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Gaza: 7-8 mila minorenni spariti nel nulla. Il dramma dei desaparecido palestinesi

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
28 Aprile 2026

Sette o ottomila minorenni sono spariti nel nulla a Gaza dall’8 ottobre 2023 a oggi. 2.700 di loro potrebbero essere sotto le macerie. Degli altri non si sa niente. Si sono volatilizzati in diverse circostante: qualcuno giocava nel quartiere distrutto o tra le tende insieme a un amichetto, uno dei due torna alla sua famiglia, l’altro no. 

Molti adolescenti sono stati visti nei pressi dei cosiddetti centri di distribuzione degli aiuti, ma anche loro non hanno fatto ritorno. Altri forse sono stati uccisi e seppelliti negli scontri a Zikkim nel nord della Striscia nel 2025. Missing.

Bimbi scomparsi a Gaza

Desaparecidos o forse forzati alla sparizioni, ergo rapiti, trafugati oppure uccisi e fatti scomparire? Se presi vivi a che scopo non lo sappiamo. Donazione forzata di organi? Adozioni? Gli interrogativi restano, le famiglie sono nell’angoscia e su diversi episodi come lo scontro tra IDF (esercito israeliano) e Hamas (movimento di resistenza palestinese) a Zikkim. Sono interrogativi che si pongono inchieste internazionali.

Osservatorio sugli scomparsi

Vista la quantità di testimonianze raccolte, nella Striscia di Gaza è stato formato un Osservatorio ad hoc, il Palestinian Centre for the Missing and Forcibly Disappeared (PCMFD), Centro palestinese per gli scomparsi o quelli spariti in forma coercitiva, in pratica rapiti. Persone fatte sparire, senza lasciare traccia di ogni età, non solo bambini. 

Il sito del Centro per i palestinesi scomparsi, nella Striscia continua a raccogliere richieste di aiuto.

Dissolti nel nulla molti minorenni: un ragazzino di 17 anni, Mohammed Abu al-Ula, è sparito il 7 ottobre 2023 a Kan Younis e la sua famiglia lo ha cercato negli ospedali per mesi, vivo o morto. Imbrahim Abu Zaher, 15 anni, viveva a Jabalia, nel Nord della Striscia, non si sa niente di lui dal 17 luglio 2025. Qualcuno ha riferito che si era avvicinato al confine con Israele per cercare cibo.

Molti adolescenti e bambini sono spariti in prossimità di centri di distribuzione. I parenti li hanno cercati a lungo anche nelle galere israeliane, senza riuscire ad accedere agli elenchi dei trattenuti. In qualche caso sarebbero arrivate testimonianze della carceri su avvistamenti di qualcuno, ma senza grandi conferme del fatto che siano ancora in vita.

Dati da verificare

Altri sono probabilmente morti sotto il crollo degli edifici: il Centro ha raccolto le testimonianze di madri che fuggendo mentre l’esercito israeliano bombardava spesso senza alcun avviso, sono riuscite a salvare una parte della famiglia, perdendo però, a volte, un figlio o una figlia durante la fuga. Spesso sono stati inutili i tentativi di accedere nuovamente alle aree bombardate occupate dall’esercito, per ritrovare i corpi tra i detriti.

La direttrice dell’Osservatorio, Nada Nabil, ha spiegato che “i minorenni spariti sono 7-8 mila, di cui circa 2.700 sono rimasti sotto le macerie e poi ce ne sono altri 200 svaniti nei corridoi lungo la costa, usati per spostare le gente da nord a sud, oppure nelle aree di attesa o ancora in prossimità delle posizioni occupate dall’esercito israeliano”.

Farina, bene prezioso

Nabil ha aggiunto che “Molti bambini proprio a causa della carestia hanno dovuto occuparsi della famiglia, cercando di procacciare cibo. Nel tentativo di procurare farina, si sono avvicinati ai convogli carichi di aiuti uamitari e spesso sono spariti in quelle circostanze”. Forse è necessario ricordare che rapire minorenni resta un crimine contro l’umanità.

Foto AFP

Secondo Save the Children in totale sarebbero morti 20 mila bambin nella Striscia di Gaza. Ma in base agli ultimi dati di UNICEF, sarebbero addirittura oltre 50 mila.

In base a un rapporto di OCHA (Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli Affari Umanitari) di pochi giorni fa,i decessi documentati da parte palestinese e dal governo israeliano, a Gaza sarebbero morte ben 72.400 persone di cui 21.283 bambini e 1.200 israeliani, tra loro 33 bimbi.

Malnutrizione

Secondo le recenti analisi, la malnutrizione continua a colpire i più piccoli: a febbraio 3.700 bambini da 0 a 5 anni sono stati ammessi a programmi contro la malnutrizione, di cui 600 in forma grave. A marzo erano 2.800 di cui 400 in condizioni terribili.

I dati di metà aprile 2026 in un report Ocha (ONU)

OCHA ha sottolineato che parte dei dati sono relativi a testimonianze raccolte sul terreno, dunque ancora ‘da verificare’ da parte delle Nazioni Unite. L’Ufficio dell’ONU ha precisato che le condizioni igieniche a Gaza sono sempre più preoccupanti: ci sono stati casi di peste. Imperversano topi e le fonti d’acqua sotterranee sono inquinate dai detriti e dai cadaveri rimasti sotto le macerie. La gente è anche costretta a vivere in pochi chilometri quadrati, come si evince dalla mappa.

Dalla cartina di Ocha (ONU) si vedono chiaramente le aree ancora disponibili per 2,1 milioni di palestinesi ancora nella Striscia di Gaza

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
27 aprile 2026

Un’astronave carica di alieni è planata sulla maratona di Londra. Marziani? No, campioni e campionesse del Kenya, dell’Etiopia, dell’Uganda. “Chi fermerà la musica” – cantano i Pooh in una loro celebre canzonetta –“ Ora si respira. Hai travolto la mia barriera”. Chi fermerà i maratoneti africani dopo le imprese di domenica a Londra? Una giornata storica per record epocali. La retorica è d’obbligo.

Già il numero monstre dei partecipanti, 59 mila, di cui 928 italiani, basterebbe a qualificare la 46a edizione della TCS London Marathon.

Folla sterminata alla maratona di Londra 2026

Ma fra questa folla sterminata c’era un ristretto gruppo appartenente alla cosiddetta elite, le cui performance hanno fatto scrivere a un commentatore della BBC: “E’ un privilegio assoluto assistere al momento sportivo più significativo del 21 secolo”.

