Dal Nostro Redattore Difesa Antonio Mazzeo
Gennaio 2026
Il Kenya rafforza i propri dispositivi militari alle frontiere acquisendo nuovi sistemi missilistici israeliani.
Dalla fine del dicembre 2025 è pienamente operativo il sistema di “difesa aerea” con missili terra-aria Python and Derby (SPYDER), acquistato dalle forze armate di Nairobi in Israele.
Kenya: SPYDER, sistema missilistico israeliano
Le batterie missilistiche sono giunte in Kenya a bordo di un grande aereo cargo Boeing 767-3Q8 in dotazione al ministero della Difesa israeliano. Per l’acquisto dello SPYDER, le autorità keniane hanno speso 26 milioni di dollari circa.
Il contratto risale all’aprile 2024 nell’ambito dell’accordo di cooperazione militare bilaterale sottoscritto dal presidente William Ruto e dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
Il sistema missilistico SPYDER è stato progettato e realizzato da Rafael Advanced Defense Systems Ltd., una delle maggiori aziende del comparto militare-industriale di Israele.
Si tratta di una piattaforma missilistica di pronto intervento, utilizzabile in ogni condizione atmosferica. Lo SPYDER è in grado di contrastare multiple minacce aeree, individuando, tracciando e distruggendo gli obiettivi in movimento (anche droni di piccole dimensioni).
Le batterie anti-aeree utilizzano due diverse tipologie di missili, i Pythone i Derby, entrambi prodotti dal gruppo Rafael. Di norma esse vengono schierate a protezione di infrastrutture critiche come aeroporti, basi militari, edifici governativi e postazioni militari di frontiera.
Spyder potenziati con radar
Gli SPYDER consegnati al Kenya sono stati potenziati grazie al sistema radar avanzato EL/M-2106 fornito da Elta Systems Ltd, azienda controllata dalle Israel Aerospace Industries (IAI).
Il radar tridimensionale israeliano può tracciare simultaneamente fino a 500 obiettivi, in particolare velivoli aerei, piccoli droni e missili da crociera.
Addestramento specializzato
L’integrazione operativa del sistema SPYDER richiede un addestramento specializzato e l’assistenza del personale militare, anche per le caratteristiche dei centri di comando e controllo delle batterie missilistiche, interamente automatizzate. Per questo è immaginabile che personale israeliano stia affiancando e/o affiancherà i reparti dell’esercito keniano per un certo lasso di tempo.
Williamo Ruto, presidente del Kenya e Benjamin Netanyahu, premier israeliano
“L’impiego da parte del Kenya di un sistema militare che ha ricevuto un sostegno finanziario dal governo israeliano indica che si è fatta ancora più profonda la partnership strategica tra Nairobi e Tel Aviv”, commenta la rivista specializzata Military Africa. “Questa cooperazione comprende ormai la fornitura di sistemi militari e hardware, lo scambio di dati di intelligence e l’addestramento anti-terrorismo”.
Mentre il Kenya assume il ruolo di uno dei maggiori clienti africani di tecnologie militari israeliane, Israele rafforza la propria presenza diplomatico-militare-industriale in Africa orientale e nel Corno d’Africa, macroregione di rilevanza geostrategica per l’establishment di Tel Aviv.
Instabilità regionale
“La decisione di dotarsi dei sistemi terra-aria SPYDER segue anni in cui si è assistito alla crescita dell’instabilità regionale e alla proliferazione di velivoli a pilotaggio remoto UAV a basso costo in tutta l’Africa orientale”, spiega ancora Military Africa.
“Per più di una decade, il Kenya ha dovuto affrontare minacce persistenti da parte di Al-Shabaab, organizzazione militare che opera in Somalia”, aggiunge la rivista specializzata. “Tuttavia, la minaccia si è evoluta. Noordin Haji, direttore generale del National Intelligence Service (NIS), ha di recente lanciato l’allarme che Al-Shabaab e gruppi legati all’ISIS hanno iniziato a collaborare con i ribelli houthi in Yemen. Questa partnership consente ai gruppi armati di acquistare armi da guerra più sofisticate e di addestrarsi alla guerra elettronica”.
In verità fino ad oggi non sono stati forniti elementi di prova sulla presunta partnership tra i gruppi armati somali, l’ISIS e gli houthi, ma i processi di riarmo in Africa orientale procedono speditamente grazie anche all’ingombrante supporto israeliano.
Gerd dotato di sistema missilistico israeliano
Oltre al Kenya pure l’Etiopia ha acquistato nel 2019 il sistema missilistico SPYDER di Rafael Advanced Defense Systems Ltd., per schierarlo nei pressi del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD),la grande diga edificata sul Nilo azzurro a pochi chilometri dal Sudan.
Antonio Mazzeo amazzeo61@gmail.com
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L’antagonismo tra le nazioni, indizio di un egoismo sfrenato e nel caso degli USA sintomo di una volontà egemone, è dimostrato anche dal caso Venezuela. “A noi non serve il petrolio del Paese sudamericano – hanno dichiarato in continuazione i dirigenti dell’amministrazione USA, compreso lo stesso Trump – ma non vogliamo che sia utilizzato dai nostri concorrenti”, leggasi Cina e Russia. Il petrolio venezuelano è “nostro e decidiamo noi a chi venderlo”.
Limpido e molto chiaro Donald Trump, quando candidamente ammette che il petrolio del Venezuela “è nostro”. Non si è espresso in questi termini il presidente americano ed ex generale Dwight D. Eisenhower quando ha dato il benestare al sostegno degli Stati Uniti al colpo di Stato che il 19 agosto del 1953 in Iran ha rovesciato il primo ministro Mohammad Mossadeq.
Eisenhower non ha detto “Il petrolio iraniano è nostro”, ma si è comportato esattamente come Trump. Temeva l’influenza sovietica come oggi il capo della Casa Bianca teme l’influenza russa e cinese e così giustifica le sue mire sulla Groenlandia e sul Canale di Panama.
Una veduta aerea del complesso della CIA a Langley in Virginia
Documenti declassificati provano il coinvolgimento della CIA e dei servizi segreti britannici nel defenestramento di Mohammad Mossadeq, che era stato eletto democraticamente. Nel 2013, la CIA ha pubblicato documenti che riconoscono il suo ruolo chiave in quel colpo di Stato, definendolo un atto di politica estera degli Stati Uniti. Inoltre, nel 2017, sono emersi documenti che mostrano come i servizi segreti britannici avessero chiesto l’assistenza degli Stati Uniti per rimuovere il primo ministro iraniano. Questa documentazione conferma la collaborazione tra le agenzie di intelligence statunitensi (CIA) e britanniche (M16) nel golpe iraniano.
Documenti significativi
Ecco alcuni dei documenti più significativi che dimostrano quest’ingerenza:
“The Battle for Iran” (1970s) – Cronistoria interna della CIA che per la prima volta ammette che il colpo di stato fu condotto sotto la direzione dell’agenzia come atto di politica estera statunitense.
Documento CIA del 1954 di Donald N. Wilber – Clandestine Service History: Overthrow of Premier Mossadeq of Iran, November 1952–August 1953, che include piani operativi, come la campagna di propaganda e le attività di Kermit Roosevelt a Teheran.
“Zendebad, Shah!” (1998, declassificato nel 2017) – Studio storico della CIA che dettaglia la cooperazione con l’MI6 e le operazioni sul campo per deporre Mossadeq.
Documenti del National Security Archive (2013 e 2017) – Comprendono i piani dell’Operazione AJAX/Boot, con prove delle richieste britanniche agli USA per un’azione congiunta contro Mossadeq.
Questi materiali sono disponibili negli archivi del National Security Archive alla George Washington University e mostrano chiaramente la pianificazione e l’esecuzione del colpo di Stato come operazione congiunta CIA-MI6.
Il comportamento americano è sempre lo stesso. Sull’attacco in giorno di Natale alla Nigeria, Trump aveva dichiarato: “Il loro petrolio non ci serve” ma deve aver pensato: “Però voglio controllarlo“. Un atteggiamento prepotente e arrogante che gli stessi americani hanno già dimostrato più volte verso gli europei quando, per esempio, la diplomatica americana Victoria Nuland ha usato parole di disprezzo verso l’Unione.
Telefonata imbarazzante
Era il 2014. La Nuland è incaricata dall’amministrazione Obama di seguire le vicende dell’Ucraina. Il 4 febbraio su Youtube viene pubblicata la registrazione di una sua telefonata con l’ambasciatore statunitense a Kiev, Geoffrey Pyatt, in cui la signora gli comunica che il dipartimento di Stato ha individuato il candidato giusto alla carica di primo ministro nella persona di Arcenij Jacenjuk.
Alla proposta di Pyatt di parlarne anche con i partner europei, che sostenevano un altro candidato, l’ex pugile Vitalij Klycko, la Nuland aveva esclamato al minuto 3.03: “Fuck European Union“ (cioè, per usare una traduzione gentile, “Si fotta l’Unione Europea”). Jacenjuk divenne poi primo ministro e fu il premier del primo tassello del disastro cui stiamo assistendo ora.
Già visti gli acquisti dalla Danimarca
Ma l’ingerenza americana nei fatti degli altri comincia molto prima dell’affaire Ucraina e l’attuale atteggiamento “commerciale” manifestato verso la Groenlandia non è una novità. C’è già perfino un precedente. Nel 1917 gli Stati Uniti hanno acquistato dalla Danimarca per 25 milioni di dollari in oro, le Isole Vergini Americane.
Addussero anche quella volta motivi di sicurezza. Espressero il timore che la Danimarca, indebolita dal conflitto in corso, non potesse difendere l’arcipelago da un’invasione tedesca o addirittura che Copenaghen potesse cederla alla Germania. Minaccia strampalata perché Berlino stava già perdendo la guerra. In realtà il vero motivo risiedeva nel controllo strategico, fondamentale per la rotta del Canale di Panama.
