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Comprendere le trasformazioni dell’ordine mondiale guardando al Medio Oriente

Speciale Per Africa Ex Press
Emanuela Ulivi
18 febbraio 2026

Quello che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, Iran, Iraq, in Yemen, non è definibile solo come il ridisegno dell’intera regione.

Nell’ottica di Ziad Majed, politologo franco-libanese, il Medio Oriente di oggi riflette altri “disordini”, fratture e trasformazioni a livello mondiale, che egli stesso identifica nell’erosione dell’universalismo, nell’indebolimento delle pratiche democratiche, nella radicale rimessa in discussione del diritto internazionale.

Ziad Majed

Per capire come il Medio Oriente di oggi sia un “rivelatore privilegiato” di un ordine mondiale in ricomposizione, nel suo ultimo libro Le Proche-Orient, miroir du monde – Comprendre le basculement en cours, (La Découverte, pp.352), uscito a ottobre 2025, Majed – professore all’Università americana di Parigi, dove dirige il programma di studi sul Medio Oriente – analizza sotto il profilo storico e geopolitico un secolo di trasformazioni della regione.

L’autore mostra come il Medio Oriente, all’incrocio tra Africa, Asia e Europa, ridefinito da spartizioni coloniali, indipendenze, colpi di stato, rivoluzioni e controrivoluzioni, sia sempre stato uno spazio in cui si sono riversate le dinamiche mondiali.

I momenti fondativi

Dalla caduta dell’impero ottomano, che segna la nascita del Medio Oriente – termine forgiato dalle diplomazie europee nel XIX secolo – l’autore individua dei momenti fondativi attraverso i quali focalizza il legame tra la storia della regione e le dinamiche mondiali: la spartizione del Medio Oriente e i mandati coloniali, la fondazione dello Stato di Israele e la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi, la guerra dell’ottobre 1973 e lo shock petrolifero, la rivoluzione iraniana del 1979 e il jihad in Afghanistan, la guerra del Golfo, gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la lotta al terrorismo, le rivoluzioni arabe.

Fino ad un’ottava fase iniziata il 7 ottobre 2023, in cui a Gaza si sta consumando quello che anche per Majed è un genocidio, continua la pulizia etnica in Cisgiordania. Mentre il Libano, da anni in crisi economica profonda, è ancora terreno di attacchi da parte di Israele, la transizione in Siria, dopo il rovesciamento del regime degli Assad, è marcata da divisioni comunitarie, con scontri sanguinosi e dall’occupazione israeliana.

Ognuno di questi momenti di rottura ha rimodellato o consolidato dei regimi nei quali l’autonomia delle società ha dovuto costantemente fare i conti con gli interventi esterni, sottolinea l’autore che nel capitolo dedicato alle rivoluzioni arabe evidenzia l’emergere di una nuova generazione decisa a ottenere i propri diritti. Rivoluzioni, primavere, poi soffocate, specie in Siria, nell’indifferenza internazionale.

Lo sgretolamento del diritto

Il libro è anche uno sguardo sull’immagine riflessa e quello che vede sono le democrazie occidentali che ripiegano rispetto ai principi che le stesse hanno stabilito.

Il Medio Oriente è stato ed è quindi anche specchio del crollo di un certo ordine internazionale, in cui altre dinamiche hanno preso il posto dei principi universali e delle norme fissate dopo il 1945.

Dopo il “nuovo ordine mondiale” inaugurato dal presidente USA George H. W. Bush all’indomani della Prima Guerra del Golfo, che ha portato al processo di pace e agli accordi di Oslo, poi affossati, con George W. Bush figlio è iniziata la “guerra contro il terrorismo” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Un conflitto senza frontiere né limiti temporali, contro una nebulosa ideologica e transnazionale, che ha legittimato la logica dell’intervento globale e permanente fondata su una concezione espansiva della legittima difesa e si è tradotta in una serie di leggi eccezionali e nella creazione di Guantanamo, una prigione per sospettati, esclusi dall’applicazione delle leggi federali e dalle convenzioni di Ginevra.

il libro di Ziad Majed Le Proche-Orient, miroir du monde

Con la copertura della guerra al terrorismo, la Russia di Putin ha giustificato l’offensiva contro gli indipendentisti ceceni e il premier israeliano, Ariel Sharon, la guerra al terrorismo palestinese, paragonando Yasser Arafat a Osama Bin Laden.

Due anni dopo, nel 2003 è l’Iraq è al centro del riordino regionale su input dei neoconservatori, basato sul rovesciamento dei regimi ostili agli USA e sull’esportazione della democrazia, anche con la guerra, opponendo l’Asse del Bene a quella del Male, snobbando le istituzioni internazionali e multilaterali.

Dopo l’Afghanistan l’Iraq diventa il terreno di una dimostrazione di forza, di dissuasione globale, con una “bugia di Stato” – il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein- senza copertura delle Nazioni Unite.

La questione palestinese dopo il 7 ottobre

A partire dall’8 ottobre 2023, la questione palestinese assume, nella lettura di Ziad Majed, la dimensione di “rivelatore dell’ordine mondiale contemporaneo”.

La solidarietà a Israele per il trauma causato dall’attacco di Hamas si trasforma presto in appoggio incondizionato ad una guerra che è andata oltre la legittima difesa o la risposta al terrorismo: l’appoggio militare di Biden a Israele e il veto alle risoluzioni che chiedevano il cessate il fuoco in Consiglio di Sicurezza ONU, la fornitura continua di armi e munizioni, la collaborazione di vari stati europei, indicano di fatto la loro implicazione diretta in una guerra rivolta anche contro la società palestinese.

Manifestazioni contro la guerra a Gaza

Questo appoggio trasforma le condizioni del dissenso. Le manifestazioni di solidarietà coi palestinesi di Gaza in alcuni Paesi vengono guardate con sospetto o vietate, oppure disperse in modo violento.

Alcune associazioni sono private dei finanziamenti pubblici, altre sciolte per decreto. Personalità del mondo sindacale e accademico sono colpite da procedimenti disciplinari o giudiziari. Screditati i bilanci dei morti forniti dal ministero della Sanità di Gaza, in mano ad Hamas, seppure corroborati da ONG sul campo e da agenzie ONU. Le immagini e i racconti dei giornalisti indipendenti vengono marginalizzati.

Un’opera di negazione unisce alla cancellazione materiale delle esistenze dei palestinesi, un’epurazione lessicale, per negare le violenze e squalificare le parole stesse destinate a dare loro un nome.

“Neutralizzando le categorie giuridiche e storiche adeguate per qualificare i crimini commessi, come ‘crimini di guerra’, ‘crimini contro l’umanità’, ‘pulizia etnica’ e ‘genocidio’, l’obiettivo è stato quello di erigere un silenzio normativo in cui l’annientamento poteva proseguire senza un linguaggio per designarlo”.

