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Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

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Quei governi fatti saltare da USA in accordo con la dottrina del “Destino Manifesto” – 1

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
22 gennaio 2025
(1 – continua)

Il secondo articolo è stato pubblicato qui

E’ difficile fare un elenco completo delle interferenze americane, organizzate negli anni per abbattere governi che avevano intenzione di rivendicare (o avevano rivendicato) un’autonomia economica per gestire le risorse del proprio territorio (e non solo).

Proviamo qui ad elencare una lista di colpi di Stato e/o ingerenze inquietanti degli Stati Uniti avvenute dopo la Seconda Guerra mondiale.

Metodi sbrigativi

Sappiamo che è lacunosa e incompleta, ma dimostra che la corsa alla conquista del mondo non è assolutamente cominciata con Donald Trump, ma molto prima. Con Trump sono cambiati solo i metodi, più sbrigativi e diretti. Insomma, più arroganti e più consoni a un bullo, piuttosto che confacenti a un presidente di un grande Paese che si suppone democratico.

Il presidente americano, Donald Trump

Molti ritengono che Trump sia l’interprete moderno della Dottrina Monroe. Certamente lo è ma occorre anche tener presente che invece applica spregiudicatamente la dottrina del Destino Manifesto.

circa 1902: Original Artist: By Bernard Partridge. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

La dottrina Monroe, annunciata nel 1823, dichiarava che le potenze europee non dovevano tentare di colonizzare o interferire negli affari dei Paesi del continente americano. In cambio, gli Stati Uniti si impegnavano a non immischiarsi nelle questioni interne europee. Il messaggio centrale era che l’emisfero occidentale doveva essere libero da nuove influenze coloniali dei Paesi del Vecchio Continente.

La dottrina del Destino Manifesto era un’ideologia politica e culturale sviluppatasi negli Stati Uniti nel XIX secolo. Fu lanciata poco prima del 1840 ma  divenne esplicita nel 1845, quando il giornalista John L. O’Sullivan la formulò pubblicamente per giustificare l’espansione verso ovest e l’annessione di territori come il Texas.

La dottrina sosteneva che gli americani fossero destinati da Dio ad espandersi verso ovest, occupare il territorio fino all’Oceano Pacifico e diffondere le proprie istituzioni, valori e sistema politico. Questa convinzione giustificò l’espansione territoriale anche armata, come la conquista del Texas, della California e di altri territori, e fu spesso utilizzata per legittimare anche lo spostamento forzato delle popolazioni native.

Missione divina

Insomma, una teoria elaborata per difendere l’idea che esista una sorta di “missione divina” statunitense per promuovere e difendere la democrazia in tutto il mondo. Il Destino Manifesto sembra che ancora oggi continui a esercitare un’influenza pesante sull’ideologia politica statunitense.

Manifesto divino

Bisogna riconoscere che Donald Trump ha un pregio: è molto meno ipocrita dei suoi predecessori. In altre parole, come tutti i bulli, è più diretto. Tenta di mascherare i suoi interventi dietro motivazioni umanitarie (la difesa dei cristiani in Nigeria e la lotta contro il narcotraffico e la spietatezza di un dittatore in Venezuela) o di sicurezza (la Groenlandia è infestata da navi russe e cinesi) ma alla fine non riesce a nascondere le vere ragioni delle sue aggressioni: risorse naturali, petrolio e minerali preziosi. E quindi ammette candidamente che i reali motivi della sua crociata contro il mondo è spinta da interessi economici – accaparramenti di risorse – e di megalomania mal repressa (“Devo controllare il pianeta”).

Anche per quello che riguarda l’Europa, Trump è stato chiaro è schietto. “L’Unione è stata creata per fregarci”, e si è con forza rammaricato. Eppure, aveva ragione. L’Europa forse non è stata creata per fregare l’America, ma sicuramente per affiancarla. Cosa che, se avesse funzionato come previsto, avrebbe provocato una perdita di ricchezza da parte degli Stati Uniti. Ma i politici del vecchio continente non hanno capito che aveva ragione. Non hanno capito che in un mondo polarizzato il tuo compagno di banco è un tuo antagonista. E non hanno compreso che una frase del genere comprende un obbiettivo: distruggere o almeno controllare e tenere a bada la vecchia Europa.

Euro e dollaro

Quando l’euro fu varato, 1° gennaio 2002, molti commentatori auspicavano e prevedevano che avrebbe potuto affiancare il dollaro nelle transazioni commerciali internazionali. Inizialmente era stata stabilita una parità tra le due valute, anche per questo motivo.

Gli interventi americani bloccarono sul nascere queste velleità del vecchio continente. I suoi leader politici non se ne accorsero e comunque fecero finta di niente. Forse invece avrebbero potuto e dovuto denunciare questo sopruso dell’alleato.  Forse già allora l’Europa manifestava sottomissione psicologica, perdita di autonomia, bassa autostima e difficoltà a prendere decisioni indipendenti.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info
X:africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA
(1-continua)

Il secondo articolo è stato pubblicato qui

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Dalle macerie alla speranza: la scuola che sfida la guerra a Gaza

Agnese Castiglioni*
17 gennaio 2025

All’inizio del 2026, nonostante il cessate il fuoco dichiarato ma mai applicato veramente, Gaza resta segnata da una violenza continua. I raid aerei colpiscono infrastrutture e campi profughi, aggravando una crisi umanitaria estrema.

In questo contesto, poiché l’accesso indipendente dei media è impossibile, perché impedito da Israele, le poche testimonianze dirette diventano essenziali.

foto scuola tenda educativa _ Striscia di Gaza
bambini che giocano fuori da una tenda educativa nella Striscia di Gaza – foto sul campo fornita da Jalal al Farra

Raccontare Gaza da dentro

tenda educativa – Foto sul campo fornita da Jalal al Farra

Dal febbraio 2024, nel campo profughi di Khan Younis, una tenda educativa dai colori vivaci rompe il grigiore delle macerie, offrendo ai bambini uno spazio di apprendimento e protezione in un contesto di continua insicurezza.

La storia di questa tenda è stata ricostruita grazie alle testimonianze raccolte da Jalal Al Farra, giovane palestinese titolare di una borsa di studio e in attesa di espatriare per iniziare gli studi all’Università dell’Insubria.

Il 9 gennaio, proprio mentre Jalal Al Farra documentava il progetto, Khan Younis è stata colpita da un nuovo raid aereo: un missile è caduto a pochi metri dalla tenda in cui si trovava lui.

bambini fanno lezione in una tenda

È sopravvissuto, ma l’episodio mostra con chiarezza quanto anche gli spazi civili ed educativi restino esposti alla violenza del conflitto.

Il racconto è arrivato in Italia attraverso una collaborazione che ha superato confini e censure, rendendo possibile l’intervista al fondatore del progetto, Hassan Jaber Al Shallah.

In assenza di accesso per i giornalisti internazionali, la ricostruzione dei fatti passa inevitabilmente attraverso chi vive e testimonia sul campo.

Dal sogno alla scuola

Nel febbraio 2024, dopo quattro mesi di totale sospensione delle attività scolastiche, Hassan Jaber Al Shallah ha deciso di reagire. “Ogni bambino di Gaza è diventato mio figlio”, racconta.

Da questa consapevolezza è nata la prima tenda educativa mobile, dipinta a mano per restituire ai più piccoli un frammento di normalità.

Oggi quella tenda è una scuola con più aule, frequentata da oltre 1.500 studenti tra i 5 e i 17 anni.

Il progetto va oltre l’istruzione formale: offre supporto psicosociale, logopedia e attività ricreative per aiutare i bambini ad affrontare i traumi della guerra.

Gli insegnanti sono volontari della comunità locale, uniti da esperienze comuni di perdita e resistenza.

Un modello che si muove

La forza dell’iniziativa risiede nella sua flessibilità. Quando una zona diventa troppo pericolosa, la scuola si sposta, garantendo continuità educativa anche in condizioni estreme.

Le lezioni si concentrano su arabo, matematica, scienze e inglese. “Non stiamo solo insegnando – afferma Al Shallah – stiamo proteggendo il futuro”.

Voci dalla speranza

La scuola è gratuita e sostenuta da volontari, autofinanziamento e piccole donazioni. Per crescere sono necessari fondi, partner internazionali e visibilità. Il bisogno di risorse è urgente, ma altrettanto urgente è raccontare al mondo che, tra le macerie, i bambini continuano a sognare.

una bambina si fa dipingere il volto in una delle tante iniziative proposte

Rawaan, otto anni, racconta: “Qui mi sento forte. Ho imparato a leggere da sola. Sogno di diventare medico e costruire un asilo colorato come questa tenda”.

