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La lobby sionista americana: “Trump non comanda. Esegue”

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
9 marzo 2026

Ci sono due Donald Trump: quello che esegue gli ordini di chi lo finanzia, e l’altro che recita la parte del “boss”.

La personalità dell’attuale presidente degli Stati Uniti sembra instabile, ma se analizziamo il suo ruolo all’interno e all’esterno degli USA è possibile percepire una realtà più complessa di quello che sembra. A chi parla Trump, quando mostra il suo volto più spietato?

Dentro gli Stati Uniti

Nelle ultime elezioni presidenziali americane “l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più influente lobby sionista negli Stati Uniti, ha escogitato una strategia infallibile di finanziamenti rivolti a entrambi i candidati per assicurarsi che a urne chiuse il supporto a Israele non sarebbe vacillato”, scrive Beatrice Chizzola per Inside Over.

AIPAC

E continua: “L’influenza di AIPAC sulle decisioni politiche americane è estremamente radicata, tant’è che il membro repubblicano del Congresso Thomas Massie ha confessato in un’intervista che ‘ogni membro del Congresso ha un AIPAC babysitter’. Quello che però ha fatto la differenza nelle ultime presidenziali è stata la strategia adottata: niente più attività di lobbying ‘sotto banco’, l’AIPAC ha finanziato direttamente le campagne elettorali così da garantirsi vincitori pro-Israele e da silurare eventuali voci critiche”.

Le pedine di AIPAC

Indipendentemente dal vincitore, chiunque fosse salito al potere avrebbe dovuto fare gli interessi della lobby.

La figura di Donald Trump però, richiede maggiore attenzione. Lui, per i suoi elettori, rappresentava l’anti-sistema. Il rivoluzionario che avrebbe fatto gli interessi degli americani, e non quelli dei colonialisti sionisti.

Donald Trump

“Che Trump rappresenti una rottura nelle pratiche e dinamiche di politica internazionale è evidente a tutti. Ma per provare a comprendere la natura e il carattere di questa ‘novità’ bisogna partire dal suo rapporto con l’elettorato statunitense”, si legge nell’articolo di Marcello Flores.

Il giornalista di Globalist poi aggiunge: “Adesso si presenta lui, che è l’uomo più potente del pianeta, esattamente come un antisistema. Come uno scassinatore dei lacci costituzionali che imbrogliano il suo potere, come un vendicatore non solo di chi è stato contro di lui ma anche dei suoi sodali di un tempo che hanno osato rivolgergli qualche critica o consiglio sgradito”.

(Charlie Leight/Getty Images)
Elettori di Trump

Se da una parte deve compiacere chi lo ha eletto andando verso una direzione, dall’altra è in debito con l’AIPAC che lo spinge nella direzione opposta.

“L’AIPAC ha donato soldi a 342 membri del Congresso americano su 545. Per il 2024 ha l’obiettivo di spendere 100 milioni di dollari nella campagna elettorale per le presidenziali. Inoltre, ha creato un gruppo, United Democracy Project, che ha il compito di eliminare le voci critiche e pro-Palestina all’interno del Congresso”, scrive Maurizio Bongioanni il 28 luglio 2024 per Il Manifesto.

Per Trump, quindi, diventa difficile “accontentare” tutti. E i tentativi di legittimare l’ennesima guerra voluta dalla lobby sionista disintegra la storica narrazione della “civiltà dei diritti” strutturata sulla coerenza morale (percepita e non reale), che destabilizza il mondo così come l’Occidente lo conosceva.

I debiti del presidente

La dipendenza economica del presidente statunitense, però, non è solo politica ma anche personale.
I debiti di Donald Trump sono stati in gran parte legati a prestiti bancari per immobili e hotel, obbligazioni legate alle sue società, mutui su proprietà come torri e resort e i suoi problemi con la giustizia.

“Trump è probabilmente seduto su un enorme mucchio di denaro, ma non abbastanza per pagare i suoi creditori legali con un semplice bonifico. E con molte altre cause nel suo futuro e il procuratore generale di New York che gli guarda le spalle, dovrà trovare un’ancora di salvezza finanziaria. Velocemente”, si legge in un articolo di Forbes del 6 marzo 2024.

Il patrimonio immobiliare di Donald Trump: le proprietà del nuovo presidente Usa in una sola immagine — idealista/news
Trump Tower

Durante le campagne del 2016 e 2020, ha ricevuto un forte sostegno da alcuni grandi donatori pro-Israele, ma come individui, non tramite AIPAC. Un esempio noto è Sheldon Adelson, magnate dei casinò e grande finanziatore repubblicano, che ha donato decine di milioni di dollari a comitati pro-Trump.

Fuori dagli Stati Uniti

Recitare la parte del rivoluzionario antisistema, costretto a eseguire gli ordini di chi lo comanda, sta producendo effetti devastanti sull’intero equilibrio geopolitico mondiale.

Africa ExPress ha intervistato Vincenzo Musacchio, criminologo forense e docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS (Research Institute for Advanced Computer Science) di Newark, città nel New Jersey giusto situata accanto a New York.

Vincenzo Musacchio

“Gli Stati Uniti di Trump hanno attuato la fine del diritto internazionale a seguito di una serie di azioni unilaterali che hanno scosso l’ordine globale basato sulle regole condivise. Trump ha sistematicamente indebolito le istituzioni internazionali nate per garantire l’ordine mondiale. L’ONU, la Corte Penale Internazionale (CPI), la NATO sono state svuotate di potere e credibilità”.

E continua: “Resta poi l’istituzione del Board of Peace che ha lo scopo di sostituire l’ONU con un organismo basato sulla legge del più ricco e del più forte.  Trump non deve più legittimare nulla, a legittimare tutto ci pensa la forza militare”.

Il Board of peace ha aperto i battenti il 19 febbraio a Wasghington
Board of Peace

In politica estera “non ha bisogno di alcun consenso perché esprime un mondo dove la cooperazione tra Stati è sostituita da rapporti di forza militare ed economica, mettendo in crisi il principio che le controversie tra le Nazioni debbano essere risolte attraverso norme legali condivise. Non esiste più la Comunità internazionale”, spiega Musacchio.

Legittimare gli interessi della lobby

Il genocidio del popolo palestinese ha messo a dura prova il consenso elettorale nazionale e internazionale di molti Stati, non solo degli USA. E diventava urgente cambiare la percezione delle masse in rivolta in tutto il mondo. La guerra contro il regime iraniano ha infatti riabilitato il colonialismo sionista producendo un cortocircuito ideologico.

Il criminologo spiega la differenza tra crimine illegittimo e legittimato: “Si riferisce ad atti che violano palesemente le norme internazionali, ma che sono presentati come ‘giusti’ o necessari perché compiuti in nome di un valore superiore, come la sicurezza nazionale o la lotta al terrorismo. In questo caso, la legittimità è morale o politica, non legale”.

Poi aggiunge: “I crimini legittimati si riferirebbero al processo attraverso cui un atto illegale è normalizzato ex-post. Questo accade quando la Comunità internazionale o le grandi potenze decidono di non sanzionare una violazione, di non riconoscerla come tale o di integrarla in un nuovo quadro normativo”.

