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Dalle discariche umane dell’Africa ai campi del calcio mondiali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
18 giugno 2026

Il cammino della speranza era cominciato tra i luoghi più disperati della Terra. Per alcuni giocatori della nazionale australiana di calcio il passaggio dai campi profughi ai campi da gioco del Campionato mondiale in svolgimento in USA, Messico e Canada, non è stato un volo, ma una lunga, dolorosa traversata.

Dopo la vittoria, a Vancouver, per 2-0, sabato 13 giugno, dei Socceroos (come viene chiamata la squadra del Nuovo Continente) sulla Turchia, l’attenzione dei media si è concentrata sull’autore del primo gol: Nestory Irankunda, 20 anni, nato a Kigoma, in un insediamento per rifugiati in Tanzania, al confine con Burundi e Congo.

Nestory Irankunda, nato in un campo per rifugiati in Tanzania

I genitori, del Burundi, erano fuggiti dalla guerra civile che per anni ha sconquassato il loro Paese.

Un campione che ha realizzato un sogno, il primo giocatore nato fuori dall’Australia che segna un gol al mondiale con la maglia dei Kangaroos, il ragazzo che vive una favola, che incarna la speranza, il riscatto, l’integrazione in Australia”: i media internazionali hanno aperto i cordoni della scontata retorica, ma si sono scordati di sottolineare che Irankunda non è l’unico fiore nato in un centro di accoglienza dei disperati.

Sbocciato ad Adelaide

Sia che esso si trovi nella regione dei Grandi Laghi o in altre parti del Continente nero. Come altri giovani Irankunda è sbocciato in Adelaide, in Australia, dove i genitori hanno trovato accoglienza. Ora quel Paese, Nestory, con la maglia gialla dai risvolti verdi, lo rappresenta sul palcoscenico più importante del calcio planetario.

Anche Awer Mabil, 30 anni, e Mohamed Tourè, 22 anni, sono due dannati della Terra che stanno vivendo il sogno mondiale.

Vite parallele

Due vite parallele, verrebbe da dire citando lo scrittore greco Plutarco. In questo caso, però, non si tratta di celebri personaggi storici, ma di due esistenze tese a sbarcare il lunario in modo umano. Quelle poche che ce l’hanno fatta, fra le migliaia che sopravvivono nell’abiezione, in queste “discariche umane della storia” e tentano, varcando mari e deserti, la fortuna.

Palloni nei campi per rifugiati in Africa

Mabil e Tourè sembrano riassumere tutte le piaghe che il nostro mondo riserva a una parte dei suoi abitanti: figli di genitori scappati da conflitti spaventosi (il Sud Sudan il primo, la Liberia, il secondo) e sopravvissuti fino all’arrivo salvi, ma non tanto sani, al campo di Kakuma nel nord del Kenya (Mabil), e di Conakry, in Guinea (Tourè) . Un miraggio, per chi ci arriva, anche se chi vi entra, per la maggior parte, lascia ogni speranza di uscirne.

L’insediamento di Kakuma, nella contea del Turkana, con i suoi 300 mila ospiti è il campi rifugiati più popoloso dell’Africa, forse il più disumano. Istituito all’inizio degli anni ’90, come un riparo di base a centinaia di migliaia di persone, molte delle quali bambini, in fuga dai Paesi confinanti, è ancora oggi al limite della capienza e della sopravvivenza per chi vi si trova.

Mabil vi è nato in una capanna di fango, cresciuto con un pasto al giorno, giocato con una palla fatta di calzini arrotolati e di pezzi di plastica da calciare a piedi nudi su un campo arido polveroso, rovente.

Sterminato parcheggio

Le condizioni non sono migliorate di molto, come hanno confermato ad Africa Express, i rappresentanti di una organizzazione internazionale umanitaria reduci da recentissima visita nel campo. “E’ uno sterminato parcheggio di vite sospese, non a caso chiamato un ‘non luogo’. Trovare lavoro e un reddito è difficilissimo, l’erogazione di energia elettrica e di acqua è precaria, la sicurezza inesistente, il clima infernale, l’assistenza internazionale ridotta al lumicino dopo che gli americani hanno tagliato i fondi, c’è chi si affitta la capanna di lamiera o la tenda miserabile in cui vegeta, frequenti gli scontri all’interno tra gruppi e con la popolazione locale, che è talmente povera da considerare privilegiati i rifugiati”.

Vent’anni fa, nel 2006, Mabil, dopo 10 anni di infanzia durissima a Kakuma, nel ghetto di terra arida e di lamiera, con la famiglia ha ottenuto il passaggio per l’isola-continente, domicilio ad Adelaide.

Qui, nella capoluogo dell’Australia, meridionale, Awer Mabil ha espresso il suo talento calcistico, anche se per realizzarsi ha giocato in Danimarca, Portogallo, Spagna, Svizzera, Turchia. Il culmine nel 2022 grazie al rigore contro il Perù che ha regalato al Paese che lo ospita la qualificazione mondiale.

Dai piedi nudi alle scarpette

Sette anni prima, il calciatore insieme al fratello, Awer Bul, al compagno di squadra Osama Malik, alla diplomatica Rachael West e all’imprenditore Ian Steel, ha creato la fondazione Barefoot to Boots (BTB, Dai piedi nudi alle scarpette da calcio). L’organizzazione fornisce supporto per la  salute, istruzione, parità di genere dei rifugiati, dona ai bambini palloni, scarpe e magliette.

“La prima volta che sono tornato a Kakuma, non riuscivo a trattenere le lacrime”, ricorda il giocatore, che ancora oggi versa alla fondazione metà del suo stipendio che gli passa la società di calcio spagnola in cui milita.

“Sono solo un atleta, e nemmeno particolarmente bravo, ma i bambini mi accolgono come un vero eroe. Non me lo merito. I miei genitori, i miei veri eroi, mi hanno portato in Australia. Sono io il fortunato, credo che la gente semplicemente non si renda conto di come vivono coloro che non sono stati altrettanto fortunati. Ce ne sono centinaia di migliaia. Dobbiamo fare tutto il possibile per loro. No, non sono una star. Non sono ricco. Non è questo che mi interessa, ma come aiutare chi è più talentuoso di me. Ce ne sono tanti, e anche loro aspettano la loro occasione.”

