, ministro degli Esteri dello Zimbabwe. La risposta di Moyo, secondo Bloomberg, è stata che gli Stati Uniti dovrebbero prima diminuire le sanzioni contro i burocrati dello Zimbabwe.
Sibusiso Moyo, ministro degli Esteri dello Zimbabwe
L’ex generale Sibusiso Moyo ha svolto un ruolo chiave in un colpo di stato soft che ha estromesso il presidente-dittatore in cui Robert Mugabe nel 2017. La fine di una feroce dittatura che ha portato il fertile Paese, una volta granaio dell’Africa, al collasso. Alla presidenza è andato Emmerson Mnangwagwa, veterano come Mugabe della guerra di liberazione, che finora non è riuscito a risollevare la nazione.
Con il Coronavirus è arrivata la tempesta perfetta che ha messo in ginocchio il sistema sanitario nazionale. I medici oltre a non avere il minimo per proteggersi durante la pandemia, hanno denunciato che negli ospedali non c’è nemmeno l’acqua pulita.
I militari zimbabwiani piacciono agli USA
Ma perché Washinghton ha chiesto l’intervento militare a Cabo Delgado allo Zimbabwe? Innanzi tutto per la vasta conoscenza del territorio. Lo Zimbabwe ha un debito di riconoscenza verso l’ex colonia portoghese. La guerriglia anti-Rhodesia bianca (oggi Zimbabwe) si appoggiava al confinante Mozambico prima dell’indipendenza. Le truppe scelte dello Zimbabwe hanno combattuto in Mozambico contro la guerriglia RENAMO (oggi in parlamento) durante la guerra civile. Inoltre i militari zimbabwiani hanno operato in Congo-K (RDC) e a sostegno delle truppe USA in Angola e Somalia.
Gli Stati Uniti hanno interessi troppo importanti a Cabo Delgado ma non possono intervenire direttamente in uno scenario che è prevalentemente di guerriglia jihadista. Un conflitto, iniziato nell’ottobre 2017, che ha portato morte e distruzione. Con un risultato tragico: oltre 1300 morti e 300 mila profughi.
La situazione economica catastrofica dello Zimbabwe non permette un intervento militare a Cabo Delgado ma se Washington finanzia – e abbassa le sanzioni – potrebbe farlo.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
5 ottobre 2020
Era stata pronosticata come la maratona più veloce di sempre.
Era stato annunciato come l’evento atletico dell’anno.
Qualcuno si era spinto a parlare della sfida del secolo tra il kenyano Eliud Kipchoge, primatista del mondo, e l’etiope Kenenisa Bekele, il secondo maratoneta più veloce della storia.
Niente di tutto ciò è avvenuto alla Virgin Money London Marathon disputatasi ieri, domenica 4 ottobre, nel circuito chiuso intorno a St Jame’s Park nel centro della capitale britannica.
L’etiope Shura Kitata, vincitore della London Marathon 2020
Kenenisa Bekele nato nel 1982 a Bekoji, città dei corridori (Etiopia centrale), non è neppure sceso in pista per un problema a una caviglia. A Berlino lo scorso anno aveva segnato il secondo miglior tempo della storia con 2h01’41”. A Londra si era piazzato terzo (2016) e secondo (2017) mentre nella sua ultima apparizione (2018) non era andato al di là dell’ottavo posto.
La stessa posizione in cui si è classificato ieri quello che viene considerato il più grande maratoneta di tutti i tempi: Eliud Kipchoge, classe 1984, di Kapsisiywa (Kenya), altra terra di runners. Di lui abbiamo scritto e di lui si sa tutto, perfino che si pulisce i gabinetti: campione olimpionico in carica, primatista mondiale grazie al 2h01’39” corso a Berlino nel 2018, vincitore a Londra nel 2015, 2016, 2018 e 2019 e unico ad aver corso sotto le 2 ore i 42.195 km (primato non omologato), ieri è miseramente naufragato, a due giri dal termine, sotto la pioggia battente.
“Un dio è caduto, anche lui è umano” hanno subito commentato molti esperti dopo la debacle di ieri, nonostante calzasse un nuovo super modello (super criticato, ma omologato) di scarpe detto Alphafly Next%. Una conferma che per vincere non esistono calzature magiche, dalla tecnologia estrema: occorrono gambe.
Molto umano, ma fortissimo, è invece apparso il vincitore Shura Kitata Tola, 24 anni, etiope. Ha coperto la distanza in 2h05’45”: appena un secondo di vantaggio sul kenyano Vincent Kipchumba, 30 anni, 4 secondi sul connazionale Sisay Lemma Kasaye, 30 anni.
Brigid Jepchirchir Kosgei, keniota, prima classificata in campo femminile alla London Marathon
Shura Kitata non è proprio uno qualunque: due anni fa era giunto secondo a New York e a Londra. Ora con uno sprint mozzafiato ce l’ha fatta a tagliare per primo il traguardo davanti a Buckingham Palace. Lasciandosi dietro uno stuolo di etiopi: il quarto, Mosinet Geremew, 28 anni, il quinto, Mule Washium, 27, il sesto, Tamira Tolat, 29, davanti ad altri due del Kenya (Benson Kipruto e appunto Kipchoge). Insomma il solito derby africano stavolta dominato da Addis Abeba. Per Nairobi consolazione in campo femminile: Brigid Jepchirchir Kosgei, 26 anni, detentrice del record mondiale, ha replicato il successo dello scorso anno e al terzo posto è arrivata Ruth Chepngetich, 26.
