15.6 C
Nairobi
lunedì, Aprile 6, 2026

Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all’Italia

EDITORIALE Valerio Giacoia 5 aprile 2026 Sarebbe gravissimo sottovalutare –...

Colpo grosso messo a segno da Trump: diplomatico USA capo della missione ONU in Congo-K

Africa ExPress 4 aprile 2026 Dall'inizio di marzo il nuovo...

Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile

Keith Richburg è stato corrispondente del Washington...
Home Blog Page 202

Botswana apre la caccia e vende licenze per ammazzare 287 elefanti

Africa ExPress
8 aprile 2021

Il 6 aprile scorso è iniziata la stagione venatoria in Botswana. Per l’occasione il governo ha concesso licenze per l’uccisione di 287 elefanti. Non solo pachidermi, in vendita ci sono anche autorizzazioni per poter cacciare bufali, zebre e leopardi.

Insomma, le autorità di Gaborone vogliono mettere in moto l’industria della caccia malgrado la pandemia. La stagione dovrebbe concludersi il 21 settembre.

L’attuale presidente, Mokgweetsi Masisi, in carica dal 2018, ha dato il via libera, alla mattanza dei pachidermi, uno “sport”che era stato vietato dal suo predecessore Ian Khama.  Masisi è convinto che la proliferazione incontrollata dei giganti dell’Africa minacci i mezzi di sostentamento, cioè i raccolti agricoli, della popolazione in alcune zone rurali.

Elefanti in Botswana

Nel 2020, a causa delle restrizioni dovute al coronavirus, il turismo venatorio è stato quasi nullo, si spera dunque di rifarsi quest’anno, anche grazie alle nuove allettanti licenze.

La maggior parte dei cacciatori proviene dagli Stati Uniti, altri dalla Spagna, Europa dell’est e Russia.
Debbie Peake, portavoce di Botswana Wildlife Producers Association – vi fanno parte anche anche organizzatori di battute di caccia – ha specificato: “Sarà quasi impossibile che possano arrivare turisti europei a causa dei molti lockdown ancora in atto nell’UE. Anche per gli americani salire su un aereo non sarà un’impresa semplice”.

Il Botswana ospita un terzo degli elefanti dell’Africa, si stima che attualmente ci siano 130.000 esemplari, 15.000 tra questi vivono nel Delta dell’Okavango, uno degli ecosistemi più insoliti del pianeta. Nel 1990 la presenza dei pachidermi nel Paese era nettamente inferiore. Allora si contavano solamente poco più di 90.000.

Va ricordato che lo scorso anno sono morti centinaia di elefanti e anche dall’inizio dell’anno fino a fine marzo sono state trovate altre 40 carcasse.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Massacri, omicidi e violenze dei mercenari russi in Centrafrica: l’ONU indaga

Africa ExPress
7 aprile 2021

Un gruppo di lavoro di esperti indipendenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sta indagando sui mercenari russi presenti nella Repubblica Centrafricana e lanciano gravi accuse contro i paramilitari.

I contractor di Mosca, secondo gli esperti, si sarebbero macchiati di violazioni dei diritti umani nel Paese.
Eppure il governo di Bangui fa largo uso di mercenari, che talvolta intrattengono anche contatti stretti con l’esercito regolare e persino con i caschi blu della missione ONU MINUSCA (acronimo per missione multidimensionale integrata di stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana), presenti sul territorio con 11.650 soldati e 2.080 agenti di polizia. Vista la grave situazione di insicurezza che vige tutt’ora in loco , il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con risoluzione numero 2566 (2021) del 12 marzo scorso, ha decretato di inviare altri 2.750 militari e 950 poliziotti per incrementare il contingente.

MINUSCA in Centrafrica

Solo pochi giorni fa l’ambasciatore della Federazione Russa accreditato a Bangui, Vladimir Tirorenko, ha assicurato alla stampa che i rinforzi inviati a dicembre da Mosca per contrastare la nuova ribellione scoppiata nel Paese poco prima delle elezioni presidenziali, sarebbero formalti solamente da istruttori, per lo più ufficiali dell’armata russa in pensione e non prenderebbero assolutamente parte ai combattimenti, a meno che non vengano minacciati o presi di mira direttamente.

Tale versione, già contestata ampiamente da più parti, non ha convinto per nulla la presidente del gruppo di lavoro dell’ONU, Jelena Aparac, che nel suo comunicato ha precisato: “Abbiamo ben identificato tre attori che hanno partecipato occasionalmente a ostilità e offerto i propri servizi”.

Nel dettaglio si tratta delle seguenti società: Sewa Security Services, compagnia di sicurezza privata russa, Lobaye Invest SARLU, impresa di esplorazione e estradizione mineraria russa, registrata in Centrafrica dal 2017 e infine la ben conosciuta Wagner, i cui mercenari sono stati sguinzagliati nel Donbass (Ucraina), Siria, Libia e Sudan, accusata di possibili crimini di guerra commessi in Siria. Una denuncia in tal senso è stata depositata a Mosca il mese scorso.

La Aparac ha sottolineato che il gruppo di lavoro ha potuto stabilire connessioni tra le tre società e le loro implicazioni in violenti attacchi che si sono verificati dopo le presidenziali del 27 dicembre 2020, vinte dal capo di Stato uscente, Faustin-Archange Touadera.

