Speciale per Africa ExPress Valentina Vergani Gavoni
23 dicembre 2025
Il 29 novembre 2025 ha preso il via una Campagna Internazionale per contrastare gli arresti amministrativi in Palestina. E’ nato così il Comitato Nazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Organizzazioni della società civile italiana, impegnate nella tutela dei diritti umani e nel rispetto del diritto internazionale, hanno aderito alla mobilitazione globale. Un’azione coordinata sul territorio per chiedere la liberazione di tutti coloro che sono stati incarcerati da uno Stato sovrano che occupa la loro terra. Alcuni da anni senza processo.
Un appello per chiudere i centri di tortura israeliani dove all’interno vengono commessi crimini di guerra – e contro l’umanità – finalizzati all’eliminazione dell’identità del popolo occupato.
Per più di due anni, il rapimento di civili e militari israeliani da parte dei militanti di Hamas ha giustificato la distruzione di un intero popolo. Come se fosse giusto, logico e normale, rispondere con così tanta violenza ai fatti brutali del 7 ottobre 2023.
In memoria del massacro contro i civili israeliani
Se un genocidio è la risposta giusta alle violenze subite nell’arco di 24 ore, quale potrebbe essere allora la reazione più adatta di un popolo occupato dopo 77 anni di colonialismo e sterminio fisico, culturale, psicologico e sociale?
Dal primo giorno di insediamento, Israele ha arrestato e rinchiuso in campi di concentramento (al coperto e all’aperto) un numero impossibile da definire di palestinesi che rispondevano ai massacri quotidiani commessi da Israele.
Torture, stupri, violenze e abusi legalizzati
Nonostante ogni tentativo di censura, i sopravvissuti palestinesi denunciano tutte le bestialità che individui privi di umanità, con nome e cognome, eseguono senza obiettare. Ed è giunta recentemente la notizia di ulteriori violenze subite da Marwan Barghouti, diventato il simbolo della resistenza al colonialismo israelo-americano.
Il figlio Qassam Barghouti, in un post su Facebook, ha scritto: “Mi sono svegliato con la chiamata di un detenuto liberato che mi ha detto: ‘Tuo padre è stato distrutto fisicamente… gli [israeliani] gli hanno rotto i denti, le costole e le dita, gli hanno tagliato una parte dell’orecchio per divertimento. Cosa posso fare? Con chi posso parlare? A chi possiamo rivolgerci?’ Viviamo questo incubo ogni giorno. Mio padre ha 66 anni… dove dovrebbe trovare la forza?”.
“La persona informata dei fatti avrebbe chiamato da un numero israeliano, dice il giovane Barghouti nel post che sembra aver cancellato”, riporta il quotidiano The Time of Israel.
Noam Lehmann, autore dell’articoloscrive: “In un post successivo, Barghouti afferma che la famiglia sta ancora cercando di contattare nuovamente l’ex prigioniero senza nome, e tutti i possibili enti ufficiali per ulteriori informazioni, senza successo”.
Immagine di Inside Over
Il giornalista del quotidiano israeliano riporta le parole del figlio Qassam: “Mi scuso per aver fatto preoccupare così tante persone. Spero che mio padre e tutti gli altri prigionieri stiano bene. È tutto ciò che mi interessa.”
Dall’altra parte, il portavoce del Servizio Carcerario Israeliano dichiara al giornale che le accuse sono “un’altra totale bugia della macchina di fango e della propaganda contro il personale che lavora con professionalità di fronte a un terrorista condannato”, scrive Lehmann.
La resistenza non è terrorismo
La ricostruzione dei fatti risulta difficile. E riportare quello che accade all’interno delle carceri israeliane è praticamente impossibile.
La stampa ha però a disposizione fonti pubbliche inconfutabili come le affermazioni spontanee del ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir che “ha pubblicamente elogiato il peggioramento delle condizioni dei prigionieri palestinesi e ha girato un video in cui si prende gioco di Barghouti in prigione”, afferma il giornalista di The Time of Israel.
Il metodo mafioso applicato dall’esercito e dalle istituzioni governative di occupazione è esplicito. E, consapevole del modus operandi di Israele, l’Autorità Palestinese ha affermato di voler “lavorare per saperne di più sulle condizioni di Barghouti, aggiungendo che le famiglie dei prigionieri palestinesi sono soggette a molestie e intimidazioni”, si legge nell’articolo scritto dal giornalista del quotidiano israeliano.
Molti hanno già paragonato la storia di Marwan Barghouti a quella di Nelson Mandela condannato per terrorismo e in seguito premiato con il Nobel per la pace. Con quel riconoscimento sentenziò che chi combatte contro un esercito occupante non può e non deve essere definito “terrorista”. Fu cancellato il principio secondo cui solo uno Stato sovrano può esercitare legalmente la forza armata. Ed è anche questo uno dei motivi per cui Israele non vuole che sia riconosciuta la Palestina.
Appello per la liberazione dei prigionieri palestinesi
“Insieme alle colleghe Bakkali, Ferrari e Ghio e ai colleghi Berruto e Orlando, durante la nostra missione in Cisgiordania – ha scritto la parlamentare italiana del PD, Laura Boldrini – abbiamo incontrato il figlio di Marwan Barghouti, Arab, che ci ha affidato un appello chiaro e inequivocabile rivolto al popolo italiano: fate pressione per la liberazione di Marwan, il più popolare leader politico palestinese. Fate pressione perché siano i palestinesi i protagonisti della loro storia e non soluzioni imposte dall’esterno”.
Deputata alla Camera dei deputati ed ex funzionaria dell’ONU, Laura Boldrini rappresenta quella fetta della politica italiana che non ha paura di parlare: “Bisogna scegliere, ha detto Arab, da che parte stare: da quella di Ben-Gvir e dei coloni o dalla parte di Marwan Barghouti? Noi non abbiamo dubbi: stiamo dalla parte di Barghouti e sosteniamo la campagna Free Barghouti, free Palestine“.
Per info e adesioni freemarwanitalia@proton.me
RACCOLTA FIRME ONLINE [Petizione online aperta a cittadini e personalità pubbliche]:
https://www.change.org/p/libert%C3%A0-per-marwan-barghouti-il-nelson-mandela-palestinese
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
21 dicembre 2025
Nell’est della Repubblica democratica del Congo si sta consumando una tra le peggiori crisi umanitarie. Africa ExPress ne ha parlato ampiamente in molti articoli
Fuggire dalle violenze
Insicurezza, violenza, morte, fame, dolore fanno parte del quotidiano. Molti congolesi sono costretti a lasciare le proprie case. Chi può, tenta la fuga verso mete lontane – non solo nei campi per profughi nei Paesi limitrofi – sperando di trovare un futuro, soprattutto per i propri figli.
Ma la vita di un richiedente asilo non è semplice, anche se proviene da zone di conflitto. Julien (nome di fantasia), congolese, con i pochi soldi rimasti, all’inizio 2024 riesce ad arrivare alle Comore con la moglie e i due figli minori. E poco dopo la famiglia si imbarca su un kwassa-kwassa per raggiungere Mayotte.