Sfollati dalla guerra

Parallela e “convergente” la vicenda umana e professionale di Mohamed Tourè. I genitori Amara e Mawa, originari della Liberia sono sfollati dalla guerra civile liberiana e hanno trovato salvezza in un campo di Conakry (Guinea) nel 1990. Dopo 14 anni di stenti in un limbo a cielo aperto, quando Tourè aveva appena 8 mesi, è arrivato il viaggio della speranza e della nuova vita nel continente oceanico.

“Dopo essersi stabiliti ad Adelaide nel 2004, la famiglia Touré – Come ha ricordato la settimana scorsa l’emittente australiana Abc –  ha trovato la propria casa e la strada verso il successo”.

E non solo lui. “Dotati di talento naturale, determinazione e personalità affascinanti, i fratelli Al Hassan, Mohamed e Musa Touré hanno subito attirato l’attenzione degli osservatori”. Dei tre fratelli, in nazionale ci è finito il fratello di mezzo, Mohamed detto Mo, orgogliosamente supportato da tutta la famiglia.

La loro storia si intreccia con quella di altri due giovani campioni del football di Adelaide: i fratelli Tete Owen e Kusini Boja Yengi, 25 e 27 anni, figli di due sud sudanesi, Emma e Ben Yengi.

Terra natale

Il capofamiglia, Ben, dopo il suo arrivo ad Adelaide all’inizio degli anni ’70, ha lavorato per diverse organizzazioni a sostegno dei rifugiati, nel campo multiculturale e sanitario, oltre che per l’Università di Adelaide. Ha anche dedicato più di un decennio ad aiutare sette nipoti e altri parenti a lasciare il campo profughi in Uganda, dove suo padre, suo fratello, sua cognata, sua nipote e otto cugini erano morti per malattia.

Nel 2007 si è trasferito tra il Sud Sudan e l’Uganda, per continuare a fornire servizi sanitari e scolastici alla terra natale. E da lì – ha scritto un giornale australiano. – a 12 mila chilometri di distanza, ha seguito la crescita anche calcistica dei ragazzi, che hanno trascorso una parte dell’adolescenza in Sud Sudan. ”Giocavamo a calcio con palloni, rotondi o quadrati, fatti di sacchetti di plastica arrotolati e legati con uno spago – ha ricordato pochi giorni fa Kusini, parlando con l’emittente ABC – e le porte le delimitavamo con due pietre”.

Dopo 10 anni, Kusini, che a causa di un infortunio ha dovuto saltare il campionato mondiale, ha voluto rivedere i luoghi dell’infanzia: “Era la prima volta che tornavo in Africa dopo tanto tempo, quindi è stato fantastico incontrare mio padre e vedere come dare il mio contributo alla comunità da cui provengo “.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Omicidi, sparizioni, avvelenamenti e minacce: diritti civili sempre più a rischio in Mozambico

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
18 giugno 2026

“Ci sono già sei corpi…Questa informazione i media non la raccontano. È vietata”, dice Arlindo Chissale, giornalista mozambicano. “Il livello di intimidazione è abbastanza alto”, gli fa eco Keta Mirela Fumo, dell’ONG Justiça Ambiental.

Rincara la dose sulla libertà di stampa e di pensiero in Mozambico il giornalista britannico Alex Perry: “I mozambicani sono decisamente a rischio”. 

“Puoi essere rapito, sparire o essere assassinato. Nessuno saprà cosa ti è successo”, spiega Carlos Quembo di Amnesty International. Sono alcune voci di uno short video postato su YouTube da “Forbidden stories” (Storie proibite).

Desaparecido

Il giornalista freelance di Pinnacle News, Arlindo Chissale, 46 anni, il 7 gennaio 2025, era su un minibus che viaggiava da Cabo Delgado a Nampula. Durante il percorso, il mezzo è stato bloccato da un’auto bianca senza contrassegni.

Il giornalista è stato malmenato da cinque uomini armati, due con l’uniforme della polizia, e trascinato nella loro auto. Da quel momento non si hanno più notizie di Chissale è il suo corpo non è mai stato trovato.

Era esperto della sua regione d’origine, Cabo Delgado, e uno dei reporter più importanti che indagavano sulla guerra nel nord del Mozambico. Aveva documentato frodi elettorali ed era un membro attivo della nuova opposizione.

Squadroni della morte

Il partito di opposizione ANAMOLA ha presentato una denuncia alla Procura Generale. Documenta sei casi in cui gli “squadroni della morte” hanno preso di mira membri dell’opposizione.

 Dal 2023 sono stati uccisi cinque giornalisti.

Gli squadroni della morte sono gli stessi che prima delle elezioni, il 19 ottobre 2024, hanno massacrato a pistolettate Elvino Dias e Paulo Guambe di Podemos. Era il partito di opposizione che sosteneva il candidato alla presidenza Venancio Mondlane.

Due mesi dopo, il 22 dicembre 2024, uomini armati non identificati hanno assassinato Eugenio Raúl Madeira, segretario alla mobilitazione di Podemos nella provincia di Zambezia.

 Ci sono stati anche due casi di avvelenamento fortunatamente non mortali.

Selma Inocência, giornalista televisiva, è una delle vittime. Ha riferito di essere stata avvelenata con metalli pesanti – mercurio, cadmio, uranio e tallio – durante un viaggio di lavoro a Maputo nel marzo 2025. Ora vive in Germania con problemi permanenti di salute.

Spie di quartiere

Si chiamano “Chefes de quarteirao” (Capi di quartiere). Sono stati scoperti dal progetto “Mozambique Exposed” (Mozambico sotto i riflettori) e sono vere e proprie spie utilizzate dallo Stato per reprimere il dissenso.

L’analista britannico Joseph Hanlon, (Open University, Regno Unito), nella sua newsletter cita il progetto Mozambique Exposed. “… i capi di quartiere sono funzionari locali affiliati al partito al potere” (FRELIMO, ndr).

“Sono incaricati di monitorare la popolazione a livello di quartiere. Pur non avendo uno status amministrativo formale, rimangono profondamente radicati nella vita quotidiana dei mozambicani e fungono da occhi e orecchie del quartiere”.

Accuse di HRW

Le autorità mozambicane non hanno condotto indagini credibili sull’ondata di omicidi politici verificatasi dopo le elezioni generali dell’ottobre 2024”. 

È la voce dell’ONG Human Rights Watch (HRW) che denuncia le inadempienze del governo mozambicano davanti al giro di vite sui diritti umani nell’ex colonia portoghese.

