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Alla faccia di Giulio Regeni, si rafforza la collaborazione militare Italia – Egitto

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo 
28 novembre 2025

Nonostante gli screzi e le tensioni (più formali che sostanziali) dovute all’irrisolto caso di Giulio Regeni, la collaborazione militare tra Italia ed Egitto prosegue e si rafforza imperterrita. A metà novembre, nell’ambito degli scambi bilaterali di esperienze e conoscenze nel settore dell’artiglieria controaerea, si è conclusa la visita della delegazione di militari appartenenti alla difesa aerea delle forze armate egiziane, con attività dimostrative organizzate dal 17° Reggimento Artiglieria Controaerei “Sforzesca” di stanza a Sabaudia (Latina).

Delegazione egiziana

“Il comandante del Reggimento, colonnello Nicola Capozzolo, ha ricevuto la delegazione e illustrato le capacità esprimibili dalla specialità controaerei dell’esercito”, rende noto lo Stato Maggiore della Difesa.

Visita di una delegazione egiziana al comando artiglieria contraerei

L’attività è proseguita con la visita della caserma “Santa Barbara”, sede del Comando dell’Artiglieria controaerei, dove gli ufficiali egiziani hanno assistito alle attività addestrative dello “Sforzesca”. Successivamente la delegazione nel vicino poligono di tiro di Foce Verde, dove si è svolta un’esercitazione militare con l’impiego di mini e micro aeromobili a pilotaggio remoto.

“La visita si è conclusa con il saluto del generale di brigata Mattia Zuzzi, comandante della specialità controaerei, che ha auspicato l’intensificazione delle attività di cooperazione bilaterale”, spiega lo Stato Maggiore italiano.

La missione degli ufficiali egidiziani nella provincia di Latina è avvenuta alla vigilia di EDEX 2025,una delle più grandi esposizioni di sistemi bellici mai realizzata in africa e nell’area mediorientale.

EDEX 2025, Cairo

La kermesse è prevista dall’1 al 4 dicembre al Cairo e sarà inaugurata dal presidente Abdel Fattah Al Sisi, Comandante supremo delle forze armate egiziane.

Ad EDEX 2025 parteciperanno le maggiori aziende del comparto militare industriale italiano. Tra gli espositori “eccellenti” spiccano le holding a capitale statale Fincantieri SpA (gold sponsor di EDEX 2025) e Leonardo SpA (leading brand dell’esposizione). Ci sono poi ELT Group (Elettronica SpA di Roma), C.E.I.A. SpA di Arezzo, Panaro di Modena e il maggiore consorzio europeo produttore di sistemi missilistici, MBDA (platinum sponsor), di cui Leonardo controlla il 25% del capitale azionario.

Ministro Difesa al Cairo

Il 2025 ha segnato il rafforzamento delle relazioni militari industriali tra Italia ed Egitto. Il 30 e 31 luglio il ministro della Difesa Guido Crosetto ha effettuato una visita ufficiale nello Stato nord africano, incontrando il presidente Abdel Fattah Al-Sisi e il ministro della Difesa e Comandante in capo delle forze armate, generale Mageed Saqr.

Dall’1 al 10 settembre, nelle acque antistanti la città di Alessandria si è svolta invece Bright Star 25, una grande esercitazione militare cui hanno partecipato le forze armate di 43 Paesi, 30 in qualità di osservatori e 13 impegnati direttamente nell’esercitazione: tra questi spiccano Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita, Qatar, Grecia, Cipro ed Italia.

Bright Star 25

A Bright Star 25, la marina militare italiana ha schierato l’unità d’assalto anfibio multiruolo “Trieste”, la fregata missilistica Fremm “Fasan”, nave ammiraglia dell’operazione Mediterraneo Sicuro e alcune unità della Brigata “San Marco” di Brindisi.

Le attività della Bright Star sono state condotte in due fasi: la prima, dall’1 al 6 settembre, in porto ad Alessandria d’Egitto, con incontri e conferenze su temi come la guerra elettronica, la cyber security, le attività anfibie, le procedure di abbordaggio, le minacce asimmetriche.

La seconda fase ha preso il via il 7 settembre con quattro giorni di intense attività addestrative in mare aperto con simulazioni di lotta anfibia, anti-aerea e subacquea, Electronic Warfare Exercise, prove di tiro in poligono.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Colpo di Stato in Guinea Bissau: militari al potere

Africa ExPress
Bissau 26 novembre 2025

Fino a poche ore fa non era chiaro se i putschisti che hanno preso il potere in Guinea Bissau avessero il sostegno di tutte le forze armate e se avessero il controllo su tutto il Paese.

Ora tutti i dubbi sono svaniti. Nella giornata odierna, il generale Horta N’Tam (fino a poche ore fa è stato capo maggiore dell’esercito), ha prestato giuramento come presidente di transizione della Guinea-Bissau dopo un colpo di Stato organizzato appena chiusi i seggi della tornata elettorale di domenica scorsa.

Transizione di un anno

Durante una breve e sobria cerimonia, senza inno nazionale, in una sala conferenze all’interno del quartier generale dell’esercito vicino al porto della capitale Bissau, i rappresentanti dei tre corpi militari – esercito, aeronautica e marina – hanno nominato ufficialmente il nuovo presidente.

Horta N’Tam, il nuovo presidente di transizione della Guine Bissau

Il nuovo capo di Stato ha chiarito che il golpe era necessario per sventare un complotto architettato dai “narcotrafficanti”. Ha poi aggiunto che la transizione durerà un anno, con inizio immediato. Da ieri sera tutto il Paese è sotto controllo dei militari.

Subito dopo l’insediamento del nuovo presidente sono state riaperte tutte le frontiere ed è stato tolto il coprifuoco notturno imposto mercoledì. Ma i militari hanno vietato manifestazioni, marce di protesta e scioperi.