La resistenza antisionista

Per contrastare la coercizione del consenso in politica estera, fondata sulla legge del più forte, gli Stati sotto ricatto dovrebbero assumere “posizioni solide e unitarie a livello europeo. Cosa che al momento non esiste – commenta Musacchio, e continua – All’Unione Europea basterebbe puntare unitariamente al reale rafforzamento di organizzazioni come l’ONU o la Corte Penale Internazionale senza la partecipazione degli Stati Uniti, per impedire che l’ordine mondiale diventi puramente simbolico e nelle mani degli imperialismi o peggio dei folli”.

Hanno un esempio a cui ispirarsi: “Pedro Sánchez. Il premier spagnolo si è posizionato come il principale leader della resistenza europea all’unilateralismo di Trump attraverso diverse azioni chiave”, conclude il docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata.

L’Unione Europea ha anche a disposizione uno strumento anticoercizione, l’Anti-Coercion Instrument (ACI). Una procedura di emergenza che permetterebbe di assegnare alla Commissione Europea il potere temporaneo di adottare misure molto dure contro un Paese che minaccia economicamente l’UE.

Parlamento Europeo

“Lo strumento, adottato da Bruxelles nel 2023 è pensato per rispondere a dimostrazioni di forza da parte di Paesi come la Cina, prevede la possibilità di ricorrere a misure di emergenza in risposta a episodi di ‘coercizione economica’ da parte di Paesi terzi”, scrive Europa Today.

“La Commissione Europea lo dice esplicitamente: l’obiettivo principale dell’ACI è la deterrenza, cioè far sì che lo strumento non debba essere usato perché la controparte capisca che l’Ue ha una risposta pronta”, si legge in un altro articolo pubblicato da Eurofocus.

Le lobby sioniste, però, non finanziano solo la politica statunitense: “Report, sullo sfondo di immagini terribili della devastazione di Gaza e del blocco degli aiuti umanitari, ci racconta le lobby filoisraeliane, una ventina delle quali sono nei registri dei gruppi di pressione accreditati all’Europarlamento: incontrano i deputati, pagano i loro (frequenti) viaggi a Tel Aviv, lavorano del tutto legittimamente, si intende”, riporta Il fatto Quotidiano.

In questi termini, nessun politico comanda realmente. Al contrario, eseguono gli ordini di chi li finanzia.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Schiavismo moderno: il lato oscuro di Dubai e degli altri Emirati

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
9 marzo 2026

I grattacieli, le luci scintillanti, l’alta tecnologia e le ricchezze di Dubai sono il lato esteriore dell’Emirato. Esiste un aspetto che ormai non è nemmeno tanto sconosciuto ma molto oscuro: quello dei diritti umani.

A Dubai, ma anche nei restanti sceiccati degli Emirati Arabi Uniti (EAU) lungo la costa meridionale del Golfo Persico e in Arabia Saudita, è un problema diffuso tra i lavoratori migranti.

Operai Dubai
Dubai, operai in pausa durante la costruzione di un grattacielo

Costruttori di grattacieli

La città sfavillante è stata costruita grazie al lavoro di centinaia di migliaia di migranti che rappresentano il 90 per cento della popolazione. La maggior parte di questi provengono da India, Pakistan, Bangladesh e altri Paesi del Sud e Sud-Est asiatico. Ma anche dall’Africa: Ghana, Nigeria, Kenya, Mozambico, Sudafrica, Zimbabwe.

Sono quei migranti che hanno costruito il Dubai World Trade Center, primo grattacielo del mondo arabo e il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo (828 metri).

Ma anche Palma Jebel Ali e la Palm Jumeirah, le isole artificiali a forma di palma, Expo City Dubay che ha ospitato la COP28 il grande evento sul clima. E molti altri che rendono Dubai una città del deserto unica al mondo.

La kafala

La kafala è l’equivalente della sponsorizzazione ma più invasiva. È una norma islamica che unisce legalmente il lavoratore migrante a un singolo datore di lavoro. Un sistema che, spesso, crea situazioni di sfruttamento e limitazione della libertà di movimento e si avvicina alla schiavitù moderna.

ONG come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso della kafala che toglie dignità ai lavoratori e lavoratrici immigrati. La prima azione del datore di lavoro è la confisca del passaporto dell’immigrato. Anche se questo sequestro è vietato dalla legge.

Con questo atto al lavoratore viene impedito di lasciare il Paese e la promessa di uno stipendio dignitoso diventa un sogno disatteso. Queste persone, ormai in trappola, vengono sottopagate dovendo lavorare anche 12 ore al giorno senza giornate di riposo.

Dubai rapporto Equidem
Copertina del rapporto EXPOsed di Equidem (courtesy equidem.org)

Leggi disattese

Negli ultimi anni negli EAU sono state varate diverse leggi per andare oltre la kafala e migliorare i diritti dei lavoratori. Ma non vengono rispettate. L’ONG britannica Equidem ha pubblicato il rapporto “EXPOsed” dove ha denunciato le sistematiche pratiche di lavoro forzato dei lavoratori immigrati.

L’indagine evidenzia anche lo sfruttamento dei lavoratori africani. Sono vittime di abusi come il pagamento di tasse di reclutamento illegali e il mancato pagamento dei salari. A questo si aggiunge il razzismo per il colore della pelle.

Anche se altamente qualificati i lavoratori africani, hanno ruoli inferiori rispetto a colleghi di altre nazionalità. La mano d’opera africana e asiatica, ha compiti più pesanti e salari minori. Inoltre, quando devono essere fatti tagli del personale sono i primi ad essere licenziati.

L’assenza di sindacati e la paura di ritorsioni impediscono alle vittime di denunciare i soprusi. Un sistema che i lavoratori definiscono “schiavitù moderna”.

Le donne stanno peggio

Questa forma di oppressione è anche peggiore per le donne. La maggioranza delle lavoratrici trovano occupazione come domestiche e abitano nelle case dei datori di lavoro. Ma questo non è un vantaggio. È, infatti, difficile denunciare abusi fisici o psicologici.

Queste donne lavorano anche 16-18 ore al giorno e spesso vengono abusate sessualmente. E quando va male vengono obbligate ad entrare nel giro della prostituzione.

Se una donna tenta di fuggire da una situazione di sfruttamento, rischia di essere accusata di “fuga” che comporta l’arresto o la deportazione. Questa situazione è comune, con qualche variante, a tutti i Paesi EAU.

Un sindacato sarebbe sicuramente utile per negoziare tra governo e datori di lavoro sui i diritti dei lavoratori. Purtroppo, in un sistema che non rispetta i diritti umani e civili, diventa una “mission impossible”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Crediti foto
– Operai in pausa durante la costruzione di un grattacielo
By Piotr ZarobkiewiczOwn work, CC BY-SA 3.0, Link

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A Dubai, il primo grande dissalatore/centrale elettrica al mondo che funziona con Intelligenza Artificiale

La guerra all’Iran e le domande ancora senza risposta

Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
8 marzo 2026

Annunciata e preparata da tempo, la guerra di Israele e degli Stati Uniti all’Iran è cominciata. Resta da capire quali saranno gli esiti nel breve e lungo termine.

L’offensiva è iniziata il 28 febbraio scorso, all’indomani dell’ultima sessione dei negoziati tra Iran e Usa presso l’ambasciata dell’Oman a Ginevra, smentendo le affermazioni del ministro degli Esteri omanita che aveva parlato di “progresso sostanziale” nei colloqui: l’Iran aveva infatti accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito.