La lista dei possibili reati commessi dai paramilitari è lunga. Secondo gli esperti, si sarebbero macchiati di massicce esecuzioni sommarie, detenzioni arbitrarie, torture durante gli interrogatori, sparizioni forzate, trasferimento coercitivo di civili, interventi violenti indiscriminati e mirati, violazioni del diritti alla salute, crescente numero di attacchi agli operatori umanitari.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Per ora il rapporto completo sui mercenari stilato dal gruppo di lavoro resta confidenziale. Il fascicolo dettagliato è stato inviato a tutti gli attori in questione, che avranno 60 giorni di tempo per le loro repliche e solo allora informazioni più precise saranno rese pubbliche.

L’Alto Commissariato dei Diritti Umani dell’ONU sta indagando su un incidente che si è verificato a dicembre nella prefettura di Ouaka. In tale occasione mercenari russi e militari dell’esercito regolare centrafricano (FACA) avrebbero aperto il fuoco su un automezzo che non si sarebbe fermato a un posto di blocco, uccidendo tre persone e ferendo altri 15.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Gli esperti lamentano poi la poca chiarezza che gira attorno alle società, ai paramilitari russi e alla loro presenza con i soldati di Bangui. La presidente del gruppo ha detto senza mezzi termini che il governo deve spiegare: “Lo status dei mercenari e la base legale sulla quale operano e ancora, quali sono le misure adottate da Bangui per proteggere la popolazione dalla loro presenza”.

Inoltre ci si interroga sulla stretta collaborazione di MINUSCA con le compagnie private di sicurezza moscovite, come riunioni in presenza di consiglieri russi nella base di MINUSCA e ancora evacuazioni mediche di feriti che risultano impiegati delle società private.

Il portavoce del governo, Ange Maxime Kazagui, ha subito negato l’impiego dei mercenari e ha assicurato che risposte ufficiali saranno date nei prossimi giorni. Ma Kazagui ha anche precisato: “Peccato che il gruppo di esperti non abbia fatto menzione di tutte le violazioni commesse dal CPC (Coalition des patriotes pour le changement) – raggruppamento dei 6 più importanti gruppi ribelli per combattere Touadéra e il suo governo – che si sono ritirati dall’accordo di pace. La maggior parte di questi insorti sono capeggiati da stranieri”.

Tra questi anche Bi Sidi Souleymane, alias Sidiki Abass, capo del del gruppo ribelle 3R (Retour, Réclamation et Réhabilitation), un fulani di origine camerunense. E proprio pochi giorni fa il gruppo ha annunciato che è morto in un ospedale nel nord del Centrafrica il 25 marzo 2021 a causa delle ferite riportate durante un’imboscata al suo convoglio nel mese di novembre/dicembre.

La collaborazione tra Bangui e Mosca inizia nel 2017, poco dopo il ritiro delle truppe francesi dell’Operazione Sangaris. Il vuoto è stato subito colmato dai russi e, sembra anche grazie agli ottimi rapporti di Firmin Ngrebada, l’attuale primo ministro del governo di Bangui.

Firmin Ngrebada, primo ministro del Centrafrica

Ngrebada è l’uomo di fiducia dei russi in Centrafrica e è inoltre sposato con una cugina di Touadéra. Secondo quanto riporta Jeune Afrique, nel marzo del 2013, agli inizi del conflitto interno centrafricano, l’attuale primo ministro (a quel tempo era membro del gabinetto presidenziale di François Bozizé), si era rifugiato per diversi giorni nell’ambasciata russa. Probabilmente in segno di riconoscenza o per altro, è riuscito a organizzare gli incontri tra il suo presidente e i massimi esponenti di Mosca.

E da allora la collaborazione tra i due Paesi è divenuta sempre più stretta. Oggi gli uomini di fiducia del Cremlino sono di casa in Centrafrica e sono impegnati in vari settori: addestramento militare; assistenza e sostegno delle truppe delle Forze Armate Centrafricane (FACA) durante i loro spostamenti e interventi; controllo, sorveglianza dei siti minerari; protezione personale del presidente. Anche la stampa locale viene gestita in gran parte dagli uomini di Mosca.

Il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov – identificato dai servizi ucraini (SBU), incaricati del contro-spionaggio, come un ex- appartenente al gruppo Wagner con matricola M-5658 – e da marzo 2018 quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Mosca alla conquista della Repubblica Centrafricana regala armi e blindati

I janjawid in Sudan obbediscono all’Europa e terrorizzano i civili ai confini con l’Eritrea

Guterrez: 3000 miliardi di $ per l’Africa ma il Coronavirus farà milioni di morti

Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 aprile 2021

Tra i terroristi di Al Sunnah wa-Jamma, che hanno attaccato la città di Palma e ammazzato, “…c’erano anche bambini armati tra 9 e 12 anni”. Lo scrive il giornale mozambicano “Noticias” riportando la testimonianza di Pedro Rosario, guardia giurata della ITALSEC Segurança, residente a Palma.

Jihadisti con uniformi mozambicane

Per le strade di Palma, ai residenti, sono apparsi militari con armi in mano vestiti con le uniformi delle Unità di intervento rapido (UIR). “Pensavamo che si trattasse dei nostri – ha raccontato il testimone -. La nota stonata era che tutti si coprivano la testa con un panno. Quando le persone che incrociavano se ne sono accorte era troppo tardi perché erano state colpite dai proiettili”.

