Special for Africa ExPress The refugees from Negad detention centre Djibouti
Nairobi, 21 January 2014
The detained people in Negad refugees camp in Djibouti (the majority of them are from Eritrea) wrote this appeal to Africa ExPress. The people detained in the camp (120 refugees) escaped from one of the most terrible and authoritarian regime in the world, described by many organizations as an hell. This message that we publish is coming from inside the prison and has been sent to us under very difficult and eventful means. The people who sent us this story asked us to share widely. Africa ExPress
Nostro Servizio Particolare Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2014
La Nigeria è una confederazione di 36 stati; i cristiani rappresentano il 40 per cento della popolazione, i musulmani il 50 per cento, mentre gli animisti il 10 per cento. Molto spesso i vari gruppi religiosi sono in lotta tra loro. Migliaia di morti ogni anno (vedi anche nostri articoli su africa-express.info: Boko Haram e altre guerre di religione), ma questa volta sono tutti – o quasi – d’accordo: il 90 per cento della popolazione nigeriana – secondo un sondaggio – è contraria alle unioni tra persone dello stesso sesso.
Forte dell’opinione pubblica, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha firmato le nuove draconiane norme anti-gay nei giorni scorsi. “Questa legge è in linea con ciò che il nostro popolo ha espresso. Rappresenta i nostri credo religiosi, i nostri valori e la nostra cultura”, conferma Reuben Abati, portavoce del presidente.
La corruzione sfrenata è endemica nel Paese, ma il presidente non ci pensa neanche a varare una legge che possa severamente punirla. No, la priorità sono le norme per colpire gli omosessuali, mentre il Paese è governato da una classe politica rapace quanto imbelle.
Amensty Internatonal ed altri gruppi che operano nella difesa dei diritti umani hanno subito preso posizione. E’ una legge discriminante che porta conseguenze catastrofiche per gay, lesbiche, bisessuali, trans. La legge prevede fino a 14 anni di detenzione per coloro che contraggono unioni dello stesso sesso anche all’estero e 10 anni per coloro che sono iscritti ad associazioni gay o mostrano la loro “diversità” in pubblico.
Anche il segretario generale dell’ONU Ban-Ki-Moon ha espresso le sue preoccupazioni a proposito delle leggi anti-gay nigeriane e sottolinea che la minoranza dei cittadini con preferenze sessuali diverse sono a rischio di non poter usufruire dei diritti civili essenziali.
La polizia dello stato del Bauchi ha già arrestato 11 uomini gay nelle ultime settimane, come confermato dal capo della commissione per la Sharia, Mustapha Baba Ilea, il quale però sottolinea (bontà sua) che nessuno di questi 11 uomini è stato torturato o picchiato.
Mentre Dorothy Aken’Ova, direttore esecutivo dell’International Centre for Reproductive Health and Sexual Rights, centro che, tra l’altro, da anche assistenza legale agli omosessuali, riferisce che durante il periodo di Natale la polizia ha arrestato quattro uomini, torturandoli, per estorcere nomi di altri, appartenenti a gruppi ed organizzazioni gay.
Non ha dato dettagli sulle torture subite dai detenuti, ma aggiunge che nel frattempo ne sono stati arrestati altri 38 e altri 168 sono ricercati.
La Nigeria è un paese con una forte incidenza di AIDS. I più colpiti sono i cittadini con preferenze sessuali diverse. Con la nuova legge i sieropositivi potrebbero non poter più accedere alle cure essenziali, alla prevenzione, senza essere segnalati.
Siamo tornati al periodo dell’Inquisizione in molti paesi africani. Inquisizione in chiave moderna, i risultati saranno forse anche peggiori.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it twitter @cotoelgyes
Antonio Mazzeo
15 gennaio 2014
Sei milioni e mezzo di euro in nove mesi per addestrare gli uomini della Guardia costiera libica a contrastare le imbarcazioni di migranti in fuga dal continente africano. È quanto è stato stanziato dal governo Letta con i due decreti approvati, rispettivamente, il 5 dicembre 2013 e il 10 gennaio 2014, e che hanno consentito di prorogare la partecipazione delle forze armate e di polizia italiane in missioni operative all’estero.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
30 giugno 2026
La “giustizia” dell’Arabia Saudita non si smentisce mai. All’inizio di giugno altri quattro etiopi sono stati ammazzati dal boia del Regno Wahabita. Secondo quanto riferito dal ministero degli Interni saudita, due sono stati messi a morte il 1° di giugno a Khamis Mushait, nella regione di Asir, nel sud-ovest del Paese, e un paio il 3 giugno nella regione di Nasir.
Altri tre erano già stati uccisi il 21 aprile. Un’altra sessantina dei loro connazionali è rinchiusa nel braccio della morte della prigione di Khamis Mushait, nella regione di Asir, nel sud-ovest del Paese. I poveracci sono a rischio di esecuzione imminente.
Quasi 100 esecuzioni nel 2026
Nel suo ultimo rapporto, pubblicato pochi giorni fa, Amnesty International ha denunciato l’esecuzione di 96 persone dall’inizio dell’anno in Arabia Saudita.
Quasi cento esecuzioni nei primi sei mesi del 2026
La maggior parte delle persone giustiziate sono state condannate alla pena capitale per problemi legati alla droga, ben 61 su 96, tra questi 39 stranieri, mentre “solo” 22 i sauditi.
Rotta pericolosa
Come molti altri uomini e donne che fuggono dal Corno d’Africa alla volta degli Stati del Golfo alla ricerca di lavoro, anche i condannati a morte dai Tribunali sauditi hanno affrontato la pericolosissima “rotta orientale”.
I migranti, per potersi imbarcare devono raggiungere Obock, sulla costa settentrionale di Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni dirette in Yemen. Ma per arrivarci i migranti devono attraversare lande deserte, impervie, e caldissime. Non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, dove vivono gli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta la depressione più significativa di tutta l’Africa. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata verso lo Yemen, distrutto dalla guerra.
Per finanziare il viaggio e/o per guadagnare un po’ di soldi, alcuni etiopi portano con sé del khat, un arbusto le cui foglie vengono masticate per i loro effetti stimolanti, simili alle anfetamine. E’ originaria di alcune regioni dell’Africa orientale, ma assolutamente vietata in Arabia Saudita. I più non sono a conoscenza di questa interdizione.
Migranti nel braccio della morte
Diversi media hanno riportato che sono almeno 200 gli etiopi rinchiusi nel braccio della morte nelle prigioni dell’Arabia Saudita. Finora però nessuna conferma ufficiale è stata fatta in tal senso. Ma a maggio, il vescovo della diocesi di Adigrat,Tesfaselassie Medhin, aveva lanciato un accorato appello – ripreso da Vatican News – a diverse organizzazioni internazionali e agenzie umanitarie impegnate nella difesa dei diritti umani, chiedendo protezione per i suoi connazionali condannati alla pena capitale.