Suo padre aggiunge: “Questa scuola non ha restituito solo lezioni, ma speranza”. Tra le macerie, ogni quaderno colorato diventa una forma di resistenza pacifica.

Una promessa tra le rovine

Per Hassan e il suo team, l’istruzione è la prima linea di difesa contro la disperazione.

Questa scuola mobile è più di un progetto educativo: è una promessa di futuro e dimostra come la conoscenza condivisa possa aprire spazi di responsabilità e solidarietà anche dove la censura tenta di imporre il silenzio.

persone mascherate intrattengono i bambini in una tenda

Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com
* studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria, frequentante il corso di Storia e Diritti tenuto da Farian Sabahi, che fornisce le basi per trattare le tematiche qui esposte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La vittoria di Museveni in Uganda: Il tempo è dalla parte dell’Africa

Keith Richburg era il corrispondente del Washington Post
da Nairobi. Come membro del Comitato editoriale
del Washington Post, ha dato il consenso per pubblicare
questo editoriale uscito sul quotidiano americano.

Comitato Editoriale del
Washington Post
19 gennaio 2026

At the bottom of the article in Italian, you will find the original version in English.

Quando il presidente ugandese Yoweri Museveni salì al potere nel gennaio 1986, dopo decenni di guerra civile e caos, promise un cambiamento radicale. “Il problema dell’Africa in generale e dell’Uganda in particolare non è la popolazione, ma i leader che vogliono rimanere al potere troppo a lungo”, disse Museveni nel suo discorso inaugurale.

Quarant’anni dopo, Museveni è stato dichiarato vincitore nel fine settimana di un’elezione segnata da violenze, blackout di Internet e intimidazioni dell’opposizione. L’ottantunenne presidente in carica, il terzo leader africano più longevo, ha dimenticato le sagge parole del comandante ribelle quarantunenne che era un tempo.

I funzionari elettorali del Paese hanno affermato in modo dubbio che Museveni ha vinto con il 71,7 per cento dei voti e che il suo principale sfidante, il popolare musicista diventato politico, Bobi Wine, ha ottenuto poco meno del 25 per cento.

Il presidente ugandese Yoweri Museveni saluta i sostenitori dopo aver votato per sé stesso giovedì. (AFP/Getty Images)

Wine ha pubblicato dei video online che mostrano quelli che secondo lui sono esempi di brogli elettorali e altri imbrogli. Ma le sue denunce probabilmente non saranno ascoltate, dato che Museveni controlla tutte le leve del potere e i media statali. Lo stesso Wine ha dichiarato di essere stato costretto a fuggire dalla sua casa dopo che era stata circondata dai soldati.

L’Africa è una bomba demografica a orologeria. Il continente più giovane del mondo è dominato da una serie di leader ottantenni e novantenni, i cosiddetti “Big Men”, che continuano ad aggrapparsi al potere con la brutalità e la paura. Lo scorso ottobre, il presidente del Camerun Paul Biya, spesso assente, è stato dichiarato vincitore delle elezioni per un nuovo mandato di sette anni all’età di 92 anni. Nello stesso mese, il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara è stato dichiarato vincitore di un quarto mandato all’età di 83 anni, dopo aver squalificato i suoi principali avversari dalla corsa elettorale.

Il cambiamento è inevitabile, se non altro perché i vecchi Big Men sono letteralmente una specie in via di estinzione. Nel caso di Museveni, sembra che stia cercando di orchestrare la sua uscita di scena preparando il suo imprevedibile figlio come suo successore. Ma questo significherebbe solo sostituire una forma di autoritarismo spietato con un modello più giovane.

Una transizione verso una leadership migliore, più rappresentativa e più democratica – in Uganda e altrove – richiederà l’aiuto della comunità internazionale dei donatori, che sostiene gli autoritari africani con aiuti stranieri.

L’amministrazione Trump, che ha messo in secondo piano la promozione della democrazia, sta seguendo un modello familiare. Ad agosto, il segretario di Stato Marco Rubio ha avuto una conversazione telefonica con Museveni e ha “ringraziato l’Uganda per aver fornito un modello di stabilità regionale”.

Rubio lo ha elogiato per aver fornito truppe alle operazioni di mantenimento della pace e per aver accettato di accogliere gli immigrati di Paesi terzi espulsi dagli Stati Uniti che si rifiutano di tornare nei loro paesi d’origine.

Mentre altri continenti devono affrontare le sfide del declino demografico, l’Africa ha una popolazione giovane in crescita. Il 70% degli africani subsahariani ha meno di 30 anni. L’età media in Uganda è di 17,8 anni. La vera stabilità per il futuro dipende dai giovani.

Washington Post
Editorial Board

 

Original version

Keith Richburg was the Washington Post’s correspondent
in Nairobi. As a member of the Washington Post’s Editorial Board,
he gave his consent to publish
this editorial, which appeared in the American newspaper.

Time is on Africa’s side

Once heralded as a “new breed” of leader, now he’s part of a dying

Washington Post
Editorial Board
19 gennaio 2026

When Ugandan President Yoweri Museveni took power in January 1986, after decades of civil war and chaos, he promised fundamental change. “The problem of Africa in general and Uganda in particular is not the people, but leaders who want to overstay in power,” Museveni said in his inaugural speech.

Forty years later, Museveni was declared the winner over the weekend of an election marred by violence, an internet blackout and the intimidation of the opposition. The 81-year-old incumbent, Africa’s third longest-serving leader, has forgotten the sage words of the 41-year-old rebel commander he once was.

The country’s election officials claimed dubiously that Museveni won with 71.7 percent of the vote and that his principal challenger, popular musician-turned-politician Bobi Wine, garnered just shy of 25 percent.

Wine posted online videos showing what he alleged were examples of ballot stuffing and other shenanigans. But his complaints will likely not be heard, since Museveni controls all levers of power and state media. Wine himself said he was forced to flee his home after it was surrounded by soldiers.

Africa is a demographic time bomb. The world’s youngest continent is dominated by a series of octogenarian, and one nonagenarian, “Big Men” leaders who continue clinging to power by brutality and fear. Last October, Cameroon’s often-absent President Paul Biya was declared the winner of an election for a new seven-year term at age 92. That same month, Ivory Coast’s President Alassane Ouattara was declared the winner of a fourth term at age 83 after disqualifying his main opponents from running.

Change is inevitable, if only because the old Big Men are literally a dying breed. In Museveni’s case, he appears to be trying to stage-manage his exit by grooming his erratic son as his successor. But that would just be swapping one form of ruthless authoritarianism for a younger model.

A transition to a better, more representative, more democratic leadership — in Uganda and elsewhere — will require help from the international donor community, which props up Africa’s authoritarians with foreign assistance.

The Trump administration, which has put democracy promotion on the back burner, is following a familiar pattern. In August, Secretary of State Marco Rubio had a telephone call with Museveni and “thanked Uganda for providing a model of regional stability.” Rubio praised him for providing troops to peacekeeping efforts and agreeing to take third-country immigrants deported from the United States who refuse to return to their home countries.

While other continents face challenges of demographic decline, Africa has a growing young population. Seventy percent of sub-Saharan Africans are under 30. The median age in Uganda is 17.8. Real stability for the future rests with the young.

Washington Post

Il Senegal è (per ora) il Leone del calcio africano

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 19 gennaio 2026

I resti di quello che credeva essere uno dei più potenti eserciti calcistici dell’Africa, se non del mondo, lasciano in lacrime e senza speranza quel campo che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

La nazionale del Senegal (I celebrati Leoni del Teranga) potrebbe giustamente ricorrere al Bollettino della Vittoria (1918, firmato Diaz) dopo il successo sul Marocco (Leoni dell’Atlantide), domenica sera, a Rabat nella Coppa d’Africa 2025.

Puff…. Il pallone pieno di boriosa aspettativa della squadra e dell’intera società magrebine si è sgonfiato come un palloncino.

La nazionale senegalese, “I celebrati Leoni del Teranga” vincitori dell’ambita Coppa delle Nazioni

Il re Leone del calcio africano è il Senegal. Almeno temporaneamente. Perché pende un ricorso dei perdenti.

Tutto era stato apparecchiato per il secondo trionfo, atteso per 50 anni, dei Leoni dell’Atlante nella 35a edizione del torneo pallonaro più prestigioso del continente nero, iniziatosi il 21 dicembre e conclusosi il 18 gennaio.

Per ricordare una debacle simile della squadra di casa occorre risalire ai Campionati Mondiali del 1950. Nello stadio Maracana di Rio de Janeiro, l’Uruguay inaspettatamente piegò per 2-1 il Brasile che si considerava (ed era dato da tutti per certo) Campione del Mondo. Davanti a quasi 200 mila spettatori avvenne quello che poi fu considerato un lutto nazionale, con tanti suicidi a seguire.

