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Sventato il golpe in Benin con sostegno di Francia e intervento truppe di ECOWAS

Africa ExPress
Cotonou, 9 dicembre 2025

Il tentativo di golpe in Benin non è passato inosservato. E i Paesi vicini e la Francia si sono mossi immediatamente. Questa volta ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), non si è limitata alla sola condanna del putsch, ma è intervenuta subito militarmente. L’ultimo spiegamento delle sue truppe risale al 2017, in Gambia, per cacciare il dittatore Yahya Jammeh.

In una breve dichiarazione di ieri, Parigi ha dichiarato che dietro richiesta di Cotonou ha mobilitato immediatamente quanto possibile per venire in aiuto a Patrice Talon, presidente del Benin. Ha inoltre dato supporto a ECOWAS

Supporto Parigi

La Francia ci tiene alle sue ex colonie, specie dopo essere stata cacciata da tre Paesi di AES (Alleanza degli Stati del Sahel: Burkina Faso, Mali e Niger), che a gennaio sono usciti definitivamente da ECOWAS.

Parigi non ha dato ulteriori dettagli, tuttavia un sito di tracking online ha rintracciato un aereo specializzato in operazioni di intelligence, immatricolato in Francia, mentre sorvolava Cotonou. Da quanto si apprende il velivolo sarebbe rimasto per parecchie ore sopra il cielo della città, dove ha sede il governo. La capitale ufficiale è Porto-Novo.

Truppe ECOWAS in Benin

Macron ha parlato telefonicamente con i suoi omologhi della Nigeria, Bola Tinubu e della Sierra Leone, Julius Maada Bio, che attualmente presiede ECOWAS. L’istituzione regionale ha autorizzato subito l’intervento di truppe nigeriane, sierraleonesi, ivoriane e ghaniane in Benin, per dare supporto alle forze lealiste a riprendere il controllo del Paese.

Caccia nigeriani

Nel pomeriggio di domenica i bombardamenti dei caccia nigeriani hanno distrutto veicoli blindati, non avrebbero causato vittime. Tinubu ha elogiato l’intervento dei suoi uomini.

Una forza speciale proveniente dalla Costa d’Avorio è arrivata domenica sera per posizionarsi a Cotonou in vista eventuali di ulteriori azioni.

Ma già prima dell’arrivo delle truppe di ECOWAS, l’esercito beninois ha attaccato la base militare di Togbin, sede dei soldati ribelli. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale, durante l’incursione è stata uccisa la moglie di Bertin Bada, capo di Stato maggiore di Talon, mentre il generale è riuscito a fuggire.

Arrestati una decina di coinvolti

Nella serata di domenica sono stati liberati anche due alti ufficiali, presi in ostaggio dai militari ribelli. Mentre una decina di coloro coinvolti nel tentato golpe sono stati arrestati. Ma come erroneamente riportato da Africa ExPress, il capo dei golpisti, Tigri Pascal, leader del “Comitato per la rifondazione militare”, non è tra questi. Finora non è dato sapere che fine abbia fatto.

Durante il suo intervento nella TV di Stato di domenica, Talon aveva qualificato le motivazioni dei soldati che hanno tentato di rovesciarlo come “fallaci”. Le loro azioni avrebbero rischiato di far cadere il Paese in una situazione terribile, disastrosa, aveva specificato il presidente.

Denuncia attacchi dei jihadisti

Il gruppo del “Comitato per la rifondazione militare” aveva denunciato la cattiva gestione del governo circa le continue incursioni dei jihadisti molto attivi nel Sahel, che cercano di espandersi nei Paesi del golfo di Guinea. Basti pensare che nell’aprile scorso durante due attacchi dei terroristi sono morti stati uccisi ben 70 soldati beninois nella provincia di Kandi, nel nord-est del Paese.

La Nigeria è intervenuta senza battere ciglio anche per dimostrare di porsi come baluardo contro l’ondata di colpi di Stato in Africa occidentale e riaffermare la sua posizione di potenza regionale. Non solo, perchè si è trattato anche di un’operazione che risponde alle proprie sfide nazionali, in particolare in materia di sicurezza.

E forse anche per dimostrare a Washington che le sue forze armate sono in grado di operare, malgrado i continui attacchi di Trump che afferma sia in atto un genocidio nei confronti dei cristiani in Nigeria. Aggressioni che, secondo Washington, Abuja stenta a risolvere. Il presidente americano ha minacciato di intervenire militarmente e bombardare i terroristi.

Delegazione USA

E proprio domenica è arrivata una delegazione di deputati e diplomatici americani per verificare cosa sta effettivamente succedendo nella ex colonia britannica. Uno di loro, Riley Moore, ha postato sul suo account X: “Sono venuto in Nigeria nel nome del Signore e a nome del popolo americano”.