Il primo gruppo di etiopi liberati in Arabia Saudita tornano a casa
Quasi contemporaneamente alla comunicazione ufficiale di Ryad circa l’esecuzione degli ultimi quattro etiopi, il ministero degli Affari Ester di Addis Abeba annunciava che a 1.665 suoi concittadini, sottoposti a procedimenti giudiziari in Arabia Saudita era stata concessa un’amnistia reale.
Amnistia reale
Secondo il governo di Abiy Ahmed, la liberazione e il conseguente rimpatrio dei connazionali è stato ottenuto grazie a assidui impegni diplomatici, durati oltre due anni, della loro ambasciata a Ryad e del loro consolato generale a Gedda. E il 24 giugno il primo gruppo di 340 connazionali è rientrato ad Addis Abeba.
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From our correspondent in the West Bank Eyad Hamad
June, 26th 2026
The occupation of the Palestinian territories in the West Bank goes on without stopping and the city of Beit Sahour, located east of Bethlehem, is facing growing problems due to Israel’s increasing plans for settlements in the Ush Ghrab area, on the eastern outskirts of the town.
The Shepherds’ Field combines deep religious significance with the historical and cultural heritage of the region. These concerns have intensified after the Israeli government’s announcement of the confiscation of about 100 dunams of land in the Ush Ghrab area, a move that has sparked widespread fears about its impact on development prospects and the city’s future growth.
In response, the Beit Sahour Municipality has launched diplomatic, legal, and public initiatives to defend the threatened lands. Working in coordination with official institutions and civil society, the municipality aims to challenge the confiscation measures and protect the city’s right to urban development and expansion.
Municipal officials point out that Ush Ghrab is a strategic lifeline for Beit Sahour, and any attempt to take control or isolate the area would undermine the city’s future development and limit opportunities for sustainable Palestinian growth in the region, reducing the space available for future urban expansion.
Palestinian political representation capable to oppose corruption is the real form of civil resistance that Palestine needs. For this reason, it’s important to give a voice to those who can and should speak.
Religious tourism
Today, the site attracts thousands of pilgrims and visitors from all over the world who come to commemorate this key moment in the Christian tradition.
The Shepherds’ Field in Beit Sahour is considered one of the most important Christian sites in the world, thanks to its close connection with the story of the birth of Jesus Christ as told in the Gospels.
According to the Gospel of Luke, shepherds were watching their flocks in the fields east of Bethlehem when an angel of the Lord appeared to them and announced the joyful news of Christ’s birth.
The gospel account says that the shepherds were the first people to receive the message of the Nativity before going to Bethlehem to see the newborn Jesus.
The territorial appropriation of Palestinian religious sites thus also becomes a theft commited against the entire global population. It is not just an “israeli-palestinian” issue. That’s a world’s issue.
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Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
Giugno 2026
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e braccia.
“L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzionee dei trattati internazionali:l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7 aprile scorso il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso del dibattito parlamentare sull’uso del territorio italiano per le operazioni di guerra all’Iran.
Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto
“L’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, non cinetiche – hanno successivamente ribadito all’unisono la premer Giorgia Meloni e Crosetto -. Senza tema di smentita, non è stata autorizzata né consentita attività al di fuori delle previsioni vigenti”.
500 aerei americani partiti dal nostro Paese
Peccato che a sbugiardare il governo ci abbia pensato il segretario generale della NATO, Mark Rutte. “Per sostenere l’operazione Epic Fury in Iran, dalle basi in Europa sono state effettuate tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi – ha spiegato Rutte all’emittente Fox News – Dalle basi USA in Italia sono decollati 500 aerei americani, mentre la Romania ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne statunitensi”.
L’Italia ha indubbiamente svolto un ruolo chiave nelle operazioni di guerra contro Teheran e non ci volevano i vertici NATO per rivelare quello che agli occhi degli analisti più attenti era un vero e proprio segreto di Pulcinella.
Dalla base aerea di Aviano (Pordenone) per tutto il periodo del conflitto è stato registrato il via vai di grandi aerei da trasporto di US Air Force. Il Fatto Quotidiano ha documentato non meno di cinque transiti dal 21 febbraio fino al 3 marzo 2026 dei Lockheed C-5M “Super Galaxy” del Pentagono, in grado di trasportare fino a 127.000 kg di sistemi d’arma e munizioni, compresi carri armati ed elicotteri d’attacco.
Aviano principale installazione
Dal 27 marzo al 13 aprile ancora il Fatto Quotidiano ha tracciato 23 voli di aerei cargo Lockheed Martin C-130J “Hercules”, da Aviano alla base inglese di Fairford, utilizzata dai bombardieri strategici USA B1 e B52 per gli strike contro il territorio iraniano.
“La base aerea di Aviano in Italia, è una delle principali installazioni dell’US Air Force che ospita gli aerei cisterna per il rifornimento dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran”, ha riportato l’autorevole The Wall Street Journal in un lungo articolo su come l’Europa stesse giocando “silenziosamente” un ruolo chiave nella Guerra in Iran, pubblicato il 23 marzo.
E’ stato pure accertato il trasferimento da Aviano a due basi in Arabia Saudita e Giordania, il 16 febbraio, di dodici cacciabombardieri “Fighting Falcon” del 31st Fighter Wing di US Air Force, con quartier generale proprio nello scalo friulano.
Durante il loro passaggio sul Mediterraneo, i velivoli sono stati riforniti in volo da due Boeing KC-135 decollati da Ramstein e Spangdahlem (Germania). Dal 28 febbraio i dodici F-16 sono stati impiegati per colpire l’Iran.
Ancora più cruciale il ruolo assunto dalla stazione aeronavale siciliana di Sigonella sin dalle fasi calde che hanno preceduto l’attacco statunitense e israeliano.
Anche Sigonella è stata utilizzata dai Boeing KC-135 “Stratotanker” di US Air Force per rifornire in volo i bombardieri strategici diretti dagli USA e il nord Europa verso Il Medio oriente.
Da Sigonella anche droni spia
Tutti i giorni di conflitto, dalla Sicilia sono decollati poi alcuni velivoli senza pilota e i pattugliatori marittimi delle forze armate USA, per dirigersi verso il Golfo Persico con il compito di individuare i potenziali obiettivi da colpire in Iran.
Drone MQ-4C “Triton”
Protagonisti d’eccellenza i droni MQ-4C “Triton” di US Navy, tra i velivoli più avanzati e sofisticati per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di sorveglianza dei corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati d’intelligence sulle forze “nemiche”.
Le attività dei “Triton” sono state propedeutiche alle operazioni di attacco vero e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste nordorientali iraniane, presso il distretto di Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio.
Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di Kharg, terminal petrolifero da cui viene esportato quasi il 90 per cento del greggio di produzione iraniana. Sia il distretto di Bushehr che l’isola di Kharg sono stati oggetto di un massiccio bombardamento USA, la notte del 14 marzo. Senza il monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target da parte del “Triton” di Sigonella, non sarebbe stato possibile effettuare con successo gli strike.
Sigonella : velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon”
Da Sigonella hanno poi operato i velivoli da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon”, anch’essi in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America. Come i “Triton”, essi hanno svolto missioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei potenziali obiettivi civili e militari iraniani.