Il primo intervento dopo il conflitto mondiale data anni 50. In Guatemala nel 1950 sale al potere con elezioni libere e democratiche il presidente liberal-socialista Jacobo Arbenz Guzman. La sua riforma agraria irrita la multinazionale americana United Fruit (UF) (il suo marchio più noto è Chiquita Banana). La CIA su commissione del presidente Dwight Eisenhower e del suo staff che avevano stretti legami con la multinazionale della frutta (il segretario di Stato, Foster Dulles, e suo fratello Allen erano stati il primo avvocato, il secondo direttore alla UF e capo della CIA) organizza l’Operazione PB Fortune e lo rovescia. Al suo posto viene installato il solito militare golpista.
Patrice Lumbumba, congolese
Il 17 gennaio 1961, nel silenzio complice del mondo, viene assassinato Patrice Emery Lumumba.
Gli Stati Uniti non hanno premuto il grilletto, ma secondo documenti declassificati della CIA e dello spionaggio belga, esiste un coinvolgimento dei due Paesi che hanno creato le condizioni politiche e di sicurezza, tramite operazioni di intelligence e sostegno ai nemici di Lumumba, tra cui Mubutu Sese Seko, che hanno portato alla sua cattura, trasferimento e, infine, esecuzione da parte dei secessionisti del Katanga.
Nel 1964 l’attenzione americana si sposta sul Brasile, dove l’economia è in grave crisi a causa dell’inflazione in forte crescita (80 per cento nel 1963). Il ministro della pianificazione Celso Furtado, economista influenzato dalle teorie keynesiane e strutturaliste decide una riforma agraria e di nazionalizzare le compagnie petrolifere. Il 31 marzo arriva puntuale il colpo di Stato guidato da Humberto de Alencar Castelo Branco, che accusa Furtado di essere al servizio dei comunisti.
Nel 2004 il National Security Archive mette in rete molti documenti declassificati che mostrano il coinvolgimento diretto del presidente americano Lyndon Johnson, del segretario di Stato Robert McNamara, e dell’ambasciatore USA in Brasile, Lincoln Gordon.
In un libro di Stansfield Turner, pubblicato nel 2005, viene denunciata anche l’implicazione del presidente della ITT, Harold Geneen, e del direttore della CIA, John McCone. Secondo Turner anche il presidente John Kennedy e suo fratello Robert, ministro della Giustizia, sapevano del complotto.
Non solo il cortile di casa. Nel 1967 la longa manus americana colpisce in Europa. Per la precisione, in Grecia. Il 21 aprile i militari cacciano il governo civile. Resteranno in carica fino al 24 luglio 1974. E’ un periodo difficile per il Paese europeo. Il pugno di ferro dei colonnelli si abbatte contro gli oppositori, in particolare degli esponenti dei movimenti di sinistra compreso il partito comunista.
Rapporti desecretati mostrano che già nel gennaio 1967 la CIA sapeva dell’intenzione e identificavano il gruppo di Geōrgios Papadopoulos (il capo della congiura) di mettere in atto un colpo di Stato. Nonostante la Grecia fosse un alleato NATO, queste informazioni non furono condivise con le autorità civili e democratiche elleniche.
Sempre in base a documenti resi pubblici, si è scoperto che quattro dei cinque leader principali del golpe avevano stretti legami con l’esercito americano o la CIA. Il capo del gruppo golpista Papadopoulos era sul libro paga degli americani da circa quindici anni. Insomma, il carteggio reso pubblico dimostra che gli Stati Uniti hanno preferito appoggiare una dittatura militare stabile piuttosto che rischiare una democrazia debole che avrebbe potuto far scivolare facilmente in Paese su posizioni liberali e/o filosovietiche.
Durante una visita ufficiale ad Atene nel novembre 1999, il presidente Bill Clinton riconobbe esplicitamente le responsabilità americane. Gli Stati Uniti avevano anteposto i propri interessi a quelli della democrazia e a quelli degli alleati.
In sintesi, mentre i documenti mostrano che il golpe fu eseguito materialmente da ufficiali greci, l’ambiente che lo rese possibile e il successivo consolidamento del potere furono attivamente favoriti e sostenuti dalla politica estera statunitense.
L’11 settembre 1973 è un giorni triste per il Cile. Il presidente Salvador Allende, eletto democraticamente, viene destituito da un colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet. Esistono vari documenti declassificati.
Tra questi: dossier e rapporti, inclusi i briefing quotidiani per il presidente Nixon tra l’8 e l’11 settembre 1973, che mostrano la conoscenza e il sostegno al golpe da parte di Washington e della CIA. Durante le presidenze Clinton e Biden, altre migliaia di documenti sono stati desecretati, confermando le operazioni segrete come il “Progetto FUBELT” e il collegamento con il “Plan Condor”. Questi materiali illustrano il ruolo di Nixon e Kissinger nell’appoggiare le forze golpiste cilene.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 gennaio 2026
La guerra in Sudan è caduta nell’oblio. La comunità internazionale e di conseguenza gran parte dei maggiori media sono impegnati su altri fronti, certamente non meno gravi, in particolare per quanto riguarda Gaza, Ucraina e Stati Uniti.
Eppure le Nazioni Unite ricordano regolarmente che in Sudan si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del mondo. La situazione peggiora in continuazione. I morti sono decine e decine di migliaia e aumentano di giorno in giorno. Gli sfollati – secondo gli ultimi dati ONU – sono oltre 9,3 milioni, mentre i rifugiati nei Paesi limitrofi hanno superato i 4,3 milioni.
Sudanesi in fuga
Si stima che nel 2026 circa 33,7 milioni di sudanesi, ovvero circa due terzi della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria.
Un milione di sudanesi in Ciad
Barham Salih (ex presidente iracheno dal 2018 al 2022), Alto Commissario della Nazioni Unite per i Rifugiati, nei giorni scorsi ha incontrato i profughi sudanesi in Ciad. L’ex colonia francese sta ospitando quasi un milione di persone, scappate dalla sanguinosa guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile 2023. Le loro condizioni di vita sono a dir poco miserabili per mancanza di fondi.
Con la chiusura definitiva di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale) a luglio, imposta da Donald Trump appena insediatosi per il secondo mandato, la situazione è precipitata ovunque. Ora, per mancanza di fondi, le agenzie internazionali hanno seri problemi di bilancio e non riescono più a soddisfare le necessità delle popolazioni in difficoltà. Ovviamente non solo per i mancati contributi di Washington. Anche molti altri governi hanno ridotto i loro contributi per l’assistenza umanitaria nel mondo.
Lotta all’ultimo sangue
Dopo quasi tre anni di conflitto, la crisi sudanese non tende a placarsi. Le due fazioni in guerra, Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti, leader delle Rapid Support Forces (RFS) da un lato, e Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, dall’altro, non hanno nessuna intenzione di intavolare nuovi negoziati di pace. Continuano a combattersi fino all’ultimo sangue.
Le battaglie continuano, anche “grazie” all’intervento di attori esterni, che appoggiano l’una o l’altra fazione del conflitto.
Khalifa Haftar, leader libico che comanda in Cirenaica e capo di Libyan National Army (LNA), pur ricevendo continue pressioni da parte dell’Arabia Saudita e Egitto, persiste nel far passare carichi di armi, carburante e miliziani destinati ai paramilitari di Hemetti.
Saddam, figlio di Haftar e vicecomandante di LNA, in occasione di una sua recente visita al Cairo, è stato rimproverato per il sostegno alle RSF. Secondo fonti egiziane, come riporta MEE (Middle East Eye), gli è stato chiesto di porre immediatamente fine a tale collaborazione, in caso contrario ciò potrebbe provocare un cambiamento tra le relazioni con l’Egitto.
All’inizio di giugno 2025 le RFS hanno preso il controllo del Triangolo di Uwaynat, strategicamente importante perché è il territorio tra i confini di Sudan, Egitto e Libia. Da allora Il Cairo ha rinforzato i controlli alla frontiera per evitare sconfinamenti del conflitto.
Attori esterni
E’ una situazione piuttosto complessa e intricata. Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono l’Esercito Nazionale Libico di Haftar. Mentre Haftar e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) appoggiano le RSF, mentre Il Cairo è schierato con l’esercito sudanese. L’ EAU hanno sempre negato di aiutare i ribelli sudanesi. Invece il sostegno di Haftar nei loro confronti è sempre stato lampante.
E intanto la popolazione continua a pagare il prezzo più altro di questo conflitto dimenticato. I racconti di chi è riuscito a scappare – riportati in più articoli da Africa ExPress – sono raccapriccianti. Civili picchiati, uccisi, donne violentate e rapite, spesso mai più ritrovate. Altri, invece, vengono costretti a impugnare le armi e buttati nel conflitto a combattere, sia adulti che bambini. Violazioni in tal senso sono stati e vengono compiuti da entrambe le fazioni.
Privati dell’istruzione
La metà dei giovanissimi sudanesi in età scolare sono totalmente privati dell’istruzione. “Il mondo sta voltando le spalle a questi piccoli”, è la forte denuncia di Inger Ashing, amministratore delegato di Save the Children. Nel suo ultimo rapporto la ONG ha evidenziato che quasi 3 milioni di piccolo alunni hanno perso almeno 500 giorni di scuola.
Sudan: metà dei piccoli sudanesi in età scolare non possono andare a scuola
Ashing ha poi evidenziato che tanti edifici scolastici sono stati distrutti durante la guerra, numerosi sono stati gravemente danneggiati. Mentre altri ancora agibili vengono utilizzati come rifugi per gli sfollati.