Secondo l’ONG, “Le forze di sicurezza hanno represso le proteste, uccidendo oltre 300 persone e ferendone altre centinaia. Podemos ha presentato un rapporto all’Ufficio del procuratore generale sostenendo che più di 100 membri del partito sono stati uccisi. Ha affermato che la polizia ha pianificato e compiuto gli omicidi”.

diritti civili Mozambique exposed
Mozambique exposed

Il consorzio dei media




Mentre il Partito Stato FRELIMO insabbia le indagini su omicidi, sparizioni, avvelenamenti e minacce ai giornalisti e ai dissidenti, i media internazionali affilano le penne. Si muovono unendosi in consorzio attraverso il giornalismo investigativo per fare chiarezza nelle paludi delle istituzioni mozambicane.

Mozambique Exposed” è un consorzio investigativo internazionale coordinato da Forbidden Stories. Comprende media di sette Paesi in USA, Europa e Africa.

Eccoli: Evident Media (Stati Uniti), Expresso (Portogallo), M28 Investigates (Ruanda), The Observers di France 24 (Francia), Papertrail media (Germania), RFI (Francia), SourceMaterial (Regno Unito), ZDF (Germania) e Zitamar News (Mozambico). Investigano affinché le verità vengano a galla.

(Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per la ricerca delle fonti. Tutti i contenuti e i dati sono stati interamente verificati e approvati dall’autore e dalla redazione)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

Brogli documentati in Mozambico ma non importa: il Frelimo ha vinto le elezioni e Maputo insorge

Elezioni in Mozambico: almeno 10 bambini uccisi dalla polizia e Mondlane proclama altri 3 giorni di sciopero

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Gli Stati Uniti deportano profughi nell’inferno del Centrafrica, dove la guerra civile continua

Speciale per Africa ExPress
Cornelia  I. Toelgyes
16 giugno 2026

All’inizio del mese gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con la Repubblica Centrafricana, pronta a accogliere richiedenti asilo non graditi da Washington. Eppure il Paese figura tra i più pericolosi e poveri al mondo. Nelle informazioni di viaggio, il dipartimento di Stato americano raccomanda ai propri cittadini di non andarci, perché molto insicuro: livello di allerta 4.

Ovviamente l’avviso non vale per i rifugiati respinti. Dunque a pochi giorni dalla firma dell’intesa è partito il primo gruppo, che comprende afghani, iraniani, turchi e georgiani, alla volta di Bangui, dove è atterrato venerdì sera alle 22.00 ora locale.

USA deporta richiedenti asilo in Centrafrica

Il Boeing 767 è partito dall’aeroporto di Alexandria, in Louisiana – diventata la base operativa di questi voli di espulsione – ha poi fatto uno scalo a Accra (Ghana) prima di raggiungere Bangui. Non è dato sapere se alcuni richiedenti asilo espulsi siano stati fatti scendere lì, visto che anche il governo di John Dramani Mahama ha siglato accordi in tal senso con gli USA, come del resto eSwatini, Guinea Equatoriale, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Camerun, Sud Sudan, Ruanda, Uganda). Pochi Paesi hanno reso noto dettagli sull’intesa con gli USA per “l’accoglienza” dei profughi non voluti e dunque deportati.

Donna iraniana

Il numero ufficiale delle persone spedite in Centrafrica non è stato reso noto finora, ma dovrebbero essere una ventina. Tra loro c’è anche una donna iraniana, un’attivista pro democrazia. Lo ha affermato il suo avvocato, Emily Trostle, alla Reuters.

La donna, messa in detenzione al suo arrivo negli Stati Uniti, aveva chiesto asilo e inizialmente aveva ottenuto una misura di protezione da un giudice. Avrebbe dovuto proteggerla dall’espulsione, ha sottolineato la Trostle.

L’Iranian American Legal Defense Fund (IALDF) ha dichiarato giovedì che tre iraniane fuggite dalle persecuzioni avrebbero rischiato l’espulsione, tra cui anche una che si è convertita al cristianesimo. Finora sembra che solo una di loro sia stata spedita a Bangui.

Pericolo rimpatrio Paese d’origine

Tutte le persone allontanate dagli Stati Uniti e abbandonate in Centrafrica, non hanno alcuno status, nessun legame e nessuna rete di sostegno laggiù. Temiamo che alla fine saranno costrette a tornare nei Paesi da cui erano fuggite”, ha infine sostenuto la Trostle.

L’IALDF ha poi sottolineato che l’espulsione di cittadini iraniani verso la Repubblica Centrafricana costituisce un fatto davvero pericoloso, in particolare per gli stretti legami tra Bangui e Mosca, a sua volta solido alleato dell’Iran, specie in materia di intelligence.

Faustin Archange Touadéra, presidente della Repubblica centrafricana, con Vladimir Putin, presidente della Russia

Finora le autorità centrafricane non hanno rilasciato nessun comunicato sull’arrivo dei deportati, fatto che ha irritato le organizzazioni della società civile. Hanno accusato Bangui di mancanza di trasparenza. Attualmente non è nemmeno chiaro dove siano state sistemate.

Cornelia Toelgyes
coreliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Incollato alla poltrona: il presidente centrafricano rieletto per la terza volta

 

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Il ministro delle Finanze israeliano Smotrich vuole annettere le Piscine di Salomone in Cisgiordania

Con questo articolo, Eyad Hamad
dà il via
alle sue cronache dalla Cisgiordania
in esclusiva per Africa
Express

Dal nostro corrispondente in Cisgiordania
Eyad Hamad
Betlemme, 9 giugno 2026

Di fronte all’ennesimo tentativo del governo israeliano di appropriarsi di terreni palestinesi, le dichiarazioni di condanna e denuncia dell’Autorità Nazionale sono passate in secondo piano.

Il sindaco di Betlemme, Hanna Hanania, tuttavia, ha voluto rilasciare una dichiarazione davanti alle telecamere di Africa Express in occasione di un’iniziativa promossa da volontari palestinesi a difesa delle Piscine di Salomone.

Le istituzioni di Betlemme hanno organizzato una giornata di volontariato per ripulire le Piscine di Salomone a Betlemme. Questa iniziativa nasce in risposta alle dichiarazioni del ministro delle Finanze israeliano Smotrich, il quale ha annunciato l’intenzione di annettere il sito alla sovranità israeliana con il pretesto di progetti archeologici.

Ma la storia non può essere rubata. La storia non può essere sottratta a nessuno e il mondo intero, a cominciare dai palestinesi, ha il dovere di proteggerla.

Palestinian volunteers clean Solomon’s Pools in the West Bank.

Le dichiarazioni del ministro delle Finanze israeliano fanno parte di un attacco continuo alle terre e ai beni culturali palestinesi. Va sottolineato che l’area ricade sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese.