Una strategia di riconfigurazione semantica sommata a quella che Majed chiama “fabbrica mediatica della cancellazione” nella copertura dell’attacco del 7 ottobre e della guerra, caratterizzata dalla gerarchizzazione delle vite, dall’occultamento dei contesti storico e politico, dall’adesione ad una visione del conflitto che oppone la presupposta modernità democratica di Israele ad una alterità ridotta a arcaica e pericolosa. Questo nelle grandi democrazie occidentali.

La guerra a Gaza per Majed provoca anche un rovesciamento delle pretese etiche dell’Occidente, sostituendo agli ideali universalisti la “logica dell’eccezione permanente”. Anche il diritto internazionale umanitario, concepito per confinare la ragion di stato nei limiti della morale giuridica, è stato svuotato della sua sostanza o sospeso. “La sua chiamata in causa viene condizionata dall’identità delle vittime o dalla configurazione geopolitica delle alleanze”: con l’invasione russa dell’Ucraina si è riconosciuto subito il diritto del popolo ucraino a resistere, la causa palestinese invece è stata divisiva.

In questo clima l’esercizio della democrazia non può che uscirne inficiato, indirizzato verso una gestione autoritaria del dissenso. Le sanzioni di Trump contro i giudici della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese costituiscono un precedente pericoloso in cui l’incriminazione non deriva più dall’aver compito un atto barbaro ma dall’ambizione di far applicare a questo crimine delle norme condivise.

Per Majed tuttavia è ancora possibile riconfigurare l’universalità, costringendo la comunità internazionale a rigettare l’eccezione e a riaffermare la dignità di tutti i soggetti.

Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Parole, parole, parole di politica e diplomazia: ambiguità e ipocrisie dell’Europa sulle questioni internazionali


NEWS ANALISYS
Da La Voce di New York
Eric Salerno
17 febbraio 2024

Due pesi e due misure. La parola più giusta è ipocrisia. Le parole della famosa canzone della nostra Mina sembrano le più adatte a definire lo “sforzo” internazionale per mettere fine alla carneficina di Gaza. C’è chi sostiene che ambiguità e cautela siano indispensabili nelle fasi iniziali di una trattativa diplomatica per arrivare a un compromesso onesto.

Purtroppo osservando la cosiddetta “crisi mediorientale”, lo scontro crescente (a parole) con Israele sul futuro del popolo palestinese, è impossibile definire il comportamento del mondo uno strumento diplomatico di lotta per arrivare a una soluzione equa e in linea con i valori del nostro mondo di oggi.

Per quanto la guerra cha va avanti da quattro anni in Europa, tra Russia e Ucraina, le ambiguità della comunità internazionale hanno un volto diverso, forse più comprensibile visto che c’è chi è, fin dall’inizio convinto che la Russia in qualche modo ha ragione ed è l’indipendentismo Ucraino a essere colpevole della tragedia.

Esplosioni a Gaza / ANSA

La Storia europea può essere interpretata in molti modi, i diritti alla scelta di un popolo anche. Per la questione palestinese le cose stanno diversamente. Senza tornare indietro alla Risoluzione 181 del 1947 che sancisce la spartizione della Palestina, ricordiamo quella del 1967 che la comunità internazionale, con una Risoluzione delle Nazioni Unite, “impose” la fine dell’occupazione israeliana dei territori occupati da Israele nella guerra del giugno 1967 e il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

Fu sul prato della Casa Bianca che il presidente Clinton sorrise nel settembre 1993 vedere Arafat, Peres e Rabin stringere le mani a conclusione di un lungo dialogo a distanza.

Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat alla Casa Bianca (13 settembre 1993) – Credit: Vince Musi / The White House, Public domain, via Wikimedia Commons

La storia degli ultimi trenta anni è il fallimento degli accordi sottoscritti dal leader palestinese (che aveva riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele) e dai leader israeliani dell’epoca: colpa di Israele? Colpa della leadership palestinese? Credo che sarebbe meglio ammettere che è colpa, in gran parte, delle ambiguità di molti Paesi del mondo, in primo piano l’Europa e la complessa galassia dei Paesi arabi.

Contro quello che sta accadendo da due anni, su Gaza si sono sollevate proteste e condanne dagli stessi governi che non avevano voluto imporre con azioni pratiche la famosa Risoluzione dell’ONU di oltre mezzo secolo fa. E che non prendono nemmeno in considerazione un’iniziativa come il boicottaggio del Sudafrica bianco che portò dopo non molti anni alla fine dell’apartheid.

Al contrario: vediamo aumentare il commercio di sistemi militari tra Israele e il mondo. Uno degli ultimi accordi molto apprezzato è stato pubblicizzato dal produttore di armi di proprietà del governo israeliano. Recentemente la Rafael Advanced Defense Systems ha dichiarato che venderà i sistemi di protezione attiva Trophy (Meil Ruach, o Windbreaker in ebraico) per carri armati – del valore di 330 milioni di euro, o circa 385 milioni di dollari – a quattro Paesi della NATO: Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Croazia e Lituania.

Negli ultimi tre anni, Trophy è stato il principale sistema di protezione per i carri armati israeliani che operano a Gaza e in Libano. Armi testate in guerra valgono sempre di più anche se l’arsenale dell’avversario, in questi casi, è sicuramente meno ricco di strumenti di devastazione e morte.

Sono numerose le organizzazioni internazionali che raccontano come Israele dipende principalmente da tre Paesi per le sue importazioni di armi: Stati Uniti, Germania e Italia. Il nostro rappresenta appena l’1% delle importazioni di armi da Tel Aviv, ma rimane il terzo fornitore di armi di Israele.

Tutto ciò è in contrasto con la legge italiana n. 185 del 9 luglio 1990, che vieta il trasferimento di armi a entità coinvolte in un conflitto armato. Il governo italiano di tanto in tanto critica il comportamento di quello israeliano e parla a sostegno dei diritti del popolo palestinese, ma nell’ultimo trimestre del 2023 sono state spedite in Israele armi fabbricate in Italia per un valore di 2,1 milioni di euro. E nel 2024 l’Italia ha fornito ad Israele armi per un valore di 5,2 milioni di euro.

Darfur: carneficina dei paramilitari dopo la conquista di al-Fasher

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 febbraio 2026

Lo scorso ottobre, con la caduta di al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale (Sudan) la comunità internazionale tutta si era indignata per il massacro di oltre mille persone trucidate dalle Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti.