Qualche ora prima che venissero lanciati i raid la notte del 28 febbraio 2026, un “Poseidon” è decollato da Sigonella per dirigersi verso lo spazio aereo mediorientale per monitorare l’intero scacchiere operativo e cooperare alla direzione delle operazioni belliche.
L’Italia è stata, è e sarà sempre piattaforma di guerra. Con buona pace del governo di estrema destra e della balbettante ed imbarazzata “opposizione” di centrosinistra: il sì alle basi USA e NATO è bipartisan, nonostante la loro esistenza sia in totale violazione della Costituzione e del diritto internazionale.
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Speciale Per Africa ExPress Emanuela Ulivi
27 giugno 2026
Il 21 giugno scorso si è tenuta al Cairo la quarta riunione dei ministri degli Esteri di Egitto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, per discutere dei recenti sviluppi regionali in vista del raggiungimento della pace e della stabilità nella regione mediorientale.
L’incontro, programmato inizialmente a Al-Alamein, si è tenuto lo stesso giorno in cui in Svizzera sono cominciati i negoziati tra Iran e Stati Uniti previsti dal Memorandum of Understanding firmato una settimana prima dai presidenti Trump e Pezeshkian, che ha fermato la guerra in Medio Oriente.
Iniziato il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, il conflitto si è esteso infatti su più fronti: ai Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, al Libano dove è riesplosa la guerra tra Hezbollah, filo iraniano, e Israele. Allo stretto di Hormuz, chiuso dal primo di marzo dalla Repubblica Islamica, facendo schizzare il prezzo delle materie energetiche sui mercati.
Il Memorandum, detto anche accordo di Islamabad, è stato raggiunto con la mediazione del Pakistan, i cui sforzi sono stati sostenuti dal Qatar in primo luogo e, seppure in misura minore, dall’Egitto, dalla monarchia saudita e dalla Turchia.
Un primo incontro tra i ministri degli Esteri dei quattro Paesi si era tenuto a Riyad il 19 marzo scorso, durante il summit dei rappresentanti dei Paesi Islamici (Turchia, Azerbaijan, Qatar, Bahrain, Egitto, Giordania, Kuwait, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria e Emirati Arabi Uniti), allarmati dall’escalation in Iran.
“Quartetto”: riunione a margine del Forum diplomatico di Antalya
Le delegazioni del “Quartetto” si sono incontrate di nuovo il 14 aprile a Islamabad ribadendo la necessità di intensificare gli sforzi diplomatici per contenere la crisi in Medio Oriente e rafforzare la sicurezza e la stabilità regionali. Tre giorni dopo i quattro ministri si sono ritrovati un’altra volta in Turchia, a margine del Forum Diplomatico di Antalya 2026.
Nell’incontro del Cairo, il principe saudita Faisal bin Farhan Al Saud, il ministro degli Esteri e vice primo ministro del Pakistan Mohammad Ishaq Dar, Badr Abdelatty, capo della diplomazia egiziana e il suo omologo turco Hakan Fidan hanno espresso il loro sostegno ai negoziati tra Iran e Usa in corso nelle stesse ore presso il Burgenstock resort sul lago di Lucerna.
Hanno auspicato il successo di questa prima sessione di colloqui per passare alla fase successiva e raggiungere una soluzione “duratura, verificabile e mutualmente accettata”, in cui si tenga conto delle preoccupazioni dei Paesi della regione in vista di un rafforzamento della sicurezza collettiva e della stabilità a lungo termine.
Sul tavolo del “Quartetto” anche l’escalation di Israele in Libano e la causa palestinese, con particolare attenzione alla situazione umanitaria a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, che, hanno sottolineato nel comunicato finale, rimane centrale per la stabilità di tutto il Medio Oriente.
I quattro ministri – i cui Paesi fanno parte del Board of Peace voluto da Trump per la ricostruzione di Gaza, ma che finora non ha mosso un dito – hanno espresso il loro sostegno ai diritti legittimi del popolo palestinese e alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente nei confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale, quale fondamento indispensabile per raggiungere una pace duratura, in accordo con le relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il summit del 21 giugno al Cairo, tra Egitto, Pakistan, Arabia Saudita e Turchia segna una tappa ulteriore di un coordinamento tra Paesi arabi che potrebbe assumere un peso crescente nel ridisegno del Medio Oriente.
Secondo quanto riporta il Daily News Egypt infatti, il presidente egiziano Al-Sisi avrebbe avanzato l’idea di dare una struttura istituzionale a questo meccanismo di consultazione, capace di contribuire alla stabilità della regione e di affrontare le crisi. Sarebbe un passo ulteriore rispetto al rafforzamento del partenariato, del coordinamento e della collaborazione nei campi di “interesse comune” di cui hanno parlato ad Antalya.
Da considerare che, nell’ambito della sicurezza, la Turchia ha investito molto nell’industria della difesa, in particolare nella produzione di droni, missili e jet. Il Pakistan possiede testate nucleari, la monarchia saudita sta diventando un polo di rilievo per le tecnologie avanzate, l’Egitto dispone di cospicue forze armate e controlla il canale di Suez.
Tra l’altro, durante la visita a febbraio del presidente turco Recep Tayyp Erdogan, al Cairo, l’Egitto e la Turchia hanno sottoscritto un accordo militare bilaterale per rafforzare la cooperazione nel campo della sicurezza.
Nell’occasione, il fornitore di armi turcoMechanical and Chemical Industry Corporation ha firmato un contratto di forniture da 350 milioni di dollari al ministero della Difesa egiziano, che comprende il Sistema di difesa aerea a breve raggio Tolga, la vendita di munizioni e una linea di produzione in Egitto.
La Turchia, che è anche membro della NATO, già l’anno scorso ha cercato di aggregarsi all’accordo di mutua difesa firmato a settembre 2025 da Arabia saudita e Pakistan e sta tentando di coinvolgere l’Egitto.
Il presidente turco, Recep Erdogan con il suo omologo Abdel Fattah al-Sisi
Mentre qualcuno si chiede se non stia nascendo una NATO islamica, alla base del coordinamento tra i quattro Stati c’è la constatazione della necessità di una certa presa di distanza dalla dipendenza straniera in materia di sicurezza, specie dopo i bombardamenti iraniani sulle strutture energetiche e civili dei Paesi del Golfo e la chiusura dello stretto di Hormuz, senza che gli stessi USA ne assumessero il costo.
Come osserva il professor Ismail Numan Telci, in un articolo pubblicato a maggio da Aljazeera Center for Studies, la sfiducia verso l’America – suscitata dall’invasione dell’Iraq del 2003 – la debole risposta all’attacco del 2019 degli Houti (la formazione yemenita sostenuta dall’Iran) alle strutture petrolifere statali della ARAMCO in Arabia Saudita, l’incapacità di rispondere alle crisi regionali e l’espansione delle operazioni militari israeliane specie dopo il 7 ottobre 2023, hanno contribuito a diffondere un profondo senso di insicurezza.
La stessa politica dell’America First del presidente Trump fa presagire che gli Usa potrebbero non essere a lungo il partner su cui contare per risolvere i conflitti della regione.
