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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

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Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 marzo 2026 “Non...
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USA-Israele: nuovi sistemi di intercettazione droni

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
Gennaio 2026

Nuovi sistemi di intercettazione anti-drone per le forze armate degli Stati Uniti d’America. A sperimentarli e produrli insieme l’azienda israeliana Axon Vision e Leonardo DRS, società controllata dall’holding industriale italiana con quartier generale in Virginia.

Secondo quanto rivelato dalla testata specialistica Israel Defense, Axon Vision ha ricevuto un primo ordine da Leonardo DRS per il valore di 350.000 dollari per un set iniziale di un sistema dimostrativo per l’individuazione, tracciamento e intercettazione di droni aerei ad alta velocità (C-UAS).

Elaborazione nuovi sistemi

I sistemi anti-droni saranno sperimentati durante alcuni test a favore delle forze armate statunitensi per provarne l’efficacia in un loro pronto uso in scenari bellici.

Le nuove tecnologie sono pensate per contrastare l’impiego di minacce aeree a pilotaggio remoto contro piattaforme terrestri (carri armati, blindati, ecc.), grazie all’impiego di processori e applicazioni basati sull’Intelligenza Artificiale (AI). 

“L’ordine rappresenta una pietra miliare nella partnership strategica stabilita alla fine del 2025, che integra l’esperienza operativa di Leonardo DRS con le tecnologie AI già provate sul campo da Axon Vision”, ha dichiarato il presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda israeliana, l’ex generale dell’esercito Roy Ritfin.

“Siamo lieti che Leonardo DRS, una società leader nel settore militare negli Stati Uniti d’America, abbia riconosciuto il nostro sistema come uno dei più efficaci per proporlo alle forze armate USA”, ha aggiunto Roy Riftin.

Axon Vision e Leonardo DRS

“Quest’ordine riflette la naturale evoluzione della nostra collaborazione e la crescente domanda di soluzioni globali militari basate sull’Intelligenza Artificiale”.

L’accordo di cooperazione industriale tra Axon Vision e la controllata di Leonardo era stato annunciato ai primi di dicembre 2025 dall’azienda israeliana.

“Offriremo soluzioni congiunte per sistemi avanzati caratterizzati da consapevolezza situazionale, letalità e capacità di sopravvivenza con particolare enfasi sui Counter-UAS (anti-droni) per il mercato militare USA”, ha dichiarato il management israeliano.

“Il memorandum di collaborazione appena sottoscritto prevede la fornitura da parte di Leonardo DRS di sensori e sistemi avanzati e da Axon Vision di tecnologie automatizzate basate sull’Intelligenza Artificiale. Insieme, le due società intendono produrre sistemi da combattimento che supportino sensori e processori dati a bande elevate e bassa latenza, per essere impiegati principalmente nel contrasto anti-droni”.

Le attività di collaborazione tra Axon Vision e Leonardo DRS erano state avviate in verità già alcuni anni prima. Applicazioni AI dell’azienda israeliana erano state adottate dalla controllata di Leonardo per i sistemi radar e i sensori ottici di propria produzione.

Come ricorda ancora Israel Defense, in occasione dell’ultima esposizione dell‘Association of the United States Army (AUSA), le due società avevano presentato piattaforme terrestri a pilotaggio remoto equipaggiate con payload modulari di Leonardo DRS integrate da soluzioni con Intelligenza Artificiale di Axon Vision.

Con quartier generale a Tel Aviv, la società partner di Leonardo è stata fondata nel 2017 da tre veterani delle unità tech delle forze armate israeliane, Ido Rozenberg, Raz Roditti e Michael Zolotov, 

Axon Vision è specializzata nella fornitura di soluzioni automatizzate per piattaforme terrestri, aeree e marittime militari, in particolari droni aerei Edge e loitering munitions (droni kamikaze) già in dotazione delle IDF (Israel Defense Forces). 

Tra i suoi maggiori clienti, oltre al ministero della Difesa israeliano compaiono le due maggiori corporation industriali-militari dello Stato ebraico, IAIIsrael Aerospace Industries ed Elbit Systems.

Commesse anche in UE

Importanti commesse sono state ottenute anche nel vecchio continente. Recentemente Axon Vision ha ricevuto un ordine del valore di 800.000 dollari da un’agenzia militare europea per il suo sistema EdgeSA (Situational Awareness).

Complessivamente nel 2025 la società israeliana ha ottenuto ordini in Europa per più di 1,2 miliardi di dollari. Sono state fornite in particolare applicazioni per i carri armati tedeschi “Leopard” e per i veicoli da combattimento CV90 della fanteria svedese. 

Le applicazioni di guerra AI prodotte da Axon Vision sono impiegate dai mezzi israeliani che perpetuano il genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza. Nello specifico il sistema Edge 360 di Axon è stato installato sui blindati israeliani che occupano la Striscia di Gaza.

Identificazioni minacce

“Il sistema identifica eventuali minacce provenienti da tutte le direzioni, velocizzando il processo decisionale e consentendo al guidatore di analizzare nel migliore dei modi quanto accade”, enfatizzano i manager della società di Israele. 

L’Edge 360 è stato consegnato all’IDF alla vigilia dell’escalation militare contro Gaza avviata dopo l’attacco di Hamas (7 ottobre 2023). 

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Mozambico, colpita da un male la bambina miracolata nata su un albero durante un’alluvione

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 gennaio 2026

Si chiamava Rosita Pedro Mabuiango ed era conosciuta come la “bambina miracolata”. La piccola Rosita era nata su un albero poco dopo che la mamma era riuscita a salvarsi salendo sulla pianta per scappare dall’alluvione e dai coccodrilli.

Miracolo durato 25 anni

Purtroppo il miracolo è durato solo 25 anni perché Rosita, dopo una lunga malattia, è deceduta lo scorso 11 gennaio. Ricoverata nell’ospedale rurale di Chibuto, dopo due settimane è morta per anemia aggravata dalla tubercolosi.

Il caso vuole che il suo decesso sia avvenuto durante un’alluvione dovuta alle pesanti piogge e allo straripamento dei corsi d’acqua.

Eline, ciclone da 10 mila km

Era il febbraio del 2000, quando sul Mozambico – dopo aver percorso oltre 10 mila chilometri – è arrivata la furia del ciclone Eline. Superato il Madagascar ha toccato la costa dell’ex colonia portoghese, a sud di Beira, con forti piogge e venti a 185 km orari.

bambina miracolata
Il salvataggio di Rosita e la mamma Carolina con elicottero dei soccorsi

Eline, con il suo carico di distruzione, è entrato per un centinaio di chilometri. Nel suo percorso ha distrutto e alluvionato anche il distretto di Chibuto, 250 km a nord-est della capitale, Maputo. Durante la pesante alluvione gli abitanti di un villaggio del distretto di Chibuto, per non annegare e salvarsi anche dai coccodrilli sono saliti sugli alberi.