Delegazione deputati USA in Nigeria con il consigliere per la sicurezza nazionale del governo di Abuja, Nuhu Ribadu

Nuhu Ribadu, consigliere per la sicurezza nazionale di Abuja, ha ricevuto la delegazione del Congresso degli Stati Uniti nella capitale. Ribadu ha poi sottolineato che le discussioni si sono concentrate sulla cooperazione antiterrorismo, sulla stabilità regionale e sugli sforzi volti a rafforzare la partnership strategica in materia di sicurezza tra la Nigeria e gli Stati Uniti.

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I jihadisti del Sahel continuano la loro corsa alla conquista del Golfo di Guinea

BREAKING NEWS/In corso colpo di Stato in Benin

 

Maratona Valencia: doppietta del Kenya e il milione mancato

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
8 dicembre 2025

Stavolta gli spagnoli hanno voluto fare le cose in grande. Per l’ultima importante maratona della stagione si erano posti un obiettivo chiaro e ambizioso :il record mondiale. E per raggiungerlo non hanno badato a spese: 1.000.000 di euro .

Questo, infatti, era l’incentivo epocale messo sul piatto dagli organizzatori della 45esimaa edizione della Maratona Valencia Trinidad Alfonso Zurich disputatasi domenica mattina 7 dicembre.

Maratona di Valencia, Spagna 2025

Il premio a sette cifre sarebbe andato a chi avesse battuto il primato mondiale dei 42,195 metri lungo le strade della terza città spagnola: li limite da abbassare era di 2h’00’35” per gli uomini, e 2h09’56” per le donne.

La cifra d’oro però è rimasta in cassa (forte).

Il vincitore maschile, John Korir, 29 anni, kenyano, pur segnando il terzo tempo della stagione e migliorando di 20 secondi il suo tempo personale, si è fermato a 2h02’24”.

Il kenyano John Korir vince la gara maschile a Valencia

La dominatrice della gara femminile, Joyciline Jepkosgei, 31 anni, sempre del Kenya, pur correndo la maratona più veloce dell’anno, ha tagliato il traguardo della Città delle Arti e delle Scienze con il tempo di 2h14’00”.

Non si può dire però che i due trionfatori siano rimasti a mani vuote. A John Korir, che quest’anno era arrivato primo anche nella mitica edizione di Boston, sono andati 75 mila euro. A Joyciline, invece, ben 105 mila euro (l’equivalente di circa 15.818 milioni di scellini kenyani) perché ai 75 mila euro di premio per la medaglia d’oro sono stati aggiunti 30 mila euro per aver stabilito il nuovo crono della gara.

Verrebbe da dire : solita esibizione indiscussa dei runners della Rift Valley in quella che viene considerata la maratona più veloce del mondo perché tutta in pianura.

Moltissimi atleti in gara

Invece, a parte l’altissimo numero di partecipanti (35 mila di 150 nazioni, fra cui 2000 Italiani) lo spettacolo e la sorpresa non sono mancati nelle retrovie: alle spalle dell’imprendibile Korir si sono piazzati ben sei europei e un giapponese.

Intendiamoci: il secondo e il terzo sono europei in quanto rappresentano, uno, Amanal Petros, 30 anni, la Germania, l’altro Awet Nftalem Kibrab, 30, la Norvegia. In realtà sono entrambi nati in Eritrea.

Amanal Petros si piazza terzo e vince per la Germania

Petros ha alle spalle una storia drammatica: originario della città portuale di Bassan, nel Tigray, per sfuggire alla guerra con Addis Abeba, è stato portato via dalla mamma all’età di 2 anni proprio in Etiopia. Dopo 14 anni, giunse in Germania dove nel 2016 cominciò l’ attività agonistica.

Awet Kibrab ha un passato più “normale”: ha prima corso sotto la bandiera del suo Paese, nel 2013, poi nel 2015 si è trasferito in Norvegia, a Oslo.

Joyciline Jepkosgei, sergente dell’esercito di Nairobi (fu promossa 3 anni fa per meriti sportivi) era estremamente felice: “Sono al settimo cielo per la vittoria, per il record e per il pubblico che mi ha sostenuto con un entusiasmo incredibile”.

Non dice che il massimo della soddisfazione è stato anche lasciarsi alle spalle la connazionale e fortissima rivale Peres Jepchirchir, 32 anni, regina della maratona femminile ai Mondiali di Tokyo nel settembre scorso.

Campionessa olimpica “solo” al 2. posto

A Valencia, la Jepchirchir si è dovuta accontentare della seconda piazza (50 mila euro), ma con l’ ottimo tempo di 2h14’43”. Infatti, come hanno fatto notare gli esperti in materia, non era mai successo che due atlete corressero sotto le 2 ore e 15 minuti nella stessa gara.