Nord Kordofan
I combattimenti sono attualmente concentrati nel Nord Kordofan, nel Sudan centrale. Nei giorni scorsi si sono intensificati gli attacchi con droni attorno la città di al Obeid, capoluogo del Nord Kordofan. Secondo testimonianze di residenti, i raid avrebbero ucciso almeno 200 civili e ferito oltre 700. In base a quanto riportato da OIM (Organizzazione Internazionale per i Rifugiati), a causa degli scontri tra le RSF e SAF nel Nord Kordofan, 2.415 persone avrebbero lasciato i loro villaggi, situati a nord di al Obeid.
Leader locali e attivisti per i diritti umani puntano il dito su SAF (Forze armate sudanesi) per aver commesso violenze sulla popolazione. L’Associazione degli Avvocati Sudanesi ha denunciato e documentato che almeno 900 cittadini dell’area sono stati arrestati dai militari governativi.
Ministeri ritornano nella capitale
Solo due settimane fa, Kamil Idris, primo ministro sudanese, ha annunciato il ritorno dell’amministrazione del governo al Burhan a Khartoum. Ministri e funzionari sono stati cacciati dalle RFS all’inizio del conflitto e costretti a fuggire dalla capitale, stabilendosi a Port Sudan sul Mar Rosso, nell’est dell’ex protettorato anglo-egiziano.
Il primo ministro ha promesso che saranno riattivati anche i servizi pubblici, ricostruiti ospedali, scuole e quant’altro. Durante i combattimenti a Khartoum e l’occupazione da parte delle RSF, il 70 per cento dei nosocomi aveva chiuso i battenti perché distrutti o per mancanza di personale e materiale. Finora sono stati riaperti 40 ospedali e un centinaio di centri sanitari.
Secondo l’ONU, nella capitale faranno ritorno oltre un milione di persone, contro i 3,6 milioni fuggiti a causa del conflitto.
Alla fine del suo breve intervento, Kamel Idris ha infine definito il 2026 come “l’anno della pace, una pace dei coraggiosi e dei vittoriosi”.
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Dalla Nostra Inviata Speciale Valentina Vergani Gavoni
Sharm El Sheikh, 23 gennaio 2026
Trump ha presentato a Davos il progetto di ricostruzione della “Nuova Gaza”. Grattacieli, appartamenti e resort di lusso, pensati per accogliere turisti di tutto il mondo. E per chi avrà la possibilità economica, potrà vivere stabilmente all’interno della Striscia beneficiando di tutti i privilegi messi a disposizione.
Al confine con l’Egitto, un aeroporto accoglierà vacanzieri e nuovi residenti nella terra della “pace”. Il valico di Rafah sarà affiancato anche da un porto e due hub logistici per lo stoccaggio e il trasporto merci. Gli Stati Uniti infatti vogliono trasformare Gaza in un punto di riferimento per il commercio, l’energia e l’infrastruttura digitale.
Trump è un noto imprenditore edile. Lo stesso settore dove i mafiosi fanno i più grossi investimenti: “Report ha rintracciato una serie di possibili e mai esplorati collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana, attraverso nuove testimonianze di ex boss, investigatori, legali, e alcuni strettissimi collaboratori che in passato lavoravano con l’attuale candidato alla Casa Bianca”, si legge su Rai.it.
La famiglia Trump con l’avvocato Roy Cohn, nel 1985 al Waldorf Hotel di New York
La proposta del Presidente americano, presentata quando ancora ci si domandava se Israele avesse come obiettivo quello di eliminare i palestinesi dalla terra che stava occupando, replica una storia già scritta: quella di Sharm el- Sheikh. La stessa città del famoso accordo di “pace” per Gaza.
Il beneficio del crimine: reportage di Africa Express
All’uscita dell’aeroporto di Sharm El Sheikh una scritta scolpita a caratteri cubitali accoglie i turisti così: “Benvenuti nella terra della pace”.
Una città costruita dopo la fine dell’occupazione israeliana, iniziata con la Guerra dei sei giorni nel 1967 tra lo Stato di Israele e i Paesi arabi limitrofi (Egitto, Siria e Giordania) e terminata con la guerra del Kippur nel 1973.
Guerra del Kippur tra Egitto e Israele 1973
L’Egitto però, a differenza della Palestina, era uno Stato sovrano con un esercito regolare supportato dall’ex URSS. Il confronto militare ha causato un numero elevato di morti, da entrambe le parti. E solo grazie agli Stati Uniti, Israele ha vinto la guerra.
Nel 1979 l’Egitto e lo Stato sionista hanno firmato gli accordi di pace a Washington. Nel 1991 Israele ha riconsegnato la penisola del Sinai. E nel 1993 Sharm El-Sheik è diventata una meta turistica internazionale.
Porta di Allah in Egitto, costruita sul campo di battaglia in nome della pace con Israele
La città della “pace”. Circondata, protetta e rinchiusa all’interno di un muro di cemento dove gli imprenditori edili – provenienti da diverse parti del mondo – hanno iniziato a investire nel settore turistico mentre i capi di Stato firmano accordi politici in Medio Oriente.
Resort di lusso a Sharm el-Sheikh
Da quel momento in poi (1993), dopo aver ripulito la terra dai resti dei corpi senza vita dove oggi milioni di persone fanno escursioni turistiche, non hanno più smesso di costruire. È un cantiere a cielo aperto, in costante evoluzione, pensato per soddisfare il mondo del lusso. Una realtà alienante, quella offerta dal sistema economico occidentale, che trova il tacito consenso delle istituzioni locali e internazionali.
Come Dubai, “diventata strategica per la criminalità organizzata mondiale. Lì i mafiosi riescono a riciclare il denaro sporco investendoli, con pochissime restrizioni, nel settore delle costruzioni”, spiega il criminologo Vincenzo Musacchio in un’intervista a Rai News.it.
La storia è recente. Ma la linea di confine tra la ricca città della “pace” di Sharm el-Sheikh e il popolo che vive in povertà al di fuori delle mura, cancella la memoria dalla mente e dalla coscienza di chi beneficia di tanta ricchezza.
Un occhio esperto vede ancora i resti dei bunker costruiti da Israele. Quelle che prima erano le case dei coloni, ricordano gli insediamenti israeliani nei territori occupati palestinesi.
Il muro costruito per proteggere la bolla magica assomiglia invece a quello che separa Israele dai territori della Palestina sotto occupazione. E il simbolo della pace ricorda al popolo il prezzo che ha pagato per ottenerla.
Muro israeliano che separa Israele dai territori occupati palestinesi
“Il governo egiziano ha lanciato una nuova strategia di investimento con l’obiettivo di raggiungere 30 milioni di turisti all’anno entro il 2031. La strategia si concentra sull’aumento degli investimenti diretti esteri attraverso l’individuazione di chiare opportunità nel settore turistico”, riporta l’Ansa.
Agenzie immobiliari, presenti all’interno di Sharm el-Sheikh, vendono e affittano case dentro i villaggi turistici. E sempre più stranieri (molti dei quali italiani) scelgono di immigrare in Egitto.
Ovviamente, per gli egiziani, il costo della vita è troppo alto. Per loro è solo un’opportunità lavorativa sottopagata. Costretti a lasciare le loro famiglie, arrotondano il salario insufficiente per mantenerle con le mance dei turisti.
Il copione si ripete
Trump, dopo aver sponsorizzato la nuova “Riviera di Gaza”, il 13 ottobre 2025 ha firmato l’accordo di “pace” a Sharm El-Sheikh. E il video della ricostruzione sulle ceneri dei morti palestinesi, creato con l’intelligenza artificiale, racconta una storia già scritta. Nulla di inventato o immaginario, quindi.
Il futuro di Gaza è infatti stato presentato come l’ennesimo progetto edilizio imprenditoriale. Un investimento nel settore del turismo di lusso. Pensato per sfruttare la terra palestinese a favore dei grandi capitali produttivi.
Il mondo ha reagito con sdegno difronte al potere dei soldi sbattuto letteralmente in faccia dal presidente degli Stati Uniti. Un sentimento che dura poco davanti a resort da sogno, pacchetti di cibo e bevande all inclusive, divertimento, e intrattenimento di qualsiasi tipo.
E grazie alla manipolazione delle debolezze umane davanti a tentazioni irresistibili come quelle che propone il capitalismo laissez faire, laissez passer più estremo, gli Stati contrattano per sfruttare le materie prime del territorio.
Accordi economici in cambio di pace e silenzio
“Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato l’accordo di esportazione all’Egitto di gas naturale da 35 miliardi di dollari, rimasto in sospeso da quando era stato siglato per la prima volta all’inizio di agosto”, scrive Céline Dominique Nadler il 19 Dicembre 2025 per la rivista Africa e Affari.
“L’accordo prevede che Chevron e i suoi partner nel giacimento di gas Leviathan, NewMed Energy e Ratio Energies, esportino 130 miliardi di metri cubi di gas in Egitto tra il 2026 e il 2040, ha detto Netanyahu in una dichiarazione televisiva, osservando che si tratta dell’accordo più grande nella storia di Israele”, riporta il giornalista.
Abdel Fattah el-Sisi non è l’unico. Oltre a Emirati e Qatar, anche l’Arabia Saudita ha capito come il turismo può ripulire le coscienze oltre ai soldi: “Negli ultimi anni, la regione del Medio Oriente è rapidamente diventata nota a livello mondiale per innovazione, lusso e sviluppo sostenibile. Il Red Sea Project rappresenta l’approccio più entusiasmante e avanzato al turismo e al mercato immobiliare mai tentato in Arabia Saudita”, si legge nell’articolo pubblicato su Estateagent Power.
