Ma l’America è sempre antinazista e antifascista?

A rendere ancora preoccupante la situazione europea è la coincidenza nei punti fondamentali con la visione della Russia di Putin. L’UE dovrebbe rispondere a questa sfida con una maggiore integrazione

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Speciale per Africa ExPress
Giovanni La Torre
11 dicembre 2025

Le recenti, pesanti posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana nei confronti dell’Europa e dei suoi valori, confrontate con la storia di quel Paese, inducono a porci la domanda del titolo.

Gli Stai Uniti d’America hanno perso 405 mila giovani soldati nella Seconda guerra mondiale, oltre a 8.000 civili, e avuto 670 mila feriti. Certo, poca cosa in confronto ai 20 milioni di vittime subite dall’Unione Sovietica, ma c’è una differenza da rilevare. L’URSS ha dovuto difendersi da un’invasione, tra l’altro da parte di un suo alleato. Gli Stati Uniti hanno subito quelle perdite in una guerra che non riguardava il proprio territorio, la propria indipendenza; nessuna potenza straniera aveva mai varcato l’Atlantico per attaccare quello che veniva chiamato il Nuovo Mondo.

Churcill e Roosvelt

Anni fa mi sono occupato della conferenza di Bretton Wood, culminata nel trattato che ha disegnato il nuovo sistema monetario internazionale che ci sarebbe stato dopo la guerra. In quella circostanza ho dovuto esaminare anche i rapporti tra Stati Uniti e Inghilterra che avevano preceduto la conferenza e, inevitabilmente, dei rapporti tra Churchill e Roosevelt nello stesso frangente.

L’Inghilterra era in guerra contro la Germania di Hitler anzi era l’unica potenza a contrastare la belva nazista, l’unico baluardo a difesa della civiltà liberal-democratica occidentale contro la barbarie, dato che la Francia si era arresa fulmineamente già nel giugno del 1940.

Winston Churchill, ex primo ministro inglese

In questa situazione il primo ministro inglese, Winston Churchill, cercava di far valere in America la tesi che il suo Paese combatteva non solo per gli interessi della Gran Bretagna, la cui indipendenza era minacciata di fatto, ma nell’interesse di tutto l’Occidente, appunto.

E questa tesi era fatta valere soprattutto verso gli americani non solo perché potevano essere sensibili ai richiami valoriali, ma anche perché … erano gli unici ad avere la “borsa” piena. Infatti l’Inghilterra non si era ancora del tutto ripresa dal salasso finanziario della Prima guerra mondiale che già ne stava subendo un altro: anche se all’epoca era la potenza economica dominante, appariva in seria difficoltà.

Orecchie sorde

Dall’altra parte dell’Atlantico, le orecchie dei governanti non erano sorde alle considerazioni dell’inglese, anzi ne erano sensibili, ma esse non commuovevano completamente il Congresso e, forse, neanche l’opinione pubblica. Prevaleva un sentimento del tipo: il nostro Paese ha già dato nella Prima guerra mondiale e, inoltre, siamo anche un po’ stufi di questa Europa che ogni tanto scatena una guerra spaventosa, che se la sbrighino loro!

Non mancava anche chi pensava che Churchill copriva con considerazioni ideali intenti più prosaici di sistemazione delle finanze del proprio Paese. Questa tendenza isolazionista era cominciata ben prima e aveva provocato l’emanazione, negli anni trenta, di due leggi che legavano le mani all’Amministrazione: il divieto di fornire armi (1935) e il divieto di fare prestiti (1936) ai belligeranti.

Sincero democratico

La “fortuna” (se è consentito l’uso di questa parola per descrivere un fatto storico) per l’Inghilterra, e per l’Occidente intero, è stata che la Casa Bianca era occupata da un signore che rispondeva al nome di Franklin Delano Roosevelt, sincero democratico. Questi non solo era convinto della fondatezza ideale delle argomentazioni di Churchill, e quindi della necessità di difendere le istituzioni liberaldemocratiche in Inghilterra, ma riteneva anche che se la Germania fosse prevalsa sugli inglesi, avrebbe conquistato e sottomesso tutta l’Europa distruggendo i valori occidentali in tutto il continente.

