Camerunese sequestrata e ridotta in schiavitù negli Emirati lancia un disperato appello ad Africa ExPress: “Liberatemi”

Istruita e laureata è stata attratta da un'offerta di lavoro, ma non sa che le regole ferree in quei Paesi mediorientali negano qualunque diritto ai lavoratori stranieri

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Africa ExPress
Dubai, 31 agosto 2022

“Sono disperata, aiutami. Chiusa in una stanza al buio, non posso aprire le finestre e sono ridotta in schiavitù. Hanno chiesto un riscatto di 4.800 dollari ai miei familiari”.

Una giovane camerunese sequestrata ad Abu Dhabi (capitale degli Emiti Arabi Uniti) ha lanciato questo disperato appello via whatsapp a un suo conoscente in Italia. La richiesta di aiuto è stata girata stamattina ad Africa ExPress. L’obbiettivo, dare una mano a Marie (nome di fantasia per motivi di sicurezza).

Marie, giovane camerunense rinchiusa in una camera a Abu Dhabi. Nessuna notizia di lei dal 13 agosto 2022

Marie ha 28 anni, ed è originaria di Yaoundé. E’ istruita, ha frequentato l’università nel suo Paese e, oltre al francese, parla anche perfettamente l’inglese. Terminati gli studi, non riusce a trovare un lavoro nel suo Paese.

Prostrata e delusa, si trova con la necessità di trovare urgentemente un’occupazione per assistere la sua famiglia, che durante gli anni di studio l’ha sempre sostenuta e aiutata.

Senza lavoro e senza soldi

Senza lavoro e senza soldi, Marie speranzosa risponde a un annuncio trovato su Google: un’interessante offerta di lavoro a Dubai, negli Emirati Arabi. Nel giro di pochissimo tempo riceve una risposta positiva. Una società le propone 1.000 dollari mensili, oltre a vitto e alloggio, spese di viaggio e visto.

I primi del luglio scorso arrivano i documenti e il biglietto aereo. Fiduciosa, Marie sale sull’aereo. Giunta a destinazione, secondo gli accordi, uno dei responsabili della società l’accoglie all’aeroporto di Dubai ma, prima di accompagnarla all’alloggio, le fa firmare il contratto di lavoro e le ritira il passaporto. Ingenuamente non rilegge attentamente ciò che le viene chiesto di siglare, perché convinta che fosse identico all’accordo inviato via email.

Il giorno seguente viene accompagnata insieme alle altre coinquiline, sue coetanee provenienti da diversi Paesi asiatici sul posto di lavoro, dove tutte quante sono state assunte come operaie non qualificate.

I giorni passano veloci, anche se adattarsi alla nuova realtà non è semplice. Cibo diverso, caldo, divieto assoluto di avere contatti con il mondo esterno. La mattina viene a prenderle un pullmino, che la sera le riporta nell’alloggio.

Pagare i debiti

Marie chiede spiegazioni. Non riceve risposte. Insiste. E, quando a fine mese la giovane reclama lo stipendio, le viene detto: “Arriverà quando avrai finito di pagare i debiti con noi, cioè le spese per il visto, il biglietto e quant’altro. In tutto 4.800 dollari”. E infine aggiunge: “Se non smetti di lamentarti, avrai grossi problemi”.

Iniziano le vessazioni. Il datore di lavoro vieta alle coinquiline e alle altre operaie di rivolgere la parola alla ragazza camerunense e frequentemente la sua camera viene isolata dal circuito elettrico: è così costretta restare al buio e senza aria condizionata.

Contratto capestro

La giovane cerca di mettersi in contatto con la sua ambasciata e la polizia. Le rispondono che deve rispettare il contratto che ha firmato.

Infatti, una clausola dell’accordo prevede il risarcimento delle spese sostenute dal datore di lavoro. Marie aveva sorvolato su questo particolare, come del resto anche le altre ragazze. Ma loro avevano paura di protestare. Piangevano e basta.

Sia le coinquiline sia Marie non erano a conoscenza che negli Emirati Arabi Uniti, come del resto in altri Paesi del Golfo, viene ancora applicata la Kafala, una legge che esclude i migranti dai diritti dei lavoratori.

Non si può cambiare impiego

La Kafala vincola la residenza legale alla relazione contrattuale con chi assume i lavoratori stranieri. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro.

Se un dipendente rifiuta e decide di abbandonare l’abitazione o il posto di lavoro senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione. Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù.

Marie inizia ad avere paura, teme per la sua vita, chiede aiuto al suo amico italiano e insiste con le sue proteste. Da Dubai viene allora trasportata nella capitale degli Emirati e rinchiusa in una stanza. Le ritirano il cellulare. Dal 13 agosto la persona che ci ha contatto non ha più notizie dalla ragazza.

Africa ExPress 
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