Stavolta gli spettatori erano poco più di un terzo e fortunatamente nessuno si è tolto la vita per la batosta. Ma la disillusione è stata profondissima. Il pubblico ha abbandonato gli spalti (non solo perché piovesse tanto..). I giornalisti marocchini hanno disertato la conferenza stampa dei vincitori….

Rabat, Marocco, stadio Prince Moulay Abdellah

Erano stati preparati nove stadi di livello mondiale dotati di una tecnologia che evitasse allagamenti in caso di pioggia (e ce ne è stata tanta!). E di un’altra tecnica di descrizione audio per aiutare i tifosi non vedenti e ipovedenti a seguire le partite.

L’intero Paese era stato costellato di annuncia pubblicitari di Morocco NOW: Invest and Export, la piattaforma industriale statale volta a incoraggiare e cogliere opportunità di investimento, sviluppare un ecosistema per l’imprenditorialità e l’innovazione e stimolare il Paese a livelli di crescita senza precedenti.

“Il calcio come uno dei pilastri per plasmare l’identità e la posizione del Paese nel panorama mondiale; il Re Mohammed VI aveva delineato la sua visione a lungo termine e indirizzato la nazione verso una tabella di marcia lanciata nel 2008, in seguito a costanti investimenti nelle infrastrutture calcistiche nel decennio precedente, in vista anche dei Mondiali di Calcio del 2030”, aveva ricordato sul sito ESPN.com, Ed Dove, 36 anni, giornalista, profondo conoscitore del football africano.

Nuova alba per il Marocco

La conquista della Coppa delle Nazioni doveva essere una specie di nuova alba per il Marocco. Peccato che il sorgere della nuova era fosse stato già oscurato da critiche sulla gestione dei biglietti, degli arbitri, della sanità, della scuola… e delle alluvioni. Proprio tre giorni prima dell’inizio del torneo, nella provincia della costa di Safi, piogge torrenziali avevano provocato decine di morti. Ma l’importante era non rovinare la festa….

A questo ci ha pensato domenica sera un impassibile arbitro della Repubblica Democratica del Congo, 38 anni, Jean Jacques Ndala.

Chiamato a dirigere la finale tra Marocco e Senegal, perché – parole del Comitato organizzatore – considerato uno degli arbitri più esperti e affidabili – il signor Jean-Jacques ha dato il peggio di se stesso.

Incontro delicato

L’incontro calcistico fra i due Leoni sportivi africani infatti era delicatissimo. È vero che tra i due Paesi corre buon sangue (uno scontro tra fratelli, ha scritto un quotidiano senegalese). E questa finale era vista “come una celebrazione di legami secolari. Tra Dakar e Rabat, il rapporto trascende la diplomazia: è spirituale, economico e culturale”.

Non come tra Algeria e Marocco. Che non si parlano, anzi non perdono occasione per farsi dei dispetti. Prova ne siano i tre tifosi algerini arrestati con queste ….gravissime accuse: aver strappato banconote marocchine in disprezzo del monarca e del Paese; aver rubato un walkie-talkie a un agente della sicurezza, e, udite udite, aver fregato due palloni!

L’evento marocchino poi veniva trasmesso in 180 nazioni. In Francia erano stati organizzati feste e schermi giganti. A Parigi era stato vietato ogni assembramento nei Champs Elysees, pena 135 euro di multa (ma i tifosi hanno disubbidito!).

In Italia l’attesa era spasmodica: sono poco più di 100 mila i senegalesi e quasi 400 mila i marocchini residenti nella penisola. E le celebrazioni della comunità più integrata sono esplose in diverse città, (come dimostrano tanti video postati su YouTube): da Milano, a Torino, a Genova, a Varese, in Emilia Romagna si sono viste centinaia di persone in piazza, caroselli di auto, fumogeni, sventolio di bandiere verdi-giallo-rossa.

Oltretutto, la disfida di Rabat era molto europea. Tra i 56 giocatori convocati delle finaliste, da questa settimana 15 calciatori del Senegal e 14 del Marocco tornano a giocare nel nostro continente. I tesserati per club europei sono ben 44 (25 nel Senegal e 19 nel Marocco). E quelli nati in Europa sono 27, rispettivamente 13 e 14.

“È una finale che fotografa alla perfezione il nuovo volto del calcio africano, fatto di talento locale e figli della diaspora”, aveva scritto Filippo Maria Ricci nei giorni scorsi sulla Gazzetta della Sport.

Uno di essi è Brahim Diaz, 26 anni, spagnolo ma di padre marocchino che ha scelto la terra del Tramonto per interesse, altro protagonista, in negativo, con l’arbitro, della surreale, rocambolesca folle , a suo modo indimenticabile, serata di domenica. Negli ultimi minuti della partita, il signor Ndala ha annullato un goal (regolare) al Senegal, e poco dopo ha concesso un rigore (molto dubbio) al Marocco.

A quel punto, i Leoni del Teranga hanno ruggito. Il pubblico ha tentato un invasione di campo, i giocatori, purtroppo sollecitati dal loro allenatore, il campo lo hanno abbandonato e si sono ritirati negli spogliatoi.

Per fortuna, il leader del Senegal, Saido Mane’, 33 anni, bravissimo con i piedi, (viene stimato uno dei migliori giocatori africani di tutti i tempi ), ma anche con la testa sulle spalle, convince e i compagni tornare sul prato.

Sa benissimo che in caso di abbandono sarebbero andati incontro a pesanti squalifiche a livello internazionale. La partita riprende con il rigore tirato e sbagliato in modo infantile e demenziale da Brahim Diaz, che pure gioca nel Real Madrid ed è giudicato la stella del suo Paese.

Ai supplementari però arriva il gol dei Leoni del Teranga e per il Marocco si apre la voragine della disperazione. Lacrime amare, sotto la pioggia, dolore, rimpianto, delusione. È un fallimento, che sicuramente non bloccherà la via intrapresa di modernizzazione non solo sportiva del Paese. Ma potrebbe rischiare di modificare l’interesse della popolazione per la priorità degli investimenti, appannare l’immagine che il regno alawide mira di consolidare a livello continentale. Comunque non è finita.

Il giorno dopo la folle partita, lunedì 19 gennaio, la Federcalcio marocchina ha annunciato che ricorrerà alle vie legali presso la CAF (Confederation Africaine de Football) e la FIFA (Federazione Internazionale) perchè “si pronuncino su quanto messo in atto ieri sera dal Senegal”.

In questo è appoggiata da due potenti sponsor, Patrice Motsepe, presidente del CAF e Gianni Infantino, presidente della FIFA. La disfida dunque rischia di andare ben oltre i tempi supplementari e magari di incrinare i rapporti fra i due Paesi fratelli.

L’Africa non finisce proprio di stupire. Dopo aver mostrato peggio e il meglio del calcio nella notte di Rabat, dal Mali giunge la notizia che pallone e ciarlatani vanno spesso a braccetto.

Arrestato ciarlatano maliano

C’è sempre qualcuno che promette mirabilie, il paradiso in terra o, almeno, la fontana di Trevi. È stato arrestato dalla polizia nella capitale Bamako, un santone, Karamogo Sinayoko, per sottrarlo alla furia di una folla di tifosi. Avevo giurato loro che, grazie alle sue capacità mistiche, il Mali avrebbe vinto la Coppa d’Africa. Dietro versamento di soldini. E infatti il santone ha intascato l’equivalente di oltre 30 mila euro. Che in un Paese come il Mali, afflitto da povertà (e terrorismo islamico), non sono pochi…

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Africa Bianca contro Africa nera: in Marocco la Coppa entra nel vivo

 

Haaretz spiega: il Board of Peace di Trump per Gaza mira a rivaleggiare con l’ONU. Lo dice lo statuto

ll tentativo del Gaza Board of Peace “inventato” da Trump
mira a delegittimare l’ONU e renderlo irrilevante,
così da cancellarlo del tutto.
In fondo è un intralcio alla politica egemone e imperiale
del presidente americano.

Il Board of Peace – ammessa è non concessa la necessità
di crearlo – avrebbe dovuto essere posto sotto l’autorità
delle Nazioni Unite, non degli Stati Uniti o, peggio,
di Trump, che oltretutto ne ha deciso la composizione.
Non è previsto nessun controllo democratico

Africa ExPress
At the bottom of the article in Italian, you will find the original version in English.

da Haaretz
Liza Rozovsky
17 gennaio 2026

A differenza delle Nazioni Unite, il Consiglio di Pace conferirà a Trump poteri personali e notevolmente ampi, e collegherà i mandati dei membri ai contributi finanziari. Lo statuto critica implicitamente l’ONU: Haaretz aveva precedentemente riportato che esso intende affrontare i conflitti in luoghi diversi da Gaza.