Bombardamenti in Iran

La speranza era che i negoziati, nonostante le reiterate pressioni israeliane su Trump e l’arrivo delle portaerei USA nel Mediterraneo, compresa la Gerald Ford, la più grande del mondo, ormeggiata nelle acque di Haifa, scongiurassero una guerra che, come aveva chiaramente avvertito l’Iran, avrebbe infiammato il Medio Oriente. E così è stato.

Quello sferrato da Netanyahu e Trump è il secondo attacco in otto mesi, per provocare, così hanno detto, un cambio di regime e far diventare l’Iran un Paese non più ostile e libertario. Hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei, i capi dei Guardiani della Rivoluzione e invitato gli iraniani a rivoltarsi contro il regime degli ayatollah.

Ma nonostante i festeggiamenti dei dissidenti in alcune città iraniane e all’estero per la morte di Khamenei, non c’è un’opposizione strutturata per sostituire l’attuale classe dirigente. Il fallimento dell’export della democrazia in Afghanistan e in Iraq sembra non aver insegnato niente.

Intanto sotto i bombardamenti (di chi?), sono state uccise 165 bambine della scuola elementare di Minab vicina ad una base dei Pasdaran e l’Iran sta colpendo, oltre Israele, le monarchie del Golfo e i Paesi della regione che ospitano le basi Usa.

Israele, superpotenza regionale

Trump è “incondizionatamente” al fianco di Israele, il cui scopo per alcuni non sarebbe solo impedire all’Iran di raggiungere l’arma atomica, che Israele peraltro possiede in quantità. Oltre al cambio di regime per “schiacciare la testa del serpente” del cosiddetto “asse della resistenza” – già indebolito dalle guerre ad Hamas a Gaza, contro Hezbollah nel 2024 e, in Siria, dalla caduta del regime di Bachar el-Assad – si ipotizza che Israele voglia assumere il ruolo di superpotenza regionale.

Donald Trump, presidente USA e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu

Ma cosa avrebbe spinto Trump a questa azione militare? Tra i possibili moventi si evoca anche la necessità di distrarre l’opinione pubblica americana dallo spinoso quanto misterioso dossier degli Epstein files, o il petrolio iraniano (l’Iran è il terzo produttore mondiale) per soffocare la Cina che lo importa.

Elezioni midterm

Resta da capire, in vista delle elezioni di midterm, come risponderà Trump al popolo americano e alla sua base MAGA, delusa dalla sua politica estera sempre meno pacifica, che potrebbe avere dei costi non irrilevanti. Finora le sue dichiarazioni sono state fumose, contraddittorie e a singhiozzo.

All’inizio ha parlato di una dimostrazione di forza, un attacco limitato in caso di fallimento dei negoziati, per spingere l’Iran ad accettare le sue condizioni sul nucleare e sui nuovi missili balistici capaci, secondo lui, di minacciare anche gli Stati Uniti. E il vicepresidente JD Vance ha assicurato che non c’era alcuna possibilità che un attacco contro l’Iran avrebbe portato ad una guerra prolungata nella regione. Dopodiché Trump è passato all’annuncio di una possibile operazione di terra, in seguito smentita, a quello di una guerra di quattro settimane, aggiungendo che gli Usa hanno capacità per andare oltre. Ma quanto oltre?

Caos dopo attacco

Ad oggi nessuno riesce a immaginare dove porti il caos, creato attaccando l’Iran, di cui parla anche Daniel Levy, analista ed ex negoziatore degli Accordi di Oslo 2, oggi critico delle politiche di Israele, in un intervento in cui fa presente tra l’altro che due potenze nucleari hanno attaccato uno stato che l’atomica non ce l’ha.

Sul Newyorker, Robin Wright ha evidenziato che l’offensiva denominata “Furia epica” negli USA e “Leone ruggente” in Israele, non ha l’appoggio maggioritario del popolo americano, preoccupato in questo momento dai propri guai economici, e solleva parecchi dubbi sulla sua legalità, sia rispetto al diritto internazionale che alla Carta delle Nazioni Unite e alla Costituzione degli USA.

Carta dell’ONU parla chiaro

La Carta dell’ONU stabilisce infatti che i Paesi membri debbano “astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato” (Capitolo I, Art. 2, Comma 4), mentre la Costituzione americana assegna solo al Congresso il potere di dichiarare guerra.

Per gli USA si tratta di un’altra “guerra preventiva”, come lo è stata quella del 2003 in Iraq basata sulla prova rivelatasi falsa del possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa, con tanto di provetta esibita dal segretario di stato Colin Powell all’ONU, che stavolta dovrebbe contrastare una minaccia al momento ipotetica, visto che l’Iran non ha, o non ha ancora, l’arma nucleare.

Certo, il regime teocratico e oppressivo degli ayatollah, al potere da 47 anni, ha sempre giurato di distruggere il “Grande Satana”, gli Stati Uniti, e con loro Israele. Ha attrezzato, nonché foraggiato, quei proxy che dopo il 7 ottobre hanno accerchiato Israele, e oggi, pur indeboliti, vedono Hezbollah riaprire un nuovo versante di guerra in Libano.

Diplomazia estromessa

Sta di fatto che alla diplomazia non è stata data una chance ulteriore né la si è considerata una via privilegiata. Senza copertura ONU e senza legittimazione del Congresso americano, questa guerra dichiarata mentre gli Usa stavano negoziando con l’Iran, come era accaduto del resto a giugno del 2025 bombardando i siti nucleari di Fordow, Natanz e Esfahan, ha sostituito alla trattativa il linguaggio della forza.

L’Iran ha firmato nel 1968 il Trattato di non Proliferazione Nucleare – mai sottoscritto da Israele che invece ha sviluppato un programma nucleare a scopo difensivo – , che prevede l’uso del nucleare solo per usi civili.

Nel 2015, col Joint Comprehensive Plan of Action (J.C.P.O.A) si è impegnato a limitare il suo programma nucleare, in cambio della rimozione delle sanzioni economiche, e ad aprire alle ispezioni dell’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il ritiro di Trump nel 2018, durante il suo primo mandato, dall’accordo sottoscritto dal presidente Obama e da altri cinque Paesi e le numerose sanzioni economiche dirette contro l’Iran e i suoi partner economici, hanno spinto la Repubblica Islamica a riprendere l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti concordati nel 2015 come leva negoziale, arrivando, secondo le ispezioni dell’AIEA, al 60 per cento. E’ così che tra divergenze e diffidenze reciproche nemmeno le “parole magiche” richieste da Trump e pronunciate dal ministro degli Esteri iraniano, Araghchi, che l’Iran non avrebbe sviluppato armi nucleari, sono riuscite a fermare i venti di guerra che già soffiavano in maniera irreversibile.

Nuovo ordine mondiale

Ora è guerra aperta e il “nuovo Medio Oriente”, seppure sfocato, comincia ad allungare le sue ombre su un’Europa che si sta muovendo in ordine sparso, mostrando ancora una volta le sue crepe. Dopo l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, l’Iran, il “nuovo ordine mondiale”, pieno di incertezze, è servito.

Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Karura Forest, polmone verde nel centro di Nairobi minacciata dal cemento

Dal Nostro Inviato Speciale
Annaflavia Merluzzi
Nairobi, 8 marzo 2026

Stridono sempre di più lo sviluppo urbano sfrenato di Nairobi e la conservazione degli ecosistemi interni e circostanti la città.

Se da un lato la crescita cittadina ha visto un aumento significativo, configurando la metropoli come seconda città africana per numero di grattacieli, che l’ha fatta schizzare in alto nella classifica degli hub commerciali e finanziari – per quanto questo riguardi solo i quartieri d’élite e non le aree urbane low income – dall’altro lo sviluppo non regolamentato sta mettendo in pericolo la sostenibilità ecologica di Nairobi.

Allarme idrogeologico

Dopo l’allarme dell’idrogeologa Florence Jerotich Tanui, sul rischio dei collassi nei terreni dove sono stati scavati troppi buchi per la costruzione di edifici, l’associazione Friends of Karura Forest (FKF) mette in guardia dalla deforestazione e sfruttamento dell’area protetta dentro Nairobi.

Karura forest, che si estende per circa 1041 ettari, cresce a partire dall’area settentrionale della capitale, a soli 6 km dal trafficatissimo Central business district, cuore pulsante dell’economia cittadina.

Ospita cascate, oltre 200 specie di alberi autoctoni, quasi 230 specie di uccelli e, grazie al lavoro dell’associazione Friends of Karura Forest, da qualche anno accoglie l’African colobus monkey, un primato in via di estinzione, reintrodotto con successo dagli attivisti tra il 2014 e il 2016, dopo essere precedentemente scomparso dalla foresta, che ne è da sempre habitat naturale.

African Colobus Monkey

Dalla sua fondazione nel 2009 l’associazione, grazie al contributo della co-fondatrice Wangari Maathai nell’approvazione parlamentare dei Forest Acts nel 2005, collabora con il Kenya Forest Service nella gestione dell’area di Karura.

“Siamo sempre stati coinvolti nelle decisioni riguardanti la foresta, ogni proposta presentata veniva discussa nelle sedute del comitato, fino poco tempo fa, quando sono state fatte due scelte senza considerarci”, racconta ad Africa ExPress il professore ambientalista, Karanja Njoroge, ex presidente e membro dell’associazione.

Deforestazione

La prima, e più preoccupante, è la deforestazione di un’area di cui non si conosce ancora l’ampiezza, per costruire alloggi per le nuove reclute del Kenya’s National Youth Service, l’ente statale che fornisce addestramento paramilitare e formazione tecnica ai giovani tra i 18 e i 24 anni.

Cascata all’interno della Karura Forest, Nairobi

“Oltre al fatto che stanno tagliando degli alberi, il problema è che parliamo di ragazzi appena maggiorenni spediti a vivere dentro un’area protetta, senza avere alcuna formazione e conoscenza sulla conservazione”, spiega Njoroge. E ancora: “Siamo molto preoccupati e l’assenza di informazioni e comunicazioni ci sconcerta”.

Nursery alberi

La seconda decisione presa dal Kenya Forest Service, senza consultare l’associazione, riguarda l’allestimento di una nursery per circa due milioni di alberi da trasferire poi in altre aree verdi del paese. “Anche questa ci sembra una mossa rischiosa, il trasporto di questa quantità di esemplari ha un costo ambientale molto alto, quando basterebbe piantare gli alberi direttamente in loco”, spiega poi il professore.

L’approvazione dei Kenya Forest Acts nel 2005, e i successivi decreti implementati nei decenni successivi, aveva segnato un punto di svolta politica fondamentale: il coinvolgimento della società civile, delle associazioni, degli abitanti delle aree protette nei processi decisionali che le riguardano. “Tornare indietro sarebbe un bruttissimo colpo per l’ambientalismo e per i cittadini kenyani”, conclude Njoroge.

Annaflavia Merluzzi
Annaflaviamerluzzi@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Maratona di Tokyo: ottimo inizio stagione per i runner africani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Marzo 2026

In anticipo sulla primavera è sbocciata la stagione delle grandi maratone. La prima ad aprire il circuito delle cosiddette Abbot World Marathon Majors è stata quella di Tokyo, 19a edizione. Il circuito prende il nome dall’azienda multinazionale, leader nel settore della salute, che lo ha ideato nel 2012 e lanciato nel 2013.

Nel Paese del Sol Levante si è ripetuto il dominio africano: al traguardo di Gyoko-dori Avenue, al termine dei 41,195 km snodatisi nei quartieri più significativi della metropoli nipponica (Tokyo Metropolitan Government Building, Nihombashi, Asakusa, Ginza, Hibyia Park, il Palazzo Imperiale..) l’ha spuntata Tadese Takele (80 mila dollari il premio intascato). E’ un giovanissimo etiope, ha solo 23 anni, e per lui è stato il bis dell’anno scorso.

Nuovo trionfo per il giovane etiope

E’ un corridore prodigio. Specialista inizialmente della corsa a ostacoli, è passato alla maratona senza difficoltà. Ha fatto segnare 2:03:24 al suo esordio nel terzo posto a Berlino (2023), è migliorato (2:03:23) nella sua vittoria a Tokyo lo scorso anno e ora, il primo marzo scorso, alla sua quarta maratona, ha battuto per un soffio, allo sprint, col tempo di 2h03’37”, i keniani Geofrey Toroitich Kiptchumba , 26 anni, (50 mila dollari) e Alexander Mutiso, 30 anni, (15 mila dollari). Indicativo del livello tecnico altissimo della gara è il tempo dei due sconfitti: appena 1-2 secondi di distacco dal vincitore!

Oro per l’etiope Tadese Takele

Impossibile  non segnalare anche la strepitosa prestazione del nostro connazionale Iliass Aouani, 30 anni: si è classificato sesto in 2h04’26”.Record italiano di valore mondiale: è il settimo crono più veloce della storia.

E’ la conferma che anche nel 2026 sulle strade di Boston, Berlino, Londra, Chicago, New York e Sydney (le altre sedi delle grandi maratone), assisteremo a sfide oltre i limiti. Sia tra gli uomini sia tra le donne.

Oro per l’intramontabile Brigid

Nella maratona femminile, infatti, l’inossidabile, intramontabile leggenda keniana Brigid Kosgei, 32 anni, si è presa la rivincita sull’Etiopia mettendo in fila ben sei etiopi.

La seconda è stata la molto più giovane Bertukan Welde Sura, 21 anni, (giunta a 2 minuti di distanza), della scuderia dell’italiano Federico Rosa; terza Hawi Feysa, 27 anni, (a 3 minuti). Brigid ha anche stabilito la migliore prestazione femminile su suolo asiatico con 2h14’29. Nel 2014 smise di gareggiare per mettere al mondo i due gemelli Faith e Brian, (presi in cura dal marito Mathew Mitei) e domenica primo marzo a Tokio ha corso il settimo tempo più veloce della storia a livello mondiale femminile e la seconda prestazione della sua carriera.

Per lei è il secondo successo alla maratona nipponica dopo quello nell’edizione del 2021, anno in cui conquistò la medaglia d’argento alle Olimpiadi sempre in terra giapponese.

