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Il paradosso del Botswana: la democrazia dei diamanti stretta tra ricchezza e povertà rurale

 

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 giugno 2026

Il Botswana, oggi, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha un PIL (prodotto interno lordo) pro capite di 8.490 (2026) dollari all’anno. Rispetto al 2025 è anche aumentato di 827 dollari. È più alto del PIL pro capite di Sudafrica e Nigeria (rispettivamente 7.503 e 1.556 dollari), economie trainanti dell’Africa sub-sahariana.

Mappa del Botswana e parte dell'Africa australe
Mappa del Botswana e parte dell’Africa australe (Courtesy GoogleMaps)

Eppure, quando il Botswana si chiamava Bechuanaland, era uno dei Paesi più poveri al mondo. Nel 1966, con l’indipendenza dalla Gran Bretagna, aveva solo una decina di chilometri di strada asfaltata e il suo PIL pro capite, era inferiore ai 90 dollari all’anno.

La domanda è: come ha fatto il Botswana a diventare un Paese virtuoso a differenza dei restanti Paesi africani? Grande quanto la Francia è sovrastato dal deserto del Kalahari che occupa gran parte del suo territorio ricchissimo di materie prime. La popolazione è di 2,5 milioni di abitanti, (quanto quella della Toscana).

Basso livello di corruzione

La differenza fra i Paesi dell’Africa sub-sahariana sta soprattutto nel tipo di governo e nel basso livello di corruzione. Transparency International, su una media globale mondiale di 43 punti, nel 2024 dava al Botswana un punteggio di 57/100. Ottimo per l’Africa che ha livelli di corruzione elevati.

Lindice di percezione della corruzione (noto anche con la sigla CPI, dall’inglese Corruption Perception Index) è un indicatore statistico pubblicato da Transparency International, con cadenza annuale. L’indice viene utilizzato per creare graduatoria ordinata sulla base “dei loro livelli di corruzione percepita, come determinati da valutazioni di esperti e da sondaggi”. L’organizzazione definisce la corruzione come “l’abuso di pubblici uffici per il guadagno privato”.

Indice percezione corruzione
Indice percezione corruzione dell’Africa subsahariana 2024

Il miracolo

Seretse Khama, il padre della patria, ha iniziato e costruito il “miracolo”. Laureato a Oxford in Giurisprudenza è stato il primo presidente della repubblica.

Apparteneva alla famiglia reale Tswana ma credeva nella Nazione Botswana senza divisioni tribali. Aveva sposato Ruth Williams, una donna bianca sfidando le leggi razziali dell’apartheid sudafricano, un azzardo per quel periodo storico.

Tornato in patria vince le elezioni col Partito Democratico del Botswana (BDP) e fa nascere un governo democratico-liberale. A differenza di molti altri Paesi africani diventati indipendenti si apre al capitalismo di mercato e, soprattutto, dà la priorità alla lotta alla corruzione.

Il segreto del Botswana



L’economia dell’ex protettorato britannico è considerata una rarità virtuosa del Continente africano. Ma il segreto è la democrazia stabile dal 1966. Aiuta anche un solido stato di diritto, un livello di corruzione molto basso e gli investimenti in infrastrutture, sanità e istruzione.

diamanti Orapa diamond mine
La Orapa diamond mine, Botswana

Tutto questo grazie ai proventi provenienti dai diamanti che rappresentano oltre l’80 per cento delle entrate da esportazione e un terzo del reddito pubblico. È, infatti, uno dei maggiori produttori di pietre preziose, anche se vulnerabile alle fluttuazioni del mercato esterno.

Il totale stimato per il Paese dalla vendita ed esportazione di diamanti, nel decennio 2015-2025, si aggira intorno ai 35-38 miliardi di dollari. Sono dati della Bank of Botswana e dei report del Fondo Monetario Internazionale nonostante le forti oscillazioni dovute alle crisi globali.

Non solo diamanti

Nel deserto del Kalahari si trova l’area mineraria di Selebi-Phikwe con giacimenti di rame e nichel sono tra le più importanti del Paese, fondamentali per la transizione energetica.

Nelle aree Est del suo territorio possiede anche enormi giacimenti di carbone mentre nei grandi depositi salini del Nord viene estratto il carbonato di calcio.

Delta dell’Okavango e Chobe

Dopo i diamanti la seconda voce economica del Botswana è il turismo d’élite. Ha puntato su turisti facoltosi disposti a spendere cifre molto alte per safari esclusivi.

Può contare sul Parco nazionale del Chobe che ha una delle maggiori concentrazioni di elefanti di tutta l’Africa e il Delta dell’Okavango. Quest’ultimo è un fiume che nasce in Angola e dopo 1.500 km forma un’enorme oasi di 15.000 kmq nel deserto del Kalahari.

diamanti Elefanti nel Chobe National Park
Elefanti nel Chobe National Park

Altra voce importante dell’economia di Gaborone è l’allevamento di bovini. Il Botswana ha standard qualitativi altissimi che gli consentono di vendere carne bovina pregiata in Europa e Regno Unito. Un settore che ha un valore commerciale che oscilla mediamente tra i 20 e i 40 milioni di dollari all’anno.

Elevata disoccupazione giovanile



Il luccichio dei diamanti non riesce a coprire i problemi del grande Paese del Kalahari. Il settore dei diamanti genera molta ricchezza ma poca mano d’opera. Nonostante il suo PIL pro capite elevato non riesce a creare posti di lavoro stabili. Il tasso di disoccupazione generale si attesta intorno al 28 per cento è però allarmante la disoccupazione giovanile: arriva al 38 per cento.

Povertà e disuguaglianza

La ricchezza è fortemente concentrata nelle aree urbane e legata all’apparato statale o minerario. Secondo la Banca Mondiale un cittadino su 5 in Botswana (500.000 persone) vive sotto la soglia di povertà. Sono persone delle aree rurali che vivono con un’economia di sussistenza, esclusi dalla ricchezza dei diamanti e totalmente esposte ai colpi della povertà e della siccità.