Lo statuto del Consiglio di Pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un organismo istituito con lo scopo dichiarato di gestire la ricostruzione di Gaza, suggerisce che Trump abbia iniziato a posizionarlo come rivale delle Nazioni Unite. In particolare, il documento non menziona Gaza per nome.

Donald Trump, presidente USA e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu

Il documento, ottenuto da Haaretz, è stato inviato sabato a circa 60 capi di Stato – tra cui Turchia, Egitto, Argentina, Indonesia, Italia, Marocco, Gran Bretagna, Germania, Canada e Australia – insieme a un invito a partecipare al Consiglio, secondo quanto riferito da diverse fonti diplomatiche a Haaretz.

Governance affidabile e legittima

Secondo il documento, il consiglio lavorerà per “ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto”, sostituendosi ad altre organizzazioni.

Lo statuto critica implicitamente anche l’ONU. Si apre sottolineando la necessità di “un organismo internazionale di costruzione della pace più agile ed efficace”, aggiungendo che una pace duratura richiede “il coraggio di allontanarsi da … istituzioni che troppo spesso hanno fallito”.

Lo statuto considera la presidenza come un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che “Donald J. Trump ricoprirà la carica di primo presidente del Consiglio di Pace”, senza alcun riferimento alla carica di presidente o a un mandato fisso.

È degno di nota il fatto che la presidenza del consiglio non sia legata alla presidenza degli Stati Uniti e non termini quando Trump lascerà la carica.

In qualità di presidente, Trump eserciterebbe un’autorità assoluta sulla composizione, sul funzionamento e persino sulla stessa esistenza dell’organismo. Solo lui potrebbe invitare gli Stati ad aderire, rinnovare o revocare la loro adesione, nominare e revocare i membri del consiglio esecutivo, nominare il suo amministratore delegato e porre il veto su qualsiasi decisione esecutiva, soggetto solo a un possibile veto dei due terzi.

Avrebbe il potere esclusivo di creare o sciogliere organi sussidiari, emanare risoluzioni vincolanti, designare il proprio successore e sciogliere l’organizzazione o rinnovarla a sua discrezione ogni due anni.

Trump avrebbe l’approvazione finale su tutte le decisioni importanti del consiglio, stabilirebbe l’ordine del giorno delle riunioni, romperebbe i voti di parità e fungerebbe da arbitro finale dell’interpretazione dello statuto. Trump avrebbe “l’autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie”, selezionare e rimuovere i membri del consiglio esecutivo e porre il veto sulle sue decisioni “in qualsiasi momento successivo”.

Il documento prevede inoltre che “la sostituzione del presidente possa avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o a causa di incapacità”, che deve essere determinata da “un voto unanime del consiglio esecutivo”, sottolineando quanto il ruolo sia isolato dai cambiamenti politici.

Il presidente è inoltre tenuto a “designare in ogni momento un successore”, che “assumerà immediatamente la carica di presidente e tutti i compiti e le autorità associati”, rafforzando il fatto che la continuità della leadership deriva dalla designazione di Trump piuttosto che da qualsiasi carica pubblica ricoperta da lui o da un suo successore.

Il piano di Trump mira a rendere irrilevanti le Nazioni Unite e a lungo termine a chiuderle

Lo statuto lega inoltre i privilegi dei membri ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori.

Mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a un mandato di tre anni, lo statuto stabilisce che “il mandato triennale non si applica agli Stati membri che contribuiscono con più di 1 miliardo di dollari in fondi contanti al Consiglio di pace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto”, consentendo di fatto ai sostenitori più ricchi di mantenere i loro seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.

Haaretz ha riportato all’inizio di questa settimana, citando tre fonti, che la Casa Bianca sta portando avanti piani per concedere un ampio mandato a un Consiglio di Pace proposto che amministrerebbe la Striscia di Gaza e alla fine si occuperebbe di altri conflitti globali.

Board of Peace promosso da Trump

Secondo una delle fonti, alti funzionari statunitensi stanno promuovendo l’iniziativa “vedendola come qualcosa di molto simile a un nuovo tipo di ONU, composta da Paesi selezionati che prenderebbero decisioni che influenzano il mondo”.

Venerdì la Casa Bianca ha annunciato alcuni membri del consiglio, tra cui il segretario di Stato, Marco Rubio, l’inviato in Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero e ex consigliere di Trump Jared Kushner, Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, secondo quanto riferito una delle più grandi società di investimento private al mondo, il presidente del Gruppo Banca Mondiale, Ajay Banga, il vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Robert Gabriel, e l’ex primo ministro britannico, Tony Blair.

Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato invitato a partecipare alla riunione del consiglio di sabato notte, secondo quanto riferito dal suo ufficio. Secondo una fonte diplomatica, sono stati invitati a partecipare i leader di tutti e tre i Paesi mediatori: Egitto, Qatar e Turchia. Un’altra fonte diplomatica ha confermato che anche il presidente argentino, Javier Milei, è stato invitato a far parte del consiglio.

Venerdì Trump ha anche annunciato la costituzione del Comitato esecutivo di Gaza, responsabile del coordinamento quotidiano con il comitato tecnocratico palestinese, annunciato mercoledì da Witkoff.

Liza Rozovsky

VERSIONE ORIGINALE

The attempt by the Gaza Board of Peace ‘invented by Trump’
aims to delegitimise the UN and render it irrelevant,
so as to eliminate it altogether.
After all, it is an obstacle to the hegemonic and imperial policy
of the American president.
The Board of Peace – assuming the need to create it is acknowledged
but not granted – should have been placed under the authority
of the United Nations, not the United States or, worse,
Trump, who, moreover, decided its composition.
No democratic control is envisaged.
Africa ExPress

Trump’s Gaza Board of Peace Aims
to Rival UN, Charter Shows

Unlike the United Nations, the Board of Peace will hand Trump personal and remarkably broad powers, and link members’ terms to financial contributions. The charter implicitly criticizes the UN: Haaretz previously reported that it plans to address conflicts in places other than Gaza

Haaretz
by Liza Rozovsky
17 January 2026

The charter for U.S. President Donald Trump’s Board of Peace, a body established with the stated purpose of managing Gaza’s reconstruction, suggests that Trump has begun to position it as a rival to the United Nations. Notably, the document does not mention Gaza by name.

The document, obtained by Haaretz, was sent on Saturday to around 60 heads of state – including in Turkey, Egypt, Argentina, Indonesia, Italy, Morocco, Britain, Germany, Canada and Australia – along with an invitation to join the board, several diplomatic sources told Haaretz.

According to the document, the board will work to “restore dependable and lawful governance and secure enduring peace in areas affected or threatened by conflict,” in place of other organizations.

The charter also implicitly criticizes the UN. It opens with emphasizing the need for “a more nimble and effective international peace-building body,” adding that durable peace requires “the courage to depart from … institutions that have too often failed.”

The charter treats the chairmanship as a personal role rather than one linked to the U.S. presidency, stating that “Donald J. Trump shall serve as inaugural Chairman of the Board of Peace,” with no reference to the office of president or to any fixed term.

Remarkably, the board’s chairmanship is not tied to the U.S. presidency and does not end when Trump leaves office.

As chairman, Trump would wield sweeping authority over the body’s composition, operations and even its continued existence. He alone would invite states to join, renew or terminate their membership, appoint and remove members of the executive board, nominate its chief executive and veto any executive decision, subject only to a possible two-thirds veto.

He would have exclusive power to create or dissolve subsidiary bodies, issue binding resolutions, designate his own successor and dissolve the organization outright or renew it at will every two years.

Trump would have final approval over all major board decisions, set meeting agendas, break tie votes and serve as the ultimate arbiter of the charter’s interpretation. Trump would have “exclusive authority to create, modify, or dissolve subsidiary entities,” select and remove members of the Executive Board, and veto its decisions “at any time thereafter.”

The document further provides that “replacement of the Chairman may occur only following voluntary resignation or as a result of incapacity,” which must be determined by “a unanimous vote of the Executive Board,” underscoring how insulated the role is from political change.

The chairman is also required to “at all times designate a successor,” who would “immediately assume the position of the Chairman and all associated duties and authorities,” reinforcing that continuity of leadership flows from Trump’s designation rather than from any public office he or a successor holds.

The charter also ties membership privileges to financial contributions, carving out a special exemption for major donors.

While most member states are limited to three-year terms, the charter states that “the three-year membership term shall not apply to Member States that contribute more than $1 billion in cash funds to the Board of Peace within the first year of the Charter’s entry into force,” effectively allowing wealthier backers to retain theirseats indefinitely, subject to the chairman’s discretion.

Haaretz reported earlier this week, citing three sources, that the White House is advancing plans to grant a broad mandate to a proposed Board of Peace that would administer the Gaza Strip and eventually take on other global conflicts.