Inoltre, non escludeva la possibilità che se la flotta tedesca avesse sconfitto quella inglese nell’Atlantico, avrebbe poi potuto volgere la prua delle sue navi verso gli stessi Stati Uniti, e quindi la guerra sarebbe entrata in casa e quei valori avrebbero potuto essere messi a rischio nel proprio Paese. Esprimendo con garbo queste considerazioni al Congresso, il presidente americano fece presente che le leggi degli anni trenta fossero più un pericolo che una salvaguardia.

Cash and carry

Così ottenne un primo risultato: la legge del cash and carry. Con questa legge il Congresso consentì la fornitura di armi e altri beni a condizione che venissero pagati in contanti e trasportate su navi degli acquirenti (onde evitare il rischio che venissero bombardate navi americane).

Era un primo passo, ma insufficiente, perché le riserve inglesi in dollari e oro (la sterlina in quel frangente non veniva più ritenuta sufficiente) si assottigliavano sempre di più e la pressione tedesca aumentava di giorno in giorno, aumentando il fabbisogno, non solo di armi ma anche di merci necessarie a soddisfare i bisogni civili della popolazione e dei soldati.

Il momento di un’altra svolta fu il 10 giugno 1940, quando l’Italia attaccò la Francia da Sud dopo avergli dichiarato guerra. Il presidente americano fu fortemente colpito dalla viltà della mossa italiana, Mussolini apparve come un uomo che si accanisce su un moribondo[1].

Roosevelt tenne un discorso molto duro su Germania e Italia e, sfruttando cavilli legali, ai limiti dell’impeachment, si accollò la responsabilità di decisioni importanti senza consultare il Congresso: inviò all’Inghilterra 150 aerei da guerra, 500.000 fucili, 80.000 mitra, 130 milioni di rotoli di munizioni, 900 cannoni da 75 mm, un milione di granate e svariate quantità di bombe e di tritolo, svuotando quasi gli arsenali del proprio Paese.

Una benedizione

L’arrivo del materiale in Gran Bretagna fu salutato come un benedizione del Cielo, anche perché ormai le riserve valutarie e in oro erano quasi esaurite, mentre crearono non pochi problemi a Roosevelt nel proprio Paese. Oltre ai dubbi sulla legalità dei provvedimenti e al sacrificio economico (si nutrivano forti dubbi sulle possibilità di essere pagati), venivano da alcuni avanzati dubbi sulla stessa opportunità fattuale di quelle fornitura.

Visto l’andamento della guerra, vi erano alte probabilità che quelle armi finissero nelle mani dei tedeschi per essere poi rivolte contro l’America stessa. Ma fu soprattutto la sottolineatura dell’aspetto finanziario che costrinse il presidente a un gesto umiliante per sé e il suo interlocutore oltre Atlantico. Roosevelt fece chiedere dal suo ministro al Tesoro al suo omologo britannico, di fornire l’elenco di tutti i beni che potevano essere utilizzati come forma di pagamento: titoli, oro, investimenti all’estero.

A questo punto Churchill scrisse personalmente una lettera a Roosevelt nella quale lo informava sull’andamento della guerra, lo invitava – e non era la prima volta – a farvi entrare direttamente il suo Paese e, in attesa di questo, rilevava come fosse interesse di entrambi che la Gran Bretagna resistesse.

Continuò a chiedere forniture militari e non, confessando di non essere in grado di pagarle integralmente, ma che allo stesso tempo non riteneva giusto che il suo paese venisse privato di tutti i suoi beni. Ed ecco la stoccata finale: « [perché avverrebbe che] dopo che la vittoria sarà stata conquistata con il nostro sangue, quando la civiltà sarà salva e vi sarà stato il tempo perché gli Stati Uniti siano completamente equipaggiati per far fronte a qualsiasi eventualità, noi ci ritroveremo privi di tutto. Che questo accada non è nell’interesse morale ed economico di nessuno dei due Paesi (corsivi miei) ».

