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La notte infinita del Medio Oriente

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
8 aprile 2026

È indubbiamente una fragile tregua giunta in extremis quella raggiunta nella scorsa, lunghissima notte in Medio Oriente tra gli Usa da una parte (con Israele che l’ha parzialmente accettata obtorto collo) e l’Iran.

Una tregua – prepariamoci – che da diverse parti rischierà di venir sabotata. Di certo in una sola notte siamo passati dalla minaccia del presidente americano, Donald Trump, di “distruggere un’intera civiltà”, quella persiana, a un accordo preliminare che si basa sulla piattaforma dei 10 punti iraniani e che prevede il controllo dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica islamica. Che prima non aveva mai avuto. Un discreto contrappasso per chi pretendeva di fare il bello e il cattivo tempo nella regione.

Tregua per due settimana in Iran

A fermare i bombardieri B52 già in volo (dall’Europa, forse con cacciabombardieri anche da Aviano) verso la Repubblica Islamica è stata la mediazione del Pakistan, ma soprattutto, pare, l’intervento della Cina, ancora una volta decisiva.

Ma soprattutto, dal centro delle frenetiche trattative è stata esclusa Israele, che ha sùbito precisato di non considerare negoziabile la sua aggressione al Libano.

L’invasione continuerà perché l’obbiettivo territoriale della Grande Israele non muta al mutare delle condizioni al contorno ormai da molti anni. E infatti oggi il governo israeliano ha dichiarato che la “guerra a hezbollah continua”.

Shehbaz Sharif, premier del Pakistan

Il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif, su X ha però già precisato che “il cessate il fuoco immediato è ovunque, inclusi il Libano e altrove”. Ad ogni modo il primo round di trattative fra Stati Uniti e Iran è previsto a Islamabad venerdì. Mercoledì si è appreso che sarà il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo negoziatore, mentre il vicepresidente statunitense Vance sarà a capo della delegazione americana.

Controllo Stretto di Hormuz

Ma attorno a quali punti fermi si è formato l’accordo? All’Iran resterà il controllo dello Stretto di Hormuz e sul quale vi saranno pedaggi congiunti con l’Oman su ogni singola nave commerciale o petroliera. Fondi che verranno utilizzati per la ricostruzione delle infrastrutture bombardate da USA e Israele: “I ponti verranno ricostruiti – ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre aver ‘disciplinato’ gli USA è un’occasione unica”. “Il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile – ha aggiunto – per due settimane, ma previo coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche”. Insomma, sotto le armi puntate.

Ma la più grande vittoria iraniana sta nel fatto che gli USA abbiano accettato come piattaforma dei colloqui i 10 punti posti nei giorni corsi dall’Iran e non i 15 proposti da loro. Almeno in linea teorica prevedono anche la fine delle sanzioni e il diritto al nucleare civile non militare.

Evitato, per ora, shock economico globale

Intanto lo shock finanziario globale e petrolifero pare che per ora sia evitato: l’Europa, attore quasi completamente passivo, incassa questa soluzione in un’atmosfera politica sempre più slegata dal patto Atlantico ripudiato più volte da Trump. Tanto alle lobby dietro al presidente degli Stati Uniti basta che l’UE continui ad acquistare il GNL (gas naturale liquefatto) d’Oltreoceano a stelle e strisce che costa 10 volte il gas russo, e niente altro.

La Cina torna ad avere il petrolio nuovamente a basso costo e peso geopolitico. L’Italia potrà affrontare elezioni senza l’incubo dei prezzi alla pompa. Il Pakistan conferma quello che tutti hanno capito, ormai, anche gli iraniani: se hai l’arma nucleare non ti attacca nessuno.

Arabia Saudita ha mollato USA

Evidentemente lo sanno con certezza ormai anche gli iraniani, tanto che tra la gente per le strade, nella notte di festa, veniva chiesta a gran voce la riapertura del programma atomico militare. E proprio questo sarà il punto controverso che rischierà di far saltare il tavolo. Ma la fine del munizionamento di precisione di USA e Israele, l’intensificarsi dei lanci iraniani, il fallimento del raid american per l’uranio, e il rischio dell’ingresso in guerra del Pakistan nucleare dopo il patto con l’Arabia Saudita (che ha ‘mollato’ gli USA rivolgendosi ad altri, una sconfitta colossale della politica estera americana) ha suggerito a tutti di mettere la pistola nella fondina. Almeno per due settimane.

Fabrizio Cassinelli
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Liberata la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita in Iraq

Africa ExPress
m.a.a. (+ agenzie e New York Times)

Baghdad, 7 aprile 2026

La giornalista americana, Shelly Kittleson, che era stata rapita dalle milizia Hezbollah, alleate con l’Iran e tenuta in ostaggio per una settimana, è stata liberata oggi. Secondo fonti ufficiali irachene, il rilascio è avvenuto in cambio della scarcerazione di alcuni membri della milizia.

La milizia, Kateeb Hezbollah, ha dichiarato in un comunicato di aver rilasciato la giornalista, “in segno di apprezzamento per le posizioni patriottiche” del primo ministro iracheno, che aveva negoziato per il suo rilascio. Il gruppo ha affermato che la signora Kittleson deve lasciare immediatamente l’Iraq.

“Questa iniziativa non si ripeterà in futuro – ha dichiarato nel comunicato un comandante della sicurezza del gruppo, noto come Abu Mujahid Al-Asaf -. “Siamo in uno stato di guerra dichiarato dal nemico sionista-americano contro l’Islam e in tali situazioni molte considerazioni vengono ignorate”.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. Kataib Hezbollah, una delle milizie più potenti in Iraq, è strettamente legata alla Forza Quds iraniana, il braccio estero del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il rapimento della signora Kittleson, 49 anni, è il secondo di uno straniero in Iraq da parte del gruppo.

Nel 2023, il gruppo aveva sequestrato Elizabeth Tsurkov, una dottoranda israelo-russa, e l’aveva tenuta in ostaggio per più di due anni, torturandola durante la prigionia.

La Kittleson, che da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente per diverse testate, è stata liberata in cambio del rilascio di numerosi membri di Kataib Hezbollah detenuti, secondo quanto riferito da due funzionari della sicurezza iracheni. Hanno chiesto di non essere identificati per poter discutere di negoziati delicati.

Shelly è una giornalista molto esperta di Medio Oriente che ha battuto in lungo e in largo. Parla arabo ma non solo: è fluente in altre lingue, ma anche in italiano, perché abita a Roma. La conoscono tutti i corrispondenti di guerra che hanno visitato l’Iraq, la Siria e i Paesi limitrofi. Non si può certo credere che possa essere considerata filo sionista, sebbene in Italia collabori con Il Foglio le cui posizioni filo israeliane non hanno certo giovato alla collega americana.

Il giornale online di notizie mediorientali con cui collabora, Al-Monitor, Shelly Kittleson viene descritta come nota per “il suo coraggioso lavoro di cronista dalle zone di guerra in Afghanistan, Iraq e Siria”.