I morti causati dalla furia omicida dei paramilitari sudanesi non erano “solo” mille come denunciato allora. Dopo mesi di indagini si è scoperto che le vittime delle RFS sono ben oltre 6000, persone ammazzate senza pietà nei primi tre giorni dopo la conquista del capoluogo del Darfur settentrionale.

Rapporto rivela massacro

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite rivela maggiori dettagli su quanto è successo in quei giorni a al-Fasher subito dopo essere stata conquistata dalle RFS.

Sopravvissuta al massacro delle RFS nel capoluogo del Nord-Darfur

La relazione, stilata dall’OHCHR (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è basata su centinaia di interviste effettuate alla fine del 2025 a sopravvissuti e testimoni. OHCHR ha così potuto documentare migliaia di uccisioni nei primi tre giorni dell’offensiva delle RSF. Tuttavia, nel rapporto viene precisato che il bilancio complessivo delle vittime durante l’offensiva durata settimane è “senza dubbio significativamente più alto”.

Le RSF e le milizie arabe alleate hanno compiuto uccisioni di massa ed esecuzioni sommarie, violenze sessuali, rapimenti a scopo di estorsione, torture e maltrattamenti, detenzioni, sparizioni, saccheggi e utilizzo di bambini nelle ostilità. Molti attacchi sono stati diretti contro civili e persone sulla base dell’etnia o della presunta affiliazione.

Lotta per il potere

I paramilitari sudanesi, dopo un assedio di 18 mesi, avevano messo in fuga lo scorso ottobre la VI divisione dell’esercito sudanese (SAF), la cui base era nella periferia della città. SAF, il cui leader è Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan e le RFS sono in guerra dall’aprile 2023. Una sanguinoso e brutale lotta per il potere, centrata sul controllo assoluto del Sudan, che ha messo in ginocchio l’intero Paese.

Ora, l’Alto Commissario di OHCHR, Volker Türk, ha rinnovato l’appello a tutte le parti in causa, affinché pongano fine a quelle che ha definito “gravi violazioni commesse dalle forze sotto il loro comando”.

Campo addestramento RSF in Etiopia

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) continuano a negare il loro appoggio agli uomini di Hemetti. Eppure, secondo un’inchiesta di Reuters di pochi giorni fa, Abu Dhabi avrebbe finanziato un campo di addestramento “segreto” per i paramilitari delle RFS a Benishangul-Gumuz, Etiopia.

Campo di addestramento per RSF a Benishangul-Gumuz in Etiopia

Ovviamente il ministero degli Esteri degli EAU ha risposto seccamente alla Reuters, affermando che il loro Paese non è parte in causa nel conflitto in Sudan e tantomeno è coinvolto “in alcun modo” nelle ostilità.

Il portavoce del governo etiopico e le RSF non hanno risposto alle richieste dettagliate della Reuters di commentare la presenza di questo sito.

Immagini satellitari mostrano il campo, situato nella remota regione occidentale di Benishangul-Gumuz, vicino al confine con il Sudan.

Diverse fonti, tra questi anche un alto funzionario del governo etiopico hanno confermato che Abu Dhabi avrebbe finanziato la costruzione del campo. E non solo, avrebbe inviato anche istruttori militari e provvederebbe, inoltre, al supporto logistico del sito.

In seguito alle rivelazioni della Reuters, l’Autorità per i Media (EMU) di Addis Abeba, ha negato il rinnovo della tessera per l’accreditamento dei tre giornalisti dell’Agenzia. EMU ha anche ritirato l’autorizzazione ai reporter dellai Reuters per coprire il 39esimo vertice dell’Unione Africana, che si è svolto il 14-15 febbraio.

Intanto gli Emirati utilizzano il porto di Berbera nel Somaliland, recentemente riconosciuto come Stato indipendente da Israele, per rifornire di armamenti le RFS come dimostra il video qui sotto.

Situazione umanitaria drammatica

Nel ex protettorato anglo-egiziano la situazione peggiora di giorno in giorno e, secondo l’ONU si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo, con oltre 9 milioni di sfollati e più di 4 milioni di persone che si sono rifugiati nei Paesi limitrofi, come Ciad, Egitto, Centrafrica, Etiopia, Sud Sudan, Uganda, Libia. I morti non si contano più: sono decine e decine di migliaia.

Chi è sopravvissuto alle bombe, alle pallottole, alla fame, al pericoloso tragitto verso un Paese straniero, inizialmente ha creduto di essere al sicuro, pieno di speranza di poter ricominciare una nuova vita senza pericoli. Purtroppo per molti non è stato così.

Dall’inizio dello scoppio della guerra in Sudan nell’aprile 2023, tantissimi rifugiati sudanesi sono arrivati in Libia. Nella città meridionale di Kufra, i richiedenti asilo sono finiti in campi insalubri. Senza prospettiva alcuna. Pertanto c’è chi ha deciso di tornare nel Paese di origine, nonostante gli orrori dei combattimenti.

Deportazioni forzate

Anche in Egitto le cose non vanno meglio. Organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che attualmente centinaia di sudanesi e altri richiedenti asilo sono detenuti nelle putride galere egiziane, in attesa di essere deportati.

Egyptian Network for Human Rights ha denunciato pochi giorni fa la morte di un migrante fuggito dal Sudan – in possesso di regolare permesso di soggiorno -, in una prigione egiziana.

Una settimana fa un altro rifugiato sudanese aveva fatto la stessa fine in una cella di una stazione di polizia, dove era stato portato dopo il suo arresto.

Secondo la piattaforma per i rifugiati in Egitto, le deportazioni forzate sono ormai all’ordine del giorno. Nel 2025 sono stati rispediti a casa quasi 3000 sudanesi. E, in base a quanto riportato dall’ambasciatore di Khartoum accreditato a Il Cairo, attualmente oltre 400 connazionali sono detenuti nelle prigioni egiziane.

Cornelia Toelgyes               
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

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Apocalisse in Sudan

Sudan: i paramilitari ripuliscono al-Fasher e bruciano i cadaveri, prove dei massacri

 

Africa orientale: la solidarietà non conosce confini

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
13 febbraio 2025

Dopo un autunno caldo di proteste e manifestazioni pro-democrazia, Kenya Uganda e Tanzania, I tre paesi confinanti dell’Africa orientale, si sono ritrovati più vicini, quasi senza confini, nella lotta ai soprusi compiuti dai rispettivi governi. Una sorta di alleanza solidale che ora ha bisogno di essere riconosciuta ufficialmente per poter crescere e consolidarsi. Per poter essere efficaci bisogna tornare ora a fare rete.

E ora sembra giunto il momento. Artisti giornalisti attivisti. Servono voci, e teste dietro alle voci, consapevoli e coraggiose. Si risveglia lo spirito sociale del fianco centro orientale dell’Africa. Un fianco per cui sempre più persone, giovani e istruite, vogliono diventare una spina. Per pizzicare i governi autoritari e corrotti che continuano a vincere illegalmente, elezione dopo elezione.