“Sono ultrafelice della vittoria, considerato il valore dei miei avversari. La dedico al mio Paese e ai miei compagni – ha commentato a caldo Kitata – Porterò personalmente ad Addis Abeba la medaglia al mio allenatore, Haji Adilo, che non è potuto venire a Londra perché risultato positivo al Covid 19″. Come più umana è stata la maratona di Londra, dopo la cancellazione di quelle di Boston, Berlino, Chicago, e New York.
Sicuramente, a causa dell’emergenza sanitaria, è stata – come ha dichiarato Hugh Brusher, direttore di London Marathon – quella più surreale, più strana tra tutte quelle disputate. Niente pubblico, nessuna partenza da Greenwich, solo circuito cittadino, premi dimezzati, nessuna partecipazione dei 43 mila iscritti, (solo i top runners), nessun record spaziale. E gli atleti chiusi un una bolla di biosicurezza con rigide linee guida su test, viaggio, alloggio e competizione. Era persino vietato rispondere al telefono in camera. E per evitare ogni rischio di contagio il direttore Brasher aveva inviato da Londra un aereo privato a prendere Eliud e gli altri atleti.
Il Remote Life Support (R.L.S.) con attestato e brevetto da portafoglio, è un corso di primo soccorso, secondo le norme dell’International Wilderness Medicine Standards (IWMS-standard internazionali di medicina in ambienti selvaggi).
Remote Life Support
Intervento in ambienti remoti ed impervi, con ospedali lontani e scarsi mezzi di soccorso. Il corso aiuta ad imparare la gestione del primo soccorso in situazioni estreme con tecniche di contingenza ed evacuazione anche in maniera non convenzionale.
Si basa su due livelli e si tiene in un fine settimana: il 1° livello sabato 17 ottobre 2020 e il 2° livello domenica 18 ottobre 2020. Interessanti gli argomenti trattati. Alcuni di questi sono: preparazione zona atterraggio elicottero per evacuazione; colpo di calore e di sole; shock; agenti veleniferi inoculati da morsus/contatto; gestione traumi; barelle di fortuna; segnalazione terra-aria-acqua e molto altro.
È un corso aperto a tutti ma è destinato soprattutto agli operatori umanitari; guide alpine; guide m.m.; giornalisti; fuori area; soccorritori; militari e anche turisti. Si tiene in Via dei Boschi, 9, a Pero (MI).
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
4 ottobre 2020
Incatenati due a due, botte a pranzo e a cena, la toilette è il pavimento della cella, ecco la condizione dei migranti, per lo più etiopi, nelle putride galere in Arabia Saudita.
Nel rapporto di Amnesty international, pubblicato venerdì scorso, emergono dettagli sconvolgenti sulle condizioni carcerarie di migliaia di persone – uomini, donne e bambini – provenienti dall’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa, che detiene il triste primato mondiale per numero di sfollati.
Molti migranti che si trovavano nello Yemen sono stati cacciati con la forza dalle autorità verso l’Arabia Saudita, perchè considerati untori del coronavirus. Secondo quanto riportato dall’Organizzazione Internazionale per i Migranti (OIM), attualmente almeno duemila etiopi sono ancora bloccati nel Paese in guerra senza cibo, acqua e assistenza sanitaria.
I poveri disgraziati avevano lasciato il loro Paese in cerca di lavoro, per migliorare le proprie condizioni di vita e quelle dei loro familiari, perchè stanchi di aspettare le promesse del governo di Addis Ababa.
Eppure un anno fa, il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed, aveva annunciato di aver trovato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti che sarebbero pronti ad accogliere 50.000 lavoratori etiopi già a breve, mentre sarebbero in atto trattative per il trasferimento di altre 200.000 persone nei prossimi anni. Il governo di Addis Ababa aveva aggiunto che dialoghi in tal senso erano in atto anche con il Giappone e alcuni Paesi dell’UE.
Marie Forestier, ricercatrice di Amnesty ha detto che le condizioni di vita delle persone sono davvero scioccanti. “Molti sono a rischio suicidio, non ce la fanno a sopportare tale situazione”.
In base alle testimonianze raccolte, l’Organizzazione per i diritti umani ha documentato la morte di almeno tre detenuti, ma probabilmente sono molti di più. Fame, sete e mancanza di assistenza sanitaria sono le cause principali dei decessi.
Migranti etiopi disperati nei centri di detenzione in Arabia Saudita
Donne incinte, neonati e bambini vivono nelle stesse condizioni e alcuni incarcerati hanno detto di essere stati informati anche della morte di alcuni piccoli.
Alcuni diplomatici del governo di Addis Ababa, in occasione di una recente visita nei centri di detenzione saudite, hanno vietato ai migranti di diffondere notizie e foto delle loro condizioni di vita nelle galere saudite.
Amnesty ha chiesto al governo etiopico di procedere con la massima urgenza ai rimpatri volontari e a quello saudita di migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Tsion Teklu, sottosegretario del ministero degli Esteri etiopico ha detto a Agence France Presse (AFP) che quattromila migranti sono già stati evacuati a aprile e entro metà ottobre si prevede di riportare a casa altri duemila. “Il problema maggiore è il Covid-19. Mancano gli spazi per la quarantena una volta arrivati in patria”, ha aggiunto Teklu.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
3 ottobre 2020
David Shearer, rappresentante del segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Sud Sudan e a capo dei caschi blu nel Paese (UNMISS), qualche giorno fa ha fatto il punto della situazione in Sud Sudan, sui progressi e insuccessi del trattato di pace, siglato nel 2018.
Popolazione sud sudanese in ginocchio dopo anni di conflitti interni
Uno dei maggiori problemi ancora aperti resta l’unificazione degli eserciti, ribelli e regolari sono stati responsabili della morte di ben oltre 380 mila persone durante il conflitto interno iniziato nel 2013.