Al di là delle mediazioni, certamente alla sua liberazione ha invece giovato la sua conoscenza con i gruppi militanti che circolano nella polveriera mediorientale. Lei conosce tutti e gode di gran prestigio e autorevolezza. Africa ExPress l’aveva contattata mesi fa e con lei avevamo scambiato alcune idee e opinioni.

A Baghdad il suo rapimento aveva dato il via a una caccia all’uomo da parte delle forze di sicurezza irachene e del governo statunitense per ottenere il suo rilascio. Secondo fonti raccolte dagli stringer di Africa ExPress in loco il giorno dopo il rapimento, Kataib Hezbollah si era offerto di negoziare la libertà della giornalista in cambio del rilascio da parte del governo iracheno di diversi membri della milizia detenuti.

Poco prima del suo rilascio il gruppo Kateeb Hezbollah ha rilasciato un video con le “confessioni” della giornalista. Shelly avrebbe ammesso che nel 2025 avrebbe seguito un addestramento di tre mesi in Siria a cura dei servizi segreti americani, con l’incarico di raccogliere informazioni sul gruppo di miliziani e in particolare sulla milizia Al Nujabaa, ufficialmente denominata 12ª Brigata, particolarmente attiva in Iraq e, in passato, nella Siria baathista.

Kateeb Hezbollah è una delle milizie irachene più combattive negli attacchi di rappresaglia per contrastare la guerra statunitense-israeliana contro l’Iran. Ha lanciato attacchi con razzi e droni quasi quotidianamente contro obiettivi statunitensi in Iraq e nei paesi confinanti. Tra gli attacchi rivendicati figurano i lanci di missili contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad.

Ovviamente la milizia è designata  dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica straniera.

m.a.a.
(+ agenzie e New York Times)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Miracolo del calcio: il Congo-K dopo oltre mezzo secolo si qualifica per i mondiali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
7 aprile 2026

Il popolo congolese tutto è ebbro di felicità per una conquista mondiale. Dopo oltre mezzo secolo la nazionale di calcio di Kinshasa si è nuovamente qualificata per la Coppa del Mondo.

I Leopardi hanno atteso 52 anni prima di far sentire ancora il loro grido, un suono ripetitivo a bassa frequenza (non chiamiamolo ruggito, potremmo essere contestati da qualche super esperto…). Gli studiosi dicono che il caratteristico urlo del meraviglioso felino è udibile fino a un chilometro di distanza. Ora i “felini” bipedi lo hanno fatto echeggiare a livello…mondiale. E in Congo è stata festa, festa nazionale per “celebrare  l’unità e l’orgoglio nazionali dopo lo storico evento”, come ha dichiarato ai primi del mese, il ministro del Lavoro nel concedere un giorno straordinario di vacanza a tutto il Paese.

Festa nazionale

La nazionale della RDC (a differenza degli imbelli italiani!) sarà dunque presente alle finali della 23esima edizione della Coppa del Mondo FIFA che si disputa fra Stati Uniti, Messico e Canada dall’11 giugno al 19 luglio.

“I Leopardi”, nazionale di calcio del Congo-K

Un evento che rischia di battere il record di spettatori stabilito negli USA ,nel 1994 con 3,5 milioni di presenze: la vendita dei biglietti è già partita il 1° aprile!

Si tratterà infatti di una competizione monstre: ben 104 partite in questa prima edizione con 48 squadre ospitate in 16 città. I Leopard sono stati gli ultimi africani a staccare il biglietto per l’America. Sono stati preceduti da Marocco, Tunisia, Egitto,  Algeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Sud Africa e dal miracoloso Capo Verde, il più piccolo Paese a prendere parte al mega torneo. Il Congo era assente dal 1974,  quando come Zaire fu seppellito da una marea di gol (14 in 3 partite, 9 li prese dalla Jugoslavia.

Calcio africano alla riscossa

Ora il calcio del continente nero e del Congo sono ben altra cosa. E per i Leopard è l’occasione unica di farsi riconoscere a livello planetario. Il 17 giugno prossimo alle 19 (ora italiana) i calciatori della Repubblica del centro Africa faranno il loro esordio nello Houston Stadium in Texas contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. La squadra congolese fa parte del girone K che comprende anche la Colombia e l’Uzbekistan

La qualificazione è stata raggiunta grazie alla vittoria, il 31 marzo scorso, per1-0 , sui cosiddetti “Reggae boys” della Giamaica. “È sicuramente la rete più importante della mia carriera, sono immensamente felice di averla segnata per la squadra, per la nazione e per la gioia che porta alle persone“, ha commentato l’autore, Axel Tuanzebe, 28 anni, già del Manchester United, ora del Burnley.

Festa in Congo-K dopo le qualificazioni ai mondiali

Axel ha la cittadinanza inglese, ma è originario di Bunia, una città vicino al lago Alberta, che si trovò al centro della cosiddetta seconda guerra del Congo (1998-2003). Ora il Congo è coinvolto da tempo nel conflitto che insanguina l’est del Paese.

Qui il sanguinoso confronto con il gruppo ribelle M23/AFC non è certo cessato nonostante la presunta pace inventata da Trump. Il calcio, però, come spesso succede, lenisce dolori anche delle guerre e suscita speranze o illusioni.

Aspirazioni di gloria malgrado il conflitto

Per questo la festa nazionale dichiarata dal governo è stata una ubriacatura collettiva anche se non condivisa da tutti i 110 milioni di congolesi, dato che l’annuncio ufficiale è stato fatto di sera tardi. Ora si coltivano sogni di gloria sulla scena mondiale , considerato  che il girone non presenta ostacoli insormontabili .

È  venuta l’acquolina in bocca ai giocatori, di cui si è fatto interprete – parlando con il sito della FIFA – il centrocampista Samuel Moutousamy, 30 anni, francese naturalizzato congolese (gioca nell’Atromitos greco. “Ho sempre avuto questo sogno, non posso mentire — ha detto -. Sogno questo momento da quando ho iniziato a giocare a calcio.

Auguri anche dal nemico

Il giorno stesso in cui firmai con le giovanili del Lione (nel 2011), io e la mia famiglia ci dicemmo che il sogno finale era giocare un Mondiale. Ce l’abbiamo fatta”. E ora, quindi, avanti tutta. Perfino con gli auguri di un carissimo nemico: il Ruanda. È noto che tra Kigali e Kinshasa non corra buon sangue, ma scorrano insulti e sangue negli ultimi anni. Il Paese di Paul Kagame, infatti, supporta con uomini e mezzi l’M23. Ebbene, il I aprile, la portavoce del governo ruandese, Yolande Makolo, ha esaltato il risultato ottenuto dai Leopardi, sottolineando come il calcio possa unire le diversità e ha aggiunto: ”Questo spirito di unità è troppo prezioso per essere trasformato in odio”.