Tra le centinaia di persone che cercavano di sfuggire alle grandi inondazioni c’era anche Carolina. “Ho messo i miei due bambini piccoli sulla schiena e ho cercato di arrampicarmi. È stato molto difficile”, ha raccontato la donna alla BBC.

Il parto e la salvezza

Carolina, in gravidanza inoltrata, faticosamente era riuscita a raggiungere e salire su un albero con i bambini. Con lei c’era la mamma e una quindicina di persone che speravano nei soccorsi. Hanno aspettato per quattro giorni senza cibo mentre i bambini piangevano per la fame.

Su quell’albero, probabilmente per lo stress e la fatica, Carolina aveva dato alla luce la piccola. La nonna, per evitare che la neonata cadesse nelle acque sottostanti, aveva usato una capulana (telo tradizionale, ndr).

Poco dopo, mentre la bimba era sulla capulana ancora con il cordone ombelicale attaccato alla placenta, era arrivato un elicottero. Così era nata Rosita.

L’Agenzia di stampa mozambicana (AIM) riferisce che sul caso era intervenuto anche l’allora presidente della Repubblica, Joaquim Chissano. Il capo dello Stato aveva saputo della bimba nata sull’albero e aveva chiesto ad un elicottero sudafricano di soccorso di salvare Rosita e la sua famiglia.

Bambina miracolata
Rosita con l’ex presidente Filipe Nyusi

Simboli di resilienza

Il caso era diventato internazionale e Rosita diventava simbolo della resilienza del popolo mozambicano di fronte alle calamità del Paese. Carolina e Rosita nel 2000 sono state portate negli Stati Uniti, al Congresso per sensibilizzare gli USA come testimonianza di ciò che era accaduto.

Purtroppo il sostegno statale promesso a Rosita e alla sua famiglia non le è mai stato dato, conferma l’agenzia AIM. Nemmeno la borsa di studio per poter andare all’Università. Rosita lascia una bimba di 5 anni. E tanta delusione verso le istituzioni.

Gli altri bebè miracolati

Nella storia delle sempre più frequenti alluvioni del Mozambico esistono almeno altri due casi di “bimbi miracolati”: Sara e Moisès

Nel marzo 2019 il ciclone Idai aveva causato morte e distruzione allagando una vasta area nelle province centrali del Mozambico. Erano stati contati circa mille morti. 

Ci sono testimonianze di Amelia, a Dombe, che, per salvarsi dall’alluvione dopo due giorni su un albero di mango ha partorito Sara (Africa Express ha pubblicato un articolo).

Amelia e Sara sono state salvate e assistite dall’Unicef.
Anche Moisès, a Buzi, uno dei distretti maggiormente colpiti dal ciclone Idai, è nato su un albero. Era stato salvato con la madre e il nome gli è stato dato facendo riferimento al Mosè biblico.

Sandro Pintus (con  la collaborazione di  Fatima Aly)
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mozambico: Sara, la bambina nata su un albero a causa del ciclone Idai

Mozambico: mille morti per il ciclone Idai, pozzi inquinati e rischio di colera

Sul Mozambico ancora un ciclone devastante: dopo Idai arriva Kenneth

Terroristi in Mali: obiettivo, bloccare l’economia

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
16 gennaio 2026

I jihadisti stanno mettendo a dura prova la giunta militare al potere in Mali. Bamako continua a fare i conti con insufficienza di carburante. Il fatto crea problemi in molti settori, anche alla popolazione, che per parecchie ore al giorno si ritrova senza corrente elettrica.

Alcune compagnie aeree hanno fatto sapere che potrebbero rivedere i loro piani di volo proprio per i problemi di rifornimento, anche se al momento attuale non sono presenti gravi criticità. Le forniture ora sono intermittenti, ma va considerato che la penuria potrebbe diventare un fenomeno strutturale nel tempo.

Da settembre 2025 il Mali, Paese senza sbocchi sul mare, stenta a rifornirsi via strada per i continui attacchi alle autocisterne da parte dei miliziani di JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, legato a al Qaeda). E il Niger sta tentando di dare una mano al Paese amico. Insieme a Mali e Burkina Faso ha abbandonato ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) un anno fa, formando l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Revoca licenza a camionisti

Niamey, produttore di greggio, ha revocato la licenza a diverse società di autotrasportatori e camionisti perché si sono rifiutati di andare in Mali, vista la situazione incandescente sulle strade. Su quell’asse stradale, molto spesso in preda alla follia dei terroristi, si rischia la morte.

Anche se AES dispone di un contingente congiunto di 5mila uomini, volto a contrastare gli estremisti islamici, forza militare in parte finanziata da Mosca, i miliziani di JNIM non si lasciano intimorire. Anzi, i loro attacchi in Mali continuano senza sosta e non solo sulle strade percorse dalle autocisterne.

Nei giorni scorsi JNIM ha aggredito tre siti industriali a Kayes, nel sud-est del Paese. Secondo testimoni oculari, ben 160 terroristi, arrivati in sella alle loro moto, hanno partecipato all’attacco delle fabbriche lunedì scorso. Oltre all’embargo sul carburante, gli estremisti islamici legati a al Qaeda vogliono mettere in ginocchio l’economia del Paese impedendo alle aziende di continuare a produrre.

Silenzio delle autorità

Non importa a chi appartengano le fabbriche: indiani, come il cementificio di Diamond Cemet, oppure quelle di piastrelle che appartengono a maliani. Quel che conta è mettere in difficoltà l’economia del Paese. Pare non ci siano state vittime, 3 o 4 persone potrebbero essere state sequestrate, ma non ci sono conferme. I danni materiali però sono stati ingenti. Edifici e autovetture sono state incendiate, foto poi condivise sui social network, dimostrano la gravità dei danni arrecati. E, secondo un responsabile di una delle società, le assicurazioni non rimborsano nulla in questi casi.

Finora le autorità di Bamako non hanno rilasciato alcun commento su questi attacchi. E non è la prima volta che si verificano fatti del genere. Già nel mese di luglio 2025 JNIM aveva colpito le stesse imprese. Da allora nella regione di Kayes vige un coprifuoco notturno. Ora la popolazione e i proprietari delle aziende chiedono una maggiore presenza delle forze armate nella provincia.

Assalto a miniere d’oro

Non solo siti industriali, i terroristi hanno preso di mira anche alcune miniere aurifere nel Paese. Il giorno di Santo Stefano hanno persino rapito una ventina di lavoratori cinesi in un sito minerario vicino a Yanfolila, al confine con la Guinea.