Riguardo all’equa distribuzione della ricchezza il Botswana, nonostante sia una rarità virtuosa, è allineato con la maggioranza dei Paesi africani.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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@sand_pin
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(Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per la ricerca delle fonti. Tutti i contenuti e i dati sono stati interamente verificati e approvati dall’autore e dalla redazione)

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Sudafrica, travolto da una nuova ondata di xenofobia: uccisi due mozambicani

Africa ExPress
Pretoria, 4 giugno 2026

Nelle ultime settimane sono scoppiati nuovamente tumulti xenofobi, vere e proprie rivolte contro i migranti in Sudafrica. Lo scorso weekend alcuni mozambicani sono stati persino ammazzati a Mossel Bay.

Secondo Maputo le vittime sarebbero cinque, mentre la polizia sudafricana parla di “sole” due. E, sempre in base a un comunicato rilasciato dal governo del Mozambico, ben 800 connazionali sarebbero stati coinvolti nelle violenze scoppiate venerdì passato a Mossel Bay.

Qualche giorno fa un folto gruppo di sudafricani arrabbiati di Kleinmond si è presentato davanti alla casa di un migrante del Mozambico: “Gente come te se ne deve andare da qui”. La stessa scena si è ripetuta molte volte, la delegazione xenofoba ha bussato alle porte di tanti altri migranti presenti in città, situata nel distretto di Overberg, nella provincia del Capo Occidentale.

Attacchi xenofobi in Sudafrica

Uno dei migranti ha raccontato ai reporter della BBC che i sudafricani sono persino entrati nella sua casa e hanno portato via tutti i suoi poveri averi.

Il giovane impaurito, è scappato insieme a altri e si sono tutti nascosti sulle vicine montagne, dove hanno passato due notti. Ora sono accampati alla bene e meglio con parecchi connazionali a altri, provenienti dal Malawi, nel municipio di uno dei Comuni del Capo Occidentale. Sono ormai oltre cento e temono per la loro vita. Sperano di essere inseriti nel programma dei rimpatri volontari.

Permessi regolari

Eppure, la maggior parte dei migranti assaliti a Kleinmond aveva i documenti in regola. Lo ha sottolineato Grant Cohen, consigliere comunale della città. Infatti, nelle ultime settimane le autorità preposte all’immigrazione avevano effettuato numerosi controlli in ristoranti e altre attività commerciali alla ricerca di lavoratori irregolari, ma senza gran successo.

Le manifestazioni sono organizzate da gruppi contrari all’immigrazione non regolare. Tra i movimenti coinvolti figura March and March, una piccola fazione estremista. I loro raduni si trasformano spesso in vere e proprie cacce all’uomo, terrorizzando i migrati e non di rado le gravi intimidazioni spingono i loro governi d’origine a organizzare il loro rimpatrio.

Accra rimpatria connazionali

A fine maggio il governo del Ghana ha riportato a casa quasi 300 connazionali, distrutti dalle violenze xenofobe. Tra loro alcuni erano residenti in Sudafrica da anni con regolare permesso di soggiorno, revocato all’improvviso e senza spiegazioni. Altri, invece, avevano documenti di lavoro, rinnovati più volte, poi dichiarati come falsi dalle autorità.

Centinaia di migranti evacuati da un centro religioso a Durban

Il 21 maggio il Sudafrica, per timore che venissero presi di mira da gruppi xenofobi, ha evacuato 400 migranti irregolari da un centro religioso di Durban . Le persone, tra loro anche donne e bambini, per lo più provenienti da Somalia, Etiopia, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, sono poi state accompagnate in un centro  governativo per rifugiati.

“Sono fuggito dalla guerra nel mio Paese, ma non ho trovato la pace nemmeno in Sudafrica”, ha sottolineato uno degli evacuati.

Mentre le persone venivano portate via, alcuni militanti anti-migranti hanno applaudito e hanno urlato “FUORI”.

Elezioni locali

Sempre a maggio, il gruppo March and March aveva organizzato una grande manifestazione a Durban. Prese di mira persone provenienti da altri Paesi africani, accusti di essere responsabili della crescente criminalità nella regione. Il gruppo ha fissato il 30 giugno come termine ultimo entro il quale i cittadini stranieri privi di documenti devono lasciare il Paese. Un ultimatum privo di qualsiasi fondamento giuridico, a sei mesi dalle elezioni locali.

Gli attacchi xenofobi sono un problema ricorrente in Sudafrica. I poveracci che cercano una vita migliore nel Paese, vengono spesso accusati di essere responsabili delle difficoltà economiche, dell’alto tasso di disoccupazione e dunque del peggioramento delle condizioni di vita e dell’aumento della criminalità.

Ciò viene è ulteriormente alimentato dai social media, che amplificano i discorsi di incitamento all’odio contro i migranti, che vengono additati come capri espiatori.

Nonostante l’assenza di prove a sostegno di tali affermazioni, diversi politici di quasi tutti i partiti danno tendenzialmente credito a questa tesi per conquistare voti populisti in vista di elezioni, come quelle locali in programma a fine anno.

Appello alla calma

Il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha lanciato un appello alla calma. Martedì ha chiarito in Parlamento: “Dobbiamo essere chiari: ogni persona in Sudafrica – che sia cittadino o straniero – deve rispettare le nostre leggi, e i diritti di ogni persona nel nostro Paese devono essere tutelati”.

Africa ExPress
@africexp
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https://www.africa-express.info/2022/04/10/sudafrica-la-xenofobia-non-si-arresta-zimbabwiano-picchiato-lapidato-bruciato-dalla-folla-perche-era-senza-documenti/

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La sfida al muro di omertà ebraica censura degli ebrei innalzato da Israele

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
3 giugno 2026
(4 – continua)

L’obiettivo del Laboratorio Ebraico Antirazzista è quello di sfondare il muro di omertà innalzato da Israele.

Dopo il 7 ottobre 2023 in Italia, e nel mondo, sempre più ebrei hanno scelto di allontanarsi dalle proprie comunità. Se prima il singolo individuo veniva isolato, oggi inizia a trovare supporto in realtà che hanno deciso di unire le forze e presentarsi alla società come collettivi.