According to one of the sources, senior U.S. officials are promoting the initiative “see it as something very close to a new kind of UN, made up of selected countries that would make decisions affecting the world.”

The White House on Friday announced some board members, including Secretary of State Marco Rubio; Middle East envoy Steve Witkoff; Trump’s son-in-law and former adviser Jared Kushner; Marc Rowan, CEO of Apollo Global Management, reportedly one of the largest private investment firms worldwide; World Bank Group President Ajay Banga; U.S. Deputy National Security Advisor Robert Gabriel; and former British Prime Minister Tony Blair.

Turkish President Recep Tayyip Erdogan was also invited to sit at the board overnight on Saturday, his office said. According to a diplomatic source, the leaders of all three mediating countries – Egypt, Qatar and Turkey – were invited to take part. Another diplomatic source confirmed that Argentinian President Javier Milei was also invited to join the board.

Trump on Friday also announced the Gaza Executive Board, responsible for day-to-day coordination with the Palestinian technocratic committee, which was announced on Wednesday by Witkoff.

Liza Rozovsky

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USA-Israele: nuovi sistemi di intercettazione droni

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
Gennaio 2026

Nuovi sistemi di intercettazione anti-drone per le forze armate degli Stati Uniti d’America. A sperimentarli e produrli insieme l’azienda israeliana Axon Vision e Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in Virginia.

Secondo quanto rivelato dalla testata specialistica Israel Defense, Axon Vision ha ricevuto un primo ordine da Leonardo DRS per il valore di 350.000 dollari per un set iniziale di un sistema dimostrativo per l’individuazione, tracciamento e intercettazione di droni aerei ad alta velocità (C-UAS).

Elaborazione nuovi sistemi

I sistemi anti-droni saranno sperimentati durante alcuni test a favore delle forze armate statunitensi per provarne l’efficacia in un loro pronto uso in scenari bellici.

Le nuove tecnologie sono pensate per contrastare l’impiego di minacce aeree a pilotaggio remoto contro piattaforme terrestri (carri armati, blindati, ecc.), grazie all’impiego di processori e applicazioni basati sull’Intelligenza Artificiale (AI). 

“L’ordine rappresenta una pietra miliare nella partnership strategica stabilita alla fine del 2025, che integra l’esperienza operativa di Leonardo DRS con le tecnologie AI già provate sul campo da Axon Vision”, ha dichiarato il presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda israeliana, l’ex generale dell’esercito Roy Ritfin.

“Siamo lieti che Leonardo DRS, una società leader nel settore militare negli Stati Uniti d’America, abbia riconosciuto il nostro sistema come uno dei più efficaci per proporlo alle forze armate USA”, ha aggiunto Roy Riftin.

Axon Vision e Leonardo DRS

“Quest’ordine riflette la naturale evoluzione della nostra collaborazione e la crescente domanda di soluzioni globali militari basate sull’Intelligenza Artificiale”.

L’accordo di cooperazione industriale tra Axon Vision e la controllata di Leonardo era stato annunciato ai primi di dicembre 2025 dall’azienda israeliana.

“Offriremo soluzioni congiunte per sistemi avanzati caratterizzati da consapevolezza situazionale, letalità e capacità di sopravvivenza con particolare enfasi sui Counter-UAS (anti-droni) per il mercato militare USA”, ha dichiarato il management israeliano.

“Il memorandum di collaborazione appena sottoscritto prevede la fornitura da parte di Leonardo DRS di sensori e sistemi avanzati e da Axon Vision di tecnologie automatizzate basate sull’Intelligenza Artificiale. Insieme, le due società intendono produrre sistemi da combattimento che supportino sensori e processori dati a bande elevate e bassa latenza, per essere impiegati principalmente nel contrasto anti-droni”.

Le attività di collaborazione tra Axon Vision e Leonardo DRS erano state avviate in verità già alcuni anni prima. Applicazioni AI dell’azienda israeliana erano state adottate dalla controllata di Leonardo per i sistemi radar e i sensori ottici di propria produzione.

Come ricorda ancora Israel Defense, in occasione dell’ultima esposizione dell‘Association of the United States Army (AUSA), le due società avevano presentato piattaforme terrestri a pilotaggio remoto equipaggiate con payload modulari di Leonardo DRS integrate da soluzioni con Intelligenza Artificiale di Axon Vision.

Con quartier generale a Tel Aviv, la società partner di Leonardo è stata fondata nel 2017 da tre veterani delle unità tech delle forze armate israeliane, Ido Rozenberg, Raz Roditti e Michael Zolotov, 

Axon Vision è specializzata nella fornitura di soluzioni automatizzate per piattaforme terrestri, aeree e marittime militari, in particolari droni aerei Edge e loitering munitions (droni kamikaze) già in dotazione delle IDF (Israel Defense Forces). 

Tra i suoi maggiori clienti, oltre al ministero della Difesa israeliano compaiono le due maggiori corporation industriali-militari dello Stato ebraico, IAIIsrael Aerospace Industries ed Elbit Systems.

Commesse anche in UE

Importanti commesse sono state ottenute anche nel vecchio continente. Recentemente Axon Vision ha ricevuto un ordine del valore di 800.000 dollari da un’agenzia militare europea per il suo sistema EdgeSA (Situational Awareness).

Complessivamente nel 2025 la società israeliana ha ottenuto ordini in Europa per più di 1,2 miliardi di dollari. Sono state fornite in particolare applicazioni per i carri armati tedeschi “Leopard” e per i veicoli da combattimento CV90 della fanteria svedese. 

Le applicazioni di guerra AI prodotte da Axon Vision sono impiegate dai mezzi israeliani che perpetuano il genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza. Nello specifico il sistema Edge 360 di Axon è stato installato sui blindati israeliani che occupano la Striscia di Gaza.

Identificazioni minacce

“Il sistema identifica eventuali minacce provenienti da tutte le direzioni, velocizzando il processo decisionale e consentendo al guidatore di analizzare nel migliore dei modi quanto accade”, enfatizzano i manager della società di Israele. 

L’Edge 360 è stato consegnato all’IDF alla vigilia dell’escalation militare contro Gaza avviata dopo l’attacco di Hamas (7 ottobre 2023). 

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Mozambico, colpita da un male la bambina miracolata nata su un albero durante un’alluvione

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 gennaio 2026

Si chiamava Rosita Pedro Mabuiango ed era conosciuta come la “bambina miracolata”. La piccola Rosita era nata su un albero poco dopo che la mamma era riuscita a salvarsi salendo sulla pianta per scappare dall’alluvione e dai coccodrilli.

Miracolo durato 25 anni

Purtroppo il miracolo è durato solo 25 anni perché Rosita, dopo una lunga malattia, è deceduta lo scorso 11 gennaio. Ricoverata nell’ospedale rurale di Chibuto, dopo due settimane è morta per anemia aggravata dalla tubercolosi.

Il caso vuole che il suo decesso sia avvenuto durante un’alluvione dovuta alle pesanti piogge e allo straripamento dei corsi d’acqua.

Eline, ciclone da 10 mila km

Era il febbraio del 2000, quando sul Mozambico – dopo aver percorso oltre 10 mila chilometri – è arrivata la furia del ciclone Eline. Superato il Madagascar ha toccato la costa dell’ex colonia portoghese, a sud di Beira, con forti piogge e venti a 185 km orari.

bambina miracolata
Il salvataggio di Rosita e la mamma Carolina con elicottero dei soccorsi

Eline, con il suo carico di distruzione, è entrato per un centinaio di chilometri. Nel suo percorso ha distrutto e alluvionato anche il distretto di Chibuto, 250 km a nord-est della capitale, Maputo. Durante la pesante alluvione gli abitanti di un villaggio del distretto di Chibuto, per non annegare e salvarsi anche dai coccodrilli sono saliti sugli alberi.

Tra le centinaia di persone che cercavano di sfuggire alle grandi inondazioni c’era anche Carolina. “Ho messo i miei due bambini piccoli sulla schiena e ho cercato di arrampicarmi. È stato molto difficile”, ha raccontato la donna alla BBC.

Il parto e la salvezza

Carolina, in gravidanza inoltrata, faticosamente era riuscita a raggiungere e salire su un albero con i bambini. Con lei c’era la mamma e una quindicina di persone che speravano nei soccorsi. Hanno aspettato per quattro giorni senza cibo mentre i bambini piangevano per la fame.

Su quell’albero, probabilmente per lo stress e la fatica, Carolina aveva dato alla luce la piccola. La nonna, per evitare che la neonata cadesse nelle acque sottostanti, aveva usato una capulana (telo tradizionale, ndr).

Poco dopo, mentre la bimba era sulla capulana ancora con il cordone ombelicale attaccato alla placenta, era arrivato un elicottero. Così era nata Rosita.