È vero che il ramoscello d’olivo ruandese è stato offerto al Congo il I aprile, ma anche alla vigilia di Pasqua. Se però servisse a stemperare le tensioni e ad avviare un percorso di pace nel Kivu, si avrebbe la prova che il pallone è più potente di Trump.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Chiusura Stretto di Hormuz: gravi ripercussioni economiche per l’Africa

Speciale per Africa ExPress
Amedeo Cortellezzi
6 aprile 2026

La guerra: a seguito di continui raid Israeliani e statunitensi in Iran, il conflitto ha preso una piega molto più profonda, andando a minare fortemente l’economia del resto del mondo. Ad oggi stiamo assistendo ad una situazione di logoramento, non solo sul piano strategico-militare, ma anche su quello economico che col passare dei giorni porta intere economie verso un andamento recessivo sempre più grave.

Le nuove strategie messe in atto da vari Stati africani portano a differenti conclusioni:

In Sud Sudan è tutt’ora in atto un razionamento del consumo elettrico a Juba. Situazione simile si riscontra nelle Isole Mauritius, dove le riduzioni del consumo elettrico vengono ampliate specialmente nei centri urbani più affollati.

Tuttavia ci sono alcuni Stati tra cui il Sud Sudan caratterizzato dalla presenza di una delle riserve più vaste di petrolio nell’Africa Orientale, che nonostante ciò, importano la maggior parte delle risorse dall’estero. Circa il 96 per cento viene incanalato nella produzione di elettricità. Dando quindi un’immagine di estrema dipendenza dal consumo di “Oro Nero”.

Ripercussioni testimoniate da numerosi cittadini della capitale che subiscono costantemente blackout elettrici prolungati, andando a limitare enormemente le mansioni quotidiane e soprattutto le attività imprenditoriali ed industriali.

Situazioni simili sono riscontrabili rispettivamente in Zimbabwe e Etiopia.

Nella prima fattispecie il governo di Harare ha tempestivamente adottato misure per contrastare la crisi energetica, aumentando l’utilizzo di etanolo dal 5 per cento al 20. Inoltre sono state messe in atto misure di immediato intervento sul piano fiscale, abolendo alcune tasse sulle importazioni di petrolio con l’obiettivo di ridurre il prezzo del carburante, aumentato vertiginosamente del 40 per cento solo nell’ultimo mese.

Estremamente correlato, è il costo dei trasporti che subisce le medesime conseguenze economiche con aumenti su prodotti finali che vengono importati ed esportati dal Paese.

Nel caso dell’Etiopia, il governo di Addis Abeba ha deciso di porre la massima priorità verso  istituzioni, dislocazioni governative ed industrie chiave per il Paese. Ciò secondo alcuni esperti potrebbe portare conseguenze enormi dal punto di vista sociale, dove in situazione di emergenza energetica, i cittadini potrebbero insorgere con rivolte di piazza o manifestazioni.

In Uganda, il governo ha assicurato ai cittadini che sono state prese misure su petrolio e risorse energetiche per evitare una nascita di proteste e malcontento all’interno del Paese, nonostante si siano verificati negli ultimi giorni riduzioni nel consumo in varie aree.

La dinamica in Sud Africa si colloca su un piano di momentanea stabilità per quanto concerne le riserve statali di petrolio e risorse affini al consumo energetico, nonostante ciò, il governo ha ribadito che questa situazione non si protrarrà per un periodo esteso, poiché tutto dipenderà dal conflitto in Medio Oriente, le cui conseguenze potrebbero aggravare da un momento all’altro l’intero contesto energetico.

Ampliando l’analisi sul piano continentale, la chiusura dello stretto di Hormuz e una possibile chiusura dello stretto di Bab El-Mandeb, potrebbe apportare benefici importanti per alcuni Stati meridionali e orientali africani per quanto riguarda il passaggio di navi e container di grandi dimensioni, dando modo di ampliare notevolmente l’importanza logistica dei porti lungo il tragitto verso il Capo di Buona Speranza, situato in Sud Africa.

Capo di Buona Speranza, Sud Africa

Stiamo assistendo a dinamiche in continua ed imprevedibile evoluzione, che potrebbero dar vita a nuove misure cruciali, volte ad ampliare e potenziare i settori commerciali ed energetici di molteplici Stati africani. Insomma, la crisi globale si potrebbe tradurre in un futuro imminente in potenzialità uniche dal punto di vista economico.

Amedeo Cortellezzi*
cortellezziamedeo@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*studente al secondo anno di magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria

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Caso Al Masri: la portata internazionale dello schiaffone della Corte Internazionale all’Italia

EDITORIALE
Valerio Giacoia
5 aprile 2026

Sarebbe gravissimo sottovalutare – relegandolo in fretta, tra un’avventura amorosa e l’altra, a imprevisto di secondo piano politico – il deferimento dell’Italia da parte della Corte Penale Internazionale all’Assemblea degli Stati membri (è la prima volta nella storia del nostro Paese) per la mancata collaborazione sul caso Al Masri.

Il nostro governo è stato chiamato ancora una volta a chiarire la sua posizione sul pasticciaccio che riguarda il torturatore libico lasciato tranquillamente rimpatriare su un volo dei nostri servizi segreti e per giunta senza avvisare nessuno.

Il generale – arrestato poi comunque a Tripoli su ordine della procura libica lo scorso novembre e in attesa di processo – venne fermato dalla Digos in un hotel di Torino il 19 gennaio 2025. Era arrivato nel capoluogo piemontese dalla Germania per assistere alla partita di calcio Juventus-Milan.

Al Masri, ex capo della polizia giudiziaria libica

E’ stato liberato due giorni dopo dalla Corte d’Appello di Roma, grazie a un cavillo giuridico ignorato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, quando al contrario avrebbe potuto e dovuto annullare quella incredibile scappatoia.

Siamo inadempienti, accusa in maniera definitiva la Corte (confermando perciò quanto già messo nero su bianco sei mesi fa dalla Camera preliminare dell’Aja), avendo clamorosamente violato lo Statuto di Roma.

Infatti, leggiamo nel documento siglato tra i Paesi dell’ONU nel 1998 ed entrato in vigore nel 2002, “è dovere di ogni Stato esercitare la propria giurisdizione penale nei confronti dei responsabili di crimini internazionali”.

La nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’epoca del fattaccio, si giustificò spiegando che l’Italia non avrebbe potuto che espellere immediatamente un soggetto così pericoloso, tacendo sulla liaison con un alleato magari scomodo come la Libia.

La ex-colonia italiana è di fatto utile sia per gli inciuci economici e geopolitici e a tenere chiuse le rotte dei migranti. Gli stessi continuano a morire nel Mediterraneo ogni giorno.

E sempre su di loro il tagliagole Al Masri, sanguinario senza scrupoli a capo della polizia giudiziaria libica, ordinò, praticandole anche in prima persona, violenze sessuali, torture, bambini compresi, e omicidi nelle carceri di Tripoli, soprattutto nella famigerata prigione di Mitiga.

Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy Sos Mediterranée)
Salvataggio di migranti africani nel Mediterraneo (Courtesy Sos Mediterranée)

Orrori, commessi a partire dal 2015, evidentemente considerati meno importanti della nostra ragion di Stato. Una figuraccia mondiale, quella fuga dell’aguzzino con la passione per il calcio, di cui parlarono tutti i media internazionali.