Deportazione
Julien e la sua famiglia, una volta giunti nel dipartimento francese, vengono fermati dalla polizia di frontiera e portati al centro di detenzione amministrativa di Pamandzi, situato sull’isola di Petite-Terre. Dopo qualche giorno presentano la richiesta di asilo alle autorità competenti ma la loro domanda viene respinta. Julien e i suoi, malgrado abbiano deposto un ricorso alla Corte nazionale per il diritto d’asilo, con un volo charter vengono deportati a Goma insieme a altri 12 congolesi alla fine di giugno 2024.
Congolesi espulsi da Mayotte, territorio oltremare francese
Alcuni profughi riescono a ottenere il permesso di soggiorno, ma sono davvero pochi. Lo scorso ottobre è stato smantellato il campo Tsoundzou 2, dove vivevano oltre 600 rifugiati provenienti da diversi Paesi africani. La prefettura dell’isola li aveva spediti lì a febbraio. Dopo pochi mesi ha predisposto lo sgombero per motivi sanitari. Per mancanza di alloggi, solo una piccola parte delle persone hanno trovato ospitalità in alloggi messi a disposizione dalle autorità. Gli altri hanno dovuto arrangiarsi.
Tra questi anche un congolese, arrivato a Mayotte a gennaio. Recentemente ha ottenuto asilo politico, ma anche per lui non c’è una casa disponibile.
Profughi accampati lungo aa strada a Mayotte
Una giovane proveniente dalla ex colonia belga, in attesa del premesso di soggiorno da oltre un anno, ha raccontato che quando sono arrivati i gendarmi nel campo hanno dato appena 45 minuti di tempo agli occupanti per raccogliere i loro pochi averi. Poi, impietosi, sono arrivati i bulldozer e hanno distrutto tutto.
Ora i rifugiati si sono installati lungo la strada in tende e minuscole baracche di fortuna, a pochi chilometri dal campo distrutto. Secondo infomigrants (sito di notizie e informazioni per migranti) nell’accampamento informale ci sono 434 persone, tra cui 25 famiglie, abbandonate a se stesse in questo angolo dell’isola. Sono tutti richiedenti asilo provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Ruanda, Etiopia, Somalia.
Le Pen condannata per diffamazione
Proprio pochi giorni fa, Marine Le Pen, leader del raggruppamento politico di estrema destra francese, Rassemblement national (RN), è stata condannata in via definitiva dalla Corte di Cassazione, per diffamazione nei confronti della ONG Cimade. L’organizzazione d’oltralpe assiste e difende i diritti dei migranti. L’esponente di RN aveva accusato la Cimade di organizzare il traffico di immigrati clandestini provenienti dalle Comore a Mayotte.
Dopo il passaggio del ciclone che ha devastato gran parte dell’isola un anno fa molte case sono ancora distrutte, scuole chiuse, strutture sanitarie danneggiate. Gli abitanti vivono nell’attesa degli aiuti promessi dallo Stato.
Mayotte porta d’entrata dell’Europa
L’Unione delle Comore, formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – ha avuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. Mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri dall’isola di Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza dalla Francia. E così, nel 2011 quel fazzoletto di terra in mezzo all’Oceano Indiano, è diventato il 101° dipartimento francese (un territorio oltremare). Come tale la valuta è l’euro.
Molti comoriani e anche africani di altri Paesi sono attratti dall’isola in quanto territorio francese, porta d’entrata dell’Europa. La traversata da Anjouan è molto pericolosa. Ogni anno muoiono in molti mentre tentano di raggiungere Mayotte su piccole imbarcazioni, i kwassa kwassa appunto, tradizionali imbarcazioni da pesca.
Il loro nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto, a sua volta proveniente dal francese quoi ça? Che cos’è questo?). E come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente. Basta poco per trasformare la danza dei kwassa kwassa in naufragio.
Mayotte è il dipartimento francese più povero, ufficialmente ha poco più di 340 mila abitanti, ma sono certamente molti di più, vista la massiccia presenza di richiedenti asilo che, si stima siano oltre 100mila, che vivono in condizioni a dir poco catastrofiche.
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Dal Nostro Corrispondente Costantino Muscau
Nairobi, 20 dicembre 2025
Le casalinghe in Italia, siano esse di Voghera o di Treviso o delle Filippine , sono principesse saudite rispetto alle domestiche keniane sbarcate in Arabia Saudita per …sbarcare il lunario.
Tante donne africane hanno visto il loro viaggio della speranza trasformarsi in un incubo. Chi è riuscita a riportare a casa la pelle, si deve ritenere fortunata. Com’è successo recentemente a Frenda Chelangat, una giovane collaboratrice domestica della contea del Uasin Gishu, l‘ex provincia della Rift Valley, serbatoio di tanti campioni dell’atletica.
Colf subiscono abusi in Arabia Saudita
Emigrata in Arabia Saudita con un’agenzia nell’ambito dell’accordo di sponsorizzazione (il cosiddetto Kafala), la donna si è trovata come schiavizzata. È stata maltrattata al punto tale che si è ammalata gravemente. Le sue condizioni sono andate peggiorando sul piano fisico e psichico, ma non poteva muoversi perché le erano stati trattenuti passaporto e stipendi.
Si è salvata solo perché la famiglia è riuscita a contattare e coinvolgere Julius Rutto, 65 anni, un parlamentare della sua circoscrizione. Il deputato ne ha fatto un caso di Stato e ha chiesto il sostegno della Segretaria Principale per gli Affari della Diaspora.
Il 24 ottobre scorso la povera Chelangat è potuta tornare in quella casa che aveva lasciato attratta dal miraggio dell’ “Arabia felice”: un salario per aiutare la famiglia priva di risorse.
Abolizione Kafala
Per una beffa del destino, in quegli stessi giorni, l’Arabia Saudita, dopo decenni di critiche e proteste per la violazione dei diritti umani, annunciava ufficialmente l’abolizione del sistema Kafala.
Come si ricorderà (Africa ExPress ne ha già parlato), questa struttura contrattuale consentiva allo sponsor-datore di lavoro (Kafil) di tenere sotto controllo la vita privata e pubblica dei migranti, che non potevano modificare la loro attività, né lasciare il Paese né rinnovare il permesso di soggiorno senza il benestare del “ padrone”.
In pratica i lavoratori erano intrappolati in una forma di schiavitù moderna. Il caso di Chelangat, però – ha scritto Il Centro per le imprese e i diritti umani (Business and Human Wrights Center) – ha evidenziato le preoccupazioni persistenti circa la sicurezza dei lavoratori migranti keniani nella regione del Golfo.
Kenyane intrappolate
Si stima che in Arabia Saudita siano impiegati circa 200.000 keniani, molti dei quali proprio nell’ambito del sistema kafala. In genere si tratta di povere donne (in tutti i sensi) illuse da reclutatori ingannevoli e da campagne governative che promuovono il lavoro domestico all’estero, come via per alleviare la disoccupazione in patria. Il governo kenyano era arrivato addirittura a lanciare dei corsi di preparazione e di addestramento per queste donne senza arte né parte dirette nella penisola araba.
Con gli effetti che si sono visti….
