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Draghi ha ragione, Erdogan è un dittatore, ce lo ricorda la morte di Ebru Timtik


Africa ExPress

18 aprile 2021

Tutti ricordiamo ancora lo “sgarbo” del 7 aprile scorso. Quello del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ad Ankara, verso la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, lasciandola in piedi, senza sedia. E  ricordiamo anche la pessima figura del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, che colto di sorpresa non è nemmeno riuscito a cedere il posto a sedere alla collega von der Leyen.

Ebru Timtik
Ursula von der Leyen, in piedi senza poltrona mentre Charles Michel e Recep Erdogan si siedono

Il brutto episodio è stato chiamato “sofa-gate” e il presidente del Consiglio, Mario Draghi, dopo l’incidente diplomatico, ha definito Erdogan “un dittatore con cui è necessario dialogare”. Un sostantivo che il presidente turco non ha gradito.

Sui social sta circolando un messaggio che ricorda la morte di Ebru Timtik, avvocata imprigionata, morta l’anno scorso dopo uno sciopero della fame. Che pubblichiamo:

Draghi ha ragione! Erdogan è un dittatore che non rispetta i diritti umani e mette in galera, fino a farli morire, coloro che difendono gli attivisti. Come è accaduto il 27 agosto 2020 a Ebru Timtik, che qui vogliamo ricordare.

Se n’è andata in silenzio, in una stanza d’ospedale, dove era stata trasferita dal carcere in seguito al precipitare delle sue condizioni.

Se n’è andata al 238esimo di uno sciopero della fame con cui chiedeva un processo equo in un Paese, la Turchia, in cui l’equità e la giustizia sono concetti inesistenti. Specie se sei donna. Specie se sei un’avvocata per i diritti umani. Specie se non pieghi la schiena di fronte a un potere che vorrebbe tapparti la bocca.

Ebru Timtik
Ebru Timtik, avvocatessa turca morta dopo uno sciopero della fame

È morta così, Ebru Timtik, di fame e di ingiustizia. Il suo cuore si è fermato semplicemente perché non aveva più nulla da pompare in un corpo scarnificato dall’inedia.

È morta per difendere il suo diritto ad un giusto processo, dopo essere stata condannata a 13 anni, insieme ad altri 18 avvocati come lei, detenuti con l’accusa di terrorismo, solo per aver difeso altre persone accusate dello stesso crimine.

È morta come Ibrahim e come Helin e come Mustafa del Grup Yorum, morti dopo 300 giorni di digiuno per combattere la stessa accusa.

È morta combattendo con il proprio corpo, fino alle estreme conseguenze, una battaglia che nella Turchia di Erdogan non è più possibile combattere con una parola, un voto, una manifestazione di piazza.

È morta come fanno gli eroi, sacrificando la propria vita per i diritti di tutti.

C’è solo un modo per celebrare la memoria di questa grande donna: non restare zitti. Far arrivare la sua voce il più lontano possibile, dove lei non può più arrivare.

Ci sono idee così forti capaci di sopravvivere anche alla morte.

Ebru, Riposa In Pace🌹
Facciamo circolare

Egitto e Italia: amore e affari alla faccia dei diritti umani continuamente violati

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
17 Aprile 2021

Cittadinanza italiana per Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università degli studi di Bologna da 14 mesi trattenuto in carcere dal regime di Al-Sisi? “Si tratta di un’iniziativa parlamentare in cui il governo non è coinvolto al momento”. Così la pensa e lo dice il premier Mario Draghi gelando l’opinione pubblica nazionale e le forze politiche che hanno votato nei giorni scorsi un ordine del giorno per concedere la cittadinanza al giovane ingiustamente detenuto al Cairo. Per Draghi, evidentemente, Erdogan è un dittatore, mentre Al-Sisi va sostenuto e riverito perché è un solido benefattore del sistema Italia, specie dei colossi petroliferi e militari-industriali.

Patrick Zaki

Non sarà certo un caso che il cinico niet all’appello pro-Zaki in difesa dei diritti umani è giunto qualche ora dopo l’ennesimo faccia a faccia (il terzo in meno di un anno) tra il generale-dittatore d’Egitto e l’amministratore delegato ENI, Claudio Descalzi, oggetto l’espansione degli investimenti e delle attività estrattive della transnazionale di proprietà al 30% dello Stato italiano.

Una visita, quella nella capitale egiziana, di cui non c’è traccia nei comunicati emessi a ciclo continuo dall’ufficio stampa ENI, ma di cui ne veniamo a conoscenza direttamente dalla Presidenza della Repubblica d’Egitto. “Il 15 aprile, il Presidente Abdel Fattah Al-Sisi ha ricevuto l’amministratore delegato della compagnia energetica italiana Claudio Descalzi, alla presenza del ministro per il petrolio e le risorse minerarie, Tarek El-Molla e di diversi dirigenti dell’ENI”, riporta la nota del governo egiziano.

“Il Presidente ha espresso il suo sostegno per l’intenzione di ENI di rafforzare le sue attività nel settore esplorativo del gas e del petrolio, in continuazione con la fruttuosa cooperazione tra il gruppo italiano e l’Egitto. Da parte sua il dottor Descalzi ha spiegato che l’ENI guarda ad un ulteriore sviluppo delle proprie operazioni, specie alla luce della localizzazione strategica dell’Egitto e della qualità delle infrastrutture che gli consentono di giocare un ruolo centrale nella regione, supportato da fattori come la sicurezza, la stabilità e la saggia leadership del Presidente”.

Nel corso del meeting Al-Sisi e Descalzi hanno discusso la possibilità che l’ENI avvii la produzione di idrogeno in alcuni impianti egiziani e si sono soffermati inoltre sulla riapertura del polo nella città portuale di Damietta per la produzione di gas naturale liquefatto (GNL) da destinare all’esportazione. L’impianto di Damietta, nel delta del Nilo, è stato rimesso in funzione a seguito dell’accordo stipulato l’1 dicembre 2020 tra il colosso italiano degli idrocarburi e due aziende pubbliche egiziane (l’Egyptian General Petroleum Corporation e l’Egyptian Natural Gas Holding Company) dopo uno stop durato otto anni.

A riprova del consolidato rapporto d’amore e d’affari tra Roma e il Cairo, la settimana scorsa l’holding Fincantieri S.p.A., anch’essa controllata al 71,6% dallo Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti, ha consegnato alla Marina militare egiziana la seconda fregata multimissione FREMM, classe Bergamini (la prima era giunta ad Alessandria d’Egitto a fine dicembre 2020). Le due unità da guerra sono state realizzate nei cantieri navali liguri di Riva Trigoso. In verità si è trattato di un lavoro di ristyling in quanto le fregate erano state realizzate per la Marina militare italiana, ma dopo la firma di un contratto tra Fincantieri e il regime di Al-Sisi e il cambio di nome e immatricolazione, sono state dirottate al paese nord-africano.