Proteste Gen Z

Stavolta però non c’è nessuna intenzione di farsi imbavagliare, perché, come ha dichiarato Mathias Kinyoda, responsabile di Amnesty International, a Africa Confidential, prestigiosa rivista quindicinale che si occupa di Africa, “non possiamo più tacere sugli arresti e le deportazioni. Il silenzio è complicità e la complicità aiuta la repressione”.

Le costanti minacce (“non provateci più!”) ricevute puntualmente dagli attivisti che cercano di denunciare i soprusi e impedire processi sommari e arresti illegali, non sortiscono ormai nessun effetto. Quando la solidarietà supera i confini il potere fa meno paura. E quando la protesta corre sul web la solidarietà può diventare più forte della violenza.

È quello che, dall’esplosione delle proteste della Gen Z del 2024, sta accadendo tra Kenya, Uganda e Tanzania, sui cui confini sta crescendo una nuova cortina di movimenti pro-democrazia, sempre più coesa e efficace.

Se ne sono accorti tutti e tre i capi di Stato, che cominciano a tremare e a coalizzarsi a loro volta; temono infatti che se uno di loro venisse smascherato si scoprirebbe l’intero sistema di corruzione e nepotismo che da decenni regola le relazioni politiche e economiche della regione. Per questo negli ultimi mesi c’è stato un inasprimento delle misure repressive, in particolare in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni, in carica da quarant’anni e che ha nuovamente vinto le elezioni a grande maggioranza, è stato accusato in una conferenza pubblica di avere trasferito il controllo delle procedure elettorali da un organismo indipendente alle milizie statali.

Trasformando di fatto una procedura democratica in una ingerenza dispotica. Le proteste pubbliche degli attivisti hanno allarmato a tal punto Museveni che, di comune accordo con il governo tanzaniano, ha bloccato l’uso dei social media e imposto restrizioni all’accesso alle reti internet private. Mossa che ha confermato il Kenya, e in particolare la città di Nairobi dove vige ancora una legislazione che tutela i diritti civili, nel ruolo di centro operativo di tutti movimenti pro-democrazia. È lì infatti che la comunicazione è ancora libera e dove, a partire dal 2024, i manifestanti sono sostenuti dai media privati e da una rete di internauti che fornisce loro, tramite donazioni private e raccolte fondi, supporto economico e logistico.

In prima linea si sono schierati i membri della Kongamano la Mapinduzi, una colazione di organismi di sinistra, e l’organizzazione Africans for Africa, guidata dai kenioti Bob Njagi e Nicholas Oyoo. Gli stessi che a dicembre hanno denunciato, con proteste al confine della Tanzania, brogli nelle elezioni di ottobre, rischiando di essere uccisi, come poi è accaduto a una decina dei loro compagni.

Più volte gli attivisti hanno cercato l’appoggio dell’Unione Africana (UA) e della Comunità dell’Africa Orientale (EAC, East African Community). Hanno tentato di denunciare, senza esito, la violazione sistematica da parte dei governi dei diritti fondamentali.

Kenya, Uganda, Tanzania : I giovani chiedono democrazia

Il desiderio però di democrazia è troppo forte e in assenza di una tutela internazionale riconosciuta non resta che metterci la faccia, nella consapevolezza dell’alto rischio che si corre; anche in Kenya dove, nonostante la maggiore tutela dei diritti e della libertà di espressione, c’è una forte attività repressiva da parte delle autorità. Gli stessi Njagi e Oyoo, che prevedono di candidarsi alle prossime presidenziali del 2027, sono stati deportati e detenuti in Uganda per un mese dopo le proteste di ottobre.

E le prospettive politiche non lasciano ben sperare. È notizia di poche ore fa, infatti, che Edwin Sifuna, vice presidente del partito di opposizione, Orange Democratic Movement, è stato deposto dal suo ruolo e estromesso dal movimento. La sostituzione arriva dopo una forte fase di crisi iniziata lo scorso autunno, quando il leader, Raila Odinga, morto nell’ottobre 2025, si è avvicinato, in maniera non ufficiale, al presidente  William Ruto, mettendo da parte, tra gli altri, proprio Sifuna che invece puntava a dare una svolta alla linea del partito cavalcando l’onda della Gen Z.

A Nairobi però non se la passa bene nemmeno la maggioranza. Le pressioni si sentono anche all’interno del governo keniota. Emblematica è la situazione di Martha Karua, ex ministra della Giustizia, dell’era Uhuru Kenyatta, che ha espresso solidarietà e offerto tutela legale a Tundu Lissu, capo dell’opposizione e candidato alle presidenziali in Tanzania per il partito Chadema, arrestato con accusa di tradimento, e Kizza Besigye, leader ugandese del Forum for Democratic Change, detenuto per oltre un anno per possesso di armi.

Bloccata l’anno scorso all’aeroporto della capitale, insieme a due suoi collaboratori e mai arrivata in Tanzania per partecipare al processo a Lissu, la ministra ha affermato che un trattamento del genere non sarebbe stato possibile senza l’appoggio del presidente keniota Ruto. “Esiste una insana complicità tra i governanti della regione – ha affermato Karua – che certamente spiano e si scambiano informazioni sulle nostre attività”.

Accuse prontamente respinte dal responsabile della comunicazione delle forze militari ugandesi, il brigadiere general

e Felix Kulayigye, che giustifica la collaborazione con l’intelligence keniota con le esigenze di sicurezza nazionale.

Intanto, mentre il segretario del ministero degli Esteri keniota, Musalia Mudavadi, ha recentemente condannato, sotto pressione di vari attivisti, la deportazione e gli abusi che subiscono i kenioti all’estero, continua il silenzio complice del presidente William Ruto sulla detenzione di Kizza Besigye, a suo tempo arrestato alla periferia di Nairobi e estradato in Uganda. Le sua condizioni fisiche sono precarie e continuano a peggiorare. Ai tempi d’oro Besigye era il medico personale di Museveni.

Abbattere i confini non basta più, ora è il tempo di mettersi a correre veloce. Più veloce del leone. Più veloce del cacciatore.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Morti, feriti, rapimenti e sparizioni: la Tanzania riconferma con un plebiscito la sua presidente

False accuse a Francesca Albanese: il ministro degli Esteri francese si dimetta

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NEWS ANALYSIS
Massimo A. Alberizzi

13 febbraio 2026

Possibile che il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, abbia preso un abbaglio così grosso mettendo in bocca a Francesca Albanese, la relatrice dell’ONU per i Territori Palestinesi occupati, una frase che non ha mai detto? E cioè più o meno: ”Abbiamo un nemico comune, Israele”. Il video portato come prova delle dichiarazioni di Albanese è stato palesemente manipolato: cioè è falso. Eccolo:

Sembra che nella richiesta di dimissionare l’Albanese, il ministro del Paese d’oltralpe sia stato imboccato da una celebre sostenitrice di Israele, la controversa deputata macronista, Caroline Yadan, segretaria del gruppo parlamentare d’amicizia Franco-Israeliano.