Questo perché già 5 anni fa l’Arabia Saudita veniva considerato uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i lavoratori domestici stranieri. Tra il 2020 e il novembre 2022 almeno 185 giovani donne, impiegate come domestiche, sono morte per le violenze subite in famiglia. Pochi giorni fa, un’approfondita inchiesta del New York Times ha aggiornato questa drammatica statistica e ha costretto il Governo di Nairobi a prendere posizione.
Ossa rotte
Il quotidiano newyorkese parla di 250 decessi. Ha scritto: ci eravamo abituati a resoconti di salari rubati, stupri e percosse e ora anche a referti delle autopsie di lavoratori con ustioni, ossa rotte e “cadute misteriose”.
Già nel mese di giugno di quest’anno, il Centro Europeo per la Democrazia e i Diritti Umani (ECDHR) aveva stimato che le vittime negli ultimi 5 anni sarebbero state 274. E Amnesty International, il mese prima (maggio 2025), aveva reso pubblico un dossier ricchissimo di quasi 100 pagine. In esso si dice che l’Arabia ospita quasi 4 milioni di lavoratori domestici, compresi 1 milione e 200 mila donne e 2 milioni e 700 mila uomini provenienti da Africa e Asia. Insomma, una forza lavoro che gioca un ruolo essenziale nel consentire lo sviluppo economico del Paese e nel supporto delle famiglie.
Rapporto Amnesty
Eppure, il rapporto di Amnesty lo sottolinea bene, queste persone sono costrette a condizioni lavorative ed esistenziali terrificanti: anche oltre 16 ore di lavoro al giorno, poco riposo, spesso neppure un giorno libero per mesi e anni. Molte costrette a vivere isolate, tagliate fuori dal mondo in case private, dove frequenti sono gli abusi verbali. E non raramente quelli fisici da parte dei padroni e dei loro figli e discriminazioni razzistiche, perché africane. Con salari irrisori: in media, mezzo dollaro l’ora.
Il New YorK Times denuncia anche altri gravi fatti: madri keniane impossibilitate ad andarsene perché i loro figli, nati fuori dal matrimonio, non hanno alcuno status legale. E il personale dell’ambasciata ostacola pure le loro richieste. Sedi diplomatiche di nazioni più piccole, come il Burundi, offrono un aiuto di gran lunga superiore.
Denuncia senatore del Kenya
Un’accusa confermata dalle dichiarazioni rese in Senato da Karungo wa Thang’wa, della contea di Kiambu, sensibile al problema dei bambini (ne ha due e lui è l’ultimo di 13 figli): “A Riyad ho visto con i miei occhi madri e figlioletti che dormivano per strada, compreso un neonato di 2 settimane. Come senatore e rappresentante del popolo, le ho incontrate, ma nessuno della nostra ambasciata lo ha fatto. In Arabia Saudita ci sono almeno 300 keniani detenuti senza adeguata assistenza da parte nostra. Le Filippine proteggono con maggior forza i loro cittadini”.
Il senatore Karungo wa Thang’wa
Anche il NYT non si ferma e punta il dito contro il governo di Nairobi. “Abbiamo trascorso un anno a indagare sugli abusi subiti da queste donne. Abbiamo scoperto che lo sfruttamento iniziava ancor prima che partissero.
“La nostra indagine ha scoperto che alcune delle figure più potenti della politica keniota traggono profitto dall’invio di queste donne all’estero, mantenendo i loro salari e le loro tutele i più bassi possibile”.
Coinvolte moglie e figlia del presidente Ruto
Secondo il giornale statunitense, chi avrebbe dovuto proteggere i lavoratori ne traeva profitto. Come ad esempio,”un importante membro della commissione parlamentare per il lavoro e altri esponenti della maggioranza. Persino la moglie e la figlia del presidente del Kenya, William Ruto, che risulterebbero le maggiori azioniste della principale compagnia assicurativa del settore del lavoro”.
A questo punto il governo si è mosso. Il primo segretario di Gabinetto e capo degli Affari Esteri, Musalia Mudavadi, 65 anni, in una conferenza stampa, prima, ha riconosciuto la portata della crisi, ma ha difeso la propria condotta. Poi, mercoledì 17 dicembre, in un comunicato ha annunciato misure volte a proteggere i kenyani in cerca di lavoro all’estero.
In particolare ha ribadito l’impegno di “voler salvaguardare il benessere dei lavoratori, diritti e sicurezza, arginando gli agenti di reclutamento disonesti che attirano i giovani in situazioni pericolose e ingannevole”.
Nello stesso comunicato è stato pure citato “il presunto arruolamento di kenyani in conflitti militari stranieri e la segnalazione di concittadini arruolati nell’esercito russo e il rimpatrio di 18 combattenti kenyani”.
Interventi bilaterali
Il primo segretario ha anche affermato che il governo sta “perseguendo interventi bilaterali” con le autorità saudite per risolvere il problema. Ha sottolineato che i rimpatri e i servizi consolari per i cittadini in difficoltà si sono intensificati dal 2022.
Effettivamente le autorità di Nairobi, forse anche sollecitate da anni di critiche, qualcosa sta facendo. Il governo del Kenya ha raggiunto un accordo con le autorità di Riyad per aumentare il salario minimo mensile per tutti i migranti: dal febbraio prossimo sarà di 34.455 scellini, poco più di 237 euro.
Un piccolo passo in avanti, conseguenza anche della riforma del lavoro varata recentissimamente dalla monarchia islamica con la cancellazione del sistema Kafala.
È anche una risposta indiretta al NYT che aveva scritto nel suo ponderoso e clamoroso rapporto: i migranti kenyani guadagnano il 40 per cento in meno di quelli filippini. Eppure sono diventati una voce imprescindibile dei proventi dall’estero, (circa 300 milioni di euro l’ anno di rimesse). “Un tempo. -, ha fatto notare (beffardamente?) il quotidiano americano – il Kenya aveva il maggiore introito dall’esportazione del caffè .Ora dall’esportazione della forza lavoro a basso costo”!
La nuova riforma del mercato del lavoro, annunciata dal regno di bin Salman Al Saud, dovrebbe consentire una maggiore mobilità, la riduzione dello sfruttamento e la garanzia di un trattamento più equo per la manodopera keniana. In modo che cessi la strage e la schiavitù delle casalinghe nell’Arabia felice.
Dinisia Reis Embalo, moglie dell’ex presidente della Guinea Bissau, Umaro Sissoco Embalo, deposto dopo il golpe militare dello scorso novembre, è sotto indagine della polizia portoghese. Le autorità hanno il forte sospetto che sia coinvolta in un affare di contrabbando e riciclaggio di denaro.
La ex prima donna della Guinea Bissau è arrivata a Lisbona lo scorso fine settimana a bordo di un jet privato insieme a Tito Fernandez, uomo d’affari molto vicino all’ex capo di Stato defenestrato dai putschisti. Fernandez aveva con sé 5 milioni di euro in contanti.
Segnalazione anonima
Secondo quanto riportato dalle autorità portoghesi, Fernandez è stato arrestato al suo arrivo perché la polizia è stata avvisata da una segnalazione anonima.
L’uomo è stato poi rilasciato, ma è stato incriminato di contrabbando e riciclaggio di denaro. L’ingente somma è stata sequestrata dalla polizia giudiziaria.