John Korir, sul traguardo, dopo essersi fatto tre volte il segno della croce ha ringraziato il Padreterno (è un fervente credente), il fratello Wesley, di cui ha seguito le orme (nel 2012 vinse a Boston poi divenne deputato) e quelli che hanno continuato ad aver fiducia in lui nonostante una défaillance a Chicago quest’anno: “C’è stato chi ha detto che i Korir stanno tramontando. Ma io sono venuto qui e ho dimostrato che i Korir ci sono ancora. E magari l’anno venturo posso mettere nel mirino il milione….”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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BREAKING NEWS/In corso colpo di Stato in Benin

Africa ExPress
Cotonou, 7 dicembre 2025

Poche ore fa i beninois, appena accesa la televisione, hanno appreso che nel Paese è in atto un colpo di Stato. Un gruppo di militari ha annunciato all’emittente di Stato di aver destituito il presidente Patrice Talon. Soprannominato il “re del Cotone” Tolon è salito al potere nel 2016.

Durante il breve comunicato, gli ufficiali hanno precisato che il tenente colonnello Tigri Pascal è il leader del “Comitato per la rifondazione militare”. Pascal era a capo delle forze speciali del Paese.

Benin: annuncio alla TV di Stato di un gruppo di militari

Secondo una notizia di poco fa, l’entourage del presidente sostiene che la situazione sarebbe nuovamente sotto controllo e Talon e la sua famiglia sarebbero al sicuro. I lealisti avrebbero il controllo della capitale e di tutto il resto del Paese.

I militari del comitato ribelle, sempre in base a quanto riferito dall’entourage di Talon, non sarebbero altro che un piccolo gruppo di soldati, che avrebbero occupato solamente la TV di Stato. Ma l’esercito regolare starebbe già riprendendo il controllo dell’edificio.

Il ministro delle Finanze, Romuald Wadagni, ha poi precisato a Jeune Afrique: “I ribelli sono asserragliati. Stiamo facendo pulizia, ma non abbiamo ancora terminato”.

La situazione a Cotonou resta comunque confusa: ancora qualche ora fa nella zona del porto e nei pressi del palazzo presidenziale si sono uditi colpi di arma da fuoco

Attualmente la strada d’accesso all’edificio della presidenza è bloccato e diversi elicotteri stanno sorvolando l’intera area.

L’ambasciata francese a Cotonou ha fatto sapere che si sono sentiti spari anche nella base militare di Camp Guezo, situata in prossimità della residenza di Talon. La rappresentanza di Parigi accreditata in Benin ha invitato i connazionali presenti sul territorio di non lasciare il proprio domicilio fino a nuovo avviso.

Aggiornamento ore 23.00

Poche ore fa le autorità di Cotonou hanno confermato ufficialmente che il golpe, annunciato questa mattina da un gruppo di militari, è stato sventato.

Una decina di soldati sono stati arrestati, tra loro anche il capo del “Comitato per la Rifondazione Militare”, Tigri Pascal. L’emittente di Stato ha ripreso regolarmente le trasmissioni.

In serata Tallon è apparso in TV per spiegare ai connazionali che la situazione è completamente sotto controllo. Ha poi invitato i beninois a riprendere serenamente le loro attività.

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Nigeria, rapimenti e massacri: vittime soprattutto musulmani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 dicembre 2025

Continua l’ondata di rapimenti nel nord della Nigeria; tra le vittime tanti musulmani ma anche cristiani. Ovviamente in Occidente ha suscitato grande indignazione l’uccisione di un pastore anglicano. Silenzio o quasi per quanto riguarda gli altri sequestrati, per la stragrande maggioranza di fede islamica.

Secondo quanto riportato dall’arcivescovo anglicano, Henry Ndakuba, il pastore, Edwin Achi, è stato brutalmente ammazzato dai suoi aguzzini, dopo essere stato rapito il 28 ottobre scorso, insieme alla moglie e alla figlia nello Stato di Kaduna, nel centro-nord della ex colonia britannica.

Ndakuba ha spiegato che inizialmente i rapitori avevano chiesto un riscatto di 600 milioni di Naira (circa 354.000 euro), somma poi ridotta a 200 milioni di naira (circa 118.000 euro). Il vescovo ha poi aggiunto che la moglie e la figlia di Achi sarebbero ancora in mano ai rapitori.

Sharia

Va ricordato che nello Stato di Kaduna vige la legge della sharia, introdotta nel 2000, allineandosi con altri Stati della Federazione nel nord della ex colonia britannica. In tutto il Paese sono 12 le regioni a maggioranza musulmana che hanno adottato tale codice, basato principalmente sul Corano.

Edwin Achi, pastore anglicano ucciso

Anche il sequestro di 300 ragazze di una scuola cattolica ha provocato un forte clamore a livello internazionale. Infatti già all’inizio di novembre il presidente americano, Donald Trump, aveva minacciato un intervento militare nel caso in cui Abuja non avesse bloccato quello che ha chiamato genocidio dei cristiani nel Paese.

