Special for Africa ExPress The refugees from Negad detention centre Djibouti
Nairobi, 21 January 2014
The detained people in Negad refugees camp in Djibouti (the majority of them are from Eritrea) wrote this appeal to Africa ExPress. The people detained in the camp (120 refugees) escaped from one of the most terrible and authoritarian regime in the world, described by many organizations as an hell. This message that we publish is coming from inside the prison and has been sent to us under very difficult and eventful means. The people who sent us this story asked us to share widely. Africa ExPress
Nostro Servizio Particolare Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2014
La Nigeria è una confederazione di 36 stati; i cristiani rappresentano il 40 per cento della popolazione, i musulmani il 50 per cento, mentre gli animisti il 10 per cento. Molto spesso i vari gruppi religiosi sono in lotta tra loro. Migliaia di morti ogni anno (vedi anche nostri articoli su africa-express.info: Boko Haram e altre guerre di religione), ma questa volta sono tutti – o quasi – d’accordo: il 90 per cento della popolazione nigeriana – secondo un sondaggio – è contraria alle unioni tra persone dello stesso sesso.
Forte dell’opinione pubblica, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha firmato le nuove draconiane norme anti-gay nei giorni scorsi. “Questa legge è in linea con ciò che il nostro popolo ha espresso. Rappresenta i nostri credo religiosi, i nostri valori e la nostra cultura”, conferma Reuben Abati, portavoce del presidente.
La corruzione sfrenata è endemica nel Paese, ma il presidente non ci pensa neanche a varare una legge che possa severamente punirla. No, la priorità sono le norme per colpire gli omosessuali, mentre il Paese è governato da una classe politica rapace quanto imbelle.
Amensty Internatonal ed altri gruppi che operano nella difesa dei diritti umani hanno subito preso posizione. E’ una legge discriminante che porta conseguenze catastrofiche per gay, lesbiche, bisessuali, trans. La legge prevede fino a 14 anni di detenzione per coloro che contraggono unioni dello stesso sesso anche all’estero e 10 anni per coloro che sono iscritti ad associazioni gay o mostrano la loro “diversità” in pubblico.
Anche il segretario generale dell’ONU Ban-Ki-Moon ha espresso le sue preoccupazioni a proposito delle leggi anti-gay nigeriane e sottolinea che la minoranza dei cittadini con preferenze sessuali diverse sono a rischio di non poter usufruire dei diritti civili essenziali.
La polizia dello stato del Bauchi ha già arrestato 11 uomini gay nelle ultime settimane, come confermato dal capo della commissione per la Sharia, Mustapha Baba Ilea, il quale però sottolinea (bontà sua) che nessuno di questi 11 uomini è stato torturato o picchiato.
Mentre Dorothy Aken’Ova, direttore esecutivo dell’International Centre for Reproductive Health and Sexual Rights, centro che, tra l’altro, da anche assistenza legale agli omosessuali, riferisce che durante il periodo di Natale la polizia ha arrestato quattro uomini, torturandoli, per estorcere nomi di altri, appartenenti a gruppi ed organizzazioni gay.
Non ha dato dettagli sulle torture subite dai detenuti, ma aggiunge che nel frattempo ne sono stati arrestati altri 38 e altri 168 sono ricercati.
La Nigeria è un paese con una forte incidenza di AIDS. I più colpiti sono i cittadini con preferenze sessuali diverse. Con la nuova legge i sieropositivi potrebbero non poter più accedere alle cure essenziali, alla prevenzione, senza essere segnalati.
Siamo tornati al periodo dell’Inquisizione in molti paesi africani. Inquisizione in chiave moderna, i risultati saranno forse anche peggiori.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it twitter @cotoelgyes
Antonio Mazzeo
15 gennaio 2014
Sei milioni e mezzo di euro in nove mesi per addestrare gli uomini della Guardia costiera libica a contrastare le imbarcazioni di migranti in fuga dal continente africano. È quanto è stato stanziato dal governo Letta con i due decreti approvati, rispettivamente, il 5 dicembre 2013 e il 10 gennaio 2014, e che hanno consentito di prorogare la partecipazione delle forze armate e di polizia italiane in missioni operative all’estero.
Speciale per Africa ExPress Agnese Castiglioni*
Mendrisio, 2 febbraio 2026
Di fronte alla complessità della crisi iraniana, il dialogo tra analisti e opinioni diverse rischia di cedere il passo all’intimidazione.
Sabato scorso, la Libreria al Ponte di Mendrisio avrebbe dovuto essere un luogo di approfondimento. Ospite della serata la giornalista e storica Farian Sabahi, docente all’Università dell’Insubria e tra le voci più autorevoli sulla questione iraniana.
Tuttavia, quello che era iniziato come un dibattito accademico sulla situazione attuale in Iran si è trasformato in palcoscenico con forti tensioni.
Alla fine dell’incontro, durante l’ultima parte dedicata alle domande, un gruppo organizzato di circa quindici persone di origine iraniana ha interrotto bruscamente ia riunione.
Tra slogan politici, intimidazioni e aggressioni verbali, rivolte anche al personale della libreria, il clima di confronto democratico si è trasformato in una contestazione muscolare. E’ stata anche sventolata la bandiera con il leone e il sole, simbolo della monarchica, e la quindicina di protestatari urlava “Javid Shah!” (viva lo Shah, cioè il re di Persia), L’evento è stato paralizzato e il pubblico e la relatrice sono stati messi una situazione di vulnerabilità, incompatibile con uno spazio culturale.
La professoressa Farian Sabahi durante l’incontro di Mendrisio
Il contesto: segnali di una faglia profonda
L’episodio di Mendrisio non è un fulmine a ciel sereno, ma l’appendice di una tensione che serpeggia in tutto il Canton Ticino.
Solo pochi giorni prima, il 25 gennaio a Lugano, la polizia era dovuta intervenire massicciamente per separare due cortei contrapposti: uno pro-Israele e monarchico iraniano, l’altro a sostegno della causa palestinese.
Kamran Babazadeh, 69 anni, ha lasciato l’Iran circa quarant’anni fa. Originario di Teheran, da giovanissimo era tra coloro che scesero in piazza per protestare contro la monarchia dello shah Reza Pahlavi. Un regime che governava il Paese con il pugno di ferro e col le galere piene di oppositori. Certamente non teocratico come quello attuale ma anche lui profondamente repressivo e antidemocratico.
All’indomani della rivoluzione è emigrato prima in Italia e poi in Svizzera, dove vive nel Canton Ticino dal 1988. Per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR, l’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati.
Presente sia ai fatti di Lugano sia a quelli di Mendrisio, Babazadeh è testimone diretto di una deriva che definisce preoccupante: “Un comportamento da tifosi, non da cittadini”.
La sua colpa, agli occhi dei contestatori, è stata quella di esporre una bandiera iraniana neutra, priva di simboli monarchici, attirando su di sé insulti e minacce in persiano che evocano la morte degli avversari politici.
Una diaspora frammentata e radicale
Quello che emerge è il ritratto di una diaspora iraniana attraversata da una frattura storica.
Da un lato, la spinta della corrente monarchica che sostiene Reza Pahlavi ha guadagnato visibilità sui social e nelle piazze; dall’altro, una parte degli espatriati che guarda con diffidenza a una leadership nostalgica o a ipotesi di interventi militari esterni.
In questo clima, la ricerca di analisi sfumate, come quella proposta da Farian Sabahi, diventa il bersaglio ideale.
Dalla libreria alla gogna digitale
Chi non offre risposte univoche o non aderisce a una narrazione politica a senso unico viene percepito come un nemico. Mentre in Iran la repressione seguita alla rivolta Donna, Vita, Libertà continua a colpire con arresti e condanne, all’estero la frustrazione si traduce in una radicalizzazione del linguaggio che non risparmia nemmeno i luoghi della cultura.
Ecco le immagini della tensione creatasi durante l’evento. Il video, pubblicato sui canali social di uno degli 15 iraniani del gruppo, presenta l’aggiunta della foto di Kamran Babazadeh insieme a informazioni false sul suo conto :” Questo vecchio cane, nel cantone italofono della Svizzera, ha un negozio di tappeti. Qualche giorno fa ha organizzato una mostra e ha iniziato a sostenere i Pasdaran. Gli iraniani patrioti gli hanno dato una lezione”.
La violenza non si è fermata tra gli scaffali della libreria.
La disputa si è rapidamente spostato online, trasformandosi in una violenta campagna d’odio e di disinformazione.
Sia Sabahi sia Babazadeh sono stati bersagliati da accuse infondate di collusione con il regime di Teheran.
Sulle pagine social di Babazadeh sono apparsi commenti feroci: “Penso che tu ti stia guadagnando da vivere riciclando denaro sporco per il corpo terroristico”, o ancora “Sei una persona di merda da commentare sull’Iran, sei un diavolo di faccia. Re per sempre. Morte a tre Mullah Chapi Mujahid corrotti”.