“L’attacco, iniziato il 24 marzo alle 16:30, ha colto tutti di sorpresa – ha spiegato Rosario –. Si sono diretti verso le strutture dove lavoravamo e hanno incendiato tutto. Ero con un collega, siamo scappati verso la boscaglia camminando giorno e notte e il 26 marzo siamo arrivati a Quitunda”.

Bambini soldato e bambine schiave del sesso

Durante le scorribande e gli attacchi a villaggi indifesi i jihadisti hanno rapito diverse volte bambini e bambine. È molto probabile che vengano usati come bambini soldato mentre le bambine diventano schiave del sesso. Ma è la prima volta che viene testimoniata la presenza all’interno di gruppi armati a Cabo Delgado.

Ancora non si conosce il numero ufficiale dei civili ammazzati. Il governo mozambicano ha parlato di decine mentre fonti locali raccontano di corpi decapitati. Anche corpi di bambini per strada e sulla spiaggia. Ieri l’annuncio che Palma è stata liberata dalle Forze di difesa e sicurezza e che molti insorti sono stati ammazzati. Un assedio durato 11 giorni che ha toccato anche la penisola di Afungi dove operano Total, ExxonMobil ed ENI. Un progetto per l’estrazione di gas naturale liquefatto (GNL-LNG) del valore di 60 mild di USD.

La distruzione di Palma

Alex Crawford, corrispondente speciale SkyNews, è riuscita a entrare a Palma con le telecamere. Ha mostrato la distruzione della città e il ritorno dei civili, donne e bambini prima di tutto. “Come potete garantire che tutto questo non accada di nuovo?”,  chiede la giornalista a Valige Tauabo, governatore di Cabo Delgado . “Non sono in grado di dirlo – risponde -. Posso solo affermare che siamo qui con le nostre truppe e ci sentiamo ok”. Un testimone intervistato dice che sparavano addosso alla gente, compreso lui, ma è riuscito a scappare.

“Ho visto un gruppo di persone armate che sparavano a una persona. E poi a un’altra – racconta un altro testimone – Poi siamo fuggiti. Ho assistito con i miei occhi”. ”Alcuni di loro avevano il machete e ammazzavano la gente. Altri usavano armi da fuoco,, pistole e fucili. Ci hanno seguito e hanno tirato contro di noi. Ma  siamo riusciti a scappare”, ha commentato un altro testimone -. Palma nel momento in cui scriviamo è senza cibo e la massa di persone tornate nella città distrutta urla che ha fame.

mappa Palma Namacande
Mappa con la distanza da Palma a Namacande (Courtesy GoogleMaps)

Altra cittadina sotto il controllo jihadista

Mentre Palma, affamata, si è liberata dai jihadisti, nel momento in cui scriviamo arriva la notizia di un’altra cittadina sotto il controllo dei terroristi. Jasmine Opperman, analista di ACLED, dà una notizia che allarma il governo mozambicano. In un tweet dice che Fernando Lima, direttore del settimanale mozambicano Savana, in una trasmissione radiofonica, conferma che gli insorti controllano Namacande, distretto di Muidumbe. Centosettanta chilometri a sud-ovest di Palma, sulla strada nazionale 381. Oltre ai morti da Palma, dall’ottobre 2017  – inizio degli assalti jihadisti – ad oggi, si contano circa 2.600 morti e quasi 700 mila sfollati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La mattanza in Mozambico, Total chiude, blitz sudafricano per salvare i suoi cittadini

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

ESCLUSIVA/Jihadisti attaccano (con morti) in Mozambico, coinvolta azienda italiana

Mozambico, Total annuncia ripresa lavori e jihadisti attaccano Palma

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

Mozambico: stop esperti UE nonostante 560mila sfollati per guerra nel nord

SADC a guida mozambicana: fermare terrorismo jihadista in Africa Australe

Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

Terrorizzavano il nord, il più colpito dal virus: uccisi in Mozambico 50 jihadisti

Decine di delfini trovati morti sulle spiagge del Ghana

Africa ExPress
6 aprile 2021

Tonnellate di pesci, tra questi anche un’ottantina di delfini, sono stati trovati morti sulle spiagge del Ghana.

Le autorità hanno immediatamente aperto un’inchiesta sulle cause di questa moria. La Commissione per la pesca sta analizzando campioni di acqua e pesci prelavati da Osu Castle Beach di Accra e, contemporaneamente gli agenti dell’agenzia per gli alimenti e medicinali stanno controllando tutti mercati locali per verificare che il pesce non venga messo in vendita e finisca sulle tavole dei ghanesi.

Delfini morti sulle spiagge del Ghana

Richmond Kennedy Quarcoo, cofondatore della ONG locale Plastic Punch, impegnata nella lotta contro l’inquinamento della plastica, ha detto che non solo ad Accra, ma anche in altre spiagge lungo la costa ghanese, che si estende su 550 chilometri, si è verificato lo stesso fenomeno: “Non ho mai visto una cosa del genere”, ha aggiunto.