Nel Paese la corruzione è endemica. Occupa il 158° posto su 180 Paesi nel 2024, secondo l’indice di percezione della corruzione dell’ONG Transparency International. Questo malcostume, l’instabilità politica e la povertà hanno favorito l’insediamento di narcotrafficanti che utilizzano la Guinea Bissau come zona di transito della cocaina tra l’America Latina e l’Europa.

Il Paese è tra i più poveri al mondo: il 40 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. L’aspettativa di vita è di 64 anni.

Ecco i fatti di ieri

Durante la giornata di ieri un gruppo di alti ufficiali ha annunciato alla TV di Stato di aver preso il totale controllo del Paese. I putchisti hanno dichiarato di aver arrestato il presidente in carica, Umaro Sissoko Embalo e di aver ordinato la sospensione del processo elettorale fino a nuovo ordine. I golpisti si sono autoproclamati Alto Comando Militare per il Ripristino dell’Ordine.

Sono seguite le dichiarazioni di rito dopo ogni golpe, come chiusura delle frontiere, dello spazio aereo e un coprifuoco notturno. Secondo quanto riferito poco fa da al Jazeera, internet sta per essere bloccato.

Strade bloccate

In una telefonata a France 24, Embalo ha detto ai reporter dell’emittente francese di essere stato deposto, precisando di trovarsi attualmente nel quartier generale dello Stato maggiore. Oltre al presidente uscente è stato arrestato anche Domingos Simoes Pereira, leader di PAIGC (Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde), maggiore partito dell’opposizione.

Nella giornata di oggi Embalo è stato liberato. Attualmente si trova in Senegal, dove è stato trasferito con un aereo noleggiato da ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Colpo di Stato in Guinea Bissau: 26 novembre 2025

Fernando Dias, il principale sfidante di Embalo alle elezioni, ha fatto sapere di essere libero e al sicuro dopo che alcuni uomini armati hanno cercato di arrestarlo.

Verso le 12.00 ora locale si sono sentiti degli spari nei pressi del palazzo presidenziale. Subito dopo i militari hanno chiuso le strade principali che portano alla residenza della massima carica dello Stato e le vie d’accesso verso il ministero degli Interni e verso l’edificio che ospita la Commissione elettorale nazionale.

Annuncio golpe da capo guardia presidenziale

L’annuncio del golpe è stato dato da Denis N’Canha. L’ufficiale era a capo della guardia presidenziale. Invece di proteggere Embalo, lo ha mandato in galera.

Solo un mese fa l’esercito della Guinea Bissau aveva annunciato di aver sventato un “tentativo di sovversione dell’ordine costituzionale e di aver arrestato diversi ufficiali”. 

Domenica scorsa si sono tenute le presidenziali nella ex colonia portoghese, i risultati del vincitore erano attesi per giovedì, 26 novembre. Martedì, Fernando Dias da Costa, candidato indipendente, ha dichiarato di aver vinto le elezioni.

Mentre Oscar Barbosa, portavoce della campagna elettorale di Embalo, ha sostenuto che il presidente uscente sarebbe il vero vincitore. Entrambi i candidati hanno dichiarato di aver conquistato la poltrona più ambita del Paese giorni prima che uscissero i risultati ufficiali.

La legittimità delle elezioni di domenica è stata messa in discussione da diversi gruppi della società civile e altri osservatori dopo che PAIGC è stato escluso dalla tornata elettorale.

Condanna di ONU, UA e ECOWAS

Immediate le razioni dell’ONU e delle Organizzazione regionali – Unione Africana e ECOWAS.

Il segretario generale, Antonio Guterres ha condannato il golpe, chiedendo l’immediato ritorno all’ordine costituzionale.

In una dichiarazione congiunta UA e ECOWAS hanno espresso la loro preoccupazione per quanto sta accadendo in Guinea Bissa e hanno dichiarato che anche alcuni funzionari della Commissione elettorale sono stati arrestati, chiedendo il loro immediato rilascio.

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Sudafricani intrappolati nella guerra Russia-Ucraina

Africa ExPress
Pretoria, 25 novembre 2025

Duduzile Zuma-Sambudla, una delle figlie dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma, e deputata del partito Umkhonto we Sizwe (MK) è accusata di aver arruolato con falsi pretesti 17 giovani sudafricani e di averli inviati a combattere per conto della Russia.

Implicata figlia di Zuma

Nkosazana Bonganini Zuma-Mncube (altra figlia di Zuma da madre diversa) ha denunciato che la sorella avrebbe consegnato i giovani sudafricani a dei mercenari russi per combattere in Ucraina. Sostiene che i giovani sarebbero stati all’oscuro di essere stati arruolati e di non dato il loro consenso. In pratica sono stati catapultati in guerra, costretti a scontrarsi con soldati ucraini.

Duduzile Zuma-Sambudla, una delle figlie dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma

In un breve comunicato rilasciato sabato scorso, Nkosazana Bonganini Zuma-Mncube ha scritto di aver esposto una denuncia contro la sorellastra. Il fatto è stato confermato dalla polizia sudafricana.

Maretta in famiglia, visto che anche 8 dei 17 giovani sarebbero parenti dei Zuma. Tutti sarebbero andati in Russia con la promessa che laggiù avrebbero ricevuto un addestramento militare adeguato. Sarebbero poi riusciti a trovare lavoro come guardie del corpo in seno al partito MK.

In base a quanto riferito dalla stampa sudafricana, nella querela la donna ha pure accusato un uomo, molto vicino al padre. Tale personaggio sarebbe comandante delle reclute e presente sul fronte russo.

Ora spetta alla polizia sudafricana investigare se le accuse corrispondono ai fatti.

