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Africa Bianca contro Africa nera: in Marocco la Coppa entra nel vivo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Mombasa, 2 gennaio 2026

Entra nel vivo la 35esima edizione della Coppa d’Africa 2025 che si sta disputando in Marocco dal 21 dicembre. La manifestazione si concluderà il prossimo 18 gennaio con la finale allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat.

Fino al 31 dicembre è stato come se si scherzasse: 24 nazioni africane si sono affrontate nella fase a gironi che ha lasciato per strada Zambia,Comore, Angola, Zimbabwe, Gabon, Guinea Equatoriale, Botswana ( che non ha fatto neanche un punto) e Uganda, che nel 2027, organizzerà, con Kenya e Tanzania, la prossima edizione del torneo.

Da domani giocano a eliminazione diretta, negli ottavi di finale, le 16 nazionali calcistiche rimaste: da un lato, quelle dei Paesi sopra il Sahara : Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia, Sudan.

Dall’altro quelle che si considerano patria di africani….veri: Nigeria, Benin, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Democratica del Congo,Tanzania, Mozambico, Africa del Sud,

Lungi da noi l’idea di condividere le ipotesi razziali dell’antropologo british, Charles Gabriel Seligman, oggi considerato un suprematista bianco.

È vero, però, che a ogni Coppa delle Nazioni Africane (CAN) si ripropone, calcisticamente, in modo tacito, la contrapposizione tra la cosiddetta Africa Bianca e Africa nera, o, se si vogliono evitare pericolosi fraintendimenti, tra Nord e Sud del continente nero.

New entry

Tanto più che la prima sfida all’ultimo calcio, domani, sarà una squadra del sud, (sarebbe più preciso dire del centro occidentale), il Mali, a sfidare una equipe magrebina, la Tunisia, che partita con grandi ambizioni nell’ultimo incontro delle qualificazioni si è impantanata (1-1) contro la Tanzania, una delle sorprese del torneo.

I Taifa Stars, o “Stelle della nazione”, come sono soprannominati i tanzaniani, hanno compiuto un passo storico accedendo per la prima volta agli ottavi di finale del campionato continentale. Un’altra impresa inattesa ed emozionante è quella del Sudan, giunto agli ottavi a dispetto della brutale guerra dei due generali che dilania il Sudan dal 2023.

Hanno avuto una fortuna “spudorata “, perché sono andati avanti solo grazie a una autorete (della Guinea Equatoriale). Ma i “Coccodrilli del Nilo”, come sono noti, hanno altro a cui pensare.

Il loro allenatore, Kween Appia, 65 anni, ha dichiarato “non ho mai smesso di stimolare i miei giocatori dicendo di impegnarsi per il Paese. Fate in modo che il popolo vittima di una guerra devastante possa avere almeno un momento di gioia”.

Il centrocampista Mohamed Abdallah Abuaglaa, 32 anni, ha aggiunto: ”Cerchiamo di strappare un sorriso alla nostra gente nelle spaventose situazioni che deve affrontare” (migliaia di morti, milioni di sfollati, peggiore crisi umanitaria al mondo, ndr).

Domani, i Coccodrilli quasi certamente finiranno divorati, a Tangeri, dai fortissimi campioni uscenti Leoni del Teranga del Senegal… Ma non si sa mai.

Leoni ruggenti

Domenica 4 gennaio, invece, la Tanzania dovrà vedersela a Rabat con i ruggenti Leoni dell’Atlante, i padroni di casa, organizzatori della competizione calcistica più importante dell’Africa, trofeo che dopo mezzo secolo vogliono riconquistare.

“Marocco: terra del calcio, regno della luce” ha scritto il sito brillante per fantasia, colori e retorica dell’Ufficio nazionale del Turismo.

Rabat, Marocco, stadio Prince Moulay Abdellah

Il regno di Mohammed Vi ha scommesso presente e futuro su questo evento. Sul gioco del calcio si sta giocando una partita che spazia ben al di là del rettangolo dei 9 stadi di 6 città (Casablanca, Rabat, Tangeri, Fez, Agadir, Marrakech) dove si esibiscono le formazioni nazionali.

Miliardi per stadi e infrastrutture

Lo Stato infatti ha stanziato miliardi di dollari non solo per edificare uno degli stadi più grandi del mondo (Hassan II,115 mila posti a Casablanca) o aggiornarne altri sei, ma anche per migliorare Ferrovie, aeroporti, la rete organizzativa e di sicurezza in vista dei Campionati Mondiali di calcio che dovrà organizzare nel 2030 con Spagna e Portogallo.

Investimenti massicci sono giunti dagli Emirati arabi, dalla Banca africana di sviluppo e dall’Unione Europea.

Fra i principali sponsor della Coppa d’Africa c’è proprio l’Europa.

Accordo con UE

Nel maggio scorso è stato firmato un accordo tra UE e Confederazione Africana di calcio che si propone, fra l ‘altro, di sviluppare il calcio giovanile e scolastico in 33 mila istituti nel Continente.

D’altra parte sembra logico diventare partner strategici se si valuta che è nato in Europa il 28,8 per cento (191) dei 664 giocatori convocati per il torneo africano. Di essi, 135 giocano nel nostro continente. Eppure il razzismo non muore….

Fattore di mobilitazione

La monarchia della dinastia alawita vede nello sport un fattore di mobilitazione nazionale e di consenso popolare. La risposta del pubblico non è stata però così massiccia come ci si sarebbe aspettato, almeno nella prima fase conclusasi il 31 dicembre. Gli spettatori sono stati in tutto 729.240, ma con alcune situazioni preoccupanti, denunciate prima di tutto dal quotidiano sportivo spagnolo Marca.

Un’ inchiesta del giornale segnala discrepanze tra biglietti “esauriti” e stadi semivuoti. Al Principe Moulay Abdellah di Rabat, il pareggio 1-1 del Marocco nella giornata inaugurale contro il Mali si è svolto davanti a 63.844 presenze rispetto alla cifra ufficiale di 70 mila.  A Tangeri, il match tra Senegal e Botswana si è disputato davanti a un pubblico esiguo nonostante gli alti numeri ufficiali.

Inchiesta biglietti

Marca poi riferisce di ingressi gratuiti, di accuse di tifosi fregati da bagarini accaparratori, di barriere informatiche che svantaggiano la popolazione non istruita, impedendo l’acquisto dei biglietti.

“I posti vuoti potrebbero simboleggiare una disconnessione profonda tra il cuore pulsante del calcio africano e la sua vetrina globale”, conclude il quotidiano spagnolo.

Proteste dei giovani marocchini

Una più grave disconnessione era emersa a settembre e ottobre con manifestazione di protesta messe dalla cosiddetta GenZ212 (dal prefisso telefonico internazionale marocchino), illusa, disillusa e delusa da promesse, disoccupazione, lavoro e sanità precari. Preso di mira per la prima volta anche il monarca e il capo del governo, Aziz Akhanouch, 65 anni, considerato uno dei primi 12 miliardari africani.

Significativo la slogan dei giovani: più scuole, più ospedali, meno stadi.

Che andrebbe bene anche in Italia, se solo si riflettesse seriamente su San Siro e dintorni e si desse uno sguardo al ponte sullo Stretto di Messina….

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Golpe, guerre, finti accordi di pace, carestie, epidemie e clima al collasso, così l’Africa affronta il 2026

Africa ExPress
1° gennaio 2026

Tra colpi di Stato riusciti e falliti, guerre dimenticate, accordi di pace non rispettati, cambiamenti climatici, epidemie e fame, anche il 2025 non è stato un anno facile per l’Africa.

Il continente ha la popolazione più giovane del mondo, basti pensare che il 70 per cento degli abitanti dell’Africa sub-sahariana ha meno di 30 anni. Un potenziale, una forza lavoro incredibile, se ci fossero sufficienti scuole per dare una buona istruzione a tutti questi ragazzi, se ci fossero infrastrutture, investimenti per creare nuove occupazioni per realizzare i loro sogni. Sì, anche in Africa si sogna ancora un futuro migliore, malgrado i molti conflitti, spesso dimenticati dall’Occidente.

Sudan

La guerra continua imperterrita in gran parte del Paese. Dall’aprile 2023, inizio del conflitto tra i due generali, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS) e Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, tra 12 e 13 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case. La maggior parte, circa 9,5 milioni si trova ora in accampamenti all’interno del Paese, mentre oltre 3 milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, come Egitto, Ciad, Sud Sudan, Etiopia, Libia, Repubblica Centrafricana.

La grande fame in Sudan

Secondo le nazioni Unite siamo di fronte alla peggior crisi umanitaria del mondo. E, secondo un’inchiesta dell’UNICEF di pochi giorni fa, nel Nord Darfur, a Um-Baru, dove molte famiglie si sono rifugiate dopo la presa di al-Fasher da parte delle RSF, su 500 bambini sotto i cinque anni, la metà soffre di malnutrizione acuta grave (MAG). Una condizione che, se non curata, porta rapidamente alla morte dei piccoli che ne sono affetti.

Donne e ragazze continuano a subire violenze inimmaginabili. Lo stupro è un’arma da guerra e non solo in Sudan.