Tra gli animali mariniuccisi , ci sono anche decine e decine di delfini – ha specificato Michael Arthur-Dadzie, direttore della Commissione per la pesca. E poi ancora pesci pelagici come il tonno e altri di fondo, di piccole dimensioni. Le autorità hanno fatto notare che nessun esemplare presenta lesioni o ferite.

Anche se finora si possono fare solamente delle ipotesi, qualcuno, come Quarcoo, sospetta che la pesca aggressiva delle navi cinesi sia responsabile di questa strage. Ma i primi risultati ufficiali saranno resi pubblici solamente mercoledì.

Africa ExPress
@africexp

Tornano in Benin 26 reperti trafugati dalla Francia nel periodo coloniale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 aprile 2021

Il presidente francese Emmanuel Macron ha mantenuto la promessa fatta al Benin nel novembre 2018: “La Francia restituirà ventisei opere a Cotonou” (la capitale della ex colonia francese è Porto Novo, ma la sede del governo è a Cotonou).

Il Parlamento francese ha approvato la legge ad hoc nel dicembre dello scorso anno e il prossimo novembre le opere potranno lasciare il museo parigino Quai Branly – Jacques-Chirac. Il presidente dell’istituto d’arte, Emmanuel Kasarhérou, incaricato della restituzione dei 26 preziosi reperti, si è recato qualche settimana fa in Benin per definire gli ultimi dettagli della consegna.

Le opere raggiungeranno Cotonou con voli commerciali (presumibilmente due consecutivi) e tale trasporto sarà finanziato dal governo francese, mentre i costi dall’aeroporto fino alla loro destinazione sarà a carico del Benin. Le due équipe (francese e beninese), incaricate dell’organizzazione, hanno promesso stretta collaborazione per riportare a casa i preziosi reperti e programmare eventi sia in France che in Benin. La restituzione rappresenta un fatto storico per entrambi i Paesi, sperando che sia la prima di una lunga serie. Secondo alcuni esperti del settore, l’ottanta per cento del patrimonio artistico africano è fuori dal continente.

Durante il periodo coloniale il Benin è stato derubato di molti dei suoi tesori culturali. Nel 2016 il governo beninese aveva fatto una richiesta ufficiale per la restituzione delle preziose opere. Prima di allora nessuna ex-colonia dell’area sub sahariana aveva avanzato una tale rivendicazione.

Si tratta di oltre cinquemila pezzi, i più preziosi sono esposti nel museo Quai Branly, altri si trovano in diverse collezioni private. Sono per lo più di statue antropomorfe degli ultimi re di Abomey, dinastia che regnava nel Benin fino alla fine del XIX secolo, chiamato allora il regno di Dahomey. Anche altri pezzi, di immenso valore, come scettri, troni e porte sacre del palazzo reale sono stati saccheggiati dal generale Dodds, a capo delle truppe che hanno conquistato il Paese tra il 1892 e 1894.

Tra le 26 opere che saranno restituite, oltre a diversi troni, porte del palazzo reale e altri oggetti vari, ci sono tre grandi statue bocio, mezzo uomo e mezzo animale, che riprendono gli emblemi dei relativi re:
1. Ghezo: uccello cardinale dal piumaggio rosso fuoco
2. Glèlè: leone
3. Béhanzin: squalo

Alcune preziose opere antiche del Benin, esposte al museo Quai Branly – Jacques-Chirac, Parigi.

Un tempo queste statue venivano ricoperte di pozioni magiche per proteggere i guerrieri. Prima di andare in combattimento, i soldati promettevano loro vittoria e un gran numero di trofei.

Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.

Vista di uno dei palazzi reali di Abomey, museo storico di Abomey, che dal 1985 è iscritto nella lista dei patrimoni dell’UNESCO

Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche importanti commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta soprattutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.

Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Il re era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey.

Per contrastare l’invasore, Behanzin re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Una serie televisiva sulle amazzoni di Dahomey sta per essere realizzata dalla Sony Pictures Television e il network nigeriano EbonyLife, una delle maggiori reti televisive del continente africano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Crediti foto: Unesco e Museo Quai Branly – Jacques-Chirac, Parigi

Benin: Parigi restituisce 26 preziose opere, trafugate durante il periodo coloniale

Il Benin alla Francia: ”Restituisci i beni d’arte trafugati durante il periodo coloniale”

La mattanza in Mozambico, Total chiude, blitz sudafricano per salvare i suoi cittadini

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 aprile 2021

“Con le nostre Forze armate vogliamo evacuare la nostra gente da Cabo Delgado, metterla in sicurezza e riportare a casa anche coloro che sono morti. Continuiamo a impegnarci per garantire la sicurezza dei nostri cittadini in Mozambico”. Lo ha dichiarato, Cyril Ramaphosa, presidente sudafricano, alla SABC, la televisione pubblica del suo Paese. Le Forze armate del Sudafrica (SANDF) dopo vari rifiuti sono riuscite ad avere l’autorizzazione dal governo mozambicano. Ramaphosa, ha spiegato anche che i militari della SANDF hanno già iniziato il rimpatrio dei cittadini bloccati nel Mozambico settentrionale.