Tornava il richiamo ai valori comuni della civiltà occidentale liberal-democratica. Roosevelt fu profondamente commosso da questa lettera e condivise in toto la perorazione di Churchill e le sottostanti motivazioni ideali; come pure era d’accordo a entrare in guerra a fianco dei fratelli inglesi già da tempo, ma restava sempre da superare l’opposizione del Congresso a un maggiore impegno bellico. Anche questa volta il Presidente ebbe una trovata efficace.

Un discorso convincente

Andò al Congresso e fece un discorso di quelli che convincono gli americani, tipo parabola evangelica: «Supponiamo che la casa del mio vicino prenda fuoco, e che io abbia un tubo di 125 o 150 metri. Se può prendere il mio tubo e connetterlo con il suo idrante, lo aiuto a spegnere il fuoco. Che faccio? Non gli dico prima di questa operazione “vicino, il mio tubo costa 15 dollari. Mi devi dare 15 dollari se vuoi usarlo”. Che tipo di transazione si instaura? Io non voglio i 15 dollari, voglio che il tubo mi sia restituito quando il fuoco sarà spento». E se risulterà irrimediabilmente danneggiato ne verrà restituito comunque uno sano.

E così passò il Lend-Lease Act (legge prestito-affitto). Era l’11 marzo 1941, e Churchill apprezzò moltissimo il provvedimento. il quale gli consentì di ricevere altro materiale prezioso senza dover pagare immediatamente.

Questa legge ebbe anche un altro effetto importante: consenti a Roosevelt di inviare aiuti anche a Stalin quando, nel giugno 1941, iniziò l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. A consentire l’attuazione completa delle intenzioni rooseveltiane ci pensarono poi i giapponesi quando, il 7 dicembre 1941, bombardarono la base navale americana di Pearl Harbor. Il giorno dopo gli Stati Uniti entrarono in guerra a fianco degli inglesi e le sorti della guerra furono segnate a favore delle potenze occidentali e contro la barbarie nazifascista.

Ricordo degli USA

Questo, per noi europei, è il ricordo che abbiamo degli Stati Uniti d’America e con questo ricordo abbiamo vissuto ottant’anni di pace e prosperità. Da qualche mese, con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, il rapporto con l’alleato e amico oltre oceano è diventato un incubo. Non solo per i dazi i quali, alla luce di quello che sta avvenendo in questi giorni, appaiono bazzecole, ma per le sprezzanti parole usate in documenti ufficiali contro noi europei, le nostre istituzioni e i nostri valori che, a questo punto, dobbiamo ritenere non più condivisi.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti

Nel recente documento sulla sicurezza nazionale si possono leggere, nel capitolo dedicato all’Europa, frasi contro il nostro continente che appaiono pericolose quanto farneticanti.

Lassismo europeo

La sintesi di esse è che l’Europa sta perdendo i suoi valori e la sua origine vera, essenzialmente per due motivi: per il suo lassismo nei confronti dell’immigrazione e per l’opposizione forte che sta mostrando verso certi partiti di opposizione i quali invece sarebbero, per il  governo americano, i veri paladini dei valori occidentali. Questi partiti sarebbero quelli che noi europei, che li abbiamo in casa, consideriamo neofascisti e neonazisti.

Gli Stati Uniti, prosegue il documento, al fine di evitare la scomparsa dell’Europa, appoggeranno questi partiti per la loro affermazione, perché solo essi possono portare l’Europa ai suoi valori originari. Inoltre incoraggerà il ritorno alla sovranità dei singoli stati nazionali a danno delle organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea, che si sono mostrate dannose.