Red Sea Project Arabia Saudita
E poi continua: “Oltre alle splendide spiagge e ai resort di lusso, il Red Sea Project sta silenziosamente guadagnando visibilità come hub importante per investitori globali, marchi famosi e sviluppatori di alto profilo”.
Pace, quindi, sembra essere sinonimo di omertà davanti alla ritorsione degli Stati più potenti in cambio di vizi e privilegi. Un beneficio derivato dal crimine che diventa pura tentazione psicologica per qualsiasi essere umano.
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Speciale Per Africa ExPress Alessandra Fava
Genova, 23 gennaio 2026
Per capire la situazione iraniana bisogna parlare con gli iraniani e con esperti di Medio Oriente. Sui media italiani, specie nei dibattiti televisivi, il confronto di politica interna ed estera diventa spesso una questione di tifoserie.
Non si fanno intervenire gli esperti dell’area e tantomeno viene ascoltata l’opinione degli abitanti del Paese di cui si dibatte (gli espatriati non mancano neppure in Italia).
Così l’assalto al petrolio iraniano e la fine del regime degli ayatollah, voluti dal presidente degli Usa Donald Trump, diventa come una partita di calcio, con opinioni insostenibili e non attinenti la realtà.
Africa ExPress ha scelto di sentire una esperta, iraniana di nascita, Farian Sabahi, già nota ai nostri lettori giacché abbiamo pubblicato vari suoi articoli. Opinionista, giornalista, professoressa associata in Storia contemporanea presso l’Università dell’Insubria, autrice di “Storia dell’Iran 1890-2020” (Il Saggiatore 2020), “Noi donne di Teheran” (Jouvence, edizione aggiornata 2022), “Alla corte dello scià” (Ibis 2025).
La giornalista e studiosa Farian Sabahi, autrice di “Alla corte dello Scià”Sabahi ha sempre una visione precisa e dettagliata della situazione iraniana, non di parte. La sua libertà di idee la rende spesso bersaglio di insulti e minacce.
Africa Express:Ormai è chiaro che la repressione è una strage con migliaia di morti in diverse città iraniane. Molti iraniani espatriati pensano che sia la fine del regime. E’ davvero così?
Farian Sabahi: Come hanno spiegato altri autorevoli analisti, la Repubblica islamica cadrà nel momento in cui non potrà più contare sull’appoggio dei militari. Alla luce del massacro delle scorse settimane, mi sembra di capire che i militari siano allineati con la loro leadership.
Iran, ricco di giacimenti di petrolio e gas
Afex:A differenza del Venezuela per eliminare il governo islamico non basta catturare l’ayatollah. Ci sono migliaia di persone coinvolte nel regime e decine di congregazioni/associazioni religiose che si spartiscono il potere economico del Paese, la ramificazione dei poteri è estesissima. Si dice che Trump stia trattando con i funzionari governativi. È davvero possibile una transizione politica con un negoziato con gli attuali quadri?
F. S. Ci stanno provando le diplomazie mediorientali, perché l’alternativa è quella militare che farebbe esplodere – ancora una volta – tutta la regione. Mi spiego meglio. Se gli USA e Israele dovessero attaccare l’Iran – e la data indicativa sembra essere la notte tra il 30 e il 31 gennaio, a mercati finanziari chiusi – le autorità iraniane colpirebbero le basi militari statunitensi nella regione. E quindi in Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Iraq. Tutti a tiro di scoppio, vicinissimi e quindi facilmente raggiungibili dai missili fabbricati in Iran.
Donne iraniane
Afex:La soluzione eredi Pahlavi sembra impraticabile. È come se in Italia si dicesse torniamo ai Savoia. In Italia sarebbero contenti solo i pochi monarchici. Anche in Iran i sostenitori della famiglia dello scià sono pochi. Che cosa ne dicono gli iraniani?
F. S. Da quanto ho letto su Haaretz, il quotidiano israeliano di sinistra, in opposizione al governo del premier Netanyahu, le immagini in cui gli iraniani in Iran inneggiano al principe Pahlavi sarebbero state create dall’intelligenza artificiale. Gli slogan in suo favore sono molto più numerosi nella diaspora che in Iran. Si tratta di una campagna mediatica in cui il principe viene appoggiato da Israele, tant’è che nelle sue apparizioni su Instagram ha dichiarato che come prima cosa, dovesse cadere il regime e guidare lui la transizione, riconoscerebbe lo Stato di Israele.
La questione è questa: riconoscere lo Stato di Israele, che ha aggredito l’Iran a giugno 2025, è una priorità per gli iraniani in Iran? Onestamente, non credo proprio. Inoltre, nei giorni scorsi il principe ha auspicato il bombardamento dell’Iran, di quello che dovrebbe sentire come il suo Paese: un’assurdità.
Detto questo, il cognome Pahlavi evoca lo splendore dell’antico impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali ed economiche degli anni Sessanta e Settanta, le torture inflitte dalla polizia segreta dello scià (la terribile Savak, addestrata da US e Israele), e l’asservimento a Londra e Washington.
Nel caso del principe, l’asservimento è anche nei confronti di Israele, visto che è andato a baciare la mano di Netanyahu. Paradossalmente, lo scorso fine settimana nelle manifestazioni a Londra c’erano più bandiere di Israele che bandiere monarchiche.
Afex:È davvero scemato il consenso anche delle classi popolari al governo islamico con l’inflazione galoppante? Oppure per molti prevale la paura e restano chiusi in casa?
F. S. Onestamente non ho idea, l’Iran è un Paese grande cinque volte e mezza l’Italia, con 92 milioni di abitanti. Anche se fossimo in Iran, sarebbe difficile fornire risposte univoche. In ogni caso non è stata solo la crisi economica a scatenare le recenti proteste iraniane che in prima battuta hanno preso di mira proprio il governo del presidente Pezeshkian, in carica da 18 mesi, e non il leader supremo.
Il governo aveva promesso uno sviluppo economico in aree marginali, ma non ha mantenuto la parola. Appena sono scoppiate le proteste, sia il presidente sia il leader supremo avevano dato ragione al popolo e non c’era stata repressione.
Detto questo, l’inflazione ha superato il 40 per cento e, nel caso delle derrate alimentari, ha toccato il 72 per cento annuo (calcolato dal 21 dicembre 2024 al 21 dicembre 2025). La crisi è dovuta alla pessima gestione della cosa pubblica, alla corruzione e alle sanzioni internazionali che limitano le esportazioni di greggio a soli 1,77 milioni di barili al giorno.
Per far fronte alle difficoltà economiche, le autorità della Repubblica islamica hanno promesso di aumentare sia gli stipendi dei dipendenti pubblici (dal 20 al 40 percento) sia i sussidi in contanti alle famiglie a basso reddito. Si tratta di misure che dovrebbero entrare in vigore nell’anno persiano 1405, che inizia il prossimo 21 marzo.
Misure che il governo del presidente Masoud Pezeshkian aveva già presentato al Parlamento il 23 dicembre 2025, e quindi cinque giorni prima che i negozianti del bazar di Teheran chiudessero le serrande in segno di dissenso. In ogni caso, aumentare i sussidi non farà che incrementare l’inflazione.
Le riforme previste dal governo Pezeshkian non includono soltanto l’elargizione di sussidi, peraltro irrisori, ma anche un aumento degli introiti fiscali dell’80 percento: coloro che guadagnano l’equivalente di oltre 277 dollari non pagano la tassa sul reddito, mentre coloro che hanno entrate superiori a 927 dollari mensili versano allo Stato il 30 per cento.
La novità del budget del prossimo anno persiano (dal 31 marzo 2026) è l’incremento dell’IVA, che passerà dal 10 al 12 per cento: a esserne colpiti saranno i consumatori finali di prodotti considerati di lusso, ma non coloro che si limiteranno a consumare i prodotti alimentari di base (riso, latte, farina, ecc).
Il Qatar è una piccola penisola che spunta dall’Arabia Saudita ed è di fronte all’Iran
Afex:Le proteste, nonostante la violenza e gli omicidi, sono uno dei sintomi della vitalità della ribellione sempre viva nella società iraniana nonostante violenze, morti, torture. Le donne prendono parte attiva a questo tam-tam e attivismo che non conosce censura. Pensi che possa formarsi un governo partendo dalla società civile? Ci sono progetti politici che nascono dal basso?
F. S. Come ho già detto, finché i militari e i paramilitari sono dalla parte delle autorità della Repubblica islamica, non ci potrà essere alcun cambiamento. Tutt’al più ci sarà, prima o poi, il passaggio del testimone dagli ayatollah ai pasdaran. E quindi una repubblica islamica in mano ai militari. Stile Egitto e Pakistan, quindi in linea con quello che un certo Occidente auspica.
Afex: La censura del governo blocca internet dall’8 gennaio e ha messo le mani anche su VPN e altri sistemi di comunicazione nella rete. Il potere minaccia di creare un network solo interno con autorizzazioni speciali per comunicare con l’esterno. È l’ennesima prova di debolezza di un regime?
F. S. Le autorità della Repubblica islamica hanno dimostrato a più riprese la loro debolezza. Credo che il blocco della rete sia invece la prova di una certa alleanza con Mosca, che ha fornito gli strumenti per bloccare la rete e pure Starlink.
Afex:Il film di Jafar Panahi Yektasadof-e sadeh tradotto in italiano “Uno strano incidente”, in qualche modo sembra dire che la società civile è pronta a perdonare i quadri bassi che hanno aderito al governo islamico, la loro appartenenza. “lo faccio solo per nutrire la mia famiglia – dice il carceriere – Chiedo scusa, chiedo scusa”. Finito il regime, dal film si può immaginare che non ci sarà un processo di Norimberga. Che cosa ne pensi?