Il replicante

Roba che riporta alla mente quello che disse il replicante Roy Batty in Blade Runner: “Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi”.

Sabastian Sawe, Kenya batte il record mondiale alla Maratona di Londra

Ad esempio, che il figlio di un coltivatore keniano di mais, Sabastian Sawe, 30 anni, bissando la vittoria dello scorso anno, diventasse il primo umano a correre 42,195 metri in meno di due ore. Per la precisione in 1h 59’ 35 “. Prima di lui c’era riuscito, nel 2019, il connazionale Eliud Kipchoge, oggi 41 anni, correndo in 1h 59’41”, ma in una competizione non ufficiale e con aiuti vari, che resero il tempo non omologabile.

Che il secondo classificato, l’etiope Yomif Kejelcha, 28 anni, vicecampione del mondo dei 10 mila metri, alla prima maratona della sua carriera, segnasse il tempo di 1h 59’ 41”. Ovvero un altro record mondiale che vale solo…argento.

Anche l’etiope, Yomif Kejelcha, arriva al traguardo in meno di due ore

I due runner negli ultimi 5 km sono andati a una velocità mai vista e Sawe ha addirittura accelerato nei ultimi 2 mila metri, come se alle spalle e nelle gambe non avesse percorso 40 km. Nessuno dei due però ha dato segni di sfinimento dopo una gara tirata allo spasimo.

E che dire del terzo arrivato, l’ugandese Jakob Kiplimo, 25 anni, che fa 2h00’28”, sette secondi sotto il vecchio primato mondiale. Prestazioni da extraterrestri.

Forti anche le donne in pista

Anche nella gara femminile. La dominatrice, Tigst Assefa, 29 anni, etiope, replicando il successo del 2025 davanti a Buckingham Palace, ha fermato i cronometri su 2h15’41”. Record mondiale. Ha migliorato di 9 secondi il primato stabilito una anno fa.

E’ record mondiale anche per l’etiope Tigst Assefa, prima classificata delle donne

E alle sue spalle due ragazze del Kenya, Hellen Obiri, 36 anni, Joyciline Jepkosgei, 32, rispettivamente ad appena 12 e 14 secondi.

Il solito festival africano, si dirà, in quanto i primi 8 fra gli uomini e e le prime 6 fra le donne vengono tutti dal continente nero. Ma il livello e lo spettacolo sono stati altissimi, e sembrano segnare un svolta epocale nella gara regina dell’atletica di fondo.

Scarpette leggerissime

E’ vero che Sabastian Sawe calzava scarpette leggerissime (96 grammi, su cui ha inciso il tempo fatidico), che alla partenza da Greenewich la temperatura (11 gradi) era ideale, che fino al 22 km quattro cosiddette “lepri” hanno agevolato il ritmo…ma tutto ciò non basta a spiegare una tale performance: sbriciolare ogni tempo precedente.

Per evitare ogni sospetto, Sabastian Kimaru Sawe, lo scorso anno, prima della maratona di Berlino, dove voleva conquistare il record mondiale, aveva deciso di farsi controllare ogni settimana, anche due volte, dall’organismo antidoping AIU (Athletic Integrity Unita). “La ragione principale per cui l’ho fatto – dichiarò – è dimostrare che sono pulito e che il mio comportamento è corretto”. Come ha ricordato il sito Letsrun.com, “Sabastian restò profondamente deluso quando Rut Chepngetich risultò positiva al diuretico vietato HCTZ, appena cinque mesi dopo aver infranto il record mondiale femminile di maratona a Chicago.

Kenya e il doping

Sapeva che il Kenya conta attualmente oltre 140 atleti sospesi dall’Athletics Integrity Unit (AIU) per doping e che un altro record del mondo stabilito da un maratoneta keniota, sarebbe stato accompagnato da un’ondata di dubbi”.

Il suo successo straordinario è dunque frutto di fatica e sacrifici familiari: si allena in altitudine, condivide una stanza con altri atleti, vede la moglie e il figlio una volta al mese. Nato il 16 marzo 1994, a Cheukta nei pressi di Eldoret, (Kenya occidentale) in una casa senza luce né acqua corrente, ricorda sempre il vaticinio di un suo insegnante, Julius Kemei. della Cheukta Primary School, che ne aveva scorto le potenzialità podistiche: “Correre per te non è solo frutto di talento. E’ la tua fortuna e il tuo futuro”.

Il padre Simion, coltivatore di mais, apparteneva alla tribù dei Nandi, dura oppositrice del dominio coloniale – ha scritto Boby Tanser, su Runnersworld.com. – Sua madre Emily, promettente velocista, a causa di una gravidanza precoce abbandonò i sogni di gloria sportiva. Suo nonno, Musa Sitenei, da bracciante disboscò la boscaglia, fino a possedere 150 acri di campi di mais. Morì prima della nascita di Sabastian, ma nonna Esther divenne un punto di riferimento del ragazzo”.

Un’altra figura rilevante è stato lo zio Abraham Chepkiwork, già atleta di un certo valore in Uganda dove si era trasferito, che lo ha stimolato e aiutato.

“La vita era dura, modesta, casa con muri di fango, pavimento in terra battuta, ma non abbiamo mai sofferto la fame”, ha raccontato il campione.

Talent scout italiano

“L’ho trovato quando era ancora un atleta acerbo,ma già molto talentuoso”, ricorda ora Gianni Demadonna, già maratoneta azzurro e da parecchi anni manager e prima di tutto scopritore di grandi talenti (compreso Yomif Kejelcha).

Intervistato ieri da Rosario Palazzolo di Runner’sworld.com, Demadonna aggiunge di averlo scoperto in Kenya insieme al coach Claudio Berardelli, che oggi è l’allenatore del campione. “Me lo ricordo perché lo portammo a correre la Roma-Ostia e corse in 58’02” in una gara davvero impressionante. Un mese fa ho assistito a uno degli ultimi allenamenti di Sabastian Sawe in Kenya. Un 20 km variato, 1 km forte, 1 km piano. Aveva dato due minuti a fior di campioni. Lì abbiamo capito che questo ragazzo era pronto per qualcosa di grande Certo, non ci aspettavamo un record del mondo di queste dimensioni, ma si puntava alla vittoria”.

