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La diaspora ebraica è combattuta tra fedeltà a Israele e legame con la comunità

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
20 maggio 2026
(2 – continua)

Il legame tra le comunità ebraiche e Israele si trasfroma in senso di colpa nei mebri che decidono di distaccarsi.

La paura di “tradire” la propria famiglia, non può e non deve essere messo sullo stesso piano di chi invece è convinto che i palestinesi siano “una razza inferiore” da eliminare dalla faccia della terra come dichiarano diversi esponenti politici israeliani.

Il fattore psicologico, infatti, è determinante per avviare l’elaborazione di una percezione falsata tramandata da generazione in generazione. E le voci come quella del Laboratorio Ebraico Antirazzista sono indispensabili per una terapia collettiva.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
(2 – continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Parla la diaspora: sempre più ebrei si allontanano dalle comunità

 

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Congo-K: ebola corre, a rischio anche altri Paesi del continente

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 maggio 2026

La nuova epidemia di ebola continua la sua corsa e non si ferma entro i confini della Repubblica Democratica del Congo. Ieri il ministero della Sanità di Kinshasa ha denunciato la morte di 204 persone, mentre i casi sospetti sarebbero già 867. Il giorno precedente (venerdì), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha parlato di 750 casi sospetti e 177 vittime, legate probabilmente al micidiale virus, innalzando anche il livello di allerta sanitaria da “elevato” a “molto elevato”. Ieri la Croce Rossa ha inoltre annunciato la morte di tre suoi volontari in RDC.

Si presume che l’attuale epidemia fosse stata in circolazione nell’Ituri ben prima di metà maggio.

Vaccino non disponibile

Il ceppo che caratterizza la 17esima epidemia di ebola, dichiarata lo scorso 15 maggio nella Repubblica Democratica del Congo, è particolarmente aggressivo. Si tratta del Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007 e finora non esiste nessun vaccino per questa variante della patologia. Al momento attuale l’immunizzazione è disponibile solamente per ebolavirus Zaire.

Continua a salire il numero dei morti per ebola nel Congo-K

In precedenza Bundibugyo si è presentato solo altre due volte. In Uganda, nel 2007 appunto, e poi nel 2012 in Congo-K.

Nuovi casi anche in Uganda

Sabato il ministero della Sanità di Kampala ha annunciato tre nuovi casi di ebola, portando in Uganda il totale a cinque, di cui uno mortale. I nuovi contagiati sono un autista e un operatore sanitario, entrambi ugandesi e una donna congolese.

La massima autorità sanitaria dell’Unione Africana (UA), Africa CDC (Africa Centres for Disease Control and Prevention) ha avvertito che anche altri Paesi rischiano di essere colpiti dalla gravissima patologia. Tra quelli a alto rischio contagio ci sono  Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Congo-Brazzaville, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia.

Focolaio dell’attuale epidemia è Ituri, provincia nel nord-est del Congo-K. La zona è situata al confine con l’Uganda e il Sud Sudan ed è ricca di giacimenti auriferi e è caratterizzata da intensi movimenti di persone, legati all’attività mineraria. Ma non solo. Nella provincia sono attivi parecchi gruppi armati e i terroristi di ADF ((Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo Stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili. Dunque spostamenti e insicurezza sono tra le prime cause di propagazione del virus killer, il cui indice di mortalità è del 50 per cento.

Il governo di Kampala ha preso immediatamente alcuni provvedimenti, come la sospensione per quattro settimane di tutti i trasporti pubblici, compresi traghetti e autobus transfrontalieri. Merci e generi alimentari sono però esclusi dai divieti.

Tuttavia anche mercati e altri grandi assembramenti sono stati momentaneamente vietati nelle zone di confine, dove le persone si spostano frequentemente tra i due Paesi.

Ruanda maggiori controlli

Anche se finora non sono stati segnalati casi in Ruanda, il governo di Kigali ha ugualmente già messo in atto misure restrittive per quanto riguarda i viaggiatori.

Ai cittadini stranieri che hanno transitato in Congo-K negli ultimi 30 giorni è vietato l’ingresso nel Paese. Mentre ruandesi e stranieri residenti in Ruanda potranno rientrare, ma dovranno sottoporsi a quarantena. Il ministero della Sanità ha inoltre comunicato che saranno rafforzate le misure di screening nell’aeroporto internazionale di Kigali.

Secondo Africa CDC occorrono 319 milioni di dollari per far fronte alle esigenze legate alla epidemia. In primis dovranno essere devoluti alla Repubblica Democratica del Congo e all’Uganda. Ma non solo, fondi dovranno essere messi a disposizione anche agli altri Paesi a rischio. Finora sarebbero stati già promessi impegni di finanziamenti per 230 milioni di dollari.

M23/AFC senza esperienza ebola

Le misure volte a contenere la diffusione del virus si basano essenzialmente sul rispetto degli interventi di prevenzione e sull’individuazione tempestiva dei casi. “È un problema che riguarda tutti noi”, ha dichiarato Samuel Roger Kamba, ministro della Sanità del Congo-K, sottolineando che il Paese dovrebbe avere il “pieno controllo” del proprio territorio per arginare la diffusione dell’epidemia.

Attualmente, purtroppo, così non è, visto che vaste zone sono ancora controllate dai ribelli M23/AFC.

M23 (Movimento del 23 marzo) e l’AFC (Alleanza del fiume Congo)”, ovvero il movimento armato e la sua ala politica, sostenuti dal vicino Ruanda sin dalla recrudescenza della ribellione congolese nel 2022.

Il ministro della Comunicazione e portavoce del governo di Kinshasa, Patrick Muyaya, sostiene che la coalizione non ha nessuna esperienza nella gestione di ebola. Muyaya ha pure ammesso che il trattato di cooperazione sanitaria di 1,2 miliardi dollari, siglato qualche mese fa con gli USA, non ha ancora prodotto i risultati desiderati.

Vietato ingresso a stranieri

E gli Stati Uniti hanno subito rafforzato le misure, impedendo l’ingresso incontrollato nel proprio territorio di persone, portatrici eventuali del virus. L’ultima misura, già in vigore da qualche giorno. Di fatto coloro che sono stati nel Congo-K, Uganda e Sud Sudan nelle ultime tre settimane devono atterrare esclusivamente in Virginia, a Dulles, uno degli aeroporti di Washington DC. Ma non è tutto; la misura prevede che chi non è cittadino americano, anche se in possesso della Green Card (permesso di residenza) non può entrare negli USA se ha soggiornato nelle ultime tre settimane in Paesi dove è in corso l’epidemia.

OMS ha già dispiegato le sue squadre nell’Ituri e ha inviato alcune tonnellate di materiale nell’epicentro del focolaio di ebola dove l’organizzazione resta assai complicata e complessa: strade dissestate, territorio dilaniatO da violenze a causa dei continui attacchi di gruppi armati.

Nuovi attacchi ADF

Ituri conta 8 milioni di abitanti, ma oltre un milione di persone si trovano in campi per sfollati, fuggite dalle loro case a causa delle incessanti aggressioni.

L’ultima risale a pochi giorni fa a opera dei terroristi di ADF, che si sono nuovamente scatenati contro i civili. Tra il 22 e il 23 maggio sono stati ritrovati i corpi di 32 persone nella chefferie (amministrazione territoriale) Walese-Karo. Il bilancio è ancora provvisorio, perchè a causa della persistente insicurezza, altre aree del territorio restano per ora inaccessibili, ha dichiarato ONGDH PROTECTION PLUS (Organizzazione per la Difesa dei Diritti Umani).

