Mozambico: mille morti per il ciclone Idai, pozzi inquinati e rischio di colera

Nel Mozambico centrale, per la furia del ciclone tropicale Idai, sono stati crollati ponti, strade e altre infrastrutture lasciando solo desolazione. Ora l’area colpita è a rischio colera, malattia endemica in tutta la zona

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 20 marzo 2019

“Sembra che ci siano almeno mille morti. Il Paese sta vivendo un vero disastro umanitario di grandi proporzioni”. Sono le dichiarazioni, rilasciate a Radio Moçambique, da Filipe Nyusi, presidente del Mozambico che ha sorvolato in elicottero la città di Beira e le province di Manica, Zambezia e Sofala.

Devastazione e paura create dal micidiale impatto del ciclone Idai che tra il 14 e il 15 marzo ha colpito l’ex colonia portoghese, Malawi e Zimbabwe. Secondo la Croce Rossa il 90 per cento della città portuale di Beira, seconda per importanza del Mozambico è distrutta. Ufficialmente sono stati contati 84 morti ma è probabile che le supposizioni del Capo dello stato mozambicano siano una pesante realtà.

Video: courtesy Cyclone Ocean Indien TV

Per la furia dell’acqua e dei venti che hanno raggiunto i 190km/h sono stati abbattuti ponti, strade, scuole e altre infrastrutture lasciando solo desolazione. La mancanza di energia elettrica e i danni alle vie di comunicazione e delle telecomunicazioni rendono difficili i soccorsi. Ma non è solo la città di cemento che è stata rasa al suolo.

Il peggio è successo nelle periferie cittadine con le povere abitazioni di lamiera e nei modesti villaggi con le case di fango e paglia spazzate via dalla furia del ciclone. Un gigante che aveva un raggio di 500km.

Dopo essere passato su tre delle dieci province mozambicane Idai è arrivato fino in Zimbabwe e Malawi, ad ovest del Mozambico. La furia del ciclone si è abbattuta su un territorio di quindicimila kmq dove ha distrutto villaggi, raccolti e tutto ciò che ha incrociato nella sua strada. A peggiorare la situazione anche le esondazioni dei fiumi Buzi e Punguè.

“Sono scomparsi interi villaggi – ha dichiarato Nyusi – le comunità sono isolate e i cadaveri galleggiano sulle acque”. Secondo il World Food Programme (WFP), il programma alimentare mondiale dell’ONU, in Mozambico Idai ha colpito 1,7 milioni di persone mentre in Malawi ci sono 920mila profughi e sono stati contati 122 decessi.

Il WFP prevede di portare aiuti alimentari a circa 500 mila persone e ha iniziato la distribuzione di 20 tonnellate di cibo. La Commissione Europea, venerdì scorso, ha annunciato lo stanziamento iniziale di 3,5 milioni di euro per gli aiuti d’emergenza.

Area del ciclone Idai tra Mozambico, Zimbabwe e Malawi (Courtesy CNN)
Area del ciclone Idai tra Mozambico, Zimbabwe e Malawi (Courtesy CNN)

Ospedali e posti sanitari di Beira e nelle aree colpite sono distrutti o inagibili. Don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm: “Sono stati colpiti i posti in cui i nostri volontari lavorano ogni giorno. Se non interveniamo subito rischiamo il diffondersi del colera, che già l’anno scorso ha colpito la zona ed è endemico nell’area”.

In Zimbabwe, è stato dichiarato lo stato di emergenza nel Manicaland, regione confinante con il Mozambico dove la città più colpita è Mutare. Si contano 98 morti e oltre 200 dispersi. Qui arriva il “corridoio di Beira” via di comunicazione strategica lunga 300 km e sbocco al mare dell’ex colonia britannica.

Idai, formatosi lo scorso 9 marzo a nord del Canale del Mozambico, è il quarto ciclone tropicale dell’area in due mesi. Prima di lui, nel 2008, nelle province della Zambezia e Nampula, c’era stato Jokwe, di categoria 3, che aveva causato 17 morti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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Giornalista pubblicista dal 1979, ha iniziato l'attività con Paese Sera. Negli anni '80/'90, in Africa Australe con base in Mozambico e in seguito in Australia e in missioni in Medio Oriente e Balcani. Ha lavorato per varie ong, collaborato con La Repubblica, La Nazione, L'Universo, L'Unione Sarda e altre testate, agenzie e vari uffici stampa. Ha collaborato anche con UNHCR, FAO, WFP e OMS-Hedip.