Le Piscine di Salomone sono un complesso storico costituito da tre grandi bacini idrici situati vicino al villaggio di Artas, a sud di Betlemme.

Sebbene tradizionalmente associate al re Salomone, le prove archeologiche suggeriscono che le piscine siano state costruite e ampliate durante i periodi ellenistico e romano, all’incirca tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. Esse facevano parte di un avanzato sistema di approvvigionamento idrico che trasportava l’acqua a Gerusalemme e nella regione circostante.

La storia non si ruba 

Durante il periodo ottomano, i bacini e gli acquedotti furono ampiamente restaurati e potenziati sotto Solimano il Magnifico nel 1536–1537 d.C., il che ha contribuito a legare il sito al suo nome.

Il complesso è costituito da tre bacini a gradini collegati tra loro, progettati per raccogliere l’acqua sorgiva e quella piovana. Per secoli hanno svolto un ruolo fondamentale nell’approvvigionamento idrico di Betlemme, Gerusalemme e delle comunità limitrofe.

Accanto alle piscine sorge il Castello di Murad, una fortezza di epoca ottomana costruita per proteggere il sistema idrico. Le Piscine di Salomone sono un antico progetto di ingegneria idraulica risalente a oltre 2.000 anni fa, che nel XVI secolo fu oggetto di importanti restauri ottomani sotto Solimano il Magnifico.

Proteggere la storia diventa quindi un dovere di tutti.

Eyad Hamad
‏‪eyad.h158@gmail.com‬‏
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La paura quotidiana in Cisgiordania si combatte anche con il teatro

Dalla Nostra Inviata Speciale
Alessandra Fava

Genova, 12 giugno 2026

“Parlare di resistenza e resilienza indica già che qualcosa non va. Dobbiamo dire che non è normale”: è tagliente la voce di Marina Barham, cofondatrice e direttrice del Teatro Al-Harah, che vuol dire il quartiere o la via e si trova a Beit Jala, a due passi da Betlemme e del Performing Art Training Center.

Barham è in giro per l’Italia a parlare di teatro, terapia e libertà di espressione del suo fare teatro. Far teatro con i ragazzi e con gli adulti per superare la paura.

L’altro giorno era a Genova, in piazza Andrea Gallo, nel cuore del Ghetto (centro storico), nello spazio di Defence for Children Italia, in un evento promosso dal collettivo Viva Viva Palestina al quale aderiscono anche diversi attori e registi.

“Di Gaza e della West Bank ormai restano territori frammentati – spiega la regista mostrando le carte dell’ONP dalla Dichiarazione di Balfour 1917 durante il mandato britannico a oggi –. Il dramma non inizia col 7 ottobre come si vede dalle mappe. Oggi ci sono tanti corpi sotto le macerie a Gaza, 45 mila bambini sono rimasti feriti e molte famiglie sono venute in Italia in cerca di cure. Immaginate che cosa vuol dire avere sei anni, essere in un Paese straniero, magari con la tua nonna e senza il resto della famiglia e senza una gamba o un braccio. Come può crescere un bambino in un Paese lontano?”.

Dal ‘48 a oggi è stata un’erosione continua di territorio. Gli ultimi anni hanno visto un aumento esponenziale dei check point, azioni sempre più violente e omicide dei coloni. Come si vive il quotidiano?

“Nella paura continua. A Beit Jala c’è una sola via d’uscita e così quasi tutti i villaggi e le città sono chiuse. Si fa fatica a spostarsi. Ho paura quando vado al check point, ho paura se i figli dei miei amici vanno all’Università, ho paura quando un medico va nel suo ospedale. Viviamo nell’incertezza e nella paura continuamente. Oltre ai check point negli ultimi anni sono stati aggiunti 1.200 cancelli nella West Bank. Sono come delle frontiere, alcuni di questi cancelli addirittura si aprono e si chiudono a comando. Molte famiglie sono state cancellate, tre campi profughi tra cui Jenin sono stati svuotati e distrutti”.

Marina Barham

Per le associazioni come la vostra è sempre più difficile ricevere soldi dall’estero. Come fate?

“Grazie a contatti con attori e teatranti a Gaza siamo riusciti a mandare degli aiuti perché possano continuare a fare qualcosa per i bambini di Gaza. A Gerusalemme, Israele ha chiuso 40 ONG. Erano associazioni che supportavano la popolazione civile a Gaza e anche in Cisgiordania. Le 40 organizzazioni ora hanno fatto ricorso alla Corte suprema israeliana”.

Si vuole anche sradicare una cultura arrestando intellettuali e non solo attivisti.

“Nida una fotografa di eventi e matrimoni è stata rapita alcune settimane fa ed essendo in detenzione amministrativa non può ricevere visite dei parenti, assistenza legale e rimane lì senza processo. Molti artisti sono in stato di arresto amministrativo. In 3 anni nella West Bank sono stati arrestate 22 mila persone e ci sono 10 mila detenuti amministrativi. Di recente hanno arrestato anche tre ragazze che andavano all’Università di Bir Zeit, una di loro giocava in una squadra di pallone. Le famiglie non sanno dove sono finite. Abbiamo anche paura della legge sulla pena di morte per i palestinesi che è stata approvata di recente. So che Luisa Morgantini in Italia ha iniziato una campagna contro questa legge totalmente contraria al diritto internazionale”.

 

Nelle immagini slide che hai fatto scorrere spesso si leggono le parole “trauma” e fear”, trauma e paura. Che cosa può fare il teatro?

“Sono tre anni che abbiamo sospeso gli spettacoli pubblici, nei teatri e per la strada, perché ci sono stati troppi morti, troppi lutti e nella nostra cultura non è certo il momento per fare delle feste. A ottobre prossimo vorremmo riprendere col Carnevale per la strada e degli spettacoli che abbiamo preparato. Perchè in questi tre anni abbiamo continuato a lavorare anche se non in pubblico”.

Chi partecipa ai vostri lavori?

“Donne e bambini, ma anche tanti adulti. Facciamo teatro per creare degli spazi sicuri dove donne e bambini possono esprimersi e ritrovare la libertà. Il teatro diventa un luogo di espressione senza paura, dove lasciar andare le emozioni e dove finalmente i bambini possono essere bambini. E’ un luogo di cura collettiva”.

Da teatranti avete le competenze psicologiche per affrontare i traumi dell’occupazione sempre più feroce dal 7 ottobre?