Secondo quanto rivelato da Ilfattoquotidiano.it, la vendita delle due navi all’Egitto è stato tutt’altro che un buon affare per le casse italiane. Mentre la Marina militare italiana ha pagato per la coppia di FREMM 1,2 miliardi di euro, il Cairo ha sborsato “appena” 990 milioni di euro. “Se a questi si aggiungono i costi di smantellamento dei sistemi NATO, gli interessi sui mutui accesi per l’acquisto e la manutenzione, la differenza tra il costo per lo Stato e quello per l’Egitto può arrivare fino a 556 milioni di euro”, ha rilevato la Rete Italiana Pace e Disarmo. E tutto ciò con l’aggravante di aver favorito un cliente all’indice per le violazioni dei diritti umani e per le provate complicità con la sparizione e l’omicidio del giovane ricercatore italiano Giulio Regeni.

L’amministratore delegato ENI, Claudio Descalzi con il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi,

“La fornitura delle FREMM non è mai stata sottoposta all’esame delle Camere”, ha inoltre rilevato Giorgio Beretta dell’Osservatorio Permanente Armi Leggere (Opal). “Un passaggio fondamentale richiesto dalla normativa vigente, la legge 185 del 1990, e oggi ancor più necessario in considerazione delle trattative in corso con l’Egitto per altre fregate, pattugliatori, caccia multiruolo e aerei addestratori che consoliderebbero la posizione del regime di Al-Sisi come principale acquirente di sistemi militari italiani”. Nel corso del 2019, l’Egitto è stato il primo Paese per destinazione di autorizzazione militari, con un controvalore di oltre 870 milioni di euro.

Fincantieri S.p.A. spera di poter concludere al più presto le trattative in corso con le forze armate egiziane. Secondo il quotidiano in lingua inglese Egypt Today, il 25 febbraio 2021 il ministro della difesa e della produzione militare Mohamed Zaki (anche comandante generale delle forze armate della Repubblica d’Egitto), si è recato in visita alla kermesse internazionale delle industrie d’armi IDEX 2021 negli Emirati Arabi Uniti, dove ha avuto modo d’incontrare i manager dell’holding cantieristica italiana.

Fincantieri sarà inoltre uno dei main sponsor di Egypt Defence Expo – EDEX, l’esposizione internazionale delle industrie di guerra che si terrà al Cairo dal 29 novembre al 2 dicembre 2021 con il patrocinio del presidente della Repubblica e del Comando Supremo delle forze armate egiziane. Tra gli sponsor di EDEX 2021 ci sarà pure il colosso missilistico europeo MBDA, controllato per il 25% da Leonardo, ex Finmeccanica, principale fornitore di missili per le unità di terra, di cielo e del mare del regime egiziano.

fregata multimissione FREMM

“Le autorità della Repubblica d’Egitto hanno continuato a punire qualsiasi forma di dissenso, reale o percepito, e hanno represso duramente l’esercizio dei diritti alla libertà di riunione pacifica, d’espressione e associazione”, denuncia Amnesty International nel suo ultimo rapporto annuale sui diritti umani. “Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso illegale della forza per disperdere le rare proteste e hanno arbitrariamente detenuto centinaia di manifestanti e passanti, in attesa d’indagini per terrorismo e altre accuse legate alle proteste. Migliaia di persone sono rimaste in detenzione cautelare prolungata, compresi difensori dei diritti umani, giornalisti, politici, avvocati e influencer di social network. Le condizioni di detenzione sono rimaste crudeli e disumane e i prigionieri sono stati privati di cure mediche adeguate, una situazione che ha portato o contribuito ad almeno 35 decessi in carcere o poco dopo il rilascio. Sono state emesse nuove condanne a morte e ci sono state esecuzioni”.

Un report, quello di Amnesty, che non consente più vuoti di memoria o cinici opportunismi affaristici. Ne consigliamo la lettura integrale a Draghi, Guerini, ENI, Fincantieri e Leonardo. In nome e memoria di Giulio Regeni e dei mille Patrick Zaki tenuti a marcire nelle prigioni egiziane.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nigeria: si intensifica il terrorismo nonostante tutte le promesse fatte da Buhari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes

16 aprile 2021

Una nuova ondata di violenze ha travolto il nord-est della Nigeria. Nell’ultima settimana 65mila persone sono fuggite dalle loro case a Damasak nel Borno State (nord-est) a causa di ripetuti attacchi dei terroristi.

Miliziani di ISWAP (Islamic State West Africa Province), una fazione che si è staccata dallo storico raggruppamento terrorista Boko Haram nel 2016, sono entrati per ben tre volte a Damasak, dove hanno preso di mira postazioni militari, bruciato edifici privati e pubblici, compreso un ufficio dell’ONU. Secondo quanto riportato dall’UNHCR venerdì, almeno 12 persone sono state uccise in questi giorni.

Attacco ISWAP, Damasak, Borno state, Nigeria

Babar Baloch, portavoce dell’Agenzia dell’ONU, ha sottolineato che dopo l’ultimo attacco di mercoledì scorso, l’80 per cento dei residenti, compresi gli sfollati, sono scappati. Alcuni si sono diretti verso Maiduguri, capoluogo del Borno State, altri si sono accampati in villaggi e cittadine strada facendo e un altro folto gruppo ha cercato rifugio nel vicino Niger, nella regione di Diffa, sul Lago Ciad. Ma anche questa zona è tutt’altro che sicura, I terroristi attaccano anche oltre confine.

La situazione umanitaria è grave: sia lo staff di UNHCR che quello di OCHA (cioè l’Ufficio delle Nazione Unite per gli Affari Umanitari) da domenica non possono più operare nell’intera area per la crescente insicurezza.

Damasak ospita un’importante base militare una cosiddetta guarnigione fortificata, istituita dai vertici militari per difendere meglio la zona dai terroristi. Ma raggruppando i soldati in un solo grande accampamento, le aree rurali restano totalmente sguarnite di piccole postazioni, lasciando così campo libero alle scorribande dei gruppi armati. Insomma la situazione è tutt’altro che rosea e gli operatori umanitari hanno grosse difficoltà a portare aiuti alla popolazione.

La Nigeria si trova da alcuni mesi in una nuova recessione e il tasso di disoccupazione è salito al 33 per cento nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Se prima della pandemia 4 nigeriani su 10 vivevano al di sotto della soglia di povertà, oggi questo numero è cresciuto e si stima che entro il 2022 saranno oltre 100 milioni i cittadini a trovarsi in condizioni di necessità. Secondo alcuni analisti il gigante dell’Africa ospita il maggior numero di poveri di tutta l’area sub-sahariana.

Malgrado i molteplici problemi che affliggono attualmente la nazione, il presidente, Muhammadu Buhari, è partito per Londra per due settimane per un ennesimo check-up medico. Molti nigeriani non hanno apprezzato questo nuovo viaggio per motivi sanitari del loro presidente, ex golpista del 1983, eletto democraticamente nel 2015 e rieletto nel 2020 per un secondo mandato. Si chiedono perchè Buhari non si sottoponga alle necessarie cure nel Paese stesso. Ma in Nigeria gli ospedali, il sistema sanitario, sono più che fragili.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Appena insediatosi nel maggio 2015, Buhari aveva promesso che entro la fine dello stesso anno avrebbe sconfitto Boko Haram. Non ci è riuscito e nel frattempo si è aggiunto un altro gruppo terrorista, ISWAAP, appunto.