Dall’altra, organi quali la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, attivi sul piano diplomatico ma non securitario, si sono limitati negli anni a lanciare comunicati sia nelle crisi in Siria, Yemen, Libia, Sudan sia dopo l’attacco all’Iran del 28 febbraio.
Oltre all’indebolimento dell’autorevolezza del diritto internazionale e alla diminuita efficacia delle istituzioni multilaterali, la competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia ha introdotto nella regione mediorientale una serie di interferenze ma non stabilità.
Al contrario, queste intromissioni hanno rafforzato le divisioni, disegnando un quadro multipolare che ha prodotto minore garanzia di sicurezza più che opportunità di allineamento strategico.
“Piuttosto che costituire un rigido sistema di alleanze, il contesto quadrilaterale emergente – conclude il professor Ismail Numan Telci riferendosi al “Quartetto” – sembra funzionare come un meccanismo di coordinamento pragmatico permettendo agli Stati partecipanti di preservare l’autonomia strategica, rinforzando selettivamente la cooperazione in aree di interesse comune. Tali accordi riflettono una tendenza più ampia verso un regionalismo multipolare flessibile, in cui gli stati danno priorità alla collaborazione basata sulle questioni specifiche rispetto alla politica formale dei blocchi”.
Se il “Quartetto” si evolverà in qualcosa di più strutturato tale da affrontare e risolvere i conflitti oggi in corso è tutto da vedere. Ad esempio, fa notare Hasan Alhasan, senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies, nonostante il patto di mutua difesa, per ragioni di equilibri interni “il Pakistan ha schierato aerei da combattimento in Arabia Saudita solo dopo che è stato raggiunto il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, nonostante i numerosi attacchi con missili e droni iraniani contro la monarchia saudita nelle settimane precedenti”.
Un altro dossier con cui i singoli Paesi del “Quartetto” si stanno misurando riguarda il disarmo di Hezbollah in Libano, per il quale il presidente Trump vorrebbe coinvolgere militarmente la Siria di Al-Chareh. Il presidente siriano ha risposto di essere disposto a dialogare con la milizia sciita se necessario, ma niente truppe sul terreno.
Dati i suoi legami con la Siria, la Turchia pensa invece a un asse strategico tra Ankara, Beirut e Damasco per contrastare le ambizioni di Israele, attualmente attestato nella “zona tampone” al confine Sud del Libano, e fornire un’alternativa alla proposta del presidente americano per disarmare Hezbollah sull’esempio di alcune milizie filo iraniane in Iraq.
Ma il Libano accetterà l’influenza della Turchia dopo che ha firmato un accordo per la delimitazione della frontiera marittima con la Repubblica di Cipro?
L’Egitto a sua volta ha lanciato in proposito un documento, Accordo quadro per una soluzione graduale volta a rafforzare la sovranità dello Stato libanese e ad attuare l’Accordo di Taif, col quale propone il disarmo graduale dell’ala militare del Partito di Dio e l’integrazione di alcuni suoi quadri nell’esercito regolare libanese e nelle forze di sicurezza. Riuscirà il “Quartetto” a formulare e strutturare un percorso praticabile?
Formatosi come reazione alle aggressioni israeliane e alla guerra di Usa e Israele con l’Iran, il “Quartetto” riunisce Paesi che in passato hanno avuto relazioni instabili. Sono comunque delle potenze nella regione e tutto dipenderà da come reagiranno non solo agli shock geopolitici ma anche dagli allineamenti regionali non sempre stabili.
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Speciale Per Africa ExPress Chiara Bazzani
Edimburgo, 26 giugno 2026
Negli ultimi giorni l’Inghilterra è stata scossa dalle dimissioni di Keir Starmer come primo ministro e come leader del Labour party. Il candidato che sembrerebbe il più possibile a succedergli è Andy Burnham. Entrambi fanno parte del Labour Party anche se Burnham è considerato l’alternativa soft left all’ex primo ministro perché meno rigido e più vicino alle periferie. Lo stesso Burnham ha dichiarato che eventualmente la sua politica come primo ministro sarebbe come quella di Starmer, ma con un diverso accento.
Abbiamo chiesto a Sir Graham Watson, politico Liberal Democratico inglese, ex europarlamentare e professore di Global affairs & public policy all’Università di Toronto, come questa situazione d’instabilità temporanea e sopratutto una possibile elezione di Burnham come primo ministro potrebbe influenzare il panorama politico mondiali e nazionali.
Riavvicinamento all’Europa
–L’Inghilterra, sotto la leadership di Starmer, stava percorrendo una via di riavvicinamento con l’Europa con alcuni punti chiave – non negoziabili per il Primo Ministro britannico – che preoccupavano la comunità europea. Alla notizia delle dimissioni di Starmer, l’Europa ha annunciato che avrebbe posticipato l’incontro con il Premier. L’opinione generale era che una possibile futura elezione di Burnham permetterebbe negoziati più semplici e fluidi. Sir Graham, con la sua inconfutabile e approfondita conoscenza di entrambe le parti, come pensa si evolverà il percorso post-Brexit dell’Inghilterra con una potenziale elezione di Burnham, e quali differenze sostanziali prevede?
Keir Starmer e a destra Andy Burnham
È difficile vedere una differenza sostanziale nell’orientamento politico tra Starmer e Burnham sulla questione dei rapporti Regno Unito-UE. Burnham potrebbe avere una curva di apprendimento più ripida. Starmer almeno aveva servito come portavoce del suo partito per l’Europa prima di diventare PM, quindi si potrebbe dire che fosse un po’ più informato sulle questioni dell’UE.
–Pensa che con l’eventuale elezione di Burnham i problemi creati dalla Brexit nei rapporti tra Inghilterra e Scozia, Irlanda e Galles possano subire un miglioramento e riavvicinarli all’Inghilterra?
Maggiore sensibilità
Burnham fa molto caso al fatto di essere del Nord dell’Inghilterra e sostiene, quindi, di avere una maggiore sensibilità verso le esigenze delle aree al di fuori di Londra e del Sud-Est del Paese. Quanto questo possa fare davvero la differenza è discutibile. Non solo la Brexit ha creato problemi nei rapporti tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna; ha anche aumentato il sostegno alla Scozia per rientrare nell’UE, ma come stato membro a sé stante. La deludente performance del Partito Laburista nelle recenti elezioni per i parlamenti scozzese e gallese e nelle elezioni locali ha aggravato le tensioni per qualunque sia la scelta del laburisti come Primo Ministro. Tuttavia, questo problema è enormemente offuscato da quelli che la Brexit ha creato per l’economia del Regno Unito nel suo insieme.
–Starmer e Burnham sembrano avere posizioni simili sull’immigrazione; le differenze sostanziali, per chi non è esperto, sembrano essere la visione di Burnham sulle attese troppo lunghe per il diritto di soggiorno e un maggiore sostegno agli immigrati in difficoltà. Sir Graham, un osservatore attento come lei, potrebbe spiegarci quali possibili scenari futuri ci potrebbero essere per l’immigrazione in Inghilterra?