Congo-K

Trump, ha dichiarato ai quattro venti di aver riportato la pace in chissà quante nazioni ma la realtà è molto diversa. Tra i Paesi di cui ha rivendicato la pacificazione c’è il Congo-K, ma nell’ex colonia belga la tranquillità è ancora un miraggio. In molte zone nell’est si combatte ancora senza sosta.

M23/AFC, sostenuti dal Ruanda, non si sino ancora ritirati dalle aree occupate, come previsto dal trattato di pace siglato a Washington tra il presidente congolese, Felix Tshisekedi e il suo omologo ruandese, Paul Kagame.

Uvira, città assediata da M23/AFC

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda.

L’M23 è componente essenziale di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya, della quale fanno parte diversi gruppi minori. Dall’inizio dello scorso anno Goma (capoluogo del Nord-Kivu) e Bukavu (città principale del Sud-Kivu) sono governate da M23/AFC.

La situazione a Uvira, nel Sud-Kivu, resta particolarmente grave. La seconda città della provincia è sotto occupazione dei ribelli dopo la firma dell’accordo tra i due capi di Stato. Due settimane fa avevano promesso di ritirarsi, dietro pressione degli USA. Ma solo a parole, i ribelli sono sempre presenti. E solo due giorni fa lo stringer di Africa ExPress ci ha comunicato che si continuano a udire spari nella città. Ora la dirigenza dell’ M23/AFC sta persino cominciando a nominare responsabili politico-amministrativi.

Sahel: Burkina Faso, Mali, Niger

Molti territori dei tre Paesi sono ancora sotto il controllo dei terroristi. I tre leader golpisti, dopo essersi insediati sulla poltrona più ambita, hanno stretto solide alleanze militari con la Russia, presente con i suoi militari in Burkina Faso, Mali e Niger. Malgrado il supporto dei mercenari di Wagner, ora sostituiti da quelli di Africa Corps (direttamente controllato dalla Difesa di Mosca), le le forze armate dei rispettivi Paesi non sono ancora riusciti a debellare i gruppi armati estremisti islamici di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato a al Qaeda) e EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara), che – si sospetta – ricevono aiuti logistici e militari da Ucraina e Francia.

Sahel: scuole chiuse

Gli attacchi dei terroristi rendono insicure molte aree, fatto che ha un impatto devastante anche sull’istruzione. Tantissime scuole hanno chiuso i battenti e decine di migliaia di bambini sono ora senza educazione e privati del loro futuro.

E proprio a causa dell’insicurezza, la gente lascia le proprie case e cerca rifugio in campi per sfollati, o fugge in Paesi confinanti, come la Mauritania, dove l’afflusso di profughi, per lo più maliani, è in costante crescita.

Generazione Z

Anche quest’anno migliaia di giovani sono scesi nelle strade e nelle piazze per denunciare corruzione, malgoverno, aumento sproporzionato del costo della vita. Le loro proteste sono spesso sfociate con la repressione da parte delle forze dell’ordine, con arresti, feriti e anche morti.

Protesta di GEN Z in Madagascar

In Madagascar la rabbia dei giovani ha persino provocato un golpe militare, che ha deposto Andry Rajoelina, presidente dello Stato insulare. Dopo l’ammutinamento di gran parte dell’esercito, che si è unito alle proteste dei ragazzi di GEN Z, il colonnello Michaël Randrianirina ha preso il potere e si è autoproclamato presidente.

Mentre a fine novembre, subito dopo le elezioni presidenziali, i militari si sono installati in Guinea Bissau, che dall’indipendenza dal Portogallo è stata teatro di diversi putsch e falliti golpe. Nel Paese la corruzione è endemica. L’instabilità politica e povertà hanno poi favorito l’insediamento di narcotrafficanti che utilizzano la Guinea Bissau come zona di transito della cocaina tra l’America Latina e l’Europa.

Dinisia Reis Embalo, moglie dell’ex presidente della Guinea Bissau, Umaro Sissoco Embalo, è ora sotto indagine in Portogallo. Le autorità di Lisbona hanno il forte sospetto che sia coinvolta in un affare di contrabbando e riciclaggio di denaro.

In Benin, considerato un Paese piuttosto stabile, è stato sventato un colpo di Stato poche settimane fa, anche grazie all’intervento di Francia e dei Paesi vicini.

Giovani governati da anziani

Nell’anno appena trascorso si sono svolte elezioni presidenziali in diversi Paesi del continente. In Camerun ha vinto nuovamente il 92enne Paul Biya, al potere dal 1992. E’ il capo di Stato più anziano al mondo ed è ora al suo ottavo mandato.

In confronto a Biya, Alassane Ouattara è un giovanotto. Classe 1942 (ha quindi 83 anni), al potere dal 2010, anche lui è stato rieletto per un ulteriore quinquennale mandato (il quinto che sarebbe vietato dalla Costituzione), in occasione della tornata elettorale che si è svolta in Costa d’Avorio lo scorso ottobre.

Anche in Tanzania, Samia Suluhu Hassan, attualmente unica leader donna in Africa, ha rafforzato il suo potere. E’ stata infatti rieletta lo scorso ottobre per un ulteriore mandato. La Hassan è salita al potere nel 2021, dopo la morte dell’allora presidente in carica, John Magafuli.

La signora, capo di Stato della Tanzania, è stata fortemente criticata per gravi violazioni dei diritti umani post-elettorali in tutto il Paese.

Poco dopo il suo insediamento, la Hassan ha nominato sua figlia vice-ministro al dicastero dell’Educazione, mentre al genero ha affidato il ministero della Sanità. Tutto la famiglia insomma.

Nulla di nuovo nello scenario africano, dove non di rado vengono confidati incarichi governativi a membri della famiglia dei governanti. Basti pensare all’Uganda: il presidente, Yoweri Museveni, ha scelto la first lady come ministro dell’Educazione, mentre il loro figlio è a capo delle forze armate.

In Uganda le elezioni presidenziale sono alle porte, si svolgeranno il 15 gennaio, Mentre tra 4 giorni si dovrebbe conoscere il vincitore della tornata elettorale in Centrafrica, dove i cittadini hanno votato lo scorso 28 dicembre. Faustin-Archange Touadéra, in carica dal 2016 e fortemente legato alla Russia, spera in un terzo mandato. Qualcuno dubita che non ci riuscirà?

Nell’aprile scorso anche i cittadini del Gabon si sono recati alle urne. Il nuovo presidente è leader dei golpisti del 2023, Brice Oligui Nguema. I putschisti avevano messo fine allo strapotere della dinastia Bongo.

Mentre in Malawi ha vinto l’ex presidente 85enne, Peter Mutharika. Le elezioni del 2019 erano state invalidate dalla Corte suprema per presunte irregolarità. Ripetute poi nel 2020 e alle quali aveva partecipato anche Mutharika, ma poi sconfitto da Lazarus Chakwera.

Africa ExPress
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La longa manus di Israele dietro l’inchiesta italiana sui finanziamenti ad Hamas

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
Genova, 31 dicembre 2025

Muqawama: è la parola chiave per leggere le 306 pagine dell’inchiesta sulla presunta cellula di Hamas in Italia della Procura di Genova con la collaborazione non di autorità inquirenti israeliane, ma dell’esercito stesso IDF, quindi materiale raccolto in operazioni militari.

Muqawama per un palestinese è la resistenza all’occupazione israeliana dal ‘48 a oggi e include tutte le forme di resistenza, anche quelle più pacifiche. Nell’ordinanza invece diventa direttamente Hamas. In un’intercettazione un paio dei 9 arrestati in Italia dicono che i soldi vanno quasi tutti alla resistenza e una penna aggiunge Hamas, mentre quelli parlavano di altro.

Più che un’inchiesta è un teorema: ogni forma di tentativo di sopravvivenza del popolo palestinese, in espressioni violente o non violente, è da condannare. Quindi si mette una pietra tombale all’idea di Palestina in generale. E diventa Hamas qualsiasi tipo di supporto sociale, dall’assistenza alle vedove degli shaid a quella degli orfani. Nell’inchiesta che include materiale anche dei primi anni Duemila e persino antecedente, anche le forme di resistenza armata nella Cisgiordania legata a varie brigate, diventano Hamas. Una stortura anche storica.

La pm genovese Silvia Carpanini ha fatto arrestare 9 persone, tra cui un palestinese di origine giordana residente da moltissimo tempo a Genova nella Valpolcevera, Mohamed Hannoun, presidente e fondatore di tre associazioni che in decenni hanno raccolto fondi per la Palestina. Hannoun è già stato al centro di due inchieste, ma questo si precisa principalmente in una nota a piè di pagina.

Fatto curioso. A pagina 9 nella nota leggiamo che “analogo provvedimento iscritto a carico di Hannoun Mohamed è stato archiviato (n. 20179/01/21) non essendo pervenuti dalle autorità israeliane, entro il termine delle indagini preliminari, gli atti di assistenza giudiziaria richiesti”.