“Dopo il 7 ottobre ci siamo accorti che non avevamo i mezzi per affrontare tutto. Ci siamo fatti aiutare da sociologi, psicologi per imparare come gestire il trauma e far diventare il recitare medicina. Il nostro teatro non è intrattenimento ma piuttosto serve a superar l’angoscia e la paura almeno per qualche minuto”.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Per informazioni alharah.org

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Obiettivo della diaspora ebraica: unire le forze per fermare Israele

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
14 giugno 2026
(5 – fine)

L’elaborazione psicologica della diaspora ebraica internazionale potrebbe diventare la soluzione reale alla questione israelo-palestinese.

E la spinta deve arrivare dall’esterno in supporto ai movimenti di opposizione israeliana.

Non è sufficiente contrastare il governo attuale di estrema destra. Molti sionisti di sinistra, infatti, si oppongono a Netanyahu, ma non alla politica coloniale di Israele. Occorre studiare i fatti dal punto di vista della verità storica. E liberarsi dalla manipolazione propagandistica.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
(5 – fine)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Come Gaza: investimenti per attirare turisti nelle zone occupate dal Marocco nel Sahara occidentale

Africa ExPress
11 giugno 2026

Come Gaza, territorio occupato dalle truppe israeliane, che Trump, Netanyahu e i loro amici vogliono trasformare in una oasi attraente e alla moda, un altro territorio occupato, l’ex Sahara Spagnolo, sta modificando la sua stessa natura: da landa desertica a meta turistica.

Negli ultimi anni Dakhla – la città più importante dell’ex Sahara Spagnolo (ora Sahara Occidentale) – ha conosciuto uno sviluppo turistico non indifferente. In breve tempo sono nati nuovi alberghi e resort di lusso nel centro che si affaccia sull’Oceano Atlantico. Nei vari depliant delle agenzie di viaggio il comune balneare viene descritto come “La Mecca degli sport acquatici”, primi in lista windsurf e kitesurf.

Viene inoltre precisato che si trova in Marocco, nella regione di Dakhla-Oued Ed Dahab. Da gennaio 2025 è possibile raggiungere questo paradiso anche con voli bisettimanali di Rayanair, con partenza da Madrid e Lanzarote, una delle isole Canarie.

Ma anche altre compagnie aree atterrano regolarmente nell’aeroporto del capoluogo della regione controllata dal Regno: ovviamente quella nazionale, Royal Air Maroc, poi Transavia France e Binter Canarias.

Daklah, La mecca degli sport acquatici

I turisti raccontano che la bandiera marocchina sventola ovunque a Daklah. Infine gran parte dei vettori hanno dichiarato di aver ottenuto le autorizzazioni necessarie da Rabat, anzi, secondo Ryanair e Transavia France, il Sahara occidentale fa parte del Marocco.

Solamente Binter Canarias va controcorrente, definendo la regione semplicemente “Sahara occidentale”, senza nemmeno menzionare “Marocco”.

Turismo quasi raddoppiato

Grazie ai massicci investimenti e i voli ormai regolari che permettono di raggiungere velocemente il paradiso degli sport acquatici, negli ultimi 7 anni nei territori controllati da Rabat il turismo è quasi raddoppiato.

Il Sahara occidentale, è un territorio conteso da cinquant’anni da Marocco che ne detiene di fatto la sovranità e i combattenti indipendentisti del Fronte Polisario, sostenuti dall’Algeria.

Il vasto territorio desertico, ricco di fosfati, e il suo mare, tra i più pescosi del mondo, fanno gola al regno nordafricano, pertanto Rabat è disposto a concedere lo status autonomo dei territori, ma sotto la sovranità marocchina. Parecchi governi stanno ora sostenendo il piano del re Muhammad VI.

Il Sahara Occidentale è abitato prevalentemente dalla popolazione saharawi, già in lotta dal 1973, anno di fondazione del Fronte Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), per l’indipendenza. Nel 1976 la Spagna ha posto fine all’occupazione consegnando il territorio al Marocco e alla Mauritania.

Nel 1979 (dopo 4 anni di guerra) Nouakchott ha rinunciato alle sue pretese e firmato un accordo di pace con il Fronte Polisario, ma il Marocco ha immediatamente occupato la porzione di territorio che era stata lasciata dai mauritani. Da allora il movimento indipendentista continua le sue battaglie per l’indipendenza.

Dopo oltre 30 anni dalla proclamazione del cessate il fuoco, firmato nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, le tensioni tra Rabat e il Fronte Polisario non sono mai terminate definitivamente. E ciò malgrado la presenza della missione dei caschi blu, la MINURSO (Mission des Nations Unies pour l’Organisation d’un Référendum au Sahara Occidental), che avrebbe dovuto anche organizzare un referendum sull’autodeterminazione, che finora non si è mai svolto per l’opposizione del Marocco. Il mandato della MINURSO è stato rinnovato dal Consiglio di sicurezza il 25 ottobre 2025 per un altro anno.

E nell’autunno scorso Marocco, Stati Uniti e anche l’ONU hanno scelto il piano di autonomia marocchino come base credibile per risolvere il conflitto nel Sahara occidentale. Il Fronte Polisario, dal canto suo, sostenuto dall’Algeria, vuole però che gli venga garantito il diritto all’autodeterminazione.

Campo per rifugiati saharawi a Tindouf, Algeria

Domenica scorsa, Staffan de Mistura, inviato personale del segretario dell’ONU, Antonio Guterres, si è recato nella regione con l’obiettivo di instaurare un dialogo diretto con il Polisario. Un passo necessario, visto che il processo di negoziati sul Sahara occidentale, avviato da Washington all’inizio del 2026, è attualmente in fase di stallo.

Staffan de Mistura vuole incontrare i vertici della RASD, la Repubblica Araba Sahrawi Democratica, come viene chiamato dagli indipendentisti il territorio ex spagnolo.  L’obiettivo è quello di rilanciare i colloqui, che, a causa dell’irrigidimento delle posizioni di tutte le parti coinvolte, non riescono a raggiungere l’obiettivo, la pace.

Appena l’inviato speciale di Guterress per il Sahara occidentale è arrivato nei campi profughi saharawi, nella zona di Tindouf, in Algeria, si è scatenato l’inferno tra il Marocco e il Polisario.

Uccisi tre indipendentisti

Tre membri del movimento indipendentista sono stati uccisi dall’esercito del regno mentre tentavano di sferrare un attacco contro il muro di difesa marocchino. Tra il 1980 e il 1987 Rabat ha costruito un muro di sabbia fortificato lungo 2.700 chilometri, che divide il territorio saharawi.