SOS al governo

All’inizio del mese di novembre la presidenza sudafricana aveva già ricevuto richieste d’aiuto di 17 connazionali (di un’età compresa tra i 20 e 39 anni) che si sono arruolati nelle forze mercenarie nel conflitto tra Russia e Ucraina. Gli uomini sarebbero intrappolati nella regione del Donbas. Allora non era ancora chiaro per quale parte implicata nel conflitto stessero combattendo.

Mercenari sudafricani combattono con i russi nel Donbas

Senza autorizzazione esplicita di Pretoria, lavorare o combattere come mercenari per conto di un altro governo è illegale in Sudafrica.

Attratti da lauti guadagni

Il portavoce del governo Pretoria, Vincent Magwenya, aveva spiegato all’inizio del mese che il Sudafrica starebbe lavorando tramite “canali diplomatici” per garantire il ritorno dei giovani. Aveva poi aggiunto che sicuramente si sarebbero arruolati per i lauti guadagni promessi.

Il Sudafrica ha un tasso di disoccupazione superiore al 30 per cento e, secondo alcuni analisti, tale percentuale è ancora più elevata tra i giovani, rendendoli dunque inclini a reclutamenti da parte di stranieri.

Africane in fabbriche di armi russe

Lo scorso agosto, il governo sudafricano aveva lanciato un appello alle giovani donne di non cadere nella trappola di eventuali opportunità di lavoro all’estero, promosse sui social media, in particolare in Russia.

Grazie a un’indagine della BBC è stato scoperto che alcune giovani donne sono state assoldate e portate nella zona di Alabuga, nella Repubblica autonoma del Tatarstan in Russia, per lavorare in una fabbrica di droni.

Si stima che oltre 1.000 donne siano state reclutate in Africa e in Asia meridionale per lavorare nelle fabbriche di armi nell’area Alabuga.

Tempo fa l’Ucraina aveva dichiarato di detenere cittadini di vari Paesi africani in campi di prigionia.

Ma anche Kiev è stata accusata di aver tentato di reclutare cittadini stranieri.

Nel 2022, il ministero degli Esteri del Senegal aveva persino convocato l’ambasciatore di Kiev per chiedere la rimozione di un post pubblicato dalla rappresentanza ucraina a Dakar su Facebook, volto all’arruolamento di giovani senegalesi.

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Aumentano i giovani africani prigionieri di guerra in Ucraina

Milioni di dollari di Trump a eSwatini e Guinea Equatoriale per disfarsi dei rifugiati

Africa ExPress
24 novembre 2025

ESwatini, piccolo Paese dell’Africa meridionale, governata da Mswati III, l’ultimo monarca assoluto del continente (e forse del mondo) ha ricevuto 5,1 milioni di dollari dagli Stati Uniti. La somma è stata versata al monarca perché accolga cittadini di Paesi terzi espulsi dall’amministrazione Trump. Un accordo in tal senso è stato siglato dalle parti a maggio a Mbabane.

Finora gli USA hanno spedito nel piccolo regno almeno 15 “persone indesiderate”. Le prime cinque sono arrivate nel luglio di quest’anno, le altre 10, invece, sono state trasferite a ottobre. I deportati sono a tutt’oggi nelle galere di eSwatini.

Spediti in galera

A luglio la portavoce del dipartimento di Sicurezza nazionale, Tricia McLaughlin, aveva precisato che i detenuti portati forzatamente nelle carceri del Paese dell’Africa meridionale provengono da Vietnam, Giamaica, Cuba, Yemen e Filippine. Erano stati condannati negli USA per svariati crimini gravi.

Infine aveva sottolineato: “Sono individui talmente barbari, che nemmeno i loro Paesi di origine li hanno voluti accogliere”. Nel frattempo però un jamaicano è stato trasferito nel suo Paese di origine.

Ministro finanze conferma

Washington, pur di disfarsi dei rifugiati, ha aperto il portafoglio. La conferma del versamento dei 5,1 milioni di dollari è arrivata dal ministro delle Finanze, Neal Rijkenberg, il quale però ha precisato di non conoscere ulteriori dettagli, in quanto la transazione è stata gestita dal primo ministro.

USA deporta rifugiati alla volta di eSwatini, (ex Swaziland)

Human Rights Watch ha dichiarato già a settembre di aver visionato una copia dell’accordo secondo cui il piccolo regno sarebbe disposto a accettare fino a un massimo di 160 deportati dagli USA. La somma è stata elargita per potenziare la “capacità di gestione delle frontiere e delle migrazioni” del Paese.

USA alla ricerca di Paesi consenzienti

Oltre a eSwatini, altri governi africani, come Sud Sudan, Ghana e Ruanda hanno accettato “migranti indesiderati” dagli USA.

Il diritto internazionale vieta il trasferimento di migranti irregolari verso nazioni in cui rischiano la tortura o l’esecuzione. Intanto Washington sta lavorando per espandere le deportazioni verso altri Paesi.

Soldi anche al regime di Obiang

Intanto Washington non ha esitato a inviare 7,5 milioni di dollari alla Guinea Equatoriale, uno dei regimi più repressivi e corrotti al mondo.

La senatrice democratica della Commissione Affari Esteri del Senato, Jeanne Shaheen, ha affermato che l’amministrazione Trump ha versato l’ingente somma al governo della Guinea Equatoriale nell’ambito di un’iniziativa volta a espellere alcune persone verso il Paese dell’Africa occidentale.

Senatrice USA denuncia

In una lettera inviata al segretario di Stato Marco Rubio, la senatrice ha sottolineato che “il versamento piuttosto insolito, a uno dei governi più corrotti al mondo, solleva serie preoccupazioni circa l’uso responsabile e trasparente del denaro dei contribuenti americani”.