F. S. Ritengo sia invece fondamentale ipotizzare fin d’ora una commissione di riconciliazione nazionale, per evitare una pericolosa resa dei conti. Il modello a cui guardare è il Sudafrica nel dopo apartheid. Al momento non ho però sentito nessun leader dell’opposizione all’estero – né il principe Pahlavi né Maryam Rajavi, a capo dei mojaheddin del popolo – avanzare questa ipotesi.
Afex:Non sfugge che a manovrare ci sia anche Israele, l’eterno nemico dell’Iran; che gli Stati del Golfo siamo preoccupati di un eventuale abbattimento del regime, ancorché sunniti; che il petrolio iraniano con l’embargo veniva venduto soprattutto alla Cina e alla Russia e quindi un’eventuale sovversione del regime in salsa USA serva a tagliare anche risorse a Cina e Russia. Insomma, l’Iran è un tassello del piano Trump sul mondo. Gli iraniani che cosa dicono di eventuali interventi stranieri nel loro Paese pur per far finire un regime certo odioso ai più?
F. S. L’impressione è che vi sia un ampio divario tra gli iraniani in Iran e gli iraniani nella diaspora. Coloro che vivono in Iran non vogliono ovviamente essere bombardati, mentre una parte della diaspora – incluso il principe Pahlavi – auspica il cambio di regime anche a costo di un bombardamento israeliano e statunitense. Vi sono iraniani in Italia che hanno paragonato un possibile bombardamento dell’Iran all’operazione statunitense per liberare l’Italia durante la Seconda guerra mondiale. Uno scenario apocalittico.
Afex:Secondo il Mossad, alle proteste partecipano anche agenti israeliani con la collaborazione degli americani. È credibile?
F. S. È assai probabile perché è stato lo stesso Mike Pompeo, ex capo della Cia, a scriverlo sui social, ed è stato un ministro israeliano ripreso dall’account middleastmonitor.
Afex:Che cosa potrebbe fare la comunità internazionale per aiutare gli iraniani in Iran?
F. S. Potrebbe sembrare una provocazione, ma sono più di trent’anni che mi occupo di Iran come giornalista e accademica. Ho viaggiato in lungo e in largo in tutto il Medio Oriente. Ho memoria della povertà della popolazione irachena al tempo di Saddam Hussein, quando l’Iraq era sotto sanzioni internazionali. E ritengo che, a questo punto, dopo vent’anni di sanzioni internazionali, dopo i bombardamenti israeliani e statunitensi del giugno 2025, dopo le minacce del presidente americano Donald Trump di attaccare Teheran per poi far marcia indietro, l’unica soluzione sia mettere fine al regime sanzionatorio. Soltanto così la popolazione iraniana potrà tornare ad avere una vita dignitosa e riprendere le forze per rovesciare, motu proprio, un regime che per anni ha negato i suoi diritti.
Manifestazione a Washington contro l’assalto all’Iran voluto da Trump
Afex: E per aiutare le donne iraniane, che cosa può fare la comunità internazionale?
F. S. In una società patriarcale come quella iraniana, il capo famiglia è il marito, come lo era d’altronde in Italia fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Inoltre, secondo il codice islamico, è il marito a dover mantenere la moglie e i figli. In questo contesto, quando c’è crisi economica i datori di lavoro licenziano dapprima le donne, cercando di salvaguardare i posti di lavoro degli uomini. Di conseguenza, in questi vent’anni di sanzioni internazionali in Iran il tasso di occupazione femminile è diminuito. Paradossalmente, le ragazze sono però i due terzi della popolazione universitaria e i due terzi dei laureati. Anche per aiutare le donne iraniane, togliere le sanzioni sarebbe opportuno.
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E’ difficile fare un elenco completo delle interferenze americane, organizzate negli anni per abbattere governi che avevano intenzione di rivendicare (o avevano rivendicato) un’autonomia economica per gestire le risorse del proprio territorio (e non solo).
Proviamo qui ad elencare una lista di colpi di Stato e/o ingerenze inquietanti degli Stati Uniti avvenute dopo la Seconda Guerra mondiale.
Metodi sbrigativi
Sappiamo che è lacunosa e incompleta, ma dimostra che la corsa alla conquista del mondo non è assolutamente cominciata con Donald Trump, ma molto prima. Con Trump sono cambiati solo i metodi, più sbrigativi e diretti. Insomma, più arroganti e più consoni a un bullo, piuttosto che confacenti a un presidente di un grande Paese che si suppone democratico.
Il presidente americano, Donald Trump
Molti ritengono che Trump sia l’interprete moderno della Dottrina Monroe. Certamente lo è ma occorre anche tener presente che invece applica spregiudicatamente la dottrina del Destino Manifesto.
circa 1902: Original Artist: By Bernard Partridge. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)
La dottrina Monroe, annunciata nel 1823, dichiarava che le potenze europee non dovevano tentare di colonizzare o interferire negli affari dei Paesi del continente americano. In cambio, gli Stati Uniti si impegnavano a non immischiarsi nelle questioni interne europee. Il messaggio centrale era che l’emisfero occidentale doveva essere libero da nuove influenze coloniali dei Paesi del Vecchio Continente.
La dottrina del Destino Manifesto era un’ideologia politica e culturale sviluppatasi negli Stati Uniti nel XIX secolo. Fu lanciata poco prima del 1840 ma divenne esplicita nel 1845, quando il giornalista John L. O’Sullivan la formulò pubblicamente per giustificare l’espansione verso ovest e l’annessione di territori come il Texas.
La dottrina sosteneva che gli americani fossero destinati da Dio ad espandersi verso ovest, occupare il territorio fino all’Oceano Pacifico e diffondere le proprie istituzioni, valori e sistema politico. Questa convinzione giustificò l’espansione territoriale anche armata, come la conquista del Texas, della California e di altri territori, e fu spesso utilizzata per legittimare anche lo spostamento forzato delle popolazioni native.
Missione divina
Insomma, una teoria elaborata per difendere l’idea che esista una sorta di “missione divina” statunitense per promuovere e difendere la democrazia in tutto il mondo. Il Destino Manifesto sembra che ancora oggi continui a esercitare un’influenza pesante sull’ideologia politica statunitense.
Manifesto divino
Bisogna riconoscere che Donald Trump ha un pregio: è molto meno ipocrita dei suoi predecessori. In altre parole, come tutti i bulli, è più diretto. Tenta di mascherare i suoi interventi dietro motivazioni umanitarie (la difesa dei cristiani in Nigeria e la lotta contro il narcotraffico e la spietatezza di un dittatore in Venezuela) o di sicurezza (la Groenlandia è infestata da navi russe e cinesi) ma alla fine non riesce a nascondere le vere ragioni delle sue aggressioni: risorse naturali, petrolio e minerali preziosi. E quindi ammette candidamente che i reali motivi della sua crociata contro il mondo è spinta da interessi economici – accaparramenti di risorse – e di megalomania mal repressa (“Devo controllare il pianeta”).
Anche per quello che riguarda l’Europa, Trump è stato chiaro è schietto. “L’Unione è stata creata per fregarci”, e si è con forza rammaricato. Eppure, aveva ragione. L’Europa forse non è stata creata per fregare l’America, ma sicuramente per affiancarla. Cosa che, se avesse funzionato come previsto, avrebbe provocato una perdita di ricchezza da parte degli Stati Uniti. Ma i politici del vecchio continente non hanno capito che aveva ragione. Non hanno capito che in un mondo polarizzato il tuo compagno di banco è un tuo antagonista. E non hanno compreso che una frase del genere comprende un obbiettivo: distruggere o almeno controllare e tenere a bada la vecchia Europa.
Euro e dollaro
Quando l’euro fu varato, 1° gennaio 2002, molti commentatori auspicavano e prevedevano che avrebbe potuto affiancare il dollaro nelle transazioni commerciali internazionali. Inizialmente era stata stabilita una parità tra le due valute, anche per questo motivo.
Gli interventi americani bloccarono sul nascere queste velleità del vecchio continente. I suoi leader politici non se ne accorsero e comunque fecero finta di niente. Forse invece avrebbero potuto e dovuto denunciare questo sopruso dell’alleato. Forse già allora l’Europa manifestava sottomissione psicologica, perdita di autonomia, bassa autostima e difficoltà a prendere decisioni indipendenti.
All’inizio del 2026, nonostante il cessate il fuoco dichiarato ma mai applicato veramente, Gaza resta segnata da una violenza continua. I raid aerei colpiscono infrastrutture e campi profughi, aggravando una crisi umanitaria estrema.
In questo contesto, poiché l’accesso indipendente dei media è impossibile, perché impedito da Israele, le poche testimonianze dirette diventano essenziali.
bambini che giocano fuori da una tenda educativa nella Striscia di Gaza – foto sul campo fornita da Jalal al Farra
Raccontare Gaza da dentro
tenda educativa – Foto sul campo fornita da Jalal al Farra
Dal febbraio 2024, nel campo profughi di Khan Younis, una tenda educativa dai colori vivaci rompe il grigiore delle macerie, offrendo ai bambini uno spazio di apprendimento e protezione in un contesto di continua insicurezza.
La storia di questa tenda è stata ricostruita grazie alle testimonianze raccolte da Jalal Al Farra, giovane palestinese titolare di una borsa di studio e in attesa di espatriare per iniziare gli studi all’Università dell’Insubria.
Il 9 gennaio, proprio mentre Jalal Al Farra documentava il progetto, Khan Younis è stata colpita da un nuovo raid aereo: un missile è caduto a pochi metri dalla tenda in cui si trovava lui.
bambini fanno lezione in una tenda
È sopravvissuto, ma l’episodio mostra con chiarezza quanto anche gli spazi civili ed educativi restino esposti alla violenza del conflitto.
