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Salvare il dottor Hussam Abu Safiya, un dovere per salvare anche i nostri valori e principi

Speciale Per Africa EXPress
Filippo Senatore
7 maggio 2026

Da quando è nato Israele nel 1948 e soprattutto dopo l’occupazione dei territori di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza nel 1967, è nato un nuovo sistema coloniale rispetto a quello tradizionale. L’annessione dei territori obbligava lo Stato ebraico ad estendere lo stato di diritto a tutti gli abitanti, mentre l’occupazione ha procrastinato questi diritti soffocandoli con un sistema cosiddetto “amministrativo”.

Termine improprio, perché si tratta di un codice militare di guerra che continua a funzionare senza interruzioni – tranne la breve illusione degli accordi di Oslo – fino ad oggi. Di fatto questi territori sono controllati in maniera capillare e i militi israeliani hanno un potere smisurato di vita e di morte.

Medici colpiti

Possono bloccare e rallentare i movimenti delle persone. Possono sequestrarli per un tempo senza limiti e senza alcuna giustificazione. Possono incriminarli a distanza di tempo in modo arbitrario per prolungare la loro detenzione. Lo hanno sempre fatto anche prima del 7 ottobre. A Gaza in particolare il personale medico è stato colpito come obiettivo militare nei vari ospedali che hanno subito morte e distruzione.

L’IDF oltre alla violenza delle armi da guerra, ricorre spesso a minacce preventive che ricordano gli avvertimenti mafiosi. Lo ha fatto con giornalisti e con il personale sanitario. Intimidazioni che dall’interessato si estendono a tutta la famiglia, bimbi compresi.

Irruzione nell’ospedale

Il 27 dicembre 2024 l’esercito israeliano ha fatto irruzione nell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza, e ha arrestato senza alcun mandato il suo direttore, il pediatra Hussam Abu Safiya, insieme ad altro personale medico e ad alcuni pazienti.

Nei giorni precedenti il medico aveva perso il figlio e lo aveva seppellito nei pressi dell’Ospedale per non allontanarsi dai suoi pazienti. Hussam Abu Safiya, trasferito nelle carceri israeliane ha subito violenze, torture e privazione di cibo. Il cosiddetto Tribunale Amministrativo di Israele – che è peggio di quello Speciale istituito da Benito Mussolini nel 1926 – ha prorogato la detenzione senza alcuna motivazione.

 

 

Si tratta di un medico che ha fatto il suo dovere nella cura di ammalati in una zona di pulizia etnica e di genocidio. Averlo sottratto al suo lavoro ha comportato ulteriori morti per mancanza del personale medico. Questo sistema di segregazione etnica di Israele è stato aggravato dalla approvazione di una legge razziale, che prevede la pena di morte solo per i palestinesi accusati ti terrorismo. Ovviamente per gli ebrei israeliani colpevoli di terrorismo la pena di morte non vale.

Garanzie processuali

Il sistema arbitrario della detenzione amministrativa sfocia spesso in una imputazione tardiva senza prove e porta il prigioniero alla esecuzione capitale. Tutto ciò senza le garanzie processuali minime, compreso il principio della irretroattività delle pene. Israele ha esteso il suo arbitrio nel Mar Mediterraneo è sta colpendo senza alcuna protesta diplomatica.

Salvare il dottor Hussam Abu Safiya è un dovere per la persona e per il suo ruolo, mai violato nelle peggiori guerre degli ultimi anni. Forse Israele – per la sua politica razzista che non tiene in nessun conto i diritti umani – dovrebbe essere sanzionato è perfino bandito dal consesso di tutte le nazioni civili.

Filippo Senatore
fsenatore57@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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La Cina blocca la visita del presidente di Taiwan in eSwatini ma lui cambia rotta e arriva lo stesso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 maggio 2026

E finalmente il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, sabato scorso è riuscito ad atterrare a eSwatini, piccolo Regno dell’Africa meridionale, e stringere la mano a Mswati III, l’ultimo monarca assoluto del continente (e forse del mondo).

La visita del capo di Stato di Taiwan era prevista per la fine di aprile, per i festeggiamenti in occasione dei 40 anni dall’ascesa al trono che coincide con il 58esimo compleanno del monarca. Ma, dietro pressione della Cina, alcuni governi africani (Mauritius, Seycelles e Madagascar) avevano vietato all’aereo noleggiato dalla compagnia aerea di Taipei, Cina airways, di sorvolare i propri cieli. Dunque in un primo momento il viaggio era stato rinviato, anzi quasi cancellato dall’agenda.

Il leader di Taiwan, Lai Ching-te con il re di eSwatini, Mswati III

Ma Lai è conosciuto come uomo testardo, che non demorde facilmente. Infatti anche questa volta non si è lasciato intimidire. E, dopo giorni e giorni di intensi colloqui e accordi segreti presi dai team diplomatici e dalla sicurezza nazionale, la visita di Stato è andata a buon fine. Il presidente ha raggiunto il Paese dell’Africa meridionale su un A340, jet privato del re.

Spazi aerei chiusi

L’aero con a bordo il presidente ha seguito una rotta alternativa sopra la parte meridionale dell’Oceano Indiano per aggirare lo spazio aereo controllato da Paesi vicini alla Cina.

Anche per il viaggio di ritorno il jet del re di eSwatini ha seguito una rotta alternativa

Di fatto la Repubblica Popolare considera Taiwan, governata con un sistema democratico di tipo occidentale, parte del proprio territorio, cercando di impedire a Taipei relazioni diplomatiche con altri Paesi. Fatto che il governo di Lai contesta fermamente.

Intervento USA

Un portavoce del Dipartimento di Stato americano ha affermato che il viaggio di Lai era “di routine e non doveva essere politicizzato”.