Teodor Obiang, presidente della Guinea Equatoriale

La somma destinata a Malabo sarebbe infatti stata prelevata da un fondo, istituito dal Congresso per rispondere alle crisi umanitarie. La senatrice ha messo in dubbio che il denaro sia stato utilizzato appropriatamente in questo ambito.

Interessi economici

Oltre alle espulsioni, gli Stati Uniti stanno cercando di contrastare l’influenza cinese in Guinea Equatoriale e di promuovere gli interessi commerciali americani nel settore petrolifero e del gas nel Paese.

Nonostante le ricchezze provenienti da petrolio e gas, oltre il 70 per cento dei quasi 2 milioni equatoguineani vive in condizioni di povertà. Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, al potere dal 1979, è il presidente più longevo dell’Africa e non esita a usare la forza per restare al potere.

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Trump non demorde: migranti deportati a eSwatini (ex Swaziland)

Cooperazione militare Russia-Guinea Equatoriale: sbarcati i primi istruttori a Malabo

USA deporta profughi africani indesiderati dell’Africa in Ghana

Progetto TERRA: Italia, ONU e UE stanziano 110 milioni di euro in settore agroalimentare sostenibile in Africa

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
22 novembre 2025

Si chiama TERRA, acronimo di “Transforming and Empowering Resilient and Responsible Agribusiness” (Trasformare e potenziare un’agricoltura resiliente e responsabile).

È un progetto promosso da FAO (Organizzazione ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Unione Europea (UE) intende aiutare i Paesi del Nord Africa, Africa sub-sahariana e Turchia.

Micro, piccole e medie imprese

Presentato a Roma l’11 novembre scorso, TERRA ha come target le micro, piccole e medie imprese agroalimentari private (MSME) e cooperative nei paesi beneficiari. 

Le MSME, nei Paesi a basso è medio reddito, hanno difficoltà a ottenere credito dalle banche locali.

Progetto TERRA
Contadine in Africa

Il settore agroalimentare è considerato a rischio a causa dei cambiamenti climatici e continuo aumento dei prezzi delle materie prime.

La FAO conferma che agricoltura, silvicoltura e pesca sono fondamentali per la produzione di cibo e per la creazione di posti di lavoro. Contribuiscono, infatti, al 17 per cento del prodotto interno lordo dell’Africa sub-sahariana e rappresentano un settore importante da finanziare.

Centodieci milioni

L’accordo tra CDP, UE e FAO prevede un fondo fino a 110 milioni di euro e fino a cinque milioni per l’assistenza tecnica. La possibilità di ottenere il finanziamento scade nel maggio 2028 e viene erogato come prestito alle aziende che investono in agricoltura sostenibile.

Per il momento non sono menzionati i Paesi che possono ottenere il prestito. Il sostegno economico è diretto alle istituzioni finanziarie africane che erogheranno il prestito alle MSME locali.

Assistenza mirata

“Il nostro ruolo sarà quello di fare leva sull’expertise tecnica della FAO nei settori dell’alimentazione, dell’agricoltura e della finanza – ha dichiarato QU Dongyu, direttore generale della FAO -. Lo facciamo per sostenere le istituzioni finanziarie locali attraverso un’assistenza mirata”.

Dario Scannapieco, amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti: “L’accordo di partenariato firmato tra CDP e FAO rappresenta un passo fondamentale per l’attuazione del programma TERRA”.

“Sostenuto dalla garanzia dell’UE nell’ambito dell’EFSD+ (Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile plus, ndr) e parte della strategia Global Gateway, TERRA consentirà a CDP di mobilitare nuove risorse finanziarie per ampliare l’accesso al credito lungo la catena del valore agroalimentare – conclude Scannapieco”.

 

Sandro Pintus
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Attacchi continui e blocco economico: il Mali nella morsa dei jihadisti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 novembre 2025

JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani), formazione creata nel marzo 2017, che raggruppa diverse sigle della galassia dei terroristi del Sahel, dai primi di settembre tiene sotto scacco la giunta militare del Mali.

Leader del JNIM è il 67enne Iyad Ag Ghaly, ex diplomatico maliano (è stato consigliere culturale di Bamako a Gedda, Arabia Saudita) e vecchia figura indipendentista tuareg. Diventato in seguito capo jihadista, Iyad ha fondato Ansar Dine, in italiano ausiliari della religione (islamica).

Uomo più ricercato del Sahel 

Da tempo l’uomo più ricercato in tutto il Sahel, è sotto sanzioni delle Nazioni Unite ed è iscritto nella lista americana dei terroristi. Su di lui pende anche un mandato d’arresto, spiccato dalla Corte Penale Internazionale (CPI), per crimini di guerra e contro l’umanità.

Iyad Ag Ghaly, fondatore e leader di JNIM

Secondo molti ricercatori, il Sahel è diventato l’epicentro dell’espansione jihadista in Africa e l’avanzata dei terroristi legati ad al Qaeda sembra inarrestabile. Appare come frutto di una strategia ben ponderata e pazientemente attuata. A suo tempo né i militari francesi, né ora tantomeno i golpisti, al potere in Mali, Niger e Burkina Faso (che pure sono aiutati dai mercenari russi), sono riusciti a fermare i miliziani di JNIM.

Il nuovo contingente di soldati di ventura è direttamente controllato dal ministero della Difesa di Mosca. Ma in pratica hanno cambiato solo la divisa. Anzi, meglio solamente lo scudetto sul braccio.

Sotto la guida di Iyad Ag Ghaly, il raggruppamento terrorista sta mettendo in ginocchio il governo di Bamako a causa dei blocchi stradali che impediscono il passaggio di autocisterne per il rifornimento di carburante destinato alla capitale e altre zone del Paese.