Politica migratoria

Quello che provoca un gelo alla schiena è, da un lato, la critica alle politiche migratorie la quale, così come viene enunciata, e cioè con il pericolo che i migranti rappresenterebbero per l’identità europea, somigliano molto alla “difesa della razza” di tragica memoria. Dall’altro, la difesa delle opposizioni neonaziste e neofasciste agli attuali governi europei. A queste, secondo il duo Trump-Vance, verrebbe addirittura negata la libertà di espressione.

In realtà le barriere eventualmente poste da governi democraticamente eletti, sarebbero normali provvedimenti legislativi e/o giudiziari nei confronti di partiti banditi dalle costituzioni nazionali.

Il sostegno a questi gruppi politici da parte dell’attuale Amministrazione americana si trasforma di fatto in una apologia del neofascismo e del neonazismo, perché questo sono quelle forze politiche tanto care a Trump-Vance. Il fatto poi di indicarli come vittime di un’attività repressiva (Macron-Le Pen e Merz-Afd), somiglia molto al vittimismo dei nazisti prima di prendere il potere, i quali vedevano ovunque le forze ebraico-liberali-marxiste-bolsceviche in azione contro di loro.

Allora, è opportuna la domanda posta nel titolo?

A rendere ancora più preoccupante la situazione europea è la coincidenza nei punti fondamentali con la visione della Russia di Putin e Dugin, e infatti esponenti del governo di quel Paese si sono affrettati a dire che la visione dell’Amministrazione americana coincide con la loro.

Nel marzo 2019 Vladimir Putin concedeva al Financial Times un’intervista[2] nella quale si possono apprezzare affermazioni come queste: «Che cosa sta succedendo in Occidente? Le élite al potere si sono allontanate dal popolo. C’è anche la cosiddetta idea liberale che ha esaurito il suo scopo. Quando il problema dell’immigrazione ha raggiunto un punto critico … L’idea liberale presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla. I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati. Quindi, l’idea liberale è diventata obsoleta». (corsivi miei).

Stretta nella morsa

L’Unione europea si ritrova stretta in una morsa perché, evidentemente, dà fastidio a entrambe le potenze. Crea spavento e raccapriccio l’idea di una sua unione che proceda ancora più avanti, se mai fino a diventare uno stato federale, e allora bisogna fermarla, anzi dissolverla e successivamente dividersela di nuovo come ai “bei tempi” della guerra fredda.

D’altro canto, sin da quando gli analisti geopolitici hanno iniziato a porre la questione del declino (relativo) americano, l’Unione Europea veniva indicata come una delle entità che avrebbe reso meno cogente, sempre in termini relativi, la leadership economica americana, fino a mettere in discussione, secondo alcuni, lo stesso primato.

L’Unione europea dovrebbe rispondere a questa sfida con una maggiore integrazione e, dato che alcuni Paesi non ci staranno, bisogna pensare a un’Europa a due velocità: una che corre verso lo stato federale e l’altra che regredisce alla forma del semplice “mercato comune” (l’Italia in quale gruppo starebbe?).

Punto di congiunzione

A parte la questione economica, quello che preoccupa è il disegno politico di due potenze finora “nemiche” che ritrovano un punto di congiunzione nella distruzione dell’Europa e nel recupero di valori che la Storia sembrava avesse seppellito per sempre. Se questo disegno prelude ad altre spartizioni tipo Yalta, preannuncia allora una tragedia immane, perché i Paesi che si sono liberati del giogo sovietico saranno pronti a versare fino all’ultima goccia del loro sangue pur di non tornare sotto quel tallone fatto di oscurantismo, repressione e violenza. È questo che si vuole?

Giovanni La Torre
giovlatorre@gmail.com

[1] Quando il ministro degli esteri italiano, Galeazzo Ciano, consegnò la dichiarazione di guerra all’ambasciatore francese si sentì dire: “E’ un colpo dio pugnale a un uomo in terra”.

[2] Riportata, tradotta in italiano, su Repubblica del 29 giugno 2019.

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