Va ricordato che gli USA hanno un rapporto particolare con eSwatini, visto che il Regno è tra i Paesi africani che ha accolto “persone indesiderate” dall’amministrazione.

Il piccolo Regno è l’unico partner ufficiale di Taiwan nel continente. Non va però dimenticato che anche il Somaliland, accettato come Stato indipendente solamente da Israele dall’inizio dell’anno, intrattiene rapporti diplomatici con lo Stato insulare. Anche il governo di Taipei, a sua volta, è riconosciuto da pochi Stati (tra questi oltre a eSwatini, il Vaticano e alcuni altri, per lo più in Sudamerica) e non fa parte dell’ONU.

Taiwan – Somaliland

Dall’agosto del 2020 lo Stato insulare ha una rappresentanza in Somaliland, mentre la ex colonia britannica ha aperto la sua nell’autunno dello stesso anno. Sia Pechino, sia Mogadiscio a tutt’oggi non vedono di buon occhio tale alleanza.

Il re di eSwatini è nato nel 1968 a Manzini – la città più importante della piccola nazione (la capitale è Mbabane), situata tra il Mozambico e il Sudafrica – con il nome di Makhosetive. Il padre morì quando il giovane aveva solo quattordici anni. Benchè il vecchio monarca avesse avuto centoventiquattro mogli, solo sua madre è stata nominata regina. Fino alla sua maggiore età gli affari di Stato erano stati appunto affidati a lei, Ntombi Tfawla, mentre il futuro re terminava gli studi all’International College a Sherborne in Gran Bretagna. E’ stato incoronato nel 1986 all’età di diciotto anni.

In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione non se la passi proprio benissimo. Lo Swaziland conta solamente 1,27 milioni abitanti.

Il Paese ha uno dei tassi HIV più alti al mondo, con circa il 25-27 per cento degli adulti (15-49 anni) sieropositivi.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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eSwatini – USA

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Diario dal Medio Oriente: il calvario quotidiano di chi attraversa i checkpoint per andare a Nablus 

Con questo articolo Clarissa Flann
inizia la sua collaborazione
con Africa ExPress da Gerusalemme

Diario dalla Palestina
Clarissa Flann
Gerusalemme, 5 maggio 2026

PREMESSA: Ho vissuto a Gerusalemme negli ultimi due anni, arrivata credendo di conoscere almeno in parte quello che mi aspettava, e subito soverchiata dalla complessità di una situazione inimmaginabile se non vissuta con i propri occhi. Non sono una giornalista e nemmeno una scrittrice, ma in questo periodo ho cercato di raccontare a chi, tra amici e famigliari, aveva voglia di ascoltare, cosa significa vivere quotidianamente un’occupazione che non rispetta nemmeno le basi del diritto internazionale umanitario.

Storie che ho vissuto o che ho raccolto da persone a me vicine, storie quotidiane, che raccontano di una vita che è precaria e oppressa da generazioni. Piccole storie, se messe a confronto con la violenza brutale dei coloni o gli orrori indicibili del genocidio, ma sono quelle attraverso cui io sono entrata in contatto con questa realtà complessa e stratificata.

Nablus

L’altro giorno siamo stati a Nablus, e la nostra prima tappa é stata un cancello chiuso. Da Nablus, infatti come in tutta la Cisgiordania, non si può entrare o uscire liberamente: occorre attraversare uno dei checkpoint controllati dai soldati, che verificano documenti e macchine in ingresso, ma soprattutto in uscita. I posti di blocco per accedere a Nablus sono diversi, ma non sai mai quando sono aperti o chiusi, e ieri Huwara, quello più vicino a Gerusalemme, era chiuso.

Checkpoint di Huwara, Nablus

Quella cancellata arancione è ormai una presenza comune davanti a tutti i villaggi, anche per muoversi all’interno della Cisgiordania: ogni tanto è chiusa, questo vuol dire che non si entra e non si esce. Per quanto tempo non si sa, e per quale ragione nemmeno.

I cartelli rossi ai lati dicono che ai cittadini israeliani è proibito entrare in territorio palestinese, cioè oltrepassare quel cancello. C’è scritto che è contro la legge e che è pericoloso per gli israeliani.

Il cartello spiega che ai cittadini israeliani é vietato l’ingresso nei territori palestinesi

Nemici immaginari

E qualcuno è davvero terrorizzato, per molti i palestinesi sono il nemico che temono senza nemmeno conoscere. Prima del cessate il fuoco, quello recente tra USA e Iran, camminavo nella città vecchia di Gerusalemme, in direzione della porta di Damasco, quando mi si è avvicinata una ragazza, parlandomi in ebraico. Si guardava intorno con occhi spalancati e mi ha chiesto come raggiungere Mamila, un centro commerciale di cui varrebbe la pena raccontare la storia, ma ora ci porterebbe troppo fuori strada.

Porta di Damasco a Gerusalemme

Comunque, la accompagno fuori dalla porta e le mostro la strada, lei attaccata a me come una bambina che ha paura di perdersi. Pensando agli allarmi e ai detriti di missili che negli ultimi giorni sono caduti sulla città, non posso fare a meno di chiederle se la sente di andare da sola, se è spaventata, e lei mi dice sí, che ha paura. Degli arabi. Degli arabi?!? Abbiamo appena superato il solito drappello di soldati israeliani armati fino ai denti, e lei ha paura degli arabi… Ti sbagli, dovresti provare a parlare con loro, provo a dirle, scopriresti che sono esseri umani come te.

La piccola Damasco

Tornando alla nostra visita a Nablus, davanti alla barriera chiusa, abbiamo fatto inversione e viaggiato almeno ancora mezz’ora per attraversare l’unico varco aperto. Dove, in direzione contraria alla nostra, si è formata una coda lunghissima: ore di attesa per chi deve uscire per, presumibilmente, andare a lavorare.

