Special for Africa ExPress The refugees from Negad detention centre Djibouti
Nairobi, 21 January 2014
The detained people in Negad refugees camp in Djibouti (the majority of them are from Eritrea) wrote this appeal to Africa ExPress. The people detained in the camp (120 refugees) escaped from one of the most terrible and authoritarian regime in the world, described by many organizations as an hell. This message that we publish is coming from inside the prison and has been sent to us under very difficult and eventful means. The people who sent us this story asked us to share widely. Africa ExPress
Nostro Servizio Particolare Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2014
La Nigeria è una confederazione di 36 stati; i cristiani rappresentano il 40 per cento della popolazione, i musulmani il 50 per cento, mentre gli animisti il 10 per cento. Molto spesso i vari gruppi religiosi sono in lotta tra loro. Migliaia di morti ogni anno (vedi anche nostri articoli su africa-express.info: Boko Haram e altre guerre di religione), ma questa volta sono tutti – o quasi – d’accordo: il 90 per cento della popolazione nigeriana – secondo un sondaggio – è contraria alle unioni tra persone dello stesso sesso.
Forte dell’opinione pubblica, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha firmato le nuove draconiane norme anti-gay nei giorni scorsi. “Questa legge è in linea con ciò che il nostro popolo ha espresso. Rappresenta i nostri credo religiosi, i nostri valori e la nostra cultura”, conferma Reuben Abati, portavoce del presidente.
La corruzione sfrenata è endemica nel Paese, ma il presidente non ci pensa neanche a varare una legge che possa severamente punirla. No, la priorità sono le norme per colpire gli omosessuali, mentre il Paese è governato da una classe politica rapace quanto imbelle.
Amensty Internatonal ed altri gruppi che operano nella difesa dei diritti umani hanno subito preso posizione. E’ una legge discriminante che porta conseguenze catastrofiche per gay, lesbiche, bisessuali, trans. La legge prevede fino a 14 anni di detenzione per coloro che contraggono unioni dello stesso sesso anche all’estero e 10 anni per coloro che sono iscritti ad associazioni gay o mostrano la loro “diversità” in pubblico.
Anche il segretario generale dell’ONU Ban-Ki-Moon ha espresso le sue preoccupazioni a proposito delle leggi anti-gay nigeriane e sottolinea che la minoranza dei cittadini con preferenze sessuali diverse sono a rischio di non poter usufruire dei diritti civili essenziali.
La polizia dello stato del Bauchi ha già arrestato 11 uomini gay nelle ultime settimane, come confermato dal capo della commissione per la Sharia, Mustapha Baba Ilea, il quale però sottolinea (bontà sua) che nessuno di questi 11 uomini è stato torturato o picchiato.
Mentre Dorothy Aken’Ova, direttore esecutivo dell’International Centre for Reproductive Health and Sexual Rights, centro che, tra l’altro, da anche assistenza legale agli omosessuali, riferisce che durante il periodo di Natale la polizia ha arrestato quattro uomini, torturandoli, per estorcere nomi di altri, appartenenti a gruppi ed organizzazioni gay.
Non ha dato dettagli sulle torture subite dai detenuti, ma aggiunge che nel frattempo ne sono stati arrestati altri 38 e altri 168 sono ricercati.
La Nigeria è un paese con una forte incidenza di AIDS. I più colpiti sono i cittadini con preferenze sessuali diverse. Con la nuova legge i sieropositivi potrebbero non poter più accedere alle cure essenziali, alla prevenzione, senza essere segnalati.
Siamo tornati al periodo dell’Inquisizione in molti paesi africani. Inquisizione in chiave moderna, i risultati saranno forse anche peggiori.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it twitter @cotoelgyes
Antonio Mazzeo
15 gennaio 2014
Sei milioni e mezzo di euro in nove mesi per addestrare gli uomini della Guardia costiera libica a contrastare le imbarcazioni di migranti in fuga dal continente africano. È quanto è stato stanziato dal governo Letta con i due decreti approvati, rispettivamente, il 5 dicembre 2013 e il 10 gennaio 2014, e che hanno consentito di prorogare la partecipazione delle forze armate e di polizia italiane in missioni operative all’estero.
Dalla Nostra Corrispondente Blessing Akele
Lagos, 18 maggio 2026
Tutto il mondo è in Nigeria, soprattutto quello ricco, elitario e capitalista. Sono presenti, residenti e attivi nelle ambasciate, nelle organizzazioni filantropiche e in tutti i piú relivanti settori strategici dell’economia del Paese.
Storicamente, oltre aicolonizzatori inglesi, c’erano anche famiglie indiane e libanesi impegnate in diversi settori, dall’insegnamento alle imprese e industrie.
Tra queste, la più antica è la famiglia del libanese, Mohammed El-Kahlil, approdato in Nigeria nel lontano 1926, un secolo fa, su consiglio di una coppia libanese al ritorno dalla ex colonia britannica: “Devi andare in Nigeria, troverai oro in ogni angolo delle vie”, gli dissero.
Evidentemente non se l’è fatto ripetere due volte. Oggi, la famiglia El-Kahlil gestisce un’industria miliardaria di beveraggio, guidata dal figlio, Faysal El-Kahlil, dopo la morte del padre. Produce la popolare 7Up, la bevanda concorrente di Spirit e Coca-Cola in Nigeria.
Comunque, la famiglia libanese-nigeriana che ci tiene impegnati oggi è quella di Gilbert Chagouri. Un altro libanese che ha trovato l’oro non ad ogni angolo delle vie ma ad ogni passo.
Chagouri Gilbert, 80enne, è vicino al presidente Bola Ahmed Tinubu. È attivo nel Paese da 60 anni circa ed è a capo della società Chagouri Group of Companies.
La sua storia imprenditoriale in Nigeria è emersa in seguito di una lettera-denuncia inviata ai governi Occidentali da un cittadino Nigeriano-Svedese, Kio Amachree, figlio di un ex rappresentante governativo, residente a Stoccolma.
Kio Amachree, ha denunciato una serie di appalti che Chagouri si sarebbe aggiudicato dal governo nigeriano senza gare, oltre alle concessioni generose e contratti importanti stipulati tra i quali:
1. un appalto da 12 miliardi di euro circa (12.7 USD), per la costruzione dell’autostrada costiera Lagos – Calabar di 700 km circa. 2. concessione 45ennale della gestione del terminal del Porto di Snake Island – Lagos 3. contratto di rinnovo dei Porti Tincan e Apapa – Lagos, per 700 milioni di dollari.
Il sistema capitalistico si completa con l’inserimento dei progeni nei CDA ed è così che il nepotismo si conclama. I pargoli di Tinubu e Chagouri, Seyi Tinubu e Roland Chagouri, siedono nel Consiglio d’Amministrazione della società autostradale; si ritrovano insieme Nella CDA di CDK Integrated Industries; sono direttori di società Offshore delle Isole Britanniche. Mentre Seyi Tinubu, è pure al centro di polemiche a Londra, per quanto riguarda una causa immobiliare di 10 milioni di dollari (circa 8 milioni 600 mila sterline).
Kio, nella sua lettera ha anche sottolineato l’aspetto criminale dei due denunciati Tinubu e Chagouri. Si dice che il primo sia un ex trafficante di droga, sicuramente, corrotto, l’altro, invece, un riciclatore di denaro sporco sin dai tempi del despota militare Sani Abacia morto nel 1997, corrotto e sospettato finanziatore di Hezbollah.
La corruzione è l’elefante che contraddistingue le attività degli stranieri in Nigeria ed impedisce la nascita di un’altra dinastia economica a danno della popolazione stremata. Suggerendo sanzioni alla Francesca Albanese per Chagouri e alla Putin per Tinubu.
Preoccupato per le sorti della patria dalla lontana Svezia, a Kio Amachree è sfuggito il fatto che, i governi occidentali ai quali si è rivolto sono beneficiari nonché utilizzatori finali degli affari denunciati.
Occorre tener conto che il governo guidato da Tinubu ha stipulato contratti sciagurati nei settori di petrolio e gas con i governi americano e europei (la Francia in particolare). Davanti a questi, quelli di Chagouri spariscono per tenuità economica e gravità politica, in quanto si tratta di grandi volumi di merce che ammontano a 50-70 miliardi di dollari, per anno.
Quelli che possono risolvere i problemi socio economici del sistema marcio, stanno in Nigeria. E sono i nigeriani stessi.
L’anno prossimo nel Paese sub sahariano ci sono le elezioni politiche e sarà un’altra occasione per i nigeriani di dare impulso al cambiamento urgente e necessario della classe politica.
Siccome, è già noto quale sarà il risultato del voto, per ovviare al possibile disordine sociale, perché la pressione è alta, sarebbe auspicabile un governo transitorio con precisi compiti riformatori e di pulizia della pubblica amministrazione e guidato da una figura tecnica.
La personalità tecnica che occorrerebbe per un siffatto incarico, è quella specchiata, di etica professionale irreprensibile, di carattere solido, capace di politiche e provvedimenti pubblici robusti e colto. Nel panorama dei papabili c’è già qulacuno. Ed è l’ex Governatore della Banca Centrale Nigeriana, Sanusi Lamido Sanusi, attuale Emiro di Sokoto. A suo tempo fu rimosso dal suo posto dall’ex presidente Goodluck Jonathan perché, gli disse: “No, non puoi”.
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Ci risiamo, ebola si è nuovamente risvegliato nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente nel nord-est del Paese, nella provincia di Ituri. Lo ha annunciato ieri L’Africa CDC (Africa Centres for Disease Control and Prevention), agenzia dell’Unione Africana (UA) con sede a Addis Abeba (Etiopia), principale ente di sanità pubblica del continente. Secondo CDC i morti collegati al micidiale virus sarebbero 88, mentre i casi sospetti colpiti dall’infezione sarebbero 336.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha confermato la notizia, sottolineando che finora sono stati registrati già 80 decessi. Anche nella vicina Uganda è morta una persona colpita dall’infezione. Si tratta di un congolese di 59 anni, deceduto in un ospedale di Kampala. Finora non ci sarebbero altri casi nel Paese.
Questa mattina OMS ha classificato il virus come un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, il secondo grado di allerta più elevato.
Nessun vaccino
Diversi campioni analizzati nell’Istituto Nazionale di Ricerche Biomediche di Kinshasa (INRB) hanno evidenziato la presenza del ceppo Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007.
Finora per questo ceppo non è disponibile alcun vaccino, che attualmente esiste solamente per quello Zaire.
17esima epidemia di ebola in Congo-K
La provincia di Ituri è situata al confine con l’Uganda e il Sud Sudan. La regione è ricca di giacimenti auriferi e è caratterizzata da intensi movimenti di persone legati all’attività mineraria.
Terroristi islamici e gruppi armati
Inoltre, l’accesso ad alcune aree della provincia, teatro di violenze e aggressioni perpetrate da una miriade di gruppi armati, risulta difficile per motivi di sicurezza.
I miliziani di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo Stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili, hanno nuovamente ripreso i loro attacchi dallo scorso 5 maggio.