L’Agenzia di stampa mozambicana (AIM) riferisce che sul caso era intervenuto anche l’allora presidente della Repubblica, Joaquim Chissano. Il capo dello Stato aveva saputo della bimba nata sull’albero e aveva chiesto ad un elicottero sudafricano di soccorso di salvare Rosita e la sua famiglia.

Bambina miracolata
Rosita con l’ex presidente Filipe Nyusi

Simboli di resilienza

Il caso era diventato internazionale e Rosita diventava simbolo della resilienza del popolo mozambicano di fronte alle calamità del Paese. Carolina e Rosita nel 2000 sono state portate negli Stati Uniti, al Congresso per sensibilizzare gli USA come testimonianza di ciò che era accaduto.

Purtroppo il sostegno statale promesso a Rosita e alla sua famiglia non le è mai stato dato, conferma l’agenzia AIM. Nemmeno la borsa di studio per poter andare all’Università. Rosita lascia una bimba di 5 anni. E tanta delusione verso le istituzioni.

Gli altri bebè miracolati

Nella storia delle sempre più frequenti alluvioni del Mozambico esistono almeno altri due casi di “bimbi miracolati”: Sara e Moisès

Nel marzo 2019 il ciclone Idai aveva causato morte e distruzione allagando una vasta area nelle province centrali del Mozambico. Erano stati contati circa mille morti. 

Ci sono testimonianze di Amelia, a Dombe, che, per salvarsi dall’alluvione dopo due giorni su un albero di mango ha partorito Sara (Africa Express ha pubblicato un articolo).

Amelia e Sara sono state salvate e assistite dall’Unicef.
Anche Moisès, a Buzi, uno dei distretti maggiormente colpiti dal ciclone Idai, è nato su un albero. Era stato salvato con la madre e il nome gli è stato dato facendo riferimento al Mosè biblico.

Sandro Pintus (con  la collaborazione di  Fatima Aly)
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mozambico: Sara, la bambina nata su un albero a causa del ciclone Idai

Mozambico: mille morti per il ciclone Idai, pozzi inquinati e rischio di colera

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

Terroristi in Mali: obiettivo, bloccare l’economia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 gennaio 2026

I jihadisti stanno mettendo a dura prova la giunta militare al potere in Mali. Bamako continua a fare i conti con insufficienza di carburante. Il fatto crea problemi in molti settori, anche alla popolazione, che per parecchie ore al giorno si ritrova senza corrente elettrica.

Alcune compagnie aeree hanno fatto sapere che potrebbero rivedere i loro piani di volo proprio per i problemi di rifornimento, anche se al momento attuale non sono presenti gravi criticità. Le forniture ora sono intermittenti, ma va considerato che la penuria potrebbe diventare un fenomeno strutturale nel tempo.

Da settembre 2025 il Mali, Paese senza sbocchi sul mare, stenta a rifornirsi via strada per i continui attacchi alle autocisterne da parte dei miliziani di JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, legato a al Qaeda). E il Niger sta tentando di dare una mano al Paese amico. Insieme a Mali e Burkina Faso ha abbandonato ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) un anno fa, formando l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Revoca licenza a camionisti

Niamey, produttore di greggio, ha revocato la licenza a diverse società di autotrasportatori e camionisti perché si sono rifiutati di andare in Mali, vista la situazione incandescente sulle strade. Su quell’asse stradale, molto spesso in preda alla follia dei terroristi, si rischia la morte.

Anche se AES dispone di un contingente congiunto di 5mila uomini, volto a contrastare gli estremisti islamici, forza militare in parte finanziata da Mosca, i miliziani di JNIM non si lasciano intimorire. Anzi, i loro attacchi in Mali continuano senza sosta e non solo sulle strade percorse dalle autocisterne.

Nei giorni scorsi JNIM ha aggredito tre siti industriali a Kayes, nel sud-est del Paese. Secondo testimoni oculari, ben 160 terroristi, arrivati in sella alle loro moto, hanno partecipato all’attacco delle fabbriche lunedì scorso. Oltre all’embargo sul carburante, gli estremisti islamici legati a al Qaeda vogliono mettere in ginocchio l’economia del Paese impedendo alle aziende di continuare a produrre.

Silenzio delle autorità

Non importa a chi appartengano le fabbriche: indiani, come il cementificio di Diamond Cemet, oppure quelle di piastrelle che appartengono a maliani. Quel che conta è mettere in difficoltà l’economia del Paese. Pare non ci siano state vittime, 3 o 4 persone potrebbero essere state sequestrate, ma non ci sono conferme. I danni materiali però sono stati ingenti. Edifici e autovetture sono state incendiate, foto poi condivise sui social network, dimostrano la gravità dei danni arrecati. E, secondo un responsabile di una delle società, le assicurazioni non rimborsano nulla in questi casi.

Finora le autorità di Bamako non hanno rilasciato alcun commento su questi attacchi. E non è la prima volta che si verificano fatti del genere. Già nel mese di luglio 2025 JNIM aveva colpito le stesse imprese. Da allora nella regione di Kayes vige un coprifuoco notturno. Ora la popolazione e i proprietari delle aziende chiedono una maggiore presenza delle forze armate nella provincia.

Assalto a miniere d’oro

Non solo siti industriali, i terroristi hanno preso di mira anche alcune miniere aurifere nel Paese. Il giorno di Santo Stefano hanno persino rapito una ventina di lavoratori cinesi in un sito minerario vicino a Yanfolila, al confine con la Guinea.

Mali, miniera di Morila

Poi all’inizio dell’anno hanno attaccato per ben due volte la miniera di Morila, a Bougouni, nel sud del Mali. Il giacimento d’oro è di proprietà della SOREM, una società di ricerca e sfruttamento delle risorse minerarie, affiliata al ministero delle Miniere di Bamako. Nell’ottobre 2025, la SOREM ha firmato un accordo con il gruppo americano Flagship Minerals per rilanciare il sito, dove l’estrazione era rimasta ferma dal 2020.

Tuttavia le attività dei terroristi non si limitano al solo territorio maliano. Nella parte occidentale del Burkina Faso, al confine con il Mali, proprio a causa delle incessanti incursioni dei jihadisti, i residenti a Djibasso e nei villaggi vicini sono scappati per salvarsi la vita, portando con sé solo i vestiti che indossavano al momento della fuga. Parecchi hanno raggiunto Nouna, altri, invece, Bobo Dioulasso

Dal 30 dicembre 2025 i terroristi continuano le loro aggressioni nei villaggi burkinabé, a pochi passi dal confine maliano. Gli abitanti, scappati da Djibasso lamentano la totale mancanza di sostegno e aiuto. Puntano inoltre il dito sulle autorità di Ouagadougou, perché non hanno inviato militari e/o VDP (Volontari per la Difesa della Patria) in loro difesa. Uno sfollato ha specificato che i governi di Mali e Burkina Faso dovrebbero collaborare maggiormente nella lotta contro il terrorismo, specie in quest’area, al confine tra i due Stati.

All’inizio dell’anno Ibrahim Traoré, putschista a capo della giunta militare di transizione, ha rischiato di essere spodestato. Ma anche stavolta l’ennesimo tentativo di golpe è stato sventato.

Ex golpista contro golpista

Secondo quanto riportato da Ouagadougou, il fallito colpo di Stato sarebbe stato orchestrato da Paul-Henri Sandaogo Damiba, ex golpista del gennaio 2022, che è rimasto al potere pochi mesi e poi (nel settembre 2022) è stato detronizzato da Traoré.

Nella lotta contro i terroristi, le autorità di Niamey hanno intensificato gli attacchi con droni sui mercati settimanali nell’area di Tillaberi, nella cosiddetta zona delle 3 Frontiere (Mali, Burkina Faso, Mali). L’ultima incursione con i mezzi senza pilota risale al 6 gennaio scorso, quando è stato colpita la piazza delle bancarelle di Kokoloko, causando vittime tra i civili.

Finora l’esercito nigerino non ha reso noto alcun bilancio, ma i residenti hanno raccontato che sono state uccise donne e bambini, persone innocenti che nulla hanno a che fare con gli estremisti islamici. Secondo le autorità di Niamaey, i mercati rappresentano luoghi di ritrovo dei jihadisti, che in tali occasioni si camuffano facilmente tra la popolazione.

In precedenza sono stati colpiti altri luoghi simili, come denunciato anche da JNIM sui propri social network di propaganda terrorista.

Droni turchi

Niamey utilizza droni turchi, operativi dallo scorso ottobre. Vengono pilotati da remoto dalla air base 101, situata nelle vicinanze della capitale, da dove un tempo operavano militari francesi e statunitensi cacciati dalla giunta militare dopo il colpo di Stato nel 2023. (Nell’area dell’aeroporto di Niamey si trova anche la base italiana di MISIN, ‘Missione Bilaterale di Supporto in Niger’, l’unica missione militare straniera rimasta nel Paese dopo il golpe, ndr).