Bande di criminali terroristi

Già dal 2022, l’allora presidente Muhammadu Buhari aveva classificato come terroriste le bande di criminali impegnate nei rapimenti, equiparandole ai miliziani di Boko Haram e ISWAP (Islamic State West Africa Province, gruppo ha giurato fedeltà allo stato islamico e si è separato dai cugini Boko Haram nel 2016).

E proprio il 3 dicembre scorso il Senato nigeriano ha deciso di inasprire le leggi anti-rapimento, decretando la pena di morte per i sequestratori.

Stato di emergenza

I sequestri di persona sono diventati una vera e propria piaga in Nigeria. Tant’è vero che Bola Tinubu, presidente del Paese, il 26 di novembre ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale. Ha poi dato ordine all’esercito e alla polizia di reclutare migliaia di nuovi effettivi per far fronte alla crescente violenza.

Bande di criminali sequestrano civili

Il 1° di dicembre si è dimesso il ministro della Difesa, Mohammed Badaru Abubakar, ufficialmente per ragioni di salute. Ha lasciato uno dei ministeri più importanti proprio in un momento di grande crisi, dovuta ai continui sequestri.

Il presidente Tinubu lo ha sostituito immediatamente con l’ex capo di Stato maggiore dell’esercito, Christopher Musa. Il consigliere speciale della presidenza, Bayo Onanuga, in un breve comunicato ha specificato che il capo di Stato ha molta fiducia nelle capacità del nuovo ministro ed è convinto che Musa elaborerà nuove strategie per rafforzare la sicurezza nazionale.

Per l’attuale situazione nel Paese Tinubu ha persino rinunciato a partecipare al G20, che si è tenuto recentemente a Johannesburg.

Tinubu sotto pressione

E’ chiaro che il presidente nigeriano è sotto forte pressione, dopo i ripetuti attacchi di Donald Trump e di alcuni esponenti politici repubblicani USA. Gli americani continuano a denunciare la passività delle autorità di Abuja di fronte alle aggressioni che, secondo loro, sono mirate contro i cristiani.

Nel Paese più popoloso del continente la situazione, specie nel nord, è davvero gravissima. Secondo il PAM (Programma Alimentare Mondiale), la recrudescenza degli attacchi dei jihadisti e la crescente instabilità nel settentrione del Paese, potrebbero provocare una crisi di insicurezza alimentare senza precedenti.

Tagli negli aiuti

PAM stima che durante il periodo che precede i raccolti del prossimo anno, 35 milioni di persone potrebbero trovarsi in gravissime difficoltà. La cifra rappresenta il più alto dato di tutto il continente.

Solo nel Borno State, nel nord-est del Paese, 15.000 persone potrebbero essere colpite da “condizioni simili alla carestia”, ha specificato l’organizzazione.

Complici della grave situazione sono anche i consistenti tagli agli aiuti, in particolare a causa dello smantellamento di USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale), che hanno messo in grave difficoltà i programmi umanitari.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Minacce americane alla Nigeria: “Se gli islamisti non smettono di uccidere i cristiani interveniamo”

Profitti da capogiro per chi investe nelle fabbriche di armi

Speciale per Africa ExPress
Fiorina Capozzi
5 dicembre 2025

Duemilasettecento miliardi di dollari finiti in spesa militare solo nel 2024. Il dato record mostra un aumento del 9 per cento rispetto allo scorso anno.

Si tratta del maggiore aumento dalla fine della Guerra Fredda nel decimo anno consecutivo di incremento. Secondo analisi riportate dall’ONU, la spesa militare globale potrebbe raggiungere fra i 4 mila settecento miliardi e i 6mila seicento miliardi entro il 2035.

Doppio debito pubblico italiano

I profitti del commercio delle armi. L’italiana Leonardo (ex Finmeccanica) è al 12 posto

Per avere un termine di paragone, quest’ultima cifra è pari al doppio dell’intero debito pubblico italiano. Rappresenta inoltre cinque volte il livello della fine della Guerra Fredda e più del doppio di quanto speso lo scorso anno.

 

Per chi investe nel business della guerra i profitti si moltiplicano in tutto il mondo. Come riferisce Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), i primi cento produttori di armi del mondo hanno realizzato lo scorso anno un fatturato record da 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto allo scorso anno.

Indice ETF

L’indice ETF (Exchange Traded Fund) globale sul settore della difesa ha guadagnato in due anni più del 168 per cento. Da inizio anno è salito del 77,4 per cento. Dentro ci sono i nomi dei colossi del settore statunitensi come Bae Systems, Lockheed Martin o General Dynamics, ma anche grandi gruppi europei come la tedesca Rheinmetall, che è nata nel 1800, ha attraversato due Guerre mondiali ed è oggi il fornitore ufficiale di sistemi d’arma della Nato. O ancora le francesi Dassault e Thales e le italiane Fincantieri e Leonardo.