Grande allenatore

Un grande merito per ciò che è stato fatto a Londra va al suo allenatore Claudio Berardelli, che vive in Kenya da 22 anni, ha sposato una ragazza keniana e ha due bambini. Lì in Africa lavora con grandi atleti cercando di tirare fuori il meglio da loro.

Purtroppo alcuni, lo hanno “tradito” dandosi al doping, fenomeno che ha sempre condannato e al quale è risultato totalmente estraneo. Ora Sawe lo ripaga di tutto.

Come detto, ha chiesto di poter essere testato per il doping in ogni momento, aderendo a un programma sperimentale che prevede analisi a sorpresa.

E i frutti, anche economici si vedono: la medaglia d’oro di Londra per Sabastian vale veramente oro, 150 mila dollari, più 150 mila di bonus cronometrici. Soldi puliti.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress
Bamako, 27 aprile 2026

Il ministro maliano della Difesa, Sadio Camara, è stato ammazzato ieri a Kati durante un attacco dei jihadisti alla sua residenza. Anche una delle sue mogli e due bimbi piccoli sono stati trovati senza vita all’interno dell’abitazione, colpita ieri all’alba da un autobomba.

Il capo della giunta militare del Mali, Assimi Goïta, è stato invece portato in salvo e posto sotto protezione in un campo sorvegliato, mentre un altro generale è rimasto ferito ed è stato portato in una clinica della capitale. Attorno al nosocomio è stato messo in atto un impressionante dispositivo di sicurezza

Sadio Camara, ministro della Difesa del Mali ucciso dai jihadisti

I residenti di Bamako vivono ancora nella paura. Da ieri sera è stato imposto un coprifuoco della durata di tre giorni dalle 21.00 alle 06.00.

Attacchi coordinati

Il Mali è nel caos più totale. Ieri varie zone del Paese sono state attaccate simultaneamente, aggressioni pianificate, coordinate di un livello mai visto negli ultimi anni, a iniziare dalla capitale Bamako, Kati, Kidal, Savaré e Gao.

Kati (che dista una decina di chilometri dalla capitale), è la roccaforte della giunta al potere, dove questa mattina sono ripresi i combattimenti tra l’esercito e i jihadisti.

JNIM e FLA

I vari attacchi in tutto il Paese sono stati rivendicati da JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani) , coordinati con i ribelli tuareg di FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad).

Ieri i combattenti di FLA hanno fatto sapere di aver preso il controllo di Kidal mentre i mercenari russi di Africa Corps hanno lasciato il Campo 2 della città, scortati dai ribelli.

Anche questa mattina ci sono stati nuovi scontri a Kidal tra i miliziani di JNIM, i loro alleati di FLA e dalla parte opposta l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari di Africa Corps.

Ex base MINUSMA

Le forze armate maliane (FAMa) e i soldati di ventura avevano come base l’ex campo di MINUSMA (Missione di Pace dell’ONU) di Kidal. La MINUSMA ha lasciato la ex colonia francese alla fine del 2023.

Secondo Serge Daniel, giornalista che collabora con diverse testate francesi e è ben informato delle questioni del Sahel, ed è consulente di Africa Express, ha riportato su RFI che i militari di FAMa e i russi avrebbero incendiato il campo prima di abbandonarlo.

Africa Corps lascia postazione

I ribelli dell’Azawad hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo con la Russia affinchè Africa Corps lasci Kidal. Va ricordato che i mercenari della società privata Wagner sono stati sostituiti con quelli di Africa Corps, contingente direttamente controllato dalla Difesa di Mosca.

Paramilitari di Africa Corps in Mali

Serge Daniel ha confermato tale dichiarazione e ha aggiunto che sono cessati i combattimenti a Kidal dopo la mediazione di un Paese confinante con il Mali. Così il Cremlino ha ordinato ai suoi uomini di lasciare la postazione nel nord del Mali.

Il segretario generale dell’ONU ha condannato gli attacchi in Mali. Ha inoltre invitato la comunità internazionale a un sostegno coordinato per far fronte alla minaccia in continua evoluzione dell’estremismo violento e del terrorismo nel Sahel. Ha chiesto inoltre risposte concrete per le urgenti necessità umanitarie.

JNIM, formazione creata nel marzo 2017, raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel. Già da settembre scorso tiene sotto scacco la giunta militare del Mali bloccando i rifornimenti di carburante.

Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).

Da tempo è l’uomo più ricercato in tutto il Sahel, è sotto sanzioni delle Nazioni Unite ed è iscritto nella lista americana dei terroristi. Su di lui pende anche un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale (CPI), per crimini di guerra e contro l’umanità.

Ribelli touareg considerati terroristi

La giunta militare di transizione del Mali, ha dichiarato nullo il “Trattato di Algeri” all’inizio del 2024, cioè l’accordo di pace del 2015 con gli indipendentisti tuareg. Il regime di Bamako li considera terroristi, alla stessa stregua dei jihadisti.

Nel corso del 2024 JNIM e FLA si sono accordati di non attaccarsi a vicenda. Va precisato che non si tratta di un’alleanza ideologica, bensì di un patto tattico. Il FLA riceve aiuti logistici dall’Ucraina che gli ha fornito droni e piloti a distanza.

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Moral Fact Checking: il signor Cerasa e il 25 aprile

Con questo articolo Roberta De Monticelli
comincia la sua collaborazione con Africa ExPress

Speciale Per Africa ExPress
Roberta De Monticelli*
Milano, 26 aprile 2025

Le due bandiere sventolano insieme nel sole d’aprile, sembrano accarezzarsi, rischiano di aggrovigliarsi. Quella palestinese e quella di Israele. Cos’è, un film sull’epoca nuova seguita al day after della prossima apocalisse, atomica o convenzionale che sia, quando ci saranno eguali diritti per tutti, dal fiume al mare, e i due popoli convivranno in Palestina curandosi le profonde ferite, con fatica e con dolore, ma anche con un futuro finalmente davanti, dove uno dei due non conculchi più all’altro la vita, la memoria, la terra, la libertà e la speranza?

Macché. Sono solo io che, sospinta da decine di migliaia di festosi manifestanti, sono finita nei pressi della Brigata Ebraica. Non proprio dentro, ma un po’ dietro, dove campeggia lo striscione di una “Sinistra per Israele” che recita a grandi caratteri: “Due popoli, due stati”. Oddio, dove sia finita la terra per l’altro Stato non si sa, che quella che gli hanno lasciato non basta neppure a uscire in pace da una delle città palestinesi più aggredite ogni giorno, fra Tulkarem, Nablus, Jenin, Hebron, Gerico e Gerusalemme Est, per farsi un giro in campagna senza farsi massacrare.