Quindi a gennaio 2021 si archivia tutto. Poi arrivano gli atti da Israele, si riapre il fascicolo (15003/03/21) e anche questo viene archiviato. Ergo non si capisce quali prove schiaccianti di terrorismo ci fossero.

ordinanza arresti Hamas italia

Ma arriva il 7 ottobre 2023 e puntualmente pochi giorni dopo, si riaprono le indagini, oggi sotto il fascicolo n. 12650/23 e 9630/23 con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Peccato che le cosiddette prove in parte arrivano certo dalla p, antiterrorismo e guardia di finanza italiane (intercettazioni ambientali, sequestri nei computer delle associazioni e operazioni di setaccio di conti), ma in parte importante sono fornite dall’esercito israeliano IDF con materiale raccolto in diverse epoche e in operazioni militare. Ergo sequestri durante abbattimenti di case, incursioni, arresti sommari come si vedono da decenni sia a Gaza che in Cisgiordania.

“I suddetti documenti – scrive Carpanini – sono stati acquisiti dall’esercito israeliano nel corso delle operazioni militari Defensive Shields all’inizio degli anni 2000 e dopo il 7 ottobre 2023”.

Quindi parliamo di documenti che hanno oltre 20 anni, almeno in parte. Ma secondo la PM, tra Cassazione e organismi europei la raccolta di materiale sul campo di battaglia è legittima e i documenti credibili.

Oltre quindi a delineare una rete di Hamas praticamente tentacolare in giro per l’Europa e per il mondo e che “già nel 1991 presso il centro islamico genovese, era presente una cellula di Hamas coordinata da Hannoun”. Dunque la giudice è costretta a scrivere che non tutti gli arrestati fanno parte di Hamas: gli accusati vengono arrestati “per aver finanziato l’associazione terroristica Hamas, che si propone il compimento di atti con finalità di terrorismo contro lo Stato di Israele, di cui (gli indagati, ndr) fanno parte o comunque alla quale, pur non facendone parte, hanno assicurato con continuità concreto supporto, concorrendo alla conservazione, al rafforzamento e alla realizzazione del suo programma criminoso”.

Morale tutti hanno collaborato a inviare ad Hamas euro 7.288.248,15, perché secondo il teorema inquisitorio il 71 per cento dei proventi raccolti nelle comunità mussulmane e palestinesi in Italia finiva ad Hamas.

Milioni per Hamas

Molte forme di resistenza palestinesi in Palestina e nella diaspora hanno sempre assistito vedove, orfani e famiglie degli arrestati (le prigioni israeliane sono piene di persone che sono accusate di niente, non hanno avuto processi e ci sono stati anche documentati casi di torture nelle carceri).

Ma nell’inchiesta anche questa attività diventa il supporto ad attività terroristiche riconducibili ad Hamas. Quindi diventano Hamas anche associazioni a Nablus, Ramalla, gli orfani di Betlemme e altre attività a Qualquilya, tutte cittadine della West Bank, in parte occupata dalle colonie israeliane contro ogni legge internazionale e oggi teatro di violenze da parte dei coloni e dell’esercito. .

Insomma bisogna punire ogni forma di finanziamento alla Palestina. Così, parlando delle associazioni di Hannoun, si dice: “Costui in ipotesi investigativa sarebbe stato partecipe del gruppo terroristico Hamas, o comunque impegnate per statuto nella raccolta di fondi per la Palestina, avrebbe in realtà fatto arrivare ingenti finanziamenti ad Hamas”.

Le 306 pagine sono in gran parte dedicate alla storia di Hamas, per altro salita al potere a Gaza con elezioni giudicate libere e democratiche dalla comunità internazionale, che non si sono mai ripetute (per volontà israeliana e americana che temevano un trionfo dell’organizzazione palestinese), impedendo così qualsiasi alternanza.

Nel tempo Hamas ha anche modificato la sua posizione rispetto allo Stato sionista e nel 2017 “non usa più toni e argomentazioni antisemite e fa riferimento alla competizione democratica per la creazione di uno Stato palestinese sovrano”, ma “Hamas vuole creare uno Stato palestinese cancellando quello israeliano”. Quindi era tutta una finta. La prova sarebbe lo slogan “from the river to the sea”, che la pm scrive viene usato inconsapevolmente nelle manifestazioni in Italia ed Europa.

A pagina 86 sui fondi si dice che negli ultimi anni, Hannoun con le sue associazioni ha fatto transitare i soldi dalla Giordania, Egitto e Turchia. Ci sono pure le dichiarazioni alla dogana sugli importi che portavano con se. E non può stupire il fatto che il denaro raccolto fosse affidato a mani amiche, visto che le banche ormai si rifiutavano di fare qualsiasi transazione verso Gaza.

Nelle decine di pagine successive si analizza la rete di aiuti sociali di Hamas in Cisgiordania e Gaza, sostenendo che in Hamas non c’è una distinzione tra ramo politico e ramo sociale, quindi qualsiasi forma di assistenza, welfare, aiuto anche durante gli ultimi anni di distruzione della Striscia, è riconducibile ad operazioni di terrorismo.

Su molte associazioni sparse nella West Bank la pm scrive che le associazioni di Hannoun non hanno mai avuto rapporti, ma finiscono lo stesso nell’inchiesta.

Come nell’inchiesta finiscono parole, slogan e necrologi degli shaid (i palestinesi chiamano martiri sia gli attentatori suicidi che tutti quelli che vengono ammazzati in incursioni di IDF) come prove della volontà di distruzione dello stato israeliano e tutto finisce in un calderone indistinto, in cui amicizie, legami familiari e mezzi contatti diventano prove inconfutabili.

Tra l’altro chi ha viaggiato in Cisgiordania ha letto decine di questi necrologi perché le strade sono sempre state tappezzate dei loro poster. Le prove schiaccianti contro Hannoun e gli altri sono contatti con esponenti del governo a Gaza, alcuni dei quali hanno vissuto per decenni in Italia e hanno anche contribuito a fondare le associazioni italiane di cui si parla.

Da nessuna parte si legge che i fondi siano serviti per comprare armi, a pagina 208 si parla di un impianto di desalinizzazione dell’acqua. Ma “l’ala sociale supporta anche le famiglie dei detenuti di Hamas e degli attentatori suicidi, in questo modo incentivando gli attentati, nonché ricicla denaro per tutte le attività di Hamas. Quindi il sostegno all’ala sociale di Hamas, supporta gli obiettivi di Hamas e nel contempo libera risorse da destinare alle sue attività politiche e militari”.

Gli avvocati difensori di Hannoun, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo sostengono che il loro assistito sia in grado di ricostruire i passaggi di soldi e chiedono chiarimenti sulle garanzie processuali e procedurali di informative che arrivano da atti d’indagine di una polizia estera e non da un’autorità giudiziaria.

Intanto in Israele, tv e diversi giornali continuano a indagare sulle somme provenienti dal Qatar che il premier Netanyau ha permesso arrivassero a Gaza a finanziare Hamas. Si parla di milioni di dollari, non di 80 circa.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Gli affari nascosti fra Trump e la Nigeria che hanno provocato le bombe americane

Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 30 dicembre 2025

Certo, leggere la mattina del 26 dicembre scorso che, gli americani hanno colpito la Nigeria con missili e droni, e precisamente lo Stato settentrionale di Sokoto, ha destato uno stupore carico di perché.

E questo nonostante Trump avesse preannunciato a novembre un possibile intervento militare contro l’ISIS, uno dei gruppi terroristici islamici operanti nel Paese, colpevole – secondo il presidente Usa – di massacri indiscriminati dei cristiani.

Nigeria, Sokoto State, bombardato da USA

L’attacco militare sul suolo nigeriano é davvero un fatto anomalo: da un lato ha violato la sovranità aerea e territoriale della Repubblica Federale Nigeriana, dall’altro perché è illegittimo, in mancanza dell’autorizzazione sia dell’organo del Paese africano, sia del Congresso Americano.

Quest’intervento militare in Nigeria, organizzato ed eseguito in fretta e furia, in spregio a tutte le norme civili, democratiche ed internazionali é un unicum preoccupante.

Genocidio cristiani

La motivazione americana del genocidio di cristiani da parte di ISIS in Nigeria, poi, non è plausibile ed in contraddizione con la giustificazione addotta dal governo nigeriano che, invece, sostiene la tesi dell’intervento militare congiunto contro gli estremisti islamici che uccidono e rapiscono i cittadini indipendentemente dalla religione professata.

Non solo. I due Paesi si contraddicono anche sulla formazione terroristica attaccata e annientata. Secondo il ministro degli Esteri nigeriano, Yusuf Tuggar, il gruppo di “banditi” (non “terroristi”) eliminati è il Lakurawa. Mentre per l’amministrazione americana di Donald Trump, è l’ISIS West Africa.

Ora, ci si chiede quale possa essere l’interesse celato dietro l’attacco missilistico di Trump, motivato con l’inconsistente genocidio di cristiani Nigeriani.

Ricchezze del sottosuolo

L’ipotesi che di primo acchito viene in mente è quella del controllo del greggio, del gas naturale, dell’oro e del litio, definito l’oro bianco di cui la Nigeria dispone quantità ingenti, distribuite in immensi giacimenti sparsi in 10 Stati dei 37 della Federazione.