E non solo terroristi, in tutto il Paese la criminalità organizzata e comune, nonchè bande armate, specializzate in rapimenti e quant’altro, sono molto attive, per non parlare degli scontri tra pastori seminomadi e agricoltori stanziali. Infine, il 5 aprile scorso un gruppo di uomini ha attaccato la prigione di Owerri, nel sud-est della Nigeria, liberando 1.800 detenuti.
Di fatto, il Paese sta vivendo un momento di profonda insicurezza da nord a sud.

Cornelia Isabel Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Amnesty accusa militari e governo nigeriano: ignorati avvisi sul rapimento delle ragazze

Nigeria, entro il 31 dicembre sconfiggerò i Boko Haram aveva promesso Buhari: non c’è riuscito

Mozambico: massacro a Palma, inefficienze e una meticolosa programmazione

Per gentile concessione della rivista Africa Confidential,
pubblichiamo questo articolo tradotto in italiano, sul violento attacco islamista,
contro la città di Palma in Mozambico.
Con questo articolo comincia la collaborazione di Africa Confidential con Africa Express,
che ha ottenuto da Patrick Smith* l’autorizzazione a pubblicare in Italia
e in italiano alcuni sui articoli di particolare interesse.

Un attacco ben pianificato su Palma a Cabo Delgado è costato decine di vite, sollevando domande sul futuro del progetto del gas da 20 miliardi di dollari nelle vicinanze

Anche se le forze governative hanno rivendicato la vittoria definitiva il 27 marzo sui combattenti di Ahlu Sunna Wal Jammah (ASWJ) che avevano preso il controllo di Palma, sulla punta settentrionale della provincia di Cabo Delgado, solo quattro giorni prima, gli scontri intorno alla città continuavano mentre Africa Confidential andava in stampa.

Il comandante Chongo Vidigal, portavoce delle Forze armate mozambicane
Il comandante Chongo Vidigal, portavoce delle Forze armate mozambicane

Il 28 marzo, lo Stato Islamico ha affermato, come riportato della sua agenzia di stampa Amaq, che i combattenti di ASWJ, dopo giorni di scontri, avevano preso il controllo di Palma sottraendolo alle forze governative. Per ora, le affermazioni di collegamento tra ASWJ e ISIS/Da’ish fanno comodo a entrambe le parti, ma le prove della loro stretta cooperazione sul terreno sono scarse. Gran parte del know-how militare dell’ASWJ, e dell’equipaggiamento, sembra provenire dalla vicina Tanzania e dalla costa (AC Vol 61 No 22, Insurgents cross border).

L’ASWJ ha coordinato gli attacchi a Palma su tre assi, cacciando più della metà dei 75.000 abitanti della città dalle loro case e uccidendo almeno 40 persone. Anche se l’intensità dei  combattimenti è stata inferiore a quella osservata durante la conquista in agosto da parte dell’ASWJ, del porto di Mocimboa da Praia (ancora in mano islamista), il messaggio inviato al governo, alla francese Total e alla statunitense ExxonMobil, i principali investitori nel progetto di esportazione di gas naturale del Paese, è stato molto più forte.

Emergono così le assicurazioni false del presidente Filipe Nyusi, che proviene dalla regione ed è un ex ministro della Difesa, secondo cui le forze armate avevano la situazione sotto controllo. Nyusi aveva cercato di tenere l’insurrezione di Cabo Delgado fuori dall’agenda dell’organo di sicurezza della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC), ma il presidente del Botswana Mokgweetsi Masisi e quello dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa si sono affrettati a organizzare consultazioni regionali pochi giorni dopo gli attacchi di Palma (AC Vol 62 No 3, Nyusi’s loyalty test).

All’inizio dell’anno, gli insorti avevano compiuto attacchi intorno ai distretti di Palma e Nangade, tagliando per lunghi periodi la strada da Mueda a Palma, attraverso Nangade e Pundahar. I convogli armati avevano consegnato alcuni rifornimenti, ma erano stati costretti ad affrontare parecchie imboscate durante il percorso.

Piano di attacco

L’ASWJ ha inviato diverse centinaia di combattenti per attaccare su tre fronti da ovest, nord e sud e poi prendere Palma la sera del 24 marzo. Agli assalitori si sono aggiunti i miliziani che si erano infiltrati nella città diversi giorni prima. Alcuni avevano finto di essere sfollati.

I rapporti locali raccontano che gli attaccanti non hanno incontrato molta resistenza dai soldati governativi che presidiavano la città. Sono stati rapidamente sopraffatti o sono fuggiti. Il complesso principale dell’esercito a Palma ha resistito più a lungo nella speranza di rinforzi e rifornimenti. Secondo alcune informazioni un gruppo di soldati governativi sono stati attirati a ovest da un’operazione sotto falsa bandiera, prima dell’assalto principale. I combattenti hanno preso di mira le comunicazioni e le infrastrutture di sicurezza, così come banche, cibo e depositi medici. Ci hanno spiegato che la maggior parte del bottino saccheggiato è stato trasportato fuori dalla città alla fine del 26 marzo.

Le agenzie di stampa internazionali e le emittenti televisive hanno intensificato la loro copertura quando è emerso che diversi stranieri erano coinvolti nei combattimenti e che uno dei più grandi progetti di gas naturale del mondo avrebbe potuto essere abbandonato. Diverse centinaia di persone, tra cui più di 50 stranieri, hanno cercato rifugio all’hotel Amarula, vicino all’aeroporto. (come ha raccontato Africa ExPress, nrd)

All’inizio, i combattenti dell’ASWJ non hanno preso di mira l’hotel, ma hanno cambiato idea quando hanno saputo che l’amministratore del distretto di Palma si era rintanato lì. Il Dyck Advisory Group (DAG) ha tentato di lanciare diverse missioni di salvataggio in elicottero dall’isola di Vamizi, al largo della penisola di Afungi. Afungi dista soli 7 km da Palma. Lì risiede il quartier generale del progetto di gas della Total, sorvegliato da 700 militari governativi. La compagnia francese ha chiesto di alzare in loro numero a 1000.

La lotta per Palma ha scatenato recriminazioni da ogni parte. I funzionari del DAG si lamentano che la Total ha rifiutato di fornire il carburante per le missioni di salvataggio in elicottero e ha erroneamente consigliato alla gente di rifugiarsi nell’hotel Amarula da dove sarebbero stati salvati. Total nega tutto questo.

Eppure è evidente che né la Total né le forze del governo regionale hanno sviluppato un piano di sicurezza e di evacuazione, nonostante che negli ultimi anni la città e i villaggi vicini siano stati l’epicentro di una pericolosa e devastante insurrezione.