La Yadan è l’autrice di una discutibile proposta di legge per cui chi vuole accedere alla cittadinanza francese deve riconoscere lo Stato di Israele.

Delle due cose l’una: o il ministro Barrot è stato ingannato dalla signora Yadan, o ha condiviso con lei l’idea che Francesca Albanese deve lasciare il suo posto, inventando di sana pianta l’accusa contro la relatrice dell’ONU italiana.

Comunque, dopo questa uscita, Jean-Noël Barrot dovrebbe dimettersi immediatamente e presentare pubblicamente le sue scuse, a Francesca Albanese e all’ONU. Per due motivi (scelga lui il più conveniente): o perché è stato preso in giro dalla Yadan o perché è connivente con lei.

Francesca Albanese

La pasionaria sionista sembra che nutra un odio profondo per Francesca Albanese. Nel marzo dello scorso anno, assieme ad altri 41 deputati ha già inviato una lettera al ministro Jean-Noël Barrot, chiedendogli di “opporsi, a nome della Francia, al rinnovo del mandato di Francesca Albanese come Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, in seno al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”.

Il 27 agosto 2025, ha la lasciato il gruppo macronista Renaissance all’Assemblea nazionale in polemica con la decisione del presidente francese di riconoscere lo Stato di Palestina.

Caroline Yadan

Pochi mesi prima, in aprile su Radio Monte Carlo ha presentato il rapporto sulle “derive islamiste nello sport”, pubblicato un mese prima. Quando il conduttore, Nicolas Jamain, citando i dati del rapporto, ha osservato che il fenomeno rimane “molto marginale”, riguardando infatti solo “lo 0,07 per cento delle associazioni” la pasionaria Caroline Yadan piuttosto seccata ha esclamato: “Non è affatto residuale. Ci sono atteggiamenti in piena contraddizione con i regolamenti della federazione calcistica. Per esempio, le preghiere negli spogliatoi sono comuni e ammesse”.

Il conduttore tra il serio e il faceto a questo punto le ha fatto notare che esistono anche club di confessione ebraica, come il Maccabi Créteil o Sarcelles, ma lei con atteggiamento irrispettoso ha insistito: “Non si tratta di un «comportamento ostentato”, al che il giornalista ha ribattuto che “una preghiera non è necessariamente proselitista”. La risposta razzista di Caroline Yadan è uscita sprezzante: “No, no, ma in questo caso si tratta di islamismo”.

Ma la signora Yadan non è nuova a esercitare la sua fantasia con false accuse infamanti contro chi critica il sionismo e Israele. Nel 2023 su twitter (oggi X) ha calunniato il giornalista e attivista Taha Bouhafs: sosteneva che fosse stato candidato come braccio destro del leader di estrema destra razzista Alain Soral alle elezioni europee del 2019. Falso.

La signora Yadan ha utilizzato la sua fervida inventiva lanciando accuse costruite ad arte contro il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon, quando venne sciolto il movimento antisemita Civitas. Lo accusò di aver difeso il gruppo politico cosa non vera, perché Mélenchon aveva plaudito allo scioglimento di Civitas. Ciononostante, lei, con disinvolta e fredda nonchalance, aveva proposto lo scioglimento di La France insoumise (LFI), il raggruppamento di Mélanchon.

Collezionare figuracce sembra un obiettivo chiaro e preciso della signora. Trovarsi in situazioni molto imbarazzanti dovrebbe procurarle una certa vergogna, specie perché lei è un deputato della Repubblica Francese. Invece no. Anzi. Quei principi sanciti dalla rivolta del 1789 non sembrano interessarla granché.

Infatti, dopo aver criticato con veemenza Amnesty International per il rapporto che accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza, ha diffuso senza ritegno informazioni false sulla ONG.

Il ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot

Insomma, Caroline Yadan sembra essere l’incarnazione del sionismo senza freni. Il 28 gennaio 2025, all’indomani delle commemorazioni per gli 80 anni dalla liberazione del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau, durante le interrogazioni al governo all’Assemblea nazionale, mette in discussione l’”odio verso gli ebrei” di “un pericoloso partito dell’estrema sinistra responsabile di un aumento dell’antisemitismo in Francia”, provocando l’uscita dalla sala della maggior parte dei deputati del gruppo LFI, di alcuni deputati dei gruppi ecologisti e socialisti e della deputata comunista Elsa Faucillon.

E l’Italia che fa? Alla faccia delle dichiarazioni o attitudini sovraniste il governo tace. Non importa nulla che Francesca Albanese sia italiana. A differenza dei ministri e del loro presidente, difende i palestinesi e quindi la sua sorte non interessa. Dimostrazione plateale che Giorgia Meloni non è e non vuole essere la rappresentante di tutti gli italiani.

Ma una grande delusione va riservata a molti dei mass media del nostro Paese che hanno ripreso pedissequamente le accuse del ministro, senza verificare la loro fondatezza. La propaganda e la disinformazione hanno colpito ancora.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info

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Nonna Katrina, in Sudafrica ultima parlante lingua boscimane, la più antica del pianeta

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 febbraio 2026

Ouma Katrina Esau è una delle leggende viventi del Sudafrica. Ma ha un triste primato: è rimasta l’ultima del suo popolo a parlare la lingua N|uu. Dopo di lei non ci sarà altra persona che parla correntemente l’antica lingua San.

Lo scorso 4 febbraio Katrina Esau ha compito 93 anni. L’anziana saggia viene chiamata affettuosamente Ouma, Nonna in africaans, la lingua dei coloni olandesi arrivati in Sudafrica nel 1600.

Ouma Katrina Esau
Ouma Katrina Esau, ultima parlante della lingua N|uu

È stata Elsie Vaalbooi, morta a 102 anni nel 2002, a riportare a galla la lingua San data per estinta nel 1974. Figura boscimane importante nella conservazione dell’idioma e della sua cultura, con Vaalbooi è iniziata la ricerca delle persone di lingua N|uu. La studiosa ha lavorato con linguisti e antropologi per documentare e preservare l’idioma materno.

Trovato l’ultimo gruppo

Alla fine degli anni ’90, nel Capo settentrionale è stato trovato un gruppo di una ventina di anziani che parlavano fluentemente e correttamente il N|uu. Tra questi anche Ouma Katrina e i suoi fratelli.