Total Cyril Ramaphosa
Il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa – al centro- alla SABC, emittente pubblica sudafricana (Courtesy SABC)

Ancora sconosciuto il numero dei morti

Per il momento si conosce solo il nome di un sudafricano, Adrian Nel, imprenditore a Cabo Delgado ammazzato dai terroristi di Al Sunna wa-Jamma. Ancora non si sa il numero ufficiale dei morti: il governo mozambicano ha solamente confermato che sono “decine”. Testimoni hanno parlato di cadaveri sulle strade e sulla spiaggia di Palma, la città dei giacimenti di gas, nell’estremo nord del Mozambico. Molti di loro sono stati decapitati dai jihadisti, anche bambini.

Palma è devastata e deserta. Nonostante le Forze armate mozambicane dichiarino che hanno ripreso la città, reporter sul posto smentiscono. L’evacuazione della popolazione di Palma continua via mare, con diverse imbarcazioni, e via aerea. Media locali e sudafricani parlano di oltre 2.000 persone in salvo a Pemba, capitale di Cabo Delgado ma non esistono numeri ufficiali.

Total scontri a Palma
Scontri a Palma dopo l’attacco jihadista

Total abbandona il progetto LNG, sfollati in pericolo per attacchi jihadisti

Stime delle Nazioni Unite dicono che oltre 40 mila persone delle 110 mila che vivono nell’area di Palma, si sono rifugiate ad Afungi. Cercavano protezione dove il colosso energetico Total sta costruendo gli impianti per la liquefazione del gas. Con l’evacuazione del personale e l’abbandono del progetto LNG per la seconda volta, l’area è rimasta indifesa.

Con la partenza di Total e l’evacuazione del suo personale, sono a rischio tutti gli sfollati che credevano di essere in salvo nella penisola di Afungi. Nel momento in cui scriviamo,la situazione sta peggiorando. Il Programma mondiale per l’alimentazione delle Nazioni Unite (WFP) ha sospeso i voli per l’evacuazione da Cabo Delgado. “…a causa di un deterioramento della sicurezza” – ha detto a Reuters un rappresentante dell’agenzia ONU.

Il progetto da $60 miliardi potrebbe chiudere

Il programma LNG del Bacino del Rovuma rischia di fermarsi definitivamente se l’area non viene realmente messa in sicurezza, come aveva garantito Maputo. Total e governo mozambicano avevano concordato una cintura di protezione di 25 km da Palma e Afungi, che non ha funzionato. Pochi giorni dopo l’annuncio di Total della ripresa dei lavori c’è stato l’attacco di Al Sunnah wa-Jamma. L’assalto a Palma è arrivato da tre punti e secondo gli esperti, è stato molto ben progettato e portato avanti con strategia militare.

Il progetto, nel quale operano anche ENI ed ExxonMobil, ha un valore di 60 mld di USD. ENI ha previsto l’inizio della produzione off-shore per il 2022 e Total nel 2024. Ma con l’attacco del 24 marzo scorso a Palma potrebbe influire sulla programmazione. I jihadisti a Cabo Delgado, dal 2017 ad oggi, hanno causato oltre 2.500 morti, per la maggior parte civili, e quasi 700 mila sfollati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

ESCLUSIVA/Jihadisti attaccano (con morti) in Mozambico, coinvolta azienda italiana

Mozambico, Total annuncia ripresa lavori e jihadisti attaccano Palma

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

Mozambico, respinto attacco jihadista alle porte dei giacimenti di gas dell’ENI

Mozambico: stop esperti UE nonostante 560mila sfollati per guerra nel nord

SADC a guida mozambicana: fermare terrorismo jihadista in Africa Australe

Aumento del terrorismo jihadista nel nord del Mozambico preoccupa i Paesi SADC

Terrorizzavano il nord, il più colpito dal virus: uccisi in Mozambico 50 jihadisti

Madagascar: l’inventore del miracoloso intruglio anti Covid, è morto di Covid

Speciale Per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 aprile 2021

In Madagascar l’inventore del miracoloso intruglio anti Covid, è morto di Covid. E’ accaduto alla fine di marzo. Jean Adolphe Randriantsoa, considerato uno dei pilastri dell’Istituto di ricerche applicate (IMRA), era direttore generale di IMRA Natural Products, società produttrice della bibita che avrebbe dovuto prevenire e sconfiggere la pandemia, il Covid-organics. Ovviamente la causa della sua dipartita non è ufficiale: nell’isola si nega l’evidenza, ma fonti autorevoli hanno confermato ad Africa ExPress che l’illustre professore è morto di coronavirus.

Evidentemente l’intruglio adottato e publicizzato dal  giovane presidente malgascio, Andriy Rajoelina non ha funzionato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva già bocciato poco meno di un anno fa la miracolosa bevanda Covid-Organics e ora lo dicono anche i fatti.

Il presidente del Madagascar Andry Rajoelina e Covid-Organics

In Madagascar si continua a morire. Se fino a poco tempo fa la rubrica dei necrologi occupava meno di mezza pagina dei quotidiani, ora ne riempie 7, se non 8.

Nella settimana tra il 23 e il 31 marzo sono stati registrati ufficialmente 1.744 nuovi casi (con più di 6.800 tamponi effettuati) e ben 57 decessi.

Dietro pressioni delle organizzazioni della società civile e visto il forte aumento dei contagi della seconda ondata della pandemia il presidente malgascio, ha dovuto inserire i vaccini contro covid-19 nel protocollo per arginare la diffusione della pandemia insieme a Covid-Organics, a base di artemisia (artemisia annua), prodotto dall’illustre professore suo amico Jean Adolphe Ratsimamanga.