Quando è diventato chiaro che né le forze di stanza nella base Total di Afungi, né quelle intorno a Palma, avrebbero salvato il contingente bloccato all’Amarula, un convoglio di 17 veicoli è stato organizzato per correre al porto. Gli insorti hanno teso un’imboscata e così solo sette veicoli ce l’hanno fatta.

Si dice che Total stia rivedendo tutti gli aspetti del suo progetto, che probabilmente sarà ritardato ma non cancellato. La compagnia aveva ordinato una parziale evacuazione dei suoi lavoratori all’inizio di gennaio dopo diversi attacchi vicino al perimetro del suo complesso ad Afungi.

Poche ore prima dell’attacco del 24 marzo, Total aveva annunciato che stava riprendendo le operazioni. Mentre i combattimenti infuriavano a Palma, ha subito detto dopo che le avrebbe di nuovo sospese i lavori.

Il presidente Nyusi e i suoi ministri hanno cercato di tranquillizzare Total e ExxonMobil promettendo di riprendere il controllo della situazione e di garantire la sicurezza. Squadre di addestramento militare sono arrivate dagli Stati Uniti e dal Portogallo per rafforzare i suoi sforzi.

La strategia del governo per combattere gli insorti si concentrerà sulla sicurezza piuttosto che su qualsiasi pista politica. Finora l’ASWJ si era tenuto alla larga dal progetto del gas e dagli attacchi agli stranieri, insistendo sul fatto che la sua lotta era contro il governo Nyusi. Una settimana dopo l’attacco, la posta in gioco è salita ed ora molto più alta e coinvolge diversi attori.

La definizione da parte degli Stati Uniti di ASWJ come “Stato Islamico Mozambico” – cui gli stessi canali mediatici dell’ISIS non si riferivano in precedenza – e la investitura di Abu Yasir Hassan, cittadino tanzaniano, come suo leader, ha evidenziato la mancanza di informazioni affidabili sul gruppo.

Quasi certamente l’identificazione del legame Hassan-ISIS da parte degli Stati Uniti significherà che, contro l’ASWJ, aumenteranno l’intelligence e le operazioni militari a distanza. Per il presidente Nyusi, è una mossa utile perché si adatta bene alla sua insistenza che gli insorti sono parte di uno sforzo di destabilizzazione guidato dall’esterno.

Le forze di sicurezza del governo hanno fallito malamente a Palma, rafforzando le preoccupazioni che i militari siano in uno stato precario di confusione generale (AC Vol 62 No 4). La polizia e i militari dovrebbero operare in tandem, ma hanno strutture di comando separate che non si fidano l’uno dell’altro e non sono riuscite a sviluppare una strategia di sicurezza comune.

Le forze governative a Palma sono state sorprese dall’assalto dell’ASWJ. Ciò indica che ci sono stati una serie di fallimenti dell’intelligence e forse infiltrazioni nelle strutture statali. Nuovi piani dovranno essere messi in atto rapidamente.

Il contratto della DAG per addestrare le unità di polizia e gestire le missioni degli elicotteri è scaduto il 6 aprile. È improbabile che venga rinnovato dopo l’incontro “difficile” tra la società e i funzionari statali a Maputo che si è tenuto questa settimana.

Per un po’ di tempo ci sarà un vuoto nel supporto aereo, poiché l’aviazione mozambicana non è ancora pronta a colmarlo. I piloti addestrati per almeno quattro nuovi elicotteri da combattimento Gazelle non sono operativi e richiedono un addestramento integrato con le forze di sicurezza di terra per massimizzare la loro efficacia.  I piloti sono ben addestrati ma non hanno esperienza di combattimento.

Affari militari

Come l’insurrezione ha preso piede a Cabo Delgado negli ultimi tre anni, così ha fatto il numero di compagnie militari private che fanno pressione per ottenere contratti di sicurezza. La maggior parte ha sede nel vicino Sudafrica, tra cui la Paramount Group di Ivor Ichikowitz, secondo cui che le sue operazioni sono limitate alle forniture di armi, e ha stretti legami con altre PMC a Dubai. C’è poi il famoso Eeben Barlow, (fondatore e leader della società di mercenari Executive Outcomes, ndr) la cui società Specialised Tasks, Training, Equipment and Protection International ha combattuto gli insorti nel nord-est della Nigeria durante la presidenza di Goodluck Jonathan.

Entrambe le aziende hanno stretti rapporti con la Forza di Difesa Nazionale Sudafricana (SANDF), specialmente con le sue Forze Speciali. Per ora, la SANDF non può assemblare una forza pronta al combattimento da inviare a Cabo Delgado, ma questo potrebbe cambiare nelle prossime settimane, ora che la crisi è diventata regionale.

Dalla fine dell’apartheid, i funzionari sudafricani hanno avuto un atteggiamento ambivalente verso le compagnie militari private. Sulla carta, l’invio di sudafricani all’estero come mercenari è illegale dal Prohibition of Mercenary Activities and Regulation of Certain Activities in a Country of Armed Conflict Act approvato nel 2006. Dovrebbero essere sotto stretto controllo politico. In pratica, le compagnie godono dell’aiuto logistico e diplomatico del governo di Pretoria e dei suoi vertici militari.

Al centro degli attacchi a Palma c’è il Dyck Advisory Group (DAG), fondato dall’ex ufficiale delle forze speciali rhodesiane, il colonnello Lionel Dyck, il cui gruppo di 40 poliziotti speciali si è fatto strada a Palma il 27 marzo (AC Vol 61 No 21, Frelimo flounders in north).

E’ una squadra che fa parte di un contingente di 120 persone addestrate da ex militari del Sudafrica con una vasta esperienza di combattimento e addestramento sul terreno africano. L’addestramento era parte di un contratto esteso che il DAG si è assicurato a metà del 2020 e parte di un piano per sviluppare una forza d’assalto all’interno della polizia nazionale per organizzare operazioni di contro-insurrezione (AC Vol 61 No 13, Il tardivo grido d’aiuto della Frelimo).

I critici mozambicani e zimbabwiani su DAG hanno preso di mira il curriculum militare di Dyck, prima nelle forze rhodesiane e poi come parte dello Zimbabwe African National Liberation Army (ZANLA) dopo l’indipendenza.

Nell’ultimo anno a Cabo Delgado, tuttavia – secondo gli analisti della sicurezza – l’unità addestrata dal DAG ha rafforzato significativamente le opzioni del governo.

Militare mozambicano a Palma
Militare mozambicano a Palma

Il governo di Maputo non condivide questa opinione. La polizia, che fino a gennaio svolgeva un ruolo centrale negli sforzi di contro-insurrezione, è stata sostituita dalle Forças Armadas de Defesa de Moçambique (FADM), che sono state incredibilmente colte di sorpresa dall’attacco a Palma.

Questa sfida è stata aggravata dall’avvicendamento di alti ufficiali. Il comandante dell’esercito, il generale Eugénio Mussa, è morto di Covid-19 all’inizio di febbraio, settimane dopo aver preso il comando (AC Vol 62 No 4, confusione generale). I nuovi comandanti sono stati rimescolati dalle vecchie posizioni mentre il presidente Filipe Nyusi si è assicurato che uomini a lui fedeli fossero al comando.