Il racconto è arrivato in Italia attraverso una collaborazione che ha superato confini e censure, rendendo possibile l’intervista al fondatore del progetto, Hassan Jaber Al Shallah.
In assenza di accesso per i giornalisti internazionali, la ricostruzione dei fatti passa inevitabilmente attraverso chi vive e testimonia sul campo.
Dal sogno alla scuola
Nel febbraio 2024, dopo quattro mesi di totale sospensione delle attività scolastiche, Hassan Jaber Al Shallah ha deciso di reagire. “Ogni bambino di Gaza è diventato mio figlio”, racconta.
Da questa consapevolezza è nata la prima tenda educativa mobile, dipinta a mano per restituire ai più piccoli un frammento di normalità.
Oggi quella tenda è una scuola con più aule, frequentata da oltre 1.500 studenti tra i 5 e i 17 anni.
Il progetto va oltre l’istruzione formale: offre supporto psicosociale, logopedia e attività ricreative per aiutare i bambini ad affrontare i traumi della guerra.
Gli insegnanti sono volontari della comunità locale, uniti da esperienze comuni di perdita e resistenza.
Un modello che si muove
La forza dell’iniziativa risiede nella sua flessibilità. Quando una zona diventa troppo pericolosa, la scuola si sposta, garantendo continuità educativa anche in condizioni estreme.
Le lezioni si concentrano su arabo, matematica, scienze e inglese. “Non stiamo solo insegnando – afferma Al Shallah – stiamo proteggendo il futuro”.
Voci dalla speranza
La scuola è gratuita e sostenuta da volontari, autofinanziamento e piccole donazioni. Per crescere sono necessari fondi, partner internazionali e visibilità. Il bisogno di risorse è urgente, ma altrettanto urgente è raccontare al mondo che, tra le macerie, i bambini continuano a sognare.
una bambina si fa dipingere il volto in una delle tante iniziative proposte
Rawaan, otto anni, racconta: “Qui mi sento forte. Ho imparato a leggere da sola. Sogno di diventare medico e costruire un asilo colorato come questa tenda”.
Suo padre aggiunge: “Questa scuola non ha restituito solo lezioni, ma speranza”. Tra le macerie, ogni quaderno colorato diventa una forma di resistenza pacifica.
Una promessa tra le rovine
Per Hassan e il suo team, l’istruzione è la prima linea di difesa contro la disperazione.
Questa scuola mobile è più di un progetto educativo: è una promessa di futuro e dimostra come la conoscenza condivisa possa aprire spazi di responsabilità e solidarietà anche dove la censura tenta di imporre il silenzio.
persone mascherate intrattengono i bambini in una tenda
Agnese Castiglioni* agnesecastiglioni@gmail.com
* studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria, frequentante il corso di Storia e Diritti tenuto da Farian Sabahi, che fornisce le basi per trattare le tematiche qui esposte.
Keith Richburg era il corrispondente del Washington Post
da Nairobi. Come membro del Comitato editoriale
del Washington Post, ha dato il consenso per pubblicare
questo editoriale uscito sul quotidiano americano.
Comitato Editoriale del Washington Post
19 gennaio 2026
At the bottom of the article in Italian, you will find the original version in English.
Quando il presidente ugandese Yoweri Museveni salì al potere nel gennaio 1986, dopo decenni di guerra civile e caos, promise un cambiamento radicale. “Il problema dell’Africa in generale e dell’Uganda in particolare non è la popolazione, ma i leader che vogliono rimanere al potere troppo a lungo”, disse Museveni nel suo discorso inaugurale.
Quarant’anni dopo, Museveni è stato dichiarato vincitore nel fine settimana di un’elezione segnata da violenze, blackout di Internet e intimidazioni dell’opposizione. L’ottantunenne presidente in carica, il terzo leader africano più longevo, ha dimenticato le sagge parole del comandante ribelle quarantunenne che era un tempo.
I funzionari elettorali del Paese hanno affermato in modo dubbio che Museveni ha vinto con il 71,7 per cento dei voti e che il suo principale sfidante, il popolare musicista diventato politico, Bobi Wine, ha ottenuto poco meno del 25 per cento.
Il presidente ugandese Yoweri Museveni saluta i sostenitori dopo aver votato per sé stesso giovedì. (AFP/Getty Images)
Wine ha pubblicato dei video online che mostrano quelli che secondo lui sono esempi di brogli elettorali e altri imbrogli. Ma le sue denunce probabilmente non saranno ascoltate, dato che Museveni controlla tutte le leve del potere e i media statali. Lo stesso Wine ha dichiarato di essere stato costretto a fuggire dalla sua casa dopo che era stata circondata dai soldati.
L’Africa è una bomba demografica a orologeria. Il continente più giovane del mondo è dominato da una serie di leader ottantenni e novantenni, i cosiddetti “Big Men”, che continuano ad aggrapparsi al potere con la brutalità e la paura. Lo scorso ottobre, il presidente del Camerun Paul Biya, spesso assente, è stato dichiarato vincitore delle elezioni per un nuovo mandato di sette anni all’età di 92 anni. Nello stesso mese, il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara è stato dichiarato vincitore di un quarto mandato all’età di 83 anni, dopo aver squalificato i suoi principali avversari dalla corsa elettorale.
Il cambiamento è inevitabile, se non altro perché i vecchi Big Men sono letteralmente una specie in via di estinzione. Nel caso di Museveni, sembra che stia cercando di orchestrare la sua uscita di scena preparando il suo imprevedibile figlio come suo successore. Ma questo significherebbe solo sostituire una forma di autoritarismo spietato con un modello più giovane.
Una transizione verso una leadership migliore, più rappresentativa e più democratica – in Uganda e altrove – richiederà l’aiuto della comunità internazionale dei donatori, che sostiene gli autoritari africani con aiuti stranieri.
L’amministrazione Trump, che ha messo in secondo piano la promozione della democrazia, sta seguendo un modello familiare. Ad agosto, il segretario di Stato Marco Rubio ha avuto una conversazione telefonica con Museveni e ha “ringraziato l’Uganda per aver fornito un modello di stabilità regionale”.
Rubio lo ha elogiato per aver fornito truppe alle operazioni di mantenimento della pace e per aver accettato di accogliere gli immigrati di Paesi terzi espulsi dagli Stati Uniti che si rifiutano di tornare nei loro paesi d’origine.
Mentre altri continenti devono affrontare le sfide del declino demografico, l’Africa ha una popolazione giovane in crescita. Il 70% degli africani subsahariani ha meno di 30 anni. L’età media in Uganda è di 17,8 anni. La vera stabilità per il futuro dipende dai giovani.
Washington Post Editorial Board
Original version
Keith Richburg was the Washington Post’s correspondent in Nairobi. As a member of the Washington Post’s Editorial Board, he gave his consent to publish this editorial, which appeared in the American newspaper.
Time is on Africa’s side
Once heralded as a “new breed” of leader, now he’s part of a dying
Washington Post Editorial Board
19 gennaio 2026
When Ugandan President Yoweri Museveni took power in January 1986, after decades of civil war and chaos, he promised fundamental change. “The problem of Africa in general and Uganda in particular is not the people, but leaders who want to overstay in power,” Museveni said in his inaugural speech.
Forty years later, Museveni was declared the winner over the weekend of an election marred by violence, an internet blackout and the intimidation of the opposition. The 81-year-old incumbent, Africa’s third longest-serving leader, has forgotten the sage words of the 41-year-old rebel commander he once was.
The country’s election officials claimed dubiously that Museveni won with 71.7 percent of the vote and that his principal challenger, popular musician-turned-politician Bobi Wine, garnered just shy of 25 percent.
Wine posted online videos showing what he alleged were examples of ballot stuffing and other shenanigans. But his complaints will likely not be heard, since Museveni controls all levers of power and state media. Wine himself said he was forced to flee his home after it was surrounded by soldiers.
Africa is a demographic time bomb. The world’s youngest continent is dominated by a series of octogenarian, and one nonagenarian, “Big Men” leaders who continue clinging to power by brutality and fear. Last October, Cameroon’s often-absent President Paul Biya was declared the winner of an election for a new seven-year term at age 92. That same month, Ivory Coast’s President Alassane Ouattara was declared the winner of a fourth term at age 83 after disqualifying his main opponents from running.
Change is inevitable, if only because the old Big Men are literally a dying breed. In Museveni’s case, he appears to be trying to stage-manage his exit by grooming his erratic son as his successor. But that would just be swapping one form of ruthless authoritarianism for a younger model.
A transition to a better, more representative, more democratic leadership — in Uganda and elsewhere — will require help from the international donor community, which props up Africa’s authoritarians with foreign assistance.
The Trump administration, which has put democracy promotion on the back burner, is following a familiar pattern. In August, Secretary of State Marco Rubio had a telephone call with Museveni and “thanked Uganda for providing a model of regional stability.” Rubio praised him for providing troops to peacekeeping efforts and agreeing to take third-country immigrants deported from the United States who refuse to return to their home countries.
While other continents face challenges of demographic decline, Africa has a growing young population. Seventy percent of sub-Saharan Africans are under 30. The median age in Uganda is 17.8. Real stability for the future rests with the young.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Nairobi, 19 gennaio 2026
I resti di quello che credeva essere uno dei più potenti eserciti calcistici dell’Africa, se non del mondo, lasciano in lacrime e senza speranza quel campo che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
La nazionale del Senegal (I celebrati Leoni del Teranga) potrebbe giustamente ricorrere al Bollettino della Vittoria (1918, firmato Diaz) dopo il successo sul Marocco (Leoni dell’Atlantide), domenica sera, a Rabat nella Coppa d’Africa 2025.