Sembra che il Sol Levante sia una terra di elezione per i runner di Nairobi. Anche Alexander Mutiso, dopo una medaglia di bronzo nei 3 mila metri ai Mondiali Under 18, ha gareggiato per molti anni nel Paese asiatico sui 5mila metri e sulla mezza maratona.

La runner keniana cambia bandiera

Brigid, però, dopo aver dato tanto lustro al suo Paese, sembra intenzionata a lasciarlo. Ha dichiarato dopo l’oro di Tokio: “Alle Olimpiadi di Los Angeles 2028 cambierò nazionalità e gareggerò per la Turchia. In Kenya c’è troppa concorrenza…Comunque devo ancora decidere”.

Brigid Kosgei, Kenya, vincitrice della gara femminile

E pensare che è una delle stelle di Nairobi: cresciuta con sei fratelli da una madre single nella contea di Elgeyo-Marakwet, (regione della Rift Valley patria di campioni), aveva abbandonato la scuola per mancanza di denaro. “Quando ero in terza elementare, gli arretrati superavano i 1.500 dollari – ha raccontato -. Mia madre ha cercato di convincermi a non farlo dicendo che mi avrebbe prestato i soldi, ma io le ho risposto: Per quanto tempo continueremo a chiedere prestiti?”>.

Oltretutto, Brigid aveva scoperto di amare la corsa già alle elementari, distanti da casa sua 10 km .”A volte correvo per evitare di arrivare in ritardo. Lungo il cammino incontravo atleti che si allenavano e mi dicevo: ‘Posso essere come loro’”

E lo è diventata… Ha imboccato la strada dello sport che ha dato a lei “la possibilità di far studiare i miei figli” e a sua madre tranquillità e sicurezza finanziaria (80 mila dollari anche per lei in Giappone).

La keniana ha alle spalle ben 11 vittorie

Ha collezionato undici vittorie sulla maratona: due a Londra nel 2019 e nel 2020, due a Chicago nel 2018 e nel 2019 e due a Tokyo nel 2021 e nel 2026, una a Milano 10 anni fa. Ha detenuto fino al 2023 il record del mondo con il tempo di 2h14’04” realizzato a Chicago nel 2019. Un primato che – ha assicurato dopo l’ultimo trionfo – è intenzionata a riprendersi. Non solo.

Brigid ama sognare in grande: il primo obiettivo è battere se stessa. Vuole arrivare a correre la Maratona in 2 ore e 10 minuti.

Dal Kenya intanto giunge una notizia positiva riguardo al doping: il Paese ha compiuto un passo significativo verso la credibilità nel campo dell’Atletica mondiale. Pochi giorni fa, l’Agenzia antidoping del Kenya (Adak) – l’organismo che protegge gli atleti puliti – ha rimosso il Paese dalla lista di controllo dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada). Insomma non è più un sorvegliato speciale. Viene riconosciuto, dopo anni di scandali a ripetizione, il suo impegno a “tenere pulito lo sport e a proteggere l’integrità dell’atletica leggera”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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I kenyoti, protagonisti nella maratona di Tokyo, lanciano messaggi di pace

I traguardi irraggiungibili raggiunti da Eliud e Brigid maratoneti del Kenya

Dal Madagascar le borse più belle alla Fashion Week di Milano

Dalla Nostra Fashion Correspondent
Luisa Espanet
Milano, 6 marzo 2026

E’ stato uno degli stand più visitati del White, salone di ricerca, durante la Fashion Week di Milano. Dietro al brand una storia con tutti i requisiti della favola. Protagonista Liva Ramandraibe, nato in Madagascar nel 1981. Ibeliv è il brand di borse in rafia e non solo, da lui creato.

Non un nome di fantasia, ma un nome che, oltre a contenere parte del nome Liva, letto all’inglese, si traduce in “Io credo” e racconta il pensiero da cui tutto è partito. Cioè credere fortemente in un progetto, superando ostacoli di ogni tipo per realizzarlo.

Liva Ramandraibe nel suo stand al Fashion Week

Tutto comincia da un ragazzo malgascio, appunto Liva Ramandraibe, che a 16 anni va in Francia, prima ad Avignone poi a Montpellier per studiare Finanza.  Laureato, lavora come stagista per un anno. Poi si rende conto che vuole essere utile al suo Paese e la finanza non è la strada giusta.

Questo nonostante le brillanti prospettive di carriera che gli vengono offerte. Incomincia così a girare il mondo, scopre che molte delle borse di paglia nelle vetrine più chic, vendute a prezzi altissimi, sono fatte da donne del suo Paese, sottopagate, senza un contratto e nessuna sicurezza per l’avvenire. Per contro nei mercatini del Madagascar si trovano borse a prezzi bassissimi. Decide di entrare in quel business.

Un cappello della collezione di Liva Ramandraibe

Lui farà i disegni e si occuperà di trovare i compratori. Le artigiane realizzeranno i prodotti. Ma ha difficoltà a trovare consensi,  nessuna gli dà ascolto. Finalmente due donne si mostrano interessate al progetto e con loro prepara una piccola collezione, che comincia a proporre in un “porta a porta” nelle boutique in giro per il mondo.

Non è semplice, ma continua imperterrito. “La mia mamma mi ha insegnato l’umiltà e la passione” racconta. E la figura della mamma sarà determinante nel suo successo. Il primo negozio a interessarsi e acquistare le sue borse è a Portofino, dove ha modo di incontrare quello che diventerà il suo distributore. Ora le borse Ibeliv sono vendute nei negozi più prestigiosi e raffinati del mondo e portate da personaggi icone della moda come Carla Bruni.

Una borsa della collezione di Liva Ramandraibe

In una mostra sulla storia delle borse, allestita ai magazzini Le printemps di Parigi, le sue sono state esposte tra i pezzi cult. Ma quello che è più interessante ed è anche l’obiettivo raggiunto, Ibeliv è ora un’azienda solida dove lavorano 4mila persone, regolarmente assunte. A guidare il team creativo Liva Ramandraibe, ad occuparsi della gestione la “grande mamma” Tiana Raharison, nominata ambasciatrice delle donne africane da Barack Obama.

Il figlio la ringrazia nel volume fotografico che racconta dalle coltivazioni della rafia ai disegni e gli schizzi dei modelli, alle lavorazioni, fino alle immagini delle campagne pubblicitarie. “Portare Ibeliv è scegliere un’eleganza naturale e senza tempo nata dal desiderio di fare il Bello facendo il Bene”. Scrive nell’introduzione.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
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Epstein e il Mossad dietro la guerra all’Iran

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
Milano, 5epstein file marzo 2026

Premesso che sicuramente i file Epstein sono stati oscurati, in parte censurati, emendati delle immagini più crude sugli abomini, le violenze, gli stupri, gli omicidi di bambini e bambine, fino ad atti di cannibalismo, compiuti dal miliardario, da quel che emerge è chiaro il legame tra Jeffrey Epstein e i servizi israeliani.

Epstein file

https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%209/EFTA00090314.pdf

Andando a leggere il file declassificato linkato qui sopra, si legge la prova cardine di una fonte sentita nel 2020 dalla FBI e giudicata credibile. La testimone chiamata a deporre su eventuali influenze sulla politica interna ed estera degli Usa, ha riferito quanto segue:

“Il professore di diritto di Harvard, Alan Dershowitz, aveva instaurato legami con studenti provenienti da famiglie importanti come quella di Jared e Josh Kushner, in quanto suoi allievi. Dershowitz avrebbe ammesso che se fosse stato giovane si sarebbe arruolato volentieri come agente del Mossad. Chi ha riferito è convinta che il professore fosse in effetti stato cooptato dal Mossad e che gli era stata affidata una qualche missione. Jeffrey Epstein era legato a Dershowitz”.