La polizia è stata messa da parte. Gli appaltatori della DAG faranno le valigie e torneranno a casa il 6 aprile, dopo la decisione di non prolungare il loro contratto.

Vedendo emergere un’occasione di business, alcune compagnie rivali hanno screditato il curriculum della DAG. Per ottenere un vantaggio competitivo alcune hanno usato i recenti rapporti di Amnesty International sulle sue presunte violazioni dei diritti umani perpetrate, assieme al personale del governo. DAG ha assicurato che indagherà sulle denunce di Amnesty.

Africa Confidential
https://www.africa-confidential.com/news
Traduzione curata da Africa-ExPress
@africexp

*Patrick Smith è l’editore e il direttore di Africa Confidential (www.africa-confidential.com) dal 1991.

Fondata nel 1960 come newsletter quindicinale cartacea, Africa Confidential si è costruita da allora una reputazione globale per la segnalazione e l’analisi originale dei principali sviluppi politici e di sicurezza in tutto il continente africano che va ben oltre ciò che si può trovare nel materiale ‘open source’. Il servizio stesso è ora sostanzialmente online, con rapporti infrasettimanali sugli sviluppi chiave come e quando si verificano.

Oggi le sue puntuali analisi, i commenti e i reportage sono usati in una varietà di aree come: le due diligence aziendali, le valutazioni del rischio politico e dei Paesi, conformità con la legislazione anticorruzione e altre leggi sull’etica aziendale (ad esempio FCPA, UK Bribery Act, Dodd-Frank [“conflict minerals”] e Equator Principles), buon governo, relazioni civili/militari, allarme preventivo dei conflitti, risoluzione dei conflitti e soccorso umanitario.

Africa Confidential gode di un pubblico globale diversificato che comprende: capi di Stato, ministri degli esteri, agenzie di difesa e di intelligence, società di consulenza sui rischi, studi legali e contabili internazionali, ONG, istituzioni accademiche e think tank, assicuratori, società di consulenza e società che operano in una varietà di settori in Africa, tra cui energia, miniere, infrastrutture e mercati dei capitali.

Patrick Smith collabora regolarmente con la BBC, il Guardian, l’Observer, l’Economist e altri media internazionali. In Africa ha lavorato in parecchie occasioni con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi.

Per saperne di più su Africa Confidential e sul suo nuovo servizio online AC+ visitate www.africa-confidential.com).

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Mali: ucciso ex capo ribelle, aveva firmato la pace con Bamako nel 2015

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Africa ExPress
14 aprile 2021

Il presidente di turno della coalizione dei movimenti per l’Azawad (CMA), Sidi Brahim Ould Sidati, è stato brutalmente ammazzato ieri mattina davanti alla sua casa a Bamako, la capitale del Mali.

Un nipote e un amico medico del leader di CMA hanno confermato all’Agenzia di Stampa Agence France Presse. “E’ stato ucciso all’entrata della sua abitazione, lo abbiamo trasportato in clinica, poco dopo è spirato a causa delle gravissime ferite riportate”.

Sidi Brahim Ould Sidati, assassinato a Bamako, Mali

Secondo una prima ricostruzione dei fatti e grazie al racconto di alcuni testimoni oculari, due uomini in sella a una moto si sarebbero fermati davanti a lui. Uno dei due avrebbe sparato diversi colpi, ferendo, appunto, Sidi Brahim Ould Sidati e un suo amico, che era accanto a lui.

Inizialmente Sidi Brahim occupava il posto di segretario del Movimento arabo per l’Azawad (MAA), per poi confluire nel CMA, alleanza che comprende vecchi gruppi armati indipendentisti touareg e nazionalisti arabi, che erano insorti contro il governo di Bamako e hanno combattuto le forze armate maliane a partire dal 2012, fino alla firma del trattato di Pace e Riconciliazione del Mali, siglato nel 2015. Tale accordo fu proprio siglato da Sidi Brahim a nome del CMA.

Allora l’ex presidente del Paese, Boubacar Keita, deposto lo scorso anno dopo un golpe militare, aveva abbracciato l’ex ribelle durante la cerimonia per la firma del documento con queste parole: “Mano nella mano, insieme, potremo costruire un Mali migliore: lunga vita alla riconciliazione in Mali, lunga vita alla pace”. Pace che ancora oggi in molte parti del Paese resta un sogno.

L’applicazione di tale accordo è di importanza vitale per uscire dalla grave crisi che affligge la ex colonia francese. A tutt’oggi, dopo quasi sei anni, molti punti del negoziato non sono ancora stati attuati.

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Il figlio e vice del tiranno che opprime la Guinea Equatoriale in visita dal Papa

Africa ExPress
13 aprile 2021

Ha le mani sporche di sangue e derubato le casse pubbliche del suo Paese, ciononostante  il vicepresidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Nguema Obiang Mangue, nonché figlio del presidente Teodoro Obiang, sanguinario dittatore al potere dal 1979, e suo vice, è stato ricevuto in un’udienza privata da Papa Bergoglio venerdì, 9 aprile.

Noto come Teodorino, il figlio 53enne del tiranno, delfino designato che dovrebbe prendere il posto del genitore, è noto in mezzo mondo per le sue scorribande: riciclaggio di denaro, traffico di droga, affari poco puliti. E’ l’esecutore materiale delle nefandezze del padre che tiene il Paese come in una morsa. Non è tollerato il dissenso e i servizi alla popolazione sono ridotti ai minimo. Le galere sono piene di oppositori e di “nemici della patria”, cioè di quelle persone che osano non osannare e onorare il satrapo ricco all’inverosimile. Ma si sa: l’uomo e la sua famiglia garantiscono favolosi proventi alle compagnie petrolifere occidentali che sfruttano le favolose ricchezze minerarie di quel fazzoletto di terra che è come se galleggiasse su un mare di oro nero.

Teodoro Nguema Obiang Mangue, vicepresidente della Guinea Equatoriale, a sinistra e Papa Francesco

E’ trapelato poco nulla dal Vaticano su quanto si siano detti Papa Francesco e Teodorino. La Santa Sede  non dato notizia del meeting, come se fosse clandestino: non è certo prestigioso per un uomo di pace com’è il pontefice incontrare il figlio di un tiranno, che ne è poi a sua longa manus. Sull’account twitter della stampa equatoguineana si legge, invece, che sua Santità è stato invitato dall’anziano dittatore ormai 79enne a visitare il Paese e il messaggio è stato consegnato dal figlio.

La maggior parte degli equatoguineani sono cattolici – 88 per cento – mentre i musulmani rappresentano solamente il 4 per cento della popolazione. E un rapporto redatto da AED-France (acronimo francese per: Aide à l’Eglise en Détresse) precisa: “Ognuno è libero di professare la propria religione”. E ancora: “Il governo concede un trattamento particolare alla Chiesa cattolica”.