Puff…. Il pallone pieno di boriosa aspettativa della squadra e dell’intera società magrebine si è sgonfiato come un palloncino.
La nazionale senegalese, “I celebrati Leoni del Teranga” vincitori dell’ambita Coppa delle Nazioni
Il re Leone del calcio africano è il Senegal. Almeno temporaneamente. Perché pende un ricorso dei perdenti.
Tutto era stato apparecchiato per il secondo trionfo, atteso per 50 anni, dei Leoni dell’Atlante nella 35a edizione del torneo pallonaro più prestigioso del continente nero, iniziatosi il 21 dicembre e conclusosi il 18 gennaio.
Per ricordare una debacle simile della squadra di casa occorre risalire ai Campionati Mondiali del 1950. Nello stadio Maracana di Rio de Janeiro, l’Uruguay inaspettatamente piegò per 2-1 il Brasile che si considerava (ed era dato da tutti per certo) Campione del Mondo. Davanti a quasi 200 mila spettatori avvenne quello che poi fu considerato un lutto nazionale, con tanti suicidi a seguire.
Stavolta gli spettatori erano poco più di un terzo e fortunatamente nessuno si è tolto la vita per la batosta. Ma la disillusione è stata profondissima. Il pubblico ha abbandonato gli spalti (non solo perché piovesse tanto..). I giornalisti marocchini hanno disertato la conferenza stampa dei vincitori….
Rabat, Marocco, stadio Prince Moulay Abdellah
Erano stati preparati nove stadi di livello mondiale dotati di una tecnologia che evitasse allagamenti in caso di pioggia (e ce ne è stata tanta!). E di un’altra tecnica di descrizione audio per aiutare i tifosi non vedenti e ipovedenti a seguire le partite.
L’intero Paese era stato costellato di annuncia pubblicitari diMorocco NOW: Invest and Export, la piattaforma industriale statale volta a incoraggiare e cogliere opportunità di investimento, sviluppare un ecosistema per l’imprenditorialità e l’innovazione e stimolare il Paese a livelli di crescita senza precedenti.
“Il calcio come uno dei pilastri per plasmare l’identità e la posizione del Paese nel panorama mondiale; il Re Mohammed VI aveva delineato la sua visione a lungo termine e indirizzato la nazione verso una tabella di marcia lanciata nel 2008, in seguito a costanti investimenti nelle infrastrutture calcistiche nel decennio precedente, in vista anche dei Mondiali di Calcio del 2030”, aveva ricordato sul sito ESPN.com, Ed Dove, 36 anni, giornalista, profondo conoscitore del football africano.
Nuova alba per il Marocco
La conquista della Coppa delle Nazioni doveva essere una specie di nuova alba per il Marocco. Peccato che il sorgere della nuova era fosse stato già oscurato da critiche sulla gestione dei biglietti, degli arbitri, della sanità, della scuola… e delle alluvioni. Proprio tre giorni prima dell’inizio del torneo, nella provincia della costa di Safi, piogge torrenziali avevano provocato decine di morti. Ma l’importante era non rovinare la festa….
A questo ci ha pensato domenica sera un impassibile arbitro della Repubblica Democratica del Congo, 38 anni, Jean Jacques Ndala.
Chiamato a dirigere la finale tra Marocco e Senegal, perché – parole del Comitato organizzatore – considerato uno degli arbitri più esperti e affidabili – il signor Jean-Jacques ha dato il peggio di se stesso.
Incontro delicato
L’incontro calcistico fra i due Leoni sportivi africani infatti era delicatissimo. È vero che tra i due Paesi corre buon sangue (uno scontro tra fratelli, ha scritto un quotidiano senegalese). E questa finale era vista “come una celebrazione di legami secolari. Tra Dakar e Rabat, il rapporto trascende la diplomazia: è spirituale, economico e culturale”.
Non come tra Algeria e Marocco. Che non si parlano, anzi non perdono occasione per farsi dei dispetti. Prova ne siano i tre tifosi algerini arrestati con queste ….gravissime accuse: aver strappato banconote marocchine in disprezzo del monarca e del Paese; aver rubato un walkie-talkie a un agente della sicurezza, e, udite udite, aver fregato due palloni!
L’evento marocchino poi veniva trasmesso in 180 nazioni. In Francia erano stati organizzati feste e schermi giganti. A Parigi era stato vietato ogni assembramento nei Champs Elysees, pena 135 euro di multa (ma i tifosi hanno disubbidito!).
In Italia l’attesa era spasmodica: sono poco più di 100 mila i senegalesi e quasi 400 mila i marocchini residenti nella penisola. E le celebrazioni della comunità più integrata sono esplose in diverse città, (come dimostrano tanti video postati su YouTube): da Milano, a Torino, a Genova, a Varese, in Emilia Romagna si sono viste centinaia di persone in piazza, caroselli di auto, fumogeni, sventolio di bandiere verdi-giallo-rossa.
Oltretutto, la disfida di Rabat era molto europea. Tra i 56 giocatori convocati delle finaliste, da questa settimana 15 calciatori del Senegal e 14 del Marocco tornano a giocare nel nostro continente. I tesserati per club europei sono ben 44 (25 nel Senegal e 19 nel Marocco). E quelli nati in Europa sono 27, rispettivamente 13 e 14.
“È una finale che fotografa alla perfezione il nuovo volto del calcio africano, fatto di talento locale e figli della diaspora”, aveva scritto Filippo Maria Ricci nei giorni scorsi sulla Gazzetta della Sport.
Uno di essi è Brahim Diaz, 26 anni, spagnolo ma di padre marocchino che ha scelto la terra del Tramonto per interesse, altro protagonista, in negativo, con l’arbitro, della surreale, rocambolesca folle , a suo modo indimenticabile, serata di domenica. Negli ultimi minuti della partita, il signor Ndala ha annullato un goal (regolare) al Senegal, e poco dopo ha concesso un rigore (molto dubbio) al Marocco.
A quel punto, i Leoni del Teranga hanno ruggito. Il pubblico ha tentato un invasione di campo, i giocatori, purtroppo sollecitati dal loro allenatore, il campo lo hanno abbandonato e si sono ritirati negli spogliatoi.
Per fortuna, il leader del Senegal, Saido Mane’, 33 anni, bravissimo con i piedi, (viene stimato uno dei migliori giocatori africani di tutti i tempi ), ma anche con la testa sulle spalle, convince e i compagni tornare sul prato.
Sa benissimo che in caso di abbandono sarebbero andati incontro a pesanti squalifiche a livello internazionale. La partita riprende con il rigore tirato e sbagliato in modo infantile e demenziale da Brahim Diaz, che pure gioca nel Real Madrid ed è giudicato la stella del suo Paese.
Ai supplementari però arriva il gol dei Leoni del Teranga e per il Marocco si apre la voragine della disperazione. Lacrime amare, sotto la pioggia, dolore, rimpianto, delusione. È un fallimento, che sicuramente non bloccherà la via intrapresa di modernizzazione non solo sportiva del Paese. Ma potrebbe rischiare di modificare l’interesse della popolazione per la priorità degli investimenti, appannare l’immagine che il regno alawide mira di consolidare a livello continentale. Comunque non è finita.
Il giorno dopo la folle partita, lunedì 19 gennaio, la Federcalcio marocchina ha annunciato che ricorrerà alle vie legali presso la CAF (Confederation Africaine de Football) e la FIFA (Federazione Internazionale) perchè “si pronuncino su quanto messo in atto ieri sera dal Senegal”.
In questo è appoggiata da due potenti sponsor, Patrice Motsepe, presidente del CAF e Gianni Infantino, presidente della FIFA. La disfida dunque rischia di andare ben oltre i tempi supplementari e magari di incrinare i rapporti fra i due Paesi fratelli.
L’Africa non finisce proprio di stupire. Dopo aver mostrato peggio e il meglio del calcio nella notte di Rabat, dal Mali giunge la notizia che pallone e ciarlatani vanno spesso a braccetto.
Arrestato ciarlatano maliano
C’è sempre qualcuno che promette mirabilie, il paradiso in terra o, almeno, la fontana di Trevi. È stato arrestato dalla polizia nella capitale Bamako, un santone, Karamogo Sinayoko, per sottrarlo alla furia di una folla di tifosi. Avevo giurato loro che, grazie alle sue capacità mistiche, il Mali avrebbe vinto la Coppa d’Africa. Dietro versamento di soldini. E infatti il santone ha intascato l’equivalente di oltre 30 mila euro. Che in un Paese come il Mali, afflitto da povertà (e terrorismo islamico), non sono pochi…
ll tentativo del Gaza Board of Peace “inventato” da Trump
mira a delegittimare l’ONU e renderlo irrilevante,
così da cancellarlo del tutto.
In fondo è un intralcio alla politica egemone e imperiale
del presidente americano. Il Board of Peace – ammessa è non concessa la necessità
di crearlo – avrebbe dovuto essere posto sotto l’autorità
delle Nazioni Unite, non degli Stati Uniti o, peggio,
di Trump, che oltretutto ne ha deciso la composizione.
Non è previsto nessun controllo democratico Africa ExPress At the bottom of the article in Italian, you will find the original version in English.
da Haaretz Liza Rozovsky
17 gennaio 2026
A differenza delle Nazioni Unite, il Consiglio di Pace conferirà a Trump poteri personali e notevolmente ampi, e collegherà i mandati dei membri ai contributi finanziari. Lo statuto critica implicitamente l’ONU: Haaretz aveva precedentemente riportato che esso intende affrontare i conflitti in luoghi diversi da Gaza.