Mentre proseguono le analisi e le squadre dell’OMS e dell’ONG Medici Senza Frontiere (MSF) inviate nelle zone colpite, cercano ancora di valutare i rischi. “Da alcune settimane, il comune di Mongbwalu ha registrato una serie di decessi, con almeno cinque o sei morti al giorno per le strade”, ha riferito un abitante di Mongbwalu (città nel territorio di Djugu), contattato telefonicamente da AFP. Dunque i primi funerali si sono già svolti senza le necessarie precauzioni.
E le autorità della Salute pubblica provinciale non escludono che il virus era già in circolazione dallo scorso aprile.
Mongbwalu, focolaio dell’attuale epidemia, dista solamente 80 chilometri da Bunia, capoluogo della provincia. Tuttavia, per motivi logistici risulta difficile raggiungere questo comune al centro del distretto minerario di Kilo-Moto.
Il ponte Nizi, che collega la città con il principale asse stradale è crollato nel novembre 2025 e non è mai stato ricostruito. Al momento esiste solo una struttura provvisoria, difficilmente percorribile da grossi camion. Anche l’aerodromo di Mongwalu non è più operativo.
Sepolture speciali
Le salme dei morti di ebola necessitano di specifiche sepolture, secondo i protocolli dell’OMS. Dunque niente funerali tradizionali, perché le persone che lavano il cadavere, possono infettarsi facilmente, visto che la trasmissione avviene tramite i fluidi corporei del malato. Il virus non muore con la persona, continua la sua attività. E’ necessario l’intervento di una equipe specializzata, che avvolge il corpo della persona deceduta per ebola in un sacco e portarlo via.
Ebola è spesso mortale nonostante i recenti vaccini (per il ceppo Zaire) e trattamenti. La febbre emorragica è altamente contagiosa e ha causato 15.000 morti in Africa negli ultimi cinquant’anni.
Ebola endemica in Congo-K
La grave febbre emorragica è endemica nella ex colonia belga, dove periodicamente si ripresenta. La prima epidemia di ebola scoppiò nel Paese il 26 agosto 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.
Congo-K: valle del fiume Ebola
I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.
Il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi, durante una visita all’ospedale Lacor a Gulu, in Uganda, colpita da un’epidemia di ebola nel 2000
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Speciale per Africa ExPress Emanuela Ulivi
16 maggio 2026
Stando ai dati di Human Rights Watch pubblicati a gennaio scorso, nel 2025 in Arabia Saudita sono state giustiziate “almeno” 365 persone, in aumento rispetto alle 345 del 2024. La maggior parte per reati legati a droghe non letali, 98 riguardavano l’hashish. Diversi i condannati per reati commessi in minore età, nonostante le leggi internazionali e la Carta Araba dei Diritti umani, ratificata dal regno saudita, obblighino i Paesi nei quali è in vigore a ricorrere alla pena di morte solo per i crimini più gravi e in circostanze eccezionali.
Incarcerazioni arbitrarie di attivisti, dissidenti e blogger, repressione sistematica della libertà di espressione, processi condotti senza garanzie, completano il quadro poco edificante dei diritti umani nella monarchia del Golfo, anche se sono stati compiuti dei passi verso la modernizzazione, funzionale al piano Vision 2030 del principe Mohammed bin Salman per diversificare l’economia riducendo la dipendenza dal petrolio.
Arabia Saudita: stop alle esecuzioni
Ma pur rimanendo lontana dagli standard occidentali in materia di diritti, l’Arabia Saudita è un partner strategico dell’Occidente sia dal punto di vista energetico che politico, per il suo ruolo di mediatore e di “attore chiave globale”, come è scritto nella risoluzione del Parlamento Europeo del 16 dicembre 2025 sulle relazioni tra Arabia Saudita e UE, nella quale si sottolinea anche che l’UE è il maggiore investitore estero nel Paese.
Jamal Khashoggi
Eppure, resta come un elefante nella stanza il caso di Jamal Khashoggi, emblematico del rapporto vigente tra diritti umani e realpolitik. Non solo per l’Europa: l’assassinio, barbaro, del giornalista saudita auto esiliato negli Stati Uniti e critico delle politiche del principe dalle colonne del Washington Post, è sfociato nel 2022 negli USA nell’archiviazione delle accuse contro MBS, quale mandante, e, in Turchia, si è risolto nello stop al processo e nel trasferimento della causa a Riad.
I motivi dell’”oblio” si possono facilmente ipotizzare. Oltre al ridisegno in corso delle alleanze in Medio Oriente, da non trascurare il volume degli scambi tra la Turchia e l’Arabia Saudita che ha raggiunto gli 8,5 miliardi di dollari alla fine del 2025. Pochi giorni fa si è tenuta la terza riunione del Consiglio di coordinamento arabo-turco, costituito nel 2016, per rafforzare le relazioni bilaterali.
Negli Usa invece, dopo le frizioni tra il presidente Biden e il principe saudita per il rifiuto dell’Opec di aumentare la produzione di petrolio che sarebbe servita a bilanciare l’aumento dei prezzi del greggio dovuto alla guerra in Ucraina, lo stesso Biden, dopo aver definito l’Arabia Saudita un “Paese paria” per i diritti umani e nonostante le inchieste della CIA e dell’ONU sulle implicazioni del principe nell’omicidio di Khashoggi, ha incontrato a luglio 2022 il delfino saudita a Gedda, portando a casa l’aumento del 50 per cento della produzione del petrolio.
Ricuciti i rapporti, nel 2025 Mohammed bin Salman ha messo sul tavolo della Casa Bianca mille miliardi di dollari di investimenti in partnership con gli USA. E secondo quanto riportato dal Times of Israel il 12 maggio scorso, nella guerra di quest’anno con l’Iran, l’Arabia avrebbe condotto degli attacchi aerei in Iran in risposta a quelli della Repubblica Islamica sui siti sauditi, come avrebbero fatto anche gli Emirati Arabi Uniti.
L’Egitto
Altrettanto rappresentativo è il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito il 25 gennaio 2016 al Cairo. Il suo corpo martoriato dalle torture è stato ritrovato per strada alcuni giorni dopo. Nelle carceri egiziane, secondo quanto riferito a gennaio dalla rivista Nigrizia, sono detenuti oltre 60mila prigionieri politici e proseguono le sparizioni forzate. Migliaia negli ultimi anni. Casi come quelli di Patrick Zaki, arrestato nel 2020 e rilasciato nel 2023 a seguito di una lunga trattativa, o di Alaa Abdel Fattah, uno dei simboli delle proteste di piazza Tahrir rientrato nel Regno Unito dopo una travagliata battaglia legale, sono solo quelli più noti.
La famiglia di Giulio Regeni
Ad oggi, mentre i genitori di Regeni chiedono giustizia, il Cairo continua a fare ostruzionismo.
Subito dopo l’assassinio del giovane, l’Italia ha ritirato l’ambasciatore, ma nel 2017 ne ha nominato un altro, in nome della normalizzazione. Troppi gli interessi in ballo. Uno è l’energia. Scoperto nel 2015 il giacimento di gas di Zohr, a nord di Port Said nell’area di Shorouk, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo, con di 850 miliardi di metri cubi di gas stimati, ad aprile 2026 l’ENI ha annunciato la scoperta di un altro giacimento, il Denise W 1, con una capacità di 56 miliardi di metri cubi di gas e 130 milioni di barili di condensati, destinati a soddisfare la crescente domanda interna di energia dell’Egitto.
ENI è inoltre presente nel Paese attraverso progetti di sviluppo e produzione di idrocarburi nei giacimenti di Nooros, Baltim W e Meleiha, e nel settore della raffinazione per la distribuzione di prodotti derivati dal greggio. Partecipa all’impianto di liquefazione del gas naturale di Damietta, collabora alla crescita e alla decarbonizzazione del settore energetico del Paese e agli studi per avviare la produzione di idrogeno.
Altro settore cruciale è quello degli armamenti. Nel 2020, le commesse per 9 miliardi di euro di forniture al regime del generale Abdel Fattah al-Sisi – al potere dal 2013 dopo un colpo di Stato – dei sistemi militari italiani più moderni, sollevarono le proteste di varie associazioni, considerato che una legge italiana vieta esplicitamente l’esportazione di armi in Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
Dal 1° al 4 dicembre si è tenuta al Cairo EDEX, la grande Expo della difesa. Ospiti Leonardo, indicato come “leading brand” della manifestazione e Fincantieri, gold sponsor, insieme a CEIA(specializzata in metal detector), ELT Group (difesa elettronica) e Panaro, che produce contenitori per il trasporto di armamenti. Negli anni l’Italia ha venduto all’Egitto anche armi piccole e leggere usate forse anche a scopo repressivo.
E poi l’immigrazione. Nel 2024 l’UE ha firmato una partnership strategica da 7,4 miliardi di euro di aiuti all’Egitto fino al 2027, per cooperazione economica, energia e controllo dei flussi migratori, sostenuta fortemente dall’Italia. Secondo le Nazioni Unite sono 480mila i richiedenti asilo e i rifugiati in Egitto in fuga da Gaza e dal Sudan: potenziali migranti, ai quali potrebbero aggiungersi le migliaia di oppositori del regime egiziano in fuga verso l’Europa.
Il Golfo
Nei Paesi del Golfo molti oppositori e difensori dei diritti umani sono in galera. Il rapporto 2026 di Amnesty International registra nei singoli Paesi violazioni della libertà di espressione, dei diritti degli immigrati, delle donne, dell’infanzia, delle persone LGBT+, del diritto ad un ambiente salutare, limitazioni della libertà di stampa, pena di morte, detenzioni arbitrarie. Con questi Paesi l’Unione Europea intrattiene relazioni da lunga data. Risale infatti al 1989 l’accordo di cooperazione tra UE e Consiglio di Cooperazione del Golfo, per le relazioni economiche, i cambiamenti climatici, l’energia, l’ambiente e la ricerca. Successivamente è stato istituito un Consiglio congiunto a livello di ministri degli Esteri, che nel 2022 ha approvato un programma di cooperazione fino al 2027.
Consiglio di Cooperazione del Golfo
La prima riunione tra UE e CCG si è tenuta nel 2024, una seconda è prevista quest’anno in Arabia Saudita a settembre. I rapporti tra UE e CCG si sono intensificati dopo la guerra in Ucraina e la crisi delle forniture energetiche. Il 16 maggio scorso si è tenuto anche il primo Forum Europa-Golfo, che ha riunito istituzioni e imprese a Navarino, in Grecia.
Il capitolo del rispetto dei diritti umani, con questi Paesi è per lo più rimesso al dialogo.
L’Iran
L’unico paese del Golfo verso il quale l’UE ha comminato sanzioni è l’Iran, contro il programma nucleare, il sostegno alla Russia e ai gruppi armati in Medio Oriente, per la repressione interna delle manifestazioni degli oppositori al regime. Si aggiungono a quelle degli Stati Uniti che risalgono all’assalto degli studenti iraniani all’ambasciata americana a Teheran nel 1979 e sono proseguite pesantemente negli anni fino ad oggi.