Questo è naturalmente l’asse occidentale, cui si aggiungono Giappone e India e che si confronta con quello orientale dove è la Cina a farla da padrone con i grandi conglomerati di Stato come la Aviation Industry Corporation of China che ha un fatturato da circa 79 miliardi di dollari di cui 45 per la difesa.

Industria bellica

Solo nel comparto militare è tre volte più grande di Leonardo il cui giro d’affari complessivo lo scorso anno ha sfiorato i 18 miliardi di euro segnando una crescita dell’11 per cento con 21 miliardi di ordini in portafoglio. Il 78 per cento di questa somma deriva da armi. Cifre da capogiro.

Economia di povertà

Che dire? L’economia di guerra rende. Ma alimenta anche un’economia di povertà. La produzione delle aziende belliche non riesce infatti a creare ricchezza sul territorio in cui realizza i manufatti al pari dell’economia di pace.

La ragione è semplice: non alimenta in maniera considerevole e diffusa i consumi sul territorio nazionale e di conseguenza non fa scattare quel circuito positivo che è proprio della produzione in tempi di pace.

Per questa motivo l’Europa deciderà di dirottare i fondi non spesi del Pnrr a vantaggio della spesa militare, l’Italia perderà un’occasione di rilancio in un delicato momento geopolitico ed economico, mettendo a dura prova la tenuta sociale. Con il rischio concreto che, alla fine dei conti, oltre a contribuire a costruire un clima di odio, restino alle future generazioni solo debiti da pagare.

Fiorina Capozzi
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L’industria delle armi in Europa e il suo impatto sul lavoro

 

Regno Unito e Olanda escono dal progetto super-miliardario del gas di TotalEnergies in Mozambico

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5 dicembre 2025

Regno Unito e Olanda hanno deciso di abbandonare il progetto miliardario gestito da TotalEnergies. Londra si era impegnata per un finanziamento di 1,1 miliardi di dollari (circa 950 milioni di euro).

L’interruzione del sostegno finanziario approvato nel 2020, era garantito dalla UK Export Finance (UKEF), dipartimento ministeriale del governo del Regno Unito. La decisione è stata comunicata il 1° dicembre scorso al Parlamento di Londra.

Anche l’Olanda, con l’annuncio del ministro delle Finanze Eelco Heinen, ha confermato l’uscita dal progetto TotalEnergies, anche su pressione dell’opinione pubblica. La sua quota era di 640 milioni di dollari (circa 550 milioni di euro).

Perché Londra e Amsterdam escono

Il progetto, nell’Area 1, per l’estrazione del gas naturale a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, ha un valore di 20 miliardi di dollari.

TotalEnergies project
Rendering del progetto gestito da TotalEnergies

Le ragioni della decisione dello stop è l’insicurezza dell’area e i rischi associati al progetto. In particolare la violenza armata jihadista nel maggio 2021 a Palma (1.400 morti) che hanno portato la multinazionale francese, TotalEnergies, a fermare i cantieri. Gli attacchi dello Stato islamico (IS-Mozambico) sono aumentati dopo la fine della missione SAMIM, gestita dalla Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC).

Il progetto va avanti

“Il governo non è ancora stato informato ufficialmente in merito”, ha dichiarato ai media Inocêncio Impissa, portavoce del Consiglio dei ministri. Intanto Maputo, nonostante le decisioni di Londra, ha confermato la continuazione del “progetto gas”. TotalEnergies ha 30 giorni di tempo per presentare il programma di ripresa delle operazioni.

Accuse pesantissime

Il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (ECCHR), lo scorso 17 novembre, in Francia ha presentato denuncia penale contro TotalEnergies. Le accuse sono: complicità in crimini di guerra, tortura e sparizioni forzate in Mozambico.

La denuncia è stata presentata al Procuratore nazionale antiterrorismo francese. Riguarda le violenze dei militari mozambicani contro i civili durante l’occupazione jihadista di Palma nel 2021. Queste violenze sono conosciute come il “massacro dei container”. I soldati avrebbero arrestato, torturato e ucciso civili nei cantieri di gas di TotalEnergies.

Secondo l’ECCHR TotalEnergies ha sostenuto consapevolmente un’unità militare con storia di violazioni dei diritti umani. Ha, infatti, fornito ai soldati alloggio, cibo e attrezzature.

Cabo Ligado, sito collegato ad ACLED, ONG che monitora le guerre, scrive che ECCHR ha ottenuto documenti che dimostrano che la major francese era a conoscenza dei violenti abusi commessi per garantire la propria sicurezza. Quindi, TotalEnergies e i suoi dirigenti, devono essere ritenuti responsabili per aver permesso questi crimini.

Il presidente mozambicano smentisce

“La Commissione nazionale per i diritti umani ha visitato Cabo Delgado e non ha trovato prove a sostegno delle accuse”. – Queste le dichiarazioni del presidente mozambicano, Daniel Chapo. Il capo dello Stato ha negato le accuse di violazioni dei diritti umani associate al progetto e giudica false le affermazioni delle organizzazioni internazionali.