Lo statuto del Consiglio di Pace del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un organismo istituito con lo scopo dichiarato di gestire la ricostruzione di Gaza, suggerisce che Trump abbia iniziato a posizionarlo come rivale delle Nazioni Unite. In particolare, il documento non menziona Gaza per nome.
Donald Trump, presidente USA e il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu
Il documento, ottenuto da Haaretz, è stato inviato sabato a circa 60 capi di Stato – tra cui Turchia, Egitto, Argentina, Indonesia, Italia, Marocco, Gran Bretagna, Germania, Canada e Australia – insieme a un invito a partecipare al Consiglio, secondo quanto riferito da diverse fonti diplomatiche a Haaretz.
Governance affidabile e legittima
Secondo il documento, il consiglio lavorerà per “ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto”, sostituendosi ad altre organizzazioni.
Lo statuto critica implicitamente anche l’ONU. Si apre sottolineando la necessità di “un organismo internazionale di costruzione della pace più agile ed efficace”, aggiungendo che una pace duratura richiede “il coraggio di allontanarsi da … istituzioni che troppo spesso hanno fallito”.
Lo statuto considera la presidenza come un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che “Donald J. Trump ricoprirà la carica di primo presidente del Consiglio di Pace”, senza alcun riferimento alla carica di presidente o a un mandato fisso.
È degno di nota il fatto che la presidenza del consiglio non sia legata alla presidenza degli Stati Uniti e non termini quando Trump lascerà la carica.
In qualità di presidente, Trump eserciterebbe un’autorità assoluta sulla composizione, sul funzionamento e persino sulla stessa esistenza dell’organismo. Solo lui potrebbe invitare gli Stati ad aderire, rinnovare o revocare la loro adesione, nominare e revocare i membri del consiglio esecutivo, nominare il suo amministratore delegato e porre il veto su qualsiasi decisione esecutiva, soggetto solo a un possibile veto dei due terzi.
Avrebbe il potere esclusivo di creare o sciogliere organi sussidiari, emanare risoluzioni vincolanti, designare il proprio successore e sciogliere l’organizzazione o rinnovarla a sua discrezione ogni due anni.
Trump avrebbe l’approvazione finale su tutte le decisioni importanti del consiglio, stabilirebbe l’ordine del giorno delle riunioni, romperebbe i voti di parità e fungerebbe da arbitro finale dell’interpretazione dello statuto. Trump avrebbe “l’autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie”, selezionare e rimuovere i membri del consiglio esecutivo e porre il veto sulle sue decisioni “in qualsiasi momento successivo”.
Il documento prevede inoltre che “la sostituzione del presidente possa avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o a causa di incapacità”, che deve essere determinata da “un voto unanime del consiglio esecutivo”, sottolineando quanto il ruolo sia isolato dai cambiamenti politici.
Il presidente è inoltre tenuto a “designare in ogni momento un successore”, che “assumerà immediatamente la carica di presidente e tutti i compiti e le autorità associati”, rafforzando il fatto che la continuità della leadership deriva dalla designazione di Trump piuttosto che da qualsiasi carica pubblica ricoperta da lui o da un suo successore.
Il piano di Trump mira a rendere irrilevanti le Nazioni Unite e a lungo termine a chiuderle
Lo statuto lega inoltre i privilegi dei membri ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori.
Mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a un mandato di tre anni, lo statuto stabilisce che “il mandato triennale non si applica agli Stati membri che contribuiscono con più di 1 miliardo di dollari in fondi contanti al Consiglio di pace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto”, consentendo di fatto ai sostenitori più ricchi di mantenere i loro seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.
Haaretz ha riportato all’inizio di questa settimana, citando tre fonti, che la Casa Bianca sta portando avanti piani per concedere un ampio mandato a un Consiglio di Pace proposto che amministrerebbe la Striscia di Gaza e alla fine si occuperebbe di altri conflitti globali.
Board of Peace promosso da Trump
Secondo una delle fonti, alti funzionari statunitensi stanno promuovendo l’iniziativa “vedendola come qualcosa di molto simile a un nuovo tipo di ONU, composta da Paesi selezionati che prenderebbero decisioni che influenzano il mondo”.
Venerdì la Casa Bianca ha annunciato alcuni membri del consiglio, tra cui il segretario di Stato, Marco Rubio, l’inviato in Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero e ex consigliere di Trump Jared Kushner, Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, secondo quanto riferito una delle più grandi società di investimento private al mondo, il presidente del Gruppo Banca Mondiale, Ajay Banga, il vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Robert Gabriel, e l’ex primo ministro britannico, Tony Blair.
Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato invitato a partecipare alla riunione del consiglio di sabato notte, secondo quanto riferito dal suo ufficio. Secondo una fonte diplomatica, sono stati invitati a partecipare i leader di tutti e tre i Paesi mediatori: Egitto, Qatar e Turchia. Un’altra fonte diplomatica ha confermato che anche il presidente argentino, Javier Milei, è stato invitato a far parte del consiglio.
Venerdì Trump ha anche annunciato la costituzione del Comitato esecutivo di Gaza, responsabile del coordinamento quotidiano con il comitato tecnocratico palestinese, annunciato mercoledì da Witkoff.
Liza Rozovsky
VERSIONE ORIGINALE
The attempt by the Gaza Board of Peace ‘invented by Trump’
aims to delegitimise the UN and render it irrelevant,
so as to eliminate it altogether.
After all, it is an obstacle to the hegemonic and imperial policy
of the American president.
The Board of Peace – assuming the need to create it is acknowledged
but not granted – should have been placed under the authority
of the United Nations, not the United States or, worse,
Trump, who, moreover, decided its composition.
No democratic control is envisaged.
Africa ExPress
Trump’s Gaza Board of Peace Aims
to Rival UN, Charter Shows
Unlike the United Nations, the Board of Peace will hand Trump personal and remarkably broad powers, and link members’ terms to financial contributions. The charter implicitly criticizes the UN: Haaretz previously reported that it plans to address conflicts in places other than Gaza
Haaretz by Liza Rozovsky
17 January 2026
The charter for U.S. President Donald Trump’s Board of Peace, a body established with the stated purpose of managing Gaza’s reconstruction, suggests that Trump has begun to position it as a rival to the United Nations. Notably, the document does not mention Gaza by name.
The document, obtained by Haaretz, was sent on Saturday to around 60 heads of state – including in Turkey, Egypt, Argentina, Indonesia, Italy, Morocco, Britain, Germany, Canada and Australia – along with an invitation to join the board, several diplomatic sources told Haaretz.
According to the document, the board will work to “restore dependable and lawful governance and secure enduring peace in areas affected or threatened by conflict,” in place of other organizations.
The charter also implicitly criticizes the UN. It opens with emphasizing the need for “a more nimble and effective international peace-building body,” adding that durable peace requires “the courage to depart from … institutions that have too often failed.”
The charter treats the chairmanship as a personal role rather than one linked to the U.S. presidency, stating that “Donald J. Trump shall serve as inaugural Chairman of the Board of Peace,” with no reference to the office of president or to any fixed term.
Remarkably, the board’s chairmanship is not tied to the U.S. presidency and does not end when Trump leaves office.
As chairman, Trump would wield sweeping authority over the body’s composition, operations and even its continued existence. He alone would invite states to join, renew or terminate their membership, appoint and remove members of the executive board, nominate its chief executive and veto any executive decision, subject only to a possible two-thirds veto.
He would have exclusive power to create or dissolve subsidiary bodies, issue binding resolutions, designate his own successor and dissolve the organization outright or renew it at will every two years.
Trump would have final approval over all major board decisions, set meeting agendas, break tie votes and serve as the ultimate arbiter of the charter’s interpretation. Trump would have “exclusive authority to create, modify, or dissolve subsidiary entities,” select and remove members of the Executive Board, and veto its decisions “at any time thereafter.”
The document further provides that “replacement of the Chairman may occur only following voluntary resignation or as a result of incapacity,” which must be determined by “a unanimous vote of the Executive Board,” underscoring how insulated the role is from political change.
The chairman is also required to “at all times designate a successor,” who would “immediately assume the position of the Chairman and all associated duties and authorities,” reinforcing that continuity of leadership flows from Trump’s designation rather than from any public office he or a successor holds.
The charter also ties membership privileges to financial contributions, carving out a special exemption for major donors.
While most member states are limited to three-year terms, the charter states that “the three-year membership term shall not apply to Member States that contribute more than $1 billion in cash funds to the Board of Peace within the first year of the Charter’s entry into force,” effectively allowing wealthier backers to retain theirseats indefinitely, subject to the chairman’s discretion.
Haaretz reported earlier this week, citing three sources, that the White House is advancing plans to grant a broad mandate to a proposed Board of Peace that would administer the Gaza Strip and eventually take on other global conflicts.
According to one of the sources, senior U.S. officials are promoting the initiative “see it as something very close to a new kind of UN, made up of selected countries that would make decisions affecting the world.”
The White House on Friday announced some board members, including Secretary of State Marco Rubio; Middle East envoy Steve Witkoff; Trump’s son-in-law and former adviser Jared Kushner; Marc Rowan, CEO of Apollo Global Management, reportedly one of the largest private investment firms worldwide; World Bank Group President Ajay Banga; U.S. Deputy National Security Advisor Robert Gabriel; and former British Prime Minister Tony Blair.
Turkish President Recep Tayyip Erdogan was also invited to sit at the board overnight on Saturday, his office said. According to a diplomatic source, the leaders of all three mediating countries – Egypt, Qatar and Turkey – were invited to take part. Another diplomatic source confirmed that Argentinian President Javier Milei was also invited to join the board.
Trump on Friday also announced the Gaza Executive Board, responsible for day-to-day coordination with the Palestinian technocratic committee, which was announced on Wednesday by Witkoff.
Liza Rozovsky
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