Quando finalmente le truppe sono state radunate per esercitazioni in comune, dopo poco hanno disertato per la mancanza di cibo e altri servizi essenziali. Shearer ha espresso grande preoccupazione, perchè potrebbero esplodere nuove violenze. “I ribelli sono stati illusi di essere inseriti nell’esercito regolare e ora sono ritornati nei loro villaggi senza nulla di fatto”, ha precisato il capo di UNMISS.
Shearer ha anche sottolineato che l’Assemblea nazionale non è ancora stata costituita, parecchie leggi non sono state adottate, la preparazione della nuova Costituzione è in una fase di stallo. Le elezioni previste per il 2022 potrebbero essere rinviate per i gravi ritardi accumulati. E ha inoltre rimproverato al governo di riunirsi troppo irregolarmente.
Il diplomatico si è anche soffermato sul problema delle finanze in quanto la Commissione per i diritti umani in Sud Sudan ha accusato politici di primo piano e alti funzionari di appropriazione indebita di fondi pubblici di decine di milioni di dollari dal 2016. Solo pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto della Commissione, il presidente Salva Kiir aveva silurato il ministro delle Finanze, il capo dell’autorità tributaria e il direttore della compagnia petrolifera statale.
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
E Yasmin Sooka, a capo della Commissione nel Sud Sudan, senza peli sulla lingua ha aggiunto: “E’ davvero incredibile che questi crimini siano stati commessi con l’aiuto di società e banche internazionali. Molte vite sono andate distrutte a causa della corruzione. E l’elite politica ha combattuto solo per ottenere il controllo delle risorse di petrolio e minerarie del Paese, defraudando la popolazione del proprio futuro”.
Intanto la situazione umanitaria è peggiorata dopo le recenti inondazioni, che ha messo in ginocchio oltre 600 mila persone. Il World Food Programme ha chiesto aiuto al resto del mondo per venire incontro alle popolazioni di questa nazione già così provata da anni di guerra civile.
Corre l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annuncia i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede sono a favore della secessione; i sud sudanesi scelgono l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – viene festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace, l’indipendenza viene proclamata il 9 luglio 2011.
Le speranze, la gioia della gente sono ben presto seppellite quando il presidente Salva Kiir Mayardit accusa il suo vice Riek Marchar di complottare contro di lui e aver tentato un colpo di Stato. Iniziano i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri risalgono al il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto raggiungono anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti non fanno che alimentare questo conflitto.
L’ennesimo trattato di pace viene firmato nell’estate del 2018, ma solo a febbraio di quest’anno è sciolto il vecchio governo. Kiir, il presidente, resta al suo posto, mentre Machar viene nuovamente insediato come primo vice-presidente. Durante la cerimonia tenutasi nella capitale Juba, Kiir dichiara ufficialmente conclusa la guerra, aggiungendo: ” “Dobbiamo perdonarci a vicenda e estendo questo appello alle popolazioni di etnia dinka e nuer”, i due gruppi etnici rivali.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
L’Organizzazione Mondiale della Sanità aprirà un’inchiesta sulle violazioni sessuali che avrebbero commesso operatori umanitari nella Repubblica Democratica del Congo. Le equipe erano impegnate nell’ambito di interventi nella lotta contro l’ebola.
Cinquantuno donne hanno affermato di essere state sfruttate o di avere subito abusi sessuali da uomini, per lo più stranieri, che si erano qualificati come operatori umanitari/sanitari a Beni nel Nord-Kivu, provincia fortemente colpita dalla 10ma epidemia di ebola tra il 2018 e giugno di quest’anno.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS
L’11ma epidemia è ancora in corso nella provincia dell’Equatoria, sulle sponde del fiume Congo. Mentre la 10ma, terminata il 25 giugno 2020, ha causato la morte di oltre 2.280 persone.
Oltre agli operatori umanitari/sanitari dell’OMS, le donne hanno accusato anche personale dell’Agenzia per le Migrazioni (OIM), di Medici senza Frontiere (MSF), Oxfam, World Vision, ALIMA (Alliance for International Medical Action), nonchè personale del ministero della Sanità congolese.
Le violenze sarebbero state perpetrate tra il 2018 e il 2020. L’agenzia di stampa New Humanitarian e la Fondazione Reuters hanno condotto indagini per oltre un anno. E, secondo quanto riferisce Reuters, le signore avrebbero lavorato come cuoche o donne per le pulizie con contratti a termine per stipendi che variavano tra $ 50 e $ 100 mensili, corrispondenti oltre al doppio della paga normale.
In un comunicato di martedì scorso, l’OMS ha fatto sapere che tutte le persone identificate implicate nel caso, dovranno rispondere personalmente dei gravi atti commessi, delle conseguenze, compreso il licenziamento immediato.
“Tradire le persone che seguiamo nelle comunità è un atto inconcepibile”, ha specificato l’OMS nel suo comunicato.
Il progetto si chiama “Cultura e pace mano nella mano verso lo sviluppo di Gorongosa”, finanziato dalla Commissione Europea, e gestito dall’ong Helpcode.
Una delle mascherine anti-covid creata dall’Atelier Gorongosa (Courtesy Helpcode)
È un programma che ha un “approccio integrato e multidimensionale nel quale sono previsti anche interventi di inclusione sociale con corsi di formazione professionale. L’obiettivo è dare opportunità di lavoro per avere una fonte di reddito” – si legge nelle pagine web di Helpcode.
L’Atelier Gorongosa – prende il nome dall’area centrale di un famoso parco mozambicano – ha già formato 30 persone di cui dieci sono donne. Hanno frequentato un corso di 122 ore di teoria e pratica sulle tecniche di taglio e cucito. A fine corso hanno ricevuto in dono una macchina per cucire e il materiale necessario per lavorare.