Nel 2025 l’Iran ha giustiziato un numero altissimo di persone, almeno 1639 secondo Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, il 68% in più rispetto al 2024. Nessuno finora è riuscito a stabilire il numero esatto dei morti nelle proteste del 2025 e del 2026; le cifre oscillano tra alcune centinaia a decine di migliaia.
Anche quest’anno sono già decine le esecuzioni di manifestanti arrestati nei mesi precedenti e di “spie” a servizio di Israele e del Mossad. Dopo gli attacchi di Israele e USA nel giugno 2025 e del 28 febbraio scorso, la repressione si è fatta ancora più dura e capillare per impedire sollevazioni da parte della popolazione iraniana, che sia Trump che Netanyahu avevano sollecitato per rovesciare il regime.
L’Europa ha votato sanzioni contro 263 persone e 53 entità iraniane per violazione dei diritti umani: “L’UE ha più volte condannato le gravi violazioni dei diritti umani in Iran, comprese la morte della ventiduenne Mahsa Amini, avvenuta nel settembre 2022 mentre si trovava in stato di fermo di polizia, l’esecuzione di persone con cittadinanza sia dell’UE che dell’Iran nel 2023 e nel 2024, la detenzione di difensori dei diritti umani, tra cui la vincitrice del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, e le vittime delle proteste del gennaio 2026. L’UE sostiene le aspirazioni fondamentali del popolo iranianoa un futuro in cui i diritti umani universali e le libertà fondamentali siano rispettati, protetti e onorati”.
Secondo l’Occidente, la Repubblica Islamica inoltre non deve avere un’arma atomica che potrebbe non avere solo scopi civili. Il 26 giugno 2025 l’Unione europea ha ribadito perentoriamente “la propria determinazione relativamente al fatto che non si dovrà mai permettereall’Iran di procurarsi un’arma nucleare e ha ricordato gli impegni assunti dall’Iran a tale riguardo nonché i suoi obblighi internazionali”.
Intanto l’Arabia Saudita, a settembre 2025, dopo l’attacco israeliano al Qatar contro funzionari di Hamas, ha firmato un accordo di mutua difesa col Pakistan, uno dei nove Paesi al mondo che possiedono la bomba nucleare, e a febbraio di quest’anno, mentre minacciava l’Iran di nuovi attacchi, sempre a motivo dell’uranio arricchito, Trump ha presentato al Congresso americano una bozza di accordo con l’Arabia Saudita sul nucleare civile, che prevede l’arricchimento dell’uranio da parte dei sauditi, sotto il controllo ONU e dell’AIEA. Anche se il principe MBS ha già fatto sapere che se l’Iran avrà l’atomica anche l’Arabia dovrà averla.
A febbraio 2026 l’UE ha aggiunto all’elenco dei soggetti terroristici il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. A marzo i ministri di UE e CCG hanno “condannato fermamente gli attacchi ingiustificabili dell’Iran contro i Paesi del CCG, attacchi che minacciano la sicurezza regionale e globale, e hanno invitato l’Iran a porvi immediatamente fine”. Viceversa, nessuna condanna per l’attacco di Israele e Usa all’Iran, non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ritenuto da più parti in violazione del diritto internazionale.
Nessuna sanzione europea a Israele, se non quella di pochi giorni fa contro i coloni violenti in Cisgiordania e alcuni membri di Hamas. Niente contro il governo di Netanyahu e Gallant, sui quali pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, né sulla guerra di Israele a Gaza o sull’invasione del Libano. Niente nemmeno sull’assalto alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali. La Russia che ha attaccato l’Ucraina, è stata al contrario oggetto di ripetute sanzioni e di ostracismo in tutti gli ambiti.
Dopo Biden, l’UE ha una partita in corso con Trump: sui dazi, la Groenlandia, la NATO. Adottare standard differenziati in ossequio alla realpolitik potrebbe rivelarsi per l’Europa molto rischioso per la sua stessa sopravvivenza. Come potrebbe esserlo per l’America di Trump e i suoi alleati, che sostituendo la forza al diritto e ai diritti non hanno finora portato la stabilità promessa.
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14 maggio 2026
Vivere a Bamako, la capitale del Mali, non è proprio semplice in questo periodo. Per ora il cibo non manca, anche se i prezzi di alcuni generi alimentari sono aumentati parecchio, come quello della carne. Ma con l’avvicinarsi del Tabaski (festa del sacrificio, ndr) questo non è un fatto del tutto insolito, in particolare per quanto concerne i montoni, cibo tradizionale durante questa festività.
Blocco stradale dei jihadisti in Mali
Dopo il blocco stradale imposto da INIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato a al-Qaeda) il 28 aprile scorso, tre giorni dopo la maxi offensiva degli estremisti islamici e gli indipendentisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), i trasporti e gli spostamenti delle persone, i viaggi in genere sono complicati e complessi.
Ciò che rende la quotidianità dei residenti di Bamako difficile sono le prolungate interruzioni di corrente elettrica. Anche l’approvvigionamento idrico è diventato complicato perché è stato imposto un limite ai consumi. Nei prossimi giorni sarà ancora peggio, dato che le temperature dovrebbero superare i 40 gradi, secondo le previsioni meteo. Sta di fatto che la gente è confusa, non sa ciò che sta realmente succedendo nel Paese e è preoccupata per quanto potrebbe accadere nel prossimo futuro.
Sabotaggi infrastrutture elettriche
Si parla di sabotaggi a infrastrutture elettriche collegate alla diga di Manantali, nella regione di Kayes. Fatti avvenuti venerdì scorso e confermati da residenti e da alcune fonti della sicurezza del Mali. Ovviamente il comunicato di sabato dell’azienda pubblica Énergie du Mali (EDM) è stato piuttosto scarno. Ha semplicemente segnalato “un incidente verificatosi sulla rete di trasmissione dell’energia”, causando l’interruzione elettrica in diverse località.
Nessun accenno da parte dell’esercito per quanto riguarda i sabotaggi sulla linea elettrica. I militari hanno fatto sapere di aver effettuato attacchi aerei a Gao contro i terroristi.
Incendiati camion e auto private
Tra sabato e domenica i miliziani di JNIM hanno incendiato camion e macchine tra Ségou e Bamako. Ma prima di dare fuoco ai mezzi, hanno fatto scendere autisti e passeggeri.
Malgrado il blocco stradale dei terroristi, i militari sono riusciti a far passare un centinaio di camion cisterna con carburante. Infatti attualmente la benzina non manca a Bamako, mentre il diesel resta praticamente introvabile.
Anche se gli estremisti islamici stanno avanzando, l’esercito maliano, supportato da Africa Corps (mercenari russi gestiti direttamente da Mosca) controlla ancora completamente il sud del Paese, cioè nessuna area è occupata dai terroristi. La questione si complica nel nord, dove i ribelli dell’Azawad in collaborazione con JNIM hanno conquistato Kidal.
Raid aerei Kidal
Secondo quanto riferito da AFP, nella notte tra mercoledì e giovedì l’esercito maliano (FAMa) avrebbe lanciato diversi attacchi aerei sulla città, roccaforte dei ribelli di FLA. Il raid avrebbe distrutto un’abitazione nei pressi di un vecchio mercato, mentre un’altra bomba avrebbe scavato un cratere nel cortile del governatorato. FAMa ha avvertito che “gli attacchi si intensificheranno”.
Militari prigionieri di guerra
Dopo la disfatta dell’esercito e di Africa Corps a Kidal, i mercenari russi avevano negoziato la loro uscita immediata dalla città, grazie alla mediazione di un Paese vicino. Mentre oltre 200 militari di FAMa sono stati catturati dai ribelli dell’Azawad. Tra loro anche alti ufficiali e sottufficiali. “Rilasceremo quanto prima la lista con i loro nomi e gradi”, ha riferito, Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce di FLA.
Soldati maliani prigionieri di guerra dei ribelli tuareg
I soldati maliani sono stati arrestati in diverse occasioni: durante i combattimenti del 25 aprile, ma anche nei giorni successivi. Alcuni sono stati scovati mentre si nascondevano in città tra i civili, altri sono stati raggiunti nel deserto mentre tentavano di fuggire a piedi.
Ramadane ha poi specificato che “sono prigionieri di guerra, non ostaggi. Prima o poi saranno liberati, ma al momento attuale è difficile prevedere quando e a quali condizioni”.
Sempre secondo il portavoce, finora le autorità di transizione del Mali non avrebbero intrapreso alcuna iniziativa per il rilascio dei loro uomini. Dal canto loro FLA ha invitato le ONG internazionali di recarsi a Kidal per verificare le condizioni dei prigionieri di guerra e fornire loro assistenza, soprattutto in ambito sanitario.
Una ventina di soldati maliani sono in mano ai ribelli da tempo. Sono stati catturati nel corso di diversi attacchi tra settembre 2023 e luglio 2024. La famiglia di uno dei soldati detenuti ha confermato a RFI di ricevere regolarmente notizie dal proprio congiunto. Anche due mercenari russi del gruppo Wagner sono tutt’ora in mano a FLA. Sono stati arrestati nel luglio 2024 durante la battaglia di Tinzouatene.
FLA ha precisato chiaramente, che JNIM ha nulla che vedere con i detenuti di guerra. “Sono nostri prigionieri e siamo sempre noi ora a garantire la sicurezza della città” I ribelli hanno escluso categoricamente qualsiasi coinvolgimento dei terroristi dopo l’offensiva del 25 aprile, condotta congiuntamente.
Dopo le dichiarazioni di FLA, JNIM non ha rilasciato alcun commento in merito. Sta i fatto che gli estremisti islamici detengono altri militari maliani in ostaggio, alcuni da parecchi anni. Ma nessuno sa quanti siano realmente. Mentre l’esercito resta in silenzio. Finora non ha rilasciato alcun comunicato su eventuali morti, feriti o soldati fatti prigionieri durante la battaglia di Kidal dello scorso 25 aprile.
Francia nega coinvolgimento
Dal canto suo la Francia, accusata recentemente dal giornale online RTL di sostenere gli ucraini che appoggiano i ribelli dell’Azawad, ha negato categoricamente qualsiasi suo coinvolgimento.
E’ risaputo che alcune unità dei servizi segreti militari ucraini(GUR) sono state impegnate con i ribelli tuareg contro FAMa e i loro alleati russi, i mercenari di Wagner (oggi sostituiti da Africa Cosps).
I fatti risalgono agli scontri di Tinzouatene del 2024 ed è noto che ribelli dell’Azawad sono stati addestrati in Ucraina.
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Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un Paese che non è più giovane. Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello Stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti.
Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i balconi circostanti avevano la loro bandiera, tranne quello della famiglia Lebel, perché loro erano ultraortodossi e non onoravano lo stato sionista. Io provavo per mio padre lo stesso orgoglio che sentivo per la bandiera.
In quegli anni non sapevamo nulla della Nakba (la “catastrofe”, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a lasciare le loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948). Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone.
Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama. La sera uscivamo in strada per festeggiare.
Il giorno dell’indipendenza era l’unico in cui i nostri genitori ci permettevano di stare fuori fino a tardi, senza limiti. Era una festa nazionale.