Lista delle preoccupazioni
Curiosamente, nella lista delle preoccupazioni degli elettori, l’immigrazione, negli ultimi mesi, è scesa. La questione dei migranti economici e dei richiedenti asilo che cercano di attraversare la Manica dalla Francia rimane una spina nel fianco delle relazioni tra Regno Unito e Francia, e la maggiore difficoltà per i cittadini dell’UE di trasferirsi per vivere e lavorare nel Regno Unito sta danneggiando l’economia britannica. Il numero di immigrati ha continuato a crescere dopo la Brexit, ma l’aumento riguardava essenzialmente immigrati dal subcontinente indiano, mentre l’immigrazione continentale dall’Europa è diminuita. In generale, la pressione migratoria si è un po’ allentata, anche se gli attacchi di destra contro i musulmani l’hanno mantenuta sui giornali. È difficile prevedere qualsiasi cambiamento di politica sotto un governo di Burnham.
Re Carlo e la regina Camilla
–Per quanto riguarda le relazioni Regno Unito e Africa, Starmer ad inizio mandato aveva promesso nuovi partenariati che sono poi state frenate dalle priorità interne della Nazione, ma ha comunque promosso iniziative e investimenti sulla salute globale e il contrasto all’immigrazione illegale alla fonte. Se Burnham fosse eletto primo ministro, come potrebbe cambiare questo rapporto dato che fino ad ora non ha espresso pubblicamente la sua posizione su questo tema?
È proprio la sua mancanza di una posizione politica che porta a dubitare della probabilità di qualsiasi cambiamento di politica. La sfida di Andy Burnham a Starmer è stata sostanzialmente una questione di idoneità a ricoprire l’incarico piuttosto che di politica quando si è in carica.
Punto chiave
–La questione Palestina e Israele è un punto chiave su cui le posizioni politiche di Starmer e Burnham sono state molte volte divergenti. Starmer ha leggermente modificato la sua posizione nei confronti di sostegno d’Israele e la sua amministrazione ha riconosciuto lo Stato di Palestina, Burnham aveva pubblicato una lettera sul The Guardian in cui affermava la necessità di riconoscere lo Stato di Palestina, ma ha sempre tenuto una posizione cauta e di sostegno ad entrambi, essendo anche il Sindaco della città con la seconda più grande comunità ebraica in UK. Sir Graham, analizzando le due figure politiche e le loro affermazioni pubbliche, come crede che potrebbe evolvere il rapporto tra Inghilterra, Israele e Palestina?
Massimo e Graham Watson a piazza di Spagna a Roma
L’opinione pubblica nel Regno Unito ora supporta meno Israele ed è più simpatetica verso i palestinesi rispetto a qualsiasi altro momento nella memoria recente. Eppure, tra tutti i partiti politici britannici, il Laburista è stato sempre il meno critico nei confronti di Israele. Il riconoscimento della Palestina è stato imposto al governo dall’opinione pubblica, e non è stato il frutto di una riflessione che ha portato a un vero cambiamento nella politica del Partito Laburista.
–Per quanto riguarda la NATO sembrano avere una posizione molto simile, entrambi la sostengono fortemente e Burnham avrebbe affermato che in caso di elezione come primo ministro potrebbe procedere ad un taglio degli investimenti del Welfare a favore dell’investimento nella difesa, per sostenere una maggiore sovranità nazionale. Data la sua esperienza e capacità d’analisi, crede che potrebbero modificarsi le relazioni con la NATO e quindi gli equilibri internazionali, oppure non ci sarebbero grandi cambiamenti?
Avventurismo americano
Non c’è dubbio che l’avventurismo degli Stati Uniti riguardo alla Groenlandia e la riduzione del sostegno di Trump all’Ucraina abbiano creato tensioni nella NATO e reso il Regno Unito più propenso a partecipare alla cooperazione europea in materia di difesa e sicurezza al di fuori dell’alleanza. Tuttavia, come la maggior parte degli altri Paesi dell’UE, il Regno Unito ha aumentato la quota del bilancio nazionale destinata alla difesa. Questo è stato fatto essenzialmente tagliando gli aiuti allo sviluppo estero e non mi aspetterei che Burnham cambi questo approccio. Ci sono però alcuni segnali che Burnham potrebbe essere più intraprendente nel cercare soluzioni del settore privato invece di affidarsi sempre alle risposte del governo.
–Per concludere vorrei chiedere a Sir Graham se pensa che i rapporti in questo momento incrinati tra Inghilterra e USA potrebbero subire un brusco peggioramento se fosse eletto Burnham data la sua posizione netta e in contrasto totale con la politica americana.
Nessun Primo Ministro del Regno Unito può permettersi di ignorare la pressione dagli USA. I Primi Ministri laburisti sono stati più cauti su questo rispetto a quelli conservatori. Se le relazioni tra Regno Unito e USA dovessero peggiorare bruscamente, è molto probabile che sarà in risposta a una mossa politica del governo americano, soprattutto se il Regno Unito non ne fosse informato in anticipo tramite canali diplomatici.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 26 giugno 2026
Una nave del XVI secolo, la Bom Jesus, (Buon Gesù) trasportava un tesoro inestimabile, ma a causa di una tempesta sulla Skeleton Coast, in Namibia, è naufragata. Dell’equipaggio, composto da 300 persone, non si è più saputo nulla. Non sono stati trovati resti umani. Si suppone che qualcuno sia scampato alla morte. Ma si sa anche che la Skeleton Coast non lascia scampo.
La nave, una carraca, cioè un grande bastimento da carico portoghese è tornata alla luce – quasi per caso – sulla terraferma, sepolta dalla sabbia del deserto, durante le esplorazioni di un’area diamantifera. Era il 1° aprile 2008, dopo cinque secoli si è ricostruita la sua storia che si era fermata a circa 150 metri dall’area della costa.
Ricostruzione del naufragio della nave Bom Jesus (Immagine prodotta con l’Intelligenza Artificiale)
Il tesoro
Là sotto c’era qualcosa di importante. La compagnia mineraria e le autorità di Windhoek hanno chiamato l’archeologo namibiano Dieter Noli che ha trovato un moschetto e alcune zanne di elefante. Noli, ha poi invitato il collega sudafricano, Bruno Werz, e a loro due si è unita anche una squadra di archeologi portoghesi.
Secondo il National Geographic, gli scavi hanno portato alla luce più di duemila monete d’oro puro, portoghesi e spagnole (quasi 23 kg d’oro). Sarebbero servite a comprare le spezie. Poi 1.845 lingotti emisferici di rame, per un totale di 16 tonnellate. Sui lingotti c’è il marchio a tridente della famiglia Fugger, i più ricchi banchieri tedeschi del Rinascimento.
Faceva parte del tesoro anche un centinaio di zanne di elefante, cannoni di bronzo, moschetti, spade e rari strumenti di navigazione dell’epoca, come gli astrolabi.