Nel 2021 è morta Anna, sorella di Ouma Katrina. L’anziana è rimasta l’unica oratrice fluente della lingua N|uu. Ha deciso che la sua missione era insegnare la lingua degli antenati ai giovani della sua comunità. La scuola è una piccola aula nella sua casa di Rosedale, a ovest di Upington, nel Capo settentrionale.

Libri, film e DVD

Il libro Qhoi n|a Tijho di Ouna Katrina Esau
Il libro Qhoi n|a Tijho (Tartaruga e Struzzo) di Ouna Katrina Esau

Insieme a Elsie Vaalbooi, Ouma Katrina ha creato un dizionario digitale di lingua N|uu. Ha collaborato con Puku Children’s Literature Foundation per pubblicare il primo libro in lingua N|uu per bambini.

Insieme alla nipote, Claudia Snyman, è diventata co-autrice di un libro Qhoi n|a Tijho (Tartaruga e Struzzo). Sono le storie che ascoltava da bambina. Il libro è scritto in N|uu e in africaans ed è stato tradotto anche in inglese, seTswana, isiZulu e isiXhosa.

La tecnologia non la spaventa. Anzi, la utilizza per preservare la sua lingua indigena. Il suo progetto è quello di creare CD e DVD didattici per fare in modo che chiunque lo desideri, possa imparare la lingua N|uu.

 La Nonna San è stata anche attrice, interprete nel cortometraggio crudo e commovente The People of the Sun diretto da Lucinda Ohlson.


Il trailer del cortometraggio “The People of the Sun” con protagonista Ouma Katrine Esau (si possono sentire alcune frasi in lingua N|uu)

La voce di Ouma e di altri anziani è stata registrata e archiviata. In questo modo è possibile riascoltare la pronuncia, il tono e i ritmi unici della lingua N|uu.

Medaglia d’onore e laurea honoris causa

Il prezioso lavoro che Ouma Katrina sta facendo viene riconosciuto anche dalle più alte autorità. Nel 2014 ha ricevuto il prestigioso Ordine del Baobab d’Argento dall’allora presidente sudafricano Jakob Zuma e nel 2020 è stata nominata Leggenda Vivente Sudafricana.

Nel 2023 la University of Cape Town le ha dato la laurea Honoris causa. Un riconoscimento per il suo prezioso lavoro nel preservare una lingua sudafricana.

Colonialismo e apartheid contro i ǂKhomani San

N|uu è la lingua madre della popolazione San (ǂKhomani San) parlata da 20.000 anni. I San sono conosciuti anche come boscimani oppure ottentotti a causa dei suoni linguistici clic o schiocchi.

Ouma Katrina Esau
Boscimani San

Vivono tra Sudafrica, Namibia e Botswana ma hanno dovuto affrontare il colonialismo e l’apartheid. Le comunità San sono state forzatamente spostate dalle loro terre ancestrali. È stato impedito loro di parlare la lingua N|uu e gli è stata imposta la lingua africaans, cancellando così la loro identità.

Oggi ci sono speranze che la lingua N|uu si possa salvare. I bambini cantano canzoncine e conoscono i nomi degli animali ma, secondo gli esperti, sarà difficile che torni ad essere parlata spontaneamente.

Credito foto:
– Due san intenti ad accendere il fuoco (Deception Valley)
Di Ian Sewell, CC BY-SA 2.5, Collegamento

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Botswana, elicottero della polizia spara su boscimani che cacciano e precipita

Botswana, giudice vieta di seppellire anziano boscimano nella terra degli avi

 

Somalia: atterraggio d’emergenza nell’Oceano Indiano

Africa ExPress
Magadisco, 11 febbraio 2026

Appena decollato dall’aeroporto di Mogadiscio, capitale della Somalia, un aereo della Starsky Aviation Ltd, compagnia somala, ha mostrato gravi problemi tecnici. Dunque il pilota ha dovuto prendere una decisione immediata. Senza esitazioni ha effettuato un atterraggio d’emergenza su una spiaggia dell’Oceano indiano che si trova nelle immediate vicinanze dello scalo di partenza.

La compagnia aerea ha elogiato pubblicamente il pilota eroe per la decisione presa. Solo grazie alla sua prontezza di riflessi e la sua esperienza è riuscito a salvare da morte certa i 50 passeggeri e i 5 membri del personale di bordo.

Aereo della compagnia somala Starsky Aviation Ltd, atterrato in acque poco profonde dell’Oceano Indiano

L’Autorità dell’aviazione civile (CAA) della Somalia ha confermato che il personale della cabina di pilotaggio li aveva informati martedì mattina, subito dopo il decollo, che l’aereo, un Fokker 50 (prodotto dall’omonima azienda con sede in Olanda) presentava problemi tecnici. Il pilota aveva chiesto l’autorizzazione di ritornare immediatamente allo scalo.

A questo punto, secondo quanto riferito alla BBC dal direttore della CAA, Ahmed Macalin Hassan, il velivolo è tornato indietro, ha toccato terra, ma non è riuscito a fermarsi sulla pista dell’aeroporto. Il Fokker 50 poi superato l’asfalto e si è adagiato sulla battigia della vicina spiaggia.

I passeggeri a bordo sono scesi immediatamente dall’aereo, camminando tranquillamente, nelle acque tiepide dell’Oceano Indiano. Nessuno ha riportato ferite gravi. La spiaggia di fronte a Mogadiscio  è infestata dai pescecani. Sono gli squali Leuca o dello Zambesi, una specie in grado di risalire anche i fiumi, cioè può vivere in acqua dolce. Abita lungo le coste e predilige i fondali bassi e bassissime: un pericolo costante per bagnanti e pescatori che vengono con una certa frequenza sbranati.

Il ministro dei Trasporti somalo ha riferito che sono state alle allertate la Missione di pace dell’ONU e dell’Unione Africana. I caschi blu e verdi si sono precipitati immediatamente sul luogo dell’incidente per collaborare nelle operazioni di soccorso. Ma con grande sollievo, tutti passeggeri e il personale di bordo sono stati trovati in discrete condizioni, anche se molto spaventati.

Africa ExPress
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Il servizio dei Wagner costa: il conto mette in difficoltà il governo del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 febbraio 2026

Licenziare i Wagner non è una questione semplice, Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica al terzo mandato, non sa da che parte voltarsi per saldare il conto che la società gli ha presentato. Una cifra da capogiro, perché oltre alle mensilità arretrate la società russa ha chiesto anche i soldi per armi, munizioni, blindati, carri armati e e tutto ciò che è stato utilizzato dai mercenari durante i lunghi anni di permanenza nel Paese.