Senso di colpa storico
Da allora sono passati decenni, e tutto sembra diverso. La parola Nakba è entrata gradualmente nella coscienza pubblica, anche se solo di una piccola minoranza di israeliani. Una minoranza ancora più piccola ha cominciato a provare un senso di colpa storico. Nel frattempo, gli ultimi venti hanno spinto alcuni di noi a vergognarci del nostro Stato.
Mi ci sono voluti anni per capire che i fatti recenti e quelli di un passato lontano non possono essere separati. All’origine del nostro Paese c’è la Nakba. Il giorno in cui festeggiavamo l’indipendenza era il giorno in cui un altro popolo ricordava una catastrofe, lo stesso popolo che abitava queste terre prima di noi. Da allora è legato a doppio filo con il passato. Quello che è cominciato nel 1948 non è ancora finito, neanche nel 2026.
Nakba 1948 e prima
Dalla Nakba a oggi, i princìpi fondamentali seguiti dal sionismo sono rimasti immutati, così come le politiche dei governi israeliani. La Nakba non è mai finita, ha solo cambiato forma. Per quanto sia agghiacciante pensarlo, i valori che 78 anni fa furono la causa della Nakba continuano a rappresentare la base dello Stato ebraico. Gli stessi princìpi, gli stessi obiettivi e gli stessi metodi.
Sopravvivere con la violenza
Israele ormai è una potenza regionale e l’alleato più stretto della prima superpotenza mondiale, ma non è cambiato rispetto a quando era uno stato appena nato: crede ancora di poter sopravvivere con la violenza e solo con la violenza.
Il nostro Paese continua a vedere la potenza militare come l’unica garanzia della sua esistenza e della sua sicurezza, portando avanti una politica basata sul suprematismo ebraico in tutta l’area compresa tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Si presenta come una vittima, una potenza regionale che parla incessantemente di minacce esistenziali.
Gli israeliani sono ancora convinti che la giustizia assoluta sia dalla loro parte, che tutti gli arabi nascano per uccidere e che l’unica cosa a cui pensano le popolazioni del mondo arabo sia gettare gli ebrei in mare. Le stesse convinzioni e gli stessi princìpi del 1948.
Convinzioni religiose
Sotto la superficie, intanto, fermentano convinzioni religiose che in 78 anni sono diventate più forti: dio ha donato questa terra agli ebrei e solo a loro, una promessa biblica che vale come un atto di proprietà e un attestato divino di sovranità anche agli occhi degli ebrei che si definiscono laici.
I princìpi sono rimasti gli stessi, ma alcune cose sono cambiate dall’indipendenza. E molto raramente sono cambiate in meglio.
Il lamento di molti israeliani che oggi rimpiangono il vecchio Israele, quello di prima che il Likud di Benjamin Netanyahu conquistasse il potere, è in gran parte illusorio, un atto di autoinganno. Non è stato Netanyahu a inventare l’occupazione, né è stato il suo partito a introdurre il suprematismo ebraico. Entrambi erano già presenti nel vecchio Israele, nel socialismo del Partito laburista israeliano e nell’“occupazione illuminata”.
Dopo il 1948 e dopo il 1967, il 7 ottobre 2023 ha segnato un altro punto di svolta drammatico. Nei due anni e mezzo che sono passati da quella data, Israele ha eliminato gran parte della leadership regionale, ha invaso e bombardato quasi tutti i Paesi vicini e ha scatenato la sua forza militare senza alcun senso della misura, macchiandosi di crimini di guerra su vasta scala. Eppure nel 78° giorno dell’indipendenza solo pochi israeliani hanno riconosciuto questa realtà innegabile.
Riflessione genuina
A quanto pare nel mio Paese non ci sarà mai una commissione per la verità e la riconciliazione, perché non c’è un desiderio di riflessione genuina, nemmeno a proposito della trasformazione d’Israele in uno Stato paria. Nel discorso pubblico la domanda “perché il mondo ci odia?” viene sminuita come illegittima. La risposta è che il mondo intero è antisemita. Fine del discorso.
Questo è l’umore che è prevalso nel 78° giorno dell’indipendenza.
Israele non è mai stato una vera democrazia. L’anniversario dell’indipendenza è stato un ottimo momento per dirlo chiaramente. L’unico periodo in cui i palestinesi non sono stati sottoposti al dominio militare è durato pochi mesi, tra il 1966 e il 1967. Fino ad allora il controllo da parte dell’esercito si applicava ai cittadini arabi di Israele, mentre in seguito è stato applicato ai territori occupati. Uno Stato con un regime militare permanente non è una democrazia. Punto.
Lo stesso vale per l’apartheid, che non è nato negli ultimi anni ma nei primi giorni dello stato ebraico, con un forte consolidamento dopo l’occupazione del 1967. Lungo tutto il corso della sua storia, prima dell’occupazione del 1967 e sicuramente dopo, Israele non ha mai accettato l’idea che i palestinesi abbiano gli stessi diritti degli ebrei israeliani nella terra compresa tra il Giordano e il mare. Fatto ancora più importante, Israele non ha mai considerato i palestinesi esseri umani al pari degli ebrei. Questa rimane la radice del problema, e nessuno ne parla.
Cambiamento sostanziale
L’unico cambiamento sostanziale emerso negli ultimi anni è che una nuova megalomania israeliana ha sostituito il vecchio spirito del “pochi contro molti” e di Davide (Israele) contro Golia (gli arabi). Questa megalomania ha raggiunto l’apice dopo il 7 ottobre 2023. Oggi gli israeliani sono evidentemente convinti che tutto gli sia permesso. Non riconoscono più alcun limite nell’uso della forza militare o nello sprezzo della sovranità della maggior parte degli Stati della regione.
In questo giorno dell’indipendenza una nuvola nera incombe sul cielo, sempre più scuro d’Israele. La società è spaccata solo su un tema: Netanyahu sì o Netanyahu no. Quasi tutto il resto viene escluso dal dibattito, perché sugli altri temi, a quanto pare, c’è un accordo totale. Non esiste un’opposizione ebraica alla guerra, all’occupazione o all’apartheid.
Gaza preoccupa solo poche persone, così come la Cisgiordania, stravolta brutalmente con la copertura delle guerre recenti. In Cisgiordania, affidandosi alla violenza dei coloni e a un esercito che li sostiene, lo stato ebraico è riuscito a cancellare ogni residua speranza di uno Stato palestinese. Ma anche questo in Israele interessa a pochissimi.
Guerre inutili
Senza un dibattito e di un esame di coscienza, la sensazione è che il cielo sopra Israele stia diventando cupo. Perfino i più striduli propagandisti della destra fascista stanno cominciando a comprendere la portata della minaccia che incombe oggi sullo Stato, dopo che il governo ha aperto troppi fronti bellici senza riuscire in nessuno di essi a raggiungere i propri obiettivi.
Gaza e il Libano non sono storie di successo. Sono guerre inutili e criminali che non hanno portato alcun vantaggio a Tel Aviv, ma soltanto un costo elevato che negli anni potrebbe rivelarsi insostenibile.
Donald Trump, presidente americano a destra e Benjamin Netanyahu, premier israeliano
Gli Stati Uniti si stanno lentamente divincolando dalla stretta di Israele, al punto che Donald Trump potrebbe addirittura voltargli le spalle. In ogni caso il presidente che lo sostituirà tra meno di tre anni, democratico o repubblicano che sia, seguirà sicuramente una politica diversa nei confronti dell’alleato. I giorni in cui Israele aveva in tasca gli Stati Uniti sono finiti, forse per sempre.
Segnale da Washington
Anche l’Europa sta aspettando un segnale da Washington per modificare la sua politica. Il vecchio continente sta esaurendo la pazienza nei confronti di uno Stato occupante, aggressivo e megalomane.
Gli ultimi anni non sono stati positivi, per Israele. Ha continuato a scatenare guerre, a occupare territori e a costringere le persone a lasciare le loro case (oggi i rifugiati in Medio Oriente a causa delle guerre israeliane sono circa sei milioni, e molti non hanno un posto dove tornare), ma così facendo ha compromesso la sua posizione internazionale.
Uno Stato che ha fatto il dito medio a tutte le istituzioni globali, a tutte le risoluzioni, al diritto internazionale e all’opinione pubblica dei Paesi alleati sta andando avanti sulla rotta che porta a un isolamento simile a quello del Sudafrica dell’apartheid. È una traiettoria difficile da modificare.
Gideon Levy
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Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 12 Maggio 2026
Se ti perseguita una dittatura scappi altrove, ma se ti zittisce una presunta democrazia che cosa resta da fare? L’interrogativo aleggia sull’ultimo lavoro della regista e artista iraniana Shirin Neshat, Do U Dare!, Ne hai avuto di coraggio!, a cura di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi, presentato a Venezia a Palazzo Marin a due passi da San Marco, il giorno dell’anteprima stampa della 61esima Esposizione internazionale d’Arte, la Biennale 2026, grazie a Banca Ifis, Ifis Art e l’Associazione Genesi.
In tre video per un totale di 45 minuti, Shirin Neshat, che da sempre esplora il femminile oggi anche con lungometraggi e opere liriche, ripercorre la vita di Nasim Aghdam, iraniana come lei, ma di una minoranza religiosa perseguitata in Iran, e come lei migrata negli Usa dove divenne un’icona del web.
Il cartellone di ‘Do U Dare!’ di Sharin Neshat a Venezia fuori da Palazzo Marin
Neshat fa partire la storia di Nasim da una villetta come tante alla periferia dell’impero, nella contea periferica di Riverside, in California: giardinetto, parcheggio, due piani e il padre perennemente davanti alla tv intento a bersi le verità elargite dal politico di turno.
A sinistra la regista iraniana Shirin Neshat e a destra l’attrice iraniana Pegah Feridoni che impersona la youtuber Nasim Aghdam nell’ultima opera di Neshat ‘Do U Dare!’ alla presentazione in anteprima a Venezia
La migrazione di Nasim è complessa: nata a Urmia nel 1979 da una famiglia di origini azere, Nasim lascia l’Iran da adolescente perché la minoranza alla quale la famiglia appartiene, i Baha’ì, fondata da due iraniani a metà Ottocento, predica la fine della legge islamica, la pace e la libertà delle donne e viene perseguitata dagli ayatollah.
La famiglia nel 1996 scappa negli Usa. Nasim alle prese con la comunità emigrata negli Usa, tra una canzone tradizionale e tanta nostalgia della vera casa, diventa bodybuilder, vegana e con parrucche e lustrini abbraccia una sua nuova identità, ribelle e femminile, lontana dagli stereotipi della donna mediorientale sottomessa al marito o al padre. Online Nasim trova la sua espressione e spopola. Pubblica i suoi video in farsi, inglese e arabo, fa il verso a canzoni famose e diventa una webstar su Facebook e YouTube, attirando milioni di follower.
Uno dei video originali della youtuber iraniana Nasim Aghdam
Fasciata di paillettes o di plastica nera, Aghdam gioca con le proprie forme e con le icone americane e racconta le sue verità: “In Iran ti uccidono con la spada, negli Usa con una piuma”. I video originali scorrono su uno schermo in un angolo a palazzo Marin.