Al checkpoint i soldati, anche questi armati fino ai denti, hanno controllato i documenti e ci hanno chiesto due volte se sapevamo dove stavamo andando, come dire: siete pazzi, non avete letto i cartelli?

La città invece, soprannominata la Piccola Damasco, è vivace e accogliente: la zona moderna pullula di negozi e gente indaffarata, il centro storico é labirintico, con il suq, il profumo di spezie, i colori, e i laboratori dove si prepara il knafeh, il famoso dolce.

Ferite

Ma in questo Paese ogni angolo nasconde cicatrici, e i muri della città vecchia sono tappezzati di lapidi e di foto di giovani, spesso con un’arma in mano. Sono i martiri, i resitenti di Nablus, terroristi per gli israeliani: ragazzi, se non bambini, uccisi nei raid israeliani all’interno della cittá. Impressionante.

Su un muro vediamo una lapide, si tratta di un’intera famiglia: nel 2002 per entrare nella strada adiacente i soldati sono passati sulla loro casa con un bulldozer corazzato, nel cuore della notte. Otto persone schiacciate nel sonno. E non troppo lontano, uno spazio libero dove c’era una casa, un’altra casa interamente abbattuta per arrestare un ricercato, che in quel momento non si trovava nemmeno lí. E poi ancora foto, e lapidi.

I martiri di Nablus
La lapide che ricorda gli otto membri della famiglia al-Shu’bi morti sotto le macerie della loro casa

Chiavi in tasca

All’ingresso del campo profughi principale di Nablus, Balata, c’è una enorme chiave, simbolo della speranza del ritorno. Molti abitanti del campo hanno ancora le chiavi della casa che sono stati costretti ad abbandonare nel 1948, alla proclamazione dello Stato di Israele.

Con la promessa che sarebbero tornati, sono partiti dai loro villaggi e sfollati nei Paesi confinanti o a est, nei campi profughi allestiti da UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi). Dovevano essere alloggi provvisori, una sola stanza, bagni comuni, niente servizi. E sono lì da 70 anni.

Contadini e allevatori, abituati a stare all’aperto, ad avere terre e animali, costretti in spazi strettissimi, in vicoli dove nemmeno il sole riesce a filtrare, in case in cui, se serve un frigorifero nuovo, occorre aprire una breccia nel muro per farlo passare.

La chiave simbolo della Nakba all’ingesso di Balata
I vicoli del campo profughi di Balata

C’è una scuola nel campo, gestita da UNRWA, ma da qualche mese Israele ha bandito l’agenzia con l’accusa, mai confermata, di un coinvolgimento di alcuni suoi collaboratori nel massacro del 7/10, e quindi questa, come la maggior parte delle scuole nei campi profughi, rimane chiusa.

Sono 70 anni che queste famiglie vivono qui, con in tasca la chiave di una casa di qualche villaggio che forse non esiste nemmeno più.

Ingresso della scuola nel campo profughi di Balata

Clarissa Flann
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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I partiti populisti anti immigrazione mettono a soqquadro il Sudafrica

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 maggio 2026

Marcia dopo marcia fino alla vittoria; “Prima i sudafricani; “Stranieri irregolari andatevene”. Sono alcuni degli slogan anti immigrati urlati nelle manifestazioni tenute la settimana scorsa nelle maggiori città sudafricane. Parole d’ordine utilizzate in qualsiasi parte del mondo dalle destre.

Sudafrica, manifestazione anti immigrati
Sudafrica, manifestazione anti immigrati

Populisti in marcia

Le ultime sono state il 29 aprile a Johannesburg e il 30 aprile a Durban. Sono organizzate dai movimenti “March in March” (Marcia dopo marcia) nato nel nel KwaZulu-Natal e Operation Dudula (operazione respingimento in lingua zulu) noti per le ronde contro gli immigrati.

Sostegno esplicito a questi movimenti sono arrivati da due partiti dell’estrema destra: l’ActionSA e il Patriotic Alliance (PA). Il centro della loro agenda politica è la linea dura contro l’immigrazione irregolare, argomento incendiario che sta avendo successo.

immigrati controllo Operation Dudula
Controllo di vigilantes di Operation Dudula nel negozio di un immigrato

Nei mesi scorsi altre città hanno visto migliaia di manifestanti nelle piazze: East London, Soweto, Port Elisabeth e Città del Capo. Le manifestazioni delle destre sono diventate una spina nel fianco al governo e al presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa.

Parole vane

A poco sono servite le parole sull’accoglienza del capo dello Stato. Ha spiegato pubblicamente che durante l’apartheid altre Nazioni africane hanno accolto cittadini sudafricani per proteggerli.

In primis Zimbabwe e Mozambico che hanno le comunità più numerose in Sudafrica (oltre un milione il primo e circa 600 il secondo). Ma anche Lesotho e Malawi hanno circa 400 mila immigrati nel Paese.

Poi ci sono anche nigeriani, ghanesi, somali, congolesi, etiopi. Tutti vengono accusati di venire pagati meno dei sudafricani e in nero nell’ agricoltura e nelle miniere. Sono presenti anche immigrati dei Paesi asiatici, come Cina, India, Pakistan e Bangladesh. Questi gestiscono il commercio al dettaglio nelle township.

Il presidente sudafricano ha definito “preoccupazioni legittime” quelle dei manifestanti ma il verbo delle destre continua ad essere “prima i sudafricani”.

migranti mappa del Sudafrica
Mappa del Sudafrica (Courtesy www.globalgeografia.com)

Disoccupazione dilagante

La scintilla del malcontento sociale è stata la disoccupazione costantemente intorno al 25 per cento ma in aumento negli ultimi 10 anni.

Secondo Statistics South Africa nel 2016 il 26,5 per cento dei sudafricani era senza lavoro. Il picco è arrivato con l’impatto post covid-19 nel 2021: disoccupazione al 34,4 per cento.