Sta di fatto che tutti e tre i golpisti, Assimi Goïta (Mali), Ibrahim Traoré Burkina Faso) e Abdourahamane Tchiani (Niger), appena saliti al potere avevano promesso di liberare i propri Paesi dalla piaga jihadista e di riconquistare i territori ancora sotto il loro controllo. Intanto la popolazione attende.

Lo scorso settembre Burkina Faso, Mali e Niger hanno manifestato la volontà di uscire dalla giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI).

La Missione Permanente del Niger presso le Nazioni Unite a New York, il 10 dicembre ha inviato una comunicazione ufficiale in tal senso.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Affrontare il Grande Uomo dell’Uganda può sembrare una guerra

Keith Richburg era il corrispondente del Washington Post
da Nairobi. Ci ha dato il consenso
a pubblicare questo editoriale uscito sul quotidiano
in occasione delle elezioni tenutesi oggi.

Keith B. Richburgdal Washington Post
Keith B. Richburg*
15 gennaio 2026

Il politico dell’opposizione ugandese Bobi Wine è senza dubbio coraggioso. Fa campagna elettorale per la presidenza indossando un giubbotto antiproiettile e un elmetto balistico.

Le forze di sicurezza gli impediscono di utilizzare le strade principali e di tenere comizi in alcune città. Oltre 400 membri del suo partito sono stati arrestati. E lui non si aspetta di vincere in un sistema che è stato truccato fin dall’inizio. “Non è né libero né equo – mi ha detto durante una chiamata su Zoom -. Questa doveva essere una campagna elettorale. Ma per molti versi è una guerra. È come se fossi in competizione con l’esercito e con la polizia”.

Bobi Wine ad un comizio elettorale con elmetto e giubbotto antiproiettile

È un conflitto che purtroppo conosce bene. Wine, un ex cantante di 43 anni il cui nome all’anagrafe è Robert Kyagulanyi. Cinque anni fa ha cercato di spodestare il presidente in carica Yoweri Museveni, in un’elezione segnata da violenze e irregolarità nel conteggio dei voti. Wine è stato arrestato più volte durante la campagna elettorale. Museveni è stato dichiarato vincitore con quasi il 59% dei voti.

Con le elezioni di ieri, Wine spera che questa volta sarà diverso. Museveni, oggi ottantunenne, è in lizza per il settimo mandato consecutivo. È salito al potere quarant’anni fa, nel gennaio 1986. All’epoca Ronald Reagan era alla Casa Bianca, l’Unione Sovietica rappresentava ancora una minaccia e nel mondo c’erano le cabine telefoniche e non ancora i cellulari.

È una storia che continua a ripetersi fin troppo spesso in Africa, dove “grandi uomini” radicati si aggrappano al potere per decenni, soffocando il progresso e le aspirazioni democratiche del continente. Museveni è il prototipo dell’autocrate africano che è salito al potere come militare, ha visto gli oppositori politici come nemici da sconfiggere e ha governato un Paese afflitto dalla corruzione e dal malgoverno.

Ho iniziato a occuparmi dell’Uganda all’inizio degli anni ’90, quando Museveni era considerato uno dei leader africani di “nuova generazione” che sostituivano i vecchi dittatori postcoloniali.

Bobi Wine guida un corteo di protesta

Ho intervistato alcuni di questi leader di nuova generazione, tra cui Isaias Afworki in Eritrea e Paul Kagame in Ruanda, dopo che erano saliti al potere al termine di periodi di turbolenze. Promettevano stabilità e offrivano banalità sulla democrazia e il pluralismo sufficienti a soddisfare la comunità internazionale. Come Museveni, Afworki e Kagame sono ancora al potere. Nuova generazione, stessa avidità.

Arrivato in Africa come corrispondente dopo quattro anni passati a seguire il Sud-Est asiatico, ho spesso paragonato l’Uganda alla Cambogia, guidata allora come oggi dall’uomo forte Hun Sen.

Museveni ha preso il potere nel 1986 come capo di un esercito di guerriglieri, dopo i massacri delle dittature di Idi Amin e Milton Obote. Hun Sen è salito al potere in Cambogia nel 1985, dopo che il Vietnam ha rovesciato la dittatura dei Khmer Rossi che ha causato più di un milione di morti.

Museveni e Hun Sen hanno mantenuto il potere attraverso la repressione e le elezioni fraudolente, con l’acquiescenza della comunità internazionale dei donatori, felice di sostenere un dittatore che aveva portato “stabilità” dopo il genocidio.

E i fondi degli aiuti continuano ad affluire. L’Uganda e la Cambogia dipendono entrambi in larga misura dagli aiuti stranieri. Sono anche tra i Paesi più poveri delle rispettive regioni e i più corrotti, secondo Transparency International.

Potrebbe emergere un’altra somiglianza. Nel 2023, in Cambogia, Hun Sen si è nominalmente allontanato dall’autorità esecutiva quotidiana, cedendo il posto di primo ministro a suo figlio, Hun Manet. Nato nel 1977, Hun Manet era stato generale e capo dell’esercito cambogiano, dopo aver studiato all’Accademia militare statunitense di West Point.

Museveni sembra pronto a cedere il potere a suo figlio, Muhoozi Kainerugaba, 51 anni, generale capo dell’esercito ugandese. Kainerugaba ha studiato all’U.S. Army Command and General Staff College.

Kainerugaba è ampiamente considerato come imprevedibile e potenzialmente pericoloso, incline a bizzarri sfoghi sui social media. In un post su X, Kainerugaba si è vantato di tenere un attivista dell’opposizione detenuto nel suo seminterrato e ha minacciato di castrarlo. In un altro, ha detto che voleva decapitare Bobi Wine. Una volta si è offerto di acquistare il primo ministro italiano Giorgia Meloni per un “prezzo della sposa” di 100 pregiate mucche ugandesi. Suo padre è stato costretto a frenarlo per aver minacciato di invadere il vicino Kenya.

Giorgia Meloni e il figlio di Museveni, Muhoozi Kainerugaba, che voleva comprare per 100 mucche ugandesi

Kainerugaba è di fatto responsabile della sicurezza delle elezioni in Uganda. Questo preoccupa Bobi Wine. “Molti dei miei amici sono stati uccisi – mi ha detto Wine -. Temo anche per la mia vita”.

Wine spera che gli ugandesi, in particolare i giovani della Generazione Z, si presentino in gran numero per affermare la propria volontà contro ogni previsione. E vuole che la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, alzi la voce se le elezioni saranno truccate. “Museveni ha ingannato a lungo la comunità internazionale facendo credere di essere un leader democratico ed eletto democraticamente – mi ha detto -. Tutto ciò che chiediamo è che la comunità internazionale smetta di essere il vento sotto le ali di un dittatore”.

Dopo un’altra elezione farsa lo scorso ottobre in Tanzania, che ha visto la rielezione della presidente Samia Suluhu Hassan con un incredibile 97,66% dei voti, le proteste diffuse sono state represse con forza spietata. Le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che centinaia di persone sono state uccise.

Keith è stato prima corrispondente da Nairobi e da Seul per il Washington Post di cui poi è diventato vicedirettore. Ha scritto questo libro

Wine vede uno scenario simile che potrebbe verificarsi in Uganda. “Ci saranno sicuramente violenze fino a quando la comunità internazionale non condannerà questo dittatore – ha affermato -. I dittatori in Africa – ha continuato – sopravvivono grazie alle elargizioni della comunità internazionale”. Ha aggiunto: “Noi facciamo quello che possiamo”.

Gli auguro davvero ogni bene. Ma la portata della violenza finora, l’esperienza passata e il disimpegno di Washington dall’Africa sotto questa amministrazione mi rendono più che pessimista. Per l’Uganda e per il continente.

Keith B. Richburg*
*
Keith B. Richburg è diventato membro del comitato editoriale del Washington Post nel 2023. È entrato a far parte di Post Opinions come editorialista di Global Opinions nel 2022. 

versione originale:

Taking on Uganda’s Big Man can feel like a war

As Museveni seeks a seventh term at age 81, his erratic son waits in the wings.

Ugandan opposition politician Bobi Wine is nothing if not brave. He campaigns for president wearing a bulletproof vest and a ballistic helmet. The security forces block him from using major roads and holding rallies in some cities. Over 400 of his party members have been arrested. And he doesn’t expect to win in a system that’s been rigged from the start.

“It’s neither free nor fair at all,” he told me in a Zoom call. “This was supposed to be a campaign. But in many ways, it is a war. It is as if I am running against the military and against the police.”