Uccisi tre membri del Movimento indipendentista del Sahara occidentale

Tra le persone ammazzate figura anche Lahbib Mohamed Abdelaziz (figlio del leader storico, Mohamed Abdelaziz) membro del segretariato nazionale del Polisario e comandante di brigata.

La stampa spagnola attribuisce la responsabilità al Marocco, che avrebbe lanciato un attacco di droni in un’area situata a est del muro di difesa. Finora il Polisario non ha rilasciato conferme e dichiarazioni ufficiali,

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mondiali di calcio 2026: Trump arbitro e…giocatore

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
10  giugno 2026

A irrogare le sanzioni – chi l’avrebbe detto? – è il presidente americano, Donald Trump, o chi per lui, nel ruolo di giudice fuori campo che entra a piedi uniti in campo!

Omar Abdulkadir Artan, 34 anni, di Mogadiscio, è l’ultima vittima dell’ondata di sanzioni che ha caratterizzato la vigilia della 23esima edizione del torneo futbolistico planetario, che prende il via giovedì 11 giugno tra Messico, Canada e United States e si concluderà il 19 luglio.

Vietato l’ingresso negli USA all’arbitro somalo, Omar Abdulkadir Artan

Il signor Artan, arbitro internazionale dal 2018, è stato nominato miglior arbitro della Confederazione africana  nel 2025. Arrivato sabato a Miami con un volo da Istanbul, è stato sottoposto ai controlli dell’U.S. Customs and Border Protection (CBP)

Divieto d’ingresso

“A seguito di un’ispezione aggiuntiva – ha informato in una nota il CBP – il viaggiatore, arbitro della Coppa del Mondo FIFA, è stato ritenuto inammissibile a causa di problemi emersi durante la procedura” e gli è stato negato l’ingresso. Quindi è stato caricato sul primo aereo per Istambul e spedito indietro. E pensare che il suo presidente, Hassan Sheikh Mohamud, aveva celebrato la sua elezione a miglior fischietto africano del 2025 come “un riconoscimento della sua professionalità e integrità e come simbolo di ispirazione per la nuova generazione della Somalia”.

Di fronte, però, alla difficoltà nell’ottenere il passaporto diplomatico per gli States, come 52esimo arbitro internazionale impegnato nella competizione, aveva avuto bisogno del sostegno dell’ambasciata somala in Kenya. ” La sua nazionalità – ha scritto il quotidiano sportivo francese L’Equipe – si è rivelata un ostacolo insormontabile. Sapevamo che l’ingresso sul territorio americano era complicato anche per una coppa di calcio, ma pensare di vedere un arbitro respinto a causa della sua nazionalità questo proprio non era prevedibile”.

Limitazioni per 39 Paesi

Non va, però, dimenticato che un anno fa l’amministrazione Trump aveva imposto delle interdizioni di ingresso o delle restrizioni alla concessione del permesso di soggiorno a 39 Stati, Somalia compresa.

Il portavoce del CBP non ha fornito dettagli sul motivo per cui ad Artan è stato negato l’ingresso, ma i cittadini dei Paesi inclusi nell’elenco del divieto di viaggio di Trump sono sottoposti a controlli più rigorosi.

Il presidente americano aveva definito la Somalia “un Paese arretrato, il peggiore del mondo ammesso che sia un Paese. Senza organizzazione alcuna, senza polizia né esercito. Solo delle persone che si ammazzano l’un l’altra”.

In dicembre il Tycoon se l’era presa con la comunità somala del Minnesota. L’aveva accusata di distruggere questo Stato e aveva qualificato i suoi membri come “spazzatura”.

Controlli minuziosi

Prima della cacciata di Omar Artan, se l’erano vista brutta anche i giocatori del Senegal. La nazionale di Dakar, nota come I Leoni della Teranga, tre giorni fa è stata controllata direttamente, rigidamente, minuziosamente, nientemeno che sotto l’aereo, sulla pista d’atterraggio, non appena sbarcata a San Antonio (Texas).

Un video girato da un membro dello staff ha immortalato i campioni d’Africa guidati da Kalidou Koulibaly e Sadio Manè costretti a sedersi su una sedia, a mettersi in fila, a levarsi le scarpe, aprire le borse, svuotare le tasche, sottoporsi al metal detector. Una procedura universalmente giudicata eccessiva, sproporzionata, umiliante.

Ad essa non è sfuggito neppure la nazionale dell’Uzbekistan guidata dal suo commissario tecnico, Fabio Cannavaro, al loro arrivo nella Grande Mela per un’amichevole contro l’Olanda. Sono stati utilizzati i cani antidroga, ma solo per i giocatori e lo staff uzbeki, non per chi proveniva dai Paesi Bassi.

Escluso anche lo svizzero Embolo

Una settimana prima, la Svizzera era partita senza il suo campioncino Breel Embolo, 29 anni, camerunense, ma naturalizzato elvetico, giocatore del Rennes. E’ rimasto bloccato alla partenza dopo che l’autorizzazione elettronica di viaggio (la cosiddetta ESTA) inizialmente valida, era stata sospesa all’improvviso dalle autorità yankee. Tutto perché il calciatore 8 anni prima sarebbe stato coinvolto in un litigio (verbale) notturno!

Politiche restrittive

Il Senegal, come la Costa d’Avorio, Haiti, Iran, rientra nell’elenco dei Paesi i cui cittadini non possono ottenere il tipo di visto turistico richiesto dalle autorità statunitensi per i tifosi. Un’analisi dei dati di viaggio condotta dalla BBC World Service mostra che i tifosi di oltre un quarto dei Paesi partecipanti ai Mondiali si trova ad affrontare divieti di viaggio, restrizioni più severe o alti tassi di rifiuto dei visti. Non si tratta solo di questioni legate alla sicurezza, ma della politica restrittiva sugli ingressi imposta da Donald Trump a partire dal 2025.

Messico e Canada non hanno regole così severe come quelle americane, che è il Paese dove – in 11 città – si giocheranno ben 78 partite delle 104 previste, disputate da parte dei 1.248 giocatori appartenenti alle 48 squadre, di cui 10 africane (Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Capo Verde, Costa d’Avorio, Ghana, Senegal, Sudafrica).