Nel 2008 i Big del web iniziano a filtrare i follower dell’icona iraniana, riducono il traffico dei suoi account, di fatto minano le entrate pubblicitarie. Nasim denuncia, sbraita, ma non ottiene niente.
Shirin Neshat racconta così la disillusione, la fine del sogno americano, lo scotto dell’essere silenziata in una cosiddetta democrazia. Sui tre schermi del terzo video scorrono dollari, presidenti Usa compreso Donald Trump, le ultime guerre che si tratti di Afganistan, Iraq e Guantanamo e un flash dietro l’altro al ritmo rap tra una bomba e un’esplosione e un frame di guerra combattuta anche sui pc, diventa reale la violenza introiettata dalla ragazza iraniana ormai trentanovenne.
Finisce che Nasim il 3 aprile 2018 prende una semiautomatica, va alla sede californiana di Youtube a San Bruno, entra nel parcheggio, inizia a sparare, ferisce alcune persone e si suicida. Neshat non fa vedere tutto questo che si desume dai video originali della polizia americana, ma piuttosto filma la donna fasciata d’oro che si allontana nel viale di Riverside, impersonata dall’attrice iraniana Pagah Feridoni, anche lei presente all’inaugurazione a Venezia e poi il viso si cristallizza immobile nell’ultimo frame.
Manichini e parrucche ricorrono quasi ossessivamente nell’opera di Sherin Neshat ‘Do U Dare!’
“Mi ha colpito la vicenda di Nasim Aghdam come me iraniana, come me immigrata negli Usa – racconta l’artista regista Shrin Neshat che oggi vive a New York –. Mi sono identificata in lei, nella sua disillusione. La mia riflessione è che la violenza genera altra violenza”.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
11 maggio 2026
Non si arrestano gli attacchi aerei dell’esercito ciadiano sulla parte nigeriana del bacino del lago Ciad. Fonti locali hanno fatto sapere che da venerdì scorso i cacciabombardieri di N’Djamena stanno sganciando bombe su bombe su due isole ritenute roccaforte dei terroristi Boko Haram.
Durante i raid aerei sono stati però colpiti anche i pescatori. Infatti 40 di loro sono dati per dispersi, ma potrebbero essere morti, annegati, in seguito ai bombardamenti.
Va ricordato che nel 2015 è stata istituita una Multinational Joint Task Force (MNJTF), una coalizione regionale, composta da truppe provenienti da Nigeria, Camerun, Ciad e Benin (il Niger si è ritirato nel 2025), incaricata di combattere Boko Haram e l’ISWAP nel bacino del Lago Ciad. La base della Task Force si trova a N’Djamena. Compito di MNJTF è ripristinare la sicurezza tramite interventi militari, agevolare gli aiuti umanitari e garantire la stabilità regionale.
Civili dispersi o annegati
Per ora il bilancio è ancora provvisorio, perché, da quanto si apprende, i raid sono ancora in corso in una vasta zona del bacino del lago, situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa, sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.
Pescatori colpiti nel bacino del lago Ciad da raid aerei del Ciad
Nell’area vivono quasi 30 milioni di persone, tra questi almeno 3 milioni sono sfollati o rifugiati in fuga dai sanguinari terroristi Boko Haram di matrice jihadista e dei loro cugini di ISWAP, affiliati allo stato islamico, che nel 2016 si sono separati dal gruppo originale.
Secondo alcune testimonianze, pur di sopravvivere e portare a casa un tozzo di pane, alcuni pescatori per ottenere l’accesso a zone di pesca remote e ricche di pesce, verserebbero delle tasse a Boko Haram. I jihadisti provvederebbero poi al loro trasporto verso queste isole, per poi riportarli indietro con il pescato.
Attacco a base militare in Ciad
L’attacco ciadiano è una rappresaglia in risposta alle recenti incursioni di Boko Haram nel nord-ovest del Ciad, dove, in due distinte aggressioni a una base militare i terroristi hanno ammazzato 23 soldati e altri 26 sono stati feriti.
Attacco degli estremisti islamici a base militare in Ciad
In una nota dello Stato maggiore dell’esercito della ex colonia francese viene sottolineato che i militari avrebbero reagito, giustiziando parecchi terroristi e recuperando gran parte del bottino che i jihadisti stavano tentando di portare via dalla base.
Villaggio incendiato e saccheggiato
Anche un villaggio vicino sarebbe stato incendiato e saccheggiato dai terroristi, ma non è dato sapere se ci sono state vittime tra i civili. Le attività delle ONG nell’area sono state momentaneamente sospese.
Finora N’Djamena non ha rilasciato nessun comunicato ufficiale sugli attacchi.
I civili sono spesso coloro che pagano il prezzo più elevato contro le offensive degli eserciti volte a colpire i terroristi.
Accuse anche a Nigeria
Anche il quartier generale della Difesa nigeriana proprio oggi ha smentito le notizie relative alla morte di civili a seguito di attacchi aerei nel Niger State nella parte settentrionale del Paese. I militari hanno affermato che gli attacchi erano stati guidati da informazioni di intelligence e avevano colpito solo obiettivi di bande armate criminali, considerati terroristi anch’essi.
Alcuni residenti hanno rivelato a Reutersche il mese scorso circa 200 persone sarebbero state uccise dopo che alcuni aerei militari avevano colpito il mercato di un villaggio. Il portavoce della Difesa nigeriana, Miachael Onoja, ha fatto sapere che durante l’ultimo attacco sono stati ammazzati almeno 70 presunti banditi.
Top ten importazioni armi
Le offensive di Boko Haram e dei loro “cugini” continuano senza sosta da anni. Secondo l’ultimo rapporto di SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma) del 9 maggio scorso, la Nigeria è il primo Paese per importazioni di armi in Africa. Ma la ex colonia britannica è in buona compagnia. Pure Mali e Burkina Faso sono tra le top ten nella lista di SIPRI. Anche questi Stati dell’area subsahariana devono confrontarsi giornalmente con gli attacchi dei terroristi. Ma le armi non bastano e non di rado le vittime non sono i terroristi, bensì i civili.
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Il 6 maggio è morto Ted Turner editore e fondatore della CNN.
Abbiamo chiesto a Robert Wiener**, il mitico producer del network televisivo di quegli anni
e amico di Senza Bavaglio (è lui che ci ha suggerito il nostro marchio
in inglese “ungagged” , Senza Censure) un ricordo di Turner.
Poichè Robert è impossibilitato per motivi di salute ci ha indirizzato a Eason Jordan.
E l’altra impareggiabile ex producer della CNN, Ingrid Formanek**, ci ha indicato questo testo
Dal Medium (https://medium.com/) Eason Jordan*
6 maggio 2026
Ted Turner era tutto questo e molto altro ancora. È ciò che ho imparato nei decenni in cui ho lavorato al suo fianco, partecipando con lui a incontri sconcertanti con personaggi del calibro di Vladimir Putin e Fidel Castro e viaggiando per il mondo con lui e sua moglie, Jane Fonda.
Ted era pieno di sorprese. Ha cercato di acquistare un’arma nucleare. Ha minacciato di uccidermi. Ha detto ai potenti della Germania che guidavano “un paese di perdenti”.
Quando avevo 28 anni, nel 1989, scavalcò i dirigenti della CNN dell’epoca, ordinando che mi fosse affidata la responsabilità della copertura giornalistica internazionale della CNN, delle redazioni e delle squadre di raccolta notizie. Ted non mi conosceva, ma voleva mandare al diavolo i dirigenti della CNN ordinando che un giovane collaboratore fosse messo a capo della copertura giornalistica della CNN all’estero. L’argomento di Ted a mio favore: Ted aveva rilevato l’azienda di suo padre quando era un giovane collaboratore, dopo che suo padre si era suicidato. Avendo lavorato per i sei anni precedenti nel turno di notte della CNN, ero un ragazzo che aveva abbandonato l’università e la cui principale qualifica per essere assunto alla CNN era la mia disponibilità a lavorare per il salario minimo legale di 3,25 dollari l’ora.
Prima che mi promuovesse a capo delle notizie estere della CNN, avevo incontrato Ted solo una volta — un incontro sbalorditivo. Mentre lavoravo al turno di notte presso la sede della CNN ad Atlanta, Ted, che dormiva abitualmente nel suo ufficio sopra la redazione della CNN, spesso attraversava la redazione nelle prime ore del mattino, a piedi nudi e in accappatoio bianco, per andare a prendere il caffè nella sala pausa della CNN. Lo faceva da solo, senza mai dire una parola a nessuno.
Poi, una mattina alle 4, entrò in sala redazione in compagnia di una donna splendida, anch’essa in accappatoio bianco. In quell’occasione, Ted presentò con orgoglio se stesso e la sua amica a ogni singola persona in sala redazione, stringendo la mano a tutti. La donna: l’attrice Raquel Welch.
Ted era a volte un dittatore, e il suo primo editto nei miei confronti fu quello di fungere da esecutore del suo divieto appena emanato sull’uso da parte della CNN di quella che lui chiamava la parola con la F, “foreign”. Pretese che nessuno alla CNN dicesse o scrivesse “foreign”, con una multa di 100 dollari come punizione. Pacifista e autoproclamato amico di tutti, riteneva che “foreign” fosse offensivo e divisivo, mentre considerava “international” unificante.
Mosca 2020: Ted Turner, Vladimir Putin e Eason Jordan
A poche ore dall’entrata in vigore di questo divieto su “foreign”, Ted mi chiamò urlando, furioso, esigendo di sapere perché in quel momento la CNN stesse mostrando e pronunciando la parola “foreign” in onda. La CNN era nel bel mezzo di un’intervista in diretta con il ministro degli Esteri sovietico, Eduard Shevardnadze. Quando spiegai a Ted che il titolo di Shevardnadze era ministro degli Esteri, Ted sbuffò e sbraitò al telefono: «Beh, maledizione, digli di cambiare il suo titolo!»
Il dittatore cubano Fidel Castro era infatuato della CNN. Quando fu lanciata, la CNN era destinata solo alla visione negli Stati Uniti, ma Castro si procurò una parabola satellitare e divenne uno spettatore non autorizzato e un fanatico della CNN. Nel 1982, Fidel invitò Ted all’Avana per discutere della CNN — il primo viaggio di Ted in una nazione comunista e la sua prima volta che incontrava un comunista. Ted e Fidel andarono d’accordo come migliori amici che non si vedevano da tempo. Fidel registrò un video promozionale in cui esaltava la grandezza della CNN — un video che i dirigenti della CNN insabbiarono, senza che venisse mai trasmesso.
Fidel e Ted andarono a caccia di uccelli insieme, entrambi armati di fucili, il che spinse Ted a dire scherzosamente anni dopo: «Avrei dovuto sparare a quel figlio di puttana mentre ne avevo l’occasione». Fidel esortò Ted a trovare il modo di condividere la CNN con il mondo intero, spingendo Ted a tornare a casa e a chiedere al suo team della CNN di capire come farlo, spiegando perché la CNN fu presto distribuita a livello globale, anche tramite i satelliti sovietici Intersputnik — la prima rete televisiva trasmessa in diretta in tutto il mondo.