Altri utenti hanno rincarato la dose con insulti ideologici: “Credo che questi stronzi di sinistra mangino ancora la merda del loro leader terrorista”.
Tra i profili più attivi nella diffusione di insulti e accuse figurano anche account falsi, tra cui quello di @mmaziyarkhodaeifar, che dichiarava nel proprio profilo di frequentare il Politecnico di Milano.
Il caso ha assunto contorni ancora più inquietanti quando la Rettrice dell’ateneo milanese, Donatella Sciutto, è intervenuta per verificare l’identità dell’utente.
I riscontri hanno confermato che il soggetto non è affatto uno studente del Politecnico.
La Rettrice ha quindi espresso ferma solidarietà alle vittime dell’aggressione, smascherando l’uso di profili fittizi o ingannevoli volti a conferire una parvenza di autorevolezza a chi pratica lo sciacallaggio digitale.
Difendere gli spazi di parola
Il caso di Mendrisio dimostra che le tensioni geopolitiche non hanno confini: possono penetrare in una libreria di provincia con la stessa forza con cui agitano le grandi capitali.
Quando un incontro con una studiosa viene silenziato dalle urla, a perdere non è solo la relatrice, ma l’intera comunità civile.
Documentare questi episodi è oggi più che mai necessario per proteggere quegli spazi, come librerie, biblioteche, centri civici, che tentano di resistere alla logica della minaccia e di restare, nonostante tutto, presìdi di pensiero critico.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 24 gennaio 2026
Pwiyamwene, è l’espressione massima di Dio. Pwiyamwene è madre e padre, ma in primo luogo è femminile. Questo aveva scoperto padre Giuseppe Frizzi, missionario italiano della Consolata, e la scoperta lo affascinava.
Oltre al suo lavoro di evangelizzazione il missionario aveva studiato la lingua, la cultura, la cosmogonia e la teologia del popolo Macùa-Xirima nel nord del Mozambico. Un lavoro durato 51 anni.
Nell’ex colonia portoghese padre Frizzi ha fondato il Centro di Investigazione Macùa-Xirima. Un’istituzione riconosciuta anche da due presidenti mozambicani: Joaquim Chissano e Armando Guebuza.
Attraverso il Centro di ricerca ha studiato la lingua esplorando in profondità la cultura (non sessista) di quella popolazione del Mozambico settentrionale. Ne ha scoperto la cosmogonia e i miti, la teologia e la sua naturale vocazione ecologica ante-litteram.
Padre Giuseppe Frizzi con il presidente mozambicano Armando Guebuza
Biosofia e Biosfera
La sua storia e la sua esperienza sono raccontate nel volume “Biosofia e Biosfera africana Macùa-Xirima”. È un libro sulla via della sapienza della vita, a cura di Jorge Ferrão e Celestino Victor Mussomar pubblicato in italiano da Effetà Editrice.
Il volume, 334 pagine con appendice iconografica, è composto dalle testimonianze di molte persone: antropologi, filosofi, scrittori e studiosi che lo hanno incontrato.
Copertina del llbro ” Biosofia e biosfera africana Macùa-Xirima
Teologia macùa e cristianesimo
Il missionario aveva trovato un trait d’union tra cristianesimo e teologia macùa-xirima. Non solo diceva messa solo in lingua macùa ma la funzione era accompagnata da danze e musiche tradizionali macùa. La chiesa era anche il luogo dove venivano fatti rituali e suppliche ancestrali della cultura di quel popolo. Cosa che non piaceva molto alla Chiesa.
Muluku e il Dio occidentale
Fu colpito anche da Muluku deità buona nei confronti di tutti. “Le genti macùa-xirima si rivolgono a Lui e agli antenati con familiarità e fiducia – scrive l’antropologo Devaka Premawardhána nel libro -. Il religioso ha trovato questa fiducia molto vicina al Vangelo e all’immagine del Dio occidentale. La sua ricerca antropologica è diventata una ‘pratica spirituale’ ”.
Le pubblicazioni
Sono molte le pubblicazioni in lingua macùa-xirima con il Centro. Tra queste: La Bibbia in lingua xirima, Biblya Exirima (2002); il Nuovo Testamento, Watana wa nanano; Libro dei Salmi, Masalimu (1998). Mwana Mutthu Owo! (2002), un’antologia illustrata bilingue di racconti e proverbi tradizionali, ora in uso nelle scuole; il Dicionário Xirima- Português e Português Xirima (2005); Murima ni Ewani Exirima – Biosofia e Biosfera Xirima (2008), una presentazione monumentale della cosmologia xirima attraverso testi tradizionali di proverbi, racconti, miti e riti. E tanti altri.
Rivoluzione nella filosofia africana
“Padre Frizzi ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana nella filosofia africana. – scrivono Ferrão e Mussomar -. Ha introdotto i concetti di biosofia e biosfera al fine di ricercare ogni segmento e frammento di quella cultura, e lo ha fatto senza che neppure i filosofi africani se ne rendessero conto”.
Padre Giuseppe Frizzi è deceduto a 88 anni, nel 2021. È sepolto nella Missione di Massangulo, Niassa.
Donna macùa che danza e mappa Mozambico con area abitata dalla popolazione macùa
Chi sono i Macùa-Xirima
I Macùa (o Makhwa) rappresentano il 40 per cento (circa 14.500.000 persone) della popolazione del Mozambico che conta circa 36.640.000 abitanti (2025). I Xirima sono un sottogruppo Macùa.
Vivono per la maggior parte nelle province di Nampula, Cabo Delgado e Niassa. Ma anche in Tanzania e Malawi. A differenza della maggior parte dei gruppi Bantu hanno una società matrilineare. Erano famosi per la loro abilità nella lavorazione del ferro e per il commercio con gli arabi lungo le coste del Mozambico.
Hanno un legame stretto con gli antenati e la Natura e con gli spiriti che risiedono nelle foreste, nelle rocce e nei fiumi. Sono noti anche per il guerriero Yasuke che, portato da un gesuita portoghese nel Giappone del XVI secolo, divenne un celebre samurai.
Speciale per Africa ExPress Novella Di Paolo
31 gennaio 2026
Tornano a punzecchiarsi Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Per ora borbottano soltanto e poco si sentono, nella vastità del rovente palcoscenico africano, quello dove alla fine si giocano sempre gli equilibri del mondo. Ma pare che gli emiratini la voce la stiano alzando, come se il loro scopo sia farsi sentire per attirare l’attenzione. Più il principe abbozza un passo laterale, tanto più lo sceicco prova a pestargli i piedi, in un balletto che rischia di diventare una baruffa.
Come racconta la rivista specializzata e di grande prestigio Africa Confidential nel secondo numero di gennaio, l’ultima mossa di Abu Dhabi, in ordine di tempo, è stata la promenade concessa alla milizia separatista yemenita, il Southern Transnational Council, guidata da Aidarus al Zubeidi, che nel mese di dicembre è riuscita a prendere il controllo delle regioni di Hadhramaut e Mahrah, che confinano con Oman e Arabia Saudita, prima di essere respinta dalla aeronautica militare saudita.
Nonostante Abu Dhabi neghi con fermezza il coinvolgimento nell’operazione, gli esperti affermano che senza la protezione del presidente emiratino, Mohamed bin Zayed al Nahyan, la milizia non avrebbe potuto spingersi tanto oltre i confini yemeniti.
Appoggio che gli Emirati hanno dato allo stesso comandante al Zubeidi, rportandolo ad Abu Dhabi tramite un volo militare (con scalo a Mogadiscio), dopo il bombardamento saudita al porto di Mukalla sulla costa yemenita, dove una nave emiratina stava sbarcando armi.
A furia di ballare però, soprattutto quando si cambiano le regole e si rubano i partner, i piedi si rischia di schiacciarli anche agli altri danzatori, invitati e non. È quello che è successo a novembre quando Abu Dhabi, étoile della compagnia di ballo, ha appoggiato e sponsorizzato il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, risvegliando l’attenzione di Cina e Turchia che, insieme a quasi tutte le organizzazioni internazionali, ne osteggiano la proclamazione.
Il rischio è dunque quello di estendere il conflitto mediorientale, sostenendo le mire di Tel Aviv fino alla penisola arabica e oltre. Gli Emirati sono infatti da sempre buoni amici di Israele, come dimostra anche la sponsorizzazione della ricerca di un accesso al mare da parte dell’Etiopia; piano appoggiato dagli israeliani, che approfitterebbero dello sbocco, e, come prevedibile in questa danza di poteri, osteggiato da Riyad e da diversi Paesi con interessi nel Mar Rosso tra cui l’Egitto.
Tutte mosse che riattivano le ostilità tra i territori del Corno d’Africa, tanto più che le ultime novità sono già arrivate alle orecchie statunitensi. Messaggero è stato il principe saudita Mohammed Bin Salman Al Saud, che ha declinato l’invito a un ultimo giro di valzer, preferendo correre all’ospite d’onore, quasi padrone di casa, a riferire dei giochetti di Abu Dhabi, che disturberebbero l’armonia della festicciola.