Ora è arrivato lo schiaffone dell’Aja, che “presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea”.

La stessa Procura di Roma ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro Nordio, accusata di false informazioni ai PM proprio nell’ambito della vicenda Al Masri.

I procedimenti che riguardavano lo stesso Nordio, il collega, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario Alfredo Mantovano erano stati archiviati in Parlamento dai voti della maggioranza. Ora la stessa cercherà di creare uno scudo per la ex “zarina” di via Arenula, con un voto in Aula per estenderle l’immunità e, perciò, arrivare al conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Se risulterà in suo favore, sospenderà il procedimento di piazzale Clodio. Il caso Al Masri, ripiombato con prepotenza con il deferimento dell’Italia per non aver collaborato come avrebbe dovuto è un nuovo, bel grattacapo per il governo dopo lo scossone politico del referendum e le conseguenti dimissioni a catena di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè.

Sarà dunque un caso che i giornali cosiddetti “mainstream” riempiono le pagine d’altro, per esempio della liaison tra il ministro dell’Interno e una giornalista trentaquattrenne e suoi relativi incarichi di favore?

Non è un dettaglio tecnico, né un semplice incidente procedurale, invece, quanto denunciato dall’Aja. Né può passare sottotraccia. Il deferimento da parte della Corte Penale Internazionale segna un passaggio politico rilevante. Non si può da un lato sostenere la giustizia internazionale, dall’altro calpestarla, quando questa entra in collisione con interessi strategici.

Valerio Giacoia
valeriogiacoia@yahoo.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Colpo grosso messo a segno da Trump: diplomatico USA capo della missione ONU in Congo-K

Africa ExPress
4 aprile 2026

Dall’inizio di marzo il nuovo rappresentante speciale di Antonio Guterres per il Congo-K è lo statunitense James Swan. Il neo-designato è anche il capo della Missione di pace dell’ONU (MONUSCO) presente nel Paese dal 2010.

Il nuovo capo di MONUSCO è stato ambasciatore degli Stati Uniti a Kinshasa durante l’amministrazione Obama ed stato anche capo della missione delle Nazioni Unite (UNTMIS) in Somalia.

Da tempo l’amministrazione Trump mostra particolare interesse per la Repubblica Democratica del Congo, e, a dicembre dello scorso anno i leader di Kinshasa e Kigali – rispettivamente Felix Tshisekedi e Paul Kagame – hanno siglato a Washington un trattato di pace, per riportare la pace nell’est del Congo-K, devastato dagli attacchi di gruppi armati, in particolare da M23/AFC, supportati dal Ruanda.

A metà marzo rappresentanti dei due Paesi si sono nuovamente incontrati nella capitale americana per rilanciare gli accordi di dicembre, in quanto per ora la pace resta solamente una parola sulla carta. Sul campo la situazione continua a essere precaria.

Lo statunitense James Swan, nuovo capo della Missione ONU in Congo-K

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.

Trattative per deportazione profughi

E dopo i molteplici “impegni” di Trump per riportare la pace nel Paese, senza esitazioni, il suo governo ha presentato il primo conto: Washington è ora in trattative perché Kinshasa accolga richiedenti asilo che gli Stati Uniti vogliono espellere.

In poche parole il taycoon vorrebbe deportare anche nel Congo-K persone che non hanno ottenuto regolare permesso di soggiorno negli USA. Altri Paesi del continente hanno già “accolto” parecchi “indesiderati” del governo di Washington, come eSwatini, Ghana, Camerun, Sud Sudan, Ruanda.

Goma, Congo-K. Personale delle Nazioni Unite visita un campo per gli sfollati. Foto credit Kevin Jordan/MONUSCO)

Anche l’Uganda ha già siglato l’anno scorso un accordo in tal senso con le autorità americane competenti. Le prime 8 persone “non gradite” di origini africane sono state deportate nel Paese governato da Yoweri Museveni, al suo settimo mandato, mercoledì scorso a Kampala. Secondo l’amministrazione Trump, l’Uganda è considerato un “Paese terzo sicuro” per i migranti.

Minerali preziosi

Il sottosuolo del Congo-K è ricchissimo di materie prime, adocchiate con immensa attenzione dagli USA. Dunque l’interesse di Trump per una pace duratura nella ex colonia belga non è del tutto casuale. Il presidente vuole che le industrie americane possano estrarre i preziosi minerali, come coltan e cobalto, in sicurezza, senza improvvisi e pericolosi attacchi da parte di gruppi armati. E, non ultima cosa, poter appunto deportare africani senza permesso di soggiorno in un Paese amico pronto a soddisfare le sue richieste.

Terroristi ADF in azione a Ituri, Congo-K

Intanto la situazione nell’est della RDC resta molto tesa, malgrado gli sforzi diplomatici messi in campo. Oltre alla presenza di M23/AFC, negli ultimi giorni si sono ripetuti attacchi del gruppo ADF (Allied Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995) stanno terrorizzando la popolazione a Ituri (sempre nell’est del Paese).

Nuovi attacchi dei terroristi islamici

Il 1° aprile i miliziani di ADF hanno massacrato oltre cinquanta persone nel villaggio di  Bafwakoa, nel territorio di Mambasa. Alcuni giorni prima, invece, hanno rapito una trentina di residenti in diversi villaggi dell’area. Le aggressioni dei terroristi non conoscono sosta, malgrado la presenza di militari ugandesi (UPDF), inviati nel Paese nel 2021, per stanare e combattere gli estremisti islamici insieme ai soldati dell’esercito congolese (FARDC).

Africa ExPress
X: africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Tragica mattanza nell’est del Congo-K: 19 civili fatti a pezzi o bruciati vivi

Rimuovere un tiranno è facile. Cambiare un regime invece è difficile

Keith Richburg è stato corrispondente del Washington Post
da Haiti, Nairobi e Seul. Poi vicedirettore.
Ora è membro del Comitato editoriale
del Washington Post, e ha dato il consenso per pubblicare
questo editoriale uscito sul quotidiano americano.

Keith B. Richburg
EDITODIALE
dal Washington Post
Keith B. Richburg*
Washington, 14 febbraio 2025
(Original version in English at the end)

Una delle domande più sconcertanti della guerra in Iran è stata perché così tante persone, sia nell’amministrazione Trump che tra gli opinionisti, pensassero che il regime sarebbe crollato non appena fossero stati uccisi i suoi più alti funzionari militari e politici.

La risposta sta in un errore di categorizzazione comune: non tutti gli Stati autoritari sono dittature fragili.

Ho visto la mia parte di dittature crollare dopo la decapitazione. L’ho visto ad Haiti, dove ho iniziato la mia carriera di corrispondente estero seguendo la caduta del “presidente a vita” Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier nel 1986; il Paese cadde in una violenta anarchia che persiste ancora oggi.