Monete d’oro della nave Bom Jesus (Immagine migliorata con l’Intelligena Artificiale)
La nave
La Bom Jesus, bastimento da carico di proprietà personale di re Giovanni III d’Aviz del Portogallo, faceva parte della flotta di don João Pereira composta da sette navi. L’imbarcazione aveva un castello a poppa e uno a prua. Servivano sia come alloggio per gli ufficiali e i passeggeri d’alto rango, sia come torri difensive fortificate.
Per l’epoca il vascello era un gigante dei mari che resisteva a lunghi viaggi oceanici. Aveva una stazza che arrivava fino a 500 tonnellate e navigava a vele quadre. Era salpata dal porto di Lisbona il 7 marzo 1533 con il capitano Francisco de Noronha, diretto nelle Indie occidentali. Le sue ampie stive erano piene di oggetti preziosi da scambiare con le spezie.
Monopolio delle spezie
Tra il regno di Manuel I e Giovanni III, il Portogallo era riuscito ad avere il monopolio di molte delle spezie vendute in tutta Europa. Pepe nero e cannella, chiodi di garofano, noce moscata e zenzero provenivano da Ceylon, Molucche, Indonesia e India e venivano vendute a caro prezzo.
Le Onde di Agulhas
Come succedeva spesso in quell’area dell’Oceano Atlantico, prima di doppiare il Capo di Buona Speranza, la Bom Jesus deve avere incontrato le “Onde di Agulhas”. Si tratta di pesanti perturbazioni meteo con onde alte fino a 15-20 metri, tipiche dell’Atlantico nell’area che bagna l’Africa sud-occidentale.
Queste onde si sviluppano dall’incontro tra la Corrente di Agulhas e i venti occidentali con flutti che hanno una forza d’impatto improvvisa, capace di spezzare una nave. Spinta sugli scogli dalla tempesta, la Bom Jesus è naufragata e i forti venti hanno spinto il relitto e il suo prezioso carico sulla terraferma.
Jasper House Museum di Ornnjemund
Gesto di grande generosità
Oggi il materiale rinvenuto sulla Bom Jesus si trova in Namibia, nel Jasper House Museum di Oranjemund, la città mineraria più vicina al ritrovamento del tesoro.
Secondo il diritto internazionale, per una nave della Marina di Stato del XVI secolo e il suo prezioso carico appartengono legalmente al Portogallo. Lisbona ha rinunciato ai propri diritti, donando l’intero tesoro alla Namibia. Un gesto di grande generosità e cooperazione culturale internazionale.
(Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per la ricerca delle fonti e l’editing di alcune immagini. Tutti i contenuti e i dati sono stati interamente verificati e approvati dall’autore e dalla redazione)
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Detto e fatto. Le promesse si mantengono. E in poco meno di sei mesi dal riconoscimento da parte di Israele come Stato indipendente, il Somaliland ha aperto la sua ambasciata a Gerusalemme. Mentre Tel Aviv, già a aprile, aveva nominato Michael Lotem come suo primo ambasciatore a Hargeisa.
L’inaugurazione della missione diplomatica, che si trova in un parco tecnologico a Gerusalemme Ovest, è coincisa con la visita ufficiale in Israele del presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi. In tale occasione è stato ricevuto dapprima dal presidente Isaac Herzog nel palazzo presidenziale della Città Santa e in seguito dal primo ministro Benjamin Netanyahu a Tel Aviv.
Visita storica del presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi in Israele con il suo omologo israeliano Isaac Herzog
Accordo di cooperazione strategica
Durante la visita del presidente del Somaliland, é stato siglato un accordo di cooperazione strategica con Tel Aviv. Di fatto entrambe le parti vorrebbero trasformare il riconoscimento diplomatico in un partenariato più ampio che abbracci i settori della sicurezza, del commercio e della strategia regionale.
Quando alla fine dello scorso anno lo Stato ebraico ha comunicato ufficialmente al Somaliland la decisione di riconoscere l’ex protettorato inglese, il governo della Somalia è insorto, ma non solo. Sono rimasti spiazzati anche molti altri Paesi del continente e del mondo arabo, non per ultimo l’Unione Africana stessa.
Militari etiopi-israeliani
Un alto funzionario somalo ha rivelato a Middle East Eye (MEE) che il governo di Netanyahu, non appena ripresa la guerra con l’Iran a fine febbraio, ha inviato un piccolo contingente di 50 soldati nel Somaliland. Si tratta di militari di origini africane, per lo più etiopi. Non è chiaro se si tratti di falascia, cioè i componenti della tribù ebrea che vive in Etiopia e di cui un gran numero si è trasferito in Israele. Africa ExPress non ha potuto controllare la veridicità di questa rilevazione.
Pare che la Difesa israeliana abbia scelto questi soldati per non attirare l’attenzione su di sé. I militari neri si confondono più facilmente con la comunità locale.
Ovviamente il ministero degli Esteri israeliano ha bollato la notizia come una Fake news. Va sottolineato però, che in occasione della visita del presidente del Somaliland nello Stato ebraico, il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che Tel Aviv e Hargeisa collaborano in segreto da anni.
Secondo quanto riferito dalla CNN, il Somaliland avrebbe fornito a Israele un’ulteriore postazione militare, consentendo così agli aerei israeliani di disporre di un punto di scalo durante i voli a lungo raggio verso l’Iran.
Soldati di origine etiopica arruolati nelle IDF, le Forze Difesa Israeliane, Cioè l’esercito
Va ricordato che il Somaliland, ex colonia britannica, ha guadagnato l’indipendenza dal Regno Unito nel giugno 1960 (si chiamava Stato del Somaliland, indipendente dal 26 giugno al 1º luglio 1960) e dopo 5 giorni si è unito alla Somalia Italiana, indipendente dal 1° luglio.
Dopo lo scoppio della guerra civile somala il 30 dicembre 1990, e il conseguente collasso della Somalia, il 18 maggio 1991 il Paese si è ritirato dall’unione, proclamando la propria indipendenza, ma non è mai stato riconosciuto a livello internazionale come Stato indipendente.
La Somalia ex italiana (che fa parte della Lega Araba e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica) è un Paese nel caos, il Somaliland è quasi del tutto pacificato. Il suo sviluppo è lento ma sicuro. Le elezioni si svolgono in modo democratico e trasparente. Gran parte della Somalia ex italiana è controllata dei miliziani islamisti, il governo centrale è debole e sopravvive perché è sostenuto dalle truppe dell’Unione Africana (AUSSOM).
Pochi mesi fa Bruxelles ha stanziato ulteriori 75 milioni di euro a favore della missione dell’UA, per contribuire al mantenimento della sicurezza e a proteggere i civili nelle zone colpite dai sanguinari miliziani Al-Shebab e da altri gruppi terroristi.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
21 giugno 2026
Qualche giorno fa, un gruppo di giovani, armati di coltelli, sono entrati nell’ospedale di Wanamahika di Butembo (Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo) e hanno portato via una bimba di 6 anni e la sua mamma. Entrambe erano ricoverate nel padiglione per malattie infettive, perché colpite da ebola.
Per fortuna, dopo diversi giorni di intense ricerche da parte delle autorità, la piccola è stata ritrovata. Le condizioni di madre e figlia, secondo quanto riportato dai medici, sarebbero stabili.