Dobbiamo prepararci a tutto, avrebbe detto Mohammed Bin Salman, trovando Trump d’accordo tanto da ottenere in un batter d’occhio 48 aerei F-35. Non proprio un omaggio del tycoon (si parla di un affare da diversi miliardi di dollari) ma sicuramente un privilegio mai concesso prima dall’America a nessun Paese arabo.
E approfittando del buon umore del presidente statunitense per l’affare appena concluso, il principe saudita non ha perso l’occasione per mettere in cattiva luce Abu Dhabi, nella speranza di conquistare la fiducia preferenziale degli USA e destabilizzare la presenza emiratina nel Corno d’Africa. Il principe ha infatti rimesso sul tavolo la collaborazione degli Emirati con le Rapid Support Forces (RFS) cui, come molti osservatori internazionali confermano e il governo di Abu Dhabi continua a smentire spudoratamente, continuando a fornire armi e equipaggiamenti.
Scopo principale dell’Arabia Saudita resta per ora quello di sabotare le mosse del presidente emiratino Al Nahyan, evitando lo scontro diretto.
La battaglia si gioca quindi tutta sulla conquista di avamposti nella regione, per completare ciascuno i propri disegni strategici, ovvero alleanze commerciali vantaggiose e durature. Gli EAU però vanno dritti per la loro strada, forti della consolidata amicizia con Israele.
Tel Aviv è intenzionato ad assicurarsi l’accesso al canale di Suez, ovvero al mercato mondiale, tramite alleanze nel Mar Rosso, che tra l’altro arginerebbero anche l’espansione delle forze iraniane e arabe, che pure cercano avamposti in quella regione. A questo fine gli Emirati costituiscono un ottimo cavallo di Troia con cui penetrare i diversi confini e piazzare le prime basi.
Dal conto loro gli Emirati perseguono gli stessi obiettivi, puntando al consolidamento dell’asse con Israele e Stati Uniti. Stessa ragione per cui tendenzialmente riconoscono gli autoproclamati Stati separatisti, come il Somaliland, dove ha stanziato finanziamenti importanti per il porto di Barbera e altro.
L’amicizia e la penetrazione nel Somaliland, nonchè il sostegno a Israele nel riconoscere lo Stato indipendentista, non è stato gradito da Mogadiscio, che a metà gennaio ha rotto i rapporti con Abu Dhabi.
Stavolta però, al contrario della arrugginita Arabia, il Corno d’Africa mostra una inaspettata autonomia decisionale. Consapevoli del ruolo giocato nella ragnatela di relazioni, infatti, molti degli Stati coinvolti avanzano mosse che non sempre corrispondono a quelle attese e pretese dalle potenze dominanti.
Da un lato infatti Etiopia e Kenya, che pure appoggerebbero il riconoscimento del Somaliland, reputano, nonostante la dichiarazione degli Emirati, che non è ancora giunto il momento; dall’altro la Somalia mette in guardia Israele. Siamo certi che arriveranno a Mogadiscio gli sfollati di Gaza, affermano degli attivisti locali: un esilio forzato che segnerà un nuovo fallimento della diplomazia israeliana e un ulteriore allontanamento di una qualsiasi forma di tregua.
Le danze stanno per ricominciare. Changez la dame, s’il vous plaît.
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Dal Nostro Corrispondente Giorgio Maggioni
Antananarivo, 30 gennaio 2026
A partire da giovedì scorso, sull’isola di Nosy Be è stato imposto un coprifuoco notturno. Tale misura è stata imposta in seguito ai quattro omicidi avvenuti sull’isola all’inizio della settimana, episodi che si inseriscono in un contesto di progressivo e marcato deterioramento della sicurezza negli ultimi anni.
Vent’anni fa, Nosy Be era un paradiso tropicale. Spiagge bianche, mare turchese, palme mosse dal vento. Meta di viaggiatori internazionali. Un turismo discreto, legato alla natura e alla tranquillità. Oggi, chi visita Nosy Be trova ancora paesaggi da cartolina. Ma dietro la bellezza, l’Isola nasconde una realtà difficile.
Negli ultimi due decenni, Nosy Be si è trasformata. I turisti stranieri sono di meno. Oggi quasi visitatori tutti provengono dall’Italia. L’Isola, che una volta si apriva al mondo, si è ristretta: i resort esclusivi e le ville fronte mare convivono con quartieri degradati, mercati informali e angoli segnati dalla povertà. Chi arriva, spesso non guarda il resto, o preferisce non vedere.
Ro-ro: la droga dei giovani
Una delle ombre più pesanti è il ro-ro. Una forma locale di eroina, sporca, tagliata con sostanze chimiche non identificate. A basso costo e facile da reperire. Colpisce adolescenti e persone vulnerabili. Fino a pochi anni fa era confinata alle periferie, oggi, invece, questa droga si trova anche nelle zone turistiche. Gli effetti sono devastanti: il corpo cede, comportamenti violenti, crisi psicotiche, svenimenti improvvisi. La microcriminalità cresce insieme alla dipendenza.
Prostituzione minorile
In un contesto già fragile, la prostituzione minorile resta uno dei problemi sociali più gravi. Le adolescenti vengono coinvolte direttamente o tramite intermediari locali. Quasi sempre il fattore scatenante è la povertà estrema, altre volte, invece, entra in gioco anche la pressione familiare. Le ONG e gli osservatori internazionali segnalano Nosy Be come una delle zone più a rischio di tutto il Madagascar. Le leggi esistono, ma spesso non vengono applicate.
Omicidi e violenze
Negli ultimi giorni parecchi omicidi hanno scosso l’Isola. I motivi sono molteplici: droga, regolamenti di conti, tensioni sociali. Il dato più inquietante non è il numero dei crimini, ma il clima di paura e sfiducia che si è instaurato. Omertà a tutto campo. Nosy Be, un tempo simbolo di leggerezza e vacanza, oggi porta i segni di una tensione latente.
Narrazione per turisti
Il turismo rimane la principale risorsa economica dell’isola. Eppure viene oscurata la realtà: quella della realtà complessa intrisa di povertà che circonda i resort protetti dove vengono ospitati turisti italiani. La narrazione ufficiale insiste sull’immagine di Nosy Be come “destinazione sicura”, ignorando segnali di una crisi sociale sempre più evidente.
In vent’anni Nosy Be ha cambiato volto. I turisti italiani hanno consolidato la frequentazione, ma con loro è cresciuto un isolamento culturale. Le strutture turistiche proteggono chi arriva, mentre l’Isola cambia sotto la superficie. Droga, sfruttamento dei minori, violenza: non sono incidenti, ma sintomi di un sistema fragile e in continua erosione.
Parlare di Nosy Be oggi significa rompere il mito del paradiso. Non si tratta di criminalizzare l’Isola e/o la sua popolazione. Si tratta di riconoscere che ignorare ro-ro, prostituzione minorile e violenza, equivale a diventare complici di questi crimini. Il reportage, la cronaca, la testimonianze: questo è ciò che serve per guardare Nosy Be per quello che è realmente, senza illusioni.
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Si fa sempre più incandescente la situazione in Sud Sudan, tant’è vero cha la missione di Pace delle Nazioni Unite nel Paese (UNMISS) e gli osservatori indipendenti del Palazzo di Vetro hanno lanciato un preoccupante allarme pochi giorni fa: c’è il forte rischio di violenze di massa contro i civili.
Ci risiamo, la popolazione sud sudanese è di nuovo sotto la minaccia di attacchi e si spera che non si trasformi in un conflitto etnico generalizzato tra le due maggiori etnie, dinka e nuer (il presidente Salva Kiir appartiene alla prima, mentre l’ex vicepresidente Riek Machar alla seconda).
Popolazione civile in fuga
Gli esperti ONU sono particolarmente preoccupati della situazione nel Jonglei State, teatro di violenze dallo scorso dicembre, per i continui scontri tra l’esercito regolare e le truppe fedeli all’ex vicepresidente, arrestato lo scorso marzo e poi incriminato a settembre per crimini contro l’umanità.
E le esternalizzazioni di Paul Majok Nang, capo dell’esercito di Juba, fanno temere il peggio. Giorni fa avrebbe impartito l’ordine ai militari di “schiacciare la ribellione entro 7 giorni”. Ancora più inquietanti le precisazioni aggiunte da un alto ufficiale, riportate da diversi media sud-sudanesi: “Non bisogna risparmiare nessuno, nemmeno gli anziani”.