Ma pazienza, giusto ribadire il principio, dovrebbero potersi autodeterminare anche i palestinesi no? Perfetto sventolarla qui la bandiera che mi sono portata dietro, ecco l’emblema dello Stato che ancora non c’è.

Curiosa esperienza. Quelli che reggono lo striscione mi guardano costernati. Da principio senza parole, poi si avvicinano in due o tre – “che ci fa qui signora, non vede che ha sbagliato gruppo?” – Io, e perché? Non volete due popoli e due Stati? Questa è la bandiera dell’altro, se no ne resta uno solo! Cominciano gestacci e urla. Provocatrice! Mandatela via! – Però ci sono anche un paio di  ragazze, diciamo così, che la trovano una buona idea: “Adesso vediamo da che parte stanno i fascisti!”

La bandiera palestinese di Roberta De Monticelli nei pressi di quella israeliana

Appunto. Basta prendere sul serio uno slogan, e a quelli già pronti a menar le mani cascano le braccia: un po’ come quando ti ricordi che le tenebre non c’è bisogno di aggredirle, basta accendere la luce. Forse volevo provare a dar credito a una frase almeno di un articolo di un tal Cerasa che mi era occorso di leggere il mattino.

 

Un articolo traboccante di asserzioni apodittiche quanto improbabili, come che per essere antifascisti bisogna imbottire di armi l’Ucraina e la stessa Unione Europea, nata per spegnere le guerre, che si è antifascisti da salotto se il 25 aprile non si maledicono gli ayatollah iraniani, che sono certamente dei macellai, ma di cui non è chiarissimo il nesso né con Mussolini né con i suoi nostalgici o diversamente continuatori; o addirittura che senza quell’America che oggi sui cappellini governativi scrive il suo smisurato odio per gli “antifa” ci si priva dei mezzi per difendere l’Occidente dal fascismo (o dagli ayatollah? Il ragionamento non è lucidissimo).

Per non parlare poi dell’ordinaria contorsione logica dell’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo. Ma c’era almeno quella frase, nell’articolo del Cerasa, di cui m’era venuto l’estro di fare un moral checking, per così dire. La questione se i “professionisti dell’antifascismo” (?) sono pronti “a denunciare le tracce di fascismo della contemporaneità”. Io ad esempio non sarò abbastanza professionale, ma son pronta, credo. E infatti pregavo che non arrivasse il solito manipolo di idioti a voler sprangare quelli delle bandiere israeliane, dando così un po’ ragione al ragioniere.

Solo un po’, perché oggi quelle bandiere grondano di sangue innocente come poche altre al mondo. Ma una bandiera la sporca chi stermina, non è sporca in sé stessa – o allora lo sono tutte.

Bene, gli idioti c’erano. Ma quando vedevano la mia bandiera palestinese si placavano, un po’ – stupiti. Non era lì, il problema. Assorta a sventolare, non mi accorsi dell’orda che ci precedeva di poco, e che mi si era rigirata contro. Oh un’orda piccolina! In mezzo ai decorati al valor militare delle brigate ebraiche erano spuntati gli alfieri dello Scià di Persia, e dietro di loro le bandiere americane.

Manifestazione 25 aprile 2026, Senza Bavaglio

 

Surreale: sulla scena irrompevano gli anni Cinquanta, con Reza Pahlevi assetato di vendetta che si riprende il potere sulle ali della CIA, una macelleria non minore di quella degli ayatollah che lo sostituirono più tardi. Ma vuoi mettere? Una macelleria laica, mica teocratica!

E io che ci facevo lì in mezzo? Cominciavo a preoccuparmi, mentre il teorema di Cerasa finiva calpestato sotto i piedi dell’orda, piccola ma vigorosa. Stavo per tentare un argomento di tolleranza con una robusta signora slava, non chiedetemi cosa c’entrasse, che gridava all’assassino in faccia a me – o alla mia bandiera. Ma venne un giovane dal fare spiccio che mi prese dolcemente per il braccio – “polizia, signora. Prego venga via”. Dolcemente sottratta ai miei esperimenti morali. Con un certo sollievo.

Roberta De Monticelli*
*Già ordinario di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto.

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Libano: libertà di saccheggio per i soldati israeliani

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
25 Aprile 2026

I soldati israeliani saccheggiano senza ritegno le abitazioni dei civili nel sud del Libano: lo sostiene una piattaforma online di informazione di una città dell’area meridionale libanese, la Bint Jbeil Platform, citando decine di testimoni. Lo scrive anche il quotidiano israeliano Haaretz e la notizia del 23 aprile è rimasta per ore nella homepage del suo sito internet.

I saccheggi dei soldati israeliani in Libano vengono sottolineati dal quotidiano israeliano Haaretz

Obiettivi dei saccheggi sono sia le abitazioni civili sia i negozi. D’altra parte i posti di blocco della polizia libanese contro i saccheggi sono stati rimossi. Un soldato ha dichiarato ad Haaretz: “Che importanza ha se lo prendo. Tanto verrà distrutto comunque”.

La notizia dei saccheggi continua a rimbalzare sui social: ci informa anche il sito lebanon.livauemap https://lebanon.liveuamap.com/en/2026/23-april-10-haaretz-regular-and-reserve-soldiers-are-looting dove troviamo notizie e mappe degli attacchi: “Testimoni raccontano del furto di moto, televisioni, quadri, divani e le ruberie sono sempre più ricorrenti”, si legge.

Il sito dettaglia attacchi e uccisioni in Libano

A diventare un target dell’esercito israeliano, come a Gaza, sono anche i giornalisti che cercano di documentare le violenze. E’ successo tre settimane fa a Jezzine, dove un’auto con l’insegna press e scritte sulle fiancata è stata colpita, uccidendo Ali Shuaib, Fatima Fatouni e suo fratello Mohamed Fatouni. Jezzine si trova all’interno del Paese, più o meno all’altezza di Sidone. Dal fiume Litani ci sono chilometri e chilometri.