Anche la voce degli israeliani contro l’occupazione della terra palestinese è censurata da qualsiasi narrazione. E se da una parte vengono considerati come dei nemici interni da nascondere agli occhi del mondo, dall’altra vengono percepiti con diffidenza.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
(4 – continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Parla la diaspora: sempre più ebrei si allontanano dalle comunità

La diaspora ebraica è combattuta tra fedeltà a Israele e legame con la comunità

Per la diaspora ebraica dire “no” a Israele è una sorta di tradimento

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Kenya: due morti durante proteste contro ospedale anti ebola solo per americani

Africa ExPress
Nanyuki, 2 giugno 2026

I giovani kenyani non ci stanno. Non si piegano alle richieste degli Stati Uniti, che vogliono aprire a tutti costi un centro di quarantena in Kenya per cittadini americani venuti in contatto con il micidiale virus nelle Repubblica Democratica del Congo. La 17esima epidemia di ebola è stata dichiarata lo scorso 15 maggio.

In centinaia sono scesi nelle strade e nelle piazze di Nanyuki, città nel centro del Paese, che dista poco meno di 200 chilometri dalla capitale Nairobi. Due persone sono morte. Secondo quanto riferito dai parenti di una delle vittime alla BBC, il loro congiunto stava passando casualmente nell’area quando è stato colpito da una pallottola.

Proteste a Nanyuki contro centro quarantena ebola per americani

Le circostanze della morte dei due giovani sono ancora tutte da chiarire. Un portavoce della polizia ha riferito a Reuters di non essere al corrente di eventuali decessi.

Accordi tra governi

William Ruto, presidente del Kenya, difende il piano di Washington e lunedì ha spiegato: “Quando Donald Trump ha chiesto al nostro Paese di fornire il proprio sostegno ospitando un centro presso la base aerea di Laikipia, ho dato il mio consenso”.

Gli statunitensi ammalati di ebola, non saranno curati nella base militare vicino a Nanyuki, ma, come è già successo recentemente, vengono spediti in Germania (finora sarebbero ben sei), mentre una settima persona è stata portata nelle Repubblica Ceca.

Niente virus negli USA

L’amministrazione Trump non vuole in alcun caso che il virus entri negli Stati Uniti come è successo durante l’epidemia di ebola del 2014-2016. E ha fatto sapere la settimana scorsa che il governo americano avrebbero stanziato 13,5 milioni di dollari a sostegno di provvedimenti per prevenire la diffusione di ebola in Kenya.

Per ora nella ex colonia britannica non è stato segnalato ancora nessun contagio per il ceppo di ebola cosiddetto Bundibugyo, manifestatosi in Congo-K, per il quale non esiste vaccino e cura.

Ruto ha dichiarato che il centro sarà a disposizione sia per stranieri, sia per kenyani. Ma un funzionario di Washington, che ha parlato con i reporter di Reuters in forma di anonimato, ha specificato che la struttura dovrebbe accogliere solamente americani.

Il centro di isolamento da 50 posti letto, fortemente voluto dall’amministrazione Trump, dovrebbe fornire accesso a cure di alta qualità agli americani che avrebbero necessità di lasciare rapidamente la RDC e di essere messi in quarantena. Se ne andranno sì, ma non torneranno subito a casa. Secondo le intenzioni di Washington si dovranno fermare in Kenya in isolamento nella speciale struttura per essere certi che non siano stati contagiati da ebola.

Kenya: base aerea Laikipia (dista 8 Km da Nanyuki), dove dovrebbe sorgere il centro quarantena ebola americano

La struttura, gestita da personale medico statunitense, avrebbe dovuto entrare in funzione venerdì, secondo quanto riferito da fonti americane. Ma un Tribunale del Kenya ha bloccato tutto.

Stop imposto da Tribunale 

E martedì, la giudice della Corte Suprema del Kenya, Patricia Nyaundi, ha emesso un’ordinanza che vieta al governo di intraprendere qualsiasi azione volta alla costruzione o all’avvio delle attività presso l’impianto situato nella città di Nanyuki prima della risoluzione della causa.

La giudice ha inoltre ordinato al governo di rendere pubblici, entro sette giorni, tutti gli accordi e i protocolli operativi relativi all’impianto e ha fissato la prossima udienza per il 23 giugno.

Nonostante l’ordinanza della Corte Suprema, sono stati avvistati aerei militari in arrivo e in partenza dalla pista di Nanyuki. La cittadina ospita il più grande quartier militare del Kenya e una base dell’esercito britannico.

Africa ExPress
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Continua la folle corsa di ebola: non conosce frontiere e l’allerta arriva a Cagliari

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Al diavolo la tregua: in Libano è guerra continua, colpita Tiro, altri siti storici e l’identità del Paese

Speciale Per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
1° giugno 2026

Dopo giorni di combattimenti il 31 maggio le forze israeliane hanno issato la bandiera israeliana e quella della Brigata Golani sul Castello di Beaufort, situato nei pressi del villaggio di Arnoun, a nord del fiume Litani. Una “svolta decisiva” nella guerra contro Hezbollah, ha esultato Netanyahu, rivendicando l’eliminazione di 8.000 combattenti della milizia sciita libanese dal 2023 ad oggi, 700 soltanto nell’ultimo mese.

Fortezza sul Monte Amel, Libano

Israele torna così dopo 26 anni ad insediarsi nella fortezza del 12° secolo posizionata sulla cresta del Monte Amel, a 710 metri sul livello del mare, di grande rilievo strategico perché domina tutto il Sud del Libano e il nord di Israele, utilizzata dall’OLP negli anni ’70 e occupata da Israele dal 1982 fino al ritiro dal Libano il 25 maggio del 2000.

Nonostante il cessate il fuoco firmato il 16 aprile scorso, dopo la ripresa della guerra in grande stile il 2 marzo col lancio di razzi su Israele da parte di Hezbollah, i combattimenti tra Israele e la milizia sciita non si sono mai fermati.

Nemmeno dopo la proroga della tregua di 45 giorni decisa il 15 maggio, durante la prima sessione dei negoziati diretti tra Israele e Libano a Washington. Israele continua ad avanzare, oltre la zona tampone di sicurezza di 10 chilometri stabilita unilateralmente in territorio libanese, che comprende anche una zona marittima. Un’altra linea gialla, come quella di Gaza, che Israele stesso ha già oltrepassato.