La cucitura di una delle mascherine anti-covid creata dall’Atelier Gorongosa (Courtesy Helpcode)
La pandemia di Covid-19 ha praticamente dato il via alla produzione di mascherine di protezione anti Coronavirus. Sono mascherine lavabili create con stoffe di capulana – panno tipico mozambicano con bellissimi disegni e colori – create con tessuti a stampa wax. Trecento di queste sono state donate alla Direzione distrettuale di salute e poi distribuite agli operatori degli ospedali e dei Centri di salute.
Le mascherine però si possono anche acquistare direttamente dal sito di Helpcode. È possibile scegliere un kit di 4 mascherine lavabili – due da adulto e due da bambino – oppure acquistane una singola. I colori e i disegni sono quelli dell’Africa. Helpcode garantisce che il ricavato della venidta delle mascherine serve a sostenere l’Atelier e i progetti a favore dei diritti dei bambini.
Speciale per Africa Express, Senza Bavaglio e Critica Liberale Monica Mistretta
Milano, 29 settembre 2020
A quarant’anni dalle stragi di Ustica e Bologna, la verità può attendere. La versione ufficiale degli eventi che riguardano la maledetta sera del 1980 in cui cadde il Dc9 Itavia con 81 persone a bordo, slitta senza fretta, decennio dopo decennio, facendosi strada tra le ipotesi più disparate, spesso glissando perfino sulle indagini della magistratura, sulle requisitorie, su documenti Nato, sulle testimonianze di chi ha avuto il coraggio di parlare. Anche la strage di Bologna non trova un punto fermo e imbocca una nuova pista: l’esplosione non di un solo ordigno, ma di due. Inutile seguire tutto, non serve: non ci crede più nessuno. E forse è quello che si voleva ottenere fin dall’inizio.
Paolo Cucchiarelli, però, non si arrende. La sua è una battaglia impeccabile: da una parte la Ragion di Stato (o degli Stati), dall’altra la verità obiettivo imprescindibile di ogni bravo e onesto giornalista. Così lui riprende i documenti, gli atti, le requisitorie, cerca testimoni diretti, riesce a fare un po’ ordine nel marasma. E siccome è un bravo e onesto giornalista, lo fa con un libro costato otto anni di lavoro, compresi due di stesura: ‘Ustica & Bologna’. Le prove raccolte, pubblicate puntigliosamente nelle oltre 400 pagine, inchiodano il lettore a una verità inedita. Nessuna bomba, nessun missile: è la sfiammata di un aereo da caccia sulla cabina di pilotaggio del Dc9 ad aver inferto il primo colpo mortale all’aereo, togliendo immediatamente la vita ai due piloti. Le fotografie dei vetri della cabina, dissolti e accartocciati dalle bruciature, ci sono, anche se nessuno le ha mai volute vedere: Cucchiarelli le pubblica. Ed è già sotto attacco: “I cretini di Stato sono al lavoro”, racconta sorridendo.
Partiamo dai tracciati degli aerei sui cieli di Ustica: perché a distanza di 40 anni non riusciamo a fare chiarezza su un elemento che invece dovrebbe essere immediatamente verificabile? Quanti aerei erano in volo quella sera?
Io ho semplicemente seguito le carte dell’inchiesta Priore. La più lunga e impegnativa indagine giudiziaria della storia della magistratura italiana. Il problema è che c’è chi ha mentito. E nella inchiesta i dati sono frammisti, registrati e ammassati e spesso non “scelti”, immersi, quasi “affogati” in una mole di dati immensa . La Nato ha consegnato tracciati di aerei che non erano identificati. Esistono i documenti inviati dalla Nato al governo e alla magistratura italiana: basta consultarli. I dati ci sono tutti nella inchiesta giudiziaria, nelle sentenze . Distinguiamo però tra fiction narrativa, spesso imperante, e inchiesta giudiziaria. Nell’ inchiesta giornalistica i dati certi e utili a spiegare sono solo stati “legati”, si sono enucleati i dati significativi e in grado di spiegare l’accaduto. Basta leggere. Tutti i dati citati sull’attacco al Dc9 come per Bologna sono tutti nelle due inchieste o chiuse o in corso. Nuova è la lettura degli elementi disponibili.
Nelle 2 immagini il relitto del DC 9 Itavia dopo il recupero in fondo al mare
Su questa vicenda è stato recentemente apposto un segreto. Cosa ne pensi?
Un mese fa il governo ha protratto il segreto sulle comunicazioni tra il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, e la Centrale, un materiale che riguarda un periodo cronologicamente a cavallo di Ustica e Bologna. Il documento secretato era stato chiesto su input del senatore Carlo Giovanardi il quale sostiene che in quelle carte ci sarebbe la prova che l’Olp ha abbattuto il Dc9. Questo è semplicemente assurdo. Prima di parlare, bisognerebbe leggere i documenti ufficiali della magistratura: non intendo soltanto l’inchiesta Priore, ma anche le sentenze e la requisitoria del magistrato. Evidentemente, i cretini di Stato sono all’opera. E, naturalmente, non mi riferisco all’ex senatore ma a tutti coloro che commentano, giudicano, ironizzano, respingono a priori, senza aver letto le oltre 600 pagine dell’inchiesta, aver visto le foto, le testimonianze di chi, come Marco Affatigato, è stato il primo ad essere chiamato in causa per Ustica e per Bologna; le sue spiegazioni del tutto nuove di chi si mosse e in chiave internazionale e con quale logica.
Quella sera accanto al Dc9 Itavia c’erano altri aerei… tre Mig e un aereo che si è fatto passare per un innocente volo di linea dell’ Air Malta.