Eppure solo qualche settimana fa Rajoelina, in un discorso alla TV di Stato aveva sollevato i suoi dubbi sulle immunizzazioni. “Non siamo contro i vaccini, attualmente siamo in fase di osservazione. Ci sono ancora troppe controindicazioni. Personalmente non sono ancora vaccinato e non ho intenzione di farlo”, ha dichiarato, mostrando una bottiglia di Covid-Organics.

Da qualche settimana circola una petizione indirizzata al capo di Stato e al ministro della Sanità nella quale molti malgasci chiedono che l’accesso al vaccino contro covid-19 sia considerato un diritto umano fondamentale.

Mercoledì scorso le organizzazioni della società civile, impegnate nel settore della sanità, hanno tenuto una conferenza stampa, durante la quale hanno espresso le loro perplessità sulle misure e le strategie adottate finora dalle autorità per contenere la propagazione del micidiale virus.

Le Organizzazioni hanno rimarcato che gli ospedali sono saturi e chiedono che la popolazione venga informata regolarmente e correttamente dell’evoluzione della pandemia e un maggior numero di centri per poter effettuare i tamponi. E, soprattutto vogliono trasparenza nella gestione dei fondi per la lotta contro covid-19. Infine, le organizzazioni hanno sollecitato le autorità malgasce di prendere una decisione rapida sulla questione dei vaccini e sul tipo di immunizzazioni da adottare.

Per contenere la diffusione della pandemia, i prefetti dello Stato insulare hanno annunciato ieri sera nuove possibili misure, come mini-lockdown e stop di alcuni voli. Chiusura delle scuole per due settimane e riapertura di alcuni centri per il trattamento di pazienti contagiati dal virus.

Infatti, negli ultimi giorni la situazione sanitaria è peggiorata e si registra un aumento dei decessi. E un medico della capitale ha fatto sapere che le riserve di ossigeno scarseggiano, basta a mala pena per i casi più gravi e il ministero della Sanità non ha potuto fare altro che confermare. Il sindacato del personale paramedico ha inoltre denunciato la cronica mancanza di personale. “I nostri membri sono allo stremo”, ha precisato Jerisoa Ralibera,  presidente dell’organizzazione.

Intanto il Consolato italiano di Antananarivo sta raccogliendo adesioni di connazionali presenti sul territorio che desiderano vaccinarsi. L’iniziativa è stata presa dalla Francia, che agisce come nazione pilota, coadiuvata dalla delegazione dell’Unione Europea, per immunizzare i cittadini comunitari presenti nel Paese.

Nel pianeta anti-vax africano, Rajoelina non è solo. Le sue teorie sono state condivise da John Magufuli, ex presidente della Tanzania appena deceduto – presumibilmente di covid – e dell’ex capo di Stato del Burundi, Pierre Nkurunziza, morto nel giugno dello scorso anno, ufficialmente per problemi cardiaci, ma era risultato positivo al coronavirus. Finora non risulta che siano giunte richieste di vaccini da parte dei nuovi leader dei due Paesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Presidenziali in Tanzania: rieletto Magufuli con (i soliti) probabili brogli

Morto per infarto il presidente del Burundi, Paese benedetto da Dio e protetto dal Covid

Contro il Covid-19 l’Africa vuole l’intruglio miracoloso del Madagascar

Il presidente del Madagascar:”Le nostre piante guariranno il mondo dal Covid-19″

Trovati i resti della missionaria svizzera rapita nel 2016 e ammazzata in Mali

Africa ExPress
2 aprile 2021

Il ministro degli Esteri della Confederazione Svizzera, Ignazio Cassis, lo ha annunciato via Twitter due giorni fa: “Abbiamo la certezza che Béatrice Stoeckli sia morta”.

Finalmente è stato ritrovato il corpo della missionaria della Chiesa Metodista, rapita il 6 gennaio 2016 a Timbuctù, brutalmente ammazzata dai suoi aguzzini tra agosto e settembre 2020.

Lo aveva detto l’ostaggio francese, Sophie Pétronin, non appena è stata liberata lo scorso ottobre, insieme ai due italiani, Padre Pierluigi Maccalli della Società delle Missioni Africane, rapito in Niger nel 2018 e Nicola Chiacchio, che era stato preso in ostaggio nel febbraio 2019. E, secondo quanto si apprende, sarebbe stata trucidata perchè si sarebbe opposta a un nuovo trasferimento dei prigionieri.

Béatrice Stoeckli, missionaria svizzera, rapita nel 2016 e assassinata in Mali nel 2020

La missionaria era già stata sequestrata nell’aprile 2012 per una decina di giorni, poi rilasciata, anche grazie alla mediazione burkinabè. Allora il rapimento fu rivendicato dal gruppo jihadista tuareg Ansar Dine, il cui capo, era Iyad Ag Ghaly, un esperto di sequestri.

Cassis si era recato in Mali lo scorso febbraio e durante la sua visita aveva chiesto massima collaborazione alle autorità maliane per chiarire una volta per tutte questa triste faccenda, comprese le informazioni sul luogo dell’esecuzione e ritrovamento del corpo.