Sono decine i villaggi distrutti, cancellati dalla carta geografica del Sud del Libano, migliaia le abitazioni e gli edifici fatti esplodere o demoliti. Distrutti scuole e ospedali. Oltre 3.400 le vittime e 10.300 i feriti negli ultimi tre mesi.

Stando a un’indagine del giornale Orient-Le Jour, dal 2 marzo al 16 aprile gli allertamenti dell’esercito israeliano alla popolazione prima dei bombardamenti sono stati 152 su 3.555 attacchi, ossia il 2,4 per cento. Migliaia gli sfollati che si aggiungono al milione e 200.000 precedenti e migliaia gli ettari (46.479 calcolati alla fine di marzo dal ministero dell’Agricoltura) di terreni agricoli danneggiati o bruciati dalle bombe al fosforo.

Pochi giorni fa  Israele ha avvisato che considera “zona di combattimento” tutto il territorio libanese a Sud del fiume Zahrani, a 40 chilometri dalla frontiera.

Israele avanza da sud e da est, contrastato da Hezbollah. Da giorni le province di Nabatiyeh e di Tiro sono sotto attacco, dopo l’ordine di evacuazione esteso anche ai campi profughi palestinesi di Rachidieh, Al-Bass e Burj el-Shemali.

Oltre ai morti da una parte e dall’altra, alle famiglie e ai villaggi spazzati via, i bombardamenti su Tiro, che ospita un importate sito archeologico, rivelano in modo evidente il volto di questa ennesima guerra nel Paese dei Cedri.

Come ha affermato il capo del governo libanese Nawaf Salam, quello che abbiamo di fronte “non costituisce semplicemente un’espansione o un’incursione israeliana. Israele non prende di mira unicamente determinati siti, ma mette in atto una politica di distruzione generalizzata di città e di località, così come di tutti i mezzi di sussistenza che trova, procedendo a degli sfollamenti di massa assimilabili ad una punizione collettiva inflitta alla nostra popolazione pacifica. Si tratta di politiche condannate da tutte le norme del diritto internazionale. Quello che fa Israele non costituisce solo una violazione della sovranità del Libano ma un tentativo di cancellare la sua storia”.

Il timore è che il Sud del Libano diventi un cumulo di macerie come Gaza, rovine sotto le quali potrebbe scomparire la storia e la memoria della sua gente, rendendo impossibile il ritorno degli sfollati.

A Tiro, città-stato fenicia, uno dei centri abitati più antichi del mondo, patrimonio Unesco dal 1984, col suo ippodromo romano lungo 480 metri nell’area di Al-Bass – nel quale a marzo sono stati posizionati gli “scudi blu” per rammentare ai belligeranti che quello è un sito soggetto in tempo di guerra alla convenzione dell’Aia del 1954 – e l’area di Al-Mina, che comprende le rovine dell’antico porto fenicio, una strada colonnata romana, un’arena e le terme, non è racchiusa solo la storia del Libano ma anche una parte rilevante della storia del Mediterraneo. E dell’Europa, a partire dal nome che ha origine nella mitologia greca dalla principessa Europa, figlia di Agenore re di Tiro, rapita da Zeus.

A Tiro sono contenuti resti di epoca greca, romana e bizantina, tra edifici civili, colonnate, bagni pubblici, strade con mosaici. Nel 2021 i caschi blu italiani dell’Unifil hanno portato a termine un progetto per la manutenzione e l’ampliamento dell’impianto fotovoltaico di illuminazione del sito archeologico di Tiro, finanziato dal nostro Ministero della Difesa e portato a termine dalla cellula CIMIC (Cooperazione Civile-Militare) del comando del settore Ovest del Sud del Libano, in coordinamento con le autorità locali, impiegando manodopera del posto.

Danni al nuovo museo ancora in costruzione vicino all’area di Al-Bass e un incendio nella boscaglia all’interno del perimetro storico, erano stati registrati già a marzo dopo un attacco israeliano.

Il 27 maggio l’aviazione israeliana ha distrutto al completo il complesso dell’Imam Hussein, un’istituzione sciita che agli inizi del 2025 ha fornito alloggio e sostegno a centinaia di famiglie siriane. I recenti bombardamenti hanno toccato quartieri storici, chiese, moschee.

In una lettera aperta, un gruppo di cittadini di Tiro ha indirizzato alle massime cariche dello Stato un appello affinché si intensifichino le iniziative diplomatiche per mettere fine alla distruzione della storica città di Tiro. Chiedono che Tiro sia dichiarata “città aperta” senza alcuna presenza armata, che l’esercito e le forze di sicurezza ufficiali garantiscano la sicurezza degli abitanti e il rispetto dell’autorità dello Stato. Vogliono un cessate il fuoco vero a Tiro, a Nabatiyeh, in tutto il Sud e in tutto il Libano. In contemporanea il Comitato libanese per la salvaguardia di Tiro ha esortato la comunità internazionale a intervenire senza indugio per proteggere la città millenaria, oggetto da giorni di massicci bombardamenti.

Non solo Tiro, non solo la stupefacente Heliopolis di Baalbek nella valle della Beqaa: in Libano la storia è presente nella miriade di resti antichi disseminati in tutto il Paese, testimoni di epoche e dominazioni. Un patrimonio tanto imponente quanto esposto. Ad aprile è stato bombardato il santuario di Chamoun es-Safa, un monumento addossato alla cittadella e risalente al primo secolo, attribuito dalla tradizione popolare alla tomba del profeta Chamoun es-Safa, situato nel villaggio di  Shamaa, a 10 chilometri da Tiro e vicino all’omonima base dell’Unifil.

La tomba custodirebbe i resti di Simone, uno degli apostoli di Gesù, che nella tradizione orale locale sarebbe stato un antenato del Madhi (l’imam della tradizione sciita discendente da Maometto che dovrà riapparire alla fine dei tempi), la cui madre era cristiana prima di convertirsi all’Islam.