I miliziani continuano a attaccare i convogli provenienti per lo più dal Senegal e dalla Costa d’Avorio. Settimanalmente solo 200-300 autobotti, raggiungono Bamako, contro le 1.200 precedenti al blocco jihadista.

Attacchi a postazioni militari

L’attività dei terroristi non si ferma ai blocchi stradali. Settimana scorsa JNIM ha fatto sapere di aver lanciato razzi a tre postazioni militari dell’esercito maliano (FAMa) e di Africa Corps a Kidal. Le autorità di Bamako, come spesso succede, non hanno rilasciato nessun commento in merito.

Blocco delle autocisterne in Mali

Uccisi civili con droni

Quasi contemporaneamente FAMa ha attaccato la regione di Timbuktu con droni, uccidendo 13 civili, tra questi anche sette bambini. La notizia dell’aggressione ai civili è stata data da Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce di FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, movimento al quale aderiscono per lo più i tuareg, ndr). Il governo maliano però li considera terroristi come i jihadisti di JNIM e quelli EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara). Con la differenza sostanziale però, che questi ribelli tuareg combattono per la propria libertà e non per conquistare e occupare nuovi territori.

In seguito agli attacchi, parecchie famiglie hanno lasciato i loro villaggi e sono fuggiti in Mauritania.

Massacri residenti

Human Rights Watch (HRW) ha invece denunciato altri massacri nei confronti di civili in due villaggi nella regione di Ségou (centro-meridionale del Paese, a poco più di 230 chilometri dalla capitale). I fatti sono accaduti a ottobre.

Secondo quanto riportato dalla ONG in un recente rapporto, i militari, accompagnati dai cacciatori Dozo (gruppo di autodifesa per contrastare i terroristi di JNIM nella zona, ndr), durante la prima incursione del 2 ottobre a Kamona, sarebbero stati uccisi oltre 20 uomini. Una vera e propria esecuzione di massa.

Mentre il 13 dello stesso mese i militar, sempre accompagnati dai Dozo, sarebbero entrati nel villaggio di Ballé, dove avrebbero ammazzato 10 residenti, tra questi anche una donna.

Parecchi villaggi della zona sono sotto il controllo di JNIM, dunque le autorità di Bamako, in base a quanto riportato dagli abitanti, non fanno differenza tra i civili residenti e i terroristi. Eppure nel caso di Kamona, i miliziani avevano già lasciato il villaggio ben prima dell’arrivo dei militari e dei cacciatori Dozo.

Fuga nei Paesi confinanti

E proprio a causa della crescente insicurezza nel sud del Paese, dove si moltiplicano gli scontri tra dozo e i jihadisti. I cacciatori compensano l’assenza di FAMa in alcune zone. Per questo motivo molti abitanti stanno lasciando le proprie case e cercano protezione in Costa d’Avorio.

Maliani in fuga per la crescente insicurezza

Il governo ivoriano ha annunciato di aver intensificato i controlli alle frontiere nel nord del Paese, dove da settembre continuano a affluire rifugiati in fuga dagli attacchi di JNIM.

Da diverso tempo in Mali sono aumentati anche i sequestri di persona. Secondo ACLED (Osservatorio imparziale sui conflitti), nel corso degli ultimi sei mesi sarebbero stati preso in ostaggio da JNIM almeno 22 stranieri, qualcuno parla addirittura di 26.

Sequestri di stranieri

I cittadini stranieri sono stati catturati per lo più nel sud del Mali, in siti industriali e minerari. Si tratta di persone di nazionalità cinese, indiana, egiziana, emiratina, iraniana, serba, croata e bosniaca. Alcuni sono già stati liberati dietro riscatti da capogiro. Ovviamente si tratta di risorse indispensabili per finanziare le attività dei terroristi. Ma non solo. E’ una nuova strategia di JNIM per dissuadere di investire in attività nel Mali.

Secondo quanto riportato da France 24 e altri quotidiani internazionali, per la liberazione di Joumaa ben Maktoum al-Maktoum, generale in pensione emiratino, membro della famiglia reale di Dubai, sarebbero stati pagati 50 milioni di dollari a JNIM. L’ex ostaggio era attivo nel commercio dell’oro nella ex colonia francese. Insieme a lui sono state rilasciate altre due persone, inizialmente presentate come connazionali del generale in pensione. Ma in realtà uno è pachistano, mentre il secondo è un impiegato iraniano.

All’ingente somma di riscatto vanno aggiunti altri 20 milioni di dollari per la fornitura ai jihadisti di materiale bellico. Trattative in tal senso sarebbero tutt’ora in corso.

Va ricordato che anche EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara) ha sequestrato 12 persone negli ultimi mesi: in Niger, Burkina Faso e Algeria. Tra loro anche due anziane donne a Agadez (Niger), una austriaca e l’altra svizzera, e un uomo di nazionalità statunitense.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mozambico: in una settimana 100.000 sfollati in fuga dai jihadisti

Africa ExPress
20 novembre 2025

Case e scuole bruciate, proprietà saccheggiate e civili uccisi, feriti o rapiti. La denuncia di ciò che sta accadendo nel nord del Mozambico arriva dalle agenzie delle Nazioni Unite. Gli attacchi jihadisti dello Stato Islamico in Mozambico (IS-Moz, ex Al Sunnah wa-Jammà) affiliato all’ISIS, si moltiplicano.

sfollati mappa della guerra in Mozambico
Mappa della guerra nel nord Mozambico (Courtesy OCHA)

L’ONU denuncia l’aumento degli sfollati che in una settimana hanno superato le 100.000 persone. Dopo Cabo Delgado, nelle ultime settimane diventa sempre più pressante la presenza dei tagliagole islamisti anche nella provincia confinante di Nampula.