Allo stato attuale il Paese vive un momento davvero difficile dopo la terribile esplosione che a Bata, la capitale economica, ha ucciso un centinaio di persone e ne ha ferite oltre 600.

Le deflagrazioni sono state parecchie, tutte partite dalla base militare della città. In un primo momento la presidenza aveva incolpato di questa tragedia agricoltori, perchè avrebbero dato fuoco alle stoppie e non avrebbero controllato correttamente l’incendio provocato. Ma anche i militari sono stati biasimati per mancata vigilanza. Ora, invece, si parla di disastro accidentale.

Poco prima di imbarcarsi per Roma, Teodorino, che è anche ministro Difesa e della Sicurezza (cioè i servizi segreti, quelli che sequestrano, ammazzano e fanno sparire la gente) del suo Paese, si è recato a Bata per poter dare al Papa notizie dettagliate sulla situazione attuale.

Teodor Obiang, dittatore della Guinea Equatoriale

Per affrontare l’attuale crisi il padre e dittatore ha chiesto aiuti alla comunità internazionale. Il Paese è un importante produttore di petrolio ed è il più ricco di tutta Africa con un PIL di 34.865 dollari pro capite.

Sebbene questo numero possa sembrare elevato, nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, la Guinea Equatoriale occupa il 136esimo posto. Infatti, mentre il leader la sua famiglia sono dei nababbi,  la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà.

Obiang è ricchissimo, ha una guardia presidenziale composta da forze speciali marocchine, la sua sicurezza personale è garantita da ex-agenti del Mossad israeliano e ha l’imbarazzo della scelta quando deve decidere in quale palazzo andare a riposare la sera.

La moglie, Constancia Mangue, detiene una buona fetta del potere economico nel ramo degli appalti pubblici e il suo nome è persino più temuto di quello del marito.

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Flop elettorale in Benin e Ciad: poco entusiasmo e scarsa partecipazione

Africa ExPress
12 aprile 2021

In Benin la popolazione è in attesa dei risultati della tornata elettorale che si è svolta ieri. Oltre al presidente uscente, Patrice Talon – in carica dal 2016 – si sono proposti per la più alta carica dello Stato Alassane Djemba-Paul Hounkpè e Corentin Kohoué-Irénée Agossa, due politici poco conosciuti nel Paese. Molti illustri oppositori sono stati esclusi.

Cinque milioni di beninesi sono stati chiamati alle urne, ma la partecipazione al voto è stata piuttosto “timida”, secondo quanto riportano i media locali. L’opposizione ha chiesto l’astensione al voto dopo i tumulti che si sono verificati durante la campagna elettorale.

Patrice Tallon, presidente uscente del Benin

Scontri violenti anti-Tallon hanno causato la morte di due persone e parecchi feriti a Savè, al centro del Paese, dove la polizia ha disperso i dimostranti con la forza. Anche camion che trasportavano il materiale elettorale verso il nord sono stati bloccati nella notte tra venerdì e sabato.

A Tchaourou, roccaforte dell’ex presidente, manifestanti hanno barricato le strade per impedire agli elettori di recarsi ai seggi. Anche in alcune circoscrizioni di Bantè, Savè e Parakou gli uffici elettorali sono rimasti chiusi.

Il presidente della Commissione elettorale nazionale autonoma (CENA) ha subito chiarito che episodi del genere non metteranno a rischio la regolarità delle elezioni.

La candidatura dei maggiori oppositori, molti dei quali in esilio, non è stata accettata dalla CENA e Jean-Noël Ahivo, uno dei respinti, in un messaggio su facebook ha annunciato che non sarebbe andato a votare e ha chiesto ai suoi sostenitori di boicottare il voto.

Ieri sera i 1.400 osservatori della piattaforma della società civile hanno sostenuto che la partecipazione al voto è stata piuttosto bassa rispetto alle scorse presidenziali. I risultati provvisori saranno resi noti tra il 14 e il 15 aprile e dovranno poi essere confermati dalla Corte costituzionale.

Anche i cittadini del Ciad si sono recati alle urne domenica scorsa. Il giorno di voto si è svolto nella calma, dopo una campagna elettorale piuttosto accesa. Il presidente uscente, Idriss Déby Itno, al potere da 30 anni, corre per un sesto mandato di sei anni. Altri sei candidati sono pronti a occupare la poltrona più ambita.

Sono 7,3 milioni i ciadiani aventi diritto al voto con cui ieri hanno scelto chi segnerà il destino del loro Paese per i prossimi 6 anni. Da giorni il governo ha messo in campo imponenti misure di sicurezza, soprattutto nelle grandi arterie stradali della capitale N’Djamena.

La tensione durante il periodo pre-elettorale era alle stelle e diversi partiti politici e organizzazioni della società civile hanno chiesto alla popolazione di boicottare il voto. I maggiori esponenti di questa corrente ci sono Saleh Kebzabo, l’avvocato Theophile Bongoro, Succès Masra, leader dei dei gruppi protestatari, i transformateurs e Ngarledji Yorongar.

Coordination d’actions citoyennes, raggruppamento contrario alla tornata elettorale, aveva denunciato che al momento attuale non c’erano le condizioni per poter assicurare un voto credibile e trasparente. Il gruppo aveva anche tentato di organizzare proteste volte a bloccare la candidatura del presidente uscente. Ma dallo scorso febbraio tutte le manifestazioni sono vietate.

E, Dinamou Daram uno dei maggiori oppositori di queste elezioni, è sparito da casa sua due giorni prima del voto. Secondo i suoi compagni di partito sarebbe stato portato via con la forza dalla polizia. In un comunicato il ministero della Sicurezza ha parlato di “arresti di persone sospettate di voler attaccare la sede del Comitato elettorale”.

Il 74,6 per cento dei ciadiani al di sotto dei 30 anni non ha conosciuto un altro presidente. Eppure Déby aspira a un nuovo mandato. Durante la campagna elettorale ha puntato tutto su “Pace e Sicurezza”, non solo nel Paese, ma in tutta la regione.

Il Ciad confina con la Libia, il Sudan, il Centrafrica, Niger, Nigeria e Camerun e da anni è impegnato nella lotta contro i terroristi del Sahel e dei famigerati miliziani nigeriani di Boko Haram.

Prodezze militari a parte, il Paese occupa il terzultimo posto dell’indice di sviluppo umano: si trova al 187esimo posto su 189, secondo i dati del 2019, pubblicati nel 2020.

I risultati provvisori delle presidenziali saranno disponibili entro il 25 aprile, quelli definitivi il 15 maggui 2021.

