Tornano in Benin 26 reperti trafugati dalla Francia nel periodo coloniale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 aprile 2021

Il presidente francese Emmanuel Macron ha mantenuto la promessa fatta al Benin nel novembre 2018: “La Francia restituirà ventisei opere a Cotonou” (la capitale della ex colonia francese è Porto Novo, ma la sede del governo è a Cotonou).

Il Parlamento francese ha approvato la legge ad hoc nel dicembre dello scorso anno e il prossimo novembre le opere potranno lasciare il museo parigino Quai Branly – Jacques-Chirac. Il presidente dell’istituto d’arte, Emmanuel Kasarhérou, incaricato della restituzione dei 26 preziosi reperti, si è recato qualche settimana fa in Benin per definire gli ultimi dettagli della consegna.

Le opere raggiungeranno Cotonou con voli commerciali (presumibilmente due consecutivi) e tale trasporto sarà finanziato dal governo francese, mentre i costi dall’aeroporto fino alla loro destinazione sarà a carico del Benin. Le due équipe (francese e beninese), incaricate dell’organizzazione, hanno promesso stretta collaborazione per riportare a casa i preziosi reperti e programmare eventi sia in France che in Benin. La restituzione rappresenta un fatto storico per entrambi i Paesi, sperando che sia la prima di una lunga serie. Secondo alcuni esperti del settore, l’ottanta per cento del patrimonio artistico africano è fuori dal continente.

Durante il periodo coloniale il Benin è stato derubato di molti dei suoi tesori culturali. Nel 2016 il governo beninese aveva fatto una richiesta ufficiale per la restituzione delle preziose opere. Prima di allora nessuna ex-colonia dell’area sub sahariana aveva avanzato una tale rivendicazione.

Si tratta di oltre cinquemila pezzi, i più preziosi sono esposti nel museo Quai Branly, altri si trovano in diverse collezioni private. Sono per lo più di statue antropomorfe degli ultimi re di Abomey, dinastia che regnava nel Benin fino alla fine del XIX secolo, chiamato allora il regno di Dahomey. Anche altri pezzi, di immenso valore, come scettri, troni e porte sacre del palazzo reale sono stati saccheggiati dal generale Dodds, a capo delle truppe che hanno conquistato il Paese tra il 1892 e 1894.

Tra le 26 opere che saranno restituite, oltre a diversi troni, porte del palazzo reale e altri oggetti vari, ci sono tre grandi statue bocio, mezzo uomo e mezzo animale, che riprendono gli emblemi dei relativi re:
1. Ghezo: uccello cardinale dal piumaggio rosso fuoco
2. Glèlè: leone
3. Béhanzin: squalo

Alcune preziose opere antiche del Benin, esposte al museo Quai Branly – Jacques-Chirac, Parigi.

Un tempo queste statue venivano ricoperte di pozioni magiche per proteggere i guerrieri. Prima di andare in combattimento, i soldati promettevano loro vittoria e un gran numero di trofei.

Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.

Vista di uno dei palazzi reali di Abomey, museo storico di Abomey, che dal 1985 è iscritto nella lista dei patrimoni dell’UNESCO

Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche importanti commercianti di uomini; la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta soprattutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.

Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Il re era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey.

Per contrastare l’invasore, Behanzin re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Una serie televisiva sulle amazzoni di Dahomey sta per essere realizzata dalla Sony Pictures Television e il network nigeriano EbonyLife, una delle maggiori reti televisive del continente africano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Crediti foto: Unesco e Museo Quai Branly – Jacques-Chirac, Parigi

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Giornalista, vicedirettore di Africa Express, ha vissuti in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.