TotalEnergies
Il dossier “Dall’eldorado del gas al caos” di Amici della Terra

Pesanti problemi ecologici

Contro il megaprogetto di TotalEnergies anche il fronte ecologista di cui Africa ExPress ha scritto nel 2020. “A Cabo Delgado l’industria del gas sta causando devastazioni in queste comunità affamate e senza terra”. – scriveva l’ONG Amici della Terra-Mozambico (AdT) -. “Tutti sono complici: società transnazionali di combustibili fossili, appaltatori, finanziatori privati, società di consulenza sui rischi e il Governo del Mozambico”.

Secondo la ONG, il progetto rappresenta una “bomba a orologeria di carbonio” e potrebbe generare fino a 4,5 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra nel corso della sua durata.

Sandro Pintus
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Giacimenti di gas nel nord del Mozambico sono una bomba ecologica a tempo

ONG contro industria del gas in Mozambico: impoverisce la gente e militarizza Cabo Delgado

A Milano mercatino di Natale benefico a favore di una cooperativa agricola keniota

Africa ExPress
Milano, 3 dicembre 2025

Sabato e domenica prossime 6 e 7 dicembre a Milano in piazza Wagner 2, gli amici di Africa ExPress organizzano un mercatino di beneficenza. Il ricavato delle vendite dell’artigianato africano è destinato alla missione di Camp Garba in Kenya.

Ecco una descrizione della missione come si può trovare nel loro sito (https://www.unvillaggioperamico.org/camp-garba/)

“La missione di Camp Garba si trova a circa 4 Km da Isiolo e dispone complessivamente di circa 20 ettari di terreno incolto. La gente che abita attorno alla missione è molto povera e vive di pastorizia. Per loro e con loro abbiamo avviato un progetto molto sfidante.

Una veduta dei terreni di Camp

Abbiamo creato una cooperativa agricola composta da oltre 50 famiglie locali e abbiamo avviato i lavori per rendere coltivabile una parte del terreno della missione di circa mq 25.000.

Ci auguriamo una partecipazione numerosa.

Africa ExPress
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Mosca alla conquista del Togo: al via nuova cooperazione militare

Speciale per Africa ExPress
Cornelia Toelgyes
1° dicembre 2025

Il primo ministro togolese, Faure Gnassingbé è stato ricevuto dal presidente russo, Vladimir Putin il 19 novembre scorso. Non si sono più incontrati dal lontano 2019, quando il politico togolese era ancora presidente del suo Paese.

Dopo la riforma costituzionale del 2024, ha dato le dimissioni come capo di Stato e è stato eletto primo ministro a maggio.

Faure Gnassingbé, primo ministro togolese con Vladimir Putin, presidente della Federazione russa

I due leader si sono stretti la mano sorridendo, visto il recente riavvicinamento dopo la firma di un accorda di cooperazione militare dello scorso aprile e ratificato all’inizio di ottobre dalla Duma (Camera bassa del Parlamento russo).

Il Togo apre porti ai russi

La cooperazione militare è a lungo termine e include esercitazioni congiunte, addestramento dei soldati in centri specializzati russi e lo scambio di informazioni strategiche. Non è chiaro se l’accordo contempla anche l’arrivo di mercenari russi di Africa Corps, contingente di recente creazione, controllato direttamente dal ministero della Difesa di Mosca.

Il fatto che i due Paesi prevedano esercitazioni congiunte, significa che potranno utilizzare i rispettivi porti militari. Un bel colpo per la Russia, che ottiene così un nuovo punto d’ancoraggio nel Golfo di Guinea, dove le sue navi da guerra e i suoi aerei militari potranno ora fare scalo.

Minaccia jihadista

Negli ultimi anni anche il Togo, come altri Paesi del Golfo di Guinea, hanno subito diversi attacchi da parte dei jihadisti del Sahel, particolarmente attivi in Mali, Niger e Burkina Faso.

Attacco dei jihadisti in Togo

I leader golpisti dei tre Paesi (Mali, Niger, Burkina Faso) appena saliti al potere, hanno dato il benservito alla Francia e agli altri partner occidentali e si sono rivolti a Putin. E con le armi russe, sono arrivati anche i mercenari di Wagner, ora sostituiti da Africa Corps. L’unico contingente militare europeo ancora presente nell’area è l’Italia con MISIN (Missione di Supporto Bilaterale in Niger).

Svolta strategica

Ora anche Lomé sembra strizzare l’occhio a Mosca, fatto che ovviamente Parigi non sembri apprezzare. Sebbene Togo e Francia intrattengano solidi rapporti diplomatici da sessantacinque anni, il nuovo accordo di cooperazione militare tra la Russia e la ex colonia francese segna una svolta strategica fondamentale.