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“I caschi blu non ci proteggono”: rivolta in Congo-K. La polizia spara, due morti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
11 aprile 2021

Le violenze non cessano, nella Repubblica Democratica del Congo. I gruppo armati – più di cento – che infestano le regioni orientali dell’enorme ex colonia belga taglieggiano la popolazione, ammazzano la gente, stuprano le donne e rapiscono i bambini per arruolarli come miliziani. Le notizie, spesso frammentarie e incomplete, che arrivano da quei territori, dove è stato brutalmente ammazzato il nostro ambasciatore, Luca Attanasio, la sua guardia del corpo, Vittorio Iovacci, e l’autista congolese impiegato dell’ONU, Mustapha Mialmbo, sono sempre più inquietanti. Il contingente delle Nazioni Unite, la MONUSCO (acronimo per: Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), presente nel Paese con circa 12mila uomini, ha di fatto fallito il suo compito (cioè proteggere i civili) e così la popolazione è scesa nelle strade di Beni, Butembo e in altri villaggi, per chiedere il suo ritiro.

Nei giorni scorsi due persone sono morte in seguito alle proteste. Da quanto si apprende da un’agenzia battuta da Reuters ieri pomeriggio, militari di MONUSCA avrebbero aperto il fuoco contro i dimostranti in un zona rurale nel territorio di Oicha, quando hanno tentato incendiare due ponti che portano alla base dei caschi blu. La notizia è stata confermata dal sindaco della cittadina, Nicolas Kikuku, che ha aggiunto: “I caschi blu non hanno tollerato la protesta e i soldati hanno iniziato a sparare”.

Un attivista del luogo e Rosette Kavula, vice-amministratrice della zona di Beni, hanno denunciato  che le truppe della MONUSCO hanno ucciso un manifestante. Il portavoce del contingente dell’ONU, Mathias Gillmann, ha raccontato che è stata aperta un’inchiesta sull’accaduto.

Una persona è rimasta uccisa da un proiettile vagante durante le manifestazioni contro la forza multinazionale a Butembo, nel Nord-Kivu. Il capo della polizia locale, Jean-Paul Ngoma, ha spiegato che mentre i suoi uomini stavano rimuovendo una barricata, i manifestanti hanno iniziato a lanciare pietre contro gli agenti. Ngoma non ha però saputo precisare chi avesse sparato.

Uno dei partecipanti alla protesta ha specificato che un poliziotto avrebbe fatto partire il colpo mentre era distante solo 6 metri dai manifestanti. “L’unica colpa del nostro compagno ucciso è stata quella di chiedere alle truppe dell’ONU di allontanarsi dalla nostra città, perchè non fanno assolutamente nulla per proteggere i civili dai continui massacri”.

Proteste simili si sono svolte in diverse città del Nord-Kivu nelle ultime settimane. A Beni giovedì scorso sono state arrestate decine di persone. Anche in quel caso da polizia ha sparato per aria, ma con proiettili veri.

Clovis Mutsova, giovane attivista di LUCHA (acronimo francese per Lutte Pour Le Changement) ha spiegato: “Chiediamo semplicemente due cose: MONUSCO deve andarsene e il nostro governo deve assumersi le proprie responsabilità affinché possiamo vivere in pace”.

MONUSCO, tramite il suo portavoce, Mathias Gillmann, ha ribadito alle proteste dei manifestanti: “Siamo qui perché invitati del governo di Kinshasa. Non spetta a noi decidere se andare via o restare”.

La rivolta contro i caschi blu non è nuova. Nel 2019 sono morte parecchie persone durante tali manifestazioni, sia a Goma sia a Beni.

Tra i gruppi armati che operano nell’est della ex colonia belga, c’è anche l’Allied Democratic Forces (ADF) – un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995 – responsabile della maggior parte degli attacchi nella zona. Secondo MONUSCO, solo nei primi tre mesi di quest’anno avrebbe ucciso oltre 200 persone e ne ha costrette alla fuga quasi 40mila.

L’ ADF è accusata di aver ucciso durante un’aggressione della scorsa settimana, 23 civili nel villaggio di Beu Manyama-Moliso, situato nella zona di Beni, nonché di aver massacrato proprio ieri sera a due chilometri dal villaggio di Mutwanga,  3 soldati delle Forze Armate del Congo (FARDC). Godefroid Siku, responsabile amministrativo dell’area di Ruwenzori (Beni), spiegato ai giornalisti locali che lo scambio a fuoco tra  ribelli e  militari regolari si è protratto per diverse ore.

MONUSCO, caschi blu dell’ONU in Congo-K

E sempre venerdì, secondo il giornale online Actualité CD, durante un’imboscata in un’altra zona di Beni i miliziani di ADF avrebbero ammazzato anche 6 civili e bruciato due veicoli commerciali.

Una recente analisi della FAO , agenzia dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, spiega che  27 milioni di congolesi, vale a dire quasi uno su tre, sono colpiti da un elevato grado di insicurezza alimentare. Insomma manca poco alla carestia.

I maggiori responsabili di questo disastro umanitario – oltre all’insicurezza e l’allontanamento dal luogo di residenza per lo stato di emergenza in alcune zone – sono le restrizioni dovute al coronavirus. I più colpiti sono ovviamente gli sfollati, i rifugiati e coloro che già si trovavano in situazioni precarie prima della pandemia.

Nourou Macki Tall, rappresentante della FAO nel Congo-K chiede aiuti immediati sotto forma di viveri o cash laddove i mercati sono ancora aperti. E ha aggiunto: “E’ importante fornire anche i mezzi necessari alle popolazioni agricole, in quanto l’80 percento dei contadini non dispone di sementi di qualità”.

15 aprile 2021
Jean Pierre Wumbi, commissario di polizia della regione, ha confermato la morte di una persona a Oicha e ha aggiunte: “Le forze di sicurezza stavano svolgendo il loro dovere”, ma non ha voluto rilasciare altri commenti.

Reuters ha rettificato la versione data dal sindaco di Oicha, Nicolas Kikuku: “Mentre la polizia cercava di disperdere la folla e di liberare il ponte dalle barricate, un giovane è stato ucciso”.

Cornelia I. Toelgyes
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Coronavirus e recrudescenza di ebola, cocktail micidiale in Congo-K

L’ambasciatore ucciso in Congo orientale: emergono documenti inquietanti

Nuove navi da guerra al Qatar, la pandemia non frena gli affari bellici di Fincantieri

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
10 aprile 2021

La pandemia da coronavirus non rallenta la produzione in Italia di navi da guerra destinate all’esportazione al Qatar.

Nelle acque antistanti lo stabilimento Fincantieri S.p.A. di Muggiano (La Spezia) hanno preso il via nei giorni scorsi le prove del pattugliatore d’altura (OPV) Musherib destinato alla Marina militare del petro-emirato. Basato sulla classe di pattugliatori “Falaj 2” venduti dal gruppo italiano agli Emirati Arabi Uniti, il Musherib è stato varato a Muggiano il 18 settembre 2020 nel corso di una cerimonia cui hanno partecipato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il ministro di Stato per gli Affari della Difesa del Qatar Khalid bin Mohammad al Attiyah e i Capi di Stato maggiore delle due Marine militari, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragon e il generale Abdulla Hassan Al Suleiti.