Epidemia di ebola in Congo-K
Il ceppo che caratterizza la 17esima epidemia di ebola, dichiarata lo scorso 15 maggio nella Repubblica Democratica del Congo, è particolarmente aggressivo. Si tratta del Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007 e finora non esiste nessun vaccino per questa variante della patologia. Al momento attuale l’immunizzazione è disponibile solamente per ebolavirus Zaire.
Attacchi ospedali
I centri che ospitano persone affette dalla temibile febbre emorragica sono spesso nell’occhio del ciclone di parenti e residenti. Il personale sanitario è disperato, perché oltre a dover lottare contro il virus, per cercare di salvare i malati, subiscono continuamente attacchi da parte di familiari o persone diffidenti.
La popolazione non si fida, perché spesso è stata lasciata sola per altre questioni sanitarie. Molti non credono che la malattia sia così grave e contagiosa. Inoltre tanti non vogliono essere ricoverati, vogliono morire a casa loro, le famiglie vogliono seguire i funerali tradizionali. Per arginare il problema, il governo ha annunciato che ora tutte le cure, non solo quelle per ebola, saranno gratuiti nella provincia di Ituri.
Funerali sicuri
Quando una persona muore di ebola, il virus resta attivo, la salma continua a contagiare gli altri. Dunque, secondo il protocollo imposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è vietato praticare funerari tradizionali. Durante questi riti, i familiari lavano e vestono il congiunto deceduto, vengono dunque in contatto con il sangue e altri liquidi corporei, con il forte rischio di infezione.
Alcune persone invece, hanno riferito di aver sentito che diverse ONG occidentali avrebbero inventato ebola per ottenere finanziamenti. Le dicerie popolari sono tante, non è sempre semplice convincere la gente a farsi curare e a rispettare i protocolli per fermare il virus.
Congo-K: funerali secondo protocolli dell’OMS
La diffidenza ha creato seri problemi anche nelle passate epidemie di febbre emorragica. Le sabotaggi e aggressioni a ospedali e centri sanitari di oggi sono un déjà vu.
Secondo Marie-Roseline Belizaire, responsabile per le emergenze dell’OMS in Africa, l’epidemia resta grave e si sta evolvendo molto velocemente, malgrado tutti gli sforzi messi in campo.
Oltre al personale sanitario ci sono equipe incaricate alle disinfestazioni, altre, invece hanno il difficile compito di sensibilizzare la popolazione, mentre l’incarico più ingrato spetta agli addetti alle sepolture. Lavorano sotto grande pressione e spesso mettono a rischio la propria vita. Non di rado vengono mal accolti dai familiari con lanci di pietre, perché non accettano i sacchi mortuari, visti quasi come un sacrilegio.
80 persone guarite
In base ai dati ufficiali, i casi confermati sono ora 933, mentre le morti causati dal virus sono 245. Sono invece 80 le persone dichiarate guarite. In mezzo a tanto dolore ci sono dunque notizie positive. Ci si può salvare anche della variante Bundibugyo.
L’Ituri, nell’est del Congo-K, provincia dove è scoppiata l’epidemia, resta l’epicentro della patologia. L’80 per cento dei contagiati sono stati registrati in quella regione.
Gli esperti ritengono che l’epidemia potrebbe durare anche un anno, in quanto il picco dei contagi non è ancora stato raggiunto.
La ONG Medici senza Frontiere (MS) ha sottolineato che si tratta di un’emergenza sanitaria di grande portata, senza precedenti. E’ caratterizzata dall’assenza di un vaccino contro questo ceppo del virus, da risorse mediche limitate e da un contesto estremamente complesso, segnato da conflitti armati e dall’inaccessibilità di alcune zone.
Certo, i gruppi armati, come ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili non temono l’ebola. Continuano le loro incursioni a scapito dei residenti, che continuano a fuggire dalle zone colpite dai terroristi.
Referendum
E in mezzo al caos nell’est del Congo-K, il Parlamento e il Senato della RDC hanno approvato una proposta di legge relativa all’organizzazione di un referendum per la revisione della Costituzione. Il nuovo testo potrebbe aprire la strada a un terzo mandato per l’attuale presidente, Felix Tshisekedi, che però dovrà ancora promulgare la nuova legge.
L’attuale presidente, al suo secondo mandato, quando era all’opposizione aveva gridato allo scandalo allorché Kabila aveva espresso l’intenzione di apporre modifiche alla legge fondamentale dello Stato. Anzi, Tshisekedi ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia, ritenendo tale fatto una linea rossa invalicabile.
Felix Tshisekedi, presidente del Congo-K
Intanto ci sono già stati violenti scontri nella capitale durante una manifestazione indetta dall’opposizione, che ha denunciato “un colpo di Stato costituzionale”.
Se si dovesse arrivare al referendum e se questo dovesse passare, di fatto azzererebbe il conteggio dei mandati presidenziali di Félix Tshisekedi.
La Conferenza episcopale congolese (CENCO) si è espressa contraria a una cambiamento della Costituzione. Durante una tavola rotonda di tre giorni sono stati ascoltati esperti di diversi orientamenti politici. Alla fine dei lavori, il segretario generale, monsignor Donatien Nshole, ha letto una dichiarazione, nella quale i vescovi affermano: “Non vediamo né la necessità, né l’urgenza, né l’opportunità di una modifica della Costituzione”.
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Qualunque sia la vostra opinione sul calcio, che lo amiate o lo odiate, questa volta i Mondiali stanno attraversando un periodo difficile.
Trump e World Cup
I pub e i bar sportivi di tutto il pianeta sono affollati di tifosi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per la principale competizione calcistica ospitata da Canada, Messico e Stati Uniti (dove lo chiamano “soccer”).
Gli avventori di un bar del Cairo guardano una partita
Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, con uno stipendio e bonus pari a circa 5 milioni di dollari all’anno, ha concesso agli americani alcune deroghe sui divieti di visto e immigrazione solitamente applicati dall’ICE nei confronti dei Paesi africani, del Terzo Mondo in generale e dell’Iran in particolare.
Gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati recentemente tenuti a freno, ma non vengono risparmiati dalle satire.Il capofila della delegazione sudafricana inciampa durante la cerimonia di apertura. Sembra che la colpa sia del tappeto
3.
Una proiezione generata dall’intelligenza artificiale di un arbitro di calcio New AgeLa parodia della rivista *Private Eye*: “Chi vincerà?” Trump: “Io. Ho già vinto, lo dicono tutti”
Private Eye: “La coppa è d’oro, pacchiana e simbolo di corruzione”.
Trump: “Cosa c’è che non va?”.
Lo slogan in fondo alla copertina aggiunge che la fase finale del “Gruppo della Morte”, che vedrà sfidarsi squadre famose e di successo, includerà ora Iran, Cuba, Venezuela e Groenlandia.
Gianni Infantino stima che questa Coppa del Mondo genererà 14 miliardi di dollari di ricavi indiretti nei prossimi quattro anni fino alla prossima edizione, ammesso che ce ne sia una.
Rilassatevi e godetevela, se potete.