Problemi nell’ottenimento del visto da parte dell’ambasciata USA li ha avuti anche il Sudafrica, domenica 31 maggio (che giovedì sera aprirà le danze mondiali contro il Messico presso lo stadio Atzeca). Una serie di problemi amministrativi, alla fine risolti, ha ritardato di due giorni il decollo del volo charter dei Bafana Bafana, che tornano ai Mondiali dopo 16 anni.

Mondiali di Calcio 2026

Un esempio delle difficoltà, spesso  incomprensibili e immotivate, dei fans, viene dal Marocco. Decine e decine di supporter si sono visti respingere le loro richieste di visto, stando alla denuncia di due storiche associazioni di sostenitori dei Leoni dell’Atlante: “Dietro ai numeri si celano storie di sacrificio – ha scritto il sito Canary.co -. Tifosi che hanno risparmiato per mesi. Famiglie che hanno pianificato interi viaggi in funzione dei Mondiali. Sostenitori che non si sono mai persi un grande torneo. Coordinatori che dedicano il loro tempo come volontari per creare l’atmosfera che ha reso famosi i tifosi marocchini in tutto il mondo. Ora, a molti di loro non resta altro che scontrini e delusione”.

FIFA si lava le mani

E in tutto questo caos, la FIFA, l’ente calcistico mondiale, che fa? Si comporta come Ponzio Pilato. Se ne lava diplomaticamente le mani.

Dopo l’espulsione dell’arbitro somalo, lunedì 8 giugno la FIFA ha confermato che Omar Abdulkadir Arten non potrà né allenarsi né dirigere alcuna partita nella Coppa del mondo. Un portavoce dell’ente calcistico mondiale in un comunicato ha dichiarato: “La FIFA non è coinvolta nei processi di immigrazione del Paese ospitante, comprese le procedure di rilascio dei visti, ed è stata informata dalle autorità che lo status del signor Artan non subirà modifiche al momento. In linea con quanto avvenuto in precedenti eventi FIFA, è il governo ospitante a determinare in ultima analisi chi riceve il visto e chi viene ammesso nel proprio Paese”.

Forse non è un caso che la FIFA abbia i suoi uffici nella Trump Tower a New York. Un fatto è indubitabile, come ha scritto Frontofficesports.com: “Il dipartimento di Stato americano è diventato un attore di primo piano nella Coppa del Mondo”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Diario dal Medio Oriente: l’aria pesante dell’occupazione ha preso in ostaggio la gente di Gerusalemme

Diario dalla Palestina
Clarissa Flann*
Gerusalemme, 9 giugno 2026

Da settimane, forse mesi, a Gerusalemme si respira un’atmosfera sospesa. Abbiamo fatto scorta di acqua, scatolette di tonno e legumi e, avendo imparato che le guerre iniziano di notte, dormiamo con l’essenziale a portata di mano, nel caso si debba raggiungere il rifugio prima dell’alba.

Anche i discorsi tra amici e colleghi, le chiacchiere con il proprietario del negozio sotto casa approdano sempre al punto: attaccheranno? Troveranno un accordo? Sarà scaramanzia, sarà esperienza, ma tutti concordano che è solo questione di tempo e che le ostilità riprenderanno a breve, nessuno crede che una soluzione del conflitto sia vicina.

La città è pronta a tornare a una quotidianità di movimenti ristretti, di lavoro e studio online, e nonostante ciò non smette di vivere e fare progetti. Si aprono nuove attività commerciali, si rinnovano ristoranti e negozi, si pianificano matrimoni, e, i privilegiati che possono, programmano viaggi e vacanze. I desideri non aspettano, e mentre i grandi valutano le loro prossime mosse, noi ci portiamo avanti.

Bandiere dello Stato ebraico tappezzano le strade della cittá

Nonostante questa apparente normalità, settimana prossima salteró la mia lezione di arabo, ma non a causa delle disposizioni di sicurezza. In questa atmosfera sospesa infatti non si ferma l’organizzazione dei grandi eventi che periodicamente prendono in ostaggio la città. Gerusalemme é un susseguirsi di feste e manifestazioni, il che sembrerebbe una buona notizia per chi, come me, ci vive da espatriato, ma da questi eventi più che sentirsi coinvolti, ci si sente appunto, presi in ostaggio.

Mura della Cittá Vecchia addobbate per la Festa delle bandiere

Dopo le grandi feste religiose dell’autunno, la primavera é il momento delle manifestazioni laiche, come la Maratona [1] o la Festa per l’Indipendenza. Il copione non varia molto: pullman turistici riempiono i parcheggi e folle si riversano sui marciapiedi, molte strade vengono chiuse e la Cittá Vecchia blindata, mentre i controlli e gli atti di prepotenza sulla popolazione palestinese aumentano.

Quello che é celebrazione per una parte della città, per gli altri rappresenta solo disagi e fastidi, quello che é festa per gli uni, diventa sopruso per gli altri.

Fedeli in arrivo in occasione di una manifestazione religiosa

Ora, esaurita l’euforia di picnic e concerti nei parchi cittadini per la festa dell’Indipendenza, l’attesa é per la Marcia delle bandiere, la più odiosa delle celebrazioni. Settimana prossima infatti gli Israeliani festeggeranno la “riunificazione” della città sotto il controllo dello Stato ebraico, avvenuta nel 1967 con l’occupazione della zona est di Gerusalemme, allora sotto controllo giordano.

Anche quest’anno gli abitanti palestinesi della città saranno costretti ad assistere ai festeggiamenti del momento che ha segnato per loro l’inizio dell’occupazione, e per gli abitanti del quartiere marocchino la completa demolizione delle loro case, rase al suolo per far posto alla piazza adiacente al cosiddetto muro del pianto.

Muro del pianto prima della demolizione del quartiere marocchino nel 1967
L’attuale piazza situata di fronte al Muro Occidentale. Agli abitanti (650-1000 persone) vennero concesse due ore per abbandonare le proprie abitazioni

Le strade di Gerusalemme sono sempre costellate di bandiere, ma in preparazione della festa sono comparse, anche nei quartieri palestinesi, quelle con lo stemma della città: il leone, simbolo della tribù biblica di Giuda sullo sfondo del muro Occidentale circondato da un ramo di ulivo. Non esattamente un simbolo di riconciliazione.

Stemma di Gerusalemme

E come sempre prima di un grande evento o celebrazione, sono aumentati i controlli: alle porte della Città Vecchia é normale vedere drappelli di soldati armati da far invidia a Rambo, fermare e interrogare giovani palestinesi in modo spesso apertamente provocatorio, e più frequentemente del solito l’autobus su cui viaggiano per tornare a casa viene bloccato, per controlli.