Da tempo negli altri Paesi africani (Mali, Burkina Faso, Niger e altri) che hanno sottoscritto accordi militari con la Russia, i paramilitari sono stati “sostituiti” dal nuovo contingente Africa Corps, controllato direttamente dal Cremlino,

Ultimo baluardo di Wagner

Il governo centrafricano è l’unico che ha ancora sul suo libro paga i soldati di ventura della società privata, un tempo appartenente a Evgenij Prigožin, morto nel 2023 in un incidente aereo ancora tutto da chiarire.

Malgrado le pressioni esercitate da Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, sul suo omologo di Bangui, Touadéra, i paramilitari di Wagner sono sempre presenti, malgrado il malcontento della popolazione. A dire il vero “malcontento” è un eufemismo, la gente ne è terrorizzata, non vede l’ora che facciano i bagagli.

Mercenari Wagner in Centrafrica

In questi anni di permanenza in Centrafrica, i miliziani russi hanno fatto il cattivo e il brutto tempo nel Paese. Assassini, torture, arresti e sparizioni si sono susseguiti a tambur battente, senza che le autorità di Bangui battessero ciglio.

Dopo la loro partenza, nell’ex colonia francese arriveranno i mercenari di Africa Corps. Per i servizi del nuovo contingente Putin ha chiesto al suo omologo 15 milioni di euro al mese. Tale cifra rappresenta il 40 per cento del bilancio del Paese del 2025.

Bisogna trovare soldi, e anche in fretta, ma non per la popolazione: per non irritare il Cremlino. Anche i “nuovi” mercenari offriranno protezione al presidente e al suo entourage, controllo alle miniere. Parecchi giacimenti sono in mano a società russe.

Popolazione in miseria

Gran parte della popolazione vive nella miseria più totale, dimenticati dal governo centrale e dalla comunità internazionale. Il 71 percento dei centrafricani vive al di sotto della soglia di povertà. Mancano i servizi di base, strade spesso non percorribili, specie nel periodo delle piogge, disoccupazione endemica e un tasso di istruzione molto basso, mentre il costo della vita è sempre più elevato.

Il 70 per cento della popolazione centrafricana vive sotto la soglia della povertà

Il cardinale, Dieudonné Nzapalaïnga, ha fatto un resoconto ai reporter di Corbeau News Centrafrique, di una sua recente visita pastorale in alcuni villaggi. I piccoli centri abitati distano poco più di un’ora di viaggio dalla capitale Bangui, ma solo arrivarci è una vera avventura: strade bianche totalmente dissestate, praticamente impraticabili durante la stagione delle piogge.

Il racconto del cardinale è a dir poco raccapricciante, rasenta all’inverosimile per chi vive in comode case: “Qui non funziona nulla. Non c’è nemmeno acqua potabile. I militari chiedono persino soldi ai giovani che tentano di andarsene per cercare fortuna altrove. I centri sanitari sono privi di tutto, mancano le medicine, che la gente è costretta ad acquistare da venditori ambulanti. Ovviamente i farmaci sono di dubbia provenienza e non si sa cosa contengano”.

La principale preoccupazione dei genitori, come del resto quasi ovunque in Africa, è l’istruzione per i propri figli. Sognano un futuro migliore per loro. Ma nei luoghi visitati dal prelato le scuole non funzionano perché non si trovano insegnanti.

Il cardinale punta il dito contro le autorità, che concentrano le già magre risorse del budget sulla capitale Bangui, dimenticando il resto del Paese e i suoi abitanti.

Emirati ultima spiaggia

Ma anche a Bangui i problemi non mancano di certo. Continue interruzioni di corrente sono all’ordine del giorno, mettendo in ginocchio persino gli ospedali. Non di rado i chirurghi sono costretti a utilizzare la torcia dei loro telefonini per illuminare il campo operatorio.

Secondo quanto riportato da Africa Intelligence, articolo poi ripreso da diversi giornali online, da alcuni mesi il governo della ex colonia francese sarebbe in stretto contatto con gli Emirati Arabi Uniti (EAU), per rilanciare una cooperazione in svariati settori. Lo dimostrano anche i diversi viaggi di Touadéra a Abu Dhabi, dove ha pure incontrato il capo di Stato, Mohammed bin Zayed.

Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica e il capo di Stato degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan

Pare che gli Emirati vogliano investire nel settore aurifero e energetico. Ma si mormora anche di un progetto aeroportuale vicino alla capitale, che dovrebbe comprendere anche un centro di manutenzione per aerei.

Ma non si esclude che in realtà gli Emirati potrebbero voler utilizzare il territorio centrafricano come base strategica per lo schieramento di truppe e armamenti in Sudan.

Abu Dhabi è un attore chiave, per quanto riguarda la sanguinosa guerra civile che si sta consumando da quasi tre anni nell’ex protettorato anglo-egiziano: sostiene le Rapid Support Forces (FSR), capitanate da Abdallah Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Centrafrica: una statua per onorare l’ex leader dei mercenari Wagner, morto nel 2023

 

 

Israele blocca in aeroporto tre cittadini del Ghana: rappresaglia di Accra

del Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 febbraio 2026

Lo scorso dicembre, 7 cittadini del Ghana sono stati trattenuti senza spiegazioni all’aeroporto internazionale di Ben Guriel di Tel Aviv. Tra i ghaniani fermati, c’era anche una delegazione ufficiale di 4 persone che avrebbero dovuto partecipare a una conferenza sulla Cyber security nello Stato ebraico.

I membri della delegazione ghanese sono stati rilasciati dopo 5 lunghe ore, mentre gli altri tre sono stati rispediti a Accra con il primo volo disponibile.

Il ministero degli Esteri del Ghana ha condannato l’episodio, apostrofandolo come “traumatizzante e disumano”. E il governo di Accra, indignato, in una dichiarazione ha protestato contro il comportamento della controparte israeliana, ritenendo che i propri cittadini siano stati deliberatamente presi di mira.

Rappresaglia del Ghana

Ma il 10 dicembre c’è stata una risposta concreta del Paese africano le cui autorità, per rappresaglia, hanno negato l’ingresso nel Paese a tre cittadini israeliani appena atterrati all’aeroporto internazionale della capitale. Sono stati espulsi seduta stante e rinviati al mittente. Con tale mossa di ritorsione la controversia diplomatica tra i due governi si è inasprita ulteriormente.

Kotoka, aeroporto internazionale del Ghana

“Il governo del Ghana è stato costretto ad attivare un’adeguata azione di reciprocità, espellendo tre israeliani arrivati oggi in Ghana a seguito del maltrattamento e dell’espulsione ingiustificata di tre ghanesi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Okudzeto Ablakwa.