Recentemente il gruppo armato, fedele a Machar, Sudan People’s Liberation Army in Opposition (SPLA-IO) ha attaccato e conquistato alcune aree nel Jonglei State. Ma è davvero difficile avere notizie concrete verificabili, vista l’attuale situazione. Solo ieri l’esercito ha rilasciato un comunicato, in cui sostiene di avere ripreso il controllo della caserma di Yuai e dell’avamposto militare di Pathai. Fatti prontamente negati dalle forze dell’ex vicepresidente.
Domenica scorsa, Lul Ruai Koang, portavoce delle forze armate sud sudanesi ha chiesto alla popolazione residente in tre contee in mano alle forze di SPLA-IO nel Jonglei State, di lasciare immediatamente le proprie abitazioni. Ha poi sottolineato che i civili devono dirigersi verso le aree sotto il controllo del governo. “I civili in possesso di armi che si trovano nelle vicinanze delle postazioni del nemico, saranno considerati come obiettivi militari”, ha specificato il portavoce.
Secondo alcuni osservatori, il fragile accordo di pace del Sud Sudan, siglato nel 2018, si trova a un “bivio critico”. L’escalation delle violazioni del cessate il fuoco fa temere un ritorno al conflitto su vasta scala. Minaccia inoltre i preparativi per le elezioni previste per la fine del 2026.
Anche l’ultimo rapporto di Reconstituted Joint Monitoring and Evaluation Commission, South Sudan (RJMEC), è molto allarmante. La Commissione afferma che la situazione umanitaria è deteriorata a causa dei conflitti, inondazioni, epidemie e insicurezza alimentare.
Già alla fine del 2025, 10 milioni di sud sudanesi necessitavano di assistenza umanitaria.
Ora CEF, fondo di risposta alle emergenze di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), ha stanziato 10 milioni di dollari destinati alle popolazioni colpite dal conflitto nel Jonglei State. Dalla fine dello scorso anno oltre 250.000 persone sono fuggite dalle proprie abitazioni .
Donne e ragazze, bambini, persone con disabilità, anziani e altri gruppi emarginati sono maggiormente esposti a violenze, sfruttamento e gravi privazioni.
Correva l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annunciava i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede a favore della secessione; i sud sudanesi avevano scelto l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – venne festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace di allora, l’indipendenza venne proclamata il 9 luglio 2011.
Guerra civile 2013-2018
Dopo un breve periodo di pace, una nuova guerra è all’orizzonte: gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar, sono cominciati quando il presidente dinka Kiir ha accusato il suo vice, nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Le prime scaramucce sono scoppiate il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto sono iniziati combattimenti anche a Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto.
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Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
Gennaio 2026
Il Kenya rafforza i propri dispositivi militari alle frontiere acquisendo nuovi sistemi missilistici israeliani.
Dalla fine del dicembre 2025 è pienamente operativo il sistema di “difesa aerea” con missili terra-aria Python and Derby (SPYDER), acquistato dalle forze armate di Nairobi in Israele.
Kenya: SPYDER, sistema missilistico israeliano
Le batterie missilistiche sono giunte in Kenya a bordo di un grande aereo cargo Boeing 767-3Q8 in dotazione al ministero della Difesa israeliano. Per l’acquisto dello SPYDER, le autorità keniane hanno speso 26 milioni di dollari circa.
Il contratto risale all’aprile 2024 nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare bilaterale sottoscritto dal presidente William Ruto e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
Il sistema missilistico SPYDER è stato progettato e realizzato da Rafael Advanced Defense Systems Ltd., una delle maggiori aziende del comparto militare-industriale di Israele.
Si tratta di una piattaforma missilistica di pronto intervento, utilizzabile in ogni condizione atmosferica. Lo SPYDER è in grado di contrastare multiple minacce aeree, individuando, tracciando e distruggendo gli obiettivi in movimento (anche droni di piccole dimensioni).
Le batterie anti-aeree utilizzano due diverse tipologie di missili, i Pythone i Derby, entrambi prodotti dal gruppo Rafael. Di norma esse vengono schierate a protezione di infrastrutture critiche come aeroporti, basi militari, edifici governativi e postazioni militari di frontiera.
Spyder potenziati con radar
Gli SPYDER consegnati al Kenya sono stati potenziati grazie al sistema radar avanzato EL/M-2106 fornito da Elta Systems Ltd, azienda controllata dalle Israel Aerospace Industries (IAI).
Il radar tridimensionale israeliano può tracciare simultaneamente fino a 500 obiettivi, in particolare velivoli aerei, piccoli droni e missili da crociera.
Addestramento specializzato
L’integrazione operativa del sistema SPYDER richiede un addestramento specializzato e l’assistenza del personale militare, anche per le caratteristiche dei centri di comando e controllo delle batterie missilistiche, interamente automatizzate. Per questo è immaginabile che personale israeliano stia affiancando e/o affiancherà i reparti dell’esercito keniano per un certo lasso di tempo.
Williamo Ruto, presidente del Kenya e Benjamin Netanyahu, premier israeliano
“L’impiego da parte del Kenya di un sistema militare che ha ricevuto un sostegno finanziario dal governo israeliano indica che si è fatta ancora più profonda la partnership strategica tra Nairobi e Tel Aviv”, commenta la rivista specializzata Military Africa. “Questa cooperazione comprende ormai la fornitura di sistemi militari e hardware, lo scambio di dati di intelligence e l’addestramento anti-terrorismo”.
Mentre il Kenya assume il ruolo di uno dei maggiori clienti africani di tecnologie militari israeliane, Israele rafforza la propria presenza diplomatico-militare-industriale in Africa orientale e nel Corno d’Africa, macroregione di rilevanza geostrategica per l’establishment di Tel Aviv.
Instabilità regionale
“La decisione di dotarsi dei sistemi terra-aria SPYDER segue anni in cui si è assistito alla crescita dell’instabilità regionale e alla proliferazione di velivoli a pilotaggio remoto UAV a basso costo in tutta l’Africa orientale”, spiega ancora Military Africa.
“Per più di una decade, il Kenya ha dovuto affrontare minacce persistenti da parte di Al-Shabaab, organizzazione militare che opera in Somalia”, aggiunge la rivista specializzata. “Tuttavia, la minaccia si è evoluta. Noordin Haji, direttore generale del National Intelligence Service (NIS), ha di recente lanciato l’allarme che Al-Shabaab e gruppi legati all’ISIS hanno iniziato a collaborare con i ribelli houthi in Yemen. Questa partnership consente ai gruppi armati di acquistare armi da guerra più sofisticate e di addestrarsi alla guerra elettronica”.
In verità fino ad oggi non sono stati forniti elementi di prova sulla presunta partnership tra i gruppi armati somali, l’ISIS e gli houthi, ma i processi di riarmo in Africa orientale procedono speditamente grazie anche all’ingombrante supporto israeliano.
Gerd dotato di sistema missilistico israeliano
Oltre al Kenya pure l’Etiopia ha acquistato nel 2019 il sistema missilistico SPYDER di Rafael Advanced Defense Systems Ltd., per schierarlo nei pressi del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD),la grande diga edificata sul Nilo azzurro a pochi chilometri dal Sudan.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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L’antagonismo tra le nazioni, indizio di un egoismo sfrenato e nel caso degli USA sintomo di una volontà egemone, è dimostrato anche dal caso Venezuela. “A noi non serve il petrolio del Paese sudamericano – hanno dichiarato in continuazione i dirigenti dell’amministrazione USA, compreso lo stesso Trump – ma non vogliamo che sia utilizzato dai nostri concorrenti”, leggasi Cina e Russia. Il petrolio venezuelano è “nostro e decidiamo noi a chi venderlo”.
Limpido e molto chiaro Donald Trump, quando candidamente ammette che il petrolio del Venezuela “è nostro”. Non si è espresso in questi termini il presidente americano ed ex generale Dwight D. Eisenhower quando ha dato il benestare al sostegno degli Stati Uniti al colpo di Stato che il 19 agosto del 1953 in Iran ha rovesciato il primo ministro Mohammad Mossadeq.
Eisenhower non ha detto “Il petrolio iraniano è nostro”, ma si è comportato esattamente come Trump. Temeva l’influenza sovietica come oggi il capo della Casa Bianca teme l’influenza russa e cinese e così giustifica le sue mire sulla Groenlandia e sul Canale di Panama.
Una veduta aerea del complesso della CIA a Langley in Virginia
Documenti declassificati provano il coinvolgimento della CIA e dei servizi segreti britannici nel defenestramento di Mohammad Mossadeq, che era stato eletto democraticamente. Nel 2013, la CIA ha pubblicato documenti che riconoscono il suo ruolo chiave in quel colpo di Stato, definendolo un atto di politica estera degli Stati Uniti. Inoltre, nel 2017, sono emersi documenti che mostrano come i servizi segreti britannici avessero chiesto l’assistenza degli Stati Uniti per rimuovere il primo ministro iraniano. Questa documentazione conferma la collaborazione tra le agenzie di intelligence statunitensi (CIA) e britanniche (M16) nel golpe iraniano.