Io li identifico come ‘aggressor’, non posso dimostrare che fossero Mig , ci sono, semmai, elementi di contorno che mi autorizzano a supporre che si tratti di Mig impegnati in un attacco non ortodosso che ha modalità mai utilizzate prima in tempo di pace. Il ruolo del finto Air Malta è invece per me certa, scandita lungo tutto il tragitto. Basta leggere. Questi aerei appartenevano a strutture riservate che quella sera mettono in atto un’azione di terrorismo o, meglio, un attacco non ortodosso secondo modalità non usuali, di cui non doveva restare traccia. Modalità che lasciano sgomenti. Sicuramente, un Mig viene visto da testimoni che osservano un aereo con la punta mozza e un pungiglione. Quindi, inequivocabilmente un Mig 21. Ci sono ipotesi, tracciati e testimoni: tutto è già nell’inchiesta Priore. Del finto Air Malta parlano tutti dopo la strage. La mole di documentazione disponibile, certa, riscontrata, ufficiale, giudiziaria è molto ampia. Bisognava solo capire cosa avesse fatto l’Air Malta o meglio l’Aggressor che si fa passare per un innocente aereo di linea maltese mentre il vero Air Malta civile è a oltre 100 miglia, sulle isole toscane: E questo è un dato certissimo. Il problema almeno per Ustica è il traffico di nucleare, a Bologna si deve colpire la libertà non più ammessa dai nuovi circoli americani che esprimeranno la Presidenza Reagan che apparteneva al Lodo Moro, la scelta filo-araba e filo-palestinese di almeno una ampia parte del mondo politico e dei nostri servizi segreti all’epoca. Due schiaffoni tirati a mano piana sul volto dell’Italia.
Un altro magistrato che indagava su materiali nucleari, questa volta via nave, si mette in contatto – guarda caso – con Priore: è Francesco Neri che, agli inizi degli anni 90, mette le mani su un colossale traffico nucleare tra Paesi europei e mediorientali. Hai trovato legami?
I due magistrati furono sentiti insieme nella Commissione di inchiesta parlamentare sui rifiuti: l’audizione venne secretata, ovviamente. So che Priore quel giorno disse: “Il nucleare. Ora ho capito perché Ustica”.
Parliamo del Secret Team, la struttura legata alla Cia che, secondo il tuo libro, conduce l’operazione di terrorismo nei cieli di Ustica. Questa struttura operava nella Libia di Gheddafi, a sua volta alleato delle organizzazioni palestinesi. Come è possibile?
Il Secret Team operava in Libia per controllare Gheddafi: si trattava di ex Berretti Verdi, agenti della Cia sotto copertura e sotto protezione. Era la sezione oltranzista della Cia che si era “inabbissata” dopo il Watergate e le conseguenti norme di controllo sulle operazioini clandestine. E’ tutto disponibile e leggibile nelle inchieste condotte dal Senato Usa e in quelle della magistratura statunitense oltre che in una qualificata pubblicistica internazionale Gli americani hanno sempre fatto affari con Gheddafi, perfino durante il periodo delle cosiddette limitazioni delle esportazioni dal Paese nordafricano. Gli americani, o meglio, alcune lobby, hanno sempre operato liberamente, anche a dispetto o contro il governo americano, perché il soldo è più forte della legge e della politica. Io non mi invento nulla. Evidentemente, questa struttura operava molto bene in Italia, visto che compare anche nel caso Moro. Io trovo la presenza operativa di almeno tre strutture parallele : americane, francesi e israeliane e la presenza, in Ustica e in Bologna , di mercenari che sono collegati con Bob Denard, uno dei più controversi soldati di ventura dello scorso secolo. Ne parlano Marco Affatigato e il pentito di Ordine Nuovo, credibile per i magistrati italiani, Carlo Digilio. Torniamo al Secret Team , una struttura che conduce affari, svolge operazioni di intelligence coperte e non autorizzabili dal governo Usa e ha una propria politica estera e una rete che interviene in molti Paesi chiave. Questo è ben noto nei documenti.
Gheddafi dal ’77 in poi, per potenziare la sua struttura militare, assolda due uomini d’affari che hanno base in Svizzera e nei Paesi del Sud America, sono entrambi veri e propri esperti di armi: uno è Edwin Wilson, l’altro è Frank Terpil, entrambi fanno parte del Secret Team. I due operavano sotto la copertura dei servizi segreti clandestini americani, guidati da Ted Shackley. Ho avuto la fortuna di parlare a telefono con Wilson, prima che morisse: mi disse che aveva operato molto in Italia, ma mai contro di noi. Questo significa che aveva la copertura di almeno una parte dei servizi segreti italiani. Del resto, chi opera in Libia, dipende dal capocentro della Cia a Roma: ovviamente, l’Italia è determinante. Questi signori non ragionano con il parametro ‘o con me o contro di me’: questo non è il modo di procedere dei servizi segreti. È un mondo pieno di sfumature, di contraddizioni apparenti, di ambiguità, di cose che stanno insieme anche se non dovrebbero. La storia degli americani , agenti Cia sotto copertura che addestrano i terroristi internazionali nei campi libici e riarmano (e controllano) Gheddafi è raccontata per la prima volta in Italia da questa inchiesta ma nel mondo è ben nota. Eppure l’Italia è la nazione più coinvolta e interessata a capire: solo in teoria però.