Mali, miniera di Morila

Poi all’inizio dell’anno hanno attaccato per ben due volte la miniera di Morila, a Bougouni, nel sud del Mali. Il giacimento d’oro è di proprietà della SOREM, una società di ricerca e sfruttamento delle risorse minerarie, affiliata al ministero delle Miniere di Bamako. Nell’ottobre 2025, la SOREM ha firmato un accordo con il gruppo americano Flagship Minerals per rilanciare il sito, dove l’estrazione era rimasta ferma dal 2020.

Tuttavia le attività dei terroristi non si limitano al solo territorio maliano. Nella parte occidentale del Burkina Faso, al confine con il Mali, proprio a causa delle incessanti incursioni dei jihadisti, i residenti a Djibasso e nei villaggi vicini sono scappati per salvarsi la vita, portando con sé solo i vestiti che indossavano al momento della fuga. Parecchi hanno raggiunto Nouna, altri, invece, Bobo Dioulasso

Dal 30 dicembre 2025 i terroristi continuano le loro aggressioni nei villaggi burkinabé, a pochi passi dal confine maliano. Gli abitanti, scappati da Djibasso lamentano la totale mancanza di sostegno e aiuto. Puntano inoltre il dito sulle autorità di Ouagadougou, perché non hanno inviato militari e/o VDP (Volontari per la Difesa della Patria) in loro difesa. Uno sfollato ha specificato che i governi di Mali e Burkina Faso dovrebbero collaborare maggiormente nella lotta contro il terrorismo, specie in quest’area, al confine tra i due Stati.

All’inizio dell’anno Ibrahim Traoré, putschista a capo della giunta militare di transizione, ha rischiato di essere spodestato. Ma anche stavolta l’ennesimo tentativo di golpe è stato sventato.

Ex golpista contro golpista

Secondo quanto riportato da Ouagadougou, il fallito colpo di Stato sarebbe stato orchestrato da Paul-Henri Sandaogo Damiba, ex golpista del gennaio 2022, che è rimasto al potere pochi mesi e poi (nel settembre 2022) è stato detronizzato da Traoré.

Nella lotta contro i terroristi, le autorità di Niamey hanno intensificato gli attacchi con droni sui mercati settimanali nell’area di Tillaberi, nella cosiddetta zona delle 3 Frontiere (Mali, Burkina Faso, Mali). L’ultima incursione con i mezzi senza pilota risale al 6 gennaio scorso, quando è stato colpita la piazza delle bancarelle di Kokoloko, causando vittime tra i civili.

Finora l’esercito nigerino non ha reso noto alcun bilancio, ma i residenti hanno raccontato che sono state uccise donne e bambini, persone innocenti che nulla hanno a che fare con gli estremisti islamici. Secondo le autorità di Niamaey, i mercati rappresentano luoghi di ritrovo dei jihadisti, che in tali occasioni si camuffano facilmente tra la popolazione.

In precedenza sono stati colpiti altri luoghi simili, come denunciato anche da JNIM sui propri social network di propaganda terrorista.

Droni turchi

Niamey utilizza droni turchi, operativi dallo scorso ottobre. Vengono pilotati da remoto dalla air base 101, situata nelle vicinanze della capitale, da dove un tempo operavano militari francesi e statunitensi cacciati dalla giunta militare dopo il colpo di Stato nel 2023. (Nell’area dell’aeroporto di Niamey si trova anche la base italiana di MISIN, ‘Missione Bilaterale di Supporto in Niger’, l’unica missione militare straniera rimasta nel Paese dopo il golpe, ndr).

Sta di fatto che tutti e tre i golpisti, Assimi Goïta (Mali), Ibrahim Traoré Burkina Faso) e Abdourahamane Tchiani (Niger), appena saliti al potere avevano promesso di liberare i propri Paesi dalla piaga jihadista e di riconquistare i territori ancora sotto il loro controllo. Intanto la popolazione attende.

Lo scorso settembre Burkina Faso, Mali e Niger hanno manifestato la volontà di uscire dalla giurisdizione della Corte Penale Internazionale (CPI).

La Missione Permanente del Niger presso le Nazioni Unite a New York, il 10 dicembre ha inviato una comunicazione ufficiale in tal senso.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Affrontare il Grande Uomo dell’Uganda può sembrare una guerra

Keith Richburg era il corrispondente del Washington Post
da Nairobi. Ci ha dato il consenso
a pubblicare questo editoriale uscito sul quotidiano
in occasione delle elezioni tenutesi oggi.

Keith B. Richburgdal Washington Post
Keith B. Richburg*
15 gennaio 2026

Il politico dell’opposizione ugandese Bobi Wine è senza dubbio coraggioso. Fa campagna elettorale per la presidenza indossando un giubbotto antiproiettile e un elmetto balistico.

Le forze di sicurezza gli impediscono di utilizzare le strade principali e di tenere comizi in alcune città. Oltre 400 membri del suo partito sono stati arrestati. E lui non si aspetta di vincere in un sistema che è stato truccato fin dall’inizio. “Non è né libero né equo – mi ha detto durante una chiamata su Zoom -. Questa doveva essere una campagna elettorale. Ma per molti versi è una guerra. È come se fossi in competizione con l’esercito e con la polizia”.

Bobi Wine ad un comizio elettorale con elmetto e giubbotto antiproiettile

È un conflitto che purtroppo conosce bene. Wine, un ex cantante di 43 anni il cui nome all’anagrafe è Robert Kyagulanyi. Cinque anni fa ha cercato di spodestare il presidente in carica Yoweri Museveni, in un’elezione segnata da violenze e irregolarità nel conteggio dei voti. Wine è stato arrestato più volte durante la campagna elettorale. Museveni è stato dichiarato vincitore con quasi il 59% dei voti.

Con le elezioni di ieri, Wine spera che questa volta sarà diverso. Museveni, oggi ottantunenne, è in lizza per il settimo mandato consecutivo. È salito al potere quarant’anni fa, nel gennaio 1986. All’epoca Ronald Reagan era alla Casa Bianca, l’Unione Sovietica rappresentava ancora una minaccia e nel mondo c’erano le cabine telefoniche e non ancora i cellulari.

È una storia che continua a ripetersi fin troppo spesso in Africa, dove “grandi uomini” radicati si aggrappano al potere per decenni, soffocando il progresso e le aspirazioni democratiche del continente. Museveni è il prototipo dell’autocrate africano che è salito al potere come militare, ha visto gli oppositori politici come nemici da sconfiggere e ha governato un Paese afflitto dalla corruzione e dal malgoverno.

Ho iniziato a occuparmi dell’Uganda all’inizio degli anni ’90, quando Museveni era considerato uno dei leader africani di “nuova generazione” che sostituivano i vecchi dittatori postcoloniali.