Poi qualche giorno fa Bamako ha fatto sapere che una salma, verosimilmente appartenente alla missionaria, era stata ritrovata e consegnata alle autorità da sconosciuti. Sono stati subito prelevati campioni in Mali e spediti in Svizzera per poter effettuare il test del DNA, eseguito dall’istituto di medicina legale dell’Università di Zurigo, che ha confermato l’identità della Stoeckli, originaria di Basilea.

Ora si attende l’autorizzazione da parte delle autorità maliane per il rimpatrio della salma, meglio, di quel che ne resta, per poterla consegnare ai familiari. E, secondo quanto riporta il Dipartimento Federale per gli Affari Esteri di Berna, una loro task force continua a lavorare sul dossier, insieme all’Ufficio della polizia federale, i servizi e la procura della Confederazione. Insomma, i nostri vicini vogliono vederci chiaro.

Intanto nelle mani dei terroristi ci sono ancora altri ostaggi occidentali: lo statunitense Jeffery Woodke rapito nell’ottobre 2016. L’uomo, un operatore umanitario, era in Niger dal 1992 e un tedesco, Joerg Lange, impiegato di una ONG tedesca, sequestrato nel 2018 a Inates, nella parte occidentale della ex colonia francese. Un anno e mezzo fa l’ex presidente nigerino Mahamadou Issoufou aveva spiegato che erano vivi.

Mentre non si hanno più notizie anche del medico australiano Ken Elliott rapito insieme alla moglie Jocelyn a Djibo, Burkina Faso, nel 2016. La consorte è stata liberata pochi giorni dopo, l’ultraottantenne dottore invece, è ancora nelle mani dei miliziani di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che, dopo il rilascio della donna hanno rivendicato la propria responsabilità.

E infine manca all’appello anche Gloria Cecilia Narvaez Argoti, una suora colombiana, portata via con la forza nel febbraio 2017 in Mali.

Africa ExPress
@africexp

Niger: sequestrato operatore umanitario statunitense

Mali, missionaria svizzera rapita per la seconda volta a Timbuktu

Ostaggi italiani liberati in Mali nelle mani del rapitore di Rossella Urru

 

Anche terroristi sudafricani tra gli islamici dell’attacco a Palma, Mozambico

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 1 aprile 2021

Almeno dodici sudafricani tra i jihadisti di Al Sunnah wa-Jamma, affiliati all’ISIS, che hanno occupato Palma il 24 marzo scorso. La notizia è stata data dall’emittente televisiva pubblica sudafricana SABC. La conferma arriva da Willem Els dell’Istituto di studi sulla sicurezza (ISS). L’informazione si conosce da qualche tempo. Secondo Els il portavoce degli Hawks, unità speciale sudafricana, ha ammesso che cittadini del Sudafrica combattono a Cabo Delgado, estremo nord del Mozambico al confine con la Tanzania.

Reclutamento ISIS anche in Sudafrica

In Sudafrica – secondo il portavoce Hawks – hanno strutture che fanno reclutamento e permettono loro di supportare le azioni terroristiche a Cabo Delgado. La notizia desta preoccupazioni ancora maggiori sull’infiltrazione dei terroristi islamici in Africa australe. Quindi il pericolo non è solo a Cabo Delgado ma ha connessioni anche nel confinante Sudafrica.

Il presidente mozambicano rifiuta aiuti militari

Pretoria l’anno scorso, aveva confermato di essere pronta ad aiutare militarmente Maputo. Oltre al rifiuto del presidente mozambicano Filipe Nyusi, il Sudafrica ha ricevuto le minacce dell’ISIS: “Se aiutate il Mozambico veniamo da voi”. Pretoria ha riprovato nei giorni scorsi per liberare i suoi cittadini durante l’attacco jihadista a Palma ma senza l’autorizzazione di Maputo non può muoversi.

Secondo i mercenari i terroristi sono ben armati e organizzati

Il colonnello Lionel Dyck, a.d. di Dyck Advisory Group (DAG), mercenari che con elicotteri supportano i militari mozambicani contro i jihadisti, è rimasto sorpreso. Ha affermato di essere stupito dal livello di organizzazione e dal tipo di armi che vengono utilizzate dagli insorti nell’attacco a Palma.

sudafricani - jihadisti a Cabo Delgado
Mappa del Mozambico con indicazione attacco a Palma. Jihadisti fanno uno dei loro proclami a Cabo Delgado

Durante l’assalto jihadista alla città, i militari mozambicani si sono dovuti fermare per mancanza di munizioni. Portogallo e Stati Uniti, che stanno addestrando i marines mozambicani, hanno proposto un aiuto militare. Ambedue le offerte sono state rifiutare da Maputo e nessuno ne capisce il motivo mentre la popolazione cerca disperatamente di scappare in aree sicure.

A Palma fino al 30 marzo si hanno conferme di scontri a fuoco. Pedro Martins corrispondente dell’emittente portoghese RTP Noticias ha mandato un servizio in diretta che mostra scontri tra jihadisti e Forze armate mozambicane.

La reazione della società civile e dell’opposizione

Dopo quello che sta succedendo a Palma continuano le proteste della società civile. Diciotto organizzazioni hanno inviato una lettera aperta al presidente Filipe Nyusi nella quale invocano trasparenza. Chiedono informazioni sull’origine e le ramificazioni del conflitto ma anche strategie che vanno oltre la risposta armata.