Documenti significativi
Ecco alcuni dei documenti più significativi che dimostrano quest’ingerenza:
“The Battle for Iran” (1970s) – Cronistoria interna della CIA che per la prima volta ammette che il colpo di stato fu condotto sotto la direzione dell’agenzia come atto di politica estera statunitense.
Documento CIA del 1954 di Donald N. Wilber – Clandestine Service History: Overthrow of Premier Mossadeq of Iran, November 1952–August 1953, che include piani operativi, come la campagna di propaganda e le attività di Kermit Roosevelt a Teheran.
“Zendebad, Shah!” (1998, declassificato nel 2017) – Studio storico della CIA che dettaglia la cooperazione con l’MI6 e le operazioni sul campo per deporre Mossadeq.
Documenti del National Security Archive (2013 e 2017) – Comprendono i piani dell’Operazione AJAX/Boot, con prove delle richieste britanniche agli USA per un’azione congiunta contro Mossadeq.
Questi materiali sono disponibili negli archivi del National Security Archive alla George Washington University e mostrano chiaramente la pianificazione e l’esecuzione del colpo di Stato come operazione congiunta CIA-MI6.
Il comportamento americano è sempre lo stesso. Sull’attacco in giorno di Natale alla Nigeria, Trump aveva dichiarato: “Il loro petrolio non ci serve” ma deve aver pensato: “Però voglio controllarlo“. Un atteggiamento prepotente e arrogante che gli stessi americani hanno già dimostrato più volte verso gli europei quando, per esempio, la diplomatica americana Victoria Nuland ha usato parole di disprezzo verso l’Unione.
Telefonata imbarazzante
Era il 2014. La Nuland è incaricata dall’amministrazione Obama di seguire le vicende dell’Ucraina. Il 4 febbraio su Youtube viene pubblicata la registrazione di una sua telefonata con l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, in cui la signora gli comunica che il dipartimento di Stato ha individuato il candidato giusto alla carica di primo ministro nella persona di Arcenij Jacenjuk.
Alla proposta di Pyatt di parlarne anche con i partner europei, che sostenevano un altro candidato, l’ex pugile Vitalij Klycko, la Nuland aveva esclamato al minuto 3.03: “Fuck European Union“ (cioè, per usare una traduzione gentile, “Si fotta l’Unione Europea”). Jacenjuk divenne poi primo ministro e fu il premier del primo tassello del disastro cui stiamo assistendo ora.
Già visti gli acquisti dalla Danimarca
Ma l’ingerenza americana nei fatti degli altri comincia molto prima dell’affaire Ucraina e l’attuale atteggiamento “commerciale” manifestato verso la Groenlandia non è una novità. C’è già perfino un precedente. Nel 1917 gli Stati Uniti hanno acquistato dalla Danimarca per 25 milioni di dollari in oro, le Isole Vergini Americane.
Addussero anche quella volta motivi di sicurezza. Espressero il timore che la Danimarca, indebolita dal conflitto in corso, non potesse difendere l’arcipelago da un’invasione tedesca o addirittura che Copenaghen potesse cederla alla Germania. Minaccia strampalata perché Berlino stava già perdendo la guerra. In realtà il vero motivo risiedeva nel controllo strategico, fondamentale per la rotta del Canale di Panama.
Il primo intervento dopo il conflitto mondiale data anni 50. In Guatemala nel 1950 sale al potere con elezioni libere e democratiche il presidente liberal-socialista Jacobo Arbenz Guzman. La sua riforma agraria irrita la multinazionale americana United Fruit (UF) (il suo marchio più noto è Chiquita Banana). La CIA su commissione del presidente Dwight Eisenhower e del suo staff che avevano stretti legami con la multinazionale della frutta (il segretario di Stato, Foster Dulles, e suo fratello Allen erano stati il primo avvocato, il secondo direttore alla UF e capo della CIA) organizza l’Operazione PB Fortune e lo rovescia. Al suo posto viene installato il solito militare golpista.
Patrice Lumbumba, congolese
Il 17 gennaio 1961, nel silenzio complice del mondo, viene assassinato Patrice Emery Lumumba.
Gli Stati Uniti non hanno premuto il grilletto, ma secondo documenti declassificati della CIA e dello spionaggio belga, esiste un coinvolgimento dei due Paesi che hanno creato le condizioni politiche e di sicurezza, tramite operazioni di intelligence e sostegno ai nemici di Lumumba, tra cui Mubutu Sese Seko, che hanno portato alla sua cattura, trasferimento e, infine, esecuzione da parte dei secessionisti del Katanga.
Nel 1964 l’attenzione americana si sposta sul Brasile, dove l’economia è in grave crisi a causa dell’inflazione in forte crescita (80 per cento nel 1963). Il ministro della pianificazione Celso Furtado, economista influenzato dalle teorie keynesiane e strutturaliste decide una riforma agraria e di nazionalizzare le compagnie petrolifere. Il 31 marzo arriva puntuale il colpo di Stato guidato da Humberto de Alencar Castelo Branco, che accusa Furtado di essere al servizio dei comunisti.
Nel 2004 il National Security Archive mette in rete molti documenti declassificati che mostrano il coinvolgimento diretto del presidente americano Lyndon Johnson, del segretario di Stato Robert McNamara, e dell’ambasciatore USA in Brasile, Lincoln Gordon.
In un libro di Stansfield Turner, pubblicato nel 2005, viene denunciata anche l’implicazione del presidente della ITT, Harold Geneen, e del direttore della CIA, John McCone. Secondo Turner anche il presidente John Kennedy e suo fratello Robert, ministro della Giustizia, sapevano del complotto.
Non solo il cortile di casa. Nel 1967 la longa manus americana colpisce in Europa. Per la precisione, in Grecia. Il 21 aprile i militari cacciano il governo civile. Resteranno in carica fino al 24 luglio 1974. E’ un periodo difficile per il Paese europeo. Il pugno di ferro dei colonnelli si abbatte contro gli oppositori, in particolare degli esponenti dei movimenti di sinistra compreso il partito comunista.
Rapporti desecretati mostrano che già nel gennaio 1967 la CIA sapeva dell’intenzione e identificavano il gruppo di Geōrgios Papadopoulos (il capo della congiura) di mettere in atto un colpo di Stato. Nonostante la Grecia fosse un alleato NATO, queste informazioni non furono condivise con le autorità civili e democratiche elleniche.
Sempre in base a documenti resi pubblici, si è scoperto che quattro dei cinque leader principali del golpe avevano stretti legami con l’esercito americano o la CIA. Il capo del gruppo golpista Papadopoulos era sul libro paga degli americani da circa quindici anni. Insomma, il carteggio reso pubblico dimostra che gli Stati Uniti hanno preferito appoggiare una dittatura militare stabile piuttosto che rischiare una democrazia debole che avrebbe potuto far scivolare facilmente in Paese su posizioni liberali e/o filosovietiche.
Durante una visita ufficiale ad Atene nel novembre 1999, il presidente Bill Clinton riconobbe esplicitamente le responsabilità americane. Gli Stati Uniti avevano anteposto i propri interessi a quelli della democrazia e a quelli degli alleati.
In sintesi, mentre i documenti mostrano che il golpe fu eseguito materialmente da ufficiali greci, l’ambiente che lo rese possibile e il successivo consolidamento del potere furono attivamente favoriti e sostenuti dalla politica estera statunitense.
L’11 settembre 1973 è un giorni triste per il Cile. Il presidente Salvador Allende, eletto democraticamente, viene destituito da un colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet. Esistono vari documenti declassificati.
Tra questi: dossier e rapporti, inclusi i briefing quotidiani per il presidente Nixon tra l’8 e l’11 settembre 1973, che mostrano la conoscenza e il sostegno al golpe da parte di Washington e della CIA. Durante le presidenze Clinton e Biden, altre migliaia di documenti sono stati desecretati, confermando le operazioni segrete come il “Progetto FUBELT” e il collegamento con il “Plan Condor”. Questi materiali illustrano il ruolo di Nixon e Kissinger nell’appoggiare le forze golpiste cilene.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 gennaio 2026
La guerra in Sudan è caduta nell’oblio. La comunità internazionale e di conseguenza gran parte dei maggiori media sono impegnati su altri fronti, certamente non meno gravi, in particolare per quanto riguarda Gaza, Ucraina e Stati Uniti.
Eppure le Nazioni Unite ricordano regolarmente che in Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del mondo. La situazione peggiora in continuazione. I morti sono decine e decine di migliaia e aumentano di giorno in giorno. Gli sfollati – secondo gli ultimi dati ONU – sono oltre 9,3 milioni, mentre i rifugiati nei Paesi limitrofi hanno superato i 4,3 milioni.
Sudanesi in fuga
Si stima che nel 2026 circa 33,7 milioni di sudanesi, ovvero circa due terzi della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria.