Uno dei primi grandi successi globali della CNN fu la sua impareggiabile copertura del massacro di piazza Tienanmen a Pechino nel 1989. Mai rivelato fino ad ora: dopo che le autorità cinesi interruppero la trasmissione in diretta della CNN sulla brutale repressione, la CNN fece successivamente passare di nascosto la sua copertura video del massacro da Pechino a Hong Kong e Tokyo in scatole di videocassette di “Via col vento”, con quei video poi trasmessi al quartier generale della CNN ad Atlanta. Ted era affascinato da “Via col vento”, acquistò la filmoteca degli studi MGM e si modellò come un moderno Rhett Butler, spiegando perché avesse baffi simili ai suoi e avesse chiamato uno dei suoi figli Rhett.
Quando, anni dopo, Ted ed io ci recammo a Pechino, alcuni alti funzionari cinesi si lamentarono con noi del fatto che la CNN continuasse a trasmettere ogni anno, in occasione dell’anniversario del massacro, il terribile video della repressione di piazza Tienanmen. I funzionari cinesi supplicarono Ted di impedire alla CNN di mandare in onda quel vecchio video.
La risposta di Ted fu la seguente: disse ai funzionari cinesi che mi avrebbe ucciso a colpi di pistola se la CNN avesse mai più trasmesso quel video. Ciò fece molto piacere alla delegazione cinese. In risposta, l’alto funzionario cinese disse che se la CNN avesse trasmesso di nuovo quel video, avrebbe sparato al suo vice. Purtroppo, di quel vice non si seppe più nulla. Nel frattempo, la CNN continua a trasmettere il video della repressione ogni anniversario del massacro.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, Ted, Jane Fonda e io andammo in Germania, dove Ted tenne un discorso a un enorme banchetto nella grande sala da ballo dell’Intercontinental Hotel di Berlino, organizzato dalla Camera di Commercio Tedesco-Americana. Erano presenti un migliaio di personalità di spicco della Germania. Scrissi il presunto discorso di Ted — accuratamente elaborato e insignificante. Quando Ted salì sul palco, tirò fuori il discorso scritto dalla tasca della giacca, lo strappò in mille pezzi con un gesto teatrale e annunciò che si rifiutava di leggere ad alta voce il discorso previsto, chiamandomi per nome come autore del suo presunto discorso. Poi si è trovato in difficoltà, chiedendo a se stesso e a tutti: «Di cosa diavolo parlerò adesso?».
Ha avuto un’illuminazione, ha detto. Ha annunciato il nuovo tema del suo discorso: «La Germania è un paese di perdenti», ripetendolo più volte. La folla era in fermento. Jane ed io eravamo sgomenti. Ted era inarrestabile. Ha parlato per 20 minuti di come la Germania fosse un paese di perdenti, concludendo con la caduta di Hitler. Poi si è fermato: «Oh, cosa dico adesso? Devo concludere con una nota positiva». L’ha trovata. Si è vantato che la sua squadra di baseball, gli Atlanta Braves, una volta era come la Germania: perdente. Ma c’era una buona notizia, ha detto. «I miei Atlanta Braves hanno appena vinto le World Series. Se i miei Braves possono essere la migliore squadra di baseball del mondo, allora anche la Germania può farlo». Poi ha battuto il pugno sul podio, gridando tre volte: «La Germania risorgerà!», prima di uscire di scena.
In quello che doveva essere un giro del mondo con Ted, Jane e il presidente della CNN Tom Johnson, Ted si è scoraggiato perché ovunque andassimo, le autorità di benvenuto erano più ansiose di incontrare Jane che lui. Ted si imbronciava quando non era al centro dell’attenzione. Continuava a succedere durante questo viaggio: episodio dopo episodio in cui Jane metteva in ombra Ted mentre attraversavamo le nazioni del Pacifico, un viaggio che avrebbe dovuto proseguire verso l’Asia meridionale e il Medio Oriente prima di tornare a casa ad Atlanta.
Quando l’aereo privato di Ted si è guastato a Guangzhou, in Cina, durante il viaggio verso il Bangladesh, Ted, Tom e io ci siamo ritrovati a dormire sul pavimento dell’aeroporto (Jane è rimasta sull’aereo) perché non potevamo entrare legalmente in Cina in assenza di un visto valido. Quando Ted si è svegliato sul pavimento al mattino, sembrava mortificato. Mi ha chiamato in disparte. Ha detto: “Ho fatto un incubo terribile: i meccanici ci diranno che l’aereo è riparato, ma non lo è, e poi moriremo tutti oggi in un incidente aereo”.
L’ho interrotto dicendo: “Ted, è terribile. Che incubo orribile». Lui ha commemntato: «No, quella non è la parte da incubo del mio sogno. L’incubo è che i titoli dei giornali diranno: “Jane Fonda e altri muoiono in un incidente aereo”». Ted era così sconvolto dal fatto che il suo nome fosse stato escluso dai titoli dei giornali immaginari che ha annullato il resto del viaggio ed è tornato a casa con voli di linea.
Quando Ted si è riunito con Fidel per l’ultima volta, Fidel era furioso con Ted per essersi recentemente separato da Jane Fonda, che Fidel idolatrava. Durante la cena alla Missione cubana presso le Nazioni Unite, Fidel svuotava una bottiglia di vino dopo l’altra mentre parlava per ore senza sosta delle cose più casuali immaginabili, tra cui struzzi e moto d’acqua.
Ted, esausto e annoiato mentre si avvicinava la mezzanotte, non riusciva a dire una parola. Così ha alzato la mano come uno scolaretto. Fidel si era fermato: «Sì, Ted, che c’è?» E Ted: «Non riesco a sopportare un altro maledetto minuto di tutto questo. Me ne vado.» Fidel ha risposto: «Non puoi andartene. Ho appena iniziato.» E Ted: «Oh, al diavolo, no. Se vuoi continuare a parlare, Fidel, lascerò qui i miei colleghi ad ascoltarti per tutto il tempo che vuoi.» E così fece. Ted uscì e Fidel continuò a chiacchierare per altre ore.
Ted ed io siamo stati i primi americani a incontrare Vladimir Putin dopo la sua elezione a presidente della Russia nel 2000. Ted era insolitamente nervoso mentre ci dirigevamo verso l’ufficio di Putin al Cremlino. Ted e Putin avevano un passato in comune. Anni prima, Putin aveva fatto da guida a Ted e Jane a San Pietroburgo, in Russia, quando i due si trovavano lì per i Goodwill Games e Putin era vicesindaco della città.
Quando Ted si trovò faccia a faccia con il presidente Putin, gli venne in mente una domanda a effetto che mi lasciò di stucco: Ted chiese a Putin di vendergli un’arma nucleare. Putin gli chiese perché volesse un’arma nucleare. Ted rispose che l’avrebbe usata per ricattare il resto del mondo affinché procedesse al disarmo nucleare.
Ted aveva un piano semplice: spedire l’arma nucleare acquistata su un’isola dei Caraibi, dichiararla una nazione-isola di Ted e poi minacciare di scatenare la sua arma nucleare a meno che tutte le potenze nucleari del mondo non si fossero disarmate. Putin, sbalordito da quel piano folle, si rifiutò di venderla. Ted ci riprovò il giorno dopo, ponendo la domanda al ministro della Difesa russo. Rifiutato di nuovo, il ministro della Difesa, invece, mandò Ted e me al posto di comando segreto sotterraneo delle armi nucleari della Russia, solitamente off-limits, a un’ora di macchina da Mosca — una visita così che fa riflettere, Ted era insolitamente silenzioso, non disse una parola mentre era nel bunker.
Ted Turner piangeva molto, e lo faceva vedere. Una volta, mentre Ted, Jane e io eravamo in volo sul suo jet privato, Ted singhiozzò, con le lacrime che gli rigavano il viso, mentre guardava la scena culminante di un film d’animazione, “Il gigante di ferro”. Quando l’eroico personaggio dei cartoni animati Il gigante di ferro si sacrificò per salvare il mondo dalla distruzione nucleare, Ted pianse per almeno 10 minuti, mentre Jane e io ci scambiavamo sorrisi e alzavamo gli occhi al cielo.
Quando presentai per la prima volta le mie dimissioni alla CNN, anni prima di lasciarla effettivamente, Ted mi chiamò piangendo e mi disse con voce rotta: “Se senti di dovermi qualcosa, ritirerai le tue dimissioni e rimarrai al mio fianco alla CNN”. Ritirai le mie dimissioni perché sapevo che sarei stato per sempre in debito con Ted, il mio sostenitore, il mio eroe e il mio amico.
Ora sono io a piangere. Ted, grazie.
Eason Jordan* *Eason Jordan ha lavorato alla CNN dal 1982 al 2005. Ha ricoperto i ruoli di direttore esecutivo delle notizie e presidente delle redazioni e delle reti internazionali. Durante la sua permanenza alla CNN, ha contribuito a coordinare la copertura giornalistica della guerra delle Falkland e della guerra del Libano del 1982. Nel 1989 è stato nominato responsabile della copertura giornalistica internazionale della CNN e nel 1995 ha assunto l’ulteriore incarico di dirigere “CNN International”. È stato interpretato dall’attore “Clark Gregg” nel film “Live from Baghdad” (2002), un film sulla squadra di giornalisti della CNN che ha coperto la prima “Guerra del Golfo”. Poiché la CNN è stata l’unica testata giornalistica a trasmettere in diretta, con reportage di prima mano da Baghdad, la capitale irachena, per la maggior parte della guerra, questo è ampiamente considerato l’evento che “ha reso famosa la CNN”.
**Il film Live From Baghdad si può vedere gratuitamente sul web qui: https://baghdadjournalism.wordpress.com/the-characters/Su questo sito si possono trovare indicazioni di chi sono Robert Wiener e Ingrid Formanek.
My Time with Ted
Eccentric, staunchly pacifist: pioneer. Tycoon. Philanthropist. Bridge-builder. Agitator. Playboy. Heartthrob. Comedian. Leader. Mentor. He even asked Putin to sell him a nuclear weapon so he could blackmail the nuclear powers and force them to disarm
Ted Turner, publisher and founder of CNN, died on May 6. We asked Robert Wiener****, the legendary producer of the television network during those years and a friend of Senza Bavaglio (he was the one who suggested our English brand name “ungagged,” Senza Censure), to share a memory of Turner. Since Robert is unable to do so for health reasons, he referred us to Eason Jordan. And the other incomparable former CNN producer, Ingrid Formanek****, pointed us to this article
Ted Turner was all the above and much more. So I learned during my decades working alongside Ted, including joining him for bewildering meetings with the likes of Vladimir Putin and Fidel Castro, and traveling the world with Ted and his wife, Jane Fonda.
Ted was full of surprises. He tried to buy a nuclear weapon. He threatened to murder me. He told Germany’s high and mighty that they led “a country of losers.”