Nell’Ituri si sono anche verificati diversi incidenti in alcune strutture sanitarie dovuti alla diffidenza di una parte della popolazione. Nella notte tra venerdì e sabato è stata incendiata una tenda fornita da Medici senza Frontiere (MSF) a un ospedale locale.

Mentre giovedì è scoppiata una piccola rivolta in un altro nosocomio nella regione. Alcuni giovani hanno fatto irruzione nella struttura ospedaliera perché gli era stata negata la consegna del corpo di un loro congiunto.

Sepolture secondo protocolli OMS

Va ricordato a questo punto che le salme dei morti di ebola necessitano specifiche sepolture, secondo i protocolli di OMS. Sono vietati i funerali tradizionali, perché le persone che lavano il cadavere possono infettarsi facilmente, visto che la trasmissione avviene tramite i fluidi corporei del malato. Il virus non muore con la persona, continua la sua attività. E’ necessario l’intervento di una equipe specializzata, che avvolge il corpo della persona deceduta per il micidiale virus in un sacco e portarlo via.

La grave febbre emorragica è endemica nella ex colonia belga, dove periodicamente si ripresenta. La prima epidemia di ebola scoppiò nel Paese il 26 agosto 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.

I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Lo spettro dell’ebola torna in Congo-K: oltre 80 morti nel nord-est

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Parla la diaspora: sempre più ebrei si allontanano dalle comunità


Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
20 maggio 2026
(1 – continua)

Le comunità ebraiche di tutto il mondo stanno affrontando un conflitto interno omesso e censurato dalla narrazione israelo-palestinese.

Gli ebrei che non si riconoscono più, o non si sono mai riconosciuti nella politica coloniale dello Stato di Israele stanno in tutti i modi cercando di far sentire la loro voce. Difficilmente, però, riescono a trovare spazio all’interno delle propagande politiche a favore o contro l’occupazione.

LƏA – il Laboratorio Ebraico Antirazzista – è una realtà che rappresenta, insieme ad altre componenti, la voce della diaspora ebraica italiana silenziata. Non è semplicemte una contrapposizione al sionismo e ai sionisti. Le dinamiche che portano i membri della comunità a distaccarsi, o a rifugiarsi in cerca di protezione, spesso sono psicologiche.

L’elaborazione della propria storia e della strumentalizzazione dei traumi generazionali – collettivi e individuali – deve fare i conti con i fatti storici e la percezione della realtà così come si presenta.

Diventa difficile distinguere i membri della comunità ebraica dichiaratamente sionisti per interessi legati alla politica coloniale israeliana dagli ebrei che, per diversi motivi, sono vittime della propaganda sionista.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
(1 – continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sudan: libero il carnefice di el Fasher, tornato in azione in Kordofan

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 maggio 2026

Abu Lulu, il sanguinario carnefice di el Fasher, capoluogo del Nord-Darfur (Sudan), è stato liberato ed è tornato a combattere. Durante la battaglia tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e i paramilitari delle Rapid Support Forces (RFS) per prendere il controllo della città, Abu Lulu si era vantato di aver ammazzato centinaia di civili. Aveva ripreso le sue esecuzioni con il cellulare, video poi pubblicati sui social network. I filmati di estrema crudeltà avevano indignato il mondo intero e l’ONU ha messo l’ufficiale delle RSF sotto sanzione. Ora, secondo fonti citate da Reuters, il serial killer è stato scarcerato e starebbe combattendo con le RFS nello Stato sudanese del Kordofan.

I reporter di Reuters hanno raccolto testimonianze da nove fonti, tra queste anche un agente dell’Intelligence di Khartoum e un comandante delle RFS. Hanno confermato di aver riconosciuto al-Fateh Abdullah Idris, meglio noto come Abu Lulu, sui campi di battaglia nel Kordofan lo scorso marzo.

Abu Lulu, il carnefice di el Fasher, Nord Darfur (Sudan)

Pare che Abdel-Rahim Dagalo, fratello di Hemetti e vicecomandante delle RFS, abbia personalmente ordinato la liberazione del killer di el Fasher, mandandolo nel Kordofan con l’ordine di non pubblicare assolutamente nulla sui social network.

Paramilitari negano liberazione

Ma un portavoce di TASI, governo parallelo sudanese, formato da diverse fazioni ribelli e presieduto da Hemetti, lunedì scorso ha negato fermamente la liberazione di Abu Lulu e di altri ufficiali che si sono macchiati di violenze contro i civili.

E’ evidente che soldati come Abu Lulu sono indispensabili al momento attuale per dare nuovo vigore alle truppe dei ribelli, visto che sempre più paramilitari stanno lasciando le RFS per passare a SAF.

La defezione più eclatante è avvenuta ad aprile, quando il maggiore generale Al-Nour Ahmed Adam, noto come “Al-Nour Al-Qubba” — il terzo comandante sul campo delle RSF — se ne è andato. E’ stato ricevuto ufficialmente dal generale Abdel Fattah al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo di Stato del Sudan.

A sinistra, al Burhan incontra ex comandante delle RFS, al-Qubba

Il fatto che l’alto ufficiale delle RFS abbia abbandonato il suo incarico per passare nelle fila del nemico, segna una delle fratture più significative finora registrate all’interno della milizia sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti (UAE); un aiuto per altro sempre negato da Abu Dhabi -.

Defezioni, fiducia in calo

La fedeltà dei miliziani delle RFS nei confronti di Hemetti starebbe calando, ma bisogna vedere cosa succederà se le defezioni dovessero continuare, visto che già in passato diversi alti ufficiali sono passati a SAF.

Durante una conferenza stampa, Al-Qubba ha parlato di un ritiro coordinato delle sue truppe dal Darfur settentrionale. Ha inoltre sottolineato che l’operazione è stata resa possibile grazie a alcuni gruppi armati, in particolare dal Movimento di Liberazione del Sudan (SLM) di Minni Minawi, prima del suo arrivo a Dongola, dove è stato ufficialmente accolto dall’esercito sudanese.

L’ex comandante dei paramilitari ha poi aggiunto che le RFS avrebbero al loro soldo 150 mercenari colombiani, specializzati in operazioni con droni, artiglieria pesante e nel tiro di precisione, cioè cecchini. Alcuni soldati di ventura sudamericani sarebbero morti durante i combattimenti, altri feriti, sarebbero poi stati evacuati dall’aeroporto di Nyala, capoluogo del Darfur Meridionale.

Khartoum vs Addis Abeba

All’inizio del mese Khartoum ha richiamato il suo ambasciatore da Addis Abeba. SAF ha affermato di avere le prove che dall’inizio di marzo siano stati sferrati ben quattro attacchi con droni dalla vicina Etiopia. SAF ha pure sostenuto che gli aeromobili senza pilota sono stati forniti da Abu Dhabi.

Il ministro degli Esteri di Addis Abeba ha ovviamente respinto tutte le accuse, definendole “senza fondamenta”. A sua volta ha poi incolpato il governo sudanese di fomentare i disordini in Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia, al confine con l’Eritrea e di finanziare il TPLF (Fronte di Liberazione del Tigray).

Le forti accuse lanciate dal governo etiopico sono state immediatamente negate da un alto funzionario del TPLF, che ha dichiarato a AFP: “Non abbiamo nessun legame con il governo sudanese”.

PAM: allerta carestia in Sudan

Intanto la guerra continua senza sosta e l’ONU e diverse sue agenzie hanno lanciato un nuovo allarme nei giorni scorsi: in Sudan si sta consumando la peggiore crisi alimentare del mondo. Attualmente il 19,5 milioni di sudanesi (il 40 per cento della popolazione) soffre la fame. La situazione è davvero critica.

I dati sono stati pubblicati il 14 maggio scorso nel rapporto dell’Indice Integrato di Classificazione della Sicurezza Alimentare (IPC), un organismo dell’ONU con sede a Roma.

Fame e malnutrizione

“Fame e malnutrizione minacciano milioni di vite umane in Sudan”, ha dichiarato Cindy McCain, direttrice del PAM (Programma Mondiale Alimentazione).

Quattordici zone del Darfur Settentrionale, del Darfur Meridionale e del Kordofan Meridionale sono a rischio carestia, mentre circa 135.000 persone in quelle zone soffrono già la fame a livello catastrofico.

L’IPC stima che nel 2026 saranno 825.000 i bambini al di sotto dei 5 anni colpiti da malnutrizione acuta grave. Il dato rappresenta un aumento del 7 per cento rispetto al 2025.

La guerra dei due generali, Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, da un lato, e Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS), dall’altro, è iniziata nell’aprile 2023.

Povertà raddoppiata

Il conflitto ha praticamente raddoppiato il livello di povertà della popolazione. Oggi sette su dieci sudanesi vivono con meno di 4 dollari al giorno. E IPC ha sottolineato che con la crisi in atto in Medio Oriente la situazione tende a peggiorare a causa degli aumenti dei prezzi dei generi alimentari, carburante e fertilizzanti.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Kenya in ginocchio: sospeso lo sciopero trasporti dopo due giorni di fuoco

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
20 maggio 2026

Quattro morti, decine di feriti, centinaia di arresti, saccheggi, auto e copertoni in fiamme, migliaia di persone bloccate, molte scuole, uffici e anche alcune ambasciate (Spagna, Irlanda, Australia…) chiusi, al miserabile mercato popolare di Kawangware dalle campagne non sono arrivate neppure le galline che si vendono vive.

Una nazione in ginocchio, anzi a piedi, anzi proprio a terra.

Dalla notte di lunedì a ieri martedì, Nairobi e parte del Kenya sono precipitati nel caos totale. Per uno sciopero contro il caro carburanti e il caro vita. Per due giorni, fino a ieri. Quando l’agitazione è stata sospesa per una settimana per consentire ulteriori colloqui tra il governo e gli operatori del settore.

Proteste mai viste

Ma nel frattempo matatu (mini bus collettivi), boda (moto taxi), autobus delle scuole e quant’altro si erano fermati scatenando proteste mai viste. Nel porto di Mombasa, il più importante dell’Africa centro-orientale, si erano formate code di camion, il traffico merci cancellato. Secondo la Croce Rossa, lo sciopero aveva paralizzato la circolazione in nove contee: Nairobi, Mombasa, Kiambu, Machakos, Kajiado, Kisumu, Embu, Murang’a e Makueni.

Proteste in Kenya contro rincaro carburante

“Sisi wote tumesota (in lingua swahili), siamo tutti al verde, siamo in miseria” era stato lo sfogo, diventato uno slogan da parte di un lavoratore keniano intervistato da una emittente TV, che riassumeva e riassume la drammatica situazione del Paese.

Stop ai rincari

“Il motivo per cui abbiamo scioperato è che il prezzo del carburante è diventato troppo alto – aggiungeva il guidatore di un matatu – i passeggeri piangono, ma siamo danneggiati tutti, tutti quanti stiamo soffrendo. Se il carburante aumenta, siamo costretti ad alzare le tariffe, ma allora i clienti si ribellano, non ce la fanno. O non si muovono e non possono entrare in città, o se ne stanno a casa. Chiediamo al presidente, William Ruto, e al governo di intervenire, riducendo il prezzo del carburante e alleggerendo la pressione fiscale”.

Secondo una ricerca del sito Eastlighvoice.co.ke i costi alla pompa dei prodotti energetici nella regione dell’Africa orientale (Ruanda, Tanzania, Uganda, Burundi, Etiopia) presentano notevoli differenze: il Ruanda registra il prezzo più alto, pari a 259,09 scellini al litro (pari a 1,73 euro), mentre l’Etiopia ha il prezzo più basso (a 137,54 scellini, pari a 0,92). Il Kenya si posiziona al secondo posto con un prezzo della benzina di 214,25 scellini al litro (pari a 1,43 euro) risultando tra i più cari della regione. In febbraio era sui 178 scellini (1,18 euro).

Quanto al gasolio, il Kenya è il più salato tra i Paesi elencati, pari a 242,92 scellini al litro (euro 1,62, in febbraio era di circa 165), seguito dalla Tanzania con 211,40 scellini (euro 1,41) e dal Ruanda con 194,70 scellini (euro 1,30). Uganda e Burundi continuano a mantenere prezzi del gasolio relativamente più bassi, rispettivamente a 174,37 e 175,20 scellini (euro 1,16 e 1,17).

“Il rincaro vertiginoso del costo delle risorse energetiche ha colpito l’economia reale e la vita quotidiana delle persone in uno Stato che – ha scritto la Reuters – importa quasi tutti i suoi prodotti petroliferi dal Medio Oriente tramite accordi intergovernativi con fornitori del Golfo. L’aumento dei prezzi del carburante negli ultimi due mesi ha fatto lievitare le tariffe dei trasporti e alzato il costo dei beni di prima necessità, aggravando la pressione sulle famiglie che già faticano ad arrivare a fine mese”.

Arresti massicci

Ecco perchè la rivolta di lunedì e martedì. In una dichiarazione rilasciata eri, la Direzione delle Indagini Criminali (DCI) ha affermato che “sono stati arrestati complessivamente 710 sospetti per il loro presunto coinvolgimento in attività criminali verificatesi durante le proteste. La regione della Rift Valley è in testa con 259 incarcerazioni, seguita da Nairobi con 189”.

Sul caso dei manifestanti finiti in prigione, è scoppiata una polemica perché nella notte fra lunedì e martedi, è stato arrestato nientemeno che il comandante della stazione centrale di polizia di Nairobi, Dishen Angoya. È accusato di aver rilasciato 64 persone detenute per reati legati ai disordini pubblici. Dopo la levata degli scudi della società civile e della Lega degli avvocati, è stato rilasciato.

Folla inferocita

Non sono mancati deprecabili episodi di violenza. Lunedì presso l’ospedale della contea di Naivasha, una folla inferocita avrebbe fatto irruzione nella struttura e interrotto i servizi ospedalieri e persino portato via il corpo di un paziente deceduto in ospedale. Ad affrontare la rabbia popolare e le polemiche politiche che ne sono derivate, sono rimasti il ministro degli Interni, Kipchumba Murkomen, 47 anni, e dell’Energia, Opiyo Wandayi, 53 anni.

Questo perché alla vigilia della rivolta popolare, sabato 16 maggio, scrive il Daily Nation, “il presidente della Repubblica William Ruto ha speso ‘una fortuna su un jet privato di lusso’, noleggiato per andare prima a Baku, capitale dell’Azerbaijan e poi in Kazakistan. Se n’è andato senza dire una parola mentre tutto lasciava presagire che uno sciopero nazionale indetto dai trasportatori avrebbe paralizzato il Paese”.

Kenya: sciopero sospeso per una settimana

Lunedì e martedì, comunque, ì funzionari governativi e rappresentanti del settore trasporti si sono incontrati per tentare di risolvere la drammatica situazione di stallo causato dall’alto costo del carburante. Tra le richieste degli autotrasportatori una riduzione di 46 scellini dei prezzi alle pompe, lo scioglimento dell’autorità di regolamentazione dell’energia e del petrolio (EPRA) per avere imposti i prezzi vessatori e insostenibili senza consultazione e restrizione sulle adulterazione del gasolio, un fenomeno molto frequente in Kenya.

Nonostante le differenze fra le parti, è stato deciso di sospendere lo sciopero per una settimana. (il governo aveva offerto una riduzione del prezzo del gasolio, il carburante più usato, di circa 10 scellini al litro). Secondo il ministro dell’Energia, la riduzione di 10 scellini al litro costerebbe al governo 2,7 miliardi di scellini kenioti (20,79 milioni di dollari, 18 milioni di euro) in mancate entrate.

Ora l’appuntamento è per il 26 maggio. Si riuscirà a raggiungere un accordo ed evitare che il Kenya ripiombi nel caos?

Dialoghi in corso

Le premesse non sono rosee: da Londra il capo dell’opposizione, l’ex vicepresidente Rigathi Gachagua, 61 anni, ha chiesto ai kenioti “di non arrendersi e di continuare a protestare affinché i prezzi scendano finché il governo non ascolterà le loro richieste. La sospensione dello sciopero per una settimana è solo un diversivo”.

E il presidente della Matatu Owners Association, Albert Karakacha, lo ha fatto capire in quello che in Italia sarebbe un perfetto sindacalese: “Abbiamo perso 500 milioni di scellini (circa 3 milioni e 300 mila euro) con questo sciopero. Ora creiamo una commissione per trovare una soluzione. Diamo fiducia  al governo, ma a tempo limitato. Se non si trova la quadra, si riparte”.

Per modo di dire: ci si ferma di nuovo!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Le inchieste dei giornalisti riaprono il caso di Dian Fossey, la scienziata dei gorilla assassinata in Ruanda 40 anni fa

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 maggio 2026

“Nessuno ha amato i gorilla più di lei. Riposa in pace, cara amica, eternamente protetta in questa terra sacra perché sei a casa nel luogo a cui appartieni”.

E continua: “Onoriamo la sua memoria e l’eredità del gorilla di montagna che lei ha contribuito a salvare dall’estinzione. La sua opera ci sarà sempre d’ispirazione”.

 Questo si legge sulla tomba della primatologa Dian Fossey, uccisa 40 anni fa in Ruanda. Il memoriale è stato eretto dal governo del Ruanda nella foresta in cui ha lavorato per 18 anni.

Tomba Dian Fossey
La tomba della primatologa Dian Fossey, in Ruanda

L’omicidio

La donna, il 27 dicembre 1985, era stata trovata morta dalla persona di servizio alle 6.30 di mattina. Il corpo giaceva in un lago di sangue sul pavimento della camera da letto. La testa le era stata fracassata da colpi di machete, arma trovata sotto il letto.

Tra le mani la scienziata aveva una ciocca di capelli castano scuro. La camera da letto fu trovata completamente a soqquadro, ma i beni di valore erano in casa. Dalla sua abitazione non erano stati rubati migliaia di dollari in contanti, i passaporti e la sua pistola trovata vicino al corpo. Questi dettagli avevano escluso la pista di una rapina.

Capro espiatorio

Wayne McGuire, studente di antropologia dell’Università dell’Oklahoma, venne accusato dell’omicidio. Il giovane era in Ruanda per seguire gli studi della Fossey e incolpato di averla uccisa per impossessarsi dei suoi preziosi appunti. Sia la comunità scientifica che l’FBI non credettero nella colpevolezza di McGuire, invece il governo ruandese intendeva farne un capro espiatorio.

Il giovane, avvisato dall’ambasciata statunitense, riuscì a fuggire dal Paese prima dell’arresto.
C’era un testimone chiave della macabra vicenda. Era il tracker locale, Emmanuel Rwelekana, arrestato come presunto complice di McGuire. Venne trovato morto nella sua cella poco dopo l’arresto. La versione ufficiale parla di morte per suicidio ma molti investigatori ritennero sia stato messo a tacere.

Trofei di gorilla

Tra il 1960 e la fine degli anni ’70 il numero dei gorilla si era dimezzato. Un giorno, in un mercato turistico, la scienziata vide in vendita teste di gorilla trasformate in trofei e le loro mani in posacenere. Una terribile, rabbiosa scoperta che l’aveva mandata su tutte le furie. Era stata la fine che aveva fatto Digit, uno dei gorilla che studiava da anni.

Dian Fossey cimitero dei gorilla
Alcune “lapidi” del cimitero dei gorilla dove è sepolta Dian Fossey. Si vede anche la tomba di Digit

Molti nemici e “Monsieur Z”

Dian Fossey si opponeva alla deforestazione perché faceva diminuire l’habitat dei gorilla. Una posizione che la faceva odiare dagli agricoltori e soprattutto dai bracconieri, che non potevano continuare il loro lucroso business.

Le inchieste giornalistiche sulla morte di Fossey hanno portato nuove informazioni riguardo all’omicidio della scienziata. Tra queste “Secrets in the Mist “ del National Geographic, reportage che ha spostato l’attenzione sui papaveri della politica ruandese.

Nei suoi diari Dian scriveva riguardo a una scoperta: nel parco nazionale oltre al bracconaggio di gorilla si fa contrabbando illegale di oro e valuta. La primatologa aveva minacciato di denunciare e rendere pubblici i nomi dei funzionari governativi corrotti, implicati nel traffico.

Tra questi, Protais Zigiranyirazo.
 L’uomo, conosciuto come “Monsieur Z“, era il cognato del presidente ruandese dell’epoca e governatore della provincia in cui si trovava il centro di Karisoke della Fossey. Il politico era fortemente legato al bracconaggio e ai traffici illegali nella zona. Un’ottima ragione che potrebbe aver fatto decidere l’omicidio della scienziata.

Cold case

Le prove fisiche raccolte all’epoca dell’assassinio sono, purtroppo, andate distrutte o perdute. Il maggiore danno è stato fatto soprattutto durante i tumulti e il genocidio che sconvolsero il Ruanda nel 1994.

L’indagine è un “cold case”. In teoria sarebbe tecnicamente possibile che emerga una “prova regina”. Infatti, rimangono due parti della ciocca di capelli conservate in due buste dal medico francese Philippe Bertrand.

Dian Fossey tra i gorilla in Ruanda
Dian Fossey tra i gorilla che ha studiato in Ruanda

Una è all’FBI di Washington e l’altra nel laboratorio scientifico della prefettura di polizia di Parigi. Il quotidiano francese Le Monde ha contattato la polizia forense di Parigi riguardo al referto avuto quattro decenni fa, ma ha rifiutato di commentare la questione.

Eppure a Le Monde, Fabrice Martinez, ex comandante della polizia ha prospettato una speranza per la riapertura del caso. “…La scienza ora permette di risolvere i casi diversi decenni dopo il fatto – ha dichiarato -. …Nuove competenze utilizzando le ultime tecnologie potrebbero fornire un profilo del DNA, che sarebbe un nuovo elemento.” Ma ci sono grandi ostacoli da superare.

R.I.P.

“NYIRAMACHABELLI” (la donna che vive da sola nella foresta) così veniva chiamata in lingua Kinyarwanda. Dian Fossey, californiana di 53 anni, dal 3 gennaio 1986, riposa in pace nel cimitero dei gorilla, a Karisoke, sul Monte Visoke, in Ruanda.

Grazie al suo lungo, profondo e meticoloso lavoro con quei grandi primati ha aiutato la scienza a capire come vivono i gorilla di montagna.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

(Questo articolo è stato redatto con il supporto dell’Intelligenza Artificiale per la ricerca delle fonti e l’editing delle immagini. Tutti i contenuti e i dati sono stati interamente verificati e approvati dall’autore e dalla redazione)

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SPECIALE GENOCIDIO IN RUANDA/7 aprile 1994, comincia la mattanza: la storia di un uomo buono

L’eroe del film Hotel Ruanda è stato liberato venerdì e ora è in volo verso gli Stati Uniti

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Tra corruzione, inefficienza e disservizi, in Nigeria emerge una nuova dinastia imprenditoriale: gli Chagouri

Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Lagos, 18 maggio 2026

Tutto il mondo è in Nigeria, soprattutto quello ricco, elitario e capitalista. Sono presenti, residenti e attivi nelle ambasciate, nelle organizzazioni filantropiche e in tutti i piú relivanti settori strategici dell’economia del Paese.

Storicamente, oltre ai colonizzatori inglesi, c’erano anche famiglie indiane e libanesi impegnate in diversi settori, dall’insegnamento alle imprese e industrie.

Tra queste, la più antica è la famiglia del libanese, Mohammed El-Kahlil, approdato in Nigeria nel lontano 1926, un secolo fa, su consiglio di una coppia libanese al ritorno dalla ex colonia britannica: “Devi andare in Nigeria, troverai oro in ogni angolo delle vie”, gli dissero.

Evidentemente non se l’è fatto ripetere due volte. Oggi, la famiglia El-Kahlil gestisce un’industria miliardaria di beveraggio, guidata dal figlio, Faysal El-Kahlil, dopo la morte del padre. Produce la popolare 7Up, la bevanda concorrente di Spirit e Coca-Cola in Nigeria.

Comunque, la famiglia libanese-nigeriana che ci tiene impegnati oggi è quella di Gilbert Chagouri. Un altro libanese che ha trovato l’oro non ad ogni angolo delle vie ma ad ogni passo.

Chagouri Gilbert, 80enne, è vicino al presidente Bola Ahmed Tinubu. È attivo nel Paese da 60 anni circa ed è a capo della società Chagouri Group of Companies.

La sua storia imprenditoriale in Nigeria è emersa in seguito di una lettera-denuncia inviata ai governi Occidentali da un cittadino Nigeriano-Svedese, Kio Amachree, figlio di un ex rappresentante governativo, residente a Stoccolma.

Kio Amachree, ha denunciato una serie di appalti che Chagouri si sarebbe aggiudicato dal governo nigeriano senza gare, oltre alle concessioni generose e contratti importanti stipulati tra i quali:

1. un appalto da 12 miliardi di euro circa (12.7 USD), per la costruzione dell’autostrada costiera Lagos – Calabar di 700 km circa.
2. concessione 45ennale della gestione del terminal del Porto di Snake Island – Lagos
3.  contratto di rinnovo dei Porti Tincan e Apapa – Lagos, per 700 milioni di dollari.

Il sistema capitalistico si completa con l’inserimento dei progeni nei CDA ed è così che il nepotismo si conclama. I pargoli di Tinubu e Chagouri, Seyi Tinubu e Roland Chagouri, siedono nel Consiglio d’Amministrazione della società autostradale; si ritrovano insieme Nella CDA di CDK Integrated Industries; sono direttori di società Offshore delle Isole Britanniche. Mentre Seyi Tinubu, è pure al centro di polemiche a Londra, per quanto riguarda una causa immobiliare di 10 milioni di dollari (circa 8 milioni 600 mila sterline).

Kio, nella sua lettera ha anche sottolineato l’aspetto criminale dei due denunciati Tinubu e Chagouri. Si dice che il primo sia un ex trafficante di droga, sicuramente, corrotto, l’altro, invece, un riciclatore di denaro sporco sin dai tempi del despota militare Sani Abacia morto nel 1997, corrotto e sospettato finanziatore di Hezbollah.

La corruzione è l’elefante che contraddistingue le attività degli stranieri in Nigeria ed impedisce la nascita di un’altra dinastia economica a danno della popolazione stremata. Suggerendo sanzioni alla Francesca Albanese per Chagouri e alla Putin per Tinubu.

Preoccupato per le sorti della patria dalla lontana Svezia, a Kio Amachree è sfuggito il fatto che, i governi occidentali ai quali si è rivolto sono beneficiari nonché utilizzatori finali degli affari denunciati.

Occorre tener conto che il governo guidato da Tinubu ha stipulato contratti sciagurati nei settori di petrolio e gas con i governi americano e europei (la Francia in particolare). Davanti a questi, quelli di Chagouri spariscono per tenuità economica e gravità politica, in quanto si tratta di grandi volumi di merce che ammontano a 50-70 miliardi di dollari, per anno.

Quelli che possono risolvere i problemi socio economici del sistema marcio, stanno in Nigeria. E sono i nigeriani stessi.

L’anno prossimo nel Paese sub sahariano ci sono le elezioni politiche e sarà un’altra occasione per i nigeriani di dare impulso al cambiamento urgente e necessario della classe politica.

Siccome, è già noto quale sarà il risultato del voto, per ovviare al possibile disordine sociale, perché la pressione è alta, sarebbe auspicabile un governo transitorio con precisi compiti riformatori e di pulizia della pubblica amministrazione e guidato da una figura tecnica.

La personalità tecnica che occorrerebbe per un siffatto incarico, è quella specchiata, di etica professionale irreprensibile, di carattere solido, capace di politiche e provvedimenti pubblici robusti e colto. Nel panorama dei papabili c’è già qulacuno. Ed è l’ex Governatore della Banca Centrale Nigeriana, Sanusi Lamido Sanusi, attuale Emiro di Sokoto. A suo tempo fu rimosso dal suo posto dall’ex presidente Goodluck Jonathan perché, gli disse: “No, non puoi”.

Blessing Akele
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lo spettro dell’ebola torna in Congo-K: oltre 80 morti nel nord-est

Africa ExPress
17 maggio 2026

Ci risiamo, ebola si è nuovamente risvegliato nella Repubblica Democratica del Congo, precisamente nel nord-est del Paese, nella provincia di Ituri. Lo ha annunciato ieri L’Africa CDC (Africa Centres for Disease Control and Prevention), agenzia dell’Unione Africana (UA) con sede a Addis Abeba (Etiopia), principale ente di sanità pubblica del continente. Secondo CDC i morti collegati al micidiale virus sarebbero 88, mentre i casi sospetti colpiti dall’infezione sarebbero 336.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha confermato la notizia, sottolineando che finora sono stati registrati già 80 decessi. Anche nella vicina Uganda è morta una persona colpita dall’infezione. Si tratta di un congolese di 59 anni, deceduto in un ospedale di Kampala. Finora non ci sarebbero altri casi nel Paese.

Questa mattina OMS ha classificato il virus come un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale, il secondo grado di allerta più elevato.

Nessun vaccino

Diversi campioni analizzati nell’Istituto Nazionale di Ricerche Biomediche di Kinshasa (INRB) hanno evidenziato la presenza del ceppo Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007.

Finora per questo ceppo non è disponibile alcun vaccino, che attualmente esiste solamente per quello Zaire.

17esima epidemia di ebola in Congo-K

La provincia di Ituri è situata al confine con l’Uganda e il Sud Sudan. La regione è ricca di giacimenti auriferi e è caratterizzata da intensi movimenti di persone legati all’attività mineraria.

Terroristi islamici e gruppi armati

Inoltre, l’accesso ad alcune aree della provincia, teatro di violenze e aggressioni perpetrate da una miriade di gruppi armati, risulta difficile per motivi di sicurezza.

I miliziani di ADF (Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo Stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili, hanno nuovamente ripreso i loro attacchi dallo scorso 5 maggio.

Mentre proseguono le analisi e le squadre dell’OMS e dell’ONG Medici Senza Frontiere (MSF) inviate nelle zone colpite, cercano ancora di valutare i rischi. “Da alcune settimane, il comune di Mongbwalu ha registrato una serie di decessi, con almeno cinque o sei morti al giorno per le strade”, ha riferito un abitante di Mongbwalu (città nel territorio di Djugu), contattato telefonicamente da AFP. Dunque i primi funerali si sono già svolti senza le necessarie precauzioni.

E le autorità della Salute pubblica provinciale non escludono che il virus era già in circolazione dallo scorso aprile.

Mongbwalu, focolaio dell’attuale epidemia, dista solamente 80 chilometri da Bunia, capoluogo della provincia. Tuttavia, per motivi logistici risulta difficile raggiungere questo comune al centro del distretto minerario di Kilo-Moto.

Il ponte Nizi, che collega la città con il principale asse stradale è crollato nel novembre 2025 e non è mai stato ricostruito. Al momento esiste solo una struttura provvisoria, difficilmente percorribile da grossi camion. Anche l’aerodromo di Mongwalu non è più operativo.

Sepolture speciali

Le salme dei morti di ebola necessitano di specifiche sepolture, secondo i protocolli dell’OMS. Dunque niente funerali tradizionali, perché le persone che lavano il cadavere, possono infettarsi facilmente, visto che la trasmissione avviene tramite i fluidi corporei del malato. Il virus non muore con la persona, continua la sua attività. E’ necessario l’intervento di una equipe specializzata, che avvolge il corpo della persona deceduta per ebola in un sacco e portarlo via.

Ebola è spesso mortale nonostante i recenti vaccini (per il ceppo Zaire) e trattamenti. La febbre emorragica è altamente contagiosa e ha causato 15.000 morti in Africa negli ultimi cinquant’anni.

Ebola endemica in Congo-K

La grave febbre emorragica è endemica nella ex colonia belga, dove periodicamente si ripresenta. La prima epidemia di ebola scoppiò nel Paese il 26 agosto 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.

Congo-K: valle del fiume Ebola

I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.

Il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi, durante una visita all’ospedale Lacor  a Gulu, in Uganda, colpita da un’epidemia di ebola nel 2000

Africa ExPress
@africexp
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Le contraddizioni dell’Occidente in Medio Oriente, tra diritti umani e realpolitik

Speciale per Africa ExPress
Emanuela Ulivi
16 maggio 2026

Stando ai dati di Human Rights Watch pubblicati a gennaio scorso, nel 2025 in Arabia Saudita sono state giustiziate “almeno” 365 persone, in aumento rispetto alle 345 del 2024. La maggior parte per reati legati a droghe non letali, 98 riguardavano l’hashish. Diversi i condannati per reati commessi in minore età, nonostante le leggi internazionali e la Carta Araba dei Diritti umani, ratificata dal regno saudita, obblighino i Paesi nei quali è in vigore a ricorrere alla pena di morte solo per i crimini più gravi e in circostanze eccezionali.

Incarcerazioni arbitrarie di attivisti, dissidenti e blogger, repressione sistematica della libertà di espressione, processi condotti senza garanzie, completano il quadro poco edificante dei diritti umani nella monarchia del Golfo, anche se sono stati compiuti dei passi verso la modernizzazione, funzionale al piano Vision 2030 del principe Mohammed bin Salman per diversificare l’economia riducendo la dipendenza dal petrolio.

Arabia Saudita: stop alle esecuzioni

Ma pur rimanendo lontana dagli standard occidentali in materia di diritti, l’Arabia Saudita è un partner strategico dell’Occidente sia dal punto di vista energetico che politico, per il suo ruolo di mediatore e di “attore chiave globale”, come è scritto nella risoluzione del Parlamento Europeo del 16 dicembre 2025 sulle relazioni tra Arabia Saudita e UE, nella quale si sottolinea anche che l’UE è il maggiore investitore estero nel Paese.

Jamal Khashoggi

Eppure, resta come un elefante nella stanza il caso di Jamal Khashoggi, emblematico del rapporto vigente tra diritti umani e realpolitik. Non solo per l’Europa: l’assassinio, barbaro, del giornalista saudita auto esiliato negli Stati Uniti e critico delle politiche del principe dalle colonne del Washington Post, è sfociato nel 2022 negli USA nell’archiviazione delle accuse contro MBS, quale mandante, e, in Turchia, si è risolto nello stop al processo e nel trasferimento della causa a Riad.

I motivi dell’”oblio” si possono facilmente ipotizzare. Oltre al ridisegno in corso delle alleanze in Medio Oriente, da non trascurare il volume degli scambi tra la Turchia e l’Arabia Saudita che ha raggiunto gli 8,5 miliardi di dollari alla fine del 2025. Pochi giorni fa si è tenuta la terza riunione del Consiglio di coordinamento arabo-turco, costituito nel 2016, per rafforzare le relazioni bilaterali.

Negli Usa invece, dopo le frizioni tra il presidente Biden e il principe saudita per il rifiuto dell’Opec di aumentare la produzione di petrolio che sarebbe servita a bilanciare l’aumento dei prezzi del greggio dovuto alla guerra in Ucraina, lo stesso Biden, dopo aver definito l’Arabia Saudita un “Paese paria” per i diritti umani e nonostante le inchieste della CIA e dell’ONU sulle implicazioni del principe nell’omicidio di Khashoggi, ha incontrato a luglio 2022 il delfino saudita a Gedda, portando a casa l’aumento del 50 per cento della produzione del petrolio.

Ricuciti i rapporti, nel 2025 Mohammed bin Salman ha messo sul tavolo della Casa Bianca mille miliardi di dollari di investimenti in partnership con gli USA. E secondo quanto riportato dal Times of Israel il 12 maggio scorso, nella guerra di quest’anno con l’Iran, l’Arabia avrebbe condotto degli attacchi aerei in Iran in risposta a quelli della Repubblica Islamica sui siti sauditi, come avrebbero fatto anche gli Emirati Arabi Uniti.

L’Egitto

Altrettanto rappresentativo è il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito il 25 gennaio 2016 al Cairo. Il suo corpo martoriato dalle torture è stato ritrovato per strada alcuni giorni dopo. Nelle carceri egiziane, secondo quanto riferito a gennaio dalla rivista Nigrizia, sono detenuti oltre 60mila prigionieri politici e proseguono le sparizioni forzate. Migliaia negli ultimi anni. Casi come quelli di Patrick Zaki, arrestato nel 2020 e rilasciato nel 2023 a seguito di una lunga trattativa, o di Alaa Abdel Fattah, uno dei simboli delle proteste di piazza Tahrir rientrato nel Regno Unito dopo una travagliata battaglia legale, sono solo quelli più noti.

La famiglia di Giulio Regeni

Ad oggi, mentre i genitori di Regeni chiedono giustizia, il Cairo continua a fare ostruzionismo.

Subito dopo l’assassinio del giovane, l’Italia ha ritirato l’ambasciatore, ma nel 2017 ne ha nominato un altro, in nome della normalizzazione. Troppi gli interessi in ballo. Uno è l’energia. Scoperto  nel 2015 il giacimento di gas di Zohr, a nord di Port Said nell’area di Shorouk, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo, con di 850 miliardi di metri cubi di gas stimati, ad aprile 2026 l’ENI ha annunciato la scoperta di un altro giacimento, il Denise W 1, con una capacità di 56 miliardi di metri cubi di gas e 130 milioni di barili di condensati, destinati a soddisfare la crescente domanda interna di energia dell’Egitto.

ENI è inoltre presente nel Paese attraverso progetti di sviluppo e produzione di idrocarburi nei giacimenti di Nooros, Baltim W e Meleiha, e nel settore della raffinazione per la distribuzione di prodotti derivati dal greggio. Partecipa all’impianto di liquefazione del gas naturale di Damietta, collabora alla crescita e alla decarbonizzazione del settore energetico del Paese e agli studi per avviare la produzione di idrogeno.

Altro settore cruciale è quello degli armamenti. Nel 2020, le commesse per 9 miliardi di euro di forniture al regime del generale Abdel Fattah al-Sisi – al potere dal 2013 dopo un colpo di Stato – dei sistemi militari italiani più moderni, sollevarono le proteste di varie associazioni, considerato che una legge italiana vieta esplicitamente l’esportazione di armi in Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Dal 1° al 4 dicembre si è tenuta al Cairo EDEX, la grande Expo della difesa. Ospiti Leonardo, indicato come “leading brand” della manifestazione e Fincantieri, gold sponsor, insieme a CEIA (specializzata in metal detector), ELT Group (difesa elettronica) e Panaro, che produce contenitori per il trasporto di armamenti. Negli anni l’Italia ha venduto all’Egitto anche armi piccole e leggere usate forse anche a scopo repressivo.

E poi l’immigrazione. Nel 2024 l’UE ha firmato una partnership strategica da 7,4 miliardi di euro di aiuti all’Egitto fino al 2027, per cooperazione economica, energia e controllo dei flussi migratori, sostenuta fortemente dall’Italia. Secondo le Nazioni Unite sono 480mila i richiedenti asilo e i rifugiati in Egitto in fuga da Gaza e dal Sudan: potenziali migranti, ai quali potrebbero aggiungersi le migliaia di oppositori del regime egiziano in fuga verso l’Europa.

Il Golfo

Nei Paesi del Golfo molti oppositori e difensori dei diritti umani sono in galera. Il rapporto 2026 di Amnesty International registra nei singoli Paesi violazioni della libertà di espressione, dei diritti degli immigrati, delle donne, dell’infanzia, delle persone LGBT+, del diritto ad un ambiente salutare, limitazioni della libertà di stampa, pena di morte, detenzioni arbitrarie. Con questi Paesi l’Unione Europea intrattiene relazioni da lunga data. Risale infatti al 1989 l’accordo di cooperazione tra UE e Consiglio di Cooperazione del Golfo, per le relazioni economiche, i cambiamenti climatici, l’energia, l’ambiente e la ricerca. Successivamente è stato istituito un Consiglio congiunto a livello di ministri degli Esteri, che nel 2022 ha approvato un programma di cooperazione fino al 2027.

Consiglio di Cooperazione del Golfo

La prima riunione tra UE e CCG si è tenuta nel 2024, una seconda è prevista quest’anno in Arabia Saudita a settembre. I rapporti tra UE e CCG si sono intensificati dopo la guerra in Ucraina e la crisi delle forniture energetiche. Il 16 maggio scorso si è tenuto anche  il primo Forum Europa-Golfo, che ha riunito istituzioni e imprese a Navarino, in Grecia.

Il capitolo del rispetto dei diritti umani, con questi Paesi è per lo più rimesso al dialogo.

L’Iran

L’unico paese del Golfo verso il quale l’UE ha comminato sanzioni è l’Iran, contro il programma nucleare, il sostegno alla Russia e ai gruppi armati in Medio Oriente, per la repressione interna delle manifestazioni degli oppositori al regime. Si aggiungono a quelle degli Stati Uniti che risalgono all’assalto degli studenti iraniani all’ambasciata americana a Teheran nel 1979 e sono proseguite pesantemente negli anni fino ad oggi.

Nel 2025 l’Iran ha giustiziato un numero altissimo di persone, almeno 1639 secondo Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty, il 68% in più rispetto al 2024. Nessuno finora è riuscito a stabilire il numero esatto dei morti nelle proteste del 2025 e del 2026; le cifre oscillano tra alcune centinaia a decine di migliaia.

Anche quest’anno sono già decine le esecuzioni di manifestanti arrestati nei mesi precedenti e di “spie” a servizio di Israele e del Mossad. Dopo gli attacchi di Israele e USA nel giugno 2025 e del 28 febbraio scorso, la repressione si è fatta ancora più dura e capillare per impedire sollevazioni da parte della popolazione iraniana, che sia Trump che Netanyahu avevano sollecitato per rovesciare il regime.

L’Europa ha votato sanzioni contro 263 persone e 53 entità iraniane per violazione dei diritti umani: “L’UE ha più volte condannato le gravi violazioni dei diritti umani in Iran, comprese la morte della ventiduenne Mahsa Amini, avvenuta nel settembre 2022 mentre si trovava in stato di fermo di polizia, l’esecuzione di persone con cittadinanza sia dell’UE che dell’Iran nel 2023 e nel 2024, la detenzione di difensori dei diritti umani, tra cui la vincitrice del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, e le vittime delle proteste del gennaio 2026. L’UE sostiene le aspirazioni fondamentali del popolo iraniano a un futuro in cui i diritti umani universali e le libertà fondamentali siano rispettati, protetti e onorati”.

Secondo l’Occidente, la Repubblica Islamica inoltre non deve avere un’arma atomica che potrebbe non avere solo scopi civili. Il 26 giugno 2025 l’Unione europea ha ribadito perentoriamente “la propria determinazione relativamente al fatto che non si dovrà mai permettere all’Iran di procurarsi un’arma nucleare e ha ricordato gli impegni assunti dall’Iran a tale riguardo nonché i suoi obblighi internazionali”.

Intanto l’Arabia Saudita, a settembre 2025, dopo l’attacco israeliano al Qatar contro funzionari di Hamas, ha firmato un accordo di mutua difesa col Pakistan, uno dei nove Paesi al mondo che possiedono la bomba nucleare, e a febbraio di quest’anno, mentre minacciava l’Iran di nuovi attacchi, sempre a motivo dell’uranio arricchito, Trump ha presentato al Congresso americano una bozza di accordo con l’Arabia Saudita sul nucleare civile, che prevede l’arricchimento dell’uranio da parte dei sauditi, sotto il controllo ONU e dell’AIEA. Anche se il principe MBS ha già fatto sapere che se l’Iran avrà l’atomica anche l’Arabia dovrà averla.

A febbraio 2026 l’UE ha aggiunto all’elenco dei soggetti terroristici il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. A marzo i ministri di UE e CCG hanno “condannato fermamente gli attacchi ingiustificabili dell’Iran contro i Paesi del CCG, attacchi che minacciano la sicurezza regionale e globale, e hanno invitato l’Iran a porvi immediatamente fine”. Viceversa, nessuna condanna per l’attacco di Israele e Usa all’Iran, non autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ritenuto da più parti in violazione del diritto internazionale.