Dinisia Reis Embalo,, moglie dell’ex presidente della Guinea Bissau
La moglie di Embalo è sotto inchiesta perché viaggiava sullo stesso aereo dell’uomo incriminato . Finora non sono stati rilasciati ulteriori dettagli.
Destinazione Dubai
Il volo dei due era stato inizialmente classificato come militare e dopo lo scalo a Lisbona avrebbe dovuto proseguire verso la città di Beja, nel sud del Portogallo.Tuttavia, “successivamente è stato verificato che la natura del viaggio e la sua destinazione erano diversi”, aveva poi fatto sapere la polizia. E, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa portoghese Lula, la meta doveva essere Dubai (Emirati Arabi Uniti).
Dopo il colpo di Stato, il presidente deposto ha trovato rifugio a Dakar e poi a Brazzaville. Secondo diverse fonti, oggi si troverebbe in Marocco.
La Guinea Bissau, dall’indipendenza dal Portogallo 1974, è stata oggetto di quattro colpi di Stato e una serie di tentativi di golpe.
L’ultimo della serie di putsch risale al 26 novembre, vigilia della proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali. Sia il presidente uscente Embalo, sia il candidato dell’opposizione, Fernando Dias da Costa, avevano rivendicato la vittoria della tornata elettorale. Ma i militari hanno preso il potere, arrestato il capo di Stato e annullato il processo delle votazioni.
Sospesa da CPLP
Intanto la Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (CPLP), durante un vertice straordinario tenutosi martedì a Capo Verde, ha sospeso la Guinea Bissau da tutte le sue attività.
Il ministro degli Esteri portoghese, Paulo Rangel, ha dichiarato di essere in contatto con le autorità della Guinea-Bissau per chiedere il ritorno all’ordine costituzionale.
Corruzione endemica
Nel Paese la corruzione è endemica. Occupa il 158° posto su 180 Paesi nel 2024, secondo l’indice di percezione della corruzione dell’ONG Transparency International. Questo malcostume, l’instabilità politica e la povertà hanno favorito l’insediamento di narcotrafficanti che utilizzano la Guinea Bissau come zona di transito della cocaina tra l’America Latina e l’Europa.
E’ tra i Paesi più poveri al mondo: il 40 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. L’aspettativa di vita è di 64 anni.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 18 dicembre 2025
Un giovane kenyano non ha creduto ai suoi occhi quando nel giro di una settimana ha ottenuto il visto per la Russia, dopo aver pagato appena 30.000 shellini (circa 200 euro). Il ragazzo aveva risposto a un annuncio di un’agenzia con base a Nairobi che cercava operai nel settore della lavorazione della carne. Le formalità burocratiche erano state poi espletate da un gruppo su whatsapp.
Una volta arrivato a destinazione, invece di essere mandato in una fabbrica, è stato portato in un campo di addestramento militare.
Interventi diplomatici
Il ragazzo fa parte di un piccolo gruppo di 18 giovani kenyani, arruolati con la forza da Mosca e poi rimpatriati proprio in questi giorni dal governo di Nairobi. In una dichiarazione rilasciata dal primo segretario di gabinetto e ministro degli Affari della Diaspora, Musalia Mudavadi, è stato spiegato che ai ragazzi al soldo di Mosca sono stati rilasciati documenti di viaggio di emergenza e sono tornati sani e salvi a casa, grazie a interventi diplomatici coordinati dalla rappresentanza del Kenya in Russia.
Giovani africani sul fronte ucraino con le truppe russe
Il ministero ha poi aggiunto, che secondo le ultime notizie, dall’inizio del conflitto i russi avrebbero reclutato almeno 200 giovani provenienti dall’ ex colonia britannica.
Eppure solo a ottobre il ministro degli Esteri di Nairobi aveva incontrato l’ambasciatore di Mosca accreditato in Kenya. In tale occasione il diplomatico aveva assicurato che nessun reclutamento forzato sarebbe stato tollerato nell’esercito russo.
Richieste di aiuto
Nairobi ha fatto anche sapere di aver ricevuto parecchie richieste di aiuto di connazionali bloccati in campi di addestramento della Federazione Russa e segnalazioni di kenyani feriti.
Intanto l’ambasciata del Kenya nel Paese ha consigliato a tutti connazionali residenti o in viaggio verso Russia, Bielorussia e Kazakistan, di registrarsi quanto prima per consentire un monitoraggio tempestivo, assistenza consolare e protezione.
Allerta di Gaborone
Anche il Botswana ha dichiarato di aver aperto un’indagine sul caso di due uomini di rispettivamente 19 e 20 anni, perchè si ritiene che siano stati ingannati e poi costretti ad arruolarsi per combattere nel conflitto tra Russia e Ucraina.
Il ministero degli Esteri di Gaborone ha lanciato un avvertimento a tutti giovani affinché diffidino di “programmi di reclutamento internazionali dubbi e pericolosi”. Consiglia inoltre di verificare con le ambasciate o i consolati prima di accettare offerte troppo alettanti. Anche l’ONU ha esortato i governi africani a rimanere vigili ed a emanare avvertimenti chiari per prevenire altri casi.
Non sono pochi i giovani africani coinvolti in entrambi i fronti del conflitto. I più si arruolano perché non vengono informati correttamente e, diciamolo pure, attirati da false promesse.
Centri culturali
Il collettivo All Eyes On Wagner dell’ONG IMPACT (Data provider in contesti di crisi), in una nota di poche settimane fa ha rivelato che i centri culturali russi in Africa sono ufficialmente incaricati di impartire corsi di lingua e promuovere la cultura del Paese. In realtà spesso fungono da tramite per operazioni di reclutamento industriale e militare.
Sarebbero oltre 18.000 gli stranieri provenienti da diversi Paesi (non solo africani), arruolati volontariamente o con la forza nell’esercito di Mosca. Finora, secondo fonti ucraine, sarebbero morti almeno 3.300. militari di origine non russa.
Donne africane confezionano droni per Putin
Grazie a un’indagine della BBC è stato anche scoperto che giovani donne africane sono state assoldate e portate nella zona di Alabuga, nella Repubblica autonoma del Tatarstan in Russia, per lavorare in una fabbrica di droni.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 17 dicembre 2025
Adolf Hitler Uunona ha vinto con successo quattro elezioni della Namibia. Nell’ultima corsa elettorale, quella del novembre scorso, ha cambiato nome ed è risultato vincente per la quinta volta. Dalla carta di identità ha eliminato quella parte imbarazzante del nome – Hitler -.
Gli dava, infatti, a livello mondiale, la fama sinistra dell’uomo che nel XX secolo ha terrorizzato il mondo.
Adolf Hitler Uunona e mappa del distretto elettorale dove ha vinto
Politico longevo
Uunona è uno dei leader regionali più longevi. Nella regione di Oshana, nel nord del Paese che confina ad est con l’Etosha Park, è stato rieletto consigliere per la circoscrizione di Ompundja.
Come candidato del partito SWAPO ha ottenuto 1.275 voti, battendo lo sfidante, Isak Akawa dell’IPC, che ne ha avuto solo 148. Al quotidiano The Namibian ha detto: “Il mio nome non è più Adolf Hitler. Ora sono Adolf Uunona. L’ho cambiato, visto che molte persone cercano di associarmi a qualcuno che nemmeno conosco”.