All’inizio degli anni ’90 ho assistito al caos lasciato in Somalia dopo la caduta del dittatore Mohamed Siad Barre. Lo Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, è ancora uno Stato parzialmente fallito anni dopo la fuga di Mobutu Sese Seko.

Quando quei regimi dittatoriali sono crollati, è stato perché il dittatore aveva svuotato tutti i normali organi dello Stato. Poiché il potere era concentrato nelle mani di un solo uomo, tutte le altre istituzioni si sono semplicemente atrofizzate.

Ma il più delle volte i regimi autoritari sono profondamente istituzionalizzati. Possono governare le loro popolazioni con spietata efficienza perché sono radicati in ogni provincia, città e villaggio. Possono sopravvivere alla destituzione del leader perché il regime è decentralizzato, costruito per durare e sostenuto da una vasta élite il cui potere e la cui ricchezza dipendono dalla sopravvivenza del sistema.

Si pensi alla Cina. Il presidente e segretario generale del Partito Comunista, Xi Jinping, ha accumulato più potere di qualsiasi altro leader cinese dai tempi di Mao Zedong. Ma il Partito Comunista Cinese conta circa 100 milioni di membri ed è profondamente radicato in ogni villaggio, aula scolastica e fabbrica.

La Cina ha avuto la sua dose di turbolenze al vertice; mi trovavo a Pechino nel 2012 quando il carismatico capo del partito di Chongqing, Bo Xilai, fu destituito e successivamente incarcerato, in parte perché sospettato di complottare per far deragliare l’ascesa di Xi. I social media cinesi erano pieni di voci incontrollate su tentativi di colpo di Stato con carri armati nelle strade.

Nonostante il tumulto di quell’episodio relativamente recente, esso mette in luce il paradosso degli Stati autoritari. Se Bo avesse avuto la meglio su Xi, il sistema si sarebbe molto probabilmente ricostituito attorno al nuovo leader. La posta in gioco è semplicemente troppo alta perché l’intero sistema crolli a causa di una lotta per la leadership. Se Xi venisse rimosso domani, il Partito Comunista in Cina andrebbe avanti.

Un errore che gli osservatori commettono spesso — e mi annovero tra coloro che lo hanno commesso in passato — è quello di personalizzare i regimi e semplificare eccessivamente questioni geopolitiche complesse. Se solo questo o quel leader venisse rimosso, il Paese si trasformerebbe. Purtroppo, non è così che funzionano le cose.

Nel 2011 vivevo a Pechino quando il leader nordcoreano, Kim Jong II, morì inaspettatamente. Ho intervistato vari analisti cinesi e occidentali che erano ottimisti sul fatto che la morte di Kim avrebbe portato a riforme e alla modernizzazione di quel Paese notoriamente chiuso.

Molti ritenevano che il figlio ed erede di Kim, Kim Jong-un, fosse troppo giovane e inesperto per tenere le redini del potere a lungo. Altri dicevano che il giovane Kim aveva studiato in Svizzera, il che probabilmente lo aveva reso più aperto e meno dogmatico.

Il mio articolo sul Washington Post era intitolato: “Con la morte del vecchio Kim, alcuni vedono una finestra di opportunità per il cambiamento in Corea del Nord”. Che il giovane Kim sia stato trasformato dal sistema che ha ereditato o che abbia ricevuto tutta la formazione necessaria ai piedi di suo padre, la Corea del Nord è rimasta sostanzialmente la stessa: uno Stato totalitario ereditario con un culto della personalità pervasivo, vasti campi di prigionia politici e un controllo estremo delle informazioni — e armi nucleari.

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe

Un altro regime che pensavo dipendesse esclusivamente da un solo uomo era la dittatura trentennale di Robert Mugabe in Zimbabwe. Sotto Mugabe, un tempo acclamato combattente per la libertà, lo Zimbabwe era ormai in rovina economica negli anni 2000. Nel 2017, all’età di 93 anni, il fragile Mugabe è stato arrestato dai militari e costretto a dimettersi.

Gli zimbabwani erano euforici. Lo ero anch’io, da lontano. Ma più di otto anni dopo, lo Zimbabwe è ancora nello stesso caos sotto un nuovo dittatore “Big Man”, Emmerson Mnangagwa, ex capo dei servizi segreti di Mugabe e noto come “il Coccodrillo”. Il nuovo presidente aveva promesso un cambiamento. Ma a 83 anni è ancora al comando, e il sistema repressivo rimane praticamente intatto.

Israele ricorre da tempo alla strategia della “decapitazione” per eliminare i propri nemici. Uno di questi era lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore e leader spirituale di Hamas a Gaza, ucciso nel 2004 da un attacco missilistico israeliano. I funzionari israeliani si vantavano che l’assassinio avrebbe ostacolato la capacità di Hamas di compiere futuri attacchi terroristici.

Keith, dopo aver seguito il genocidio in Ruanda, ha scritto questo libro che ha suscitato parecchie polemiche.

Avevo intervistato Yassin nel suo ufficio a Gaza City quattro anni prima. Rimasi sbalordito nell’incontrare un tetraplegico malaticcio su una sedia a rotelle, la cui voce era così flebile che riuscivo a malapena a registrarla sul mio registratore. Quella figura fragile che avevo incontrato non poteva certo rappresentare l’intera essenza di Hamas. E, come previsto, Hamas non solo continuò a esistere, ma divenne ancora più feroce ed estremista sotto la nuova leadership.

La lezione da trarne è che la destituzione dei regimi autoritari profondamente istituzionalizzati spesso non crea un vuoto. Può scatenare una lotta di potere. Ma alimenta anche la vendetta.

Secondo quanto riferito, il presidente Donald Trump si è detto sorpreso che l’Iran abbia risposto all’uccisione del suo leader supremo non con la capitolazione, ma con la rappresaglia. Non avrebbe dovuto esserlo. I nuovi governanti dell’Iran possono essere feriti, paranoici e indeboliti. Ma regimi come quello non svaniscono quando pochi uomini al vertice vengono portati via o fatti saltare in aria. Rimuovere i leader è facile. Smantellare il sistema oppressivo che hanno costruito è molto più difficile.

Keith B. Richburg*
*Keith B. Richburg è diventato membro del comitato editoriale nel 2023. È entrato a far parte di Post Opinions come editorialista di Global Opinions nel 2022. Seguitelo su X@keithrichburg

Photocredit: Washington Post

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Removing a tyrant is easy. Changing a regime is hard.

It’s no surprise Iran didn’t collapse. Security states are meant to last beyond any one leader.

One of the most perplexing questions of the Iran war has been why so many people, both in the Trump administration and among the punditry, thought the regime would collapse as soon as its most senior military and political officials were killed.

The answer lies in a common category error: Not all authoritarian states are brittle dictatorships.

I’ve seen my share of dictatorships fall apart after decapitation. I saw it in Haiti, where I began my foreign reporting career covering the fall of “president-for-life” Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier in 1986; the country fell into violent anarchy that persists today. In the early 1990s I witnessed the chaos left behind in Somalia following the fall of dictator Mohamed Siad Barre. Zaire, now the Democratic Republic of Congo, is still a partially failed state years after Mobutu Sese Seko was run out.