La cittadella medievale di Shamaa era già stata colpita invece dalle forze israeliane nel 2024, e per questo iscritta nella lista di protezione rinforzata dell’Unesco che, su sollecitazione del ministro della cultura Ghassan Salameh, ha successivamente aumentato da 39 a 73 il numero di siti libanesi sotto questa tutela rinforzata.

Proprio il 3 giugno 2021 l’ambasciatrice d’Italia in Libano, Nicoletta Bombardiere, aveva inaugurato insieme all’allora ministro della Cultura libanese Abbas Mortada, il Castello di Shamaa, al termine dei lavori di restauro della cittadella storica e della sua area fortificata, iniziati nel 2015 ed eseguiti a cura del Consiglio per la Ricostruzione e lo Sviluppo libanese. Lavori finanziati con un dono del Governo italiano di 700.000 Euro, attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo – Sede di Beirut.

Sito archeologico Tiro, Libano

La cooperazione dell’Italia col Libano risale al 1983 e nel 2006 ha aperto una sede permanente a Beirut. Tra i vari settori di intervento, l’Italia si è impegnata in ambito archeologico con numerosi progetti.

Per citarne solo alcuni, il restauro delle sei colonne romane rimaste del tempio di Giove a Baalbek, alte 20 metri, e della loro trabeazione che si eleva per altri cinque metri, i lavori di conservazione e consolidamento del santuario di Apollo e delle colonne del ginnasio nella zona archeologica di Tiro, gli interventi di conservazione nel Castello di Terra a Sidone, il restauro degli affreschi sotterranei della Tomba di Tiro di epoca romana, oggi conservata nel Museo nazionale di Beirut. In una commistione di passato e presente che ci identifica per quello che siamo.

Emanuela Ulivi
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Continua la folle corsa di ebola: non conosce frontiere e l’allerta arriva a Cagliari

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 maggio 2026

La Repubblica Democratica del Congo è la nazione più esperta al mondo in fatto di gestione del virus ebola, la terribile febbre emorragica endemica nel Paese dal lontano 1976, quando si presentò per la prima volta nella valle del fiume Ebola da cui prende il nome.

La 17esima epidemia di ebola è stata lanciata appena due settimane fa, il 15 maggio scorso. Si tratta del ceppo Bundibugyo, che prende il nome dall’omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007. Per questa variante non esiste ancora alcun vaccino. Al momento attuale l’immunizzazione è disponibile solamente per la variante Zaire. Va comunque sottolineato che l’attuale micidiale patologia virale si era già presentato in Congo-K nel 2012.

Finora l’epidemia si è già propagata in tre province del Paese. Secondo Africa CDC (Africa Centre for Disease Control and Prevention, agenzia dell’Unione Africana (UA) con sede a Addis Abeba) sarebbero già state contagiate oltre mille persone e il numero dei morti legati alla febbre emorragica sarebbero 246, mentre una persona sarebbe pure guarita.

17esima epidemia di ebola in Congo-K

Anche in Uganda sono stati registrati due nuovi casi, portando così il totale a nove persone infette e una deceduta per la gravissima patologia.

Territori ancora controllati da M23/AFC

Va inoltre sottolineato che non tutti i territori nella parte orientale del Congo-K, già in ginocchio per i continui attacchi di moltissimi gruppi armati e dei ribelli M23/AFC sono sotto il controllo del governo centrale. E appunto l’amministrazione M23/AFC, sostenuti dal Ruanda, che controlla Goma, capoluogo del Nord-Kivu, non ha nessuna esperienza nella gestione della mortale patologia.

Anche se la situazione è complessa, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Ghebreyesus, è ottimista. Il capo dell’Agenzia dell’ONU è arrivato a Kinshasa già giovedì. Mentre ieri si è recato anche a Bunia, capoluogo della provincia di Ituri, epicentro dell’attuale epidemia.

Il direttore generale di OMS, Tedros Ghebreyesus. a Ituri, epicentro dell’attuale epidemia

Il suo aereo è atterrato nell’aeroporto di Bunia, attualmente chiuso al traffico commerciale proprio a causa del temibile virus. Tedros Ghebreyesus ha voluto portare solidarietà alla popolazione della travagliata provincia nell’est del Paese, già in ginocchio per i continui attacchi di gruppi armati, in particolare di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili.

Attaccato campo pigmei

Poche ore fa gli estremisti islamici hanno fatto una nuova strage. Stavolta nel campo dei pigmei nella periferia Ngadi a Beni (Nord-Kivu) dove la notte scorsa sono stati ammazzati almeno 6 persone. La notizia è stata confermata da Jackson Basikania, coordinatore del Programma Assistenza ai Pigmei nella Repubblica Democratica del Congo (PAP-RDC). Secondo alcuni il bilancio potrebbe essere ben più elevato, visto che diversi residenti risultano tutt’ora disperse.

Manca personale medico

Il direttore generale di OMS ha voluto anche accertarsi della situazione sul campo, in particole nella provincia di Ituri e ha chiesto maggiore sostegno per far fronte alla carenza di personale medico, soprattutto nelle zone rurali. Molti territori sono spesso difficilmente accessibili non solo per la scarsa viabilità, ma in primo luogo a causa dell’insicurezza dovuta alle incessanti incursioni di gruppi armati, in agguato in ogni angolo. Il capo di OMS ha però sottolineato che non consiglia o raccomanda la chiusura delle frontiere, ricordando che il divieto di spostarsi da un Paese all’altro complica solamente la sorveglianza sanitaria. Intanto però Uganda e Ruanda hanno già chiuso i propri confini con la ex colonia belga.

Allerta MSF

Secondo Medici senza Frontiere (MSF) la rapida diffusione dell’ebola nella RDC sarebbe davvero allarmante. “In altre epidemie precedenti della febbre emorragica non sono mai stati registrati così tanti casi in così poco tempo”, ha precisato il vicedirettore della ONG, Alan Gonzales. E infine ha aggiunto: “La realtà odierna è che nessuno conosce la reale portata di questa infezione virale. Ogni giorno vengono segnalati nuovi casi sospetti, eppure centinaia di campioni non sono ancora stati analizzati”.