Vogliono informazione regolare e tempestiva da parte del Capo dello Stato sulla situazione a Cabo Delgado e protezione di donne e bambini sfollati. Tra le altre richieste chiedono informazioni esatte e disaggregate per età a sesso sulle popolazioni colpite, tra sfollati, uccisi e rapiti. Il partito dell’opposizione Nova Democracia chiede le dimissioni di Nyusi perché un governo che fallisce nel proteggere i suoi cittadini “è un governo incapace e infedele”.

Il presidente Filipe Nyusi con i militari a Cabo Delgado
Il presidente Filipe Nyusi con i militari a Cabo Delgado

Il presidente sdrammatizza

Ieri Filipe Nyusi, durante un incontro vicino a Maputo, ha sdrammatizzato. I media mozambicani, scrivono le parole del presidente: “Tutti sanno che quasi una settimana fa c’è stato l’ennesimo attacco terroristico. Questa volta a Palma. Non era il più grande dei tanti attacchi. Ma ha quell’impatto perché è alla periferia dei progetti in corso in quella provincia. Il nostro appello è semplice: non perdere la concentrazione”.

Per il momento una cosa è certa: l’attacco a Palma ha portato molta visibilità ad Al Sunnah wa-Jamma. Una città piena di stranieri sotto attacco li ha messi sotto i riflettori dei media di mezzo mondo.

Ieri è apparso un elenco con un migliaio di nomi delle persone introvabili che erano a Palma. Di queste, solo 62 sono in salvo. Non si conosce ancora il numero esatto dei morti ma si sa che la spiaggia e le strade di Palma sono piene di cadaveri. Molti decapitati, anche bambini.

Crediti immagini:
– Mappa del Mozambico
Pubblico dominio, Collegamento

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter_bird_logo@sand_pin

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Mozambico, decine ammazzati dai jihadisti Disperata corsa per salvare gli ostaggi

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

 

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

Giovani jihadisti mozambicani addestrati all’estero da milizie pagate da al Shebab


Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

Covid-19, terrorismo e gas in Mozambico, ExxonMobil taglia investimenti del 30 %

Mozambico: chiamata alle armi anti-jihadista, ExxonMobil e Total chiedono più militari

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

Gas Mozambico, ENI assembla il liquidatore galleggiante: nel 2022 inizierà a produrre

Mozambico, weekend di terrore: morti e feriti per attacco jihadista a impianti gas

Oltre ai jihadisti, epidemia di colera nel Nord del Mozambico: almeno 20 morti

Mozambico, 150mila sfollati per violenze jihadiste al Nord, Nyusi chiede aiuto

Niger: sventato presunto golpe prima dell’insediamento del neo presidente

Africa ExPress
31 marzo 2021

Le autorità nigerine hanno riferito che durante la notte è stato sventato un colpo di Stato, proprio due giorni prima dell’insediamento del neo eletto presidente, Mohamed Bazoum, delfino del Capo di Stato uscente, Mahamadou Issoufou, entrambi del partito al potere Parti Nigérien pour la Démocratie et le Socialisme (PNDS-Tarayya).

Palazzo presidenziale di Niamey, Niger

Questa mattina erano ancora ben visibili proiettili e granate nel quartiere amministrativo di Niamey, la capitale del Niger, in prossimità del palazzo presidenziale e del ministero degli Esteri.

Il portavoce del governo, Zakaria Abdourahamane, ha detto che alcune persone sono già state arrestate, tra questi anche diversi militari, ritenuti gli ideatori del tentato golpe. E ha aggiunto: “Per fortuna la guardia presidenziale ha risposto subito al fuoco e nessuno ha potuto avvicinarsi al Palazzo”.

Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i golpisti sarebbero partiti dalla base aerea 101 di Niamey e giunti sul posto con tre autovetture. Il loro capo, il capitano Gourouza, responsabile per la sicurezza del campo di aviazione militare, è attualmente ricercato insieme a altri.

Alcuni residenti hanno confermato che verso le 3 del mattino si sono sentiti colpi di artiglieria, seguiti da spari da armi leggere. Lo scambio di tiri si sarebbe protratto per una ventina di minuti.

La situazione è ora sotto controllo e la calma è ritornata nella capitale.

Mahamane Ousmane, nuovo presidente del Niger

La vittoria di Bazoum è fortemente contestata dal maggiore oppositore, l’ex presidente Mahamane Ousmane, che aveva indetto una marcia pacifica per oggi nella capitale, ma è stata interdetta dalle autorità ieri sera.

Il Niger è tra i Paesi più poveri al mondo, dove si consumano attacchi terroristi a ripetizione. Il 21 marzo scorso hanno perso la vita 137 persone e solo pochi giorni prima sono morti altri 66 civili per mano di gruppi armati nell’ovest del Paese, in prossimità della frontiera con il Mali.

Africa ExPress
@africexp

Mali ancora nel caos, nulla di fatto dopo il vertice con 5 capi di Stato a Bamako

Niger: disordini e arresti dopo proclamazione del nuovo presidente Mohamed Bazoum

 

Scomparso un grosso quantitativo di uranio estratto dalle miniere in Niger