Infatti il governo israeliano da mesi diffonde al mondo il concetto che Israele per la sua sicurezza ha bisogno di una zona cuscinetto col Libano. Quest’ area entra per almeno 120 chilometri nel territorio sovrano libanese, almeno fino al fiume Litani, che in realtà non corre dritto ma fa una curva e per altro da quello che succede sul terreno non sembra che il confine ‘futuro’ sia stato fissato lì.

Fino ai primi di marzo, il confine internazionale tra Libano e Israele (mai accettato dal Libano) era bloccato da filo spinato. Anche andando sulla spiaggia sulla costa israeliana, all’improvviso ci si trovava davanti a una barriera. Quel confine era stato fissato grosso modo dopo la guerra dei 6 giorni nel 1967. Le tensioni sul confine sono continuate, nel ’78 Israele ha lanciato l’operazione Litani e ha tentato di occupare il Libano per contrastare l’OLP. Dal 1978 l’ONU ha piazzato UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), un contingente di truppe internazionali, sulla cosiddetta Linea blu, per ‘pacificare’ il confine.

A UNIFIL ha partecipato  fino a un mese fa anche l’esercito italiano, poi ritirato. Dal 7 ottobre 2023 il confine è diventato sempre più caldo, Israele ha bombardato e attaccato continuamente in un conflitto permanente con Hezbollah.

I bombardamenti hanno toccato il Sud di Beirut negli ultimi due anni e dai primi di marzo 2026, in concomitanza con l’attacco all’Iran del 28 febbraio, il governo di Bibi ha lanciato l’invasione di terra contro Hezbollah con l’idea di sgomberare l’area sud del Libano. Nome iniziale: Aratro d’argento. Ma l’occupazione militare dai primi di aprile è diventata Buio Eterno.

Il ponte principale sul Litani, Quasmye, che collegava Tiro con Beirut è stato distrutto due settimane fa. La gente viene scacciata a suon di bombardamenti. Molti resistono, gli anziani restano a Sud e tutti quelli che non sanno dove andare, tra cui anche una comunità cristiana di 3 mila persone.

Il governo di Netanyahu ha deciso di svuotare l’area, azzerare i centri abitati e campi agricoli. Eliminare nel nome della sicurezza ogni forma di vita e civiltà. Far passare all’estero il concetto di buffer zone, zona cuscinetto. Ma intanto bombarda anche il sud di Beirut, il nord del Litani, e anche città come Sidone (Saida). Anche Tiro è sotto le bombe e cosi la valle della Bekaa.

La zona cuscinetto all’interno del territorio libanese. Crediti Sky News

Un’altra giornalista è stata uccisa due giorni fa: Amal Khalil, scriveva per il quotidiano Al Akbhar. Si trovava nel villaggio di al-Tayiri nel sud del Libano insieme a un collega rimasto ferito. IDF dice che era “affiliata a Hezbollah”. Secondo le ricostruzioni invece stava documentando le vittime di bombardamenti, e dopo essersi rifugiata in un edificio, è stata colpita da nuove bombe israeliane e i soccorritori sono riusciti a estrarre il suo corpo dopo ore di bombardamenti.

Ogni scusa è buona per colpire chi testimonia. Al Jazeera ha ricostruito la sua biografia: https://www.aljazeera.com/video/newsfeed/2026/4/23/how-lebanese-journalist-amal-khalil-was-pursued-and-killed-by-israel#flips-6393714761112:0 Il primo ministro libanese Nawaf Salam, per l’uccisione della giornalista, ha accusato Israele di crimini contro l’umanità.

Fatima Fatouni era corrispodente dal Sud del Libano della tv Al Mayadeen

Dal 2 marzo in Libano sono morte oltre duemila persone. I feriti sono 3.400. Secondo i dati più recenti della ONG Disaster Risk Management Unit libanese sono stati uccisi anche infermieri e personale medico che portava soccorso ai feriti.

Oltre un milione di libanesi su 6 milioni sono sfollati mentre una parte dei siriani, scappati nel Paese dei Cedri per la guerra siriana, sta tornando indietro. OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ne ha contati 125 mila.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress
Malabo, 24 aprile 2026

Il Santo Padre è arrivato il 21 aprile a Malabo, ex capitale della Guinea Equatoriale (dal 1° gennaio di quest’anno la nuova è Ciudad de la Paz), situata sull’isola di Bioko, nel Golfo di Guinea. All’aeroporto è stato accolto dal dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

L’82enne presidente regna con pugno di ferro il Paese dal 1979 dopo un sanguinoso colpo di Stato contro lo zio Francisco Macìas Nguema, fatto fucilare poco dopo. Ora è al suo sesto mandato.

Papa Leone XIV e il dittatore della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo

Durante un primo discorso al palazzo presidenziale, il Vescovo di Roma ha invitato le autorità del Paese a “riesaminare le opportunità di affermarsi sulla scena internazionale al servizio del diritto e della giustizia”.

Repressione a 360°

Papa Leone XIV conosce bene la realtà del Paese. Repressione è la parola d’ordine della dittatura. Oltre il 50 per cento della popolazione vive in miseria, eppure è tra i Paesi più ricchi del continente africano grazie alle sue risorse petrolifere. La maggior parte delle royalities provenienti dal petrolio va a finire nelle tasche della “famiglia regnante” e in quelle di una cerchia ristretta di amici e collaboratori.

Lo yacht di Obiang al molo del porto di Cagliari

Teodorin, figlio maggiore del capo di Stato e vicepresidente del Paese, è ben conosciuto per essere amante del lusso sfrenato. Lui e tutta la famiglia Obiang gestiscono le ricchezze del piccolo Stato africano come se fossero personali. Qualche anno fa Africa ExPress ha persino trovato lo yacht del vicepresidente equatoguineano ancorato al porto di Cagliari. Un’imbarcazione dal valore di almeno 100 milioni di dollari.

In passato il figlio maggiore è stato tra i ricercati di Interpol ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013. Teodoro Obiang ha fatto risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni della Guinea Equatoriale e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, continua a girare il mondo indisturbato.

Visita alla prigione di Bata

Durante il suo soggiorno nel Paese, il Papa ha visitato anche una delle tante putride galere. A Bata, dove si sentiva ancora l’odore della pittura fresca sulle mura della prigione appena riverniciate, gli oltre 600 detenuti hanno dovuto ballare per Leone XIV sotto una pioggia battente.