When I was 28 years old, in 1989, he overruled CNN’s then-bosses, ordering that I be put in charge of CNN’s international news coverage, bureaus, and newsgathering teams. Ted did not know me, but he wanted to give CNN bosses the middle finger by ordering that a junior staffer be put in charge of CNN’s news coverage abroad. Ted’s argument in my favor: Ted took over his father’s company when Ted was a junior staffer after his father committed suicide. Having worked for the previous six years on CNN’s graveyard shift, I was a college dropout whose chief qualification for hiring at CNN was my willingness to work for the legal minimum wage of $3.25 an hour.
Before he promoted me to be CNN’s foreign news chief, I met Ted only once — a jaw-dropping encounter. While working the overnight shift at CNN headquarters in Atlanta, Ted, who routinely slept in his office above the CNN newsroom, often strode through the newsroom in the wee hours, barefoot and in his white bathrobe, to fetch coffee from the CNN breakroom. He did so alone, never saying a word to anyone.
Then, one morning at 4am, he waltzed into the newsroom in the company of a dazzling woman, also wearing a white bathrobe. On this occasion, Ted proudly introduced himself and his lady friend to each and every person in the newsroom — handshakes all around. The woman: actress Raquel Welch.
Ted was at times a dictator, with his first edict to me being that I serve as the enforcer of his newly-issued ban on CNN’s use of what he called the F-word, “foreign.” He demanded no one at CNN say or write “foreign,” with the punishment being a $100 fine. A peacenik and self-proclaimed friend of all, he felt “foreign” was offensive and divisive, while he viewed “international” as unifying. Hours into this “foreign” ban, Ted called me screaming, irate, demanding to know why CNN at that moment was showing and saying the word “foreign” on-air. CNN was in the midst of a live interview with the Soviet foreign minister, Eduard Shevardnadze. When I explained to Ted that Shevardnadze’s job title was foreign minister, Ted huffed and puffed and shouted into the phone, “Well, G*d damn it, you tell him to change his title!”
Cuban dictator Fidel Castro was infatuated with CNN. When first launched, CNN was intended only for viewing in the United States, but Castro snagged a satellite dish and became an unauthorized CNN viewer and addict. In 1982, Fidel invited Ted to Havana to discuss CNN — Ted’s first trip to a communist nation and his first time meeting a communist. Ted and Fidel hit it off like long-lost best friends. Fidel recorded a promotional video announcement touting the greatness of CNN — a video CNN executives buried, without it ever being telecast. Fidel and Ted went bird hunting together, both carrying long guns, prompting Ted to jokingly say years later, “I should have shot the son of bitch while I had the chance.” Fidel urged Ted to find ways to share CNN with the entire world, prompting Ted to return home and demand that his CNN team figure out how to do just that, explaining why CNN was soon thereafter distributed globally, including via Soviet Intersputnik satellites — the first TV network distributed live worldwide.
One of CNN’s first major global successes was its unrivaled coverage of the 1989 Tiananmen Square massacre in Beijing. Never disclosed until now: After Chinese authorities shut down CNN’s live telecast of the vicious crackdown, CNN subsequently snuck its video coverage of the massacre from Beijing to Hong Kong and Tokyo in “Gone with the Wind” video cassette boxes, with those videos then transmitted to CNN HQ in Atlanta. Ted was enamored with “Gone with the Wind,” bought its MGM studio movie library, and fashioned himself a modern-day Rhett Butler, explaining why he had a lookalike mustache and named one of his sons son Rhett.
When Ted and I traveled to Beijing years later, senior Chinese officials complained to Ted and me that CNN continued showing the horrific Tiananmen Square crackdown video every year on the massacre anniversary. Chinese officials pleaded with Ted to stop CNN from showing the old video. Ted’s response: He told the Chinese officials that he would shoot me dead if CNN ever showed such video again. This delighted the Chinese delegation. In response, the ranking Chinese official said if CNN showed such video again, he would shoot his top deputy. Sadly, that deputy was never heard from again. Meanwhile, CNN still shows the crackdown video every massacre anniversary.
After the fall of the Berlin Wall, Ted, Jane Fonda, and I traveled to Germany, where Ted spoke at a huge banquet in the grand ballroom of the Berlin Intercontinental Hotel, hosted by the German-American Chamber of Commerce. A thousand of Germany’s high and mighty were in attendance. I wrote Ted’s supposed remarks — carefully crafted and unremarkable. When Ted took to the stage, he pulled the written remarks from his coat pocket, ripped them to shreds with a flourish, and announced that he was refusing to read his intended speech aloud, calling me out by name as the author of his supposed remarks. Then he floundered, asking himself and everyone, “What the hell am I going to talk about now?” He had an epiphany, he said. He announced the new theme of his speech: “Germany is a country of losers,” repeating that several times. The crowd was abuzz. Jane and I were aghast. There was no stopping Ted. He talked for 20 minutes about how Germany was a country of losers, concluding with Hitler’s downfall. Then he paused, “Oh, what do I say now? I need to end on an upbeat note.” He found it. He boasted that his Atlanta Braves baseball team was once like Germany — losers. But there was good news, he said. “My Atlanta Braves just won the World Series. If my Braves can be the world’s best baseball team, then Germany can do it.” He then pounded on the podium, shouting out three times, “Germany will rise again!” before exiting the stage.
On what was meant to be an around-the-world trip with Ted, Jane, and CNN President Tom Johnson, Ted became despondent because everywhere we went, the welcoming powers that be were more eager to meet Jane than him. Ted sulked when he was not the center of attention. It kept happening on this trip: episode after episode of Jane overshadowing Ted as we criss-crossed Pacific nations, a trip that was supposed to continue to South Asia and the Mideast before returning home to Atlanta. When Ted’s private plane broke down in Guangzhou, China en route to Bangladesh, Ted, Tom and I found ourselves sleeping on the floor of the airport (Jane stayed on the plane) because we could not legally get into China in the absence of a valid visa. When Ted woke up on the floor in the morning, he looked mortified. He quietly summoned me. He said, “I had the worst nightmare: that mechanics will tell us the plane is fixed, but it’s not fixed, and then we all die today in a plane crash.” I cut him off there, saying “Ted, that’s terrible. What a horrible nightmare.” He said, “No, that’s not the nightmare part of my dream. The nightmare is that the newspaper headlines will be Jane Fonda and others die in plane crash.” Ted was so upset about his name being excluded from the imagined newspaper headlines that he called off the rest of the trip and returned home on commercial flights.
When Ted reunited with Fidel for the last time, Fidel was livid with Ted for recently parting ways with Jane Fonda, whom Fidel idolized. Over dinner at the Cuban Mission to the United Nations, Fidel downed one bottle of wine after another as he talked for hours nonstop about the most random things imaginable, including ostriches and jet skis. Ted, exhausted and bored as midnight approached, could not get a word in. So Ted raised his hand like a school child. Fidel paused, “Yes, Ted, what is it?” Ted said, “I can’t listen to another G*d damn minute of this. I’m leaving.” Fidel retorted, “You can’t leave. I’m just getting started.” Ted said, “Oh, hell, no. If you want to keep talking, Fidel, I’ll leave my colleagues here to listen to you for as long as you want.” And so he did. Ted exited, and Fidel kept gabbing for hours more.
Ted and I were the first Americans to meet Vladimir Putin after he was elected Russian president in the year 2000. Ted was uncharacteristically nervous as we made our way to Putin’s Kremlin office. Ted and Putin had a history. Putin served as Ted and Jane’s guide in St. Petersburg, Russia years earlier when Ted and Jane were there for the Goodwill Games and Putin was the deputy mayor of that city. When Ted faced off with President Putin, Ted had a bombshell question that came as a shock to me: Ted asked Putin to sell him a nuclear weapon. Putin asked why Ted would want a nuclear weapon. Ted said he would use the nuke to blackmail the rest of the world into nuclear weapon disarmament. Ted had a simple plan for it: Send the purchased nuke to a Caribbean island, declare it a Ted island-nation, and then threaten to unleash his nuclear weapon unless every nuclear power in the world disarmed. Putin, stunned by the nutty scheme, refused to sell. Ted tried again the next day, putting the question to the Russian defense minister. Denied again, the defense minister, instead, sent Ted and me to Russia’s usually off-limits, secret underground nuclear weapons command post an hour’s drive outside of Moscow — such a sobering visit, Ted was uncharacteristically silent, not saying a word while in the bunker.
Ted Turner cried a lot, and he made a show of it. Once, as Ted, Jane, and I were in flight on his private jet, Ted sobbed, tears streaming down his face, as he watched the climactic scene of an animated movie, “The Iron Giant.” When the heroic Iron Giant cartoon character sacrificed himself to save the world from nuclear annihilation, Ted cried for at least 10 minutes, while Jane and I smiled at each other and rolled our eyes.
When I first submitted my resignation at CNN, years before I actually exited CNN, Ted called me crying, saying in a broken voice, “If you feel you owe me anything, you will withdraw your resignation and stay as my guy at CNN.” I rescinded my resignation because I knew I would be forever indebted to Ted, my champion, my hero, and my friend.
Now I am crying. Ted, thank you.
Eason Jordan***
***Eason Jordan worked at CNN 1982–2005. He served as chief news executive and president of newsgathering and international networks. While at CNN, he helped oversee CNN’s coverage of the Falklands War and 1982 Lebanon War. In 1989 he was appointed to direct CNN’s international news coverage, and in 1995 took on the added responsibility of overseeing “CNN International”. He was portrayed by the actor “Clark Gregg” in “Live from Baghdad (film)” (2002), a film about the team of CNN journalists who covered the first “Gulf War”. As CNN was the only news organization broadcasting live, firsthand reports from Baghdad, the Iraqi capital, for most of the war, this is widely considered the event that “put CNN on the map”
*****The film *Live From Baghdad* can be viewed for free online here: https://baghdadjournalism.wordpress.com/the-characters/ . On this website, you can find information about Robert Wiener and Ingrid Formanek.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
9 maggio 2026
Non c’è tranquillità per l’ex presidente della Repubblica Democratica del Congo, Jospeh Kabila. Dopo essere stato condannato alla pena capitale in contumacia da un tribunale militare di Kinshasa, ora è stato pure sanzionato dal Tesoro degli Stati Uniti.
Kabila è stato ritenuto responsabile di “destabilizzazione del governo del Congo-K, sostenendo l’M23 (Movimento del 23 marzo) e l’AFC (Alleanza del fiume Congo)”, ovvero il movimento armato e la sua ala politica, sostenuti dal vicino Ruanda sin dalla recrudescenza della ribellione congolese nel 2022.
Rafforzare rapporti con RDC
L’ultima mossa dell’amministrazione di Donald Trump intende rafforzare i rapporti con il governo di Kinshasa. Membri del partito del presidente congolese, Felix Tshisekedi, UDPS (Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale) hanno festeggiato l’evento nelle piazze e strade di Kinshasa come si celebra la vittoria di una partita di calcio.