Angus Shaw* angus@mweb.co.zw
*Angus Shaw nato 1949 da coloni scozzesi nella Rhodesia, ad Harare, quando si chiamava Salisbury, ha ottenuto risultati scolastici modesti e, rimasto orfano in tenera età, è andato a scuola in Inghilterra ma non ha proseguito gli studi avendo bisogno di lavoro e di reddito.
Viaggiando in autostop in Europa come studente dell’Africa meridionale, ha sentito per la prima volta l’odore dei gas lacrimogeni durante la rivolta studentesca del 1968 a Parigi, la prima di molte altre esperienze come reporter in Africa nei 50 anni successivi.
E’ entrato a far parte del Rhodesia Herald nel 1972. Nel 1975 è stato arruolato nelle forze di sicurezza rhodesiane, ma ha disertato per fare un reportage sugli esuli nazionalisti a Lusaka e Dar es Salaam.
In questo periodo ha coperto una dozzina di Paesi africani, principalmente per l’agenzia di stampa statunitense Associated Press dal 1987 fino alla pensione. Nel febbraio 2005 è stato incarcerato per aver fatto un reportage su Robert Mugabe durante il declino dello Zimbabwe. È autore di tre libri: The Rise and Fall of Idi Amin, 1979, Kandaya, 1993, una cronaca del servizio di leva nella guerra per l’indipendenza dello Zimbabwe e Mutoko Madness, 2013, un memoire africano.
È stato insignito del prestigioso premio Gramlin per la stampa statunitense. Angus Shaw vive ad Harare.
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VERSIONE ORIGINALE si trova qua:
Singing the blues at World Cup 26
Angus Shaw
Harare, June 20th 2026
Whatever you think of football, love it or hate it, the World Cup is singing the blues this time around.
Pubs and sports cafes around the globe are crammed with fans 24/7 for the premier football competition hosted by Canada, Mexico and the United States (where they call it soccer.)
An AI projection of a New Age football official
Fans at a street cafe in Cairo.
FIFA president Gianni Infantino, on a salary and bonuses of about US$ 5 million annually, has made concessions to the Americans on their visa and immigration bans usually enforced by ICE against African, Third World countries in general and Iran in particular.
Gianni Infantino estimates that this World Cup will net $14 billion in spin off revenues over the next four years until the next one, assuming there is one.
Sit back and enjoy it if you can.
Angus Shaw** angus@mweb.co.zw
**Angus Shaw, born in 1949 to Scottish settlers in Rhodesia, in Harare – then known as Salisbury – achieved modest academic results and, having been orphaned at a young age, attended school in England but did not continue his studies as he needed work and an income.
Whilst hitchhiking through Europe as a student from southern Africa, he first experienced the smell of tear gas during the 1968 student uprising in Paris – the first of many such experiences as a reporter in Africa over the following 50 years.
He joined the Rhodesia Herald in 1972. In 1975, he was conscripted into the Rhodesian security forces, but deserted to report on nationalist exiles in Lusaka and Dar es Salaam.
During this period, he covered a dozen African countries, mainly for the US news agency Associated Press from 1987 until his retirement. In February 2005, he was imprisoned for reporting on Robert Mugabe during Zimbabwe’s decline. He is the author of three books: *The Rise and Fall of Idi Amin* (1979), *Kandaya* (1993), an account of his military service during Zimbabwe’s war of independence, and *Mutoko Madness* (2013), an African memoir.
He was awarded the prestigious Gramlin Prize for US journalism. Angus Shaw lives in Harare.
Ieri mattina presto, appena terminata la preghiera del mattino (intorno le 06.00) gli abitanti di Niamey hanno sentito colpi di arma da fuoco e esplosioni provenienti dall’aeroporto Diori Hamani: i jihadisti stavano attaccando lo scalo.
Secondo le autorità nigerine, durante l’aggressione sarebbero stati uccisi undici militari e due civili, ma nello scambio a fuoco sarebbero morti anche ventidue miliziani. Il ministero della Difesa di Niamey ha poi aggiunto che una ventina di partecipanti all’assalto sarebbero poi stati arrestati e sequestrate le loro armi e munizioni.
Attacco di JNIM all’aeroporto internazionale di Niamey, Niger
Solo poche ore dopo l’attacco, l’aviazione civile ha fatto sapere che le operazioni aeroportuali erano riprese senza nuove interruzioni. I jahadisti del JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato a al Qaeda, formazione creata nel marzo 2017 che raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel) hanno rivendicato l’operazione. Fatto raro, visto che in Niger tali offensive vengono effettuate da ISIS.
Tra due fuochi
Dunque ora l’esercito nigerino, sostenuto dai mercenari di Africa Corps, si trova tra due fuochi: da un lato deve combattere i terroristi legati allo Stato islamico e dall’altro anche i miliziani di JNIM, formazione vicina ad al Qaeda.
Ma oltre all’offensiva di ieri, il giorno precedente ce ne sono state altre due organizzate dei miliziani di ISIS nella zona di Tillabéri. I terroristi hanno assalito una base militare a Banibangu, uccidendo 10 soldati, la seconda a Inates, dove la guarnigione è stata costretta a abbandonare la propria posizione.
Già nel gennaio di quest’anno lo scalo di Niamey è stato teatro di un’altra offensiva. Allora ISIS ne aveva rivendicata la responsabilità. Avevano preso di mira la base 101, una delle strutture maggiormente protette del Paese, che si trova all’interno della zona dell’aeroporto internazionale. Di fatto ospita la principale base militare russa di Africa Corps, contingente direttamente controllato dalla Difesa di Mosca. All’interno degli hangar sono ricoverati droni e aerei.
Ex base americana
Nel giugno di due anni fa i soldati americani hanno consegnato la base 101 di Niamey alle autorità militari, visto che nel marzo dello stesso anno la giunta militare al potere aveva chiesto a Washington di sgomberare il campo.
Va precisato che i miliziani di ISIS erano entrati nell’area in sella alle loro moto e camionette Toyota, mentre questa volta gli uomini di JNIM hanno utilizzato tassì e minibus per avvicinarsi allo scalo.
Militari italiani
Il loro obiettivo è stato ancora la base 101. L’aeroporto è un nodo strategico che ospita anche una base dell’aeronautica militare nigerina e il quartier generale della forza militare congiunta Niger-Burkina Faso-Mali. Nella stessa area si trova anche la struttura del contingente MISIN (Missione Bilaterale italo-nigerina di Supporto nella Repubblica del Niger). I nostri militari sono presenti nel Paese dal 2018 ed è l’unico contingente occidentale e europeo che si trova ancora in Niger.
Il generale Bonfigli in visita alla base di MISIN
Serge Daniel, giornalista ben informato delle questioni del Sahel e degli attacchi dei terroristi, ha sottolineato ieri a TV5Monde, che, anche se l’attacco è stato respinto, qualcosa non ha funzionato nella controffensiva, visto che 13 soldati sono stati uccisi e questo, per ora, è solo un bilancio provvisorio.
Ora la giunta militare punta il dito contro la Francia, senza però portare alcuna prova tangibile.
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