A questo punto apro una parentesi: su questi argomenti mi rifiuto di rispondere a cretini che non hanno letto il libro. E mi riferisco ai ‘cretini di Stato’, che fanno più danni dei segreti di Stato. È lo stesso Wilson che, sotto processo, si è difeso dicendo che lavorava sotto copertura per gli americani…. Aveva due incarichi: uno controllare il terrorista Carlos lo Sciacallo, legato ai palestinesi, l’altro controllare un eventuale riarmo atomico della Libia. Per il resto, Wilson e la sua rete ha carta bianca per fare tutti gli affari che vuole: operazioni di terrorismo, omicidi mirati, tutte le cose che il governo americano ufficialmente non poteva fare. Sempre guadagnandoci, naturalmente: io lo chiamo ‘Secret Team’, ma non per nulla i giornali americani lo definiscono ‘L’Impresa’.
Parliamo delle barre di uranio che scopre nel corso delle indagini il magistrato Priore.
Il problema è che la perizia fatta sul Dc9 esclude che l’aereo le abbia trasportate. Ma ci sono mille prove che fossero a bordo: ovviamente il materiale era schermato… o no? Lo racconta chi ha seguito quella operazione. Invece abbiamo un solido,diffuso, non scalfibile ma atteso silenzio.
Questo il libro scritto da Paolo Cucchiarelli per i tipi de “La nave di Teseo”, 24 euro
Quanto conta per una struttura come il Secret Team la vita di 81 persone a bordo di un aereo?
Niente. Meno di niente. Quell’uranio era determinante per l’avvio delle centrifughe del centro nucleare pakistano che avrebbe dovuto fornire l’atomica a tutti i paesi musulmani: è Gheddafi che finanzia questo programma in prima persona. La bomba islamica verrà realizzata. Ma si parlerà anche di bombe sporche con uranio arricchito nell’ogiva: in quel momento in Libia c’è una azienda tedesca che è in grado di fornire a Gheddafi un missile a più stadi forse rozzo ma efficace, capace di colpire Israele con testate sporche. E’ tutto raccontato nel mio libro per la prima volta in dettaglio.
Qual è il legame più forte tra la strage di Ustica e quella di Bologna?
La presenza dei mercenari di Bob Denard, parte delle strutture francesi, l’altra costante di queste due stragi, insieme al Secret Team e alla presenza di israeliani. Dentro la vicenda Ustica scopro che un uomo di Bob Denard conserva barre di uranio in uno scantinato a Parigi. Lo stesso materiale di cui poi Priore trova la presenza a bordo del Dc9. Ma Bob Denard viene chiamato in causa per Bologna da Carlo Digilio, il più credibile pentito di Ordine Nuovo, quello che ha permesso l’inchiesta su Piazza Fontana. E allora un ultimo interrogativo: perché Digilio è credibile su piazza Fontana, ma non su Bologna?
A tuo giudizio, che possibilità c’è, da in una scala da 0 a 100, che nei prossimi dieci anni in Italia esca finalmente la verità sulle stragi di Ustica e Bologna, dopo che è già stata procrastinata per 40 anni?
Zero. Non possiamo permettercelo. Perfino i presidenti delle associazioni dei familiari delle vittime delle due stragi sono stati in silenzio di fronte a questa inchiesta che pure dice qualcosa di nuovo sul perché e sul “chi”. Non interessa? Il silenzio dello Stato lo davo per scontato, quello di chi rappresenta il dolore delle vittime no.
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Special for Africa Express, Senza Bavaglio (Gagless) and Critica Liberale Monica Mistretta
Milan, 29 September 2020
Forty years after the terrorist attack of Ustica and Bologna, the truth can wait. The official version of the events concerning the cursed evening of 1980 in which the DC9 Itavia fell with 81 people on board, sledding unhurriedly, decade after decade, making its way among the most disparate hypotheses, often glissing even on the investigations of the judiciary, on the indictments, on NATO documents, on the testimonies of those who had the courage to speak. Even the massacre of Bologna does not find a fixed point and takes a new track: the explosion of not one bomb, but two. It is useless to follow everything, it is useless: nobody believes it anymore. And maybe that’s what we wanted to achieve from the beginning.
Paolo Cucchiarelli, however, does not give up. His battle is an impeccable one: on the one hand the State Reason (or States), on the other hand the unavoidable objective truth of every good and honest journalist. So he takes back the documents, the deeds, the requisitions, he looks for direct witnesses, he manages to put the marasmus in order. And since he is a good and honest journalist, he does it with a book that cost eight years of work, including two years of writing: ‘Ustica & Bologna’. The collected evidence, published in over 400 pages, nails the reader to an unprecedented truth. No bomb, no missile: it is the flaming of a fighter plane on the cockpit of the DC9 that dealt the first fatal blow to the plane, immediately taking the lives of the two pilots. The photographs of the cabin windows, dissolved and crumpled by the burns, are there, even if nobody ever wanted to see them: Cucchiarelli publishes them. And he is already under attack: “The state idiots are at work,” he says smiling.
Let’s start from the airplane tracks on the skies of Ustica: why after 40 years we are not able to clarify an element that should be immediately verifiable? How many planes were in flight that night?
I simply followed the charts of the Prior investigation. The longest and most demanding judicial investigation in the history of the Italian judiciary. The problem is that some people lied. And in the investigation the data are fragmented, recorded and piled up and often not “chosen”, immersed, almost “drowned” in an immense amount of data. NATO delivered aircraft tracks that were not identified. There are documents sent by NATO to the Italian government and judiciary: just consult them. The data are all there in the judicial investigation, in the sentences. We distinguish, however, between narrative fiction, often dominant, and judicial investigation. In the journalistic investigation the certain data useful to explain have only been “linked”, the significant data and able to explain what happened have been enucleated. It is enough to read. All the data cited on the attack on the DC9 as for Bologna are all in the two investigations or closed or in progress. New is the reading of the available elements.