Il presidente congolese FelixTshisekedi e il suo omologo americano, Donald Trump
E Tshisekedi, al suo secondo mandato, sta pensando a un terzo. Non si è ancora espresso esplicitamente, visto che la Costituzione allo stato attuale non lo permette. Per ora sta sondando il terreno e la reazione della popolazione. Se dovesse raccogliere consensi, dovrebbe però indire un referendum per modificare la legge fondamentale dello Stato. Quando l’attuale presidente era all’opposizione, aveva gridato allo scandalo, allorché Kabila aveva espresso l’intenzione di apporre modifiche alla Costituzione. Anzi, Tshisekedi ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia, ritenendo tale fatto una linea rossa invalicabile.
Malgrado l’accordo di pace siglato sotto l’egida di Donald Trump nel dicembre 2025, la guerra infinita che si sta consumando nella ex colonia belga, continua senza sosta.
Nuovi scontri a Uvira
A una manciata di chilometri da Uvira, seconda città del Sud-Kivu, sotto controllo dei ribelli M23/AFC fino a metà dicembre 2025, sono ripresi i combattimenti, malgrado i “famosi accordi” di Washington. Due giorni fa lo stringer di Africa-ExPress ha informato la nostra redazione che nella città si respira nuovamente un’aria di grande insicurezza.
Da martedì i ribelli sostenuti dal Ruanda si stanno nuovamente scontrando con i Wazalendo (“patrioti” in swahili, gruppo armato di autodifesa, che sostiene l’esercito congolese, FARDC).
Accordo di pace fragile
Nonostante le pressioni diplomatiche e le sanzioni imposte da Washington all’inizio di marzo 2026 contro alcuni esponenti delle RDF (Forze Armate del Ruanda), un cessate il fuoco non è stato ancora raggiunto. Gli attuali combattimenti in corso stanno rivelando ancora una volta la fragilità dell’accordo di pace fortemente voluto da Trump.
Nuovi scontri vicino a Uvira (Sud-Kivu) mentre stanno ritornando i profughi dal vicino Burundi
La ripresa degli scontri coincide con il ritorno di molti abitanti che si erano rifugiati nel vicino Burundi quando la città era stata conquistata dai ribelli. Non hanno nemmeno fatto in tempo a risistemarsi quando sono scoppiate nuove aggressioni tra ribelli M23/AFC e i Wazalendo.
La nuova escalation del conflitto sta facendo riaffiorare lo spettro di una grave crisi umanitaria in una regione già duramente colpita da decenni di insicurezza, da continui scontri nella regione, in tutto l’est della Repubblica Democratica del Congo
Escalation attacchi ADF
Anche nella provincia di Ituri le cose non vanno meglio. I terroristi di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili, hanno nuovamente ripreso i loro attacchi dallo scorso 5 maggio.
Secondo alcune fonti, i terroristi avrebbero brutalmente ammazzato all’inizio della settimana almeno 24 persone al confine tra le province del Nord-Kivu e Ituri. Mentre giovedì, hanno massacrato altre 15 a Mambasa (Ituri), tra loro tre donne, un bambino e 11 uomini.
Nuovi attacchi di ADF in Congo-K
Dal 2021 l’esercito ugandese è schierato nella parte settentrionale del Nord Kivu e nell’Ituri per combattere l’ADF a fianco dell’esercito congolese, ma l’operazione congiunta, denominata Shuja, non è riuscita a porre fine alle continue violenze dei terroristi.
Allarme di Amnesty International e MSF
Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato il 5 maggio 2026, ADF si è reso responsabile “di rapimenti e lavoro forzato, reclutamento e impiego di bambini. Inoltre ha commesso crimini contro donne e ragazze, tra questi matrimoni forzati, gravidanze obbligate e e varie altre forme di abusi sessuali”. Il gruppo sta inoltre “ricorrendo sempre più spesso a rapimenti a scopo di estorsione” e “si è dotato di mezzi tecnologici avanzati” per sfuggire alle forze armate congolesi e ugandesi.
Anche Medici Senza Frontiere (MSF) ha sollevato la grave situazione umanitaria nell’ Ituri. Da febbraio 2026 a oggi la ONG ha preso in carico migliaia di pazienti, vittime dei feroci estremisti islamici. “Una risposta indispensabile, ma non basta, considerando la portata dell’attuale crisi”.
Sylvain Groulx, responsabile di MSF nella provincia di Ituri ha sottolineato: “Proteggere le popolazioni è un dovere. Le armi rimbombano, si sentono, mentre le sofferenze continuano ad aggravarsi in un silenzio assordante”.
Paramilitari finanziati da USA e EAU
E mentre la popolazione continua a morire e a scappare da violenze e combattimenti tra i vari attori presenti nell’est del Congo-K, alla fine di aprile le autorità di Kinshasa hanno annunciato la creazione di un Corpo Guardia Miniera per garantire la sicurezza delle risorse del sottosuolo del Paese.
Il nuovo contingente sarà composto da circa 20mila paramilitari che saranno dislocati in 22 delle 26 province del Paese, per mettere in sicurezza i siti minerari, attualmente controllati da agenti di polizia e militari di FARDC.
L’Ispezione Generale delle Miniere (IGM) ha come obiettivo di insediare i paramilitari entro la fine del 2028, ma già entro dicembre di quest’anno tra 2,5 e 3mila paramilitari del nuovo contingente dovrebbero essere già addestrati e prendere servizio.
IGM ha fatto sapere che il programma sarà finanziato con 100 milioni di dollari dagli USA e Emirati Arabi Uniti. Garantire la sicurezza agli investimenti è un must, visto che nella RDC i conflitti armati non si placano da decenni. Aggressioni che spesso hanno coinvolto anche attività minerarie.
Certo, l’interesse di Trump per la pace nel Congo-K non è del tutto casuale. I minerali strategici – come il cobalto e il coltan – fanno gola alle industrie high-tech americane, ma bisogna silenziare definitivamente le armi per proteggere gli investimenti, per poter estrarre le ricchezze del sottosuolo in sicurezza.
Ribelli
Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 9 maggio 2026
Si chiama Risothope Project. È l’ultimo programma per salvare i rinoceronti dai bracconieri che li uccidono per contrabbandare il prezioso corno. Si tratta di un progetto pionieristico degli scienziati sudafricani che per proteggere i pachidermi hanno messo in campo la tecnologia nucleare.
Anche se da almeno sei anni cercavano una soluzione il Risothope Project è diventato ufficialmente operativo nell’agosto 2025. Oggi è in fase di sperimentazione su larga scala.
Inserimento dell’isotopo radioattivo nel corno di un rinoceronte del Rhisotopee Project (Courtesy: Wits University)
Dopo i corni sintetici chiamati “falsi credibili” creati in laboratorio per ingannare il mercato illegale arriva il corno radioattivo. Proprio nel Limpopo, nel 2024 e 2025, sono stati trattati con successo i primi esemplari vivi di rinoceronte con l’inserimento di isotopi radioattivi nel corno. In tutto, i pachidermi testati, sono stati 20: 18 rinoceronti neri (Diceros bicornis) e due – maschio e femmina – rinoceronti bianchi (Ceratotherium simum).
I test sono avvenuti nella Riserva della Biosfera UNESCO del Waterberg. Gli animali sono stati seguiti, 24/7 per sei mesi, da un’equipe scientifica specializzata. Gli esami effettuati hanno confermato che la dose di radioisotopi inserita nel corno non influisce sulla salute dell’animale né per chi gli sta vicino.
L’inserimento degli isotopi
Il pachiderma viene addormentato e, dopo aver forato il corno con un trapano, vengono inseriti gli isotopi radioattivi a basso dosaggio. Il corno diventa rilevabile ai sensori di radiazione già presenti in oltre 10.000 porti, aeroporti e posti di blocco internazionali di 200 Paesi.
L’Università del Witwatersrand da dimostrato l’efficacia del rilevamento: i test hanno verificato che un singolo corno dentro un container di 12 metri fa scattare l’allarme.
“Con gli isotopi al suo interno il corno rimane al rinoceronte – ha dichiarato ai media Jessica Babich, CEO del Rhisotope Project -. Dobbiamo solo ricaricare il dosaggio dopo un periodo di 5 anni”.
Effetto deterrente
La preziosa protuberanza del rinoceronte diventa rintracciabile, non supera le frontiere ed è sicuramente un enorme deterrente per i bracconieri. Certamente non li invita al bracconaggio e diventa anche meno attrattivo per i consumatori finali.
Cina e Vietnam sono i Paesi di maggior vendita della polvere di corno di rinoceronte. Nonostante sia semplice cheratina, come le unghie, secondo la medicina tradizionale cinese è considerata un medicinale potentissimo.
Viene utilizzata come afrodisiaco, per la cura del cancro ed elisir di lunga vita e altro. Ma è anche uno status symbol per chi se lo può permettere. Infatti ha prezzi proibitivi.
Più caro dell’oro
A causa della grande domanda della polvere di corno il prezzo oscilla tra 60.000 e 100.000 dollari al chilo. Il corno del rinoceronte nero pesa da media tra 1,5 e 3 chilogrammi. Quello di un pachiderma bianco pesa in media 4 chili ma può arrivare anche a 8 chili. I conti sono presto fatti e fanno capire il business in gioco che continua, soprattutto via web, nonostante i divieti imposti dalla Cina.
Il report 2012-2021 “Rhino Horn Trafficking as a Form of Transnational Organized Crime” (Traffico di corni di rinoceronte come forma di criminalità organizzata transnazionale) della Wildlife Justice Commission (WJC) riporta cifre importanti.
Il documento fornisce le stime economiche sui profitti miliardari del mercato nero di Vietnam, Cina e Africa: tra 874 milioni (743 milioni di euro) 1,13 miliardi di dollari (963 milioni di euro).
Corno di rinoceronte in vendita su un sito web
Non solo in Cina
In sito web dell’immagine è stato registrato a Reykjavik, Islanda. Africa ExPress ha trovato la pagina in chiaro che dice: “Vero corno di rinoceronte nero” in vendita a 35.000 euro (anziché e 50.000).
Nonostante la Cina abbia proibito la vendita di corni di rinoceronte, avorio e altro materiale di animali in via di estinzione, le vendite continuano sul web. La percentuale maggiore di acquisti avviene con tramite le app Alipay e WeChat.
Testo cinese che avvisa sul divieto di vendere corno di rinoceronte
La finestra pop-up
E i siti web cinesi mettono le mani avanti di fronte ai venditori di merci vietate. Si salvano con un finestra pop-up che recita:
“Avviso importante: Questo sito è sotto il monitoraggio prioritario del ministero della Pubblica Sicurezza. È severamente vietato pubblicare prodotti derivati da fauna selvatica (come il corno di rinoceronte o l’avorio). I trasgressori si assumeranno la piena responsabilità delle conseguenze! (Se ne avete già pubblicati, siete pregati di cancellarli immediatamente!)”.
(La ricerca delle fonti è stata fatta con con l’ausilio dell’Intelligenza artificiale (IA). Anche alcune delle immagini di questo articolo sono state migliorate con l’aiuto dell’IA. Tutto il materiale è stato verificato dall’autore dell’articolo)
(Ultimo aggiornamento il 9 maggio 2026 alle 14.01)
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