Intanto, a cosa serve il litio? Il metallo costituisce un componente primario delle batterie dei veicoli elettrici. Il suo mercato vale per l’economia nigeriana decine di miliardi di dollari. E’ lecito supporre che l’America di Donald Trump e Elon Musk abbiano un preciso interesse a prendere il controllo del settore. Ma il mercato nigeriano del litio è già dominato dalla Cina.

Oppure il motivo è legato al petrolio. Il settore già vede la presenza americana e di tutte le società multinazionali petrolifere dell’occidente da oltre 50 anni.

Contratto Chevron-Total-NNPC

A novembre, quando Trump ha manifestato l’intenzione di portare l’attacco militare, la Total Energies Francese, equivalente all’ENI italiana, la multinazionale petrolifera americana Chevron e Abuja, attraverso la NNPC (Nigerian National Petroleum Company, Compagnia di Stato), hanno stipulato un contratto di esplorazione ed estrazione del petrolio che copre una vasta area del Niger Delta.

Greggio all’Europa

Si consideri che, la totalità del greggio nigeriano viene esportato per la raffinazione soprattutto in Europa. Quello destinato all’Italia finisce principalmente negli impianti di Sarroch della Saras, società fondata dalla famiglia Moratti, ma passata un anno fa sotto il controllo del gruppo olandese VITOL.

Lagos, Nigeria: Raffineria di Dangote

Solo dall’anno scorso in Nigeria è attiva una raffineria privata di proprietà di Aliko Dangote, il nigeriano piú ricco del continente. I suoi impianti hanno ricevuto i primi milioni di barili di greggio da lavorare dagli Stati Uniti, giacché, la NNPC non riusciva a dargliene neppure un goccio.

É solo da quest’anno che NNPC fornisce una quota minima ed insufficiente di greggio a Dangote Refinery, che comunque deve sempre ricorrere alla materia prima di altri Paesi produttori di petrolio per alimentare a pieno la capacità produttiva del suo impianto di Lagos

Grazie alla sua industria, dall’ottobre scorso il prezzo al litro/benzina è sceso ma comunque è sempre troppo alto per un nigeriano medio che guadagna circa 50 dollari al mese.

Sabotato interesse pubblico

I politici autocratici che negli ultimi 5 lustri hanno sostituito i regimi dittatoriali (al potere per 40 anni) hanno sabotato sistematicamente l’interesse pubblico (cioè la gestione degli introiti petroliferi) a favore di sé stessi e dei loro amici stranieri, europei e, naturalmente, americani.

Anche il controllo del gas naturale può aver indotto Trump all’attacco. Dal 2022 la Nigeria, in base a un accordo con il governo dell’allora presidente Mohammadu Buhari, vende l’80 per cento della sua produzione all’Unione Europea. La necessità dell’Europa di comprare il gas nigeriano si è manifestata dopo le sanzioni economiche comminate alla Russia a causa della guerra in Ucraina.

Quindi, come per il petrolio, anche il gas estratto nel Paese non è destinato al consumo della popolazione locale, come pure gli introiti generati dalla sua vendita. Non esiste nessun programma di welfare pubblico. Il circa 20 per cento restante, riservato al consumo interno è assai costoso. Cosi, ancora una volta, sono tagliati fuori dal beneficio oltre 180 milioni di cittadini nigeriani.

Sembra non chiaro il perché gli Stati Uniti abbiano sferrato l’attacco missilistico. Con petrolio, gas, litio, ed altri minerali rari e preziosi ha già i suoi tentacoli saldamente aggrappati alla Nigeria. Inoltre nello Stato di Sokoto quei minerali preziosi non si trovano.

Approfittare dei soldi pubblici

Forse la spiegazione si può trovare nella politica di Abuja: la corruzione. Con l’attuale amministrazione Trump, i politici nigeriani si trovano a loro agio. È un modo per approfittare ulteriormente del denaro pubblico.

Il motivo reale che, ha sotteso l’intesa bilaterale di questo attacco missilistico e di droni nelle zone montuose dello Stato di Sokoto, si può dunque ricercare nel mero interesse economico commerciale.

La Nigeria e gli Stati Uniti hanno stipulato, tra novembre e i primi di dicembre, un contratto commerciale internazionale di vendita di armi, munizioni, missili e droni. É stata una strategia di guadagno immediato ed effettivo per ambedue le parti. Le intese petrolifere, su gas  e minerali rari hanno una maturazione lenta, a lungo termine.

Fuochi d’artificio

Con quei fuochi d’artificio missilistici a Sokoto, milioni di dollari sono transitati dalle casse dello Stato nigeriano a quelle americane. I funzionari pubblici hanno intascato le rispettive commissioni e le società USA e del Regno Unito, produttori dei missili e droni, hanno incassato il pagamento convenuto.

Sappiamo dalle informazioni diffuse dagli americani che i missili costano per unita tra 1 e 5 milioni di dollari a seconda del carico.

Il governo nigeriano ha indicato lo Stato di Sokoto,  per ragioni geografiche: vasta area montuosa non abitata e quindi di zero impatto alla popolazione civile.

Peraltro, le autorità nigeriane non hanno ancora fornito il numero preciso di terroristi ammazzati, limitandosi ad affermare genericamente che con l’attacco sono stati eliminati tutti i membri dell’ISIS.

Non c’é traccia di alcun dato ufficiale verificabile dei morti, non si sa quanti militanti e/o terroristi islamici sono stati uccisi. Non c’é alcun video. É significativo anche il fatto che, il ministero della Difesa nigeriano non sia stato coinvolto in nessun modo.

Spartito da film

Invece, a gestire tutta la vicenda sono stati, il ministro degli Esteri, Yusuf Tuggar, che ha recitato lo spartito del film American Star Wars, prodotto in Nigeria, e il consigliere di Sicurezza Nazionale, Nuhu Ribadu, che, non ha proferito verbo sui termini dell’incontro tenuto a Washington e le intese raggiunte con il segretario del dipartimento della Guerra USA, Pete Hegeseth.

Tutta la faccenda é coperta in una coltre oscura, come si fa tra mafiosi e non certo tra alti funzionari di due Paesi democratici, civili e sovrani.

Emerge quindi una tesi corroborata dalla sensazione che governo nigeriano e statunitense, non hanno mai inteso sferrare l’attacco per debellare i terroristi islamici.

Il bombardamento è stato compiuto, per fini affaristici scellerati di compravendita di armi. Affari che danneggiano profondamente l’economia nigeriana, impoverendo ancora di più la popolazione, incoraggiata così a emigrare. Ma Trump e i governi dei Paesi Europei (Gran Bretagna compresa) non sostengono forse di voler combattere i migranti come se fossero dei terroristi?

Donald Trump guida un governo dichiaratamente transattivo. L’America raccatta denaro disperatamente in tutti modi e da qualsivoglia Paese al mondo, sia esso africano, europeo o asiatico. Meglio se gli viene offerto. Anche, una “shit hole country”, (Paese schifoso, la traduzione letterale è assai più volgare, ndr) come Trump ebbe a definire la Nigeria, contribuisce quindi alla politica MAGA. Contribuisce cioè a far grande l’America. Recita correttamente l’adagio latino: pecunia non olet.

Blessing Akele
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Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria

 

Israele riconosce Somaliland: protestano Mogadiscio, l’Unione Africana e i Paesi islamici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 dicembre 2025

Venerdì scorso Israele ha sorpreso il mondo intero quando ha dichiaro di aver riconosciuto il Somaliland come Stato indipendente.

Il fatto ha provocato clamore, indignazione e rabbia, specie in Africa, nel mondo Arabo e non solo. Si tratta del primo Paese a livello globale a aver riconosciuto il Somaliland come Stato sovrano.

Va ricordato che il Somaliland, ex colonia britannica, ha guadagnato l’indipendenza dal Regno Unito nel giugno 1960 (si chiamava Stato del Somaliland, indipendente dal 26 giugno al 1º luglio 1960) e dopo 5 giorni si è unito alla Somalia Italiana, indipendente dal 1° luglio.

Dopo lo scoppio della guerra civile somala il 30 dicembre 1990, e il conseguente collasso della Somalia, il 18 maggio 1991 il Paese si è ritirato dall’unione, proclamando la propria indipendenza, ma non è mai stato riconosciuto a livello internazionale come Stato indipendente.

La mossa di Israele ha spiazzato tutti quei Paesi che per oltre 30 anni non hanno voluto e saputo approntare questo problema.

La Somalia ex italiana (che fa parte della Lega Araba e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica) è un Paese nel caos, il Somaliland è quasi del tutto pacificato. Il suo sviluppo è lento ma sicuro. Le elezioni si svolgono in modo democratico e trasparente. Gran parte della Somalia ex italiana è controllata dei miliziani islamisti, il governo centrale è debole e sopravvive parché è sostenuto dalle truppe dell’Unione Africana.

L’entità statuale ex britannica invece è ben strutturata e dati i suoi sforzi non merita di essere lasciata nel limbo in cui è da 34 anni.