In the 2 images the wreck of the DC 9 Itavia after recovery at the bottom of the sea
A secret has recently been put by the government on this matter. What do you think about it?
A month ago the government extended the secret on the communications between Colonel Stefano Giovannone, head of the Sismi in Beirut, and the Centrale, a material that concerns a period chronologically between Ustica and Bologna. The secret document had been asked on the input of Senator Carlo Giovanardi who claims that in those papers there would be proof that the PLO has shot down the DC9. This is simply absurd. Before speaking, we should read the official documents of the judiciary: I do not only mean the Prior inquiry, but also the sentences and the indictment of the magistrate. Evidently, the state idiots are at work. And, of course, I am not referring to the former Senator but to all those who comment, judge, ironize, reject a priori, without having read the over 600 pages of the investigation, seen the photos, the testimonies of those who, like Marco Affatigato, was the first to be sued for Ustica and Bologna; his completely new explanations of who moved and with what logic.
That evening next to the DC9 Itavia there were other planes… three Mig and a plane that passed itself off as an innocent Air Malta scheduled flight.
I identify them as ‘aggressors’, I cannot prove that they were Mig, there are, if anything, elements that authorize me to assume that they are Mig engaged in an unorthodox attack that has never been used before in peacetime. The role of the fake Air Malta is instead for me certain, marked all along the way. Enough reading. These aircrafts belonged to reserved structures that that night put in place an action of terrorism or, better, an unorthodox attack in unusual ways, of which there should be no trace. Modalities that leave one dismayed. Certainly, a Mig is seen by witnesses observing an airplane with a severed tip and a sting. So, unequivocally a Mig 21. There are hypotheses, traces and witnesses: everything is already in the Prior investigation. Everyone is talking about the fake Air Malta after the massacre. The amount of documentation available, certain, found, official, judicial is very large. It was only necessary to understand what Air Malta had done, or rather the Aggressor who passes himself off as an innocent Maltese airliner while the real civil Air Malta is more than 100 miles away, on the Tuscan islands: and this is a very certain fact. The problem at least for Ustica is the nuclear traffic, in Bologna we must hit the freedom no longer allowed by the new American circles that will express the Reagan Presidency that belonged to the Lodo Moro, the pro-Arab and pro-Palestinian choice of at least a large part of the political world and our secret services at the time. Two slaps pulled by flat hand on the face of Italy.
Another magistrate who was investigating nuclear materials, this time by ship, gets in touch – by chance – with Prior: it is Francesco Neri who, at the beginning of the 90s, gets his hands on a colossal nuclear traffic between European and Middle Eastern countries. Have you found links?
The two magistrates were heard together in the Parliamentary Commission of Inquiry on waste: the hearing was secret, of course. I know that Prior that day said: “Nuclear power. Now I understand why Ustica”.
Let’s talk about the Secret Team, the structure linked to the CIA that, according to your book, leads the terrorist operation in the skies of Ustica. This structure operated in Gaddafi’s Libya, in turn an ally of Palestinian organizations. How is this possible?
The Secret Team operated in Libya to control Gaddafi: they were former Green Berets, CIA undercover and under protection. It was the extremist section of the CIA that had “sank” after the Watergate and the consequent control rules on clandestine operatives. Everything is available and readable in the investigations conducted by the U.S. Senate and in those of the U.S. judiciary as well as in qualified international publicity The Americans have always done business with Gaddafi, even during the period of so-called export restrictions from the North African country. The Americans, or rather, some lobbies, have always operated freely, even in spite of or against the American government, because money is stronger than law and politics. I do not invent anything. Evidently, this structure operated very well in Italy, since it also appears in the Moro case. I find the operational presence of at least three parallel structures: American, French and Israeli and the presence, in Ustica and Bologna, of mercenaries who are connected with Bob Denard, one of the most controversial soldiers of fortune of the last century. Marco Affatigato and the repentant of Ordine Nuovo, credible for the Italian magistrates, Carlo Digilio, talk about it. Let’s go back to the Secret Team , a structure that conducts business, carries out intelligence operations covered and not authorized by the U.S. government and has its own foreign policy and a network that intervenes in many key countries. This is well known in the documents.
Gaddafi from ’77 onwards, to strengthen his military structure, hires two businessmen based in Switzerland and South American countries, both are real experts in weapons: one is Edwin Wilson, the other is Frank Terpil, both are part of the Secret Team. The two operated under the cover of the American clandestine secret service, led by Ted Shackley. I was lucky enough to speak on the phone with Wilson, before he died: he told me that he had operated a lot in Italy, but never against us. This means that he had the coverage of at least part of the Italian secret services. After all, who operates in Libya, depends on the head of the CIA in Rome: obviously, Italy is decisive. These gentlemen do not reason with the parameter ‘either with me or against me’: this is not the way to proceed of the secret services. It is a world full of nuances, of apparent contradictions, of ambiguities, of things that stand together even if they shouldn’t. The story of the Americans, undercover CIA agents who train international terrorists in Libyan camps and rearm (and control) Gaddafi is told for the first time in Italy by this investigation but in the world it is well known. Yet Italy is the nation most involved and interested in understanding: only in theory however.
At this point I open a parenthesis: on these topics I refuse to answer to idiots who have not read the book. And I am referring to the ‘state idiots’, who do more damage than state secrets. It is the same Wilson who, under trial, defended himself by saying that he was working undercover for the Americans…. He had two assignments: one to control the terrorist Carlos the Jackal, linked to the Palestinians, and the other to control a possible atomic rearmament of Libya. For the rest, Wilson and his network has carte blanche to do all the business he wants: terrorist operations, targeted assassinations, all the things that the American government officially could not do. Always gaining, of course: I call it ‘Secret Team’, but not for nothing do American newspapers call it ‘The Enterprise’.