Telefonate ascoltate

“L’informatore ricorda che Dershowitz disse al giudice distrettuale della Florida, Alex Ocasta, che Epstein apparteneva sia ai servizi di intelligence americani, sia a quelli alleati. La fonte ha precisato di aver ascoltato telefonate tra Dershowitz e Epstein, durante le quali era anche riuscita/o a prendere appunti. Dopo queste conversazioni il Mossad chiamava Dershowitz per fare il punto. Epstein era anche vicino al primo ministro israeliano, Ehud Barak, che lo aveva formato allo spionaggio. Arabia Saudita, Israele ed Emirati sono alleati contro il Qatar, la Turchia, Iran e Siria. Dopo domande insistenti da parte di un soggetto (nome oscurato) la fonte maturò la convinzione che Epstein lavorasse come agente del Mossad”.

Alan Dershowitz, professore di diritto, Harvard

La relazione con i Kushner giovani, Jared Kushner, poi genero di Donald Trump e con suo fratello Josh, ai tempi del loro studentato ad Harvard, fa pensare.

La schermata delle dichiarazioni della fonte FBI su Epstein e i rapporti col Mossad

Oltre ai rapporti con l’ex primo ministro Ehud Barak, nelle mail di Epstein compare anche un alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana (AMAN), Yehoshua Koren, che è stato ospitato almeno tre volte dal miliardario stesso nel suo appartamento a New York, tra il 2013 e la fine del 2015.

Morte misteriosa

Anche Robert Maxwell, imprenditore britannico ed editore, nonchè padre di Ghislaine Maxwell, la compagna di Epstein (condannata a giugno 2022 per adescamento di minori), sarebbe stato a lungo al servizio di Israele, sotto copertura.

Nato nell’Ucraina russa da una famiglia ebrea cecoslovacca, lavora in mezza Europa durante la guerra e ottiene la cittadinanza britannica, diventando editore cartaceo e televisivo, creando un impero. E’ morto misteriosamente cadendo dal suo yacht in navigazione verso le Canarie ed è seppellito sul monte degli Ulivi a Gerusalemme, in quanto, come ebbe a dire il presidente Chaim Herzog, presente al funerale, “ha servito Israele più di chiunque altro”.

Nelle mail di Epstein è emersa una versione un po’ diversa della morte accidentale di Robert Maxwell. Epstein scrive che Maxwell aveva precedentemente minacciato i servizi segreti israeliani, scrivendo che “a meno che non gli avessero dato 400 milioni di sterline per salvare il suo impero in rovina, avrebbe denunciato tutto ciò che aveva fatto per loro”.

Finanziamenti ai sionisti

Torniamo al miliardario pedofilo che qualcuno dà per vivo in quanto nei filmati della prigione dove era detenuto non appaiono le immagini del corpo portato via. Nei file si trova anche traccia di finanziamenti e legami di Epstein con Friends of Israel Defense Forces (FIDF), cui fece una donazione di 25 mila dollari e Jewish National Fund (JNF) cui regalò 15 mila dollari. Quest’ultimo supporta le attività dei coloni in Cisgiordania e annovera raccolte fondi per le brigate più attive nelle violenze e torture contro i palestinesi.

Prendiamo nota che secondo il New York Times, il dipartimento di giustizia ha oscurato 50 pagine relative alla denuncia di una donna contro il presidente americano, Donald Trump, che accusa di violenze nelle case di Epstein quando lei era minorenne, e che il Dipartimento ha ammesso di aver escluso immagini troppo crude di morte e pedopornografia e di aver ancora al vaglio 2 milioni di file. Forse i documenti ancora secretati potrebbero riservare qualche sorpresa.

Infatti i Clinton chiedono che Trump venga sentito e deponga come hanno fatto loro, pur tra qualche “non ricordo”.

Il presidente USA, Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Vivo o morto, da Epstein arriviamo ai giorni nostri, con uno scoop di Axios secondo cui, dopo varie telefonate tra Benjamin (chiamato anche Bibi) Netanhyau e Trump, in una conversazione telefonica del 26 febbraio, Bibi avrebbe affermato che il presidente iraniano Khamenei stava preparando una riunione segreta con i principali consiglieri e che quello era il momento per agire.

Succube di ricatti

E, venerdì 27 febbraio, Trump avrebbe dato l’ordine definitivo alle ore 15:38. Poi,11 ore dopo sono piovute le prime bombe israeliane e a seguire quelle USA sull’Iran. I fans Maga pensano e dicono che Trump sia succube di Israele e forse anche dei ricatti sul caso Epstein.

Certo non é chiaro il perché Trump sia l’unico presidente che ha dichiarato guerra all’Iran, andando dietro a Israele, scelta rifiutata dai precedenti presidenti. Tanto più, osservano i media statunitensi, Trump si era autoproclamato presidente della pace e aveva promesso al movimento Maga che non avrebbe fatto nessuna guerra, anzi le avrebbe interrotte tutte.

L’ultima mossa disperata sarebbe restringere i meccanismi delle elezioni di Mid term con la scusa che la Cina avrebbe interferito nelle elezioni del 2020: secondo Washington Post c’è già una bozza di ordine esecutivo per rendere obbligatoria l’identificazione degli elettori e vietare il voto per corrispondenza.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Anche un drone americano partito da Sigonella all’assalto dell’Iran

Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Medio Oriente in fiamme: antagonismi religiosi, guerra di popoli, odio tra arabi e ambiguità politiche

 

Dietrofront di Londra: i caccia USA possono partire anche da Diego Garcia per bombardare l’Iran

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 marzo 2026

Solo domenica, dietro forti pressioni di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, il premier britannico, Keir Starmer, ha concesso l’utilizzo delle basi militari del suo Paese per “attacchi difensivi” contro siti missilistici iraniani.

Starmer ha precisato che Londra non vuole ripetere gli errori commessi in Iraq. “Non abbiamo partecipato agli attacchi iniziali in Iran e non intendiamo partecipare nemmeno ora alle operazioni offensive”, ha dichiarato..

Base Diego Garcia USA – GB sulle isole Chagos

Il premier britannico ha spiegato perchè ha poi concesso l’accesso alle basi britanniche: “La situazione è cambiata domenica, dopo le risposte ‘oltraggiose’ di Teheran. Sono diventate una minaccia per il nostro popolo, i nostri interessi e i nostri alleati”.

Base nell’Oceano Indiano

Tra i siti concessi a Washington, c’è anche Diego Gracia, l’immensa base militare che si trova nell’arcipelago delle isole Chagos un piccolo arcipelago che comprende cinquanta isole nel bel mezzo d’Oceano Indiano.

Trump aveva inoltrato una richiesta al premier britannico già un mese fa, dichiarando che “potrebbe essere necessario” per gli Stati Uniti utilizzare la base RAF Fairford e Diego Garcia per le proprie operazioni, qualora l’Iran “decidesse di non concludere un accordo”.