Percentuale che tradotta significa oltre 21,6 milioni sui 63 milioni di abitanti senza un lavoro. Nel 2025 il tasso di disoccupazione è sceso al 31,9 e, ma secondo dati del maggio 2026, rimane tra il 30-32 per cento.

La provincia sudafricana maggiormente colpita dalla disoccupazione è il North West, al confine con il Botswana, che ha 54,7 persone senza lavoro (oltre 2 milioni di persone). Segue il Mpumalanga (ex Eastern Transvaal) con il 48,4 per cento, quasi 2,5 milioni di disoccupati).

Attrazione fatale

Numeri che spaventano la popolazione, convinta che gli immigrati rubino il lavoro ai sudafricani e mettano in crisi la Sanità. I giovani tra i 15 e 24 anni, con il 58 per cento, hanno la percentuale più alta di disoccupati. Sono coloro maggiormente attratti dalle parole d’ordine dei partiti di estrema destra.

immigrati manifestazione Zulu
Zulu durante la manifestazione anti immigrati

Rimpatri nigeriani volontari

La Nigeria è preoccupata per l’incolumità dei suoi cittadini. Durante i disordini contro gli immigrati sono stati uccisi due nigeriani. A causa della retorica xenofoba, incitamenti all’odio anti-migranti, Abuja sta organizzando il rimpatrio dal Sudafrica di coloro che vogliono tornare volontariamente in patria.

Secondo la ministra nigeriana degli Esteri, Bianca Odumegwu-Ojukwu, ci sono state 130 richieste di rimpatrio “che sicuramente aumenteranno”.

Proteste dal Ghana

Le proteste a Pretoria sono arrivate anche dal Ghana. Durante una manifestazione xenofoba i vigilantes hanno aggredito un cittadino ghanese e gli hanno intimato di lasciare il Paese.

Il ministro degli Esteri di Accra ha convocato l’ambasciatore sudafricano e ha chiesto un intervento urgente per fermare l’escalation xenofoba e proteggere i propri concittadini..

Risposta sudafricana

“Nessuno ha il diritto di farsi giustizia da solo. Gli attacchi xenofobi sono una minaccia all’ordine costituzionale” – ha affermato Senzo Mchunu, ministro della Polizia di Pretoria -. E ha promesso dura repressione contro gli autori delle violenze.

(Le immagini di questo articolo sono state migliorate con l’Intelligenza artificiale)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sudafrica, sette morti per scontri xenofobi scatenati dal gruppo razzista “Operation Dudula”

Sudafrica: la xenofobia non si arresta, zimbabwiano picchiato, lapidato, bruciato perché era senza documenti

Sudafrica: la polizia di Johannesburg vieta marcia anti-xenofobia del 21 marzo, giornata contro l’intolleranza

Medaglie con diamante nel mondiale per staffette in Botswana

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
3 maggio 2026

Il Botswana finisce per la prima volta nel proscenio mondiale per un evento sportivo di Atletica leggera, ma fa discutere, per le possibili conseguenze politico-economiche, una decisione del presidente della Repubblica.

Duma Gideon Boko, 56 anni, capo dello Stato dal novembre 2024, ha fatto coniare per i vincitori 120 medaglie d’oro, d’argento e di bronzo con incastonati “veri, puri diamanti estratti, tagliati e lucidati interamente all’interno del Botswana”. Una mossa a sorpresa che ha aggiunto ulteriore rilevanza a una rassegna planetaria già di per sé di altissimo livello e interesse.

Gara per la prima volta in Africa

Si sono, infatti, conclusi ieri, nella capitale dello Stato senza sbocchi sul mare, i Debswana World Athletics Relays Gaborone 26 (Campionati mondiali di Staffetta), un evento di 2 giorni mai ospitato sul suolo africano.

Questa competizione si svolge ogni 2 anni,  è un passaggio obbligato di qualificazione peri primi Campionati mondiali  Ultimate  di Budapest (evento a inviti, a settembre con montepremi di 10 milioni di dollari) e alla rassegna iridata di Pechino 27. Nella pista dello stadio nazionale del Botswana si sono sfidati, il 2 e il 3 maggio, oltre 700 atleti provenienti da 40 nazioni, tra essi gli uomini e le donne più veloci del pianeta (l’Italia era presente con 5 quartetti).

Record mondiali

E i risultati si sono visti. C’è stato un record mondiale della Jamaica (4×100 mista, abbattuto il muro dei 40 secondi!), nella 4×100 maschile gli Stati Uniti con un tempo eccezionale (37”77) hanno piegato per un soffio la squadra di casa guidata da Letsile Tebogo,  23 anni, ormai eroe nazionale da quando a Parigi nel 2024 ha vinto il titolo olimpico sui  200 metri (primo nella storia del Paese) e, con la squadra quello della staffetta 4×400 metri.

Squadra staffetta del Botswana

Accolto da una standing ovation all’ingresso nello stadio, Tebogo ha mandato il pubblico in delirio durante l’ultima frazione della prima batteria. Ha portato il Botswana dal quarto al secondo posto con il record nazionale di 37.96 consentendo così alla sua nazionale di qualificarsi per la prima volta ai Campionati del Mondo di Atletica Leggera in questa specialità.

“Vedendo tanti giovani – ha commentato Tebogo – era importante per me motivarli e cercare di far crescere il maggior numero possibile di velocisti sui 100 metri. La staffetta 4×100 metri è qualcosa di nuovo che vorremmo sviluppare per il Paese, in modo da poter essere presenti a ogni campionato.”

Standing ovation

Il Botswana ha poi stravinto ieri nella 4×400 davanti al pubblico in piedi, precedendo di poco il Sudafrica, nonostante un cedimento di Tebogo, ma grazie all’ultimo frazionista Busang Collen Kebinatshipi, 22 anni, medaglia d’argento ai Giochi di Parigi e d’oro ai mondiali di Tokyo (2025).