Alto numero di preferenze
Cinquantanove anni, Adolf Uunona è in politica dal 2006 e fino ad oggi ha vinto le elezioni con l’85 per cento delle preferenze. In Namibia è noto soprattutto per la lotta contro il femminicidio, la violenza domestica e l’apartheid. Il politico fa parte del South-West Africa People’s Organisation (SWAPO), l’organizzazione per la liberazione della Namibia.
La SWAPO ha combattuto contro l’apartheid in Sudafrica tra il 1960 e il 1989. E’ diventato poi il partito al potere dall’indipendenza nel 1990 a oggi nell’ex colonia tedesca, dove rappresenta una politica socialdemocratica.
Mappa dell’Africa australe (Courtesy GoogleMaps)
“Nome dato da mio padre”
Con un nome così imbarazzante, ovviamente è stato intervistato dai media di tutto il mondo. Al quotidiano tedesco Bild, quando si chiamava ancora Adolf Hitler, aveva sottolineato: “Non ho nulla a che fare con l’ideologia nazista. Il nome mi è stato dato da mio padre che probabilmente non sapeva a chi fosse associato. Solo crescendo, ho capito che quell’uomo voleva sottomettere il mondo intero”.
Namibia nostalgica
La Namibia, con il nome di Africa Tedesca del Sud-Ovest, tra il 1884 e il 1915, è stata una colonia dell’Impero tedesco. Con la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, l’Africa Tedesca del Sud-Ovest, passò sotto il controllo del Sudafrica fino all’indipendenza del 1990.
I coloni tedeschi rimasti in quel lontano territorio africano mantennero però un forte legame ideologico con la madrepatria.
Negli anni ’30 con Adolf Hitler al potere in Germania, tramite l’Auslandsorganisation (Organizzazione per l’Estero), ci fu una significativa aderenza al Partito nazional socialista (NSDAP). Un’adesione che sperava nel ritorno del Paese africano alla Germania.
Ma c’era anche una minoranza anti-nazista rappresentata dal Deutsche Afrikanische Partei (Partito Tedesco Africano), fondato nel 1939.
Chiesa della Missione ed edificio della Società missionaria renana nel 1938, con una bandiera nazista
Negli anni ’80, durante un mio reportage in Namibia mi fermai a Swakopmund, una cittadina costiera tra le dune del Namib desert. Fondata nel 1892 è l’esempio più vivido dell’eredità coloniale tedesca nel Paese.
In un negozio di antiquariato del centro cittadino erano in bella mostra cimeli nazisti: dalle croci di ferro ai pugnali in dotazione alle SS, fino a un busto di Hitler. E botteghe che vengono memorabilia nazisti ci sono ancora oggi
Perché il nome Hitler
Molti si chiedono perché a un bambino della Namibia é stato dato il nome del dittatore tedesco. È abitudine africana, e non solo, dare ai figli nomi di personaggi famosi.
È probabile che nel 1966, quando nacque il bimbo, papà Uunona, volesse dargli il nome e cognome di un uomo ammirato dai nostalgici ricchi coloni bianchi. Chissà, forse molto apprezzato anche dal suo datore di lavoro che possedeva il busto del führer in ufficio o in casa.
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Crediti foto:
– Chiesa della Missione ed edificio della Rheinische Missionsgesellschaft nel 1938
By Unknown author – African Studies Centre Leiden, Public Domain, Link
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
15 dicembre 2025
Alcuni giorni fa le Rapid Support Forces, capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, sono stati accusati di aver bombardato la base logistica dell’UNISFA (United Nations Interim Security Force for Abyei) a Kadugli (capoluogo del Kordofan meridionale). Durante l’attacco sono morti sei caschi blu bengalesi, altri otto sono stati feriti, tra loro due in modo grave.
Il mandato di UNISFA è appena stato rinnovato, a fine novembre, dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, per un altro anno. La missione per il mantenimento della pace è stazionata Abyei, zona contesa tra il Sudan e il Sud Sudan. I caschi blu si trovano nell’area del 2011 con oltre 4.000 uomini per proteggere la popolazione civile.
Caschi blu bengalesi di UNISFA uccisi in Sudan
Il Consiglio di sicurezza aveva preso la decisione di inviare i caschi blu nell’area di Abyei, zona ricca di risorse minerarie, perché era stata teatro di violenti scontri che avevano costretto oltre 100.000 persone ad abbandonare le proprie case.
Abyei resta area contesa
Abyei è una distensione di 10.000 chilometri quadrati nel cuore del bacino petrolifero del Nilo ed è stato uno dei punti più discussi durante divisione tra Sudan e Sud Sudan nel 2011. Da allora, l’area viene monitorata da UNISFA.
L’equilibrio della zona resta a tutt’oggi molto fragile. La guerra in Sudan tra le RSF e SAF (Forze Armate Sudanesi), capeggiate dal al-Burhan, de facto presidente del Paese, iniziata nell’aprile 2023, ha riacceso le tensioni con il Sud Sudan, politicamente sempre meno stabile. Tale situazione ha continuato a ostacolare qualsiasi progresso per quanto riguarda Abyei.
Ieri UNISFA ha evacuato dalla base le salme e i feriti. Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha condannato domenica la micidiale e vile aggressione ai caschi blu.
Le RSF prendono il controllo il giacimento petrolifero di Helig
Pochi giorni prima le RSF hanno preso il controllo del più grande giacimento petrolifero del Paese, situato a Helig. La piccola città si trova nel bacino di Muglad, al confine tra il Kordofan meridionale e lo Unity State del Sud Sudan.
Espansione nella regione meridionale
Sta di fatto che con la conquista di Heglig, le RSF ora controllano l’intero Kordofan meridionale e continuano a guadagnare terreno in una zona strategica parte vitale dell’economia sudanese e sud sudanese.
Dopo aver conquistato el- Fasher nel nord Darfur, l’attenzione delle RFS, anche grazie al sostegno della fazione del Movimento di Liberazione Popolare Sudanese-Nord (SPLM-N) guidata da Abdelaziz al-Hilu, è rivolta al Kordofan – regione confinante con il Darfur – ricca di oro, quasi certamente esportato negli Emirati Arabi Uniti, e petrolio.
EAU negano sostegno
Abu Dhabi ha sempre negato di sostenere i paramilitari di Hemetti, eppure prove evidenti dimostrano il contrario. Basti pensare ai mercenari colombiani, assoldati da una società riconducibile agli EAU, armi sofisticate cinesi, acquistati dal governo emiratino e poi trasferiti alle RSF. Una denuncia in tal senso è contenuta anche in un rapporto di Amnesty International dello scorso maggio.
Solo poco più di una settimana fa i leader della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda, rispettivamente Felix Tshisekedi e Paul Kagame hanno posto la loro firma sul trattato di pace a Washington, fortemente voluto da Donald Trump.
Il presidente americano, che ha presieduto la cerimonia, ha manifestato grande entusiasmo, definendolo “uno storico accordo”. Le stesse parole usate quando a giugno i ministri degli Esteri dei due Paesi firmavano un pre-trattato, volto a fermare le ostilità nel Congo-K.