Detenuti a Bata, Guinea Equatoriale

I prigionieri di Bata – per lo più uomini, ma ci sono anche circa 30 donne – hanno tutti la testa rasata. Portano divise di color arancione o marrone, in base al tipo di pena che stanno scontando. “Hanno commesso reati contro il patrimonio o contro la persona o altro che la società equatoguineana ha ritenuto punibile”, ha spiegato il direttore del centro di detenzione.

Violazione dei diritti umani

Da anni le ONG lamentano violazioni dei diritti umani nel Paese. La repressione è spietata, specie nei confronti di oppositori al regime. In una delle prigioni della Guinea Equatoriale c’è anche un ingegnere italiano residente, a Pisa, Fulgencio Obiang Esomo. Sta scontando una pena di 60 anni di carcere. La condanna è per una inesistente accusa di tentato colpo di Stato ai danni del dittatore Teodoro Obiang. L’ingegnere è stato rapito a Lomé (Togo) dai servizi equatoguineani.

Amnesty International si è attivata più volte con una richiesta di scarcerazione e recentemente anche esponenti politici della regione Toscana hanno riportato la questione di Obiang Esomo alla ribalta.

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Photocredit: Vaticanews

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Guinea Equatoriale: altre notizie le trovate cliccando qui

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
23 aprile 2026

Guilty! (Colpevole!) Si legge trionfalmente nelle pagine di AfriForum, l’associazione per i diritti civili che tutela gli afrikaaner, minoranza bianca sudafricana di origine olandese. È stato AfriForum a denunciare la spacconata di Julius Malema, deputato del Parlamento sudafricano e leader dell’Economic Freedom Fighters (EFF).

I fatti

Durante i festeggiamenti per il quinto anniversario del suo partito nel 2018, Malema aveva sparato in aria colpi con un fucile l’assalto. L’euforico deputato aveva commesso il fatto nello stadio Sisa Dukashe di Mdantsane, KuGompo (ex East London).

La vicenda aveva scosso pesantemente il panorama politico sudafricano come altri episodi espressi platealmente da Malema. Quel gesto per il suo popolo in festa, spettacolare ma pericoloso, gli è costato caro.

Julius Malema Guilty
Julius Malema Guilty (Courtesy AfriForum)

I capi di imputazione

Erano cinque i capi di imputazione: possesso illegale di arma da fuoco; detenzione proibita di munizioni; sparo in un luogo pubblico. Si aggiungevano poi: mancata adozione delle ragionevoli precauzioni per evitare danni a persone o proprietà e pericolo imprudente per l’incolumità di persone o proprietà.

Dopo otto anni, Twanet Olivier, giudice del tribunale di KuGompo, ha stabilito che il fucile d’assalto era un’arma vera e carica.
 Il 14 aprile scorso, la magistrata ha così respinto la tesi della difesa che affermava fosse un’arma giocattolo. Ha quindi condannato il deputato Julius Malema a cinque anni di prigione. Secondo la legge sudafricana i cinque capi d’accusa prevedevano otto anni e sei mesi di reclusione.

Ma per il momento il leader EEF è libero, ai domiciliari, “rilasciato con ammonimento“, senza cauzione. Se l’appello dovesse confermare la sentenza di cinque anni, Malema potrebbe perdere il seggio nel Parlamento sudafricano.

Julius Malema a giudizio
Julius Malema a giudizio

Jacques Broodryk, portavoce di AfriForum: “Le prove hanno dimostrato in modo schiacciante che Malema ha commesso diversi reati gravi ai sensi del Firearms Control Act. Il verdetto conferma che coloro che pensano di essere intoccabili alla fine saranno ritenuti responsabili, non importa quanto tempo ci vorrà”.

La sentenza è stata seguita dai media e la SABC, la TV di Stato, ha mandato in onda la diretta le fasi del processo per oltre cinque ore. Dopo il verdetto il leader EEF ha fatto un duro commento: “Posso dirvi fin da ora che nessun giudice lucido accetterà mai che una persona che spara un solo colpo venga condannata a 5 anni”.

Chi è Julius Malema

Nato nel 1981 a Seshego, township a 200 km dal confine con lo Zimbabwe, è stato leader della Lega Giovanile dell’ANC (African National Congress, al potere dal 1994).

 Nel 2012 stato espulso dal partito per “atteggiamenti divisivi” e nel 2013 fonda l’Economic Freedom Fighters (Combattenti per la libertà economica).

È noto per i suoi attacchi alla minoranza bianca e per le sue provocazioni. È stato accusato di incitamento all’odio per aver cantato insieme ai suoi “Kill the Boer” (Uccidi il boero/afrikaaner). Al suo popolo” continua a dire: “Ricordiamoci che la nostra guerra è contro la supremazia dei bianchi”. La sua ideologia va dal marxismo-leninismo al panafricanismo, dal nazionalismo nero all’anticapitalismo ma è soprattutto populista e xenofobo.

Julius Malema espulso dal Parlamento
Julius Malema espulso dall’aula del Parlamento (Courtesy Parliament of RSA)

Economic Freedom Fighters

Nel 2014 l’EEF partecipa alle elezioni ed entra in Parlamento con il 6,35 per cento, guadagnando 25 seggi dei 440. Nel 2019 aumenta ancora e sale al 10,79 e 44 poltrone nell’Assemblea mentre nel 2024 ottiene il 9,52 e 39 seggi.
 È seguito da molti giovani delusi dalle politiche dell’ANC e dalla corruzione dilagante a livello politico soprattutto dagli ultimi due presidenti Jacob Zuma e Ciryl Ramaphosa. Ma i pubblici ministeri hanno accusato anche Malema di riciclaggio, corruzione, frode e racket.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Sudafrica, travolto dalle accuse di corruzione Zuma contro il suo partito: “Non mi dimetto”

L’Africa oggi, tra fallimento della democrazia e corruzione in crescita

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
22 aprile 2026

C’è qualcosa di nuovo sotto il sole freddo e il cielo azzurro di Boston, nella maratona più vecchia del mondo?

Proprio per niente. Solo qualcosa di…antico. Solo esageratamente Kenya.

Seconda vittoria consecutiva, con record, per il primo uomo, John Korir, 28 anni. Seguito al terzo posto dal connazionale, Benson Kipruto. 35 anni.

John Korir e Sharon Lokedi conquistano il podio più alto alla maratona di Boston

Seconda vittoria consecutiva (senza record) anche per la prima donna, Sharon Lokedi, 32 anni, ma davanti a tre compatriote: Loice Chemnung, 29 anni, esordiente nel New England, al secondo posto; Mary Wacera Ngugi-Cooper, 37 anni, al terzo e Irene Chepet Cheptai, 34 anni, al sesto.