In questa specialità, però, la vera sorpresa è stato lo Zimbabwe, classificatosi per la finale. Altre buone notizie sono giunte dai velocisti del Senegal (4×400), dalle ragazze della Nigeria (4×100) e del Ghana e del Kenya. Un segnale che gli atleti del continente nero ormai cominciano a farsi valere anche nella velocità e non solo nelle gare di fondo.

Ciò che, però, ha scatenato un dibattito internazionale è stata la mossa del presidente Duma Gideon Boko, eletto per il raggruppamento Ombrella for Democratic Change il primo a governare dopo 58 anni di incontrastato dominio del Partito Democratico.

Controllo delle risorse

Un suo infiammato discorso alla vigilia dei Mondiali, ha sollevato il problema del controllo delle risorse, dello sviluppo della catena del valore e del ruolo dell’Africa nell’economia globale.

Medaglie con diamante incastonato: Debswana World Athletics Relays Gaborone 26

“Il fatto che per la prima volta le medaglie del World Athletics Relays siano col marchio di un diamante non è una scelta legata al design – ha dichiarato il presidente – ma l’enunciazione chiara che dietro ogni diamante naturale c’è un luogo, un popolo e una storia. Inserendo un diamante in ogni medaglia, il Botswana unisce sport e sovranità nazionale. Il Paese dimostra di essere in grado di estrarre, processare e vendere i suoi diamanti. Gli atleti premiati con queste medaglie non sono solo dei vincitori, ma sono anche portatori di un messaggio che potrà influenzare future negoziazioni con le multinazionali che storicamente hanno dominato questa industria”.

Il Botswana è uno dei maggiori produttori del mondo del preziosissimo carbonio cristallizzato e prendeva il 25 per cento dalla compagnia sudafricana De Beers,” storica” estrattrice della risorsa locale. Ora il Paese ha il 50 per cento del valore dei diamanti grezzi, ma Duma Boko vuole andare oltre: il passaggio da produttore a fornitore completo, dall’estrazione alla “raffinazione”, fatta in casa non all’estero.

Atleti straordinari

Aveva dichiarato Sebastian Coe, 69 anni, presidente dell’Atletica Mondiale:  “Il fatto stesso di queste staffette in Botswana significa molto per il continente, che, negli ultimi 50 anni, ha dato atleti straordinari. La storia dell’Atletica africana è in gran parte la storia dell’Atletica mondiale dell’ultimo mezzo secolo. Questo evento dimostra che l’Africa è maturata”.

Ma non solo nello sport, come dimostrano gli intenti del neopresidente.

Canale televisivo

Si è chiesto il canale televisivo Afriplus News: “Queste 120 medaglie sono un’iniziativa simbolica isolata o potrebbero segnare un cambiamento più profondo nel modo in cui le nazioni africane approcciano la proprietà delle risorse naturali e il posizionamento globale? Il Botswana sta mettendo in luce la propria capacità di andare oltre l’esportazione di materie prime, puntando alla produzione e al branding su scala globale”.

“Un diamante è per sempre” , recita il celebre slogan di De Beers. Dall’aria che tira in Botswana, non è detto che la proprietà dei giacimenti sia per sempre la stessa….

Costantino Muscau 
muskost@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Decine di etiopi nel braccio della morte in Arabia Saudita

Africa ExPress
Riyad, 2 maggio 2026

“Aiutateci, rischiamo di essere uccisi nei prossimi giorni, forse già domani”. È il disperato appello di un gruppo di giovani etiopi, condannati a morte in Arabia Saudita.

Il giornale online Addis Standard ha riportato qualche giorno fa che l’Ufficio per la Gioventù del Tigray ha fatto sapere che sarebbero ben 200 gli etiopi detenuti nel Regno wahabita, condannati alla pena capitale.

Il responsabile dell’organismo in Tigray, Haish Subagadis, ha sottolineato che, vista la gravità della situazione, necessita di interventi diplomatici urgenti. Una lettera in tal senso è già stata inviata al ministero degli Esteri di Addis Abeba, ha specificato Haish.

Tre condanne già eseguite

Anche Human Rights Watch ha sollevato il problema dei giovani etiopi condannati a morte in Arabia Saudita. Secondo quanto riportato nel loro rapporto, 65 persone a breve rischiano di essere uccise. In base a un comunicato del ministero degli Interni di Riyad, tre migranti sono già stati consegnati al boia: le esecuzioni sono avvenute il 21 aprile scorso.

HRW, sempre precisa nel documentare i fatti, ha fatto sapere di aver parlato con tre fonti ben informate sulle questioni riguardanti tre sfortunati etiopi, detenuti nella prigione di Khamis Mushait, nella regione di Asir (Arabia Saudita). Secondo quanto riferito dagli interlocutori della ONG, i giovani hanno dichiarato di essere rifugiati, in quanto sono scappati durante il sanguinoso conflitto (2020-2022) in Tigray (regione nel Etiopia settentrionale) e dove a tutt’oggi la situazione umanitaria è a dir poco disastrosa.

Rotta orientale

Come molti altri uomini e donne che fuggono dal Corno d’Africa alla volta degli Stati del Golfo alla ricerca di lavoro, anche i condannati a morte hanno affrontato la pericolosissima “rotta orientale”.

“Rotta orientale”: da Gibuti verso l’Arabia Saudita

I migranti, per potersi imbarcare devono raggiungere Obock, sulla costa settentrionale di Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni alla volta dello Yemen. Ma prima i migranti devono attraversare lande deserte, impervie, e caldissime. Non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, dove vivono gli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta la depressione più significativa di tutta l’Africa. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata verso lo Yemen, distrutto dalla guerra.