Israele accusa ambasciata del Ghana

Dal canto suo Israele ha negato di aver preso di mira specificamente cittadini del Ghana. Ha insistito sul fatto che le proprie azioni sarebbero state conformi al diritto internazionale. Tel Aviv ha poi incolpato l’ambasciata ghanese per non aver collaborato adeguatamente durante il processo di espulsione. Vicenda contestata a sua volta da Accra.

Insomma un tira e molla da entrambe le parti. La questione si è risolta a livello diplomatico. E infine il ministro degli Esteri del Ghana ha fatto sapere che Israele si è scusato ufficialmente per quanto accaduto.

Critiche per genocidio

Non è chiaro cosa ci sia davvero dietro tutta questa storia, prima o poi si saprà. Tuttavia lo Stato ebraico è sempre più criticato da molti Paesi del continente africano per le “azioni punitive” nei confronti dei palestinesi nella Striscia di Gaza, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Eppure il Ghana è sempre rimasto abbastanza neutrale per quanto riguarda la guerra in Medioriente. Al contrario del Sudafrica, che, insieme a una coalizione di Stati ha portato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja con l’accusa di genocidio. Solo pochi giorni fa Pretoria ha dichiarato l’ambasciatore israeliano accreditato nel Paese come persona non grata. Secondo il ministero degli Esteri avrebbe “insultato” il presidente, Cyril Ramaphosa, e violato ripetutamente le norme diplomatiche.

Relazioni con Israele dal 1958

Va poi ricordato che il Ghana è stato il primo Paese africano a aver stabilito relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico nel lontano 1958, anno nel quale l’allora ministro degli Esteri israeliano, Golda Meir si era recata in visita ufficiale a Accra, ed era stata ricevuta dal presidente ghanese dell’epoca, Kwame Nkrumah.

Qui il video della visita di Golda Mair in Ghana
https://jfc.org.il/en/news_journal/58303-2/93341-2/

Golda Meir, l’allora ministro degli Esteri israeliano e, Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente

Dietro richiesta dell’Organizzazione dell’Unità Africana (oggi Unione Africana), i rapporti con Israele sono stati interrotti nel 1973 a causa della guerra Yom Kippur. Ma già nel 1996 il Ghana aveva riaperto la sua rappresentanza diplomatica a Tel Aviv, mentre Israele nel 2011 a Accra

Grazie alla riapertura delle missioni diplomatiche, la cooperazione tra i due Paesi è notevolmente aumentata.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Villaggio nigeriano rifiuta conversione alla jihad: i terroristi ammazzano 200 residenti

Francesco Casillo

Speciale per Africa ExPress
Francesco Casillo
Lagos, 8 febbraio 2026

Woro è un piccolo villaggio nello Stato di Kwara, nel nord ovest della Nigeria. Ad inizio anno un gruppo auto presentatori come religioso si è palesato chiedendo accoglienza.

L’8 gennaio qualcuno ha spedito una lettera al capo della comunità, Saliu Tanko, con la richiesta di poter promuovere all’interno della comunità la separazione dal governo nigeriano e l’affiliazione alla loro organizzazione.

Terroristi uccidono oltre 200 residenti in un villaggio in Nigeria

Autorizzazione negata. Ovviamente il capo della comunità ha avvertito subito le autorità e disposto controlli sul perimetro del villaggio. “Il giorno dell’appuntamento – racconta un membro dello staff del municipio locale – avevamo predisposto agenti e forze armate per arrestare i banditi ed interrogarli sul motivo dei loro sermoni sediziosi”.

Si ignorava che il capo dei predicatori era Abubakar Saidu, detto Sadiku, luogotenente del defunto capo di Boko Haram, Abubakar Shekau, più noto con il nome di battaglia di Darul Tawheed.

Dopo il ridimensionamento di Boko Haram nell’est della Nigeria, Sadiku aveva viaggiato in Niger e da lì aveva messo su un suo gruppo indipendente ed era rientrato in Nigeria, nascondendosi nella riserva naturale dello Stato di Kwara.

Gli uomini di Sadiku nel frattempo avevano pagato diversi ragazzi di strada per farsi dare le informazioni su tutte le milizie presenti nel villaggio. Avevano quindi piazzato degli esplosivi sulle strade di ingresso al villaggio.

Dopodiché, il 3 febbraio, verso le 5 del mattino, sono entrati in azione. Centinaia di uomini a bordo di motociclette e armati di Ak-47 hanno fatto irruzione nell’abitato sparando all’impazzata e a vista e bruciando case.

“C’erano degli informatori tra di noi – ha dichiarato Abubabar Abdullahi Daniadi, capo del municipio locale -. I nostri vigilanti hanno provato a respingere gli intrusi, ma i banditi erano meglio equipaggiati, così i nostri uomini sono stati sopraffatti e molti di essi bruciati vivi”.

La casa del capo villaggio è stata rasa al suolo. Quando è arrivato in cielo un elicottero dell’esercito i terroristi gli abitanti del villaggio sono stati fatti inginocchiare e trucidati a sangue freddo sul posto. Dopo il massacro gli assassini si sono allontanati potando via donne e bambini.

Il giorno dopo i sopravvissuti si sono recati in moschea per pregare i terroristi sono tornati e hanno finito il lavoro ammazzando i fedeli radunati nel luogo sacro.

Boko Haram, Nigeria

I morti, quasi tutti musulmani, sono oltre 200. “I miliziani erano vestiti come soldati – racconta un  commerciante scappato al massacro – avevano tutto l’equipaggiamento militare e c’era anche una donna con l’hijab che portava le munizioni. Non abbiamo sospettato nulla finché non abbiamo sentito gli spari”.

Un ragazzino sopravvissuto racconta che tra i bambini rapiti c’è la sua sorellina di 7 anni che soffre di una malattia cronica, “non so se riuscirà a sopravvivere”, ha singhiozzato.

Il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha definito l’attacco “vigliacco e barbarico”, ed ha annunciato lo stanziamento di un battaglione nello Stato di Kwara in seguito al massacro della comunità di Woro.

Una misura tardiva che avvalora la convinzione che nonostante l’intervento americano il governo nigeriano non sia in grado di fronteggiare gli attacchi anche quando ci sono tutti i segnali per predisporre un intervento preventivo. Ma non solo: viene sbugiardata anche l’amministrazione Trump secondo cui il bombardamento natalizio americano nello Stato del Kwara è stato giustificato dai massacri contro i cristiani. In Nigeria in numero di musulmani trucidati e/o rapiti nel nord del Paese  (secondo rapporti di secondo organizzazioni come Armed Conflict Location & Event Data Project, Amnesty International e il Global Terrorism Index) è più alto di quello dei cristiani che subiscono le stesse atrocità.

Francesco Casillo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria