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Olimpiadi invernali Milano-Cortina: in pista corre anche l’Africa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 7 febbraio 2026

È cominciata con un doloroso…fuori pista la discesa della sparuta pattuglia africana alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.

La keniana Sabrina Simader, 26 anni, che a PyeongChan 2018, in Corea, era diventata la prima sciatrice alpina a rappresentarne il Kenya ai Giochi Olimpici della neve e del ghiaccio, all’ultimo momento si è dovuta ritirare per un infortunio.

E così Nairobi, nella sfilata delle 92 nazioni che ieri sera, venerdì 6 febbraio, ha aperto la XXV edizione di queste olimpiadi nel (ribattezzato ma condannato a morte) San Siro Olympic Stadium, ha avuto un solo esponente: il giovanissimo Issa Laborde Gachiringi, che pur avendo solo 18 anni, ha già trascorso buona parte della sua vita con gli sci ai piedi.

Possibile? Un ragazzino nato a cavallo dell’Equatore vuole seguire le orme di Philip Boit, il primo keniano della storia a competere ai Giochi invernali nel 1998?

Non è l’unico interrogativo che ci si pone di fronte alla discesa in…pista di atleti provenienti da latitudini poco inclini ad accogliere la “candida visitatrice “.

Non solo Kilimangiaro

Tanti credono che gli unici manti bianchi nel Continente nero siano le nevi del Kilimangiaro.

E sbagliano. Il Marocco, ad esempio, ha 2 validi impianti sciistici: Oukaimeden e Michlifen; il Sud Africa ne ha uno importantissimo, il Tiffindel, a 2700 metri, e perfino il Lesotho può esibire l‘Afriski resort, a circa 3000 metri.

Ma altri, giustamente, possono domandarsi: quante piste da sci ci sono in Benin? E in Guinea-Bissau?

E quanti impianti per pattinare, per lo slittino, per lo snowboard affollano le campagne di Nigeria, Eritrea, Kenya, Madagascar dal clima tropicale, subtropicale o equatoriale?

lo sciatore nigeriano Samuel Ikpefan che partecipa alle gare di fondo (Cross-Country Skiing)

Dubbi mal riposti, in verità, perché sarebbe facile replicare: più o meno quanti ne offre Milano alle sue migliaia di cittadini che, sci a piedi, per il ponte di sant’Ambrogio dilagano sulle Alpi italiane, svizzere, francesi.

Eppure, senza impianti invernali di nessun tipo, la gran Milan città di pianura, ha ottenuto di organizzare per la prima volta queste Olimpiadi, sia pure “diffuse”, condivise con Cortina d’Ampezzo, Val di Fiemme e Livigno. (Il capoluogo lombardo può fregiarsi di una sola pista di pattinaggio: quella che viene aperta a Natale per la gioia dei bimbi!)

Chiusa la parentesi, resta il fatto che questa è la seconda volta nella storia delle Olimpiadi invernali che l’Africa è rappresentata da otto Paesi con 13 sciatori, impegnati, nei prossimi giorni, nello sci alpino, di fondo, freestyle e nello skeleton.

Grande rappresentanza sudafricana

La squadra più numerosa è quella sudafricana, la cui presenza tutto sommato, non dovrebbe suscitare stupore e meraviglia. E’ composta da 5 atleti: due adolescenti, il diciassettenne Thomas Weir e la diciottenne Lara Markthaler, entrambi selezionati per lo sci alpino. A loro si uniscono la sciatrice freestyle Malica Malherbe (21), Nicole Burger (31), per lo skeleton e Matthew Smith (35), sci di fondo. Tutti esordienti olimpici.

La biografia di altri atleti rivela invece un… trucco neanche tanto ben nascosto. Prendiamo uno dei due rappresentanti marocchini: Pietro Tranchina.

Nati sulle vette bianche all’estero

E’ nato e cresciuto in Italia, a Susa (Torino) il 5 marzo 2003 da mamma (Saida) marocchina, ma –  come Pietro ha raccontato all’Adnkronos pochi giorni fa – “il Marocco mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con i migliori, di crescere e fare esperienze importanti a livello sportivo. Nella scelta ha inciso anche il rapporto con la mamma. Siamo molto legati e nel suo Paese mi sento a mio agio”.

Il caso più sorprendente però è quello del beninese Nathan Tchibozo, 22 anni, che travolto da insolita passione per le scintillanti vette, si è allenato tra Svezia e Italia pur di non rinunciare al suo sogno bianco.

Nathan è nato a Parigi da genitori del Benin il 15 febbraio 2004, è cresciuto in Francia, dove a soli tre anni ha imparato a sciare, diventando bravissimo nello slalom gigante e nello slalom speciale.

Tanto bravo anche a zigzagare tra una nazionalità e l’altra. Nel 2023, infatti, ha rappresentato il Togo ai Mondiale (primo togolese in assoluto) e alla fine del 2025 ha ottenuto dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale), il cambio di Federazione e di nazionalità, sia pure dopo lunghe procedure e polemiche. E grazie alla testardaggine del padre che è riuscito a far nascere la Federazione sciistica del Benin, uno Stato in cui il monte più malto non raggiunge i 700 metri.

Così nella cerimonia di apertura parallela di Livigno, Nathan, (studente di laurea triennale in Commercio e Marketing sportivo ad Albertville) ha potuto sfilare, ieri sera, come portabandiera, col vessillo giallo verde e rosso del debuttante Benin.

Chi si è fatta le ossa nelle Alpi francesi è anche Mialitiana “Mail” Clerc, 26 anni, del Madagascar, con un passato da inserire nella serie “incredibile ma vero”.

Ecco come lei stessa ha raccontato la sua vita: “Pratico lo sci alpino da quando avevo 3 anni. Sono stata adottata, in un orfanotrofio, all’età di 1 anno da una coppia francese che viveva in Alta Savoia.

I miei genitori hanno iniziato a insegnarmi lo sci alpino fino a quando non ho iniziato a prendere lezioni di sci come tutti gli altri. Quando ero più giovane facevo molte attività diverse: sci alpino, lezioni di danza classica e moderna. Ero anche una violinista e pianista. Poi ho iniziato le gare di sci alpino in diversi club intorno alla mia città. Quando ho compiuto 16 anni, ho colto l’occasione per correre per la Federazione Sciistica del Madagascar”.

Una Federazione sciistica nella quarta isola più grande al mondo dove possono imperversare i cicloni non certo le tempeste di neve!!!! (Comunque freniamo lo stupore: anche Egitto, Algeria e Camerun hanno federazioni sciistiche….).

In malgascio non esiste la parola neve

Per il Madagascar però un po’ di sbalordimento è comprensibile: nella lingua malgascia il dizionario non contiene neppure la parola neve.

L’espressione più vicina sarebbe “ranomandry”, una parola composta che significa acqua che dorme o che sta ferma, e che corrisponde all’italiano ghiaccio.

Neve o ghiaccio, Mialitiana è pronta a diventare la prima atleta africana a competere in ben tre Olimpiadi invernali. E nella  serata di apertura dei giochi ha fatto da alfiere con il collega di sci alpino, Mathieu Gravier, 22 anni, figlio di papà dell’Isere e di madre malgascia.

Anche Mathieu è cresciuto sui pendii innevati della celebre stazione montana de Les Deux Alpes.

Ma torniamo alla sfortunata keniana Sabrina Simader, cui Cortina non sembra portare fortuna, considerato che i mondiali del 2001 cadde e si dovette ritirare.

Sabrina, come raccontò allora ad Africa Express – è originaria di Kilifi, sulla costa turistica del Kenya, ma a 3 anni con la madre e il patrigno austriaco venne in Europa e ben presto inforcò gli sci sulle Alpi austriache.

Ora non ha potuto sventolare il vessillo del Kenya. Al suo posto lo ha fatto il 18enne Issa Laborde Gachiringi, quello che sembrerebbe nato a cavallo dell’Equatore. Sembrerebbe, perché, grattando un po’, (ma neanche tanto) emerge dal cuore delle Alpi francesi, che il suo nome completo è Issa Laborde Gachiringi Dit Pere, è nato da padre transalpino, pattugliatore di piste e madre operatrice di assistenza all’infanzia.

“Lo sci è sempre stata una mia passione – ha scritto Issa nel suo sito issakenyanskier.com/–  e ho iniziato a gareggiare a 5 anni, vincendo la mia prima medaglia quell’anno.

Nel 2024, ho avuto l’onore di essere il primo rappresentante maschile del Kenya alle Olimpiadi. Voglio rappresentare l’Africa e le mie radici keniote nelle competizioni di alto livello. Il mio obiettivo non è solo quello di far conoscere lo sci ai paesi africani, ma anche di condividere la mia storia stimolante, di innalzare la mia bandiera e di mettere in luce la mia passione per lo sci alpino in luoghi dove questo sport è meno conosciuto”.

Sempre sulle Alpi francesi (Annemasse, Alta Savoia) è fiorito il rappresentante nigeriano, Samuel Ikpefan, 33 anni, e sempre grazie a suo padre, che lo ha stimolato. E non ha voluto dimenticare la patria lontana: nel 2019 ha optato per la Nigeria.

Eritreo in Canada

Ma ci sarà qualcuno che ha cominciato in una nazione senza neve, senza montagna, senza alcuna tradizione negli sport invernali? Oppure tutti sono cresciuti fra le dentate e scintillanti vette europee, o in terre ghiacciate, come il Canada? Come il portabandiera dell’Eritrea, Shannon Ogbnqi Abedq, 30 anni.

Le sue radici sono africane da parte dei genitori, ma la nascita è avvenuta nello Stato di Alberta, dove suo padre, ingegnere geologo, si trasferì con un permesso di lavoro. Shannon prese confidenza con la neve a 3 anni e non smise più di sciare. Nel 2011 scelse di gareggiare per l’Eritrea.

Rainbowman

E che dire di Winston Tang, 19 anni, vessillifero dell’esordiente Guinea-Bissau ai Giochi Olimpici (slalom maschile di sci alpino). È nato a Park City, nello Utah, ed è uno snowman arcobaleno: taiwanese-americano-guineano!

È la conferma che non soltanto è importante partecipare (anche se arriverà un giorno la prima medaglia fresca di neve per l’Africa…) ma che lo sport non ha confini.

E che anche le condizioni climatiche dei luoghi di nascita non sono un limite.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Break the ICE: è ora di rompere il ghiaccio e conoscere i più famosi agenti del momento, but no selfie please!

Gli agenti federali dell’ICE sono operativi in Italia,
ufficialmente per proteggere i leader politici e gli atleti americani.
Il Washington Post ha pubblicato un bel ritratto che spiega
chi sono e cosa fanno i paramilitari dell’ICE.

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
5 febbraio 2026

ICE is coming to town. E non stiamo parlando del gelo americano che sta bloccando gli Stati Uniti sud-occidentali e che pure contribuirebbe all’atmosfera dei giochi olimpici; né tantomeno del furgoncino dei gelati, con l’inquietante jingle natalizio da carillon scarico, come quelli dei film dell’orrore e quindi proprio perché sono solo film, a suo modo comunque rassicurante.

No. Quelli appena arrivati a Milano per le olimpiadi invernali sono i fantomatici agenti per il controllo dell’immigrazione e delle dogane americani, saliti alla ribalta per i fatti di Minneapolis dove hanno assassinato un paio di persone: gli ICE, appunto. Che però, a dispetto della denominazione, pare che non agiranno affatto, ma si chiuderanno in ufficio a lavorare d’intelligence.

È lecito tuttavia chiedersi in che mise si presenteranno, se si porteranno dietro SUV e passamontagna, anfibi e pistola d’ordinanza. Ci sarebbe da mettersi comodi e guardarli sfilare, magari insieme alle delegazioni olimpiche, il giorno dell’inaugurazione, ma poi si rischierebbe di assistere a un corteo di carnevale.

Ci sarebbe da divertirsi e giocare a riconoscerli, se non si trattasse di una cosa seria. Non la parata di apertura, ma la loro venuta qui in Italia, che un poco, nonostante le raccomandazioni del Viminale (“non li vedrete in strada”), puzza di attacco alla sovranità dello Stato, quello italiano.

Ecco come le infografiche del Washington Post presentano le attività e gli agenti dell’ICE

Come saranno mascherati dunque non lo sapremo, ma sicuro è, come racconta il Washington Post in una interessante quanto allarmante infografica, che quelli che resteranno in America saranno ben equipaggiati per continuare a battere le strade statunitensi in lungo e in largo ancora per un bel po’.

Non bisogna capirci molto di tecnologia per avere un quadro completo degli ultimi, anche se in uso già da diversi mesi, strumenti investigativi in dotazione agli ufficiali dell’ICE. “Armi invisibili”, le chiama il Washington Post, “tecnologia di supporto investigativo” le definisce il Dipartimento di Sicurezza Americano.

Dettagli lessicali che comunque non cambiano il quadro della situazione, all’interno del quale le forze antiimmigrazione hanno decisamente superato i confini consueti, forti dell’appoggio degli uomini del presidente che “hanno rivendicato l’autorità di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per monitorare e indagare sulle reti di manifestanti anti-ICE, compresi i cittadini americani ” e autorizzati dal DHS che ha “ampliato significativamente l’ambito operativo per l’uso del riconoscimento facciale, dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie”.

Si tratta di strumenti digitali già adoprati da altre agenzie di controllo e sicurezza americane che però si occupano prevalentemente di terrorismo e reati contro i minori e altri crimini federali.

Le tipologie sono due: controllo e monitoraggio. Applicazioni che a meno di un metro riconoscono i volti e tracciano l’iride. Antenne per la lettura di targhe automobilistiche. Droni che riescono a vedere il colore di una maglietta, ma che pare non mettono a fuoco i volti.

Lo scopo di queste dotazioni è quello di monitorare attività e spostamenti dei sospetti tramite il controllo dei cellulari e dei veicoli. Oltre alla applicazione per il riconoscimento facciale che, insiste il Dipartimento di Sicurezza, eliminerebbe immediatamente le foto non corrispondenti ai profili già schedati, il Washington Post cita altri dispositivi, o meglio, strategie operative tramite le quali gli agenti si appoggiano a apparecchi installati sul territorio per raccogliere dati altrimenti non accessibili.

In sostanza l’ICE si frappone tra l’utente e l’apparecchiatura intercettandone i segnali. È il caso della lettura delle targhe tramite fototrappole che, isolando la cifra identificativa, dispiegano un ventaglio di informazioni che va dalle specifiche tecniche del veicolo ai dettagli di pagamento del parcheggio.

O dei localizzatori telefonici camuffati da antenne cellulari, che disconnettono i dispositivi dalle reti degli operatori commerciali e li attaccano forzatamente a quella di controllo federale. L’operazione consentirebbe solo la locazione GPS delle celle intercettate; per ottenere ulteriori informazioni trattandosi di dati sensibili, l’ICE, sottolinea l’ente gestore, necessita di una autorizzazione dal giudice, a meno che, precisa di contro l’ICE, si tratti di casi di emergenza, quali tutela dell’incolumità pubblica o possibilità di fuga dell’imputato.

Condizioni, come intuibile, facilmente dimostrabili dalle forze federali.

Una autorizzazione è richiesta anche per accedere ai dati di locazione dei telefoni cellulari, rubrica, messaggi, foto, conversazioni, che la Corte Suprema ha dichiarato strettamente personali, ma che gli agenti federali puntualmente aggirano ricorrendo a dei broker. Quello che sconcerta, a parte la esagerata mole di dati ricercati dalla task force, è la modalità poco lineare di accesso a questi ultimi.

Leeor Ben-Peretz, direttore strategico dell’azienda israeliana Cellebrite, mostra la sua tecnologia di hacking telefonico nel 2016. (Jack Guez/AFP/Getty Images)

L’ICE potrebbe dotarsi di apparecchi propri e invece si appoggia a terzi. La scelta è sicuramente legata anche all’aspetto economico. Questo non vuol dire che l’operazione non ha avuto costi rilevanti, ma che si è preferito risparmiare. Il governo federale non ha di fatto acquistato nulla, a parte una nuova batteria di droni in grado di avvistare, su una superficie di 40 metri quadri, gente da più di 12 chilometri di distanza e di individuare una singola persona da circa un chilometro. Per il resto si tratta di licenze e appunto di collaborazione con le autorità locali, spesso impossibilitate a rifiutarsi, proprio in virtù della sbandierata sicurezza nazionale che ha la precedenza su quella locale.

La strategia è però prevalentemente politica. Cercare, esigere, la collaborazione dei singoli stati e città, infatti, sortisce un doppio effetto. Da un lato sottomette i rappresentanti locali, passibili anche loro di denuncia, se non riconoscono la superiorità dell’autorità federale; dall’altro li galvanizza, rendendoli parte integrante dell’intero processo investigativo. La solita storia del bastone e della carota.

A Cortina comunque gli agenti non porteranno né l’uno né l’altra. Né droni, né antenne. Ma, con tutta probabilità, i telefoni cellulari sì. D’altronde sono pur sempre esseri umani questi federali, che scrollano le ultime news, postano foto e aggiornano stati, mettono like, guardano video virali, si divertono a riconoscere quelli generati dall’IA, e in questo dovrebbero essere campioni. La prudenza però non è mai troppa. Io, dovessi capitare in questi giorni da quelle parti, non accetterei selfie dagli sconosciuti.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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TotalEnergies in Mozambico riapre il progetto gas da 20 mld attaccato nel 2021 dai jihadisti a Cabo Delgado

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5 febbraio 2026

Dopo cinque anni riprende il progetto della multinazionale TotalEnergies per l’estrazione del gas naturale (GNL) nella penisola di Afungi, Cabo Delgado, che era stata attaccata dai miliziani dello Stato islamico IS-Mozambico.

Il 29 gennaio Patrick Pouyanné, presidente e CEO di TotalEnergies,  ad Afungi, ha incontrato il capo dello Stato mozambicano, Daniel Chapo. I due hanno annunciato il pieno riavvio delle attività del progetto LNG del Mozambico onshore e offshore.

TotalEnerges Chapo e Pouyanné Mozambico
Daniel Chapo, presidente del Mozambico e Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies

Sicurezza in mano al Ruanda

Il governo mozambicano ha confermato le misure adottate per la sicurezza dell’area con 4.000 militari della Ruanda Defence Force (RDF). I soldati ruandesi sono in Mozambico dal 2021 grazie a un accordo bilaterale Maputo-Kigali iniziato con un migliaio di militari e poliziotti ruandesi.

Un accordo indispensabile perché le Forze di difesa mozambicane  (FADM) non riuscivano a fermare l’insurrezione jiadista iniziata nell’ottobre 2017 a Cabo Delgado.

La linea rossa superata è stata l’occupazione di Palma, la capitale del gas accanto ad Afungi, da parte dei jihadisti di IS-Mozambico affiliati a ISIS.

Un violentissimo assalto durato una decina di giorni. Il governo mozambicano non ha mai dato il numero dei morti ma fonti indipendenti hanno calcolato circa 1.400 decessi, soprattutto civili. Sono dovuti intervenire i marines sudafricani per riportare a casa i connazionali.

La missione SAMIM

Nemmeno l’intervento della Missione militare della Comunità dei Paesi dell’Africa meridionale (SAMIM) è riuscita a fermare i jihadisti. La missione, dal giugno 2021 a luglio 2024, con 2.800 soldati, che ha coinvolto otto Paesi, si è conclusa per mancanza di fondi. Ha arginato gli attacchi di IS-Mozambico che però continuano.

A causa di questa pericolosissima situazione TotalEnergies aveva deciso la sospensione dei lavori e l’evacuazione del personale dei cantieri per “forza maggiore”. Nella nota diramata dalla società petrolifera il cantiere riapre con 4.000 lavoratori, 3.000 di questi sono mozambicani.

“Questo progetto di riferimento posizionerà il Mozambico come un importante esportatore di GNL”, ha dichiarato Patrick Pouyanné.

Secondo il capo dello Stato, Daniel Chapo: “Il progetto consolida il posizionamento del Mozambico come hub energetico regionale. Conferma il Paese come attore credibile e rilevante nel mercato globale del gas naturale liquefatto, rafforzando la sua posizione geostrategica e il suo ruolo nella sicurezza energetica globale”

TotalEnergies mappa dei giacimenti di gas Cabo Delgado
Mappa dei giacimenti di gas di TotalEnergies a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy TotalEnergies)

TotalEnergies e il Mozambico

La multinazionale francese produce e commercializza energie: petrolio e biocarburanti, gas naturale, biogas e idrogeno a basse emissioni di carbonio, rinnovabili ed elettricità.

Gli impianti di Afungi sono gestiti da Mozambique LNG che vale circa 20 miliardi di dollari. È una joint venture composta da TotalEnergies EP Mozambique Area 1 che detiene il 26,5 per cento della società.

Ne fanno parte anche la giapponese Mitsui E&P Mozambique Area 1 (20 per cento), la mozambicana ENH Rovuma Área Um (15). L’impresa indiana ONGC Videsh Rovuma, la mozambicana Beas Rovuma Energy Mozambique e l’olandese BPRL Ventures Mozambique hanno il 10 per cento ciascuna. La tailandese PTTEP Mozambique detiene l’8,5.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

Truppe sudafricane lasciano il Mozambico per fine missione anti jihadista: sono finiti i fondi

Trump autorizza forniture d’armi per 7 miliardi di dollari: destinazione Israele

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
4 febbraio 2026

Nuove forniture di sistemi d’arma USA per i prossimi interventi bellici di Israele a Gaza e in Medio oriente. E qualche buon affare anche per il gruppo Leonardo SpA..

A fine gennaio, il ministero della Guerra degli Stati Uniti d’America ha approvato un piano di oltre 7 miliardi di dollari per il trasferimento ad Israele di elicotteri d’attacco, veicoli leggeri terrestri e componenti per elicotteri leggeri nell’ambito della Foreign Military Sale (FMS), il programma di assistenza USA per l’acquisto di armi da parte dei paesi partner.

Aiuti militari malgrado cessate il fuoco

Si tratta del maggiore pacchetto di aiuti militari dell’amministrazione Trump dopo l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, sistematicamente violato dalle forze armate israeliane.

Gaza

Coincidenza vuole che la decisione del Pentagono giunge subito dopo la formalizzazione del Board of Peace, il consiglio di amministrazione guidato da Washington che punta alla trasformazione di Gaza in un mega Resort-Casinò pluristellato per facoltosi turisti nordamericani, europei e mediorientali.

Approvazione Congresso

Il piano di “aiuti” sarà sottoposto nei prossimi giorni al Congresso per la definitiva approvazione. La tranche più rilevante del valore di 3,8 miliardi di dollari è destinata al trasferimento di 30 elicotteri d’attacco “Apache AH-64E” e relative attrezzature (motori, sistemi radar, sensori avanzati, piattaforme addestrative e interventi logistici e di manutenzione).

Gli “Apache” saranno prodotti dai colossi militari-industriali Boeing e Lockheed Martin e consentiranno ad Israele di rafforzare ulteriormente le proprie capacità d’attacco aereo di precisione.

Una tranche del valore di 2 miliardi dollari andrà all’acquisto di 3.250 veicoli tattici leggeri congiunti (JLTV) e relativi sistemi d’arma, munizioni e attrezzature tecniche. I veicoli saranno prodotti da AM GeneralLLC., mentre il personale militare statunitense e alcuni contractor assicureranno la formazione e il supporto logistico in Israele per sei anni dopo la loro consegna.

Equipaggiamenti, addestramenti

Il dipartimento della Guerra prevede inoltre un intervento del valore di 740 milioni di dollari per ammodernare i veicoli da trasporto truppe “Namer” in dotazione alle forze israeliane dal 2008.

Dulcis in fundo, sono previsti 150 milioni di dollari in equipaggiamenti, pezzi di ricambio, addestramento e supporto ingegneristico per la flotta di elicotteri leggeri AW-119Kx prodotti da Leonardo Helicopters USA, società interamente controllata dalla holding italiana Leonardo SpA.

Elicottero Koala, Augusta Westland

Gli Agusta Westland AW119Kx, denominati da Leonardo come “Koala” e da Israele “Ofer” (cerbiatto), sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco, al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso), alla vigilanza e sicurezza, ecc.

I velivoli sono in dotazione dei reparti israeliani dalla primavera del 2024. Leonardo Helicopters (stabilimenti a Filadelfia, Pennsylvania) li ha consegnati alla Flight Training School dell’Aeronautica militare, ospitata nella base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev.

Il contratto per la fornitura del modello AW119Kx è stato firmato nel dicembre 2019 dal gruppo Leonardo con il Dipartimento della Guerra Usa. Inizialmente era prevista la consegna a Tel Aviv di sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri equipaggiamenti, più il supporto tecnico per venti anni.

Ben 12 elicotteri

Il 6 aprile 2022 è stato sottoscritto un nuovo accordo con l’US Army Contracting Command che ha elevato a dodici il numero degli AW119Kx, con l’opzione per altri quattro velivoli. Il contratto prevede la presenza di personale dell’azienda italiana nella base aerea del Negev per la formazione dei piloti israeliani e la manutenzione degli elicotteri.

I sistemi d’arma per 7 miliardi di dollari che il Pentagono intende trasferire ad Israele si sommano ai 25 cacciabombardieri F-15 ordinati dalle autorità di Tel Aviv a fine dicembre 2025.

Nello specifico, ancora nell’ambito della Foreign Military Sale, l’Aeronautica Militare USA ha affidato a Boeing un contratto del valore di 8,57 miliardi di dollari per la produzione dei velivoli da guerra negli stabilimenti di St. Louis, Missouri. La consegna sarà completata nel 2035.

Israele si conferma il maggiore destinatario di aiuti militari statunitensi al mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Ad oggi si calcola che lo Stato sionista abbia ricevuto sistemi bellici per il valore di oltre 158 miliardi di dollari.

Dal 7 ottobre 2023, la data dell’attacco di Hamas e dell’avvio del genocidio della popolazione palestinese di Gaza, Israele ha ricevuto da Washington più di 21 miliardi di dollari in “assistenza militare d’emergenza addizionale”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Quei governi fatti saltare da USA anche con l’aiuto degli squadroni della morte – 3

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
31 gennaio 2026
(3 – fine)

Il primo articolo è stato pubblicato qui
Il secondo articolo è stato pubblicato qui

Negli anni 70 l’attenzione americana resta inchiodata al Sud America. Dopo il Cile, dove il governo legittimo e democratico di Salvador Allende viene defenestrato da un golpe guidato dal sanguinario generale Augusto Pinochet, il 24 Marzo 1976 è la volta dell’Argentina. I militari cacciano Isabel Peron, eletta anche lei democraticamente, e instaurano una dittatura dal pugno di ferro.

Migliaia di documenti che riguardano il coinvolgimento degli Stati Uniti nel golpe sono stati declassificati tra il 2001 e il 2016. Provengono da diverse agenzie governative americane, tra cui Dipartimento di Stato, CIA, Ministero della Difesa, Consiglio di Sicurezza Nazionale, FBI.

Ad esempio, un cablogramma del 5 marzo 1976 inviato dall’ambasciata statunitense in Argentina al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, afferma: “I preparativi per il colpo di stato sono pronti. Le navi e i membri della Marina sono stati schierati in punti strategici in tutto il Paese per controllare possibili disordini dopo la presa del potere”.

Argentina 24 marzo 1976. Militari in azione contro chi resiste

Nel 2016, il National Security Archive degli Stati Uniti ha pubblicato 14 nuovi documenti che gettano luce sul ruolo di Washington nei giorni che precedettero il golpe. Questa massa di documentazione suggerisce che gli Stati Uniti erano a conoscenza dei preparativi per il colpo di Stato e che c’era un certo grado di supporto o tolleranza nei confronti delle azioni dei militari argentini.

Il ruolo di Kissinger

I documenti raccontano che Kissinger, sconfessando le motivazioni che lo avevano portato al Nobel per la Pace nel 1973, si era mostrato molto comprensivo verso i militari golpisti. “Sappiamo che siete in difficoltà. Sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendono a emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità. Farò quel che posso”, ch’è scritto in una lettera  del segretario di Stato di Richard Nixon al ministro degli esteri argentino golpista César Augusto Guazzetti. Il 9 luglio 1976, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi di Buenos Aires, dove veniva applicato “Il metodo cileno: terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore”.

Le mani sul Canale di Panama

La morte all’età di 52 anni, in un incidente aereo, il 31 luglio 1981, del generale di Panama Omar Torrijos, leader de facto del Paese dal 1968 non è stata ancora chiarita. Torrijos nel 1977 aveva raggiunto con il presidente Carter un accordo che sanciva, a partire dal 2000, il diritto al controllo dei centroamericani sul Canale di Panama. Quell’accordo ha suscitato solo speculazioni su un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel decesso del capo centroamericano, ma non ci sono prove concrete né documenti declassificati.

Marines nella giungla di Panama

Occorre però notare che Omar Torrijos, oltre ad essere un deciso oppositore del controllo americano sul Canale, aveva manifestato posizioni politiche vicine a movimenti nazionalisti e rivoluzionari dell’America Latina. Durante la sua leadership, Torrijos aveva fatto parecchie dichiarazioni di sostegno al presidente cileno Salvador Allende, e aveva appoggiato e sostenuto la sua linea di supporto all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani.

Ma non solo: aveva offerto appoggio politico e logistico ai sandinisti che in Nicaragua combattevano contro la dittatura ereditaria della famiglia Somoza. I sanguinari Somoza avevano governato il Paese centroamericano dal 1934, accumulando immense fortune e mantenendo il potere grazie alla Guardia Nazionale e al sostegno degli Stati Uniti. Il 17 luglio 1979 erano stati cacciati dalla rivoluzione sandinista.

Torrijos aveva mostrato simpatia verso i movimenti guerriglieri in Guatemala e per i ribelli in El Salvador, soprattutto all’inizio della guerra civile, come parte della sua politica di solidarietà latinoamericana e di sfida agli Stati Uniti.

Figura scomoda

Questo atteggiamento aveva contribuito a renderlo una figura scomoda per Washington, soprattutto nel contesto della Guerra Fredda e del controllo strategico sul Canale di Panama. Le tensioni erano culminate negli scontri del 1964, noti come ‘Giorno dei Martiri’:  ventidue morti panamensi e 4 soldati statunitensi avevano spinto gli Stati Uniti a negoziare i trattati Torrijos-Carter nel 1977, che avevano sancito il trasferimento del controllo del Canale allo stato panamense entro il 1999. Questi eventi e documenti storici testimoniano l’attrito tra gli Stati Uniti e Torrijos.

Nel 2026, i Marines statunitensi sono tornati operativi a Panama per rafforzare la sicurezza del Canale, in risposta alle crescenti preoccupazioni per l’influenza cinese e nel quadro di accordi di cooperazione militare bilaterale. Esercitazioni congiunte e il dispiegamento di personale sono previsti tra gennaio e febbraio 2026, coinvolgendo basi aeree e navali per attività di addestramento e protezione.

Il 31 gennaio il quotidiano filo Trump The Epoch Times, pregiudizialmente anticinese e anticomunista, ha pubblicato la notizia che la Corte suprema di Panama ha ufficialmente espulso la Cina comunista dal Canale di Panama.

1966: è la volta dell’Indonesia

All’attenzione americana non sfugge neppure l’Indonesia. Dopo un periodo tumultuoso di democrazia parlamentare, nel Paese insulare, nel 1959 Sukarno introduce un sistema autoritario noto come “democrazia guidata” per ripristinare la stabilità e reprimere le ribellioni regionali.

All’inizio degli anni ’60, Sukarno persegue una politica estera in cui e posiziona l’Indonesia tra i leader del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), schierato dichiaratamente contro le interferenze americane e sovietiche negli affari interni di altri Paesi. Queste politiche aumentano le tensioni con le potenze occidentali che accusano l’Indonesia, nonostante fosse uno Stato non comunista, di avvicinarsi troppo all’Unione Sovietica.

Il culmine di questa politica si colloca il CONEFO (Conference of the New Emerging Forces) il piano di Sukarno per una nuova Organizzazione delle Nazioni Unite con sede a Giacarta ideato proprio per limitare il potere sia degli Stati Uniti, sia dell’Unione Sovietica.

A seguito del tentativo di colpo di Stato del 30 settembre 1965, attribuiti al Partito Comunista Indonesiano (PKI), il generale Suharto nel 1967 assume il controllo del governo con un golpe. Subito dopo scatta una vasta epurazione anticomunista sostenuta dalle agenzie di intelligence occidentali, comprese quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito. Tra le 500.000 e oltre un milione di persone vengono massacrate in massa; vengono presi di mira membri e sospetti simpatizzanti del partito comunista (PKI).

Suharto (in mimetica) accompagnato da militari fotografato a Giacarta nel 1965 (Photo courtesy del US National Security Archive)

Esistono file statunitensi desecretati che mostrano un coinvolgimento indiretto degli Stati Uniti nella caduta di Sukarno e nell’ascesa di Suharto alla fine del 1965. In particolare:
documenti della CIA e del Dipartimento di Stato desecretati negli anni ’90 e 2000 rivelano che Washington seguiva da vicino le tensioni interne in Indonesia e forniva sostegno logistico e intelligence all’esercito durante la repressione contro il Partito Comunista Indonesiano (PKI).

Alcuni cablogrammi declassificati mostrano che funzionari americani incoraggiarono l’esercito a muoversi contro Sukarno e il PKI, fornendo liste di sospetti comunisti e assistenza politica.

Nel 2017, il National Security Archive ha pubblicato un ampio dossier di documenti che confermano la conoscenza e la tolleranza da parte degli Stati Uniti delle violenze di massa tra il 1965 e il 1966. Questi documenti non provano un ruolo diretto americano nel colpo di Stato, ma confermano un sostegno strategico e informativo all’azione militare che portò alla rimozione di Sukarno.

Squadroni della morte

Gli squadroni della morte in America Latina erano gruppi paramilitari o clandestini, spesso legati a governi, eserciti o forze di polizia, che operavano durante le dittature militari e i conflitti interni tra anni ’60 e ’80. Il loro compito era eliminare oppositori politici, sospetti guerriglieri o presunti simpatizzanti della sinistra attraverso sequestri, torture, sparizioni forzate e omicidi.

Erano particolarmente attivi in Paesi come Argentina, Cile, El Salvador, Guatemala e Brasile, e furono responsabili di migliaia di vittime nell’ambito di quella che veniva definita “guerra sporca” o, a livello regionale, Operazione Condor.

Anche in questo caso esistono prove documentali che indicano una relazione tra gli Stati Uniti e gli squadroni della morte in Sud America. Ad esempio, gli Archivi del Terrore contengono documenti che mostrano la cooperazione tra i servizi di sicurezza di vari Paesi sudamericani e l’implicazione degli Stati Uniti nella repressione politica. Inoltre, il Progetto FUBELT della CIA mirava a sovvertire il governo di Salvador Allende in Cile, contribuendo indirettamente alla formazione di gruppi paramilitari. Le prove documentali principali riguardano:

Archivi del Terrore (Paraguay, 1992): scoperti da Martín Almada, contengono comunicazioni tra i servizi di sicurezza di Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Bolivia e Paraguay durante l’Operazione Condor. Alcuni documenti mostrano contatti diretti con CIA e FBI e la presenza di ufficiali statunitensi in attività di cooperazione contro i dissidenti politici.

Operazione Condor (anni ’70-’80): un coordinamento tra dittature sudamericane per eliminare oppositori politici, spesso con il supporto logistico e di intelligence degli USA

Progetto FUBELT (Cile, 1970-1973): una serie di operazioni coperte della CIA autorizzate da Nixon per creare le condizioni di un colpo di stato contro Salvador Allende. Includeva finanziamenti, propaganda e sostegno a gruppi militari che avrebbero poi instaurato la dittatura di Pinochet, responsabile dell’uso di squadroni della morte.

Scuola delle Americhe (Fort Benning, USA): ha addestrato migliaia di ufficiali latinoamericani in tecniche di contro-insurrezione e operazioni speciali, molte delle quali furono impiegate per la repressione e le esecuzioni extragiudiziali.

Questi documenti e testimonianze storiche delineano un quadro di supporto statunitense, diretto o indiretto, alla creazione e operatività degli squadroni della morte in America Latina.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info

Il primo articolo è stato pubblicato qui
Il secondo articolo è stato pubblicato qui

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Un convegno sull’Iran a Mendrisio si trasforma in una rissa

Speciale per Africa ExPress
Agnese Castiglioni*
Mendrisio, 2 febbraio 2026

Di fronte alla complessità della crisi iraniana, il dialogo tra analisti e opinioni diverse rischia di cedere il passo all’intimidazione.

Sabato scorso, la Libreria al Ponte di Mendrisio avrebbe dovuto essere un luogo di approfondimento. Ospite della serata la giornalista e storica Farian Sabahi, docente all’Università dell’Insubria e tra le voci più autorevoli sulla questione iraniana.

Tuttavia, quello che era iniziato come un dibattito accademico sulla situazione attuale in Iran si è trasformato in palcoscenico con forti tensioni.

Alla fine dell’incontro, durante l’ultima parte dedicata alle domande, un gruppo organizzato di circa quindici persone di origine iraniana ha interrotto bruscamente ia riunione.

Tra slogan politici, intimidazioni e aggressioni verbali, rivolte anche al personale della libreria, il clima di confronto democratico si è trasformato in una contestazione muscolare. E’ stata anche sventolata la bandiera con il leone e il sole, simbolo della monarchica, e la quindicina di protestatari urlava “Javid Shah!” (viva lo Shah, cioè il re di Persia), L’evento è stato paralizzato e il pubblico e la relatrice sono stati messi una situazione di vulnerabilità, incompatibile con uno spazio culturale.

La professoressa Farian Sabahi durante l’incontro di Mendrisio

Il contesto: segnali di una faglia profonda

L’episodio di Mendrisio non è un fulmine a ciel sereno, ma l’appendice di una tensione che serpeggia in tutto il Canton Ticino.

Solo pochi giorni prima, il 25 gennaio a Lugano, la polizia era dovuta intervenire massicciamente per separare due cortei contrapposti: uno pro-Israele e monarchico iraniano, l’altro a sostegno della causa palestinese.

Kamran Babazadeh, 69 anni, ha lasciato l’Iran circa quarant’anni fa. Originario di Teheran, da giovanissimo era tra coloro che scesero in piazza per protestare contro la monarchia dello shah Reza Pahlavi. Un regime che governava il Paese con il pugno di ferro e col le galere piene di oppositori. Certamente non teocratico come quello attuale ma anche lui profondamente repressivo e antidemocratico.

All’indomani della rivoluzione è emigrato prima in Italia e poi in Svizzera, dove vive nel Canton Ticino dal 1988. Per oltre quindici anni ha lavorato per OSAR, l’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati.

Presente sia ai fatti di Lugano sia a quelli di Mendrisio, Babazadeh è testimone diretto di una deriva che definisce preoccupante: “Un comportamento da tifosi, non da cittadini”.

La sua colpa, agli occhi dei contestatori, è stata quella di esporre una bandiera iraniana neutra, priva di simboli monarchici, attirando su di sé insulti e minacce in persiano che evocano la morte degli avversari politici.

Una diaspora frammentata e radicale

Quello che emerge è il ritratto di una diaspora iraniana attraversata da una frattura storica.

Da un lato, la spinta della corrente monarchica che sostiene Reza Pahlavi ha guadagnato visibilità sui social e nelle piazze; dall’altro, una parte degli espatriati che guarda con diffidenza a una leadership nostalgica o a ipotesi di interventi militari esterni.

In questo clima, la ricerca di analisi sfumate, come quella proposta da Farian Sabahi, diventa il bersaglio ideale.

Dalla libreria alla gogna digitale

Chi non offre risposte univoche o non aderisce a una narrazione politica a senso unico viene percepito come un nemico. Mentre in Iran la repressione seguita alla rivolta Donna, Vita, Libertà continua a colpire con arresti e condanne, all’estero la frustrazione si traduce in una radicalizzazione del linguaggio che non risparmia nemmeno i luoghi della cultura.

Ecco le immagini della tensione creatasi durante l’evento.
Il video, pubblicato sui canali social di uno degli  15 iraniani del gruppo, presenta l’aggiunta della foto di Kamran Babazadeh  insieme a  informazioni false sul suo conto :” Questo vecchio cane, nel cantone italofono della Svizzera, ha un negozio di tappeti. Qualche giorno fa ha organizzato una mostra e ha iniziato a sostenere i Pasdaran. Gli iraniani patrioti gli hanno dato una lezione”.

La violenza non si è fermata tra gli scaffali della libreria.

La disputa si è rapidamente spostato online, trasformandosi in una violenta campagna d’odio e di disinformazione.

Sia Sabahi sia Babazadeh sono stati bersagliati da accuse infondate di collusione con il regime di Teheran.

Sulle pagine social di Babazadeh sono apparsi commenti feroci: “Penso che tu ti stia guadagnando da vivere riciclando denaro sporco per il corpo terroristico”, o ancora “Sei una persona di merda da commentare sull’Iran, sei un diavolo di faccia. Re per sempre. Morte a tre Mullah Chapi Mujahid corrotti”.

Altri utenti hanno rincarato la dose con insulti ideologici: “Credo che questi stronzi di sinistra mangino ancora la merda del loro leader terrorista”.

Tra i profili più attivi nella diffusione di insulti e accuse figurano anche account falsi, tra cui quello di @mmaziyarkhodaeifar, che dichiarava nel proprio profilo di frequentare il Politecnico di Milano.

Il caso ha assunto contorni ancora più inquietanti quando la Rettrice dell’ateneo milanese, Donatella Sciutto, è intervenuta per verificare l’identità dell’utente.

I riscontri hanno confermato che il soggetto non è affatto uno studente del Politecnico.

La Rettrice ha quindi espresso ferma solidarietà alle vittime dell’aggressione, smascherando l’uso di profili fittizi o ingannevoli volti a conferire una parvenza di autorevolezza a chi pratica lo sciacallaggio digitale.

Difendere gli spazi di parola

Il caso di Mendrisio dimostra che le tensioni geopolitiche non hanno confini: possono penetrare in una libreria di provincia con la stessa forza con cui agitano le grandi capitali.

Quando un incontro con una studiosa viene silenziato dalle urla, a perdere non è solo la relatrice, ma l’intera comunità civile.

Documentare questi episodi è oggi più che mai necessario per proteggere quegli spazi, come librerie, biblioteche, centri civici, che tentano di resistere alla logica della minaccia e di restare, nonostante tutto, presìdi di pensiero critico.

Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com
* studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione
presso l’Università degli Studi dell’Insubria
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mozambico, in un libro biosofia e biosfera del popolo Macùa, dove Dio è anche madre

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
24 gennaio 2026

Pwiyamwene, è l’espressione massima di Dio. Pwiyamwene è madre e padre, ma in primo luogo è femminile. Questo aveva scoperto padre Giuseppe Frizzi, missionario italiano della Consolata, e la scoperta lo affascinava.

Oltre al suo lavoro di evangelizzazione il missionario aveva studiato la lingua, la cultura, la cosmogonia e la teologia del popolo Macùa-Xirima nel nord del Mozambico. Un lavoro durato 51 anni.

Nell’ex colonia portoghese padre Frizzi ha fondato il Centro di Investigazione Macùa-Xirima. Un’istituzione riconosciuta anche da due presidenti mozambicani: Joaquim Chissano e Armando Guebuza.

Attraverso il Centro di ricerca ha studiato la lingua esplorando in profondità la cultura (non sessista) di quella popolazione del Mozambico settentrionale. Ne ha scoperto la cosmogonia e i miti, la teologia e la sua naturale vocazione ecologica ante-litteram.

Macùa incontro Frizzi Guebuza
Padre Giuseppe Frizzi con il presidente mozambicano Armando Guebuza

Biosofia e Biosfera

La sua storia e la sua esperienza sono raccontate nel volume “Biosofia e Biosfera africana Macùa-Xirima”. È un libro sulla via della sapienza della vita, a cura di Jorge Ferrão e Celestino Victor Mussomar pubblicato in italiano da Effetà Editrice.

Il volume, 334 pagine con appendice iconografica, è composto dalle testimonianze di molte persone: antropologi, filosofi, scrittori e studiosi che lo hanno incontrato.

macùa copertina del llbro
Copertina del llbro ” Biosofia e biosfera africana Macùa-Xirima

Teologia macùa e cristianesimo

Il missionario aveva trovato un trait d’union tra cristianesimo e teologia macùa-xirima. Non solo diceva messa solo in lingua macùa ma la funzione era accompagnata da danze e musiche tradizionali macùa. La chiesa era anche il luogo dove venivano fatti rituali e suppliche ancestrali della cultura di quel popolo. Cosa che non piaceva molto alla Chiesa.

Muluku e il Dio occidentale

Fu colpito anche da Muluku deità buona nei confronti di tutti. “Le genti macùa-xirima si rivolgono a Lui e agli antenati con familiarità e fiducia – scrive l’antropologo Devaka Premawardhána nel libro -. Il religioso ha trovato questa fiducia molto vicina al Vangelo e all’immagine del Dio occidentale. La sua ricerca antropologica è diventata una ‘pratica spirituale’ ”.

Le pubblicazioni

Sono molte le pubblicazioni in lingua macùa-xirima con il Centro. Tra queste: La Bibbia in lingua xirima, Biblya Exirima (2002); il Nuovo Testamento, Watana wa nanano; Libro dei Salmi, Masalimu (1998).

Mwana Mutthu Owo!
(2002), un’antologia illustrata bilingue di racconti e proverbi tradizionali, ora in uso nelle scuole; il Dicionário Xirima- Português e Português Xirima (2005); Murima ni Ewani Exirima – Biosofia e Biosfera Xirima (2008), una presentazione monumentale della cosmologia xirima attraverso testi tradizionali di proverbi, racconti, miti e riti. E tanti altri.

Rivoluzione nella filosofia africana

“Padre Frizzi ha compiuto una vera e propria rivoluzione copernicana nella filosofia africana. – scrivono Ferrão e Mussomar -. Ha introdotto i concetti di biosofia e biosfera al fine di ricercare ogni segmento e frammento di quella cultura, e lo ha fatto senza che neppure i filosofi africani se ne rendessero conto”.

Padre Giuseppe Frizzi è deceduto a 88 anni, nel 2021. È sepolto nella Missione di Massangulo, Niassa.

Donna macùa che danza
Donna macùa che danza e mappa Mozambico con area abitata dalla popolazione macùa

Chi sono i Macùa-Xirima

I Macùa (o Makhwa) rappresentano il 40 per cento (circa 14.500.000 persone) della popolazione del Mozambico che conta circa 36.640.000 abitanti (2025). I Xirima sono un sottogruppo Macùa.

Vivono per la maggior parte nelle province di Nampula, Cabo Delgado e Niassa. Ma anche in Tanzania e Malawi. A differenza della maggior parte dei gruppi Bantu hanno una società matrilineare.
Erano famosi per la loro abilità nella lavorazione del ferro e per il commercio con gli arabi lungo le coste del Mozambico.

Hanno un legame stretto con gli antenati e la Natura e con gli spiriti che risiedono nelle foreste, nelle rocce e nei fiumi.
Sono noti anche per il guerriero Yasuke che, portato da un gesuita portoghese nel Giappone del XVI secolo, divenne un celebre samurai.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Yasuke, nel ‘600 il primo samurai africano eroe che combatté al fianco del suo principe

 

Arabia Saudita e Emirati: corteggiano Israele e litigano sul Somaliland (e non solo)

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
31 gennaio 2026

Tornano a punzecchiarsi Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Per ora borbottano soltanto e poco si sentono, nella vastità del rovente palcoscenico africano, quello dove alla fine si giocano sempre gli equilibri del mondo. Ma pare che gli emiratini la voce la stiano alzando, come se il loro scopo sia farsi sentire per attirare l’attenzione. Più il principe abbozza un passo laterale, tanto più lo sceicco prova a pestargli i piedi, in un balletto che rischia di diventare una baruffa.

Come racconta la rivista specializzata e di grande prestigio Africa Confidential nel secondo numero di gennaio, l’ultima mossa di Abu Dhabi, in ordine di tempo, è stata la promenade concessa alla milizia separatista yemenita, il Southern Transnational Council, guidata da Aidarus al Zubeidi, che nel mese di dicembre è riuscita a prendere il controllo delle regioni di Hadhramaut e Mahrah, che confinano con Oman e Arabia Saudita, prima di essere respinta dalla aeronautica militare saudita.

Nonostante Abu Dhabi neghi con fermezza il coinvolgimento nell’operazione, gli esperti affermano che senza la protezione del presidente emiratino, Mohamed bin Zayed al Nahyan, la milizia non avrebbe potuto spingersi tanto oltre i confini yemeniti.

Appoggio che gli Emirati hanno dato allo stesso comandante al Zubeidi, rportandolo ad Abu Dhabi tramite un volo militare (con scalo a Mogadiscio), dopo il bombardamento saudita al porto di Mukalla sulla costa yemenita, dove una nave emiratina stava sbarcando armi.

A furia di ballare però, soprattutto quando si cambiano le regole e si rubano i partner, i piedi si rischia di schiacciarli anche agli altri danzatori, invitati e non. È quello che è successo a novembre quando Abu Dhabi, étoile della compagnia di ballo, ha appoggiato e sponsorizzato il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, risvegliando l’attenzione di Cina e Turchia che, insieme a quasi tutte le organizzazioni internazionali, ne osteggiano la proclamazione.

Il rischio è dunque quello di estendere il conflitto mediorientale, sostenendo le mire di Tel Aviv fino alla penisola arabica e oltre. Gli Emirati sono infatti da sempre buoni amici di Israele, come dimostra anche la sponsorizzazione della ricerca di un accesso al mare da parte dell’Etiopia; piano appoggiato dagli israeliani, che approfitterebbero dello sbocco, e, come prevedibile in questa danza di poteri, osteggiato da Riyad e da diversi Paesi con interessi nel Mar Rosso tra cui l’Egitto.

Tutte mosse che riattivano le ostilità tra i territori del Corno d’Africa, tanto più che le ultime novità sono già arrivate alle orecchie statunitensi. Messaggero è stato il principe saudita Mohammed Bin Salman Al Saud, che ha declinato l’invito a un ultimo giro di valzer, preferendo correre all’ospite d’onore, quasi padrone di casa, a riferire dei giochetti di Abu Dhabi, che disturberebbero l’armonia della festicciola.

Dobbiamo prepararci a tutto, avrebbe detto Mohammed Bin Salman, trovando Trump d’accordo tanto da ottenere in un batter d’occhio 48 aerei F-35. Non proprio un omaggio del tycoon (si parla di un affare da diversi miliardi di dollari) ma sicuramente un privilegio mai concesso prima dall’America a nessun Paese arabo.

E approfittando del buon umore del presidente statunitense per l’affare appena concluso, il principe saudita non ha perso l’occasione per mettere in cattiva luce Abu Dhabi, nella speranza di conquistare la fiducia preferenziale degli USA e destabilizzare la presenza emiratina nel Corno d’Africa. Il principe ha infatti rimesso sul tavolo la collaborazione degli Emirati con le Rapid Support Forces (RFS) cui, come molti osservatori internazionali confermano e il governo di Abu Dhabi continua a smentire spudoratamente, continuando a fornire armi e equipaggiamenti.

Scopo principale dell’Arabia Saudita resta per ora quello di sabotare le mosse del presidente emiratino Al Nahyan, evitando lo scontro diretto.

La battaglia si gioca quindi tutta sulla conquista di avamposti nella regione, per completare ciascuno i propri disegni strategici, ovvero alleanze commerciali vantaggiose e durature. Gli EAU però vanno dritti per la loro strada, forti della consolidata amicizia con Israele.

Tel Aviv è intenzionato ad assicurarsi l’accesso al canale di Suez, ovvero al mercato mondiale, tramite alleanze nel Mar Rosso, che tra l’altro arginerebbero anche l’espansione delle forze iraniane e arabe, che pure cercano avamposti in quella regione. A questo fine gli Emirati costituiscono un ottimo cavallo di Troia con cui penetrare i diversi confini e piazzare le prime basi.

Dal conto loro gli Emirati perseguono gli stessi obiettivi, puntando al consolidamento dell’asse con Israele e Stati Uniti. Stessa ragione per cui tendenzialmente riconoscono gli autoproclamati Stati separatisti, come il Somaliland, dove ha stanziato finanziamenti importanti per il porto di Barbera e altro.

L’amicizia e la penetrazione nel Somaliland, nonchè il sostegno a Israele nel riconoscere lo Stato indipendentista, non è stato gradito da Mogadiscio, che a metà gennaio ha rotto i rapporti con Abu Dhabi.

Stavolta però, al contrario della arrugginita Arabia, il Corno d’Africa mostra una inaspettata autonomia decisionale. Consapevoli del ruolo giocato nella ragnatela di relazioni, infatti, molti degli Stati coinvolti avanzano mosse che non sempre corrispondono a quelle attese e pretese dalle potenze dominanti.

Da un lato infatti Etiopia e Kenya, che pure appoggerebbero il riconoscimento del Somaliland, reputano, nonostante la dichiarazione degli Emirati, che non è ancora giunto il momento; dall’altro la Somalia mette in guardia Israele. Siamo certi che arriveranno a Mogadiscio gli sfollati di Gaza, affermano degli attivisti locali: un esilio forzato che segnerà un nuovo fallimento della diplomazia israeliana e un ulteriore allontanamento di una qualsiasi forma di tregua.

Le danze stanno per ricominciare. Changez la dame, s’il vous plaît.

 

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Israele riconosce Somaliland: protestano Mogadiscio, l’Unione Africana e i Paesi islamici

Salta l’accordo del 2018: massacri, distruzioni e guerra civile in Sud Sudan

Africa ExPress
Juba 29 gennaio 2026

Si fa sempre più incandescente la situazione in Sud Sudan, tant’è vero cha la missione di Pace delle Nazioni Unite nel Paese (UNMISS) e gli osservatori indipendenti del Palazzo di Vetro hanno lanciato un preoccupante allarme pochi giorni fa: c’è il forte rischio di violenze di massa contro i civili.

Ci risiamo, la popolazione sud sudanese è di nuovo sotto la minaccia di attacchi e si spera che non si trasformi in un conflitto etnico generalizzato tra le due maggiori etnie, dinka e nuer (il presidente Salva Kiir appartiene alla prima, mentre l’ex vicepresidente Riek Machar alla seconda).

Popolazione civile in fuga

Gli esperti ONU sono particolarmente preoccupati della situazione nel Jonglei State, teatro di violenze dallo scorso dicembre, per i continui scontri tra l’esercito regolare e le truppe fedeli all’ex vicepresidente, arrestato lo scorso marzo e poi incriminato a settembre per crimini contro l’umanità.

E le esternalizzazioni di Paul Majok Nang, capo dell’esercito di Juba, fanno temere il peggio. Giorni fa avrebbe impartito l’ordine ai militari di “schiacciare la ribellione entro 7 giorni”. Ancora più inquietanti le precisazioni aggiunte da un alto ufficiale, riportate da diversi media sud-sudanesi: “Non bisogna risparmiare nessuno, nemmeno gli anziani”.

Recentemente il gruppo armato, fedele a Machar, Sudan People’s Liberation Army in Opposition (SPLA-IO) ha attaccato e conquistato alcune aree nel Jonglei State. Ma è davvero difficile avere notizie concrete verificabili, vista l’attuale situazione. Solo ieri l’esercito ha rilasciato un comunicato, in cui sostiene di avere ripreso il controllo della caserma di Yuai e dell’avamposto militare di Pathai. Fatti prontamente negati dalle forze dell’ex vicepresidente.

Domenica scorsa, Lul Ruai Koang, portavoce delle forze armate sud sudanesi ha chiesto alla popolazione residente in tre contee in mano alle forze di SPLA-IO nel Jonglei State, di lasciare immediatamente le proprie abitazioni. Ha poi sottolineato che i civili devono dirigersi verso le aree sotto il controllo del governo. “I civili in possesso di armi che si trovano nelle vicinanze delle postazioni del nemico, saranno considerati come obiettivi militari”, ha specificato il portavoce.

Secondo alcuni osservatori, il fragile accordo di pace del Sud Sudan, siglato nel 2018, si trova a un “bivio critico”. L’escalation delle violazioni del cessate il fuoco fa temere un ritorno al conflitto su vasta scala. Minaccia inoltre i preparativi per le elezioni previste per la fine del 2026.

Anche l’ultimo rapporto di Reconstituted Joint Monitoring and Evaluation Commission, South Sudan (RJMEC), è molto allarmante. La Commissione afferma che la situazione umanitaria è deteriorata a causa dei conflitti, inondazioni, epidemie e insicurezza alimentare.

Già alla fine del 2025, 10 milioni di sud sudanesi necessitavano di assistenza umanitaria.

Ora CEF, fondo di risposta alle emergenze di OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), ha stanziato 10 milioni di dollari destinati alle popolazioni colpite dal conflitto nel Jonglei State. Dalla fine dello scorso anno oltre 250.000 persone sono fuggite dalle proprie abitazioni .

Donne e  ragazze,  bambini,  persone con disabilità, anziani e altri gruppi emarginati sono maggiormente esposti a violenze, sfruttamento e gravi privazioni.

Correva l’anno 2011, quando i primi di febbraio Omar al Bashir, allora presidente del Sudan, annunciava i risultati del referendum: il 98,83 per cento delle schede a favore della secessione; i sud sudanesi avevano scelto l’indipendenza. La vittoria dei sì – giunta dopo oltre trent’anni di guerra – venne festeggiata nelle città e nei villaggi del sud. Ma, secondo gli accordi di pace di allora, l’indipendenza venne proclamata il 9 luglio 2011.

Guerra civile 2013-2018

Dopo un breve periodo di pace, una nuova guerra è all’orizzonte: gli scontri tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Macharsono cominciati quando il presidente dinka Kiir ha accusato il suo vice, nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Le prime scaramucce sono scoppiate il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, ma ben presto sono iniziati combattimenti anche a Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non hanno fatto che alimentare il sanguinoso conflitto.

Africa ExPress
X:
africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dinka contro Nuer, Sud Sudan nel caos: rischio nuova guerra civile

 

Kenya maggior cliente di sistemi militari israeliani in Africa

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
Gennaio 2026

Il Kenya rafforza i propri dispositivi militari alle frontiere acquisendo nuovi sistemi missilistici israeliani.

Dalla fine del dicembre 2025 è pienamente operativo il sistema di “difesa aerea” con missili terra-aria Python and Derby (SPYDER), acquistato dalle forze armate di Nairobi in Israele.

Kenya: SPYDER, sistema missilistico israeliano

Le batterie missilistiche sono giunte in Kenya a bordo di un grande aereo cargo Boeing 767-3Q8 in dotazione al ministero della Difesa israeliano. Per l’acquisto dello SPYDER, le autorità keniane hanno speso 26 milioni di dollari circa.

Il contratto risale all’aprile 2024 nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare bilaterale sottoscritto dal presidente William Ruto e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

Il sistema missilistico SPYDER è stato progettato e realizzato da Rafael Advanced Defense Systems Ltd., una delle maggiori aziende del comparto militare-industriale di Israele.

Si tratta di una piattaforma missilistica di pronto intervento, utilizzabile in ogni condizione atmosferica. Lo SPYDER è in grado di contrastare multiple minacce aeree, individuando, tracciando e distruggendo gli obiettivi in movimento (anche droni di piccole dimensioni).

Le batterie anti-aeree utilizzano due diverse tipologie di missili, i Pythone i Derby, entrambi prodotti dal gruppo Rafael. Di norma esse vengono schierate a protezione di infrastrutture critiche come aeroporti, basi militari, edifici governativi e postazioni militari di frontiera.

Spyder potenziati con radar

Gli SPYDER consegnati al Kenya sono stati potenziati grazie al sistema radar avanzato EL/M-2106 fornito da Elta Systems Ltd, azienda controllata dalle Israel Aerospace Industries (IAI).

Il radar tridimensionale israeliano può tracciare simultaneamente fino a 500 obiettivi, in particolare velivoli aerei, piccoli droni e missili da crociera.

Addestramento specializzato

L’integrazione operativa del sistema SPYDER richiede un addestramento specializzato e l’assistenza del personale militare, anche per le caratteristiche dei centri di comando e controllo delle batterie missilistiche, interamente automatizzate. Per questo è immaginabile che personale israeliano stia affiancando e/o affiancherà i reparti dell’esercito keniano per un certo lasso di tempo.

Williamo Ruto, presidente del Kenya e Benjamin Netanyahu, premier israeliano

“L’impiego da parte del Kenya di un sistema militare che ha ricevuto un sostegno finanziario dal governo israeliano indica che si è fatta ancora più profonda la partnership strategica tra Nairobi e Tel Aviv”, commenta la rivista specializzata Military Africa. “Questa cooperazione comprende ormai la fornitura di sistemi militari e hardware, lo scambio di dati di intelligence e l’addestramento anti-terrorismo”.

Mentre il Kenya assume il ruolo di uno dei maggiori clienti africani di tecnologie militari israeliane, Israele rafforza la propria presenza diplomatico-militare-industriale in Africa orientale e nel Corno d’Africa, macroregione di rilevanza geostrategica per l’establishment di Tel Aviv.

Instabilità regionale

“La decisione di dotarsi dei sistemi terra-aria SPYDER segue anni in cui si è assistito alla crescita dell’instabilità regionale e alla proliferazione di velivoli a pilotaggio remoto UAV a basso costo in tutta l’Africa orientale”, spiega ancora Military Africa.

“Per più di una decade, il Kenya ha dovuto affrontare minacce persistenti da parte di Al-Shabaab, organizzazione militare che opera in Somalia”, aggiunge la rivista specializzata. “Tuttavia, la minaccia si è evoluta. Noordin Haji, direttore generale del National Intelligence Service (NIS), ha di recente lanciato l’allarme che Al-Shabaab e gruppi legati all’ISIS hanno iniziato a collaborare con i ribelli houthi in Yemen. Questa partnership consente ai gruppi armati di acquistare armi da guerra più sofisticate e di addestrarsi alla guerra elettronica”.

In verità fino ad oggi non sono stati forniti elementi di prova sulla presunta partnership tra i gruppi armati somali, l’ISIS e gli houthi, ma i processi di riarmo in Africa orientale procedono speditamente grazie anche all’ingombrante supporto israeliano.

Gerd dotato di sistema missilistico israeliano

Oltre al Kenya pure l’Etiopia ha acquistato nel 2019 il sistema missilistico SPYDER di Rafael Advanced Defense Systems Ltd., per schierarlo nei pressi del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD),la grande diga edificata sul Nilo azzurro a pochi chilometri dal Sudan.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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