E, come spesso capita, i Paesi occidentali si interessano del continente nero quando hanno sentore di pericolo, come ora. Certo, l’ebola fa paura, nessuno lo nega e proprio per questo motivo parecchi Stati hanno già messo in atto protocolli particolari per persone residenti o provenienti dalle zone interessate dalla patologia virale.

Anche l’Italia ha già predisposto nuove ordinanze in merito. La Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il 29 maggio 2026 le misure del ministro della Sanità, Orazio Schillaci. La norma prevede l’obbligo di sorveglianza sanitaria e segnalazione per chiunque arrivi nel nostro Paese da Congo-K e Uganda. Il decreto ministeriale resta in vigore per 120 giorni.

Chiunque abbia soggiornato in quei Paesi nei 21 giorni precedenti l’ingresso in Italia è tenuto a inviare entro 24 ore una dichiarazione firmata al dipartimento di prevenzione della Asl di residenza o domicilio, anche in assenza di sintomi.

Capoluogo sardo in fibrillazione

Malgrado il severo provvedimento, poco fa L’Unione Sarda ha fatto sapere che in una via centrale di Cagliari una persona che presentava i sintomi di ebola è stata trasportata in ospedale, dove si trova in isolamento, in attesa del risultato degli esami, inviati allo Spallanzani di Roma. La strada è stata transennata. Personale della ASL del capoluogo sardo in azione. Il ministero conferma che il paziente è rientrato recentemente dal Congo-K, ma rassicura che il rischio di propagazione della patologia nel nostro Paese è molto basso.

Ma gli USA vanno oltre. Washington non vuole nessuno sul proprio territorio che sia stato esposto al micidiale virus. Lo ha confermato durante una seduta di gabinetto il segretario del dipartimento di Stato Marco Rubio. Gli Stati Uniti “non possono e non permetteranno” che alcun caso di ebola entri nel Paese., ha specificato Rubio.

Tant’è vero che all’inizio dell’epidemia, un medico statunitense che lavorava per l’ONG cristiana Serge ha contratto il terribile virus in Congo-K, è stato evacuato in un ospedale a Berlino. Il fatto è stato confermato dal ministero della Sanità tedesco, mentre anche i suoi familiari – moglie e 4 figli piccoli – sono sotto stretta osservazione sempre in Germania.

Intanto l’amministrazione Trump stava pianificando di aprire un centro di quarantena e cura dell’ebola per cittadini americani in Kenya, invece di rimpatriarli.

Il centro avrebbe dovuto fornire accesso a cure di alta qualità agli americani che avrebbero necessità di lasciare rapidamente la RDC e di essere messi in quarantena senza i rischi di un lungo trasporto di ritorno negli Stati Uniti”, aveva dichiarato al Guardian un funzionario della Casa Bianca.

Il centro di isolamento da 50 posti letto, che avrebbe dovuto essere gestito da personale medico statunitense, avrebbe dovuto entrare in funzione venerdì, secondo quanto riferito da fonti statunitensi.

Divieto Alta Corte del Kenya

Ma stavolta il progetto di Washington non è andato in porto. Un tribunale keniota ha sospeso l’iniziativa statunitense perché il fatto aveva suscitato preoccupazioni nell’opinione pubblica riguardo ai rischi di contagio transfrontaliero.

E un giudice dell’Alta Corte del Kenya ha vietato l’operatività di qualsiasi struttura per l’ebola nel Paese gestita da governi stranieri fino a quando il caso non sarà discusso in tribunale.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it

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Da piaga ecologica a packaging del futuro, in Kenya il giacinto d’acqua sfida il monopolio della plastica



 

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
30 maggio 2026

Joseph Nguthiru, studente della Facoltà di Ingegneria e Tecnologia della Egerton University, in Kenya, era rimasto bloccato in barca sul lago Naivasha. La causa di questa fermata forzata era la smisurata crescita di una pianta aliena infestate: il giacinto d’acqua (Pontederia crassipes) che continua a colonizzare i laghi africani.

giglio d'acqua
Ricostruzione immaginaria del laboratorio di HyaPak (immagine prodotta con Intelligenza Artificiale)

La presenza esagerata di questo giacinto dal fiore rosa-violaceo crea grande disagio. 

La sua veloce crescita impedisce la navigazione e la pesca, blocca la luce solare, impoverendo l’ossigeno, riducendo la biodiversità. Un grosso problema per l’economia e per la biodiversità dell’area.

Idea vincente

Lo studente ha un’idea che oggi definiremo “win-win”: studiare la pianta e scoprire se un problema può diventare una risorsa. I suoi studi hanno rivelato che la Pontederia crassipes ha le caratteristiche per diventare la bioplastica del futuro. 

Aggiungendo altri leganti e additivi naturali (brevettati) alla cellulosa diventa una bioplastica biodegradabile al 100 per cento. Non solo, è anche un ottimo concime naturale.

Nel frattempo il giovane studente-innovatore si è laureato e, attualmente, è il fondatore e CEO della sua startup, la HyaPak Ecotech che produce bioplastica.

Premio ONU

Grazie a questa invenzione Joseph Nguthiru è stato nominato “Young Champion of the Earth 2025“ (Giovane Campione della Terra 2025). È un prestigioso premio globale destinato ai giovani ambientalisti dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e da Planet A.

 Il “giovane innovatore” ha ricevuto 120.000 dollari, 20.000 dollari da UNEP e 100.00 dollari da Planet A.

Giglio d'acqua Joseph Nguthiru
Joseph Nguthiru, nella mano sinistra mostra un sacchetto vuoto di bioplastica

La motivazione è “…per il suo lavoro volto a trasformare il giacinto d’acqua in materiali alternativi biodegradabili…”. 

Il premio, oltre ai finanziamenti, offre tutoraggio e riconoscimento a livello mondiale per aiutare a diffondere le idee audaci dei giovani innovatori ambientali.

“La nostra soluzione in HyaPak è quella di utilizzare un problema, il giacinto d’acqua, per risolvere un altro problema, l’inquinamento da rifiuti di plastica. Contemporaneamente si creano posti di lavoro verdi per le comunità locali – ha dichiarato Nguthiru -.” E la HyaPak ne ha creati almeno ottanta.