Dal 2014, il Togo ha progressivamente diversificato i propri partner strategici, aprendo le porte a Cina, Stati Uniti e oggi alla Russia, a scapito di Parigi, un tempo partner privilegiato.

Apertura ambasciate

Durante i colloqui bilaterali a Mosca, sono stati stretti altri accordi in ambito commerciale, economico, istruzione, agricolo. La Russia ha anche accordato borse di studio a studenti togolesi.
Alla fine dell’incontro, Putin e Gnassingbé hanno annunciato l’apertura delle rispettive ambasciate a Lomé e Mosca.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Togo: in vista delle elezioni il governo fa i conti e comunica il numero di morti per terrorismo jihadista

Repressione in Togo: morti e feriti durante manifestazioni anti regime

 

Autobotti di carburante dal Niger in aiuto del Mali ridotto alla fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 novembre 2025

Basta file ai distributori di benzina a Bamako. Il Niger è venuto in aiuto al Mali e ha inviato 82 autocisterne di carburante al Paese amico. Entrambi gli Stati e il Burkina Faso hanno fondato AES (Alleanza degli Stati del Sahel) e all’inizio dell’anno sono usciti definitivamente da ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale). E’ la prima operazione di AES dall’inizio del blocco degli islamisti di JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, legato a al Qaeda), cominciato i primi di settembre sulle maggiori arterie stradali in Mali.

Niamey – Bamako: arrivano le autocisterne con carburante

Il tragitto che ha dovuto percorrere il convoglio, accompagnato dai militari, non era certo breve: sono quasi 1.400 chilometri che separano Niamey da Bamako. Ma ne è valsa la pena. Gli abitanti di Bamako hanno finalmente un po’ di respiro e le attività possono riprendere a pieno ritmo. Chissà però fino a quando. La gente teme che il blocco di JNIM possa inasprirsi nuovamente.

Da 50 giorni senza combustibile

Se la capitale maliana per il momento è tranquilla (secondo gli analisti la sola capitale necessiterebbe però di almeno 150 cisterne di carburante al giorno), altre città del Paese sono ancora a secco. E’ il caso di Mopti (centro del Mali). Da oltre 50 giorni i residenti sono senza carburante, senza energia elettrica. Nella stessa situazione si trovano altre città nel sud e nel centro del Paese, anche se il governo ha promesso il trasporto di idrocarburi nei centri abitati maggiormente colpiti.

La situazione sarebbe migliorata, secondo un economista maliano, grazie alle procedure di sdoganamento più veloci e nuovi dispositivi di sicurezza in collaborazione con Africa Corps (soldati di ventura russi che hanno sostituito Wagner). Il nuovo contingente è direttamente controllato dal ministero della Difesa di Mosca.

Il governo maliano ha siglato un nuovo accordo con le società di trasporto per velocizzare le questioni amministrative. Secondo le autorità di Bamako, il ritardo delle consegne del carburante sarebbe dovuto soprattutto alle lungaggini burocratiche e a frodi (furto di carburante destinato al mercato nero), piuttosto che al blocco dei jihadisti.

Potenze straniere

Dall’inizio di settembre il governo ha sempre cercato mille scuse per giustificare la mancanza di combustibile. Una volta è colpa della stagione delle piogge, poi degli operatori del settore, dei truffatori e naturalmente nel calderone dei responsabili non mancano le potenze straniere, “sponsor dei terroristi”.

E mentre i bamakesi si godono l’attimo di tregua, l’esercito maliano (FAMa) con Africa Corps continua a seminare morte.

Africa Corps e militari in azione

Contrariamente a Wagner, il nuovo contingente si è mosso con più cautela nell’ex colonia francese. Fino a poco fa ha partecipato a poche operazioni congiunte con l’esercito di Bamako nel sud del Paese. Solo da novembre Africa Corps ha iniziato a collaborare attivamente per quanto riguarda la scorta ai convogli delle autocisterne.

Infatti la giunta militare, capeggiata da Assimi Goïta, e Africa Corps si sono concentrati per lo più sul il controllo delle miniere aurifere, spesso in mano a JNIM e EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara).

Infatti, malgrado il blocco stradale dei jihadisti, a metà novembre l’esercito, sostenuto dai soldati di ventura, ha riconquistato il sito minerario di Intahaka nella regione di Gao (nel nord). Mosca è particolarmente interessato all’oro maliano, visto che recentemente la società russa Yadran ha stretto una partnership con Bamako per la costruzione di una nuova raffineria d’oro nel Paese, che dovrebbe trasformare 200 tonnellate d’oro all’anno.

Silenzio di FAMa

Secondo testimonianze di alcuni abitanti e una organizzazione per i diritti umani locale, raccolte da RFI, nella area di Goundam, regione di Timbuktù, i soldati di Bamako in collaborazione con i russi di Africa Corps avrebbero brutalmente ammazzato 13 persone in una sola giornata. Tra le vittime ci sarebbero anche due donne e due bambine. Alcune abitazioni e negozi sarebbero stati saccheggiati e incendiati. Ovviamente l’esercito maliano è rimasto in religioso silenzio e non ha dato seguito alle domande dei reporter della testata francese.