Trump furioso

Sta di fatto che malgrado il dietrofront di Londra, Trump è furioso con Starmer e continua a attaccarlo, perché la Gran Bretagna ha rifiutato di sostenere gli attacchi iniziali. Ovviamente il taycoon ha criticato anche gli alleati occidentali per non aver appoggiato in modo inequivocabile l’azione USA.

Il leader americano ha dichiarato a diversi giornali: “I rapporti non sono più quelli di una volta”. E In un’intervista al Telegraph ha affermato che Starmer ha impiegato troppo tempo per consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi britanniche.

Secondo alcuni siti specializzati tra il 25 e il 26 febbraio, prima dell’inizio dell’aggressione all’Iran, gli USA avrebbero dispiegato alcuni F-16 a Diego Garcia per proteggere l’avamposto militare nell’Oceano Indiano da potenziali attacchi iraniani.

F-16, aerei da combattimento USA alla base Diego Garcia

Nel 2019 la Corte Internazionale dell’Aja aveva accolto la richiesta della Repubblica delle Mauritius e aveva chiesto alla Gran Bretagna di rinunciare alle sovranità delle isole Chagos. Dopo lunghe trattative tra Port Louis e Londra, nell’ottobre 2023 i due governi avevano finalmente trovato un accordo.

Accordo con Port Louis

A maggio dello scorso anno, il Regno Unito ha siglato anche un altro trattato con le Mauritius per garantire il futuro della base militare Diego Garcia, strategicamente importante per Londra e Washington.

L’accordo prevede un contratto di locazione di 99 anni (prolungabili) per Diego Garcia, che garantirebbe il proseguimento delle attività della base come in precedenza. Il nuovo trattato costerà ai contribuenti britannici oltre cento milioni l’anno, mentre gli USA pagheranno le spese correnti della base.

Il disegno di legge per ratificare la nuova convenzione è attualmente all’esame della Camera alta del Parlamento del Regno Unito.

Trump aveva inizialmente criticato l’accordo, ma poi aveva affermato che era il “migliore” che Sir Keir Starmer potesse ottenere.

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole, una base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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USA schiera cacciabombardieri a Diego Garcia pronti a attaccare Teheran

 

Anche un drone americano partito da Sigonella all’assalto dell’Iran

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
3 marzo 2026

Come ormai accade immancabilmente da oltre cinquant’anni, la base militare di Sigonella si rivela un avamposto strategico per le operazioni di guerra USA-NATO.

Sabato 28 febbraio alle ore 01.30 circa, un grande velivolo da pattugliamento aeronavale Boeing P8A “Poseidon” in dotazione alla Marina Militare degli Stati Uniti è decollato dallo scalo siciliano per dirigersi verso il Mediterraneo orientale dove da lì a qualche ora è stato scatenato il brutale attacco di USA ed Israele contro l’Iran.

Il “Poseidon” viene impiegato di norma da US Navy per le operazioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento di potenziali obiettivi “nemici”. Grazie a sofisticate sonoboe e al sistema radar APY-10 è in grado di intercettare sottomarini in immersione.

Attrezzature secretate

Anche se le caratteristiche e le potenzialità belliche delle attrezzature sono secretate, il velivolo può mappare un’area di 10.000 metri quadri da una distanza di più di 220 miglia. Il P-8A può anche disturbare i radar annullandone i segnali.

Il P8-A“Poseidon” può essere impiegato anche per operazioni di attacco con missili antinave AGM-84 Harpoon e siluri Mark 54.

La sua presenza nello scacchiere di guerra mediorientale durante il raid contro Teheran ha certamente favorito le operazioni di individuazione e selezione degli obiettivi da colpire. I P-8A “Poseidon” di Sigonella sono già stati utilizzati in innumerevoli interventi di US Navy nel Mar Nero e ai confini con Ucraina, Russia e Bielorussia, a fianco delle forze armate di Kiev.

I pattugliatori realizzati dal colosso industriale Boeing operano stabilmente dal settembre 2016 dalla grande base militare siciliana sotto il comando e il controllo di un distaccamento del Patrol Squadron 45 di US Navy appositamente trasferito in Sicilia da Jacksonville, Florida.

A confermare il ruolo chiave di Sigonella nella campagna di guerra USA-israeliana contro l’Iran va altresì rilevato che sempre sabato 28 febbraio è atterrato nella base aerea siciliana un drone-spia MQ-4C “Triton”, anch’esso in dotazione a US Navy.

Missione di intelligence

Il grande velivolo senza pilota è rientrato in Sicilia dopo una lunga missione di intelligence e sorveglianza nello spazio aereo del Golfo di Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz. Il “Triton” era stato trasferito il 23 febbraio da Sigonella alla base aerea di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti.

Il 24 febbraio, in particolare, è stata tracciato il volo del drone sul Golfo Persico in prossimità di Bahrain e Qatar, ad un’altitudine “anomala” di oltre 11.500 metri. Anche in questo caso è presumibile che il velivolo abbia mappato le infrastrutture e i siti iraniani da colpire e distruggere.

Un drone MQ-4C “Triton” di Sigonella ha partecipato alle operazioni di guerra di USA ed Israele contro l’Iran la notte del solstizio d’estate 2025.

Poche ore dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz ed Esfahan, il velivolo senza pilota di US Navy ha sorvolato lo spazio aereo dello Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi, probabilmente per monitorare le reazioni di Teheran all’attacco dei bombardieri B-2.

Drone MQ-4C “Triton”

L’MQ-4C “Triton” è un velivolo a lungo raggio prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. Lungo 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, può operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h.

Il drone gode di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche.

Dal 23 febbraio la base di Sigonella, congiuntamente alle due basi della Marina Militare di Augusta (Siracusa) e Catania, opera a supporto logistico-operativo della grande esercitazione aeronavale della NATO “Dynamic Manta”.

Si tratta della più importante esercitazione che l’Alleanza Atlantica svolge annualmente per la lotta anti-sottomarina e “neutralizzazione” delle unità da guerra “ostili”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Medio Oriente in fiamme: antagonismi religiosi, guerra di popoli, odio tra arabi e ambiguità politiche

Generale Francesco Cosimato sull’attacco USA: “Non esistono le guerre preventive”

 

 

 

Il pretesto dell’arma nucleare per scatenare la guerra all’Iran

Speciale Per Africa ExPress
Giovanni Porzio
3 marzo 2026

Gli Stati Uniti hanno 5.177 testate nucleari, Israele almeno 90, l’Iran nessuna. Sostenere che l’ Iran rappresenterebbe una minaccia imminente alla sicurezza nazionale della superpotenza americana e all’esistenza stessa dello Stato ebraico è una falsità priva di qualsiasi fondamento.

Al contrario, l’Iran degli ayatollah non è mai stato così vulnerabile, indebolito dall’offensiva israelo-americana dello scorso giugno, da decenni di sanzioni, da una crisi economica che ha innescato un’ondata di proteste, represse nel sangue, inizialmente contro il carovita e la svalutazione del rial e poi dirette contro la leadership del Paese e il sistema di potere che la sorregge.