Il presidente USA, Donald Trump a Washington con i suoi omologhi, Paul Kagane (Ruanda) a sinistra e Felix Tshisekedi (Congo-K) durante la firma dell’accordo di pace
Gli accordi siglati giovedì, 4 dicembre, comprendono tre parti. La prima riguarda la fine delle ostilità, con l’istituzione di un cessate il fuoco, un programma di disarmo, un processo di ritorno degli sfollati e misure di “giustizia” contro i responsabili di violenze. La seconda è un quadro di integrazione economica regionale. L’ultimo aspetto, invece, riguarda la conclusione di intese bilaterali degli Stati Uniti con ciascuno dei due Paesi, circa lo sfruttamento di minerali strategici, indispensabili per le industrie di punta e di cui in particolare la RDC è molto ricca. E, ovviamente questa parte della convenzione interessa particolarmente Trump, le industrie americane.
Non si risolve una guerra con la firma di un trattato di pace. I dialoghi devono continuare, ma soprattutto è necessario riconquistare la fiducia reciproca per porre fine alle ostilità.
Controllo di Uvira
Facile da dirsi ma non da farsi. Infatti sul campo si continua a combattere e a morire. Mercoledì scorso M23/AFC hanno annunciato la presa di Uvira, la seconda città del Sud Kivu, nell’est del Congo-K. Era prevedibile, Uvira non è un avamposto secondario. Situata sul lago Tanganica, al confine con il Burundi e collegata via acqua alla Tanzania e allo Zambia, è un importante centro commerciale, logistico e amministrativo.
Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori. Dall’inizio dell’anno Goma (capoluogo del Nord-Kivu) e Bukavu (città principale del Sud-Kivu) sono governate da M23/AFC.
Alcuni centri urbani vicini a Uvira, nella pianura di Ruzizi, sono stati teatro di violenti scontri tra i ribelli e l’esercito congolese (FARDC), sostenuto da militari burundesi e dai Wazalendo (gruppo “civile” di autodifesa).
E ora, grazie al controllo su Uvira, che conta diverse centinaia di migliaia di abitanti, i ribelli, sostenuti dal Ruanda, possono sorvegliare anche i confini terrestri con il vicino Burundi, privando così Kinshasa del sostegno dell’esercito di Bujumbura.
Morti, sfollati, crisi umanitaria
Proprio a causa dei nuovi scontri, alcuni villaggi sono ora deserti. Oltre 200mila persone avrebbero abbandonato le proprie case nel Sud Kivu. In molti avrebbero cercato rifugio nella vicina provincia di Tanganika. Secondo i partner locali dell’ONU, 70 persone sarebbero state uccise.
M23 prendono il controllo di Uvira, Sud-Kivu
Il nostro stringer a Uvira, raggiunto telefonicamente ieri da Africa ExPress, è disperato. “Qui rischiamo di morire di fame, la gente non ha più provviste in casa e teme ad uscire”.
La situazione nella parte orientale del Congo-K è davvero drammatica. Radio Okapi, emittente di MONUSCO (missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), ha fatto sapere che almeno 92 neonati sono morti nel distretto sanitario di Kayana, nel territorio di Lubero, Nord Kivu, per mancanza di cure adeguate.
Medici Senza Frontiere ha illustrato un quadro umanitario molto grave nel Paese. “Nonostante gli impegni assunti a Washington e Doha, la violenza contro i civili continua quotidianamente, ha dichiarato il presidente della ONG, Javid Abdelmoneim.
Venerdì si è tenuta una seduta del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la prima dopo la sigla del trattato di pace tra Congo-K e Ruanda. Washington e Parigi hanno accusato Kigali di sostenere militarmente l’M23/AFC. USA e Francia temono il rischio di un conflitto regionale e di conseguenza una grave crisi umanitaria.
E Jean-Pierre La Croix, sottosegretario generale delle Operazioni di Pace dell’ONU, ha sottolineato che con la ripresa delle ostilità, si rischia il fallimento degli sforzi diplomatici in corso.
Soldati ruandesi
Anche l’ambasciatore USA, accreditato all’ONU, Mike Waltz, ha ammesso che il Ruanda sta portando il Congo-K verso una sempre maggiore instabilità. Secondo lui tra 5 e 7mila militari ruandesi combatterebbero accanto ai ribelli nella ex colonia belga. “Senza contare eventuali rinforzi durante la nuova offensiva in corso”, ha poi aggiunto il diplomatico.
La Francia ha chiesto che i soldati ruandesi lascino immediatamente il Congo-K.
Monito di Washington
Marco Rubio, segretario del dipartimento di Stato americano ha espresso il disappunto dell’America in un post su X (ex Twitter). “Le azioni del Ruanda nell’est del Congo-K sono una violazione degli accordi siglati da Trump a Washington e gli USA interverranno affinché vengano mantenute le promesse fatte al presidente.
Visto il successo della precedente edizione, anche quest’anno l’ambasciata italiana accreditata in Somalia, la scorsa settimana ha organizzato due serate per dare spazio alla cucina italiana, rinomata e apprezzata nel mondo intero.
Cucina italiana a Mogadiscio
La sua unicità e eccezionalità è stata riconosciuta anche dall’UNESCO. Proprio ieri. l’organizzazione dell’ONU ha di fatto inserito l’arte culinaria dell’Italia tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Il cibo non è solo nutrimento, ma anche cultura, storia e futuro.
Il nostre ambasciatore in Somalia, Pier Mario Daccò Coppi
Ed è stato proprio questo l’intento dell’evento organizzato dalla nostra legazione: valorizzare i profondi legami culturali e storici tra i due Paesi.
Ospiti italiani, somali e internazionali hanno apprezzato la cucina italiana
L’iniziativa è stata molto apprezzata e alle serate, hanno partecipato numerosi ospiti, tra loro ministri e le più alte cariche militari somale, personalità del mondo culturale e imprenditoriale del Paese e funzionari di diverse agenzie dell’ONU.
Gli organizzatori dell’evento non si sono fermati alle due serate culinarie. Sono andati oltre. Un gruppo di otto giovani somali hanno partecipato a un corso intensivo di cucina con la collaborazione di due associazioni italo-somale.
Speciale per Africa ExPress Giovanni La Torre
11 dicembre 2025
Le recenti, pesanti posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana nei confronti dell’Europa e dei suoi valori, confrontate con la storia di quel Paese, inducono a porci la domanda del titolo.
Gli Stai Uniti d’America hanno perso 405 mila giovani soldati nella Seconda guerra mondiale, oltre a 8.000 civili, e avuto 670 mila feriti. Certo, poca cosa in confronto ai 20 milioni di vittime subite dall’Unione Sovietica, ma c’è una differenza da rilevare. L’URSS ha dovuto difendersi da un’invasione, tra l’altro da parte di un suo alleato. Gli Stati Uniti hanno subito quelle perdite in una guerra che non riguardava il proprio territorio, la propria indipendenza; nessuna potenza straniera aveva mai varcato l’Atlantico per attaccare quello che veniva chiamato il Nuovo Mondo.