Monte premio oltre mezzo milione

I premi complessivi ammontano a 525 mila dollari. I conti sono presto fatti: John Korir ha messo sul suo conto 150 mila per il podio più alto, più 50 mila come bonus per aver segnato il record della gara 2:01:29 nei 42,195 km. (Ha migliorato di ben 93 secondi, dopo 21 anni, il tempo che apparteneva al connazionale Geoffrey Mutai in 2:03:02).

Benson Kipruto ha incassato 40 mila dollari per il gradino più basso del podio, e Alex Cesiro Masai, 29 anni, 7000 dollari per la nona posizione.

Fra le donne la campionessa Lokedi ha incamerato 150 mila dollari, con premi a scalare per le inseguitrici (75 mila alla seconda, 40 mila alla terza e 13.500 alla sesta).

La pietra miliare delle gare podistiche, come la definisce Olympics.com, è diventata un caposaldo e un feudo, oltre che una miniera di …dollari per i runners di Nairobi. Negli ultimi 18 anni è stato un loro dominio quasi incontrastato. Uomini e donne continuano a vincere, anzi a stravincere.

Saliscendi impegnativo

Lunedì 20 aprile (è l’unica maratona che si disputa in questo giorno non festivo perchè coincide con Patriot’s Day nel Massachusets) il successo e il primato di John Korir è stato favorito dal clima fresco (6 gradi alla partenza e da un leggero vento a favore), ma la sua prova è stata comunque stratosferica perché il percorso non è piatto, ma anzi, fatto di saliscendi e non è stato supportato da “lepri”. Sicuramente però è stato aiutato da un paio di super scarpe, autorizzate dallo scorso anno (ora in vendita pare a quasi 250 euro!).

Il punto cruciale del percorso è la celebre collina detta Heartbreak Hill. Si tratta di una salita di circa 800 metri che costeggia il campus del Boston College, a una decina di km dal traguardo. Qui nel 1936, il campione in carica Johnny Kelley raggiunse il leader della gara, Tarzan Brown. e gli diede una pacca sulla spalla mentre lo superava. Brown però non si demoralizzò, rimontò, vinse e secondo il resoconto della gara del “Boston Globe” , spezzò il cuore di Kelley.

Da qui il nome Heartbreak Hill (Collina del Cuore Spezzato). E proprio qui, lunedì, Korir ha preso il comando della corsa, ha salutato i due compagni di fuga, ha percorso in solitudine gli ultimi 10 chilometri ed è giunto al traguardo a braccia aperte mostrando spiritosamente la lingua e facendosi il segno di croce per la felicità.

Correre veloce

“Sapevo che avrei difeso il mio titolo, ma non immaginavo di correre così veloce. Per molti anni il mio obiettivo era battere il record e ringrazio Dio di esserci finalmente riuscito”, ha dichiarato il trionfatore. Che era alla sua quarta partecipazione. Nel 2012 suo fratello maggiore, Wesley, lo anticipò sul… traguardo di Boston!

Anche la Lokedi, a un certo punto, ha deciso di lasciare la compagnia e arrivare a tagliare le fettuccia del traguardo senza problemi, mettendo il terzo sigillo della carriera in una Major (come vengono chiamate le più importanti competizioni sui 42 km a livello mondiale). “A un certo punto ho pensato: devo solo essere paziente nei primi chilometri, non so che cosa farò. Poi proviamo e vediamo come va. E ho dato il massimo. Questo è tutto quello che posso dire”, ha commentato Sharon con semplicità in conferenza stampa.

E ha rivelato un curioso aneddoto: ha gareggiato con un orologio preso in prestito. Sull’autobus che la portava alla linea di partenza si era accorta di averlo dimenticato in albergo. Boston è stata la sua ottava maratona: dal suo palmares risulta che è salita sul podio ben sei volte e tre volte sul gradino più alto (due a Boston e una, nel 2022, a New York).

Livello stellare

La gara, comunque, è stata di livello stellare, come ha scritto qualcuno, in cui tutti i primi tre classificati hanno battuto il primato di questa maratona, scendendo sotto le 2 ore e 3 minuti. Il livello era effettivamente altissimo: il secondo classificato è nientemeno che il tanzaniano campione iridato in carica, Alphonce Felix Simbu, 34 anni, con 2h02:47, che, pur sconfitto, ha sfiorato il cielo, ma non…il Kilimangiaro (non ancora trumpiano!).

Terzo è stato l’altro keniano Benson Kipruto con 2h02:50, già conquistatore a Boston, nel 2021, poi a Chicago e Tokyo, oltre che bronzo alle Olimpiadi di Parigi).

Quella del 2026 viene dunque archiviata come storica. Sia per i risultati sia per gli anniversari: si tratta della 130ª edizione – è stata organizzata per la prima volta nel lontano 1897, un anno dopo l’inizio dell’era delle Olimpiadi dell’era moderna -.

Maratona storica

Inoltre, cadono i 60 anni da quando, nel 1966, Roberta Louise “Bobbi” Gibb, travestita. si unì alla gara maschile diventando la prima donna di cui si abbia notizia ad aver completato una maratona. In suo onore è stata posta una sua statua alla partenza della gara da lei stessa creata(Bobbi ha oggi 83 anni). Secondo le regole in vigore fino al 1972, le donne non potevano competere perchè ritenuti incapaci di coprire la distanza di Fidippide!

Infine i partecipanti: al traguardo sono giunti in quasi 29 mila di 137 nazionalità. Gli italiani erano 395, i migliori sono stati Emanuel Daniel Ghergut, 30 anni (in 2: 23: 54:) e l’emiliana Manuela Serrra (sotto le 3 ore).

Ma se Boston ha stupito, domenica prossima anche Londra non dovrebbe essere da meno…..

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Maratona di Boston: nuovo strepitoso trionfo dei runner kenyani

 

Ultime dalla Casa Bianca: Bye Bye Kilimanjaro, d’ora in poi si chiamerà Monte Trump

Africa ExPress
21 aprile 2026

“Vado in Africa. Ho intenzione di cambiare il nome del Kilimanjaro in Monte Trump”, ha dichiarato Paolo Zampolli venerdì pomeriggio a Washington.