Let’s talk about the uranium rods that the magistrate Prior discovers in the course of the investigation.
The problem is that the report made on the DC9 excludes that the plane transported them. But there is a thousand evidences that they were on board: obviously the material was shielded… or not? It is told by the person who followed that operation. Instead we have a solid, diffused, non-scratchable but awaited silence.
How much does the life of 81 people on board a plane matter to a facility like the Secret Team?
Nothing. Less than nothing. That uranium was crucial for the start-up of the centrifuges of the Pakistani nuclear center that was supposed to supply the atomic bomb to all Muslim countries: it is Gaddafi who is financing this program himself. The Islamic bomb will be realized. But there will also be talk of dirty bombs with enriched uranium in the nosepiece: at that time in Libya there is a German company that is able to supply Gaddafi with a multi-stage missile, perhaps crude but effective, capable of hitting Israel with dirty warheads. It’s all told in my book for the first time in detail.
What is the strongest link between the massacre of Ustica and that of Bologna?
The presence of Bob Denard’s mercenaries, part of the French structures, the other constant of these two massacres, together with the Secret Team and the presence of Israelis. Inside the Ustica affair I discover that one of Bob Denard’s men keeps uranium rods in a basement in Paris. The same material of which the Prior then finds the presence on board the DC9. But Bob Denard is sued for Bologna by Carlo Digilio, the most credible repentant of Ordine Nuovo, the one who allowed the investigation on Piazza Fontana. And then one last question: why is Digilio credible on Piazza Fontana, but not on Bologna?
In your opinion, what possibility is there, on a scale from 0 to 100, that in the next ten years in Italy the truth about the massacres of Ustica and Bologna will finally come out, after it has already been procrastinated for 40 years?
Zero. We cannot afford it. Even the presidents of the associations of the families of the victims of the two massacres have been silent in front of this investigation that also says something new about why and “who”. Doesn’t that interest you? I took the silence of the State for granted, the silence of those who represent the pain of the victims does not.
In occasione della “Giornata della donna 2020”, molte ragazze e signore, vittime di stupri e attiviste per i diritti delle donne, hanno appeso biancheria intima alla recinzione della residenza dell’arcivescovo anglicano di Città del Capo, Thabo Makgoba. L’azione poco ortodossa è stata messa in atto per sensibilizzare la Chiesa anglicana su violenze, stupri perpetrati da reverendi sudafricani e per aprire inchieste indipendenti su questi terribili crimini.
Biancheria intima appesa per protesta alla recinzione della casa dell’arcivescovo anglicano di Città del Capo
June Major, una donna sacerdote anglicana è tra le vittime e chiede giustizia da anni. Ha subito uno stupro nel lontano 2002 quando era ancora in seminario. Ha raccontato che il prete è entrato nella sua camera presso la famiglia che la ospitava durante quel periodo e l’ha violentata. “Ho cercato di porre resistenza, ma poi mi ha messo la mano sulla gola, non potevo più fare nulla, non ho urlato, per non spaventare i bambini che si trovavano nella casa”.
“Ero distrutta, disperata, volevo solo morire,Così ho chiamato un amico e gli ho raccontato il fatto. Qualche tempo dopo il prete è ritornato, voleva violentarmi nuovamente. Ha desistito solamente perchè ho fatto in tempo a dirgli che avevo informato del fatto un amico comune”, ha aggiunto la Major.
Un amico le aveva consigliato di non rendere pubblico lo stupro subìto, e il violentatore aveva promesso che non l’avrebbe più cercata. “Anch’io da parte mia non volevo ferire la Chiesa, un’istituzione alla quale ci tenevo molto. Ma il mio silenzio mi è costato caro. Di notte ero perseguitata da orribili incubi, non potevo stare in ambienti che potevano essere chiusi a chiave, ero terrorizzata quando qualcuno si avvicinava troppo a me, in particolare uomini. Non era più vita”, ha spiegato la donna.
Solo dopo aver conosciuto altre vittime di stupro ha reso pubblico la sua storia, sperando di poter aiutare in questo modo anche loro e di convincerle a non tacere più. Aveva posto le sue speranze nella Chiesa, sperava di ricevere risposte, che venisse aperta un’indagine. Ma il responso non è mai arrivato. Silenzio assoluto.
Così nel 2016 inizia il suo primo sciopero della fame. Il settimo giorno l’amministrazione del clero anglicano sudafricano fa sapere che si sarebbe interessata del suo caso. Peccato che di fatto i vertici ecclesiastici non si muovono.
June Major, prete anglicano
Bisogna aggiungere che poco dopo la sua prima azione di protesta la Major perde il suo lavoro come prete. Essendo rimasta senza entrate, decide di andare in Australia, ma per un nuovo impiego ha bisogno di referenze. L’amministrazione ecclesiastica, malgrado le promesse, non le fa pervenire quanto richiesto. A quel punto si sente vittima due volte e cita in giudizio i vertici per perdita di reddito. Il caso è ancora pendente in Tribunale.
Passa altro tempo. Quattro anni dopo, il 1°luglio di quest’anno, inizia un nuovo sciopero della fame.
Al sesto giorno della protesta, l’arcivescovo si è fatto vivo, ha parlato con la Major, le ha chiesto di inviare le sue richieste via email. Qualche giorno dopo il prelato di Città del Capo ha fatto sapere che aprirà un’indagine disciplinare e che contatterà il Pubblico ministero della città dove si è consumato lo stupro per riaprire il caso. In base a queste promesse la vittima ha interrotto il suo digiuno di protesta. Finalmente è stata ascoltata. Dopo 18 anni di silenzio.
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