Bobi Wine guida un corteo di protesta

Ho intervistato alcuni di questi leader di nuova generazione, tra cui Isaias Afworki in Eritrea e Paul Kagame in Ruanda, dopo che erano saliti al potere al termine di periodi di turbolenze. Promettevano stabilità e offrivano banalità sulla democrazia e il pluralismo sufficienti a soddisfare la comunità internazionale. Come Museveni, Afworki e Kagame sono ancora al potere. Nuova generazione, stessa avidità.

Arrivato in Africa come corrispondente dopo quattro anni passati a seguire il Sud-Est asiatico, ho spesso paragonato l’Uganda alla Cambogia, guidata allora come oggi dall’uomo forte Hun Sen.

Museveni ha preso il potere nel 1986 come capo di un esercito di guerriglieri, dopo i massacri delle dittature di Idi Amin e Milton Obote. Hun Sen è salito al potere in Cambogia nel 1985, dopo che il Vietnam ha rovesciato la dittatura dei Khmer Rossi che ha causato più di un milione di morti.

Museveni e Hun Sen hanno mantenuto il potere attraverso la repressione e le elezioni fraudolente, con l’acquiescenza della comunità internazionale dei donatori, felice di sostenere un dittatore che aveva portato “stabilità” dopo il genocidio.

E i fondi degli aiuti continuano ad affluire. L’Uganda e la Cambogia dipendono entrambi in larga misura dagli aiuti stranieri. Sono anche tra i Paesi più poveri delle rispettive regioni e i più corrotti, secondo Transparency International.

Potrebbe emergere un’altra somiglianza. Nel 2023, in Cambogia, Hun Sen si è nominalmente allontanato dall’autorità esecutiva quotidiana, cedendo il posto di primo ministro a suo figlio, Hun Manet. Nato nel 1977, Hun Manet era stato generale e capo dell’esercito cambogiano, dopo aver studiato all’Accademia militare statunitense di West Point.

Museveni sembra pronto a cedere il potere a suo figlio, Muhoozi Kainerugaba, 51 anni, generale capo dell’esercito ugandese. Kainerugaba ha studiato all’U.S. Army Command and General Staff College.

Kainerugaba è ampiamente considerato come imprevedibile e potenzialmente pericoloso, incline a bizzarri sfoghi sui social media. In un post su X, Kainerugaba si è vantato di tenere un attivista dell’opposizione detenuto nel suo seminterrato e ha minacciato di castrarlo. In un altro, ha detto che voleva decapitare Bobi Wine. Una volta si è offerto di acquistare il primo ministro italiano Giorgia Meloni per un “prezzo della sposa” di 100 pregiate mucche ugandesi. Suo padre è stato costretto a frenarlo per aver minacciato di invadere il vicino Kenya.

Giorgia Meloni e il figlio di Museveni, Muhoozi Kainerugaba, che voleva comprare per 100 mucche ugandesi

Kainerugaba è di fatto responsabile della sicurezza delle elezioni in Uganda. Questo preoccupa Bobi Wine. “Molti dei miei amici sono stati uccisi – mi ha detto Wine -. Temo anche per la mia vita”.

Wine spera che gli ugandesi, in particolare i giovani della Generazione Z, si presentino in gran numero per affermare la propria volontà contro ogni previsione. E vuole che la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, alzi la voce se le elezioni saranno truccate. “Museveni ha ingannato a lungo la comunità internazionale facendo credere di essere un leader democratico ed eletto democraticamente – mi ha detto -. Tutto ciò che chiediamo è che la comunità internazionale smetta di essere il vento sotto le ali di un dittatore”.

Dopo un’altra elezione farsa lo scorso ottobre in Tanzania, che ha visto la rielezione della presidente Samia Suluhu Hassan con un incredibile 97,66% dei voti, le proteste diffuse sono state represse con forza spietata. Le Nazioni Unite e le organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che centinaia di persone sono state uccise.

Keith è stato prima corrispondente da Nairobi e da Seul per il Washington Post di cui poi è diventato vicedirettore. Ha scritto questo libro

Wine vede uno scenario simile che potrebbe verificarsi in Uganda. “Ci saranno sicuramente violenze fino a quando la comunità internazionale non condannerà questo dittatore – ha affermato -. I dittatori in Africa – ha continuato – sopravvivono grazie alle elargizioni della comunità internazionale”. Ha aggiunto: “Noi facciamo quello che possiamo”.

Gli auguro davvero ogni bene. Ma la portata della violenza finora, l’esperienza passata e il disimpegno di Washington dall’Africa sotto questa amministrazione mi rendono più che pessimista. Per l’Uganda e per il continente.

Keith B. Richburg*
*
Keith B. Richburg è diventato membro del comitato editoriale del Washington Post nel 2023. È entrato a far parte di Post Opinions come editorialista di Global Opinions nel 2022. 

versione originale:

Taking on Uganda’s Big Man can feel like a war

As Museveni seeks a seventh term at age 81, his erratic son waits in the wings.

Ugandan opposition politician Bobi Wine is nothing if not brave. He campaigns for president wearing a bulletproof vest and a ballistic helmet. The security forces block him from using major roads and holding rallies in some cities. Over 400 of his party members have been arrested. And he doesn’t expect to win in a system that’s been rigged from the start.

“It’s neither free nor fair at all,” he told me in a Zoom call. “This was supposed to be a campaign. But in many ways, it is a war. It is as if I am running against the military and against the police.”

It’s a conflict he’s sadly familiar with. Wine — a 43-year-old former singer whose legal name is Robert Kyagulanyi — tried five years ago to unseat incumbent President Yoweri Museveni, in an election marred by violence and counting irregularities. Wine was detained several times campaigning. Museveni was declared the winner with nearly 59 percent of the vote.

With elections set to take place Thursday, Wine hopes this time will be different.
Museveni, now 81 years old, is vying for a seventh consecutive term. He came to power 40 years ago, in January 1986. That’s when Ronald Reagan was in the White House, the Soviet Union was still a threat and the world had more telephone booths than cellphones.

It’s a story that continues to play out all too often across Africa, where entrenched “Big Men” cling to power for decades, stifling the continent’s progress and democratic aspirations. Museveni is the prototypical African autocrat who came to power as a military man, saw political opponents as enemies to be vanquished, and ruled over a country beset by corruption and misrule.

I first started covering Uganda in the early 1990s, when Museveni was considered one of the “new breed”of African leaders replacing the old postcolonial dictators. I interviewed a few of these new generation leaders, including Isaias Afwerki in Eritrea, and Paul Kagame in Rwanda, after they came into office following periods of turmoil. They promised stability and offered just enough platitudes about democracy and pluralism to keep the international community happy. Like Museveni, Afwerki and Kagame are still in power. New breed, same greed.