When those dictatorial regimes collapsed, it’s because the dictator had hollowed out all the normal organs of a state. Because power was concentrated into one man’s hands, all other institutions just atrophied.

But more often than not, authoritarian regimes are deeply institutionalized. They can rule their populations with ruthless efficiency because they are embedded in every province, city and village. They can survive the removal of the leader because the regime is decentralized, built to endure and buttressed by a sprawling elite whose power and wealth depend on the system’s survival.

Consider China. President and Communist Party General Secretary Xi Jinping has amassed more power than any Chinese leader since Mao Zedong. But the Communist Party of China consists of roughly 100 million members, and is deeply rooted in every village, classroom and factory. China has seen its share of leadership turmoil; I was in Beijing in 2012 when the charismatic Chongqing party boss Bo Xilai was sacked and later imprisoned, partly because he was suspected of plotting to derail Xi’s ascendancy. Chinese social media was filled with wild rumors of attempted coups with tanks in the streets.

Despite the turmoil of that relatively recent episode, it illuminates the paradox of authoritarian states. Had Bo won out over Xi, the system would in all likelihood have reconstituted itself around the new leader. There simply is too much at stake for the whole system to collapse over a leadership struggle. If Xi were removed tomorrow, the Communist Party in China would carry on.

A mistake observers often make — and I count myself among past offenders — is to personalize regimes and oversimplify complex geopolitical issues. If only such-and-such leader were removed, the country would be transformed. Unfortunately, it’s not how things work.

In 2011, I was living in Beijing when North Korean leader Kim Jong Il died unexpectedly. I interviewed various Chinese and Western analysts who were optimistic that Kim’s death would lead to reform and modernization of the notoriously closed country. Many opined that Kim’s son and heir, Kim Jong Un, was too young and untested to hold the reins of power for long. Others said the younger Kim had studied in Switzerland, likely to have made him more open, less doctrinaire.

My story in The Washington Post was headlined: “With elder Kim’s death, some see window for change in North Korea.” Whether the young Kim was transformed by the system he inherited or whether he received all the relevant upbringing at his father’s feet, North Korea has largely stayed the same: a hereditary totalitarian state with a pervasive cult of personality, extensive political prison camps and extreme information control — and nuclear weapons.

Robert Mugabe, ex president of Zimbabwe

Another regime I thought was solely reliant on one man was Robert Mugabe’s 37-year dictatorship in Zimbabwe. Under Mugabe, a once-heralded liberation fighter, Zimbabwe was by the 2000s in economic shambles. In 2017, at the age of 93, the frail Mugabe was detained by his military and forced to resign. Zimbabweans were jubilant. So was I, from afar. But more than eight years later, Zimbabwe is much the same mess under a new “Big Man” dictator, Emmerson Mnangagwa, who was Mugabe’s former spy chief known as “the Crocodile.” The new president promised change. But at 83, he’s still in charge, and the repressive system remains very much intact.

Israel has long relied on the decapitation strategy to eliminate its enemies. One was Sheikh Ahmed Yassin, the founder and spiritual leader of Hamas in Gaza, who was killed in a 2004 Israeli missile strike. Israeli officials boasted the assassination would hamper Hamas’s ability to conduct future terrorist attacks. I had interviewed Yassin in his Gaza City office four years earlier. I was stunned to meet a sickly quadriplegic using a wheelchair whose voice was so faint, it could barely be picked up on my tape recorder. The frail figure I met could not possibly have been the sum total of Hamas. And sure enough, Hamas not only continued, but became more vicious and extreme under new leadership.

The lesson is that decapitation of deeply institutionalized authoritarian regimes often doesn’t create a vacuum. It may trigger a power struggle. But it also stokes vengeance.

President Donald Trump has reportedly expressed surprise that Iran responded to the killing of its supreme leader not with capitulation but retaliation. He should not have been. Iran’s new rulers may be wounded, paranoid and diminished. But regimes like that don’t fade away when a few men at the top are carted off or blown away. Removing leaders is easy. Dismantling the oppressive system they built is much harder.

The lesson is that decapitation of deeply institutionalized authoritarian regimes often doesn’t create a vacuum. It may trigger a power struggle. But it also stokes vengeance.

President Donald Trump has reportedly expressed surprise that Iran responded to the killing of its supreme leader not with capitulation but retaliation. He should not have been. Iran’s new rulers may be wounded, paranoid and diminished. But regimes like that don’t fade away when a few men at the top are carted off or blown away. Removing leaders is easy. Dismantling the oppressive system they built is much harder.

Keith B. Richburg*
*Keith B. Richburg became a member of the Editorial Board in 2023. He joined Post Opinions as a Global Opinions columnist in 2022. follow on X@keithrichburg

Guerra in Congo-K: in palio il controllo di minerali strategici

Africa ExPress
2 aprile 2026

I primi di dicembre 2025 il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Tshisekedi e il suo omonimo del Ruanda, Paul Kagame, firmavano un trattato di pace a Washington, in presenza di Donald Trump, orgoglioso di aver raggiunto questo obiettivo.

Il documento è stato siglato, certo, ma la pace non è mai arrivata nell’est del Congo-K, martoriato da infiniti conflitti. E ora, malgrado, “l’impegno” in Iran e in Medio Oriente, Washington ha preso nuovamente in mano lo scottante dossier RDC / Ruanda per rilanciare il processo di pace.

Delegazioni di Ruanda e Repubblica Democratica del Congo nuovamente a Washington per trattato di pace

Poche settimane fa delegazioni di entrambe le fazioni in causa si sono recate a Washington, dove, il 17 marzo si sono svolti i colloqui preliminari bilaterali (Congo-K / USA e Ruanda/USA). Il giorno seguente, invece, si sono riuniti allo stesso tavolo i rappresentanti di Kinshasa, Kigali e Washington, sotto l’egida di Massad Boulos, consigliere per l’Africa del dipartimento di Stato, nonché consuocero di Trump.

Malgrado la fase di stallo del processo di pace, Boulos resta ottimista. Va ricordato che all’inizio di marzo Washington ha applicato restrizioni di visto per alcuni funzionari di Kigali, dopo quelle economiche nei confronti ad alti ufficiali dell’esercito ruandese, perché accusati di sostenere i ribelli nell’est del Congo-K.

Misure concrete 

Tuttavia, secondo Washington, le due parti in conflitto, rappresentate entrambe sia da esponenti militari, sia da altri a livello politico-diplomatico, avrebbero concordato misure concrete circa l’attuazione dell’accordo di pace.

Tra i provvedimenti annunciati anche la revoca delle cosiddette “misure difensive” dei ruandesi in specifiche aree congolesi e operazioni contro FDRL (Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda), gruppo ribelle hutu, originariamente composto da ex autori del genocidio nell’ex protettorato belga.