Un milione di sudanesi in Ciad
Barham Salih (ex presidente iracheno dal 2018 al 2022), Alto Commissario della Nazioni Unite per i Rifugiati, nei giorni scorsi ha incontrato i profughi sudanesi in Ciad. L’ex colonia francese sta ospitando quasi un milione di persone, scappate dalla sanguinosa guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023. Le loro condizioni di vita sono a dir poco miserabili per mancanza di fondi.
Con la chiusura definitiva di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) a luglio, imposta da Donald Trump appena insediatosi per il secondo mandato, la situazione è precipitata ovunque. Ora, per mancanza di fondi, le agenzie internazionali hanno seri problemi di bilancio e non riescono più a soddisfare le necessità delle popolazioni in difficoltà. Ovviamente non solo per i mancati contributi di Washington. Anche molti altri governi hanno ridotto i loro contributi per l’assistenza umanitaria nel mondo.
Lotta all’ultimo sangue
Dopo quasi tre anni di conflitto, la crisi sudanese non tende a placarsi. Le due fazioni in guerra, Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS) da un lato, e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, dall’altro, non hanno nessuna intenzione di intavolare nuovi negoziati di pace. Continuano a combattersi fino all’ultimo sangue.
Le battaglie continuano, anche “grazie” all’intervento di attori esterni, che appoggiano l’una o l’altra fazione del conflitto.
Khalifa Haftar, leader libico che comanda in Cirenaica e capo di Libyan National Army (LNA), pur ricevendo continue pressioni da parte dell’Arabia Saudita e Egitto, persiste nel far passare carichi di armi, carburante e miliziani destinati ai paramilitari di Hemetti.
Saddam, figlio di Haftar e vicecomandante di LNA, in occasione di una sua recente visita al Cairo, è stato rimproverato per il sostegno alle RSF. Secondo fonti egiziane, come riporta MEE (Middle East Eye), gli è stato chiesto di porre immediatamente fine a tale collaborazione, in caso contrario ciò potrebbe provocare un cambiamento tra le relazioni con l’Egitto.
All’inizio di giugno 2025 le RFS hanno preso il controllo del Triangolo di Uwaynat, strategicamente importante perché è il territorio tra i confini di Sudan, Egitto e Libia. Da allora Il Cairo ha rinforzato i controlli alla frontiera per evitare sconfinamenti del conflitto.
Attori esterni
E’ una situazione piuttosto complessa e intricata. Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono l’Esercito Nazionale Libico di Haftar. Mentre Haftar e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) appoggiano le RSF, mentre Il Cairo è schierato con l’esercito sudanese. L’ EAU hanno sempre negato di aiutare i ribelli sudanesi. Invece il sostegno di Haftar nei loro confronti è sempre stato lampante.
E intanto la popolazione continua a pagare il prezzo più altro di questo conflitto dimenticato. I racconti di chi è riuscito a scappare – riportati in più articoli da Africa ExPress – sono raccapriccianti. Civili picchiati, uccisi, donne violentate e rapite, spesso mai più ritrovate. Altri, invece, vengono costretti a impugnare le armi e buttati nel conflitto a combattere, sia adulti che bambini. Violazioni in tal senso sono stati e vengono compiuti da entrambe le fazioni.
Privati dell’istruzione
La metà dei giovanissimi sudanesi in età scolare sono totalmente privati dell’istruzione. “Il mondo sta voltando le spalle a questi piccoli”, è la forte denuncia di Inger Ashing, amministratore delegato di Save the Children. Nel suo ultimo rapporto la ONG ha evidenziato che quasi 3 milioni di piccolo alunni hanno perso almeno 500 giorni di scuola.
Sudan: metà dei piccoli sudanesi in età scolare non possono andare a scuola
Ashing ha poi evidenziato che tanti edifici scolastici sono stati distrutti durante la guerra, numerosi sono stati gravemente danneggiati. Mentre altri ancora agibili vengono utilizzati come rifugi per gli sfollati.
Nord Kordofan
I combattimenti sono attualmente concentrati nel Nord Kordofan, nel Sudan centrale. Nei giorni scorsi si sono intensificati gli attacchi con droni attorno la città di al Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Secondo testimonianze di residenti, i raid avrebbero ucciso almeno 200 civili e ferito oltre 700. In base a quanto riportato da OIM (Organizzazione Internazionale per i Rifugiati), a causa degli scontri tra le RSF e SAF nel Nord Kordofan, 2.415 persone avrebbero lasciato i loro villaggi, situati a nord di al Obeid.
Leader locali e attivisti per i diritti umani puntano il dito su SAF (Forze armate sudanesi) per aver commesso violenze sulla popolazione. L’Associazione degli Avvocati Sudanesi ha denunciato e documentato che almeno 900 cittadini dell’area sono stati arrestati dai militari governativi.
Ministeri ritornano nella capitale
Solo due settimane fa, Kamil Idris, primo ministro sudanese, ha annunciato il ritorno dell’amministrazione del governo al Burhan a Khartoum. Ministri e funzionari sono stati cacciati dalle RFS all’inizio del conflitto e costretti a fuggire dalla capitale, stabilendosi a Port Sudan sul Mar Rosso, nell’est dell’ex protettorato anglo-egiziano.
Il primo ministro ha promesso che saranno riattivati anche i servizi pubblici, ricostruiti ospedali, scuole e quant’altro. Durante i combattimenti a Khartoum e l’occupazione da parte delle RSF, il 70 per cento dei nosocomi aveva chiuso i battenti perché distrutti o per mancanza di personale e materiale. Finora sono stati riaperti 40 ospedali e un centinaio di centri sanitari.
Secondo l’ONU, nella capitale faranno ritorno oltre un milione di persone, contro i 3,6 milioni fuggiti a causa del conflitto.
Alla fine del suo breve intervento, Kamel Idris ha infine definito il 2026 come “l’anno della pace, una pace dei coraggiosi e dei vittoriosi”.
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Dalla Nostra Inviata Speciale Valentina Vergani Gavoni
Sharm El Sheikh, 23 gennaio 2026
Trump ha presentato a Davos il progetto di ricostruzione della “Nuova Gaza”. Grattacieli, appartamenti e resort di lusso, pensati per accogliere turisti di tutto il mondo. E per chi avrà la possibilità economica, potrà vivere stabilmente all’interno della Striscia beneficiando di tutti i privilegi messi a disposizione.
Al confine con l’Egitto, un aeroporto accoglierà vacanzieri e nuovi residenti nella terra della “pace”. Il valico di Rafah sarà affiancato anche da un porto e due hub logistici per lo stoccaggio e il trasporto merci. Gli Stati Uniti infatti vogliono trasformare Gaza in un punto di riferimento per il commercio, l’energia e l’infrastruttura digitale.
Trump è un noto imprenditore edile. Lo stesso settore dove i mafiosi fanno i più grossi investimenti: “Report ha rintracciato una serie di possibili e mai esplorati collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana, attraverso nuove testimonianze di ex boss, investigatori, legali, e alcuni strettissimi collaboratori che in passato lavoravano con l’attuale candidato alla Casa Bianca”, si legge su Rai.it.
La famiglia Trump con l’avvocato Roy Cohn, nel 1985 al Waldorf Hotel di New York
La proposta del Presidente americano, presentata quando ancora ci si domandava se Israele avesse come obiettivo quello di eliminare i palestinesi dalla terra che stava occupando, replica una storia già scritta: quella di Sharm el- Sheikh. La stessa città del famoso accordo di “pace” per Gaza.
Il beneficio del crimine: reportage di Africa Express
All’uscita dell’aeroporto di Sharm El Sheikh una scritta scolpita a caratteri cubitali accoglie i turisti così: “Benvenuti nella terra della pace”.
Una città costruita dopo la fine dell’occupazione israeliana, iniziata con la Guerra dei sei giorni nel 1967 tra lo Stato di Israele e i Paesi arabi limitrofi (Egitto, Siria e Giordania) e terminata con la guerra del Kippur nel 1973.
Guerra del Kippur tra Egitto e Israele 1973
L’Egitto però, a differenza della Palestina, era uno Stato sovrano con un esercito regolare supportato dall’ex URSS. Il confronto militare ha causato un numero elevato di morti, da entrambe le parti. E solo grazie agli Stati Uniti, Israele ha vinto la guerra.
Nel 1979 l’Egitto e lo Stato sionista hanno firmato gli accordi di pace a Washington. Nel 1991 Israele ha riconsegnato la penisola del Sinai. E nel 1993 Sharm El-Sheik è diventata una meta turistica internazionale.
Porta di Allah in Egitto, costruita sul campo di battaglia in nome della pace con Israele
La città della “pace”. Circondata, protetta e rinchiusa all’interno di un muro di cemento dove gli imprenditori edili – provenienti da diverse parti del mondo – hanno iniziato a investire nel settore turistico mentre i capi di Stato firmano accordi politici in Medio Oriente.