Coming to Africa as a correspondent after four years covering Southeast Asia, I often compared Uganda to Cambodia, led then and now by strongman Hun Sen.

Museveni seized power in 1986 as the head of a guerrilla army, after the massacres of the Idi Amin and Milton Obote dictatorships. Hun Sen came to power in Cambodia in 1985, after Vietnam toppled the Khmer Rouge dictatorship that left more than a million people dead. Museveni and Hun Sen maintained power through repression and fraudulent elections with the acquiescence of the international donor community that was happy to back a dictator who brought “stability” after genocide.

And the aid money continues to flow. Uganda and Cambodia are both heavily dependent on foreign aid. They are also among the poorest countries in their respective regions and most corrupt, according to Transparency International.

Another similarity may yet emerge. In Cambodia in 2023, Hun Sen nominally stepped away from day-to-day executive authority, handing over the prime minister’s job to his son, Hun Manet. Born in 1977, Hun Manet had been a general and head of the Cambodian military, after studying at the U.S. Military Academy at West Point.

Museveni appears to be readying to hand over power to his son, Muhoozi Kainerugaba, who is 51 and a general in charge of the Ugandan military. Kainerugabastudied at the U.S. Army Command and General Staff College.
Kainerugaba is widely seen as erratic and potentially dangerous — and prone to bizarre outbursts on social media. In one posting on X, Kainerugaba boasted of keeping an opposition activist detained in his basement and threatened to castrate him. In another, he said he wanted to behead Bobi Wine. He once offered to purchase Italian Prime Minister Giorgia Meloni for a “bride price” of 100 prized Ugandan cows.

His father was forced to rein him in for threatening to invade neighboring Kenya.
Kainerugaba is effectively in charge of securing Uganda’s elections. That has Bobi Wine worried. “Many of my friends have been killed,” Wine told me. “I fear for my life, too.”

Wine is hoping that Ugandans — especially young Gen Zers — show up in large numbers to assert themselves against the odds. And he wants the international community, including the U.S., to speak out if the election is stolen. “Museveni has been hoodwinking the international community for a long time that he is a democratic leader and democratically elected,” he told me. “All we’re asking is for the international community to stop being the wind beneath the wing of a dictator.”

After another sham election last October in Tanzania saw President Samia Suluhu Hassan reelected with an eye-rolling 97.66 percent of the vote, widespread protests were met with ruthless force. The United Nations and human rights groups reported hundreds were killed. Wine sees a similar scenario potentially unfolding in Uganda.
“It will definitely be violent until the international community calls out this dictator,” he said. “Dictators in Africa,” he said, “survive on handouts from the international community.” He added, “We do what we can do.”

I really wish him well. But the scale of the violence so far, past experience and Washington’s disengagement from Africa under this administration, leave me more than a little pessimistic. For Uganda, and for the continent.

Keith B. Richburg

*Keith B. Richburg became a member of the Editorial Board in 2023. He joined Post Opinions as a Global Opinions columnist in 2022.

Il colonialismo cinese alla conquista dell’Africa

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
12 gennaio 2026

Il direttore del quotidiano Africa ExPress e Senza Bavaglio, Massimo Alberizzi, è recentemente tornato dal Kenya. “Le infrastrutture sono migliorate molto, ma dobbiamo dire che sono state realizzate dai cinesi”, commenta. Durante la sua permanenza, dopo molti anni, è riuscito a percorrere il tratto che collega Nairobi-Mombasa su un treno ad alta velocità: cinque ore invece che dodici. Una conquista.

Un mezzo moderno finalizzato al trasporto merci, ma che trasporta anche passeggeri e cambia così la vita anche alla popolazione locale. La modernizzazione delle vie del commercio ha caratterizzato lo sviluppo economico, sociale, politico e culturale di tutte le civiltà industriali. E per il continente africano, l’investimento cinese è sinonimo di evoluzione.

Progetto cinese: linea ferroviaria Mombasa-Nairobi

La nuova linea ferroviaria Nairobi-Mombasa, inaugurata il 31 maggio 2017, è stata finanziata al 91 per cento da China Exim Bank e costruita dalla società cinese China Road and Bridge Corporation (Cbrc). Il progetto infrastrutturale è il “più grande intrapreso dal Kenya dopo l’indipendenza”, riporta il quotidiano Africa Rivista. E la sua realizzazione ha contribuito a creare partenariati di formazione tecnica tra Kenya e Cina.

La politica coloniale di Xi Jinping

Un colonialismo, quello che proviene da Oriente, che non utilizza le bombe per appropriarsi delle terre altrui. La Cina finanzia, ma “non regale un bel niente – afferma il direttore Alberizzi e aggiunge – Il finanziamento che è arrivato dalla Export-Import Bank of China, deve essere restituito. Siccome il Kenya e molti altri Stati africani non hanno i soldi per ripagare il prestito, rilasciano concessioni economiche per sanare il debito”.

“Metà sfruttamento del porto di Mombasa, infatti, appartiene ai cinesi”, dice Alberizzi. E secondo uno studio pubblicato dall’Africa Center for Strategic Studies sono 78 in Africa i porti in mano alla Repubblica Popolare Cinese. Suddivisi in 32 Paesi in qualche modo sono controllati dalla Cina mediante concessioni di banchine, entrata nella proprietà, presenza di basi militari navali.

“Cina e Kenya hanno firmato 20 nuovi accordi di cooperazione focalizzati su infrastrutture, tecnologia ed istruzione, rafforzando i legami della Belt and Road – scrive il giornalista Michael Kirwa per Infrastructure Brief, e continua -. Nell’aprile 2025, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente keniota William Ruto hanno consolidato i rapporti diplomatici e firmato accordi bilaterali. Riguardano trasporti, energia, istruzione e infrastrutture digitali”.

Espansione economica orientale

La Belt and Road Initiative (BRI), è un progetto infrastrutturale cinese pensato per migliorare la connettività, il commercio e la comunicazione in Eurasia, America Latina e Africa. La Repubblica Popolare Cinese ha supportato e continua a finanziare la realizzazione di aeroporti, porti, centrali elettriche, ponti, ferrovie, strade e reti di telecomunicazioni.

L’iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina e il Sud-est asiatico

Il Kenya rappresenta attualmente “un attore chiave nell’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina, avendo già ricevuto investimenti in progetti come la ferrovia Mombasa-Nairobi”, riporta il sito specializzato di infrastrutture.

Cina e Kenya hanno espresso chiaramente la loro volontà di creare una stabilità globale e un mondo multipolare, promuovendo una globalizzazione economica inclusiva. La loro relazione esclude però, l’interferenza nei reciproci affari interni.