Corvetta Falaj 2

La consegna del primo pattugliatore d’altura al Qatar è prevista entro la fine del prossimo anno. L’emirato ha ordinato a Fincantieri due unità di questa classe. L’OPV Musherib è un’imbarcazione altamente flessibile con capacità di assolvere a molteplici compiti che vanno dal pattugliamento al combattimento navale. Ha una lunghezza di circa 63 metri e una larghezza di 9,2 metri, una velocità massima di 30 nodi e un raggio operativo sino a 1.500 miglia nautiche; l’autonomia di navigazione in mare aperto è di sette giorni.

L’OPV potrà ospitare a bordo 38 persone di equipaggio e sarà armato con sistemi di combattimento altamente sofisticati (missili superficie-aria VL MICA e anti-nave Exocet MM40 Block 3 prodotti dal consorzio europeo MBDA; cannoni Super Rapido 76/62 mm e Marlin-WS da 30 mm di produzione Leonardo, ex Finmeccanica).

Il 13 febbraio scorso, ancora una volta nei cantieri navali spezzini, è stata varata un’altra unità da guerra destinata alla Marina del Qatar, la corvetta Damsah, seconda unità della classe “Al Zubarah”, la cui consegna è prevista sempre nel 2022. Ospiti d’onore della cerimonia, il generale Mubarak Mohammed Al-Khayarin, vice capo amministrativo delle forze armate qatarine, l’ammiraglio Giorgio Lazio, comandante marittimo Nord della Marina militare e Giuseppe Giordo, direttore generale della divisione Navi Militari di Fincantieri.

Il varo della Damsah ha coinciso con l’impostazione dei lavori della quarta corvetta della stessa classe, la Sumaysimah, che sarò consegnata al Qatar nel 2023. Anche queste unità potranno svolgere differenti operazioni navali, dal pattugliamento con focus la “difesa aerea”, al combattimento e al soccorso in mare. Con un dislocamento di 3.250 tonnellate, una lunghezza di 107 metri e una velocità massima di 28 nodi, le corvette della classe “Al Zubarah” potranno imbarcare sino a 112 marinai, mezzi navali veloci del tipo Rhib (Rigid Hull Inflatable Boat) e un elicottero pesante multiruolo NFH90 prodotto dal consorzio europeo NH Industries (presente, come nel caso di MBDA, l’italiana Leonardo.

Fincantieri: varo della corvetta Damsah per il Qatar nel febbraio 2021

La produzione militare-industriale pro-Qatar nei cantieri navali del Muggiano rientra nell’ambito della maxi-commessa del valore di 4 miliardi di euro sottoscritta nel 2016 da Fincantieri e dalle autorità politico-militari dell’emirato, comprensiva di sette navi di superficie di nuova generazione (le quattro corvette della classe “Al Zubarah”, i due pattugliatori OPV e una nave anfibia d’assalto Lpd), più relativi sevizi di supporto per dieci anni. La nave anfibia avrà una lunghezza di 143 metri, un dislocamento di 8.800 tonnellate e una velocità di 20 nodi e sarà in grado di ospitare sino a 550 marines e due elicotteri NFH 90. I sistemi radar, da combattimento e missilistici di tutte le unità destinate al Qatar sono progettati e prodotti da aziende controllate dalla holding Leonardo-Finmeccanica e da Elettronica S.p.A, altra importante società italiana del comparto militare. Per il loro acquisto l’emirato sborserà un altro miliardo di euro circa.

Antonio Mazzeo
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Orrore in Mozambico, 12 bianchi decapitati dai jihadisti durante l’assedio di Palma

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze 9 aprile 2021

Sono stati scoperti i cadaveri di almeno dodici stranieri decapitati vicino all’hotel Amarula, a Palma, nella provincia di Cabo Delgado estremo nord del Paese. Un altro episodio di orrore in una provincia che dall’ottobre 2017 è sotto scacco dei terroristi islamici. “Non sono in grado di dire la nazionalità – ha detto Pedro da Silva, agente di polizia alla TV portoghese SIC – ma erano dodici stranieri. Di razza bianca”.

Massacro che ricorda un’esecuzione

I cadaveri sono stati trovati la mattina di giovedì 8 aprile. Erano a un centinaio di metri dall’hotel che ospitava gli stranieri, attaccato e distrutto dai jihadisti di Al Sunnah wa-Jamma. Secondo il poliziotto, dal sangue sul terreno, se ne deduce che fossero stati decapitati sul posto e sotterrati alla meglio. Un atto atroce che somiglia ad una vera e propria esecuzione. È la prima volta che i jihadisti attaccano e massacrano stranieri a Cabo Delgado.

Chongo Vidigal, comandante del Teatro Operacional Norte, a TVM ha confermato l’invio urgente di un’equipe di medici legali per riconoscere i corpi. Il servizio di TVM sul brutale atto di sangue è stato postato su Facebook da Sala da Paz,  piattaforma di gestione e monitoraggio elettorale. Ripreso dai media mozambicani e stranieri ha portato nuovi dati sull’assedio di Palma.

L’attacco jihadista a Palma è avvenuto il 24 marzo e per undici giorni quando le Forze di difesa e sicurezza mozambicane (FDS) hanno dichiarato di aver ripreso il controllo della città. Fino ad oggi non si conosce il numero ufficiale dei morti. Il governo ha dichiarato dozzine di decessi. Testimoni hanno affermato che nelle strade cittadine e sulla spiaggia c’erano cadaveri, anche decapitati, di adulti e bambini.

decapitati a Palma
Richiesta di aiuto evacuazione da Palma (Mozambico) assediata dai jihadisti

Cittadini di Palma salvati a migliaia

Migliaia di persone sono state salvate in un’ “operazione Dunquerque” con navi e battelli arrivati a Palma per trasportare la popolazione in porti sicuri. Altre decine di persone sono state salvate dai tre elicotteri dei mercenari di Dyck Advisory Group (DAG) che aiutano le Forze armane mozambicane (FADM). La maggior parte degli abitanti di Palma e scappata nella boscaglia o verso il vicino confine della Tanzania.

Le preoccupazione del SADC

Mentre si contano morti e i danni dell’attacco di Al Sunnah wa-Jamma, affiliato all’ISIS dell’Africa Centrale (ISCAP), si riunisce la troika del SADC. La Comunità di sviluppo economico dei Paesi dell’Africa Australe dovrà decidere un intervento comune per fermare il virus jihadista a Cabo Delgado.

Dall’inizio delle ostilità dei gruppi jihadisti nel nord del Mozambico c’è stato un crescendo di attacchi e negli ultimi due anni sono aumentati gli armamenti e l’organizzazione dei terroristi. Il rischio che ci sia un’espansione jihadista nei Paesi confinanti e il Sudafrica è già stato minacciato. Nell’attacco a Palma è stata confermata la presenza di jihadisti sudafricani.

Niente estrazione di gas senza sicurezza

Ora è chiaro che uno degli obiettivi era fermare gli impianti di estrazione di gas del Bacino del Rovuma dove operano ENI, ExxonMobil e Total. Un progetto del valore di 60 mld di USD, dove ENI ha pianificato la produzione per il 2022 e Total nel 2024. Un progetto che non può continuare senza sicurezza.

Sandro Pintus
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Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

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