Il governo di Netanyahu è stato abilissimo nell’insinuarsi in questa contraddizione e inerzia della politica estera dei Paesi occidentali che dovrebbero essere gli alleati naturali del Somaliland. Tra l’altro anche l’Italia negli anni scorsi ha intrattenuto buoni rapporti con il governo secessionista e aveva inviato anche un gruppo di istruttori per addestrarne la polizia.

Ora si trovano davanti a un dilemma: assecondare la mossa di Israele (condivisa ci scommetteremmo, dagli Stati Uniti), oppure condannarla scontrandosi cosi con i Paesi africani e quelli islamici?

D’altro canto diamo per scontato che Hargeisa ha accettato di essere riconosciuta da Israele perché comunque uscire dell’isolamento cui è stata cacciata fino ad ora per lei è positivo.

Condanne

Ovviamente, oltre alla Somalia, l’Unione Africana (UA) e la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) numerosi altri Paesi, tra questi Turchia e Cina, hanno fortemente condannato il riconoscimento formale da parte di Israele della regione separatista somala come Stato sovrano.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano

A marzo Netanyahu e il presidente americano Donald Trump avevano fatto trapelare di voler cacciare i palestinesi da Gaza, il più lontano possibile, in Africa. Tra i Paesi presi in considerazione c’era anche il Somaliland, ma le autorità di Hargheisa avevano affermato allora di non essere mai stati contattati a questo proposito.

Ma l’interesse di Israele per il Somaliland non è legato solamente all’eventuale deportazione dei gazawi. Il governo dello Stato ebraico ha bisogno di alleati nella regione del Mar Rosso per diverse ragioni strategiche, come sostengono alcuni analisti.

Destabilizzazione della regione

Secondo Teheran, il riconoscimento ufficiale del Somaliland costituisce una flagrante violazione della sovranità della Somalia. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha affermato che tale mossa è in linea con la più ampia politica di Israele volta a “destabilizzare i Paesi della regione e aggravare l’insicurezza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa”.

L’autoproclamata repubblica ha un proprio governo, una propria moneta e le proprie strutture di sicurezza. Tuttavia, pur essendo, fino a pochi giorni fa non riconosciuto da nessun Paese del mondo, l’accesso ai finanziamenti internazionali multilaterali e le possibilità di viaggiare dei suoi abitanti sono limitati.

Rapporti diplomatici

Dall’inizio del 2020 Hargheisa e Taipei intrattengono rapporti diplomatici, entrambe hanno aperto le proprie rappresentanze nelle rispettive capitali. Una manna dal cielo per il Somaliland, sempre alla ricerca di nuovi investitori in diversi settori, come pesca, turismo, estrazione mineraria, nonché prospezione petrolifera.

Ovviamente già allora l’avvicinamento tra Taiwan e la ex colonia britannica non è stato visto di buon occhio dalla Somalia e tantomeno dalla Cina. Va inoltre precisato che il Somaliland confina con il Gibuti, dove Pechino possiede una base militare megagalattica.

Il Somaliland intrattiene rapporti diplomatici/consolari anche con altre nazioni, come Regno Unito, Turchia, Taiwan, Etiopia, Gibuti ed Emirati Arabi Uniti.

MoU Hargheisha – Addis Abeba

Nel 2024 Hargheisha aveva sperato in un riconoscimento ufficiale da Addis Abeba. Aveva siglato un Memorandum of Understanding che avrebbe consentito all’Etiopia di avere un accesso sul Mar Rosso. Avrebbe affittato 20 chilometri di costa e utilizzato per 50 anni il porto di Berbera, che si trova sul Golfo di Aden

L’accordo aveva irritato parecchio Mogadiscio e la tensione tra Somalia e Etiopia era salita alle stelle. Solo grazie alla mediazione di Ankara i forti contrasti tra i due governi si sono appianati.

Ora anche altri governi potrebbero seguire l’esempio di Israele. Per ora Washington non scopre le sue carte, anche se, in base a alcune indiscrezioni, Trump starebbe preparando il riconoscimento del Somaliland.

L’interesse israeliano nella regione è aumentato dopo che lo Yemen ha iniziato a prendere di mira direttamente Israele in risposta ai massacri in corso a Gaza.

Ed ecco che entrano in gioco anche altre alleanze e partner, come gli Emirati Arabi Uniti, che da tempo collaborano con Israele in materia di intelligence e militare sull’isola yemenita di Socotra. Dal 2018 l’isola è di fatto sotto l’influenza e il controllo militare degli EAU.

Mediazione Emirati

Secondo alcuni rapporti, gli EAU avrebbero mediato un accordo che prevede l’istituzione di una base militare israeliana in Somaliland, in cambio del suo riconoscimento come Stato indipendente. Questa presenza militare consentirebbe a Tel Aviv di rispondere direttamente agli attacchi yemeniti invece di affidarsi agli alleati occidentali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Accordo Etiopia-Somaliland per usare il porto di Berbera: la Somalia protesta

Somaliland: leader dell’opposizione vince elezioni presidenziali

Somaliland: Addis Abeba inaugura nel porto di Berbera ufficio smistamento e transito merci dall’Etiopia

Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
28 dicembre 2025

Il giorno di Natale gli americani hanno bombardato alcune zone nord occidentali e centrali della Nigeria. Il presidente Trump, si legge nei resoconti, ha voluto colpire basi di terroristi rei di aver massacrato comunità cristiane. Se non Trump, i suoi consiglieri dovrebbero sapere benissimo che in Nigeria i terroristi ammazzano sì i cristiani ma anche, e in quantità superiore, i musulmani.

Il 14 aprile 2014 a Chibok i terroristi islamici di Boko Haram rapirono 276 studentesse di una scuola femminile. Erano tutte musulmane. A oltre 10 anni di distanza di 98 di loro non si sa nulla.

Il bombardamento natalizio in Nigeria non è ancora stato chiarito completamente. Anzi, cosa sia realmente accaduto è piuttosto confuso. Washington e Abuja hanno fornito versioni piuttosto diverse.

Foto diffusa dal ministero della Guerra americano, in cui si vede il lancio di un missile

C’è qualcosa che mira a confondere l’opinione pubblica perché gli obiettivi dell’attacco americano non sono affatto chiari.

Innanzitutto la scelta di colpire il nord ovest è piuttosto controversa poiché i jihadisti nigeriani sono concentrati principalmente nel nord-est del Paese. E allora perché è stato scelto il nord ovest?

Piccolo gruppo

Qualcuno in Nigeria ha recentemente ipotizzato che l’obiettivo fosse il gruppo armato, piccolo e semi sconosciuto, Lakurawa – la principale formazione jihadista situata nello Stato settentrionale di Sokoto legata, sembra, però non è certo, alla Provincia del Sahel dello Stato Islamico (ISSP) – ma  fonti diplomatiche contattate da Africa ExPress hanno respinto questa ipotesi.

Tra l’altro si stima che Lakurawa disponga di una forza di soli 200 uomini.

Questi i resti di una bomba o di un missile caduto nel sokolo State

Peraltro all’inizio di dicembre l’affermazione di Trump secondo cui la violenza nel Paese è dovuta a una “persecuzione” contro i cristiani, un’interpretazione utilizzata da tempo dalla destra religiosa statunitense, ha provocato la reazione del governo nigeriano e degli osservatori indipendenti che hanno respinto l’accusa.

“La descrizione della violenza in Nigeria come “religiosa”, la mancanza di chiarezza sugli obiettivi e il fatto che gli attacchi siano stati rinviati fino a Natale – spiega Blessing Akele, la corrispondente di Africa ExPress dalla Nigeria – alimentano le preoccupazioni dei critici secondo cui l’attacco è stato più simbolico che concreto”.

Qui e nelle seguenti foto i danni causati dal bombardamento americano

Blessing conferma che le mire degli Stati Uniti sulla Nigeria non riguardano solamente la tutela degli interessi petroliferi delle compagnie americane, ma anche e risorse minerarie che recentemente sono state valutate come “ingenti”. 

Giacimenti di litio, oro e di altre terre rare sono state individuati in 10 Stati nigeriani, tra cui il Kwara, confinante con il Sokolo colpiti entrambi dalle bombe americane.

Ma i dettagli degli attacchi non sono stati rivelati, anche se occorre rilevare alcune curiosità che che lasciano perplessi. Due giorni dopo l’attacco, il 27 dicembre, il governatore di Sokoto State, Ahmad Aliyu, nel presentare le nuove iniziative per combattere il banditismo ha ringraziato le forze di sicurezza militari e della polizia senza fare alcun accenno all’attacco USA.

Celebrazioni natalizie

Nello stesso giorno, per le celebrazioni natalizie, il generale Waidi Shaibu, capo di Stato maggiore in visita alle troppe di stanza nel Sokolo per ringraziare e lodare gli sforzi dei soldati nella riduzione delle attività terroristiche nel territorio, ha assicurato maggiori sostegni logistici.

Ma anche lui non ha fatto menzione dell’intervento militare missilistico e di droni USA e non ha assolutamente citato il movente religioso. Ha invece ringraziato per aver attaccato “i banditi”.