Finora non è stata fissata alcuna data per l’attuazione di tali disposizioni, tantomeno per quanto riguarda il ritiro delle truppe o il meccanismo di verifica. In poche parole, sulla carta le parti vorrebbero la pace, bisogna poi vedere cosa succede sul campo, visto che fino a oggi tutti tentativi per allentare la tensione sono falliti.

A caccia di combattenti FDRL

Intanto qualcosa si sta muovendo. Pochi giorni fa, Jacques Ychaligonza, vicecomandante dello Stato maggiore generale, è arrivato a Kisangani (nel nord-est del Paese), annunciando un’operazione di ricerca di miliziani di FDRL. “Saranno radunati in un campo militare a Kisangani prima del loro rimpatrio”, ha specificato l’alto ufficiale congolese e ha aggiunto: “I combattenti, volenti o nolenti, dovranno consegnarci le armi, come previsto dall’accordo di pace”.

Combattenti FDRL

Il conflitto nella parte orientale del Congo-K, ricchissima di risorse minerali, continua senza sosta e il gruppo M23/AFC, sostenuto dal Ruanda controlla ancora vaste zone e due città capoluogo: Goma (Nord-Kivu) e Bukavu (Sud-Kivu). Kigali ha sempre negato di appoggiare M23, allo stesso tempo però esercita una forte pressione su Kinshasa affinché intervenga su FDRL.

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte diversi gruppi minori.

Non bisogna dimenticare che la RDC è il primo produttore mondiale di cobalto, materiale essenziale per le batterie dei veicoli elettrici. Il sottosuolo del Paese poi detiene, inoltre, almeno il 60 per cento delle riserve mondiali di coltan, minerale strategico per l’industria elettronica. Bocconi ghiotti per gli USA.

Interessi per il sottosuolo

Dunque l’interesse del presidente americano per una pace duratura nella ex colonia belga non è del tutto casuale: vorrebbe garantire alle industrie hig-tech del suo Paese un approvvigionamento di minerali strategici dalla RDC, ricchezze che altrimenti potrebbero andare in mano ai cinesi.

Nel 2008 la Cina aveva siglato, tramite un gruppo di aziende, “il contratto del secolo” con il Congo-K. L’accordo tra i due Paesi è poi stato rivisto più volte per le numerose critiche mosse dalla società civile.

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Bombardate in Congo-K le postazioni ribelli: uccisa cooperante francese dell’UNICEF

Trump nel pantano iraniano: l’economia alle corde e le pressioni sugli USA

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
1° aprile 2026

In sole 24 ore molte delle istanze americane su cui si basava la propaganda Occidentale si sono sciolte come la neve al sole, e le trattative e gli scenari sembrano prendere una piega politica decisamente avversa all’asse Usa-Israele (con quest’ultimo che comunque persegue nel frattempo i suoi obiettivi in Libano e in Cisgiordania).

Prima di tutto pare che si siano tutti resi conto che l’uranio iraniano non è – o non potrà esserlo dagli Usa – recuperabile. Trump ha detto alla CBS che “l’uranio arricchito è sepolto così in profondità che sarà molto difficile per chiunque rimuoverlo”. Come a dire: problema sistemato. Sempre che sia vero, ovviamente.

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L’ayatollāh Mojtabā Ḥoseynī Khāmeneī, a sinistra e Donald Trump. L’Iran nega: non ci sono dialoghi in corso con gli USA

D’altra parte il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha smentito formalmente tramite Al Jazeera una trattativa con gli USA (pur essendo lui, insieme al presidente Masoud Pezeshkian dell’ala aperturista).

Il parlamento iraniano dal canto suo martedì ha approvato ufficialmente l’introduzione di un pedaggio per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, in cooperazione con l’Oman. Si tratta di una mossa che formalizza quanto stava già accadendo da alcune settimane, con le petroliere delle nazioni ‘amiche’ fatte passare grazie al pagamento del greggio in Yuan o in valute Brics svincolate dal sistema Swift e dal dollaro.

Stretto di Hormuz

Una mossa che provoca un bagno di realtà su chi possa davvero incidere sulla viabilità della preziosa via commerciale.  E per ribadire il concetto mercoledì l’Iran ha colpito con un missile una petroliera del Qatar bloccandola. Le opzioni degli USA di poter prendere in mano le sorti dello Stretto grazie a una coalizione politica e navale, infatti, si allontanano. E anche l’ipotesi di un intervento di terra – come viene chiamata l’ipotetica invasione che gli USA stanno preparando ammassando uomini e mezzi – non permetterebbe di ‘tenere’ il campo abbastanza a lungo per garantire manu militari una ‘normalizzazione’ Occidentale di Hormuz, soprattutto se abbinata alla tensione nell’altro stretto vitale, su cui è stato in parte dirottato il naviglio, quello di Bab el Mandeb.

Questa oggettiva situazione unita ai prezzi della benzina che negli USA sono schizzati oltre i 4 dollari al gallone per la prima volta in quasi 4 anni, secondo il Wall Street Journal hanno convinto Trump a dire ai suoi consiglieri di essere “pronto a mettere fine all’operazione contro l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse restare in gran parte chiuso”. Una nuova giravolta.

Sempre martedì la Cnn ha riferito che il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha dichiarato che l’Iran sta consentendo al Paese il transito di navi “sotto bandiera pakistana”, probabilmente garantendo un passaggio sicuro anche a quelle legate alla Cina.

Insomma, i Paesi dell’area stanno privilegiando soluzioni tra attori locali. Ricordo che Cina e Pakistan hanno fortissimi interessi sulla costa e sul commercio navale, con i due porti più grandi dell’Oceano Indiano, Chabahar e Gwandar, essenziali per i due Stati legati alla nuova ‘via della Seta’.

Cina e Pakistan hanno proposto anche un piano in cinque punti per la fine della guerra in Medio Oriente sotto l‘egida dell’ONU. Ma in questo gioco diplomatico, che l’Iran sta conducendo, il ministro degli Esteri iraniano aveva già chiaramente spiegato che “l’Iran non accetterà un cessate il fuoco ma solo la fine della guerra”. Martedì le borse e i mercati hanno scommesso sulla pace ma è probabile che si tratti di rimbalzi speculativi.

Ci sono poi altri problemi per la linea USA: i mercati obbligazionari, che negli USA stanno andando fuori controllo, con tassi di interesse in rialzo (pericolosissimo per chi come gli americani ha 40mila miliardi di debito pubblico-monstre). I costi della guerra, con le scorte di missili intercettori e bombe d’aereo che non possono coprire tempi infiniti a 10 mila chilometri dagli Stati Uniti, sguarnendo per di più Ucraina e Taiwan; il calo dei sondaggi, con i minimi storici per Trump al 36 per cento di gradimento e una riscossa democratica che il 25 marzo ha vinto le elezioni supplettive a Mar-a–Lago, roccaforte Maga. Con le elezioni di Mid -Term in arrivo.

Sembrerebbe una situazione senza uscita. Il timore però è proprio cosa faranno gli Stati Uniti se non riusciranno a ottenere una vittoria. Con discorsi sempre meno sottovoce che parlano di “nucleare tattico” e con il concreto pericolo di “false flag” israeliani come il lancio di “missili iraniani” (che tali non. sono) sulla Turchia.