I tre ragazzi hanno riferito alle fonti di HRW di aver portato con sé del khat (o qat) per guadagnare un pochino di denaro per finanziare il viaggio e per sopravvivere. In almeno in uno dei tre casi, un trafficante ha costretto uno di loro a trasportare la pianta dallo Yemen all’Arabia Saudita.

Khat, vietato in Arabia Saudita

Il khat è un arbusto le cui foglie vengono masticate per i loro effetti stimolanti, simili alle anfetamine. E’ originaria di alcune regioni dell’Africa orientale, ma assolutamente vietata in Arabia Saudita. Nessuno di loro era a conoscenza di tale interdizione.

Foglie di Khat

I tre ragazzi sono poi stati intercettati dalla polizia tra il 2023 e il 2024 nella regione di Abaha, dove lavoravano. Durante gli interrogatori sono stati picchiati e costretti a firmare un documento in lingua araba, che ovviamente non comprendevano. Un interprete non è mai stato presente. E’ apparso solamente all’udienza finale per informarli di essere stati ritenuti colpevoli di traffico di droga e condannati alla pena capitale.

Comunicazioni con consolato non consentite

Da oltre due anni i tre si trovano nella prigione di Khamis Mushait, senza possibilità di ricorrere in appello. Dal momento del loro arresto non hanno potuto ricevere visite e non hanno nemmeno avuto il permesso di comunicare con le autorità consolari etiopiche.

Finora non è stata fissata la data per la loro esecuzione e nemmeno quella degli altri etiopi – oltre sessanta – tutti condannati a morte per reati legati alla droga. HRW non ha potuto verificare se effettivamente ci siano oltre 200 etiopi nel braccio della morte, come riportato dai media.

Esecuzioni capitali in aumento

L’anno scorso il regno wahabita si è distinto nuovamente per l’elevato numero di esecuzioni capitali: ben 356. Secondo il governo saudita, ben 243 – tra loro molti stranieri – sono stati giustiziati per reati legati al traffico di droga.

Dopo aver sospeso l’applicazione della pena di morte nei casi di narcotraffico per circa tre anni, Riyad ha ripreso le esecuzioni per questo tipo di reati nel 2022.

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Arabia Saudita rispedisce al mittente migliaia di migranti

 

Voci israeliano-palestinesi crescono: Il People’s Peace Summit a Tel Aviv

Speciale Per Africa ExPress
Roberta De Monticelli*
1° maggio 2026

Onore alla Flotilla, ai rapiti dai pirati della marina israeliana e agli ostinati che proseguono la loro coraggiosa rotta verso Gaza, ovvero verso la fine del mondo. Verso le macerie di un genocidio, impenetrabili perfino ai signori dello spettrale Board of Peace, che volevano farne il cantiere di un mondo post-Onu, post-Convenzione di Ginevra, post-Dichiarazione dei Diritti umani. Buon vento a loro – le piazze di tutto il mondo si sono riempite di ragazzi che la Flotilla ha risvegliato alla vita civile, ormai nella sua dimensione globale contemporanea.

Flottila attaccata dagli israeliani

Ma c’è un’altra Flotilla di cui bisognerebbe parlare, di cui si parlerà, forse, sempre di più. E’ questa sorta di Flotilla interna a Israele, che è stata la III edizione del Peoples’ Peace Summit. Che si è chiusa ieri, l’ultimo giorno d’aprile, all’Expo Centre di Tel Aviv, enorme spazio che normalmente ospita grandi eventi musicali o fiere commerciali.

Ancora una volta promossa dalla coalizione It’s Time, che riunisce più di 80 associazioni israelo-palestinesi. (L’anno scorso a Gerusalemme erano “solo” una sessantina). Tutto esaurito. Il link per vederne e ascoltarne le due ore della sessione conclusiva, in streaming registrato si trova in rete, digitando semplicemente ItsTimeNow.

Dovrebbe emergere alla superficie di tutti i giornali, questo movimento che sta crescendo in numero, chiarezza e coesione, contro l’attuale governo israeliano ma anche contro ogni coalizione alternativa che si ponga  in continuità con la politica israeliana basata sull’occupazione e il disconoscimento del diritto all’autodeterminazione palestinese.

Tel in migliaia hanno partecipato al Peace summit

E invece per ora se ne parla poco: anche se stupisce di più, anche fra i movimenti solidali con la causa della liberazione palestinese e del diritto internazionale,  chi non ne parla per il partito preso di considerarlo un movimento “normalizzatore”. Se “pace” si oppone a “guerra”, è facile obiettare subito che fra Israele e Palestina non c’è una guerra, ma un genocidio coloniale.

Ed è giusto: anzi di più –  si tratta di “una tragedia universale” (Jean-Pierre Filiu). Perché il nostro consenso all’annientamento di Gaza e alla pulizia etnica sempre più vigorosa del resto della Palestina occupata ha creato “un’enorme frattura nell’ordine morale del mondo” (Didier Fassin), “una rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945” (Pankaj Mishra).

Eppure, “guerra” è la condizione vissuta da chi in Israele vive. È addirittura il mantra della destra da Jabotinsky a Netanyahu. È il loro motto: vivere in armi, portarsi dietro il mitra e il muro di ferro per fare grande Israele. E allora non bisognerà prestare attenzione al senso che la parola “guerra” ha per gli ebrei israeliani che gridano basta, alla via che questo grido apre a molte altre parole?

Ho elencato le parole che ho sentito pronunciare con vigore in quelle due ore finali da sempre più oratori, sempre più giovani e decisi. Ascoltatele, contiamo insieme quante volte compaiono, parole come “occupazione”, “annessione”, “apartheid”, “autodeterminazione”, “dal fiume al mare, libertà per tutti” , “verità”, e anche “genocidio”.