Secondo il quotidiano nigeriano The Guardian a complicare le cose sta il fatto che gli attacchi sono stati ritardati dal presidente americano Donald Trump, probabilmente per dare all’azione un significato simbolico: colpire il giorno di Natale. Sono poi volate accuse secondo cui Washington non avrebbe voluto rilasciare una dichiarazione congiunta con i nigeriani.

Nessuna informazione

“Né la Nigeria né i suoi amici internazionali hanno ancora fornito informazioni chiare e verificabili su ciò che è stato effettivamente colpito”, ha spiegato Blessing Akele. 

Secondo The Guardian, Mohammed Idris, ministro dell’informazione del Paese, ha dichiarato venerdì sera che gli attacchi “hanno preso di mira elementi dell’ISIS che tentavano di penetrare in Nigeria dal corridoio del Sahel”.

Però in un’intervista a Sky News, Daniel Bwala, consigliere del presidente nigeriano Bola Tinubu, ha indicato come obbiettivo i campi di addestramento del gruppo Lakurawa, chiamandoli “banditi” e non terroristi.

Gli analisti e il partito di opposizione People’s Democratic Party hanno criticato aspramente il governo per aver permesso alle “potenze straniere” di “dare la notizia delle operazioni di sicurezza nel nostro Paese prima del nostro governo”.

Trump si auto attribuisce il merito

Infatti sui social media la notte dell’attacco, Trump è stato il primo ad attribuirsi il merito degli attacchi e così ha suscitato la preoccupazione dei nigeriani che la loro sovranità fosse stata violata.

Il presidente americano ha anche dichiarato al quotidiano statunitense Politico che le azioni erano state programmate prima di giovedì. “Ma io – ha sostenuto orgogliosamente – ho insistito perché l’attacco fosse portato il giorno di Natale. ‘Facciamogli un bel regalo’, ho detto”.

La mattina seguente all’attacco, il ministro degli Esteri nigeriano Yusuf Tuggar, ha insistito sul fatto che si era trattato di un’operazione congiunta, con Tinubu, che alla fine ha dato il via libera, e la Nigeria, che ha fornito le informazioni di intelligence per gli attacchi.

In seguito Tuggar ha dichiarato all’emittente Arise News che, al telefono con il segretario di Stato americano Marco Rubio prima degli attacchi, aveva concordato che Stati Uniti e Nigeria avrebbero  rilasciato una dichiarazione congiunta. Ma Washington, violando l’accordo ha diffuso la propria.

Corridoio del Sahel

Mohammed Idris, ministro dell’informazione nigeriano, ha dichiarato venerdì sera che gli attacchi “hanno preso di mira elementi dell’ISIS che tentavano di penetrare in Nigeria dal corridoio del Sahel.  Sono state colpite due importanti enclavi terroristiche nel distretto di Tangaza, nello Stato di Sokoto”.

Altri villaggi sono stati bersagliati da quelli che il ministro dell’Informazione ha definito “schegge”, residui cioè degli attacchi.

Le immagini di un fotografo della France Presse a Offa, nel vicino stato di Kwara (dove ci sono le miniere di Litio, ndr), mostravano edifici crollati, con effetti personali sparsi tra le macerie.

Le esplosioni nella città di Jabo, nello stato di Sokoto, apparentemente causate dalle schegge hanno scosso la comunità e “ci hanno sorpreso perché questa zona non è mai stata” una roccaforte dei gruppi armati, ha detto alla France Presse Haruna Kallah, residente locale. Non sono state segnalate vittime civili.

Tipo di proiettili

Divergenze anche su tipo di proiettili utilizzati. I racconti divergono. L’esercito statunitense ha diffuso un video che mostra una nave della marina militare che lancia quelli che sembrano essere missili.

Idris ha affermato invece che “gli attacchi sono stati lanciati da piattaforme marittime con base nel Golfo di Guinea”. Ha anche detto che “sono state utilizzate in totale 16 bombe di precisione guidate da GPS con droni MQ-9 Reaper”.

Comunque, entrambi i Paesi hanno dichiarato che sono in programma ulteriori attacchi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
X malberizzi©
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Minacce americane alla Nigeria: “Se gli islamisti non smettono di uccidere i cristiani interveniamo”

Dalla Barbagia al Congo: sei personaggi alla ricerca di se stessi nel cuore di tenebra

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
Mombasa, 27 dicembre 2025

“Si sono spartiti l’Africa senza consultarci, senza chiedercelo, senza avvertirci. Si sono spartiti il mondo….Niente più mi stupisce”.

Alla fine del viaggio dentro il cuore del Continente nero raccontato da “Terre di nessuno”, (editore Messaggi Frontali), 346 pagine scritte da Carlo Augusto Melis-Costa e Andrea Fanti, il lettore vada a riposarsi e a meditare con l’ascolto di un meraviglioso brano di musica reggae.

Si intitola ”Plus rien ne m’etonne”, opera del celebre e grandissimo cantante ivoriano (anche se ignoto ai più in Italia), Tiken Jah Fakoly, nome d’arte di Doumbia Moussa Fakoly, oggi 57enne.

Se, invece, il lettore volesse gradire qualcosa di più tormentato, ricorra a Vasco Rossi, che canta, anzi cantava, negli anni ‘80, “Ognuno a rincorrere i suoi guai/Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso/E ognuno in fondo perso/Dentro i fatti suoi”.

Sia il cantante-poeta ivoriano, sia il nostro “provocautore” Blasco di Zocca, sono l’ideale riassunto sonoro di “Terre di Nessuno”.

Fakoly, da un quarto di secolo, con le sue canzoni e nei concerti tenuti in Africa e in Europa, vuole svegliare le coscienze, denunciare le iniquità subite dal popolo africano, l’avidità del neocolonialismo che provoca povertà, migrazioni, eccidi.

In una parola l’orrore dei tempi moderni di cui grondano molte aree africane.

“Aveva tirato le somme e aveva giudicato. L’orrore, L’orrore!” scrive Joseph Konrad in “Cuore di tenebra” parlando del commerciante d’avorio Kurz inseguito da Marlow. Anche nel volume, fresco di pubblicazione, c’è chi si avventura in una discesa avventurosa alla ricerca di un male imperscrutabile, di una organizzazione e di un personaggio avvolti nel mistero, nel detto e non detto, ma per questo più inquietante.

Un viaggio verso un cuore di tenebra (se è…. lecito paragonare cose piccole alle grandi, direbbe il poeta Virgilio).

Dalla Barbagia all’Africa, da una terra in via di estinzione (industriale) a un continente saccheggiato e depredato.

Protagonisti di questo percorso, alcuni uomini e donne, che per ragioni diverse, anzi opposte e contrastanti, hanno scelto non solo una vita spericolata, esagerata, maleducata, ma anche insanguinata.

Tutto, nel romanzo di Melis Costa e Fanti, ha origine nel 1980, nel cuore (non molto meno tenebroso) della Sardegna, nella piana di Ottana dove si sta consumando la tragedia del fallimento dell’ industria petrolchimica che avrebbe dovuto far rinascere l’isola.

Qui un giornalista dell’estrema sinistra, Ezio Veri, inviato a indagare sulla fine dell’esperimento industriale nel centro Sardegna, viene guidato da un sindacalista, Antonio Spanu, brillante e ambizioso (“sono figlio di pastore, sono diplomato e mi sto laureando in Economia”).

Prima di rientrare in Continente, Enzo conosce un frate laico, Pierre De Rechter, a capo di una minuscola comunità dei Piccoli fratelli dell’ amore divino.

Pierre ha un passato avventuroso, angoscioso e angosciante (al pari dei confratelli), come lascia intendere dal racconto lungo una notte alla luce del camino accompagnato da carne arrostita e abbondante libagioni.

Trent’anni dopo, un incredibile incrocio di destini, tra Milano, Roma, Parigi…apre nuovi squarci con nuove figure che accompagneranno (e rischieranno di confondere) il lettore.

Ezio rivede il suo amico e carissimo compagno (si fa per dire, in realtà è un…. camerata / fascistissimo), Irnerio Facci, geologo milanese, specialista in terre rare, conoscitore dell’Africa e preoccupato per voci allarmante che giungono dal Continente nero.

Poco più tardi Ezio incontra “una donna la cui compagnia può rendere trascurabili i problemi di un uomo”. È Nevina Giovannelli, per tutti Nevi, ricca nuorese, anch’ella dal passato angosciante e angoscioso. Aveva frequentato un corso di Studi in Sicurezza Internazionale tenuto dal giornalista nella scuola Sant’Anna, di Pisa nel 2001.

Al momento dell’incontro, Nevi fa la pendolare fra Milano e Parigi, dove lavora all’agenzia per gli studi sulla sicurezza.

E’ sempre una bella donna, anche se piena di cicatrici e non solo fisiche.