Churcill e Roosvelt
Anni fa mi sono occupato della conferenza di Bretton Wood, culminata nel trattato che ha disegnato il nuovo sistema monetario internazionale che ci sarebbe stato dopo la guerra. In quella circostanza ho dovuto esaminare anche i rapporti tra Stati Uniti e Inghilterra che avevano preceduto la conferenza e, inevitabilmente, dei rapporti tra Churchill e Roosevelt nello stesso frangente.
L’Inghilterra era in guerra contro la Germania di Hitler anzi era l’unica potenza a contrastare la belva nazista, l’unico baluardo a difesa della civiltà liberal-democratica occidentale contro la barbarie, dato che la Francia si era arresa fulmineamente già nel giugno del 1940.
Winston Churchill, ex primo ministro inglese
In questa situazione il primo ministro inglese, Winston Churchill, cercava di far valere in America la tesi che il suo Paese combatteva non solo per gli interessi della Gran Bretagna, la cui indipendenza era minacciata di fatto, ma nell’interesse di tutto l’Occidente, appunto.
E questa tesi era fatta valere soprattutto verso gli americani non solo perché potevano essere sensibili ai richiami valoriali, ma anche perché … erano gli unici ad avere la “borsa” piena. Infatti l’Inghilterra non si era ancora del tutto ripresa dal salasso finanziario della Prima guerra mondiale che già ne stava subendo un altro: anche se all’epoca era la potenza economica dominante, appariva in seria difficoltà.
Orecchie sorde
Dall’altra parte dell’Atlantico, le orecchie dei governanti non erano sorde alle considerazioni dell’inglese, anzi ne erano sensibili, ma esse non commuovevano completamente il Congresso e, forse, neanche l’opinione pubblica. Prevaleva un sentimento del tipo: il nostro Paese ha già dato nella Prima guerra mondiale e, inoltre, siamo anche un po’ stufi di questa Europa che ogni tanto scatena una guerra spaventosa, che se la sbrighino loro!
Non mancava anche chi pensava che Churchill copriva con considerazioni ideali intenti più prosaici di sistemazione delle finanze del proprio Paese. Questa tendenza isolazionista era cominciata ben prima e aveva provocato l’emanazione, negli anni trenta, di due leggi che legavano le mani all’Amministrazione: il divieto di fornire armi (1935) e il divieto di fare prestiti (1936) ai belligeranti.
Sincero democratico
La “fortuna” (se è consentito l’uso di questa parola per descrivere un fatto storico) per l’Inghilterra, e per l’Occidente intero, è stata che la Casa Bianca era occupata da un signore che rispondeva al nome di Franklin Delano Roosevelt, sincero democratico. Questi non solo era convinto della fondatezza ideale delle argomentazioni di Churchill, e quindi della necessità di difendere le istituzioni liberaldemocratiche in Inghilterra, ma riteneva anche che se la Germania fosse prevalsa sugli inglesi, avrebbe conquistato e sottomesso tutta l’Europa distruggendo i valori occidentali in tutto il continente.
Inoltre, non escludeva la possibilità che se la flotta tedesca avesse sconfitto quella inglese nell’Atlantico, avrebbe poi potuto volgere la prua delle sue navi verso gli stessi Stati Uniti, e quindi la guerra sarebbe entrata in casa e quei valori avrebbero potuto essere messi a rischio nel proprio Paese. Esprimendo con garbo queste considerazioni al Congresso, il presidente americano fece presente che le leggi degli anni trenta fossero più un pericolo che una salvaguardia.
Cash and carry
Così ottenne un primo risultato: la legge del cash and carry. Con questa legge il Congresso consentì la fornitura di armi e altri beni a condizione che venissero pagati in contanti e trasportate su navi degli acquirenti (onde evitare il rischio che venissero bombardate navi americane).
Era un primo passo, ma insufficiente, perché le riserve inglesi in dollari e oro (la sterlina in quel frangente non veniva più ritenuta sufficiente) si assottigliavano sempre di più e la pressione tedesca aumentava di giorno in giorno, aumentando il fabbisogno, non solo di armi ma anche di merci necessarie a soddisfare i bisogni civili della popolazione e dei soldati.
Il momento di un’altra svolta fu il 10 giugno 1940, quando l’Italia attaccò la Francia da Sud dopo avergli dichiarato guerra. Il presidente americano fu fortemente colpito dalla viltà della mossa italiana, Mussolini apparve come un uomo che si accanisce su un moribondo[1].
Roosevelt tenne un discorso molto duro su Germania e Italia e, sfruttando cavilli legali, ai limiti dell’impeachment, si accollò la responsabilità di decisioni importanti senza consultare il Congresso: inviò all’Inghilterra 150 aerei da guerra, 500.000 fucili, 80.000 mitra, 130 milioni di rotoli di munizioni, 900 cannoni da 75 mm, un milione di granate e svariate quantità di bombe e di tritolo, svuotando quasi gli arsenali del proprio Paese.
Una benedizione
L’arrivo del materiale in Gran Bretagna fu salutato come un benedizione del Cielo, anche perché ormai le riserve valutarie e in oro erano quasi esaurite, mentre crearono non pochi problemi a Roosevelt nel proprio Paese. Oltre ai dubbi sulla legalità dei provvedimenti e al sacrificio economico (si nutrivano forti dubbi sulle possibilità di essere pagati), venivano da alcuni avanzati dubbi sulla stessa opportunità fattuale di quelle fornitura.
Visto l’andamento della guerra, vi erano alte probabilità che quelle armi finissero nelle mani dei tedeschi per essere poi rivolte contro l’America stessa. Ma fu soprattutto la sottolineatura dell’aspetto finanziario che costrinse il presidente a un gesto umiliante per sé e il suo interlocutore oltre Atlantico. Roosevelt fece chiedere dal suo ministro al Tesoro al suo omologo britannico, di fornire l’elenco di tutti i beni che potevano essere utilizzati come forma di pagamento: titoli, oro, investimenti all’estero.
A questo punto Churchill scrisse personalmente una lettera a Roosevelt nella quale lo informava sull’andamento della guerra, lo invitava – e non era la prima volta – a farvi entrare direttamente il suo Paese e, in attesa di questo, rilevava come fosse interesse di entrambi che la Gran Bretagna resistesse.
Continuò a chiedere forniture militari e non, confessando di non essere in grado di pagarle integralmente, ma che allo stesso tempo non riteneva giusto che il suo paese venisse privato di tutti i suoi beni. Ed ecco la stoccata finale: « [perché avverrebbe che] dopo che la vittoria sarà stata conquistata con il nostro sangue, quando la civiltà sarà salva e vi sarà stato il tempo perché gli Stati Uniti siano completamente equipaggiati per far fronte a qualsiasi eventualità, noi ci ritroveremo privi di tutto. Che questo accada non è nell’interesse morale ed economico di nessuno dei due Paesi (corsivi miei) ».
Tornava il richiamo ai valori comuni della civiltà occidentale liberal-democratica. Roosevelt fu profondamente commosso da questa lettera e condivise in toto la perorazione di Churchill e le sottostanti motivazioni ideali; come pure era d’accordo a entrare in guerra a fianco dei fratelli inglesi già da tempo, ma restava sempre da superare l’opposizione del Congresso a un maggiore impegno bellico. Anche questa volta il Presidente ebbe una trovata efficace.