A una delle fermate un paio di soldati o poliziotti (solitamente un ragazzo e una ragazza, sempre giovanissimi e armatissimi) salgono sul bus senza proferire parola, e noi ormai sappiamo cosa fare: un passeggero raccoglie i documenti di tutti, i poliziotti verificano i nominativi sul terminale che portano sempre alla cintura, e finalmente, dopo circa un quarto d’ora, l’autobus può proseguire.

La vita di ogni palestinese é fatta anche di queste piccole, quotidiane provocazioni, che non possono che fomentare sentimenti di risentimento e umiliazione.

Controlli alla fermata dell’autobus

Pochi giorni fa nella Città Vecchia un gruppo di ragazzini ebrei di undici, dodici anni, che vivono nel quartiere musulmano e si vedono spesso camminare con aria spavalda e provocatoria nei vicoli affollati del mercato, sotto i nostri occhi ha spintonato un coetaneo, per farsi largo tra la folla.

La madre del ragazzo ha reagito di istinto, rimproverando i ragazzi come probabilmente avrebbe fatto qualsiasi adulto, ma immediatamente i passanti sono intervenuti a calmare la donna, le hanno rimesso i sacchetti della spesa in mano e hanno portato via lei e il figlio, velocemente.

Perché in queste situazioni il rischio per un palestinese é quello di essere come minimo arrestato, e in Israele esiste, e viene ampiamente utilizzata, la misura della detenzione amministrativa, che permette la detenzione a tempo indeterminato senza alcuna formale incriminazione e né processo. Come minimo.

Durante la Marcia delle bandiere, scolaresche, famiglie e gruppi di ebrei della diaspora marciano per le strade cantando e sventolando bandiere di Israele e di Gerusalemme, sotto gli occhi dei Palestinesi, che negli stessi giorni ricordano la Nabka, “la catastrofe”, l’espulsione dalle loro terre e la cancellazione dei loro villaggi nel 1948.

Ma é la marcia all’interno della Città Vecchia, il cuore di questa celebrazione: ogni anno ragazzini, giovani coloni e simpatizzanti del nazionalismo religioso e dell’estrema destra, attraversano i quartieri musulmani sventolando bandiere di Israele e urlando slogan antipalestinesi e antiarabi. Nonostante i vicoli siano praticamente deserti e i negozi chiusi, non mancano mai aggressioni e atti di vandalismo contro i rari passanti, contro i giornalisti e contro le saracinesche o le vetrine dei negozi.

Persino le chiese rimangono chiuse per paura di questi vandali, che non solo vengono lasciati completamente liberi di devastare la città, ma in alcuni casi sono anche protetti dalle forze dell’ordine.

Si può immaginare lo strazio, il senso di impotenza e di esasperazione di chi vede le proprie strade in balia di una massa di ragazzini incattiviti e violenti, e si può capire chi, come il mio insegnante di arabo, da anni nei giorni della marcia delle bandiere organizza un viaggio fuori città, per non vedere, per non soffrire un ulteriore sopruso. Quindi, niente lezione di arabo settimana prossima.

Clarissa Flann*
© RIPRODUZIONE RISERVATA

[1]    La Maratona di Gerusalemme é un evento sportivo, che assume anche una valenza simbolica, poiché il suo percorso attraversa alcune delle strade dei quartieri di Gerusalemme est.

[2]    Durante queste giornate gli israeliani festeggiano la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, quello che per i palestinesi é la Nabka, la “catastrofe”  che causò l’esodo di oltre 750.000 persone dai loro villaggi.

*Non sono una giornalista e nemmeno una scrittrice, ma ho vissuto a Gerusalemme gli ultimi due anni, arrivata credendo di conoscere almeno in parte quello che mi aspettava, e subito soverchiata dalla complessità di una situazione inimmaginabile se non vissuta con i propri occhi. In questi due anni ho cercato di raccontare a chi nella mia cerchia di amici e famigliari aveva voglia di ascoltare, cosa significa vivere quotidianamente la realtà di un’occupazione che che non rispetta nemmeno le basi del diritto internazionale umanitario. Storie che ho vissuto o che ho raccolto da persone a me vicine, storie quotidiane, che raccontano di una vita che é precaria e oppressa da generazioni. Piccole storie, se messe a confronto con la violenza brutale dei coloni, o gli orrori indicibili del genocidio, ma sono quelle attraverso cui io sono entrata in contatto con questa realtà complessa e stratificata. C.F.

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Israeli Finance Minister Smotrich wants to annex Solomon’s Pools in West Bank

From our correspondent in the West Bank
Eyad Hamad
9 giugno 2026

Faced with yet another attempt by the Israeli government to appropriate Palestinian land, the Palestinian Authority’s condemnation and denunciation data have been lost.

The mayor of Bethlehem, Hanna Hanania, however, wanted to make a statement in front of our cameras on the occasion of an initiative by Palestinian volunteers in defense of the Solomon’s Pools.

Bethlehem institutions organized a volunteer work day to clean Solomon’s Pools in Bethlehem. This activity comes in response to statements by Israeli finance minister Smotrich, who announced his intention to annex Solomon’s Pools to Israeli sovereignty under the guise of archaeological projects.

History cannot be stolen

The Israeli Finance Minister’s statements are part of an ongoing assault on Palestinian lands and antiquities. It should be noted that the area falls under the jurisdiction of the Palestinian Authority.

Solomon’s Pools are a historic complex of three large water reservoirs located near the village of Artas, south of Bethlehem.

Although traditionally associated with King Solomon, archaeological evidence suggests that the pools were built and expanded during the Hellenistic and Roman periods, roughly between the 2nd century BCE and the 1st century CE. They formed part of an advanced water-supply system that transported water to Jerusalem and the surrounding region.

Palestinian volunteers clean Solomon’s Pools in the West Bank.

During the Ottoman era, the reservoirs and aqueducts were extensively restored and improved under Suleiman the Magnificent in 1536–1537 CE, which contributed to the site’s association with his name.

The complex consists of three interconnected stepped reservoirs designed to collect spring water and rainfall. For centuries, they played a vital role in supplying water to Bethlehem, Jerusalem, and nearby communities.

 

Adjacent to the pools stands Murad Castle, an Ottoman-era fortress built to protect the water system. Solomon’s Pools are an ancient hydraulic engineering project dating back over 2,000 years, with major Ottoman restorations carried out in the 16th century under Suleiman the Magnificent.

Eyad Hamad
‏‪eyad.h158@gmail.com‬‏
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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