E’ sempre affascinante ma tanto cambiata in 9 anni. Anche Ezio da Ottana in poi si è trasformato. Corrispondente di vari teatri di guerra, è diventato una specie di relitto umano, sopravvissuto all’alcol (che continua a non disdegnare in dosi omeriche), e all’eroina, si sente un cittadino del mondo, disilluso, che “avverte piccole e benefiche scosse solo alle prospettiva nuove possibili destinazioni, punti di partenza per raccogliere elementi in vista di un eventuali reportage”. Tra i due scatta una tacita, tormentata forma di intesa, condita di dubbi (i “forse” si sprecano), perplessità, stucchevoli psicobanalisi (direbbe il comico Crozza sfottendo lo psicoanalista alla moda Massimo Recalcati), che lascia preludere non si sa bene a che cosa.

Dai loro incontri sbuca, a Roma, un’altra ambigua figura, compagna di Nevi nel corso frequentato a Pisa: Adila Ben Youssef, marocchina.

“Tanto bella quando brava. La migliore del corso nel 2001, laureata anche in Giurisprudenza, dirigente di analisi e documentazione in una società di consulenza internazionale di Roma, la Parallels”. Insomma una specie di spia sotto mentite spoglie.

Sempre a Roma, chi si rivede?            

Fratel Pierre de Richter, che da Ottana è stato richiamato nella capitale, dove ha preso i voti, e dalla Casa madre è stato nominato responsabile per le missioni nel centro dell’Africa. “Con i suoi confratelli, e talvolta da solo, viene avvistato in Camerun, nel Ciad, in Centrafrica e Congo. Si vocifera che abbia collaborato con la SDECE (controspionaggio francese, ndr) e con agenzie cinesi”.

Insomma ambiguità, doppiezze, sospetti, equivoci.

E non è finita.

Enzo e Pierre, di nuovo assieme, si avventurano in una traversata che rimanda a quella sul fiume Congo di Marlow, di konradiana memoria.

Solo che stavolta ci si infila nelle profondità del deserto su due stranissimi Tir e due fuoristrada. Dal nord Africa verso il sud del Centrafrica e il nord del Congo.

Qui “da anni si notano movimenti anomali. Aerei, elicotteri, persone frequentano una zona abitualmente quasi deserta e nota solo agli abitanti.»

Obiettivo della spedizione è entrare in contatto con “World Perspectives First” ( o WPF), una ONG molto riservata che si occupa di vaccinazioni e malattie tropicali. Occasionalmente, anche di vittime belliche. Ha una sua agenzia di stampa molto qualificata sui temi africani, la WP Files. Sui finanziamenti non ha mai prodotto alcuna documentazione.»

Sarà una discesa geografica e metaforica verso l’orrore di filantropia truccato, a capo del quale spunta una vecchia conoscenza, il sindacalista Antonio Spanu in ben altre vesti e con bel altri vestiti .

Qui però ci fermiamo per non rivelare il finale, per non fare spoiler, secondo l’abusata espressione presa in prestito dall’inglese.

Basti dire che intorno a Spanu e alla WPS si scoprirà il volto oscuro delle migrazioni, delle terre e delle vite rubate (senza autorizzazione, come canta Fakoly).

Nel mondo di Spanu e WPS si concentrano i 6 personaggi (anzi 5, perché uno, nel frattempo, è stato massacrato) dalla vita spericolata, non in cerca d’autore, ma, pare , di se stessi, o forse dell’Africa maledetta.

Fra loro c’è chi (forse) si ritrova e c’è chi perde tutto, anche la vita. Di sicuro fra i perdenti c’è l’Africa.

Come ha sottolineato nella prefazione del volume Antonino Melis, 72 anni, uno straordinario missionario, glottologo e antropologo sardo, il romanzo “descrive una realtà cruda e assolutamente veritiera di quello che è il ciclo di sofferenza di un continente che ha visto in tempi remoti la nascita della specie umana”.

Una descrizione complessa, per certi versi acerba, con babele di voci narranti, scontata e da tempo superata dalla cronaca “dei conflitti, iniquità, contraddizioni, assurdità presenti in quello che per secoli abbiamo definito continente nero (spesso al solo fine di eliminarlo dalle nostre coscienze e trasformarlo in un non luogo)”.

Resta comunque l’augurio – per concludere con le parole di padre Melis, che all’umanità dimenticata ha dedicato buona parte della sua vita in Camerun e in Ciad – “che questo romanzo pieno di fede verso il futuro venga letto come piccolo racconto dei sentimenti e delle vicende di alcuni, ma per altri versi come affresco veritiero di quelle zone dell’Africa, e rappresenti un atto di amore verso la verità e verso un’umanità dimenticata”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Afro Fashion Association: a Milano i nuovi talenti della moda africana

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Dalla Nostra Redattrice di Moda
Luisa Espanet
Milano, 26 dicembre 2025

Tre giorni di presentazione ma anche di shopping particolare a Milano, alla Fondazione Sozzani. Protagoniste collezioni di capi e accessori, in edizione limitata, creati da giovani stilisti africani e non e dagli studenti della Laba Douala (Libre Academie des beaux-arts) di Douala, Cameron.

Con il titolo di The essence of creation, l’evento vuole far conoscere oltre i nuovi talenti anche le tecniche artigianali di cui alcune tradizionali, altre legate alla sperimentazione per l’upcycling e la sostenibilità.

A promuovere l’iniziativa la Afro Fashion Association, un’organizzazione non-profit fondata nel 2015 da Michelle Francine Ngonmo, attuale CEO, attiva da tempo fra l’Italia e l’Africa sub sahariana. Guidata da volontari, ha come missione rafforzare le
capacità locali nel settore artistico e culturale, supportare l’empowerment femminile e offrire la possibilità di frequentare corsi di formazione e di avere contatti professionali.

Un’opportunità per il pubblico di incontrare i designer, farsi raccontare il loro lavoro e le loro storie. Di diverse provenienze i nove presenti hanno proposto creazioni molto connotate, frutto di lavorazioni svariate. Da chi ricicla scarti di tessuti e plastica per capi di lusso a chi punta al sartoriale, seguendo codici afro-globali, a chi dà vita a vecchi costumi e tessuti dimenticati.

L’ iniziativa prosegue con una vetrina digitale internazionale per tutto il mese di dicembre.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Scarpe Bata, nate in Cecoslovacchia ma cresciute e diventate adulte in Africa

Dal Nostro Inviato Speciale
Marco Patricelli
Praga, 26 dicembre 2025

Quando nel 2020 in Nigeria sono tornate in attività le linee di produzione del calzaturificio Bata, era stato come riallacciarsi alle radici di una storia quasi secolare.

Nel 1932, infatti, l’imprenditore cecoslovacco Tomáš Baťa esportò per la prima volta le sue scarpe a Lagos, guardando molto più in là della prospettiva immediata. La sua missione era: “Voglio dare le scarpe a chi non ne ha”. E all’inizio del secolo scorso gli africani erano praticamente tutti senza scarpe, tranne alcuni fortunati.

La riapertura della fabbrica nella capitale Abuja, in un’altra epoca e in un altro contesto geopolitico, aveva un significato antico e forse ancora più valido: creare posti di lavoro, affrancare i lavoratori, allentare la dipendenza dall’export di petrolio con tutte le sue storture, oltre che l’obiettivo scontato e sistematico di fornire calzature di qualità alla popolazione di 200 milioni di anime. Oggi in lingua Yoruba scarpe si dice Bata.

Da quelle linee ogni anno escono oltre mezzo milione di paia di scarpe, nonostante una situazione logistico-funzionale non ottimale, come per la regolarità dell’energie elettrica, le vie di comunicazione non sviluppate e le difficoltà nei rifornimenti della gomma.

Quel marchio, a ogni modo, significa davvero molto per la Nigeria, per le esigenze interne e per l’esportazione. Nel Paese più popoloso dell’Africa nel 2007 il governo aveva posto un freno all’acquisto di scarpe dall’estero rilanciando l’economia locale con la produzione di beni di consumo.

Lo stabilimento Bata a Limuru in Kenya

Bertram Dozie, primo direttore della fabbrica Bata Nigeria, ricordò che aveva calzato per la prima volta a scuola scarpe con la scritta Bata, un’azienda fondata nel 1894 dai fratelli Anna, Antonín e Tomáš Baťa, settima generazione di una famiglia di calzolai.

Tomáš aveva iniziato appena quindicenne a Vienna, nel 1891, ma il tentativo era andato male. Il laboratorio di Zlín con una cinquantina di dipendenti aveva conosciuto un momento difficile per un’esposizione debitoria che l’aveva portato a un passo dal fallimento, che i due fratelli (Anna era uscita dalla società dopo il matrimonio) erano riusciti a superare.

Nel 1900 i dipendenti erano cresciuti a 120. Cinque anni dopo Tomáš visitava Stati Uniti, Inghilterra e Germania per imparare nuove tecniche di produzione con macchinari più evoluti. Nel secondo quinquennio le fabbriche erano già cinque.

Due anni dopo la morte di Antonín, avvenuta nel 1908, la Bata introduceva i pasti aziendali. Prima dello scoppio della Grande guerra i dipendenti erano 400 e il calzaturificio esportava all’estero; il conflitto fa virare la produzione verso le forniture militari.