Nutrimento per le piante

Il Kenya, insieme ad altri Paesi africani come il Ruanda e la Tanzania, ha vietato l’utilizzo di buste di plastica. Quando la bioplastica prodotta da HyaPak viene inserita nel terreno, si decompone in circa sei mesi. Intorno alla pianta rilascia nutrienti – come l’azoto – che fanno crescere le piante più velocemente.

Giacinto d'acqua
Giacinto d’acqua nel lago Naivasha

La pianta aliena

Il giacinto d’acqua è una pianta originaria del bacino del Rio delle Amazzoni. Ha colonizzato massicciamente i principali ecosistemi d’acqua dolce del continente africano a partire dalla fine dell’800.
Senza dubbio ha trovato il continente africano estremamente ospitale e ricco perché si è ambientato benissimo.

In Kenya è arrivata negli anni ’80 e oltre al Lago Naivasha, sta colonizzando anche il Lago Vittoria. 

Ma è presente nei maggiori laghi e corsi d’acqua del continente. Lo troviamo dal Nilo allo Zambesi, dal fiume Congo al Niger. Infesta poi i grandi specchi d’acqua dolce come il lago Tana in Etiopia; lago Kyoga e lago Kwania in Uganda. Ma anche lago Malawi/Niassa, lago Kariba in Mozambico e le lagune di Lagos e Ologe in Nigeria.

Toccasana della medicina

La Pontederia crassipes non provoca solo danni, ha delle proprietà medicinali eccezionali. Vari studi hanno dimostrato che la pianta ha proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, epatoprotettive, antimicrobiche e antifungine. Ma è anche un potenziale anticancro e antitumorale. È utilizzata anche nella medicina tradizionale per cura della pelle e ferite, disturbi gastrointestinali e problemi epatici.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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(Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per la ricerca delle fonti e l’editing delle immagini. Tutti i contenuti e i dati sono stati interamente verificati e approvati dall’autore e dalla redazione)

 

Il super-verme che potrebbe risolvere l’inquinamento da plastica in Africa

 

 

Congo-K, la tragedia dei rifiuti di plastica che diventano fiumi dopo le inondazioni

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Per la diaspora ebraica dire “no” a Israele è una sorta di tradimento

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
20 maggio 2026
(3 – continua)

Allontanarsi da quella che viene percepita come una famiglia è più difficile di quanto possa sembrare dall’esterno.

All’interno, dove i rapporti hanno consolidato una rete solidale in difesa di un’identità costruita sull’autoghettizzazione, il distacco è considerato una forma di tradimento.

Le consegunze di queste fratture minacciano la sopravvivenza della stessa comunità. Per questo motivo entrano in gioco meccanismi di protezione che si traducono in ripercussioni di vario genere.

Per riconoscere i crimini commessi dalla propria famiglia – lo Stato di Israele – occorre intraprendere un percorso terapeutico. Non è semplice politica. E per comprendere la difficoltà di tale processo di elaborazione psicologica sono necessarie competenze specifiche.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
(3 – continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Parla la diaspora: sempre più ebrei si allontanano dalle comunità

La diaspora ebraica è combattuta tra fedeltà a Israele e legame con la comunità

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Israele e Autorità Palestinese contro i giornalisti di West Bank

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
28 maggio 2026

I giornalisti di West Bank, i territori occupati dall’esercito israeliano, chiedono aiuto ai colleghi internazionali.

Eyad Hamad denuncia ogni giorno la repressione della libertà di stampa da parte dell’Autorità Palestinese. Ma la sua voce è censurata da entrambe le narrazioni: sia quella a favore che quella contro l’occupazione della Palestina.

Per la cosiddetta propaganda “propal” infatti, la corruzione dell’unico interlocutore politico del popolo oppresso non sembra essere la minaccia principale da combattere. Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania invece è il primo nemico interno che devono affrontare, dopo quello esterno: Israele.

Eyad Hamad è un giornalista palestinese. Ha lavorato 20 anni come cameraman televisivo per l’Associated Press (AP).

Durante la sua carriera ha seguito gli eventi in Cisgiordania, la guerra del 2014 nella Striscia di Gaza e la Grande Marcia del Ritorno a Gaza. Ha anche coperto la Primavera Araba in Egitto, Tunisia e Libia. Ha inoltre lavorato in Turchia, Arabia Saudita, Algeria e Giordania.

Eyad Hamad, giornalista palestinese in West Bank

Dopo aver protestato contro l’arresto di un collega da parte dell’Autorità Palestinese, e aver espresso solidarietà a un altro giornalista che aveva perso un occhio dopo essere stato colpito da un soldato israeliano mentre documentava gli scontri, è stato licenziato.

Eyad Hamad e colleghi in supporto del giornalista Muath Amarneh che ha perso un occhio a causa dei colpi di arma da fuoco israeliani

L’AP (Associated Press) gli ha poi inviato un’e-mail informandolo del suo licenziamento. Sono passati sei anni e non è più riuscito a trovare lavoro in Palestina a causa delle restrizioni imposte dall’Autorità Palestinese.

Il giornalista Eyad hamad in stato di arresto

“La realtà per noi giornalisti qui è molto difficile, stretti tra l’occupazione israeliana e l’Autorità Palestinese, che perseguono entrambe una politica di repressione del dissenso”, afferma Eyad in una conversazione con Africa ExPress.

“Anche mio figlio Emil, dell’agenzia americana AP, è stato licenziato a seguito di una denuncia della polizia palestinese”, dice il collega.

Giornalisti senza diritti

“Il Palestinian Journalists Syndicate fa parte dell’Autorità Palestinese, e io ero a capo del comitato dei fotografi in Palestina. Ho provato anche a parlare con la Federazione Internazionale dei Giornalisti, ma mi hanno detto di rivolgermi al mio sindacato”.