In Occidente, questo progetto, inizia a incutere un certo timore perché se da una parte favorisce lo sviluppo di quelle aree ancora ai margini del cosiddetto “primo mondo”,  dall’altra viene percepito come una strategia per espandere la sfera di influenza economica e politica a livello globale.

“Durante un incontro a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo keniota William Ruto, hanno annunciato di aver elevato i legami a ‘un nuovo livello’. Entrambi si sono impegnati a creare una comunità Cina-Africa”, si legge nell’articolo scritto da Michael Kirwa e pubblicato su Infrastructure Brief.

Il colonialismo cinese non è però un’opera di beneficienza. E come riporta il sito specializzato, il Kenya ha preso prestiti dalla Cina per finanziare progetti infrastrutturali, contribuendo a un crescente carico di debito per il Paese.

Valentina Vergani Gavoni
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Anche il Madagascar nelle mire di Trump

Da Africa Intelligence
Washington, Parigi, Antananarivo

Domenica 4 gennaio, poco dopo le 23:00, il volo Air France AF934 è atterrato all’aeroporto internazionale di Ivato con a bordo tre visitatori americani. Il responsabile dei servizi generali dell’ambasciata degli Stati Uniti in Madagascar, Patrick Wilcox, li ha definiti “VVIP” in una lettera inviata due giorni prima all’autorità dell’aviazione civile del Madagascar (ACM), con copia ai servizi di sicurezza aeroportuale.

Piuttosto che un’accoglienza trionfale, la scorta di sicurezza americana aveva previsto l’accesso alla sala presidenziale, la massima sicurezza e un protocollo discreto. Questo trio, ufficialmente inviati dal dipartimento di Stato, è oggetto di molti intrighi nei circoli politici ed economici della capitale. Nessuno sa davvero perché si trovino lì.

Madagascar: aeroporto internazionale

Secondo documenti riservati visionati da Africa Intelligence, tutti e tre sono stati inviati direttamente dalla Casa Bianca in accordo con il presidente della Rifondazione della Repubblica del Madagascar, il colonnello Michael Randrianirina. Il triumvirato agisce sotto l’autorità diretta di Donald Trump e dei suoi consiglieri speciali, sotto la supervisione del segretario di Stato Marco Rubio.

Diplomatici in missione discreta

Il primo, Stuart R. Wilson, ha ricoperto per quasi un anno la carica di vice segretario aggiunto per gli affari consolari. Il secondo, Christian Jové Ehrhardt, ricopre la carica di vice segretario aggiunto per la popolazione, i rifugiati e la migrazione. Ha prestato servizio in diversi Paesi africani, tra cui Sudan, Ciad e Repubblica Centrafricana, dove ha lavorato per mantenere l’ordine pubblico in un contesto degradato dalla minaccia dei gruppi armati e dalla presenza dei paramilitari russi Wagner.

Wilson, diplomatico di carriera, ha ricoperto la carica di console generale degli Stati Uniti a Mosca fino al 2024, dopo essersi distinto come consigliere di politica estera della Task Force dell’esercito americano per l’Europa meridionale e l’Africa e aver prestato servizio in Madagascar. Il terzo visitatore, Carl Anderson, è un avvocato ed ex uomo d’affari che è entrato a far parte del Dipartimento di Stato lo scorso aprile come consulente legale.

Questi VVIP inviati dalla cerchia ristretta di Trump si preparano da diverse settimane a questa missione. In una lettera datata 19 dicembre 2025, l’ambasciata americana ad Antananarivo ha tenuto a informare il ministro degli Affari esteri malgascio Christine Razanamahasoa del loro arrivo su quel volo Air France.

L’asse Washington-Tel Aviv

Dieci giorni prima dell’invio di questa lettera, il colonnello Randrianirina si era recato segretamente a Dubai. Soggiornando al Mandarin Oriental, ha incontrato, tra gli altri, diversi funzionari americani inviati appositamente dall’amministrazione Trump, nonché il magnate della sicurezza privata Erik Prince (ex ufficiale dei US Navy SEAL le forze speciali della marina militare americana e fondatore di parecchie compagnie di mercenari, tra cui la famigerata Blackwater, ndr Afex) , come rivelato da Africa Intelligence (AI, 11/12/25).

Il colonnello, che ha guidato il colpo di Stato del 12 ottobre 2025 contro Andry Rajoelina – esiliato a Dubai sotto la stretta sorveglianza dei servizi segreti degli Emirati – si è rivolto a loro con franchezza. Ha innanzitutto ribadito il suo impegno a favore dello sviluppo economico e il suo desiderio di soddisfare le aspettative della popolazione, come aveva fatto il giorno precedente nei colloqui con il segretario di Stato degli Emirati Arabi Uniti per la cooperazione internazionale, Reem bint Ebrahim Al Hashimy, che ha promesso assistenza finanziaria. Randrianirina ha poi espresso le sue preoccupazioni per la propria sicurezza e il rischio di un “colpo di Stato nel colpo di Stato” che potrebbe essere ordito all’interno del comando militare a capo dello Stato. Ha poi discusso la possibilità di ricevere un discreto sostegno operativo da Washington in termini di personale e capacità di intelligence.

Oltre a Prince, ai consiglieri inviati da Trump e a un funzionario dell’intelligence statunitense, è stato invitato anche un inviato israeliano. Quest’ultimo ha legami con l’apparato di sicurezza israeliano, con l’industria militare israeliana e, in particolare, con le start-up specializzate nella sicurezza informatica. Ciò potrebbe suscitare un rinnovato interesse da parte dell’asse Washington-Tel Aviv.

Indifferenti alla natura del regime al potere, questi potenti alleati sono desiderosi di stabilire un punto d’appoggio in questa regione strategica, che si affaccia sul Canale del Mozambico ed è ricca di risorse minerarie e di gas. Nell’ultimo rapporto della Casa Bianca sulla strategia di sicurezza nazionale, la regione indo-pacifica è identificata come una delle principali priorità geopolitiche ed economiche di Washington. Le ambizioni che circondano il Madagascar sono coerenti con questa dottrina, soprattutto perché anche altre potenze sono in competizione per il controllo, a cominciare dalla Russia.

Patto informale siglato a Dubai

L’amministrazione di Vladimir Putin sta cercando in modo particolarmente aggressivo di affermarsi come partner chiave del nuovo regime malgascio. Il regime ha inizialmente beneficiato del sostegno molto pubblicizzato della Russia: visite di alti ufficiali dell’intelligence militare (GRU), proposte insistenti per rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza ed economia, forniture di armi e richieste di permessi minerari. Mentre Mosca guardava principalmente all’uomo d’affari e politico Siteny Randrianasoloniaiko, questi si trova ora in una posizione delicata.