Un discorso convincente
Andò al Congresso e fece un discorso di quelli che convincono gli americani, tipo parabola evangelica: «Supponiamo che la casa del mio vicino prenda fuoco, e che io abbia un tubo di 125 o 150 metri. Se può prendere il mio tubo e connetterlo con il suo idrante, lo aiuto a spegnere il fuoco. Che faccio? Non gli dico prima di questa operazione “vicino, il mio tubo costa 15 dollari. Mi devi dare 15 dollari se vuoi usarlo”. Che tipo di transazione si instaura? Io non voglio i 15 dollari, voglio che il tubo mi sia restituito quando il fuoco sarà spento». E se risulterà irrimediabilmente danneggiato ne verrà restituito comunque uno sano.
E così passò il Lend-Lease Act(legge prestito-affitto). Era l’11 marzo 1941, e Churchill apprezzò moltissimo il provvedimento. il quale gli consentì di ricevere altro materiale prezioso senza dover pagare immediatamente.
Questa legge ebbe anche un altro effetto importante: consenti a Roosevelt di inviare aiuti anche a Stalin quando, nel giugno 1941, iniziò l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. A consentire l’attuazione completa delle intenzioni rooseveltiane ci pensarono poi i giapponesi quando, il 7 dicembre 1941, bombardarono la base navale americana di Pearl Harbor. Il giorno dopo gli Stati Uniti entrarono in guerra a fianco degli inglesi e le sorti della guerra furono segnate a favore delle potenze occidentali e contro la barbarie nazifascista.
Ricordo degli USA
Questo, per noi europei, è il ricordo che abbiamo degli Stati Uniti d’America e con questo ricordo abbiamo vissuto ottant’anni di pace e prosperità. Da qualche mese, con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, il rapporto con l’alleato e amico oltre oceano è diventato un incubo. Non solo per i dazi i quali, alla luce di quello che sta avvenendo in questi giorni, appaiono bazzecole, ma per le sprezzanti parole usate in documenti ufficiali contro noi europei, le nostre istituzioni e i nostri valori che, a questo punto, dobbiamo ritenere non più condivisi.
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Nel recente documento sulla sicurezza nazionale si possono leggere, nel capitolo dedicato all’Europa, frasi contro il nostro continente che appaiono pericolose quanto farneticanti.
Lassismo europeo
La sintesi di esse è che l’Europa sta perdendo i suoi valori e la sua origine vera, essenzialmente per due motivi: per il suo lassismo nei confronti dell’immigrazione e per l’opposizione forte che sta mostrando verso certi partiti di opposizione i quali invece sarebbero, per il governo americano, i veri paladini dei valori occidentali. Questi partiti sarebbero quelli che noi europei, che li abbiamo in casa, consideriamo neofascisti e neonazisti.
Gli Stati Uniti, prosegue il documento, al fine di evitare la scomparsa dell’Europa, appoggeranno questi partiti per la loro affermazione, perché solo essi possono portare l’Europa ai suoi valori originari. Inoltre incoraggerà il ritorno alla sovranità dei singoli stati nazionali a danno delle organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea, che si sono mostrate dannose.
Politica migratoria
Quello che provoca un gelo alla schiena è, da un lato, la critica alle politiche migratorie la quale, così come viene enunciata, e cioè con il pericolo che i migranti rappresenterebbero per l’identità europea, somigliano molto alla “difesa della razza” di tragica memoria. Dall’altro, la difesa delle opposizioni neonaziste e neofasciste agli attuali governi europei. A queste, secondo il duo Trump-Vance, verrebbe addirittura negata la libertà di espressione.
In realtà le barriere eventualmente poste da governi democraticamente eletti, sarebbero normali provvedimenti legislativi e/o giudiziari nei confronti di partiti banditi dalle costituzioni nazionali.
Il sostegno a questi gruppi politici da parte dell’attuale Amministrazione americana si trasforma di fatto in una apologia del neofascismo e del neonazismo, perché questo sono quelle forze politiche tanto care a Trump-Vance. Il fatto poi di indicarli come vittime di un’attività repressiva (Macron-Le Pen e Merz-Afd), somiglia molto al vittimismo dei nazisti prima di prendere il potere, i quali vedevano ovunque le forze ebraico-liberali-marxiste-bolsceviche in azione contro di loro.
Allora, è opportuna la domanda posta nel titolo?
A rendere ancora più preoccupante la situazione europea è la coincidenza nei punti fondamentali con la visione della Russia di Putin e Dugin, e infatti esponenti del governo di quel Paese si sono affrettati a dire che la visione dell’Amministrazione americana coincide con la loro.
Nel marzo 2019 Vladimir Putin concedeva al Financial Times un’intervista[2] nella quale si possono apprezzare affermazioni come queste: «Che cosa sta succedendo in Occidente? Le élite al potere si sono allontanate dal popolo. C’è anche la cosiddetta idea liberale che ha esaurito il suo scopo. Quando il problema dell’immigrazione ha raggiunto un punto critico … L’idea liberale presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla. I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati. Quindi, l’idea liberale è diventata obsoleta». (corsivi miei).
Stretta nella morsa
L’Unione europea si ritrova stretta in una morsa perché, evidentemente, dà fastidio a entrambe le potenze. Crea spavento e raccapriccio l’idea di una sua unione che proceda ancora più avanti, se mai fino a diventare uno stato federale, e allora bisogna fermarla, anzi dissolverla e successivamente dividersela di nuovo come ai “bei tempi” della guerra fredda.
D’altro canto, sin da quando gli analisti geopolitici hanno iniziato a porre la questione del declino (relativo) americano, l’Unione Europea veniva indicata come una delle entità che avrebbe reso meno cogente, sempre in termini relativi, la leadership economica americana, fino a mettere in discussione, secondo alcuni, lo stesso primato.
L’Unione europea dovrebbe rispondere a questa sfida con una maggiore integrazione e, dato che alcuni Paesi non ci staranno, bisogna pensare a un’Europa a due velocità: una che corre verso lo stato federale e l’altra che regredisce alla forma del semplice “mercato comune” (l’Italia in quale gruppo starebbe?).
Punto di congiunzione
A parte la questione economica, quello che preoccupa è il disegno politico di due potenze finora “nemiche” che ritrovano un punto di congiunzione nella distruzione dell’Europa e nel recupero di valori che la Storia sembrava avesse seppellito per sempre. Se questo disegno prelude ad altre spartizioni tipo Yalta, preannuncia allora una tragedia immane, perché i Paesi che si sono liberati del giogo sovietico saranno pronti a versare fino all’ultima goccia del loro sangue pur di non tornare sotto quel tallone fatto di oscurantismo, repressione e violenza. È questo che si vuole?
Giovanni La Torre giovlatorre@gmail.com
[1] Quando il ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano, consegnò la dichiarazione di guerra all’ambasciatore francese si sentì dire: “E’ un colpo dio pugnale a un uomo in terra”.
[2] Riportata, tradotta in italiano, su Repubblica del 29 giugno 2019.
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