Africa Corps in Mali

Lo Stato maggiore ha però rivendicato immediatamente la distruzione di un deposito di carburante dei terroristi nella regione di Mopti. Mentre un altro, situato in una base di miliziani, sarebbe stato colpito durante un attacco aereo nella zona di Menaka, nel nord-est del Paese.

Riduzione organico

A fine novembre la Francia ha annunciato una riduzione del proprio personale diplomatico e consolare in Mali. Saranno rimpatriati anche parte degli insegnanti delle scuole francesi di Bamako. Visto lo stato di insicurezza, le ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna avevano già evacuato a fine ottobre l’organico non strettamente necessari e le loro famiglie.

Certo, le implicazioni di una tale misura son ben più importanti per Parigi che non per Washington e Londra. Anche se la Francia ha pessimi rapporti con la giunta militare salita al potere nel 2020, ci sono ben 4.300 connazionali iscritti nelle sue liste consolari, tra questi una larga maggioranza di persone con doppia cittadinanza.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Tra farsa e tragedia un imam di Torino arrestato: libertà d’opinione a rischio anche in Italia

 

L’imam di Torino Mohamed Shahin aveva definito “resistenza” l’attacco del 7 ottobre.
Troppo per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che ne ha disposto l’arresto
e il trasferimento nel CPR di Caltanisetta, in attesa della successiva espulsione
in Egitto, dove rischia carcere e torture, essendo un noto dissidente del regime di al-Sisi.
Nel Paese nordafricano è inoltre in vigore, e viene praticata,
la pena di morte. Shahin a Torino ha una moglie e due figli, nati in Italia

Federica D’Alessio
Roma, 29 novembre 2025

Succede il 9 ottobre scorso. Un imam di Torino, partecipando a una manifestazione contro il genocidio a Gaza, dice una serie di cose sul 7 ottobre; non diverse da quelle che hanno già detto migliaia di persone prima di lui, tanto che la Digos, presente sul posto, manco ci fa caso. All’interno di queste cose c’è una frase che gli scappa che è un po’ più forte delle altre, si rende conto pressoché immediatamente che potrà essere usata contro di lui e infatti lo dice subito ai giornali, dal palco stesso: riportatele tutte le mie frasi, non solo quelle che vi fanno comodo per farmi sembrare un sostenitore di Hamas!

 

L’imam di Torino, Mohamed Shahin

Due giornalisti di un giornalino locale, detto La Stampa, nasano che ne può nascere una succosa polemica – non sussistono altre ragioni per trasformare in notizia ciò che notizia non è – e ci fanno un pezzo, interpellano ovviamente la Comunità ebraica locale e a dire il vero persino dentro la Comunità ebraica trovano una certa ritrosia a scagliarsi contro l’imam, pur condannando ovviamente le sue parole, ma dicono “non potete rivolgervi sempre a noi”, insomma è chiaro a chiunque non sia ormai un’analfabeta funzionale che siamo di fronte a un caso montato ad arte.

Appello del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero

Il problema è che gli analfabeti funzionali sono milioni, in questo Paese, e stanno nei posti di comando, anche dei giornali.

Una parlamentare di Fratelli d’Italia annusa a sua volta il succoso caso da manuale e ci fa un’interrogazione parlamentare, e che succede?

Il ministro dell’Interno scavalca il potere giudiziario, scavalca anche le leggi, e decide con un atto di imperio che per una sola frase a fronte di tutta una vita vissuta in base a valori più che riconoscibili, un uomo incensurato, mai fautore della minima provocazione, addirittura garante dell’ordine pubblico durante le manifestazioni oltre che del dialogo inter-religioso, è da considerare un pericoloso terrorista partidario di una ideologia antisemita, seppure in alcun modo le frasi del soggetto in questione abbiamo mai neanche lontanamente fatto riferimento all’identità o alla soggettività ebraica.

Con atto amministrativo, lo priva di tutti i diritti politici e della libertà personale, rinchiudendolo in un CPR lontano oltre mille chilometri da casa sua.

La vita di un uomo finisce rovinata, oppositore politico del regime di Al Sisi, l’imam rischia di essere riportato a forza nel territorio in cui non vive più da 20 anni, gettato in pasto ai lupi, nelle braccia di un regime dittatoriale che non aspetta altro che perseguirlo, perché in Italia vige la legge non scritta: “Se non sei un potente, tutto quello che dici potrà essere usato contro di te”.

La prima legge del sistema tribale.

Benvenuti nell’anno 1 del Regime totalitario e neoarcaico italiano.

Federica D’Alessio
https://x.com/federdale?s=21

Mohamed Shahin, “colpirne uno per educarne cento”

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