E la Repubblica Islamica? Ha punti deboli? Potrebbe alla fine accettare comunque un accordo? Hanno ancora moltissimi missili da lanciare (le valutazioni della rivista Jane’s parlavano nel 2024 di circa 100-200mila vettori tra missili e droni – l’Iran ne lancia 50-100 al giorno) e possono aspettare.

Sono però infiltrati dai servizi stranieri, e i loro vertici sono stati massacrati, tanto che oggi chiunque rivesta un vero ruolo di potere è un martire che cammina. Questo, al di là della logica sciita, per la quale può anche essere accettabile, resta un problema per la tenuta del potere interno.

Inoltre, le sanzioni economiche e le distruzioni strutturali rappresentano un incubo, per il Dopoguerra iraniano, dato che in svariati anni i governi che si sono succeduti non hanno mai trovato una formula vincente per risistemare l’economia del Paese. La fine delle sanzioni e ampi risarcimenti per la ricostruzione è quindi innegabile che alletterebbero la Repubblica Islamica.

E così nonostante siano stati attaccati proditoriamente per ben due volte mentre negoziavano, alla fine nulla viene escluso, nemmeno negoziare per la terza volta consecutiva.

Fabrizio Cassinelli
(2 – fine)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La prima perte di questo articolo la trovate qui:

Iran: smentite, conferme e bombardamenti incrociati impediscono la pace

Un’evidente escalation militare sconfessa nei fatti le dichiarazioni politiche, mentre predomina il fondamentalismo religioso. I psdaran: “Hormuz è aperto, l’obiettivo è il suo controllo non la libera circolazione”

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Guerra dell’oro in Sud Sudan: trucidati 70 civili in una miniera

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
31 marzo 2026

Ci risiamo. Come abbiamo già scritto l’accordo di pace in Sud Sudan è praticamente nullo. La situazione ha iniziato a aggravarsi un anno fa, quando Riek Machar è stato defenestrato come primo vice presidente e poi posto ai domiciliari nel marzo di un anno fa. E’ sotto processo per svariati capi di accusa, tra questi tradimento, omicidio e crimini contro l’umanità.

Già qualche mese fa gli osservatori indipendenti dell’ONU e la missione di Pace del Palazzo di Vetro in Sud Sudan (UNMISS) avevano lanciato un preoccupante allarme su un forte rischio di violenze di massa contro i civili.

Assassini non identificati

Durante questo fine settimana sono morte oltre 70 persone, per lo più civili, trucidati senza pietà in una miniera d’oro da uomini armati non ancora identificati.

La strage è avvenuta nel sito aurifero a Jebel Iraq, nello Stato dell’Equatoria Centrale, che dista una settantina di chilometri dalla capitale Juba,

L’attuale vice presidente, James Wani Igga, ha fatto sapere che sarà aperta un’inchiesta per rintracciare gli assassini e il movente di questo vile attacco. Il bilancio dei morti e feriti è ancora provvisorio, per ora si parla di 73 minatori uccisi, 25 sono rimasti gravemente feriti, mentre altri, secondo quanto ha riferito la polizia, sono ancora dispersi. Probabilmente sono fuggiti nella vicina foresta.

Sud Sudan: massacro in un sito minerario

I racconti dei sopravvissuti sono raccapriccianti. “Mi hanno sparato, mi sono finto morto, solo così mi sono salvato”.

Nessuna rivendicazione

Finora nessun gruppo armato ha rivendicato l’attacco. Il portavoce del Movimento/Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese – In Opposizione (SPLM/A-IO), il cui leader è Machar, ha condannato l’attacco  e ne ha attribuito la responsabilità alle forze governative. “Jebel Iraq si trova in una zona interamente sotto il controllo delle SSPDF (South Sudan People’s Defence Forces, l’esercito regolare sud sudanese). Di conseguenza, la piena responsabilità del massacro ricade su di loro, visto che l’area è monitorata da loro”, ha dichiarato l’opposizione. Ma c’è chi punta ugualmente il dito sugli uomini di Machar di (SPLM/A-IO). Altri parlano di controversie per il controllo del sito aurifero.

La zona mineraria di Khor Kaltan, dove si trova anche il giacimento Jebel Iraq, è stata oggetto di ripetuti attacchi in passato. Per questo motivo il governo aveva sospeso le attività nel 2021, ma sono poi state riprese nell’aprile 2025.

L’estrazione dell’oro nel Sud Sudan è in gran parte non regolamentata. Spesso i governi regionali gestiscono i propri settori in modo indipendente dalle autorità nazionali.

Migliaia e migliaia fuggiti in Etiopia

In base a quanto segnalato dall’UNICEF, dall’inizio di marzo quasi centomila sud sudanesi sarebbero scappati in Etiopia. L’esercito di Juba aveva ordinato ai residenti di lasciare immediatamente Akobo, città nel Jonglei State (nel centro-est del Paese), perchè controllata dall’opposizione.

Sud sudanesi in fuga verso l’Etiopia

I governativi avevano anche chiesto a UNMISS di andarsene, ordine che i caschi blu si sono rifiutati di eseguire.

UNICEF ha fatto sapere che la situazione sanitaria nel Jonglei State è  drammatica. Dall’inizio dell’anno a oggi sono state distrutte 28 strutture sanitarie e nutrizionali. Mentre il sistema sanitario pubblico è devastato da anni di corruzione, dato che circa l’80 per cento dell’assistenza sanitaria in Sud Sudan è garantita da donatori stranieri.

“Secondo alcune segnalazioni, l’ospedale pubblico è stato saccheggiato ed è ora chiuso”, ha sottolineato in una nota l’Agenzia dell’ONU e ha aggiunto: “Chi ha dovuto lasciare le proprie case si trova in una situazione di grave vulnerabilità: un quarto dei bambini sotto i 5 anni soffre ormai di malnutrizione a livelli ‘allarmanti’.

Non conosce pace il più giovane Stato della terra. Dopo la tanto sognata indipendenza, ottenuta dal Sudan nel 2011, solo due anni più tardi è scoppiata una crudele e sanguinosa guerra civile. Decine di migliaia di morti, per non parlare dei milioni di sfollati. Nel 2018 è stato finalmente siglato un trattato di pace tra il presidente Salva Kiir (di etnia dinka) e con il suo allora vice, Riek Machar (un nuer). Dinka e Nuer rappresentano i due maggiori gruppi etnici del Paese.

Recrudescenza delle volenze

Da tempo si assiste a una recrudescenza dei combattimenti – principalmente nello Stato di Jonglei (centro-est) – tra le forze governative, fedeli al presidente Salva Kiir e le milizie dell’opposizione fedeli a Riek Machar. E come spesso accade, le guerre in Africa vengono quasi totalmente ignorate dalla comunità internazionale e dai maggiori media.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Salta l’accordo del 2018: massacri, distruzioni e guerra civile in Sud Sudan