Secondo testimonianze locali, lo scorso 10 novembre, gruppi jihadisti hanno attraversato il fiume Lurio, linea di confine con Cabo Delgado. Hanno attaccato il villaggio di Cucune, nel distretto di Memba, nella provincia di Nampula.

Un breve post su X, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), si legge; “La violenza nel nord del Mozambico #Mozambique si è estesa a Nampula, costringendo altre famiglie ad abbandonare le proprie case”.

L’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR), IOM, UNICEF e Programma mondiale per l’alimentazione (PAM) stanno assistendo le persone colpite attraverso il Programma di risposta congiunta, fornendo supporto, protezione, riparo, igiene e cibo.

Dal 1° ottobre 2017, inizio degli attacchi jihadisti nel nord del Mozambico, secondo Cabo Ligado, sito associato ad ACLED, (ONG che monitora le guerre, ndr) risultano 2.077 attacchi. Ci sono stati 6.316 morti dei quali 2.670 civili.

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Torna l’incubo jihadista in Mozambico: attentati e attacchi (morti e feriti) nelle zone controllate dalle truppe ruandesi

Gli attacchi dell’esercito e dei ruandesi non fermano i jihadisti in Mozambico

 

Stati Uniti, in lista nera i tagliagole di ISIS-Mozambico e ISIS-Congo “terroristi globali”

Illusione o realtà? Ennesimo accordo per arrivare alla pace in Congo-K

Africa ExPress
Kinshasa, 16 novembre 2025

Dopo mesi di trattative, il governo di Kinshasa e il gruppo politico-militare M23/AFC hanno finalmente siglato un nuovo accordo di massima per tracciare le varie fasi che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) portare la pace nell’est della Repubblica Democratica del Congo.

Hanno già provato varie volte senza successo. Gli interessi in gioco sono parecchi e ingenti. Dietro alle forze in campo (governo e ribelli), che fungono da attori sul palcoscenico, ci sono i registi e i burattinai. Stati Uniti, Russia, Cina ma anche Europa (divisa, come al solito, in tanti rivoli in lite tra loro) e Paesi minori diciamo”debuttanti” come Sudafrica e India. Ognuno gioca la sua partita grande o piccola che sia.

In questa gran confusione non è facile trovare una quadra. C’è sempre qualcuno scontento che protesta e imbraccia il fucile.

Doha, Qatar, cerimonia firma accordo quadro:
a sinistra Sumbu Sita Mambu, alto rappresentante del presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi, e Benjamin Mbonimpa, segretario esecutivo di M23

In questo scenario (sconfortante e inquietante) si deve collocare l’ultimo documento firmato sabato scorso a Doha da Sumbu Sita Mambu, alto rappresentante del presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi, e Benjamin Mbonimpa, segretario esecutivo dei ribelli dell’M23. Alla cerimonia hanno assistito il mediatore qatariota e facilitatori di Washington e dell’Unione Africana.

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya della quale fanno parte  diversi gruppi minori.

Migliaia di morti in 3 anni

Questo accordo quadro non cambierà immediatamente l’attuale situazione nel Paese. Il documento detta le “regole del gioco” per arrivare a un patto di pace, per porre fine ai combattimenti tra le parti nell’est della ex colonia belga. Gli scontri tra M23/AFC e l’esercito congolese, ripresi all’inizio del 2022, hanno causato migliaia di morti e costretto a decine di migliaia di persone a fuggire dalle proprie case.

L’atto riprende anche due protocolli già siglati durante le lunghe trattative: quello relativo al meccanismo di verifica del cessate il fuoco e quello riguardante allo scambio dei prigionieri.

Colloqui proseguiranno

Nel documento non sono presenti clausole vincolanti, viene precisato che le discussioni devono proseguire, ad esempio, per ripristinare l’autorità dello Stato nelle zone ora sotto controllo di M23/AFC. Va ricordato che dall’inizio dell’anno i ribelli, sostenuti da Kigali, hanno occupato i capoluoghi del Nord Kivu, Goma, e del Sud Kivu, Bukavu.

Sfollati nel Congo-K vicino a Goma, Nord-Kivu

Altre questioni da affrontare durante i prossimi colloqui, che dovrebbero riprendere tra due settimane, sono il ritorno degli sfollati e rifugiati che hanno chiesto protezione nei Paesi limitrofi. Le parti dovranno affrontare anche problemi riguardanti la sicurezza, l’accesso agli aiuti umanitari e quello relativo alla riconciliazione. Cioè quasi tutto.

Via per la pace lunga

Un responsabile di M23/AFC ha confessato ai reporter di RFI che l’attuazione dei primi protocolli firmati non è ancora effettiva. “La strada da percorrere sarà ancora lunga”, ha poi aggiunto.

Mohammed bin Abdulaziz Al-Khulaifi, ministro degli Esteri del Qatar, ha affermato che l’ultimo accordo rafforza il processo volto a “trovare soluzioni pacifiche attraverso il dialogo e la comprensione” per ristabilire la calma nella Repubblica Democratica del Congo.

Boulos cauto

Mentre Massad Boulos, consigliere per l’Africa della Casa Bianca, ritiene che il documento siglato sabato scorso, sia il primo passo verso un accordo di pace definitivo che dovrà essere costruito sulla base di nuovi negoziati.

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Congo-K: si discute di pace, ma la guerra non si ferma

Abu Lulu, il mostro del Darfur si vanta di aver ucciso oltre 2000 persone (ma ha perso il conto)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 novembre 2025

Abu Lulu, il più crudele carnefice di al Fasher, capoluogo del Nord-Darfur, Sudan, sotto controllo delle Rapid Support Forces, ha pubblicato sui social (vantandosi) filmati con l’esecuzione di civili.