Diventato presidente dell’Assemblea nazionale, deve contemporaneamente placare il suo storico alleato russo, desideroso di non perdere tempo nel raccogliere i frutti del suo sostegno al colpo di Stato, e il capo del governo di transizione malgascio, che cerca di tenerlo a distanza e di contenere le ambizioni di Mosca. Randrianirina è infatti attualmente favorevole alla negoziazione di un partenariato con gli Stati Uniti e, in misura minore, con gli Emirati Arabi Uniti per il sostegno finanziario e con Israele per l’assistenza tecnologica in materia di intelligence. Questa alleanza emergente ha però un prezzo, poiché l’amministrazione Trump tende a ricorrere alla diplomazia – e persino alla forza – per difendere gli interessi economici degli Stati Uniti.

Il patto informale o semi-ufficiale è stato siglato a Dubai in questo contesto. Si sta quindi valutando l’invio di una missione di valutazione americana. Washington voleva inizialmente inviare una squadra alla fine di dicembre, ma il governo malgascio ha preferito rinviare la visita all’inizio di quest’anno. I funzionari americani dovranno valutare la situazione, in particolare quella della sicurezza, del capo dello Stato, nonché le sue esigenze e aspettative, al fine di formulare una proposta su misura. Questa è la missione assegnata ai tre VVIP.

Accoglienza dei migranti illegali

Al loro arrivo, i tre funzionari del dipartimento di Stato hanno inizialmente incontrato i contatti dell’ambasciata americana guidata da Claire Pierangelo, nominata nel 2021 dall’amministrazione di Joe Biden. Emarginata dalla nuova amministrazione Trump, sta per lasciare il suo incarico ed è stata tenuta fuori dai piani riservati di Washington per il Madagascar.

Nel primo pomeriggio del 6 gennaio, gli emissari si sono recati all’Assemblea Nazionale a Tsimbazaza per un lungo incontro con Randrianasoloniaiko. La settimana precedente, questi aveva orchestrato l’arrivo di una delegazione russa di circa 40 persone, guidata dal generale Andrei Averianov, capo dell’unità 29155 del GRU. Ciò non è stato criticato dai suoi visitatori di Washington. Gli inviati della Casa Bianca non hanno discusso con lui in modo approfondito le questioni di sicurezza, ma Ehrhardt, ufficialmente responsabile di tali questioni presso il dipartimento di Stato, ha sollevato la questione dell’eventuale accoglienza in Madagascar di rifugiati e migranti illegali negli Stati Uniti.

Randrianirina, presidente golpista del Madagascar

La parte centrale della missione è riservata al capo dello Stato. Facendo seguito al “patto” di Dubai, nei prossimi giorni saranno discusse questioni strategiche al Palazzo Iavoloha, durante un incontro con Randrianirina. Inizialmente previsto per l’8 gennaio alle 9 del mattino, l’incontro ha dovuto essere rinviato a causa dei problemi di salute di uno dei tre americani.

Interessi strategici nel settore minerario

Al di là delle preoccupazioni in materia di sicurezza, compresa la lotta alla pirateria, gli interessi degli Stati Uniti si concentrano sul settore minerario e più precisamente sulle terre rare e sui minerali strategici come la grafite, con il progetto Base Toliara, ribattezzato Vara Mada dalla fine del 2025, nel mirino (AI, 23/12/25). Situato nel sud-ovest del Madagascar, vicino alla città costiera di Tuléar, il sito è ricco di sabbie minerali e elementi delle terre rare, tra cui la monazite, che contiene uranio.

Nel dicembre 2024, questo progetto è passato sotto il controllo della società statunitense Energy Fuels, guidata da Mark Chalmers, dopo la sua acquisizione dalla società australiana Base Resources. Da allora, non è stato possibile avviare nulla. La società con sede in Colorado aveva tentato di accelerare, dietro le quinte, la revisione della legge sugli investimenti minerari di grande entità (LGIM, promulgata nel 2002), un prerequisito essenziale per l’avvio delle sue operazioni, inizialmente previsto per l’inizio di quest’anno (AI, 22/05/25). Invano.

Energy Fuels Inc. is an industry leader in uranium and rare earth elements production for the energy transition. (CNW Group/Energy Fuels Inc.)

Il colpo di Stato ha interrotto i piani e Energy Fuels, che prevede un investimento di 770 milioni di dollari, deve ora fare i conti con la crescente pressione di Randriasoloniaiko, ferreo oppositore del progetto minerario da circa 15 anni, ben prima che passasse sotto il controllo americano. Il 14 dicembre 2025 ha avviato un’inchiesta parlamentare sui tre principali progetti minerari del Paese.

Meno imponente del complesso minerario di Ambatovy sulla costa orientale, il sito dell’azienda americana è considerato strategico. Washington intende persuadere Randriasoloniaiko piuttosto che chiudere bottega. Oltre all’estrazione mineraria, gli Stati Uniti stanno monitorando da vicino il settore della vaniglia, di cui sono il principale importatore mondiale. Infine, a seguito delle richieste avanzate da Randrianirina a Dubai, l’amministrazione Trump non esclude di investire nel settore del trattamento e della distribuzione dell’acqua, oltre che in quello dell’elettricità.

Sicurezza, affari e una base navale

Sul fronte militare, un altro sito è molto ambito: la base navale di Diego-Suarez. Situata nell’estremo nord del Paese, questa ex installazione coloniale francese, sulla rotta dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano, offre accesso alla costa africana, a Mayotte e alla Riunione. La baia di Diego-Suarez ha anche il vantaggio di poter ospitare navi di grande pescaggio.

Alla fine del 2021, durante il blocco del Canale di Suez da parte di una nave portacontainer (AI, 04/02/22), gli Stati Uniti hanno riattivato la cooperazione in materia di sicurezza con Antananarivo, ma hanno dovuto accontentarsi dell’istituzione di un centro di comando dedicato al controllo delle operazioni marittime. I tre emissari della Casa Bianca intendono quindi svolgere il loro ruolo con il colonnello Randrianirina per quanto riguarda il futuro di questa base militare. Il capo della giunta si è infatti recato sul posto il 6 e 7 gennaio, prima di tornare nella capitale.

I negoziati segreti, iniziati a Dubai e proseguiti ad Antananarivo, potrebbero riprendere ad Abu Dhabi all’inizio della prossima settimana. Salvo cambiamenti dell’ultimo minuto, il colonnello ha accettato l’invito ufficiale del vice primo ministro e ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed Al Nahyan. Le autorità della capitale degli Emirati non hanno gradito la visita di Randrianirina a Dubai per colloqui che non includevano Abu Dhabi. Soprattutto perché riguardano questioni diplomatiche e di intelligence, settori sovrani sui quali il governo centrale desidera mantenere il controllo. Tutto questo avviene sullo sfondo della rivalità tra i due emirati.