L’affermazione del 56enne uomo d’affari italo-americano Zampolli, inviato del presidente americano per i partenariati speciali, sembrava seria, tant’è vero che è stata ripresa nell’edizione domenicale del The Times.

“Ho già parlato con un ministro della Tanzania e gli ho detto: Sto arrivando, cambio il nome alla vostra montagna”.

Paolo Zampolli con J.D. Vance, vicepresidente USA

Zampolli ha uno stretto rapporto con Trump da diversi decenni. Sostiene di avergli presentato nel 1998 l’attuale first lady, allora Melania Knauss.

In questi giorni l’ambasciatore ombra di Trump è sotto i riflettori dei mass media. Non tanto per la questione della Tanzania, della montagna più alta dell’Africa, bensì per la sua vita privata.

Il mese scorso il New York Times ha riportato che l’inviato di Trump per i partenariati speciali avrebbe chiesto all’ICE (Immigration and Customs Enforcement) di arrestare Amanda Ungaro, di origini brasiliane, sua ex compagna a madre del loro figlio, nato nel 2010. I due si sono piantati nel 2023.

Pubblichiamo questo video per gentile concessione di Sacha Biazzo. Sacha intervista Amanda Ungaro.
Il video è tratto dalla trasmissione Report del 19 aprile scorso

La Ungaro ha lasciato intendere su un account di un social network che sembra sia riconducibile a lei, di essere in possesso di materiale assai compromettente per quanto riguarda l’ex compagno, Zampolli appunto. Infatti anche lui appare nei files di Epstein.

Zampolli ha confermato al quotidiano americano di aver chiesto all’ICE di occuparsi della ex compagna, ma nega di aver avuto stretti contatti con Epstein. Afferma che avrebbe dovuto entrare in affari con lui. Avrebbero dovuto acquistare insieme la Elite Model Managment, ma l’operazione non andò in porto. Secondo quanto riferito dall’italo-americano, Epstein lo considerava un problema.

Il Kilimanjaro, la montagna più alta dell’Africa, dovrebbe cambiare nome, secondo Paolo Zampolli. Si chiamerà “Monte Trump”

Ora vedremo cosa risponderà il ministro di Dodoma (non è dato sapere quale dicastero occupi) sul fatto che il nome Kilimanjaro scomparirà dalle cartine geografiche, al suo posto troveremo Mount Trump.

Il Kilimanjaro vanta la vetta più alta dell’Africa. Con i suoi 5.895 metri, è considerato una montagna sacra dai masai e da altri popoli locali. Rappresenta un simbolo di potenza divina.

 

L’imponente montagna africana ha lasciato la sua impronta anche negli occidentali: Ernest Hemingway ha scritto un racconto intitolato “Le nevi del Kilimangiaro”, ideato durante un suo safari in Africa nel 1933. Nel 1952 è uscito l’omonimo film, ispirato appunto dal libro del Premio Nobel Americano per la Letteratura del 1954. Mentre a metà anni ’60 tra i dischi più gettonati nei jukebox di mezza Europa c’era anche la canzone di Pascal Danel, dallo stesso titolo.

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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

Africa ExPress
20 aprile 2026

Ovey Friday, un ragazzino nigeriano, che vive nello Stato federale di Nasarawa, nel centro del Paese aveva solo 13 anni quando la sua matrigna lo ha accusato di stregoneria. Lo ha “affidato” a un guaritore .

Il giovane, ora 19enne, ha raccontato ai reporter della BBC: “Lo stregone mi ha portato del carbone, mi ha spalmato qualcosa sulle mani, mi ha legato le mani insieme alle gambe, ha messo del pepe nel carbone e poi mi ha coperto con un lenzuolo”.

Per fortuna, una vicina di casa del guaritore ha chiamato la polizia e gli agenti hanno portato il ragazzino immediatamente in ospedale. I medici hanno dovuto amputargli la mano sinistra e due dita di quella destra, mentre le rimanenti dita sono rimaste deformate. “Ho pianto e urlato dal dolore e dalla rabbia per essere stato ridotto così”, ha ricordato il giovane.

Overi Friday, ha perso una mano e alcune dita

Sistema biometrico fallace

Friday però non si è mai arreso. Ha frequentato regolarmente la scuola con buoni risultati e ha sempre sognato di iscriversi all’università. Ma al momento dell’immatricolazione, ecco un nuovo ostacolo: il sistema di riconoscimento biometrico delle impronte digitali non era in grado di rilevare le sue, visto che il pollice e altre due dita della mano rimastagli sono sfregiate per la tortura subita.

Il suo tutore e alcuni attivisti per i diritti dei disabili hanno però fatto pressione sulle autorità competenti affinché accettassero l’impronta del suo alluce come prova della sua identità.

Ora Friday è iscritto alla facoltà di letteratura inglese all’università di Nasarawa. Il giovane è stato davvero felice di aver trovato persone che hanno lottato per lui, hanno fatto in modo che potesse accedere all’ateneo e incoronare il suo sogno.

Purtroppo non è così per tutti diversamente abili. Secondo Ayuba Burki-Gufwan, segretario esecutivo della Commissione Nazionale per le Persone con Disabilità (NCPWD), oltre 35 milioni di nigeriani, pari a circa il 15 per cento della popolazione, sono costretti a convivere con problemi in un certo qual modo invalidanti.

Legge a rilento

Nel 2019 il Parlamento ha approvato una legge storica che vieta la discriminazione nei confronti delle persone portatori di handicap, garantendo loro l’accesso ai servizi pubblici.

“La nuova norma ha portato alla creazione della NCPWD per difendere i loro diritti, ma i cambiamenti sono lenti, ‘più o meno a passo di lumaca’ ”,  ha dichiarato Burki-Gufwan ai reporter della BBC.

Guaritori esorcisti

Quanto è accaduto a Friday non è un fatto isolato.  Fatti del genere capitano non di rado in molte zone dell’ Africa, non solo in Nigeria. Sono soprattutto i bambini più fragili, come orfani, diversamente abili, o coloro che hanno caratteri particolari, magari introversi, silenziosi, o particolarmente aggressivi, ad essere incolpati di portatori di malefici.

In Nigeria ogni anno migliaia di bambini vengono accusati di stregoneria. A esorcizzarli ci pensano generalmente medici tradizionali specializzati in questa pratica, ma spesso i piccoli non sopravvivono alle torture alle quali vengono sottoposte.

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Ladri di peni e di seni e caccia alle streghe: una maledizione africana senza fine