Nessuna sanzione europea a Israele, se non quella di pochi giorni fa contro i coloni violenti in Cisgiordania e alcuni membri di Hamas. Niente contro il governo di Netanyahu e Gallant, sui quali pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, né sulla guerra di Israele a Gaza o sull’invasione del Libano. Niente nemmeno sull’assalto alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali. La Russia che ha attaccato l’Ucraina, è stata al contrario oggetto di ripetute sanzioni e di ostracismo in tutti gli ambiti.

Dopo Biden, l’UE ha una partita in corso con Trump: sui dazi, la Groenlandia, la NATO. Adottare standard differenziati in ossequio alla realpolitik potrebbe rivelarsi per l’Europa molto rischioso per la sua stessa sopravvivenza. Come potrebbe esserlo per l’America di Trump e i suoi alleati, che sostituendo la forza al diritto e ai diritti non hanno finora portato la stabilità promessa.

Emanuela Ulivi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mali: sabotaggi alla rete elettrica e blocchi stradali, i terroristi continuano a sfidare la giunta militare

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14  maggio 2026

Vivere a Bamako, la capitale del Mali, non è proprio semplice in questo periodo. Per ora il cibo non manca, anche se i prezzi di alcuni generi alimentari sono aumentati parecchio, come quello della carne. Ma con l’avvicinarsi del Tabaski (festa del sacrificio, ndr) questo non è un fatto del tutto insolito, in particolare per quanto concerne i montoni, cibo tradizionale durante questa festività.

Blocco stradale dei jihadisti in Mali

Dopo il blocco stradale imposto da INIM (Gruppo di Sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato a al-Qaeda) il 28 aprile scorso, tre giorni dopo la maxi offensiva degli estremisti islamici e gli indipendentisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), i trasporti e gli spostamenti delle persone, i viaggi in genere sono complicati e complessi.

Ciò che rende la quotidianità dei residenti di Bamako difficile sono le prolungate interruzioni di corrente elettrica. Anche l’approvvigionamento idrico è diventato complicato perché è stato imposto un limite ai consumi. Nei prossimi giorni sarà ancora peggio, dato che le temperature dovrebbero superare i 40 gradi, secondo le previsioni meteo. Sta di fatto che la gente è confusa, non sa ciò che sta realmente succedendo nel Paese e è preoccupata per quanto potrebbe accadere nel prossimo futuro.

Sabotaggi infrastrutture elettriche

Si parla di sabotaggi a infrastrutture elettriche collegate alla diga di Manantali, nella regione di Kayes. Fatti avvenuti venerdì scorso e confermati da residenti e da alcune fonti della sicurezza del Mali. Ovviamente il comunicato di sabato dell’azienda pubblica Énergie du Mali (EDM) è stato piuttosto scarno. Ha semplicemente segnalato “un incidente verificatosi sulla rete di trasmissione dell’energia”, causando l’interruzione elettrica in diverse località.

Nessun accenno da parte dell’esercito per quanto riguarda i sabotaggi sulla linea elettrica. I militari hanno fatto sapere di aver effettuato attacchi aerei a Gao contro i terroristi.

Incendiati camion e auto private

Tra sabato e domenica i miliziani di JNIM hanno incendiato camion e macchine tra Ségou e Bamako. Ma prima di dare fuoco ai mezzi, hanno fatto scendere autisti e passeggeri.

Malgrado il blocco stradale dei terroristi, i militari sono riusciti a far passare un centinaio di camion cisterna con carburante. Infatti attualmente la benzina non manca a Bamako, mentre il diesel resta praticamente introvabile.

Anche se gli estremisti islamici stanno avanzando, l’esercito maliano, supportato da Africa Corps (mercenari russi gestiti direttamente da Mosca) controlla ancora completamente il sud del Paese, cioè nessuna area è occupata dai terroristi. La questione si complica nel nord, dove i ribelli dell’Azawad in collaborazione con JNIM hanno conquistato Kidal.

Raid aerei Kidal

Secondo quanto riferito da AFP, nella notte tra mercoledì e giovedì l’esercito maliano (FAMa) avrebbe lanciato diversi attacchi aerei sulla città, roccaforte dei ribelli di FLA. Il raid avrebbe distrutto un’abitazione nei pressi di un vecchio mercato, mentre un’altra bomba avrebbe scavato un cratere nel cortile del governatorato. FAMa ha avvertito che “gli attacchi si intensificheranno”.

Militari prigionieri di guerra

Dopo la disfatta dell’esercito e di Africa Corps a Kidal, i mercenari russi avevano negoziato la loro uscita immediata dalla città, grazie alla mediazione di un Paese vicino. Mentre oltre 200 militari di FAMa sono stati catturati dai ribelli dell’Azawad. Tra loro anche alti ufficiali e sottufficiali. “Rilasceremo quanto prima la lista con i loro nomi e gradi”, ha riferito, Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce di FLA.

Soldati maliani prigionieri di guerra dei ribelli tuareg

I soldati maliani sono stati arrestati in diverse occasioni: durante i combattimenti del 25 aprile, ma anche nei giorni successivi. Alcuni sono stati scovati mentre si nascondevano in città tra i civili, altri sono stati raggiunti nel deserto mentre tentavano di fuggire a piedi.

Ramadane ha poi specificato che “sono prigionieri di guerra, non ostaggi. Prima o poi saranno liberati, ma al momento attuale è difficile prevedere quando e a quali condizioni”.

Sempre secondo il portavoce, finora le autorità di transizione del Mali non avrebbero intrapreso alcuna iniziativa per il rilascio dei loro uomini. Dal canto loro FLA ha invitato le ONG internazionali di recarsi a Kidal per verificare le condizioni dei prigionieri di guerra e fornire loro assistenza, soprattutto in ambito sanitario.

Una ventina di soldati maliani sono in mano ai ribelli da tempo. Sono stati catturati nel corso di diversi attacchi tra settembre 2023 e luglio 2024. La famiglia di uno dei soldati detenuti ha confermato a RFI di ricevere regolarmente notizie dal proprio congiunto. Anche due mercenari russi del gruppo Wagner sono tutt’ora in mano a FLA. Sono stati arrestati nel luglio 2024 durante la battaglia di Tinzouatene.

FLA ha precisato chiaramente, che JNIM ha nulla che vedere con i detenuti di guerra. “Sono nostri prigionieri e siamo sempre noi ora a garantire la sicurezza della città” I ribelli hanno escluso categoricamente qualsiasi coinvolgimento dei terroristi dopo l’offensiva del 25 aprile, condotta congiuntamente.

Dopo le dichiarazioni di FLA, JNIM non ha rilasciato alcun commento in merito. Sta i fatto che gli estremisti islamici detengono altri militari maliani in ostaggio, alcuni da parecchi anni. Ma nessuno sa quanti siano realmente. Mentre l’esercito resta in silenzio. Finora non ha rilasciato alcun comunicato su eventuali morti, feriti o soldati fatti prigionieri durante la battaglia di Kidal dello scorso 25 aprile.

Francia nega coinvolgimento

Dal canto suo la Francia, accusata recentemente dal giornale online RTL di sostenere gli ucraini che appoggiano i ribelli dell’Azawad, ha negato categoricamente qualsiasi suo coinvolgimento.

E’ risaputo che alcune unità dei servizi segreti militari ucraini(GUR) sono state impegnate con i ribelli tuareg contro FAMa e i loro alleati russi, i mercenari di Wagner (oggi sostituiti da Africa Cosps).

I fatti risalgono agli scontri di Tinzouatene del 2024 ed è noto che ribelli dell’Azawad sono stati addestrati in Ucraina.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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