Il giornalista Eyad Hamad e l’esercito israeliano

“I miei colleghi giornalisti hanno organizzato proteste e manifestazioni di solidarietà a Gaza e in Cisgiordania quando è stata annunciata la decisione di licenziarmi. Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi però non ha partecipato. E a poi rilasciato una dichiarazione in difesa della polizia palestinese”, afferma Eyad Hamad.

“Ho sempre criticato la corruzione. Per questo motivo sono stato convocato nei centri di sicurezza palestinesi e interrogato per i miei post sui social media”, denuncia.

Eyad Hamad, West Bank

“Molti hanno paura. Se il capo del Sindacato dei Giornalisti Palestinesi è un dipendente della televisione ufficiale palestinese, e parte del Sindacato è composta da membri dell’Autorità Palestinese, che tipo di Sindacato è questo? E come intende difendere i diritti dei giornalisti?”, domanda il collega di West Bank.

“Molti attivisti temono di essere arrestati dagli israeliani in seguito alla richiesta dell’Autorità Palestinese che è ormai diventata l’esecutrice delle decisioni prese dall’esercito di occupazione. Ed è parte integrante della cospirazione contro il popolo palestinese. Non ha alcun potere reale in Cisgiordania. Coloni e soldati sono presenti quotidianamente nei territori amministrati dell’Autorità Palestinese, da nord a sud”, spiega.

E conclude:“Chiunque si rifiuti di denunciare le ingiustizie commesse dall’Autorità Palestinese è complice della corruzione”.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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Il genocidio e l’anima: perché la speranza di uno è salvezza per tutti

Speciale Per Africa ExPress
Roberta De Monticelli*
Milano, 26 maggio 2026

Se una vita individuale è incomparabile, anche una sola morte prematura è irreparabile. E per quanto questo contrasti con le nostre abitudini di calcolo, la perdita dell’assoluto di una vita non può accrescersi né diminuire con la moltiplicazione delle vite perdute.

Quella sola vita che aveva il piccolo Alan Kurdi e che gli fu strappata, quando lo vedemmo supino sul bagnasciuga e un giornale titolò “La spiaggia su cui muore l’Europa”, sciolse di colpo la nostra indifferenza e ognuno percepì vividamente tutto il male cui avevamo tacitamente consentito, lasciando che il Mediterraneo si riempisse degli annegati respinti al largo delle nostre coste, come ancora accade.

Alan Kurdi

Adnan Al Bursh, chirurgo all’ospedale di Al Shifa, arrestato mentre operava, fu stuprato a morte con un bastone di ferro. L’orrore è così estremo che non c’è più spazio nelle nostre viscere perché si accresca, quando veniamo a sapere dall’ultimo rapporto di Francesca Albanese, Tortura e genocidio, che dal 7 ottobre 2023 Israele ha arrestato oltre 18.500 palestinesi, tra cui almeno 1500 bambini, e che, a febbraio 2026, Israele detiene ancora 9245 palestinesi in vari centri di detenzione, tra cui 1.330 condannati, 3.308 in custodia cautelare, 3.358 detenuti amministrativi senza processo, per non parlare delle 4000 vittime di sparizioni forzate.

Siamo fatti per percepire l’assoluto solo in prima persona, non appena una fisionomia esce dall’anonimato, o una personalità ci appare anche solo in un lampo, o in un nome proprio. E’ il fenomeno che fu chiamato anima, questa unicità di ogni vita che improvvisamente l’altro ci spalanca, quasi dicendo: è tutto quello che ho. Che avevo. E non cambia l’intensità di questa rivelazione improvvisa se dall’irreparabile di ciò che è perduto – un mondo, una memoria, un orizzonte: l’universo racchiuso in una monade – ci volgiamo a una salvezza forse ancora possibile di tutto questo, dell’unicità di un destino umano.

Mohamed : in vendita

Mohammed è stato sbattuto su Instagram, legato mani e piedi, gli occhi bendati, con sopra l’annuncio: “In vendita”. Sua madre, Zahra Shorrab, lo ha riconosciuto. Lo cercava da due anni. Con che ansia cerchiamo il seguito della storia, in rete, con che speranza. Niente. Di Mohammed non si sa più niente.

Credo che questa lancinante consapevolezza sia negata agli inventari dell’orrore, che pure sono così necessari e devono restare il più possibile oggettivi, precisi anche nella conta dei numeri oltre che nell’identificazione delle fattispecie penali imputabili. Credo sia questo doloroso riconoscersi come fatti della stessa sostanza d’assoluto, fragilissima, la molla che muove Widad Tamimi, fondatrice dell’associazione Ioien (“Che io possa andare oltre”  – l’unico frammento sopravvissuto di una lirica di Saffo: “un augurio solitario che raccoglie il peso delle parole perdute e la promessa di quelle ancora da pronunciare”).

Dedicata alla memoria di Claudia Weiss, radice materna ed ebraica di Widad, che nel nome palestinese porta la radice paterna. Nata per “trasformare il trauma in forza” di una nuova vita. Questa associazione – unica –  si è adoperata non soltanto a sostenere materialmente ragazzi e ragazze di Gaza cui si è aperto l’orizzonte di una borsa di studio in Italia, ma ad aprire loro miracolosi varchi nello sbarramento incrociato dell’ottusità e della ferocia, delle burocrazie e delle politiche, a far nascere nei luoghi ospitanti comunità d’accoglienza, seconde famiglie, cure e balsamo per tutte le ferite.

Un altro scrittore – grande – illumina il paradosso della storia e dell’anima, che trasforma il trauma in una forza di salvezza.

“Hanno preso me. Tengono me in prigione. Ma chi me?….Alzò gli occhi alle stelle che tremolavano, sprofondandosi nell’infinito. E tutto questo è mio, e tutto questo è in me, e tutto questo son io, io stesso – pensò. – E tutto questo hanno preso e rinchiuso in una miserabile baracca.”

È la “pazza allegria” che ha preso Pierre Bezuchov, prigioniero dei francesi, in un punto culminante di  Guerra e Pace. Tolstoj conosceva bene il sentimento dell’irrisoria sproporzione fra le tempeste della storia, per quanto gigantesche, e la grandezza incomparabile di una singola e sperduta coscienza d’uomo.

Roberta De Monticelli*


*Già ordinario di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto.

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