Resort di lusso a Sharm el-Sheikh
Da quel momento in poi (1993), dopo aver ripulito la terra dai resti dei corpi senza vita dove oggi milioni di persone fanno escursioni turistiche, non hanno più smesso di costruire. È un cantiere a cielo aperto, in costante evoluzione, pensato per soddisfare il mondo del lusso. Una realtà alienante, quella offerta dal sistema economico occidentale, che trova il tacito consenso delle istituzioni locali e internazionali.
Come Dubai, “diventata strategica per la criminalità organizzata mondiale. Lì i mafiosi riescono a riciclare il denaro sporco investendoli, con pochissime restrizioni, nel settore delle costruzioni”, spiega il criminologo Vincenzo Musacchio in un’intervista a Rai News.it.
La storia è recente. Ma la linea di confine tra la ricca città della “pace” di Sharm el-Sheikh e il popolo che vive in povertà al di fuori delle mura, cancella la memoria dalla mente e dalla coscienza di chi beneficia di tanta ricchezza.
Un occhio esperto vede ancora i resti dei bunker costruiti da Israele. Quelle che prima erano le case dei coloni, ricordano gli insediamenti israeliani nei territori occupati palestinesi.
Il muro costruito per proteggere la bolla magica assomiglia invece a quello che separa Israele dai territori della Palestina sotto occupazione. E il simbolo della pace ricorda al popolo il prezzo che ha pagato per ottenerla.
Muro israeliano che separa Israele dai territori occupati palestinesi
“Il governo egiziano ha lanciato una nuova strategia di investimento con l’obiettivo di raggiungere 30 milioni di turisti all’anno entro il 2031. La strategia si concentra sull’aumento degli investimenti diretti esteri attraverso l’individuazione di chiare opportunità nel settore turistico”, riporta l’Ansa.
Agenzie immobiliari, presenti all’interno di Sharm el-Sheikh, vendono e affittano case dentro i villaggi turistici. E sempre più stranieri (molti dei quali italiani) scelgono di immigrare in Egitto.
Ovviamente, per gli egiziani, il costo della vita è troppo alto. Per loro è solo un’opportunità lavorativa sottopagata. Costretti a lasciare le loro famiglie, arrotondano il salario insufficiente per mantenerle con le mance dei turisti.
Il copione si ripete
Trump, dopo aver sponsorizzato la nuova “Riviera di Gaza”, il 13 ottobre 2025 ha firmato l’accordo di “pace” a Sharm El-Sheikh. E il video della ricostruzione sulle ceneri dei morti palestinesi, creato con l’intelligenza artificiale, racconta una storia già scritta. Nulla di inventato o immaginario, quindi.
Il futuro di Gaza è infatti stato presentato come l’ennesimo progetto edilizio imprenditoriale. Un investimento nel settore del turismo di lusso. Pensato per sfruttare la terra palestinese a favore dei grandi capitali produttivi.
Il mondo ha reagito con sdegno difronte al potere dei soldi sbattuto letteralmente in faccia dal presidente degli Stati Uniti. Un sentimento che dura poco davanti a resort da sogno, pacchetti di cibo e bevande all inclusive, divertimento, e intrattenimento di qualsiasi tipo.
E grazie alla manipolazione delle debolezze umane davanti a tentazioni irresistibili come quelle che propone il capitalismo laissez faire, laissez passer più estremo, gli Stati contrattano per sfruttare le materie prime del territorio.
Accordi economici in cambio di pace e silenzio
“Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato l’accordo di esportazione all’Egitto di gas naturale da 35 miliardi di dollari, rimasto in sospeso da quando era stato siglato per la prima volta all’inizio di agosto”, scrive Céline Dominique Nadler il 19 Dicembre 2025 per la rivista Africa e Affari.
“L’accordo prevede che Chevron e i suoi partner nel giacimento di gas Leviathan, NewMed Energy e Ratio Energies, esportino 130 miliardi di metri cubi di gas in Egitto tra il 2026 e il 2040, ha detto Netanyahu in una dichiarazione televisiva, osservando che si tratta dell’accordo più grande nella storia di Israele”, riporta il giornalista.
Abdel Fattah el-Sisi non è l’unico. Oltre a Emirati e Qatar, anche l’Arabia Saudita ha capito come il turismo può ripulire le coscienze oltre ai soldi: “Negli ultimi anni, la regione del Medio Oriente è rapidamente diventata nota a livello mondiale per innovazione, lusso e sviluppo sostenibile. Il Red Sea Project rappresenta l’approccio più entusiasmante e avanzato al turismo e al mercato immobiliare mai tentato in Arabia Saudita”, si legge nell’articolo pubblicato su Estateagent Power.
Red Sea Project Arabia Saudita
E poi continua: “Oltre alle splendide spiagge e ai resort di lusso, il Red Sea Project sta silenziosamente guadagnando visibilità come hub importante per investitori globali, marchi famosi e sviluppatori di alto profilo”.
Pace, quindi, sembra essere sinonimo di omertà davanti alla ritorsione degli Stati più potenti in cambio di vizi e privilegi. Un beneficio derivato dal crimine che diventa pura tentazione psicologica per qualsiasi essere umano.
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Speciale Per Africa ExPress Alessandra Fava
Genova, 23 gennaio 2026
Per capire la situazione iraniana bisogna parlare con gli iraniani e con esperti di Medio Oriente. Sui media italiani, specie nei dibattiti televisivi, il confronto di politica interna ed estera diventa spesso una questione di tifoserie.
Non si fanno intervenire gli esperti dell’area e tantomeno viene ascoltata l’opinione degli abitanti del Paese di cui si dibatte (gli espatriati non mancano neppure in Italia).
Così l’assalto al petrolio iraniano e la fine del regime degli ayatollah, voluti dal presidente degli Usa Donald Trump, diventa come una partita di calcio, con opinioni insostenibili e non attinenti la realtà.
Africa ExPress ha scelto di sentire una esperta, iraniana di nascita, Farian Sabahi, già nota ai nostri lettori giacché abbiamo pubblicato vari suoi articoli. Opinionista, giornalista, professoressa associata in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria, autrice di “Storia dell’Iran 1890-2020” (Il Saggiatore 2020), “Noi donne di Teheran” (Jouvence, edizione aggiornata 2022), “Alla corte dello scià” (Ibis 2025).
La giornalista e studiosa Farian Sabahi, autrice di “Alla corte dello Scià”Sabahi ha sempre una visione precisa e dettagliata della situazione iraniana, non di parte. La sua libertà di idee la rende spesso bersaglio di insulti e minacce.
Africa Express:Ormai è chiaro che la repressione è una strage con migliaia di morti in diverse città iraniane. Molti iraniani espatriati pensano che sia la fine del regime. E’ davvero così?
Farian Sabahi: Come hanno spiegato altri autorevoli analisti, la Repubblica islamica cadrà nel momento in cui non potrà più contare sull’appoggio dei militari. Alla luce del massacro delle scorse settimane, mi sembra di capire che i militari siano allineati con la loro leadership.
Iran, ricco di giacimenti di petrolio e gas
Afex:A differenza del Venezuela per eliminare il governo islamico non basta catturare l’ayatollah. Ci sono migliaia di persone coinvolte nel regime e decine di congregazioni/associazioni religiose che si spartiscono il potere economico del Paese, la ramificazione dei poteri è estesissima. Si dice che Trump stia trattando con i funzionari governativi. È davvero possibile una transizione politica con un negoziato con gli attuali quadri?
F. S. Ci stanno provando le diplomazie mediorientali, perché l’alternativa è quella militare che farebbe esplodere – ancora una volta – tutta la regione. Mi spiego meglio. Se gli USA e Israele dovessero attaccare l’Iran – e la data indicativa sembra essere la notte tra il 30 e il 31 gennaio, a mercati finanziari chiusi – le autorità iraniane colpirebbero le basi militari statunitensi nella regione. E quindi in Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Iraq. Tutti a tiro di scoppio, vicinissimi e quindi facilmente raggiungibili dai missili fabbricati in Iran.
Donne iraniane
Afex:La soluzione eredi Pahlavi sembra impraticabile. È come se in Italia si dicesse torniamo ai Savoia. In Italia sarebbero contenti solo i pochi monarchici. Anche in Iran i sostenitori della famiglia dello scià sono pochi. Che cosa ne dicono gli iraniani?
F. S. Da quanto ho letto su Haaretz, il quotidiano israeliano di sinistra, in opposizione al governo del premier Netanyahu, le immagini in cui gli iraniani in Iran inneggiano al principe Pahlavi sarebbero state create dall’intelligenza artificiale. Gli slogan in suo favore sono molto più numerosi nella diaspora che in Iran. Si tratta di una campagna mediatica in cui il principe viene appoggiato da Israele, tant’è che nelle sue apparizioni su Instagram ha dichiarato che come prima cosa, dovesse cadere il regime e guidare lui la transizione, riconoscerebbe lo Stato di Israele.