Oltre 150 bambine morte sotto il bombardamento di una scuola primaria

La caduta del regime di Bashar Assad in Siria ha privato Teheran del suo principale alleato e i colpi inferti dalle IDF (Israel Defence Forces, l’esercito) a Hezbollah in Libano, ad Hamas a Gaza e agli Houthi in Yemen hanno frantumato quell’“asse della resistenza” che formava l’ossatura della strategia regionale della Repubblica Islamica.

Non stiamo dunque assistendo a un “attacco preventivo” in presenza di un pericolo immediato, come hanno dichiarato con scarsa convinzione, molta ipocrisia e abbondante faccia tosta Netanyahu e i suoi generali, ma a un’operazione su larga scala, in aperta violazione del diritto internazionale, pianificata da mesi nei minimi dettagli sulla base delle informazioni raccolte dai sistemi di spionaggio elettronico e dai numerosi agenti della Cia e del Mossad presenti sul suolo iraniano.

Cortina Fumogena

Risulta ora chiaro come i negoziati di Ginevra altro non fossero se non una cortina fumogena destinata al fallimento.

Cosa ha spinto Netanyahu e Trump a scatenare la terza guerra del Golfo, un conflitto che rischia di destabilizzare l’intero Medio Oriente e di avere conseguenze imprevedibili, non solo all’interno della Repubblica Islamica? La questione nucleare è pretestuosa.

Teheran ha sempre negato l’esistenza di un programma militare segreto: dopo la decisione di Trump di uscire dagli accordi JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action, trattato che mirava a garantire che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico) firmati nel 2015 sotto la presidenza Obama l’Iran ha arricchito l’uranio a livelli superiori a quelli necessari per uso civile, ma non ci sono prove che stia fabbricando ordigni atomici. Proprio Trump, del resto, aveva dichiarato in giugno che il programma nucleare iraniano era stato “obliterato”.

Somme enormi

Il premier israeliano, che alle legislative del prossimo ottobre rischia di perdere la maggioranza alla Knesset, sa che la sua sopravvivenza politica – come dimostrato dai due anni di massacri a Gaza – dipende dal mantenimento di uno stato di guerra permanente: il conflitto con l’Iran gli consente di accreditarsi come il baluardo della patria minacciata.

Israele ha investito enormi somme e incessanti sforzi per convincere la comunità internazionale e l’opinione pubblica interna che Teheran, la “testa del serpente”, rappresenta un pericolo non solo per lo stato ebraico ma per la stabilità globale.

C’è poi un altro calcolo. Il famigerato Board of Peace, inaugurato dieci giorni prima dello scoppio di questa guerra, avrebbe dovuto (nei deliri di The Donald) risolvere i conflitti in Medio Oriente e nel mondo intero sostituendosi alle Nazioni Unite. Benché si tratti, come lo ha definito il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, di una “struttura neocoloniale”, o più semplicemente di un comitato di affari per promuovere gli interessi politici e finanziari del presidente e dei suoi accoliti, impedisce a Netanyahu di avere mano libera a Gaza come ha sempre fatto, di disarmare Hamas (che conserva l’armamento leggero) e di procedere all’annessione formale della Cisgiordania.

Board of Peace

Nel Board ci sono i Paesi arabi, con i quali Israele ha interesse a mantenere buoni rapporti. La Turchia, nonostante l’opposizione di Tel Aviv, si è impegnata a fornire truppe per la stabilizzazione di Gaza e sta già operando con personale umanitario nella Striscia.

La nuova guerra contro l’Iran serve a Netanyahu per far dimenticare lo sterminio di Gaza, che ha isolato Israele nel mondo, a ricompattare l’opinione pubblica interna, profondamente divisa, e a riattivare l’aggressiva agenda regionale dello stato ebraico.

Ipocrisia di Trump

Nell’attaccare l’Iran, Donald Trump, che aveva promesso di ridurre l’impegno militare americano all’estero e pretende il premio Nobel per avere, a suo dire, posto fine a otto guerre, ha giocato d’azzardo. In calo nei consensi, anche tra i repubblicani e i MAGA, con le votazioni di mid-term all’orizzonte e con la prospettiva di perdere il controllo del Senato, punta su un successo rapido e indolore per risalire la china dei sondaggi.

Ma l’Iran non è il Venezuela. L’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e la decapitazione dei vertici dell’esercito e dei Pasdaran (gli omicidi mirati sono una specialità israeliana, vietata dal diritto internazionale) dovrebbero provocare un “cambio di regime” e una sollevazione del popolo iraniano. È improbabile. Non esistono precedenti di un governo rovesciato solo con una campagna di bombardamenti aerei.

Tentativi USA falliti

I tentativi americani di abbattere manu militari i regimi ostili sono falliti o hanno prodotto conseguenze nefaste. In Afghanistan vent’anni di occupazione armata e centinaia di migliaia di vittime non sono bastati a sconfiggere i Taliban. Gheddafi è stato annientato da una coalizione di milizie armate sostenute dall’aviazione della Nato, ma la Libia è precipitata nell’anarchia e nella guerra civile.

Saddam Hussein è stato rovesciato (col pretesto della fake news sulle fantomatiche armi di distruzione di massa) da una imponente coalizione internazionale a guida americana: l’invasione ha causato almeno mezzo milione di morti, ha innescato un feroce conflitto etnico-religioso, ha consegnato il Paese alle milizie sciite ed è servita da incubatrice per lo Stato islamico.

L’Iran, con i suoi 92 milioni di abitanti, non può essere in ogni caso paragonato né alla Libia, né all’Afghanistan, né all’Iraq. Le strutture del regime sono articolate, non c’è un solo uomo al potere. Khamenei è già stato sostituito da un triumvirato a interim (l’ayatollah Alireza Arafi, il presidente Massud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei) in attesa della nomina del nuovo rahbar, la Guida della rivoluzione, da parte dell’Assemblea degli esperti.

Centri di potere

Le forze armate e i Pasdaran, che controllano le leve dell’economia e della finanza, sono altrettanti centri di potere. Come il majlis, il parlamento, il bazaar e le Fondazioni religiose. Un sistema non facile da scardinare, tenuto conto della sua resilienza e del suo pervasivo apparato repressivo.

Se poi l’obiettivo è quello di “ridisegnare la mappa del Medio Oriente” non c’è da rallegrarsi, perché a disegnarla, con tonnellate di bombe, saranno il responsabile del genocidio a Gaza, ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale, e l’instabile tycoon di Mar-a-Lago. Che con il passare dei giorni, al contrario di Netanyahu, sembra ansioso di chiudere in fretta la partita.

A preoccupare Trump non sono le 160 vittime, in gran parte bambine, della scuola elementare di Minab centrata nelle prime ore del conflitto da uno dei suoi missili e neppure la chiusura dello stretto di Hormuz da cui passa il 20 per cento del petrolio e del gas mondiali, bensì la notizia dei primi tre morti americani.

Pochi favorevoli a intervento militare

I sondaggi dicono che negli Stati Uniti meno di un quarto della popolazione è favorevole all’operazione militare contro l’Iran. Se il numero delle bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce dovesse malauguratamente aumentare, si affretterà a dichiarare “mission accomplished” e a reclamare l’ambito premio Nobel.

Giovanni Porzio
porzio.giovanni@gmail.com
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Iraq e Iran: la minaccia nucleare immaginaria per giustificare guerre a attacchi

Generale Francesco Cosimato sull’attacco USA: “Non esistono le guerre preventive”