Diecimila persone – ma molti non hanno trovato i biglietti. Stanno navigando sopra il mare di sangue con cui il genocidio di Gaza, l’annessione della Cisgiordania, la distruzione dell’identità di Gerusalemme Est, il massacro dei civili in Libano, hanno sommerso la coscienza di Israele. Tentano di emergere, non per salvarsi ma per salvare l’umanità – anche la nostra – violata in Palestina: e gridano basta. E lo fanno anche con le parole di Mandela e quelle di Marwan Barghouti: il primo giorno di libertà sarà l’ultimo dell’occupazione.

Roberta De Monticelli*

*Già ordinario di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto.

Roberta Monticelli
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Il presidente del Mali rassicura la popolazione: “Sicurezza sotto controllo”

Africa ExPress
30 aprile 2026

Oggi la nazione tutta ha reso omaggio a Sadio Camara, ministro della Difesa del Mali, ammazzato insieme a una delle sue mogli e due bimbi piccoli durante un attacco massiccio dei jihadisti. Un’autobomba è stata fatta esplodere davanti alla sua abitazione a Kati, roccaforte della giunta militare al potere.

La cerimonia, alla quale ha partecipato anche Assimi Goïta, presidente de facto del Mali, si è tenuta sotto stretta sorveglianza dei militari.

Il capo della giunta è apparso in pubblico per la prima volta martedì, dopo attacchi simultanei in diverse zone del Paese. Le aggressioni sono state rivendicate da JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani), coordinate con i ribelli tuareg di FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad).

Assimi Goïta, capo della giunta militare in Mali

Durante il suo discorso alla nazione, ripreso dalla TV di Stato, Goïta, ha ammesso che la situazione è estremamente grave, ma ha rassicurato la popolazione che la “sicurezza” sarebbe “sotto controllo”.

Domenica scorsa i combattenti di FLA hanno conquistato Kidal, cacciando i russi di Africa Corps (contingente che ha “sostituito” i mercenari della società privata Wagner), direttamente alle dipendenze della Difesa russa, i militari dell’esercito regolare di Bamako (FAMa) e naturalmente il governatore della regione.

Blocco stradale di JNIM

In aggiunta, i militanti di JNIM tengono sotto scacco la capitale. Martedì scorso avevano infatti ordinato alla popolazione di di non uscire né entrare nella capitale. E ora stanno traducendo in fatti ciò che avevano annunciato.

Da mercoledì, diverse arterie stradali sono chiuse, altre congestionate a causa di autovetture, camion, bus fermi, bloccati. Un camionista ha raccontato ai reporter di RFI che a Sorybougou, che dista un’ottantina di chilometri da Bamako, sono fermi almeno un migliaio di veicoli, sia automobili, sia grossi camion. “Nessuno li ha aggrediti, solo bloccati. Eppure molte persone hanno avuto paura e sono scappate nelle foreste, senza nemmeno un po’ di acqua da bere”.

Jihadisti impongono blocco stradale in Mali

Stessa scena in altre importanti arterie stradali che portano verso la capitale. Ma secondo le ultime informazioni, al momento attuale i jihadisti non bloccherebbero i viaggiatori che vogliono uscire dalla capitale. Alcuni bus, che hanno evitato le strade principali, sono riusciti a entrare a Bamako.

Insomma per il presidente va tutto bene, pur avendo perso il controllo di diverse aree e città strategiche all’interno del Paese.

Mercenari russi restano

Malgrado la disfatta dei mercenari russi di Africa Corps a Kidal, in risposta alla richiesta dei ribelli dell’Azawad di ritirare Africa Corps da tutto il Mali, il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha dichiarato: “La Russia proseguirà, anche in Mali, la lotta contro l’estremismo, il terrorismo e altre frange negative. E continuerà a fornire assistenza alle autorità in carica”.

Sta di fatto che la situazione in Mali ha messo in stato di allerta anche i Paesi confinanti, in primis l’Algeria. Il ministro degli Affari Esteri algerino ha riaffermato il suo sostegno per l’unità del Mali. E questo malgrado i rapporti piuttosto tesi tra i due governi. Le loro relazioni si sono ulteriormente inasprite dopo un incidente militare dello scorso anno. Allora fu abbattuto un drone maliano dalle forze armate algerine lungo confine tra i due Paesi.

La Francia ha lanciato un avviso ai propri concittadini, raccomandando loro di lasciare quanto prima la ex colonia.

Contingente comune assente

AES (Alléance des Etats du Sahel) della quale fanno parte Burkina Faso, Mali e Niger, ha messo così in luce i limiti operativi e politici di questa cooperazione. Basti pensare che FU-AES (Forza unificata dell’Alleanza degli Stati del Sahel, composto da cinquemila soldati), volto alla lotta contro il terrorismo, non è intervenuto durante gli attacchi dello scorso fine settimana.

JNIM, formazione creata nel marzo 2017, raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel. Già da settembre scorso tiene sotto scacco la giunta militare del Mali bloccando i rifornimenti di carburante.

Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).

Da tempo è l’uomo più ricercato in tutto il Sahel, è sotto sanzioni delle Nazioni Unite ed è iscritto nella lista americana dei terroristi. Su di lui pende anche un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale (CPI), per crimini di guerra e contro l’umanità.

Ribelli tuareg considerati terroristi

La giunta militare di transizione del Mali, ha dichiarato nullo il “Trattato di Algeri” all’inizio del 2024, cioè l’accordo di pace del 2015 con gli indipendentisti tuareg. Il regime di Bamako li considera terroristi, alla stessa stregua dei jihadisti.

Un ribelle tuareg

Nel corso del 2024 JNIM e FLA si sono accordati con un patto di non belligeranza. Va precisato che non si tratta di un’alleanza ideologica, bensì di una cooperazione tattica. Il FLA riceve aiuti logistici dall’Ucraina che gli ha fornito droni e piloti a distanza.