It’s a conflict he’s sadly familiar with. Wine — a 43-year-old former singer whose legal name is Robert Kyagulanyi — tried five years ago to unseat incumbent President Yoweri Museveni, in an election marred by violence and counting irregularities. Wine was detained several times campaigning. Museveni was declared the winner with nearly 59 percent of the vote.

With elections set to take place Thursday, Wine hopes this time will be different.
Museveni, now 81 years old, is vying for a seventh consecutive term. He came to power 40 years ago, in January 1986. That’s when Ronald Reagan was in the White House, the Soviet Union was still a threat and the world had more telephone booths than cellphones.

It’s a story that continues to play out all too often across Africa, where entrenched “Big Men” cling to power for decades, stifling the continent’s progress and democratic aspirations. Museveni is the prototypical African autocrat who came to power as a military man, saw political opponents as enemies to be vanquished, and ruled over a country beset by corruption and misrule.

I first started covering Uganda in the early 1990s, when Museveni was considered one of the “new breed”of African leaders replacing the old postcolonial dictators. I interviewed a few of these new generation leaders, including Isaias Afwerki in Eritrea, and Paul Kagame in Rwanda, after they came into office following periods of turmoil. They promised stability and offered just enough platitudes about democracy and pluralism to keep the international community happy. Like Museveni, Afwerki and Kagame are still in power. New breed, same greed.

Coming to Africa as a correspondent after four years covering Southeast Asia, I often compared Uganda to Cambodia, led then and now by strongman Hun Sen.

Museveni seized power in 1986 as the head of a guerrilla army, after the massacres of the Idi Amin and Milton Obote dictatorships. Hun Sen came to power in Cambodia in 1985, after Vietnam toppled the Khmer Rouge dictatorship that left more than a million people dead. Museveni and Hun Sen maintained power through repression and fraudulent elections with the acquiescence of the international donor community that was happy to back a dictator who brought “stability” after genocide.

And the aid money continues to flow. Uganda and Cambodia are both heavily dependent on foreign aid. They are also among the poorest countries in their respective regions and most corrupt, according to Transparency International.

Another similarity may yet emerge. In Cambodia in 2023, Hun Sen nominally stepped away from day-to-day executive authority, handing over the prime minister’s job to his son, Hun Manet. Born in 1977, Hun Manet had been a general and head of the Cambodian military, after studying at the U.S. Military Academy at West Point.

Museveni appears to be readying to hand over power to his son, Muhoozi Kainerugaba, who is 51 and a general in charge of the Ugandan military. Kainerugabastudied at the U.S. Army Command and General Staff College.
Kainerugaba is widely seen as erratic and potentially dangerous — and prone to bizarre outbursts on social media. In one posting on X, Kainerugaba boasted of keeping an opposition activist detained in his basement and threatened to castrate him. In another, he said he wanted to behead Bobi Wine. He once offered to purchase Italian Prime Minister Giorgia Meloni for a “bride price” of 100 prized Ugandan cows.

His father was forced to rein him in for threatening to invade neighboring Kenya.
Kainerugaba is effectively in charge of securing Uganda’s elections. That has Bobi Wine worried. “Many of my friends have been killed,” Wine told me. “I fear for my life, too.”

Wine is hoping that Ugandans — especially young Gen Zers — show up in large numbers to assert themselves against the odds. And he wants the international community, including the U.S., to speak out if the election is stolen. “Museveni has been hoodwinking the international community for a long time that he is a democratic leader and democratically elected,” he told me. “All we’re asking is for the international community to stop being the wind beneath the wing of a dictator.”

After another sham election last October in Tanzania saw President Samia Suluhu Hassan reelected with an eye-rolling 97.66 percent of the vote, widespread protests were met with ruthless force. The United Nations and human rights groups reported hundreds were killed. Wine sees a similar scenario potentially unfolding in Uganda.
“It will definitely be violent until the international community calls out this dictator,” he said. “Dictators in Africa,” he said, “survive on handouts from the international community.” He added, “We do what we can do.”

I really wish him well. But the scale of the violence so far, past experience and Washington’s disengagement from Africa under this administration, leave me more than a little pessimistic. For Uganda, and for the continent.

Keith B. Richburg

*Keith B. Richburg became a member of the Editorial Board in 2023. He joined Post Opinions as a Global Opinions columnist in 2022.

Il colonialismo cinese alla conquista dell’Africa

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
12 gennaio 2026

Il direttore del quotidiano Africa ExPress e Senza Bavaglio, Massimo Alberizzi, è recentemente tornato dal Kenya. “Le infrastrutture sono migliorate molto, ma dobbiamo dire che sono state realizzate dai cinesi”, commenta. Durante la sua permanenza, dopo molti anni, è riuscito a percorrere il tratto che collega Nairobi-Mombasa su un treno ad alta velocità: cinque ore invece che dodici. Una conquista.

Un mezzo moderno finalizzato al trasporto merci, ma che trasporta anche passeggeri e cambia così la vita anche alla popolazione locale. La modernizzazione delle vie del commercio ha caratterizzato lo sviluppo economico, sociale, politico e culturale di tutte le civiltà industriali. E per il continente africano, l’investimento cinese è sinonimo di evoluzione.

Progetto cinese: linea ferroviaria Mombasa-Nairobi

La nuova linea ferroviaria Nairobi-Mombasa, inaugurata il 31 maggio 2017, è stata finanziata al 91 per cento da China Exim Bank e costruita dalla società cinese China Road and Bridge Corporation (Cbrc). Il progetto infrastrutturale è il “più grande intrapreso dal Kenya dopo l’indipendenza”, riporta il quotidiano Africa Rivista. E la sua realizzazione ha contribuito a creare partenariati di formazione tecnica tra Kenya e Cina.

La politica coloniale di Xi Jinping

Un colonialismo, quello che proviene da Oriente, che non utilizza le bombe per appropriarsi delle terre altrui. La Cina finanzia, ma “non regale un bel niente – afferma il direttore Alberizzi e aggiunge – Il finanziamento che è arrivato dalla Export-Import Bank of China, deve essere restituito. Siccome il Kenya e molti altri Stati africani non hanno i soldi per ripagare il prestito, rilasciano concessioni economiche per sanare il debito”.

“Metà sfruttamento del porto di Mombasa, infatti, appartiene ai cinesi”, dice Alberizzi. E secondo uno studio pubblicato dall’Africa Center for Strategic Studies sono 78 in Africa i porti in mano alla Repubblica Popolare Cinese. Suddivisi in 32 Paesi in qualche modo sono controllati dalla Cina mediante concessioni di banchine, entrata nella proprietà, presenza di basi militari navali.

“Cina e Kenya hanno firmato 20 nuovi accordi di cooperazione focalizzati su infrastrutture, tecnologia ed istruzione, rafforzando i legami della Belt and Road – scrive il giornalista Michael Kirwa per Infrastructure Brief, e continua -. Nell’aprile 2025, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente keniota William Ruto hanno consolidato i rapporti diplomatici e firmato accordi bilaterali. Riguardano trasporti, energia, istruzione e infrastrutture digitali”.

Espansione economica orientale

La Belt and Road Initiative (BRI), è un progetto infrastrutturale cinese pensato per migliorare la connettività, il commercio e la comunicazione in Eurasia, America Latina e Africa. La Repubblica Popolare Cinese ha supportato e continua a finanziare la realizzazione di aeroporti, porti, centrali elettriche, ponti, ferrovie, strade e reti di telecomunicazioni.

L’iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina e il Sud-est asiatico

Il Kenya rappresenta attualmente “un attore chiave nell’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina, avendo già ricevuto investimenti in progetti come la ferrovia Mombasa-Nairobi”, riporta il sito specializzato di infrastrutture.

Cina e Kenya hanno espresso chiaramente la loro volontà di creare una stabilità globale e un mondo multipolare, promuovendo una globalizzazione economica inclusiva. La loro relazione esclude però, l’interferenza nei reciproci affari interni.

In Occidente, questo progetto, inizia a incutere un certo timore perché se da una parte favorisce lo sviluppo di quelle aree ancora ai margini del cosiddetto “primo mondo”,  dall’altra viene percepito come una strategia per espandere la sfera di influenza economica e politica a livello globale.

“Durante un incontro a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo keniota William Ruto, hanno annunciato di aver elevato i legami a ‘un nuovo livello’. Entrambi si sono impegnati a creare una comunità Cina-Africa”, si legge nell’articolo scritto da Michael Kirwa e pubblicato su Infrastructure Brief.

Il colonialismo cinese non è però un’opera di beneficienza. E come riporta il sito specializzato, il Kenya ha preso prestiti dalla Cina per finanziare progetti infrastrutturali, contribuendo a un crescente carico di debito per il Paese.

Valentina Vergani Gavoni
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