Il negozio di Bata a Praga

Nel 1917 venivano eliminati gli intermediari all’ingrosso, collegando la fase della produzione a quella della distribuzione in una propria rete di negozi. Alla fine della guerra la Baťa ha 4.000 persone a libro paga e dal 18 novembre 1918, nella neonata Cecoslovacchia, introduce la giornata lavorativa di otto ore e corsi di formazione avanzata continua.

Viene espansa la rete di vendita all’estero e nel 1919 viene aperta la prima fabbrica negli Stati Uniti, che avrà però vita breve chiudendo i battenti nel 1921.

La Baťa cura in proprio la pubblicità, crea un’orchestra, assicura biglietti omaggio per il cinema ai dipendenti, fonda società affiliate nei Paesi Bassi, in Jugoslavia, in Polonia, in Danimarca e in Inghilterra.

Tomáš Baťa nel 1923 è eletto sindaco di Zlín, dove l’impronta della filosofia aziendale è caratteristica dello sviluppo architettonico e urbanistico: nel 1926-1927 diventerà una città-giardino ed entrerà in funzione un moderno ospedale.

il negozio Bata in corso Buenos Aires a Milano

Dal 1924 vige l’autogoverno delle officine e la compartecipazione agli utili, con un’evoluzione tecnologica spesso frutto di risorse interne, come la progettazione e la messa in opera di cinghie mobili.

Il fondatore dell’azienda ha come slogan quello di fornire “scarpe economiche e buone ai consumatori e salari dignitosi ai propri lavoratori”, ai quali garantisce un dipartimento sanitario e sociale aziendale. I dipendenti, da 2.200, sono quasi 3.500. Nel 1925 il titolare compie un viaggio in India per l’apertura di nuovi mercati, fonda una scuola di apprendistato professionale per giovani e come sindaco lancia pure una riforma del sistema educativo pubblico locale.

Alla fine del decennio i dipendenti sono circa 12.000. Una quota di posti di lavoro è riservata a persone con disabilità fisica, mentre le attività si diversificano sempre più e viene applicata la settimana lavorativa di cinque giorni (45 ore). Nel 1931 i dipendenti sono oltre 29.000 nella sola Cecoslovacchia.

Il 12 luglio 1932 Tomáš Baťa perde la vita in un incidente aereo a Otrokovice, lasciando un’azienda che opera in ben 36 settori e con 31.000 dipendenti, producendo oltre 36 milioni di paia di scarpe, l’80 per cento della produzione nazionale, di cui tre quarti per l’export, con fabbriche in Germania, Jugoslavia, Polonia, Svizzera, Francia, Inghilterra, India, e poi Siria, Libano, Iraq, Indie orientali olandesi, Singapore, e più di 2.500 negozi.

La guida della Baťa viene assunta da tre manager tra cui Jan Antonín Baťa. Al momento della Crisi dei Sudeti i dipendenti sono 65.000, di cui un terzo all’estero, e i negozi oltre 5.000. Con l’occupazione tedesca nel marzo 1939, Tomáš Baťa junior va in esilio in Canada e collabora con il governo in esilio a Londra di Edvard Beneš, mentre l’azienda, nonostante il controllo dei nazisti, aiuta economicamente la resistenza cecoslovacca.

Nel 1945 con decreto presidenziale n. 100 le aziende Baťa in Cecoslovacchia sono nazionalizzate e Tomáš Baťa junior si dedica allora alla Bata Development Limited di Londra, sede centrale delle società nell’Europa occidentale e all’estero (38 fabbriche, 2.168 negozi, 34.000 dipendenti, produzione di 34.000.000 di paia di scarpe).

L’avvento del comunismo espropria le fabbriche in Polonia, Ungheria, Jugoslavia e Bulgaria, cancellando tre quarti del patrimonio. In Cecoslovacchia il regime mette sotto processo dirigenti e rappresentanti, con condanne al carcere che in seguito saranno annullate con riabilitazione.

Negli anni ’60 Bata ha 75 società affiliate in 79 Paesi, con 66 stabilimenti e una produzione di oltre 175 milioni di paia di scarpe, con numeri che in dieci anni saranno sensibilmente aumentati. Nel 1991, finalmente, il ritorno nella Cecoslovacchia democratica, nella sede a Zlín, dove peraltro la produzione di Stato non si era mai fermata.

In Nigeria il marchio Bata era stato affidato alla produzione locale nel 1965, una trentina d’anni dopo essere apparso nelle vetrine di Lagos con l’apertura del primo punto vendita nel 1932, seguita nel 1935 da uffici per l’acquisto di materie prime (cuoio, gomma e cotone) a Kano. Nel 1939 i negozi nigeriani erano già nove. Alla fabbrica di Lagos del 1960 si aggiunse quella di Kano nel 1976. Dopo una parentesi di inattività negli Anni ’80, il ritorno in Africa nel 1991 e il recente rilancio per un mito che non si era mai appannato. Il marchio Bata (senza alcun accento, diversamente dal cognome di famiglia che ne cambia la pronuncia, e secondo la versione moderna aziendale) era diventato sinonimo di scarpa in lingua yoruba, che richiamava pure nel suono il tamburo sacro batá.

Marco Patricelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Congo-K: nel sud-Kivu la guerra non si ferma nemmeno a Natale

Africa ExPress
24 dicembre 2025

Natale, festa e gioia dei bambini. Ma non per tutti. Non nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, dove anche quest’anno i più piccoli pagano il prezzo più alto di questo assurdo conflitto.

Mentre l’occidente è impegnato a impacchettare i regali da mettere sotto l’albero, migliaia di persone sono in fuga verso il Burundi dopo l’escalation dei combattimenti a Uvira, seconda città del Sud Kivu, nell’est del Congo.

Popolazione in fuga da Uvira, Sud-Kivu

Secondo le agenzie umanitarie sarebbero quasi 90 mila le persone che si sono riversate nel Burundi, Paese limitrofo povero, ma che, nonostante ciò, accoglie ugualmente i disperati in fuga. I campi per profughi sono sovraffollati e le condizioni di vita sono più che precarie.

Mezzo milione di persone in fuga

UNHCR ha fatto sapere che i più colpiti sono le donne incinte e i bambini: durante la fuga molti sono rimasti per giorni senza cibo e acqua.

Medici senza Frontiere, ONG che opera nei siti di accoglienza, ha spiegato che i congolesi arrivati finora sono molto provati, disperati, stanchi.

Dall’inizio di dicembre, con la presa di Uvira da parte di M23/AFC , quasi mezzo milione di persone sono fuggite dalle proprie abitazioni. La maggior parte sono ora sfollati, hanno cercato luoghi più sicuri nel proprio Paese.

Situazione drammatica dei rifugiati congolesi in Burundi

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya, della quale fanno parte diversi gruppi minori. Dall’inizio dell’anno Goma (capoluogo del Nord-Kivu) e Bukavu (città principale del Sud-Kivu) sono governate da M23/AFC.

I ribelli hanno dichiarato di aver lasciato la seconda città del Sud Kivu la settimana scorsa, dietro pressione di Washington, ma la loro affermazione è stata fortemente negata dalle autorità congolesi. E non solo_: anche lo stringer di Africa ExPress ci ha confermato che due giorni fa nella parte sud di Uvira ci sono stati importanti combattimenti tra le forze armate congolesi (FARDC) sostenuti dai Wazalendo (gruppo “civile” di autodifesa) e i ribelli.

Eppure all’inizio di dicembre RDC e Ruanda avevano siglato un trattato di pace a Washington, in presenza del presidente statunitense Donald Trump. Kigali è accusata a livello internazionale di supportare i ribelli, fatto che Paul Kagame, presidente del Ruanda, continua a negare.

Anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha affermato che le azioni del Ruanda nella regione orientale del Congo-K, ricca di minerali, violano l’accordo di pace.

Rinnovo mandato MONUSCO

Il 19 dicembre scorso il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha prolungato di un altro anno la missione di pace (MONUSCO) nella Repubblica Democratica del Congo. Una “vittoria” per il governo di Kinshasa, visto che il Ruanda nel conflitto congolese è stato accusato di essere l’aggressore. Nel 2024 il governo di Kinshasa aveva chiesto il ritiro immediato dei caschi blu, accusandoli di non proteggere i civili.

Si tratta della missione più costosa nella storia dell’ONU, presente nel Paese dal 1999, oggi con 14.500 persone, tra questi 11.500 soldati.

ADF riprende attacchi

E da qualche settimana anche il gruppo armato ADF (Allied Democratic Forces), un’organizzazione islamista ugandese, presente nel Congo-K dal 1995, si è scatenata nuovamente a più non posso. A novembre, prima della presa di Uvira da parte di M23/AFC, ADF ha brutalmente ammazzato 123 civili, tra loro anche molti bambini.

I terroristi hanno attaccato territori nel Nord Kivu (Lumbero e Baswagha). Molti residenti sono fuggiti dalle proprie case. La popolazione teme questi miliziani affiliati allo Stato islamico, perché una volta preso il controllo delle aree conquistate, impongono tassazione forzata e cerimonie di predicazione per la conversione all’islam.

Africa ExPress
@africexp
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