La questione è questa: riconoscere lo Stato di Israele, che ha aggredito l’Iran a giugno 2025, è una priorità per gli iraniani in Iran? Onestamente, non credo proprio. Inoltre, nei giorni scorsi il principe ha auspicato il bombardamento dell’Iran, di quello che dovrebbe sentire come il suo Paese: un’assurdità.
Detto questo, il cognome Pahlavi evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali ed economiche degli anni Sessanta e Settanta, le torture inflitte dalla polizia segreta dello scià (la terribile Savak, addestrata da US e Israele), e l’asservimento a Londra e Washington.
Nel caso del principe, l’asservimento è anche nei confronti di Israele, visto che è andato a baciare la mano di Netanyahu. Paradossalmente, lo scorso fine settimana nelle manifestazioni a Londra c’erano più bandiere di Israele che bandiere monarchiche.
Afex:È davvero scemato il consenso anche delle classi popolari al governo islamico con l’inflazione galoppante? Oppure per molti prevale la paura e restano chiusi in casa?
F. S. Onestamente non ho idea, l’Iran è un Paese grande cinque volte e mezza l’Italia, con 92 milioni di abitanti. Anche se fossimo in Iran, sarebbe difficile fornire risposte univoche. In ogni caso non è stata solo la crisi economica a scatenare le recenti proteste iraniane che in prima battuta hanno preso di mira proprio il governo del presidente Pezeshkian, in carica da 18 mesi, e non il leader supremo.
Il governo aveva promesso uno sviluppo economico in aree marginali, ma non ha mantenuto la parola. Appena sono scoppiate le proteste, sia il presidente sia il leader supremo avevano dato ragione al popolo e non c’era stata repressione.
Detto questo, l’inflazione ha superato il 40 per cento e, nel caso delle derrate alimentari, ha toccato il 72 per cento annuo (calcolato dal 21 dicembre 2024 al 21 dicembre 2025). La crisi è dovuta alla pessima gestione della cosa pubblica, alla corruzione e alle sanzioni internazionali che limitano le esportazioni di greggio a soli 1,77 milioni di barili al giorno.
Per far fronte alle difficoltà economiche, le autorità della Repubblica islamica hanno promesso di aumentare sia gli stipendi dei dipendenti pubblici (dal 20 al 40 percento) sia i sussidi in contanti alle famiglie a basso reddito. Si tratta di misure che dovrebbero entrare in vigore nell’anno persiano 1405, che inizia il prossimo 21 marzo.
Misure che il governo del presidente Masoud Pezeshkian aveva già presentato al Parlamento il 23 dicembre 2025, e quindi cinque giorni prima che i negozianti del bazar di Teheran chiudessero le serrande in segno di dissenso. In ogni caso, aumentare i sussidi non farà che incrementare l’inflazione.
Le riforme previste dal governo Pezeshkian non includono soltanto l’elargizione di sussidi, peraltro irrisori, ma anche un aumento degli introiti fiscali dell’80 percento: coloro che guadagnano l’equivalente di oltre 277 dollari non pagano la tassa sul reddito, mentre coloro che hanno entrate superiori a 927 dollari mensili versano allo Stato il 30 per cento.
La novità del budget del prossimo anno persiano (dal 31 marzo 2026) è l’incremento dell’IVA, che passerà dal 10 al 12 per cento: a esserne colpiti saranno i consumatori finali di prodotti considerati di lusso, ma non coloro che si limiteranno a consumare i prodotti alimentari di base (riso, latte, farina, ecc).
Il Qatar è una piccola penisola che spunta dall’Arabia Saudita ed è di fronte all’Iran
Afex:Le proteste, nonostante la violenza e gli omicidi, sono uno dei sintomi della vitalità della ribellione sempre viva nella società iraniana nonostante violenze, morti, torture. Le donne prendono parte attiva a questo tam-tam e attivismo che non conosce censura. Pensi che possa formarsi un governo partendo dalla società civile? Ci sono progetti politici che nascono dal basso?
F. S. Come ho già detto, finché i militari e i paramilitari sono dalla parte delle autorità della Repubblica islamica, non ci potrà essere alcun cambiamento. Tutt’al più ci sarà, prima o poi, il passaggio del testimone dagli ayatollah ai pasdaran. E quindi una repubblica islamica in mano ai militari. Stile Egitto e Pakistan, quindi in linea con quello che un certo Occidente auspica.
Afex: La censura del governo blocca internet dall’8 gennaio e ha messo le mani anche su VPN e altri sistemi di comunicazione nella rete. Il potere minaccia di creare un network solo interno con autorizzazioni speciali per comunicare con l’esterno. È l’ennesima prova di debolezza di un regime?
F. S. Le autorità della Repubblica islamica hanno dimostrato a più riprese la loro debolezza. Credo che il blocco della rete sia invece la prova di una certa alleanza con Mosca, che ha fornito gli strumenti per bloccare la rete e pure Starlink.
Afex:Il film di Jafar Panahi Yektasadof-e sadeh tradotto in italiano “Uno strano incidente”, in qualche modo sembra dire che la società civile è pronta a perdonare i quadri bassi che hanno aderito al governo islamico, la loro appartenenza. “lo faccio solo per nutrire la mia famiglia – dice il carceriere – Chiedo scusa, chiedo scusa”. Finito il regime, dal film si può immaginare che non ci sarà un processo di Norimberga. Che cosa ne pensi?
F. S. Ritengo sia invece fondamentale ipotizzare fin d’ora una commissione di riconciliazione nazionale, per evitare una pericolosa resa dei conti. Il modello a cui guardare è il Sudafrica nel dopo apartheid. Al momento non ho però sentito nessun leader dell’opposizione all’estero – né il principe Pahlavi né Maryam Rajavi, a capo dei mojaheddin del popolo – avanzare questa ipotesi.
Afex:Non sfugge che a manovrare ci sia anche Israele, l’eterno nemico dell’Iran; che gli Stati del Golfo siamo preoccupati di un eventuale abbattimento del regime, ancorché sunniti; che il petrolio iraniano con l’embargo veniva venduto soprattutto alla Cina e alla Russia e quindi un’eventuale sovversione del regime in salsa USA serva a tagliare anche risorse a Cina e Russia. Insomma, l’Iran è un tassello del piano Trump sul mondo. Gli iraniani che cosa dicono di eventuali interventi stranieri nel loro Paese pur per far finire un regime certo odioso ai più?
F. S. L’impressione è che vi sia un ampio divario tra gli iraniani in Iran e gli iraniani nella diaspora. Coloro che vivono in Iran non vogliono ovviamente essere bombardati, mentre una parte della diaspora – incluso il principe Pahlavi – auspica il cambio di regime anche a costo di un bombardamento israeliano e statunitense. Vi sono iraniani in Italia che hanno paragonato un possibile bombardamento dell’Iran all’operazione statunitense per liberare l’Italia durante la Seconda guerra mondiale. Uno scenario apocalittico.
Afex:Secondo il Mossad, alle proteste partecipano anche agenti israeliani con la collaborazione degli americani. È credibile?
F. S. È assai probabile perché è stato lo stesso Mike Pompeo, ex capo della Cia, a scriverlo sui social, ed è stato un ministro israeliano ripreso dall’account middleastmonitor.
Afex:Che cosa potrebbe fare la comunità internazionale per aiutare gli iraniani in Iran?
F. S. Potrebbe sembrare una provocazione, ma sono più di trent’anni che mi occupo di Iran come giornalista e accademica. Ho viaggiato in lungo e in largo in tutto il Medio Oriente. Ho memoria della povertà della popolazione irachena al tempo di Saddam Hussein, quando l’Iraq era sotto sanzioni internazionali. E ritengo che, a questo punto, dopo vent’anni di sanzioni internazionali, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025, dopo le minacce del presidente americano Donald Trump di attaccare Teheran per poi far marcia indietro, l’unica soluzione sia mettere fine al regime sanzionatorio. Soltanto così la popolazione iraniana potrà tornare ad avere una vita dignitosa e riprendere le forze per rovesciare, motu proprio, un regime che per anni ha negato i suoi diritti.
Manifestazione a Washington contro l’assalto all’Iran voluto da Trump
Afex: E per aiutare le donne iraniane, che cosa può fare la comunità internazionale?
F. S. In una società patriarcale come quella iraniana, il capo famiglia è il marito, come lo era d’altronde in Italia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Inoltre, secondo il codice islamico, è il marito a dover mantenere la moglie e i figli. In questo contesto, quando c’è crisi economica i datori di lavoro licenziano dapprima le donne, cercando di salvaguardare i posti di lavoro degli uomini. Di conseguenza, in questi vent’anni di sanzioni internazionali in Iran il tasso di occupazione femminile è diminuito. Paradossalmente, le ragazze sono però i due terzi della popolazione universitaria e i due terzi dei laureati. Anche per aiutare le donne iraniane, togliere le sanzioni sarebbe opportuno.
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