In uno dei video si vedono nove o dieci uomini seduti sulla sabbia, con le mani alzate, mentre invocano pietà al miliziano con i capelli ricci e lunghi che gli arrivano alle spalle. La sua arma è rivolta verso i poveracci. Accanto a lui ci sono altri paramilitari armati.

Poi, senza battere ciglio, apre il fuoco contro i prigionieri, aiutato dai suoi compagni, assetati di sangue come lui. Brandelli di vestiario e sangue schizzano sulla sabbia.

Esecuzioni da film horror

I paramilitari delle RSF, il cui leader è Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti), si sono accaniti soprattutto su membri di tribù non arabe.

Abu Lulu, il cui vero nome è Al Fateh Abdullah Idris, è un generale di brigata delle RFS. Senza vergogna e senza un briciolo di umanità, mette deliberatamente in scena, a volto scoperto, l’esecuzione di civili indifesi. “Continuerò a uccidere. Se qualcuno vuole chiedermi conto delle mie azioni, che venga qui, compresa l’ONU”, ha dichiarato in uno dei filmati.

L’uomo si è vantato apertamente di aver ucciso più di 2.000 persone, e ride sfacciatamente, mentre dichiara di averne perso il conto.

Attenzione: le immagini di questo filmato potrebbero urtare la vostra sensibilità 

Tuttavia, dopo l’indignazione a livello internazionale suscitata dai raccapriccianti filmati di Abu Lulu, le RSF lo hanno arrestato. Un video lo mostra ammanettato mentre viene condotto in una sorta di cella nella periferia del capoluogo del Darfur settentrionale. Ma a quanto pare si è trattato solo di una messa in scena momentanea. Secondo quanto riportato da al Jazeera, il macellaio di al Fasher sarebbe di nuovo a piede libero.

Vicino alla famiglia Dagalo

In base a quanto riferito da alcuni media internazionali, Abu Lulu, uno dei leader più noti dei paramilitari dopo la pubblicazione dei suoi video, sarebbe molto vicino alla famiglia Dagalo appartenente alla tribù araba Mahariya Rizeigat.

Al Fasher: popolazione terrorizzata

Il killer di al Fasher è entrato a far parte delle RSF nel 2013 dopo aver ricevuto un addestramento militare. I suoi legami con Dagalo (detto Hemetti), leader dell’RSF, lo hanno ovviamente avvantaggiato nella sua carriera nelle forze paramilitari. E’ stato inviato diverse volte in Yemen, dove ha combattuto per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, spina dorsale della coalizione.

Dopo essere tornato dallo Yemen, è stato trasferito all’ufficio intelligence, rafforzando la sua posizione all’interno delle RSF.

Quando il conflitto tra i paramilitari e l’esercito sudanese si è intensificato, Abu Lulu è stato una delle guardie del corpo di Abdelrheem Dagalo, allora all’epoca vice comandante dell’RSF, fratello di Hemetti.

In precedenza avrebbe partecipato anche a diversi scontri nella capitale Khartoum contro l’esercito sudanese.

Accanimento su gruppi etnici non arabi

Ora le Nazioni Unite vogliono vederci chiaro. Venerdì scorso, il Consiglio dei Diritti Umani ha dato incarico a una missione d’inchiesta per identificare tutti responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale che si sono consumate a al Fasher.

RSF risorte dai Janjaweed

Le milizie janjaweed sono state organizzate dal governo sudanese per combattere i gruppi antigovernativi che nel 2003 hanno lanciato una cruenta guerriglia in Darfur. Formate essenzialmente da tribù arabe erano utilizzate per terrorizzare la popolazione civile di origine africana.

Assalivano i villaggi e, dopo averli saccheggiati, bruciavano le capanne, uccidevano gli uomini adulti, violentavano le donne per metterle incinte e dargli un figlio arabo. Rapivano i bambini e i ragazzi. Le femmine erano costrette a subire ogni forma di violenza e trattate come concubine. I maschi reclutati a forza o ridotti in schiavitù.

Janjaweed a cavallo fotografati in Darfur qualche anno fa

Alla fine degli anni Duemila i janjaweed, per troppo tempo sotto i riflettori, erano stati sciolti (più formalmente che di fatto), ma riattivati nell’agosto 2013, con il nome di Rapid Support Forces e l’allora dittatore e presidente del Sudan, Omar al Bashir, aveva nominato Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti) a capo della nuova formazione paramilitare.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Al Bashir pronto a ritirare le truppe sudanesi dallo Yemen devastato dalla guerra

Sudan: nella guerra contro i migranti l’Italia finanzia e aiuta i janjaweed

Leonardo, affari di guerra: delegazione nigeriana supervisiona la maxi commessa di 1,2 miliardi

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
15 Novembre 2025

Supermarket Leonardo SpA per le forze armate della Nigeria. Il 17 ottobre 2025 il ministro della Difesa nigeriano Mohammed Badaru Abubakar si è recato in visita a due stabilimenti lombardi della holding produttrice di sistemi bellici.

Badaru Abubakar è giunto in Italia con la delegazione governativa guidata dal presidente Bola Ahmed Tinubu, in visita ufficiale a Roma per partecipare all’AQABA Process Meeting, l’iniziativa di cooperazione internazionale anti-terrorismo in Africa occidentale promossa dalla Presidenza del consiglio italiana e dal Regno di Giordania.

Ministro ospite negli stabilimenti

Nello specifico il ministro della Difesa nigeriano è stato ospite della Divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate e di quella aerea a Venegono Inferiore (Varese).

Badaru Abubakar, ministro della Difesa nigeriano, in visita da Leonardo S.p.A.