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Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

 

Angola eldorado africano per Leonardo SpA, leader italiano delle armi

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
30 aprile 2026

Il presidente della Repubblica João Lourenço ha approvato l’accordo del valore di 132,8 milioni di euro per l’acquisto da parte del ministero della difesa di 12 elicotteri leggeri multiruolo AW119M (AgustaWestland)e due AW119Kx prodotti da Leonardo.

L’accordo con l’azienda italiana prevede pure la fornitura di componenti e servizi addestrativi, supporto e assistenza tecnici.

Elicottero Koala prodotto da Augusta Westland

Il decreto presidenziale n. 137/26, pubblicato il 17 aprile 2026, autorizza la copertura finanziaria della commessa da parte del gruppo bancario Intesa SanPaolo S.p.A., attraverso l’Agenzia italiana per il credito all’esportazione SACE.

Intesa San Paolo coinvolta in Africa

“Il Gruppo Intesa San Paolo è stato ampiamente coinvolto in Africa, avendo effettuato transazioni in Kenya, Camerun, Angola, Egitto, Etiopia, Zambia, Ghana, Uganda, Algeria e Costa d’Avorio”, riporta il sito specializzato sudafricano DefenceWeb.

Gli elicotteri AW119M “Koala” possono essere impiegati per un ampio ventaglio di missioni militari, compreso il trasporto truppe e carichi, l’addestramento, il trasferimento di personale ferito, il soccorso e ricerca, il comando e controllo operativo e la scorta armata.

Le due versioni del velivolo differiscono solo per la suite avionica. Il peso massimo al decollo è di 2.850 Kg, mentre la velocità massima di crociera è di 240 km/h. Gli elicotteri hanno un’autonomia di volo superiore alle quattro ore e possono volare a 4.500 metri d’altezza.

La commessa degli elicotteri militari segue la visita a Luanda, il 2 ottobre 2024, dell’allora presidente del Gruppo Leonardo, l’ambasciatore Stefano Pontecorvo.

Rafforzare cooperazione militare

In quell’occasione Pontecorvo incontrò il presidente della Repubblica João Lourenço. “Al centro del colloquio la volontà delle parti di rafforzare la cooperazione nei settori aerospaziale, difesa e cybersicurezza”, riportò la nota dell’ambasciata italiana.

Prima di lasciare il Paese africano, il leader di Leonardo enfatizzò il ruolo dell’Angola quale “partner storico e strategico del gruppo italiano”. “L’Angola – ha aggiunto – è il Paese africano che ha acquistato il maggior numero di elicotteri prodotti dalla nostra società”.

Gli elicotteri AW119Kx“Koala” sono già in dotazione della Polizia nazionale angolana. Nel dicembre 2025 due velivoli sono stati consegnati da Leonardo in occasione di una cerimonia ufficiale presso il quartier generale di Agusta Westland di Vergiate, in Lombardia.

Elicotteri prima tranche

I due elicotteri sono la prima tranche di una commessa di 19 velivoli modello AW119Kx e AW139 (quest’ultimo multiruolo di dimensione media), sottoscritta dal Ministero dell’Interno con Leonardo nel dicembre 2021,con il fine di “modernizzare ed espandere i reparti aerei della polizia”.

Secondo quanto dichiarato dalle autorità di Luanda, i nuovi elicotteri saranno impiegati in particolare per la sorveglianza aerea, la ricerca e il soccorso e l’assistenza umanitaria in caso di disastri.

Addestramento e formazione piloti

Il contratto con Leonardo include la formazione e l’addestramento dei piloti, la fornitura di pezzi di ricambio e il supporto tecnico in Angola tramite la società “Tecner”, certificata da Leonardo Helicopter se dall’Agenzia nazionale angolana per l’aviazione civile.

Gli affari della holding italiana in Angola non si fermano però con gli elicotteri AgustaWestland.

Anche Corvette

Il 4 marzo 2026 a Cherbourg, nel nord della Francia, è stata varata nei cantieri CMN (Constructions Mécaniques De Normandie) la prima delle tre corvette leggere BR71 Mk II, destinate alla Marina militare angolana.

Corvette BR71 Mk II

Buona parte degli armamenti in dotazione alle unità sarà fornita da Leonardo. Come riporta la rivista Ares, i sistemi di combattimento saranno incentrati sul Combat Management System“Athena-C” con una suite per le telecomunicazioni con apparati UHF, HF e satellitare nonché un’ampia gamma di sistemi, sensori e sistemi d’arma forniti dal gruppo Leonardo.

Armamenti e radar

In aggiunta al radar multifunzionale “AESA Kronos Naval HP” di Leonardo ed al sistema integrato di guerra elettronica fornito da un’altra importante azienda italiana, ELT Group (già Elettronica SpA), le corvette saranno dotate di radar per la navigazione nonché di radar di direzione del tiro NA-25 ed elettro-ottiche“Medusa Mk4”, sempre di Leonardo, per la sorveglianza e la direzione del tiro cannoniero.

L’armamento comprende il cannone “Super Rapido” da 76/62 mm (prodotto a La Spezia da OTO Melara, azienda di Leonardo) e due sistemi secondari a controllo remoto “Lionfish” da 20 mm, realizzati sempre da Leonardo.

Sulle corvette della Marina angolana saranno installati infine otto lanciatori verticali per il sistema missilistico MBDA “VL MICA”, due lanciatori MBDA “Simbad RC” con due missili superficie-aria “Mistral 3”, nonché due complessi per missili antinavi MM-40 “Exocet”.

Missili mistral

I missili “Mistral 3” e MM-40 “Exocet”, così come i “VL MICA”, sono prodotti dal consorzio europeo MBDA, controllato per il 75 per cento dai colossi aerospaziali Airbus Group (Francia) e BAE Systems (Regno Unito) e per il restante 25 per cento dall’italiana.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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