Nei due stabilimenti sono in via di realizzazione gli elicotteri d’attacco AW109 “Trekker” e i caccia-intercettori M-346 destinati all’Aeronautica militare della Nigeria.

A Vergiate il ministro Badaru Abubakar ha avuto modo di ispezionare le operazioni di assemblaggio dei “Trekker”: tre di questi velivoli sono già pronti per la consegna; altri tre saranno completati entro la fine dell’anno e gli ultimi quattro nei primi mesi del 2026.

Grazie agli elicotteri AW-109 di Leonardo, l’aeronautica militare nigeriana punta a rafforzare le sue capacità di supporto al combattimento, trasporto aereo tattico ed evacuazione medica.

Caccia M-346 del tipo light combat acquistati dalla Nigeria da Leonardo S.p.A.

A Venegono Inferiore è stato possibile assistere alle operazioni di assemblaggio dei caccia M-346. Si tratta di una versione modificata dell’addestratore avanzato del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di supporto aereo avanzatore ricognizione tattica. La Nigeria ne ha ordinati 24.

Commessa per oltre un miliardo

Il valore stimato della commessa è di 1,2 miliardi di euro; oltre alla fornitura dei velivoli, Leonardo assicurerà la loro manutenzione in Nigeria per 25 anni. Tre caccia sono in avanzata fase di produzione, mentre per altri tre prenderanno il via a breve i test di volo. La consegna sarà completata in quattro tranche di sei velivoli ciascuno, comprensivi di sistemi d’arma e componenti elettroniche.

Secondo le autorità nigeriane, grazie alle caratteristiche delle missioni aria-aria e aria-terra, l’M-346 rafforzerà significativamente le capacità di combattimento delle loro forze armate.

“La visita ai due stabilimenti di Leonardo riflette l’attenzione dell’amministrazione Tinubu per le acquisizioni strategiche militari, l’addestramento congiunto e le partnership internazionali in modo da rendere più sicuro lo spazio aereo della Nigeria”, riporta il comunicato emesso dal ministero della Difesa.

Rafforzata collaborazione

Negli ultimi anni si sono particolarmente rafforzate le relazioni militari e la cooperazione industriale tra Italia e Nigeria. Un accordo è stato sottoscritto nel 2017 dai rispettivi governi per migliorare l’interscambio di intelligence e operare congiuntamente nel settore navale e anti-terrorismo.

Lo scorso anno, ad aprile, le autorità nigeriane hanno annunciato l’intenzione di acquistare da Leonardo i 24 caccia d’attacco M-346 e i 10 elicotteri AW109 “Trekker”. La firma del contratto è stata stipulata a metà ottobre 2024 in occasione della visita in Italia di una delegazione dei ministeri della Difesa e delle Finanze di Abuja, guidata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica HasanAbubakar.

Formazione piloti

L’accordo con Leonardo prevede che una parte della formazione dei piloti nigeriani sia svolta presso l’International Flight Training School dell’aeronautica militare italiana, nella base aerea di Galatina (Lecce) e nello scalo di Decimomannu (Sardegna).

Secondo Africa Intelligence, per la selezione dei fornitori dei sistemi di munizionamento degli M-346 di Leonardo, le forze armate nigeriane si sono rivolte ad una società israeliana di gestione della logistica e delle infrastrutture informatiche e di telecomunicazione, Ebony Enterprises Ltd., con quartier generale a Herzliya Pituach, distretto di Tel Aviv.

“Tra le principali aziende di difesa contattate per l’armamento dell’aereo M-346 Master della Nigeria ci sono la francese Thales, l’israeliana Elbit Systems e l’europea Nexter”, aggiunge Military Africa.

Ancora Elbit Systems e un’altra azienda leader del comparto industriale-militare israeliano, Rafael Advanced Defense Systems Ltd, forniranno componenti cruciali per i caccia, tra cui il sistema radar PESA e varie tipologie di munizioni guidate di precisione.

Gli M-346 di Leonardo – secondo Analisi Difesa– saranno dotati inoltre dipod Litening per il puntamento laser degli obiettivi e Reccelite per ricognizione e sorveglianza. Anche iLitening e i Reccelite sono prodotti dalla società israeliana Rafael Advanced Defense Systems.

Gli elicotteri AW-109 “Trekker” sono già in dotazione delle forze armate nigeriane. Il 12 novembre 2024 tre di questi velivoli sono stati consegnati alla Marina militare. La cerimonia si è svolta presso l’hangar della Caverton Helicopters Limited (CHL) a Ikeja, Lagos.

I tre elicotteri sono stati dotati di un pattino di atterraggio che assicura una migliore capacità di carico e la possibilità di atterrare sui ponti delle unità da guerra. Essi sono utilizzati per effettuare voli di trasporto a lungo raggio e – grazie a sofisticate videocamere FLIR – per svolgere missioni di intelligence e riconoscimento in mare e in terra.

Anche l’Aeronautica militare nigeriana si è dotata lo scorso anno di due elicotteri AW109 “Trekker”. I velivoli utilizzano per le attività di manutenzione, riparazione e revisione gli impianti della divisione elicotteri del gruppo Cavetron a Lagos.

Leonardo SpA spera di poter fornire alle forze armate nigeriane anche il sistema radar avanzato RAT 31DL/M nell’ambito dell’ambizioso programma MITRACON (MilitaryTotal Radar Coverage of Nigeria) promosso dal governo per modernizzare i sistemi di sorveglianza e potenziare la copertura dello spazio aereo.

Progettato per rispondere alle esigenze belliche NATO, il radar RAT 31DL/M è un sistema tattico a lungo raggio che opera in L-Band contro le “minacce” rappresentate da aerei, missili e droni.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Aerei ed elicotteri: la Nigeria in vena di shopping per la gioia del colosso delle armi Leonardo