Mentre il capo di Stato degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan (MbZ) riceve solo omologhi eletti, il suo ministro degli Esteri approfitta della Settimana della sostenibilità di Abu Dhabi (ADSW), dall’11 al 15 gennaio, per invitare il colonnello. È possibile che partecipino anche emissari di Trump. L’asse USA-EAU-Israele sta cercando di muoversi rapidamente e di sfruttare questo periodo di transizione per cementare stretti legami con il suo leader, sperando di utilizzare il Madagascar come banco di prova politico e militare in una regione dell’Africa ora considerata prioritaria da Washington.

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L’espulsione delle ONG da Gaza: motivi di sicurezza o delirio di persecuzione?

EDITORIALE
Federica Iezzi
12 gennaio 2026

Israele ha confermato il divieto di ingresso nella Striscia di Gaza per almeno 37 organizzazioni non governative (ONG), accusandole di non aver fornito gli elenchi dei propri dipendenti, ora ufficialmente richiesti per “motivi di sicurezza”. O meglio a causa di una mania di persecuzione millenaria incarnata negli israeliani e per fanatica esaltazione.

Striscia di Gaza [photo credit ICRC]
Le ONG internazionali non possono trasferire dati personali sensibili a una parte in conflitto, poiché ciò violerebbe i principi umanitari, il dovere di diligenza e gli obblighi di protezione dei dati.

Dati personali richiesti

Condividere i dati sul personale sanitario palestinese metterebbe a repentaglio indipendenza e neutralità umanitaria – soprattutto considerando il fatto che migliaia di operatori sanitari e umanitari sono stati intimiditi, detenuti arbitrariamente, attaccati e uccisi. Ciò è reso ancora più pericoloso dall’assenza di chiarezza su come tali dati sensibili saranno utilizzati, archiviati o condivisi.

E’ un evidente segno della volontà delle autorità israeliane di intensificare il controllo politico sugli operatori palestinesi. E la dichiarazione del ministero israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo ne è prova tangibile. “Le organizzazioni che non hanno soddisfatto i requisiti di sicurezza e trasparenza richiesti vedranno la loro licenza sospesa. La principale mancanza individuata è il rifiuto di fornire informazioni complete e verificabili riguardo ai propri dipendenti, un requisito essenziale volto a prevenire l’infiltrazione di operatori terroristici nelle strutture umanitarie”.

Tra queste organizzazioni figurano importanti punti di riferimento internazionali, come Medici Senza Frontiere, Danish Refugee Council, CARE, Oxfam, Amnesty International, Médecins du Monde.

La minaccia di Israele di negare la registrazione a organizzazioni non governative internazionali è un tentativo cinico e calcolato di impedire la fornitura di servizi sanitari essenziali a Gaza e in Cisgiordania, in palese violazione degli obblighi di Israele, ai sensi del diritto internazionale umanitario.

Pericoloso precedente

La voce delle organizzazioni umanitarie è unanime: si tratta di un pericoloso precedente, che porta con sé disprezzo per il diritto internazionale umanitario e una superflua proliferazione di ostacoli alle operazioni di aiuto.

Condizionare gli aiuti all’allineamento politico, penalizzare il sostegno alla responsabilità legale e richiedere la divulgazione di dati personali sensibili costituisce una violazione del dovere di proteggere ed espone i lavoratori a sorveglianza e abusi dei loro diritti. Anche un gruppo di 17 organizzazioni israeliane ha condannato queste restrizioni.

Sebbene inquadrata come una misura amministrativa, quest’ultima mossa non è altro che il culmine di un processo che si è svolto negli ultimi due anni, durante il quale Israele ha sistematicamente smantellato le infrastrutture umanitarie, a sostegno della popolazione civile della Striscia di Gaza.

Tagliando i fondi e delegittimando l’UNRWA, spina dorsale della vita civile dei rifugiati palestinesi, e muovendo accuse contro il personale sanitario palestinese, in assenza di una significativa reazione globale, Israele ha ulteriormente consolidato un sistema di aiuti militari di lunga data.

Oltre conformità tecnica

Il nuovo quadro normativo va ben oltre la conformità tecnica. Introduce esplicitamente condizioni politiche e ideologiche per l’erogazione degli aiuti, punendo le organizzazioni che hanno sostenuto il boicottaggio di Israele o si sono impegnate in campagne di delegittimazione. Tali criteri non solo regolano l’attività di aiuto, ma mettono a tacere di fatto il dissenso.

La persecuzione dei gruppi umanitari internazionali che operano a Gaza, da parte di Israele, sta dimostrando al mondo quanto facilmente pilastri centrali del sistema umanitario possano essere smantellati, nella totale indifferenza.

Presentare queste organizzazioni come marginali non è una valutazione fattuale, ma una narrazione volta a normalizzare la loro rimozione.

La centralità delle organizzazioni umanitarie internazionali per la sopravvivenza di Gaza è di per sé una misura della profondità della distruzione imposta alla società palestinese. Tali gruppi hanno operato in spazi in cui le istituzioni palestinesi sono state demolite e le soluzioni politiche rinviate.

Federica Iezzi
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Non solo Mediterraneo: le tragedie che vivono i migranti sono ovunque

Africa ExPress
11 gennaio 2026

Una decina di ragazzi provenienti dal Corno d’Africa sono stati trovati affamati e seminudi mentre camminavano per strada a Mulberton, una periferia a sud di Johannesburg (Sudafrica).

Residenti dell’area hanno allertato la polizia. Gli agenti, accorsi immediatamente, hanno soccorso i giovanissimi, tutti stranieri, che non masticavano una parola di inglese.

Etiopi arrestati in Sudafrica

I giovani vengono dall’Etiopia, alcuni tra loro minorenni. Diversi testimoni hanno riferito che altri due migranti sono stati portati via da una automobile, fuggita in tutta velocità. Il conducente è poi stato bloccato è arrestato. Si tratta di un 47enne etiope senza permesso di soggiorno, ora accusato di traffico di esseri umani.

Maggiorenni arrestati

Ieri, il viceministro  della Giustizia e dello Sviluppo costituzionale di Pretoria, Andries Nel, ha elogiato il Comitato Nazionale Intersettoriale sulla Tratta di Esseri Umani (NICTIP) per il lavoro svolto nel caso di dodici cittadini etiopi di sesso maschile che inizialmente erano stati ritenuti vittime di tratta.

Il 7 gennaio i 12 giovani sono stati interrogati in presenza di un interprete. Infine è stato stabilito che solamente due di loro sono minorenni. Hanno poi dichiarato di non essere vittime di tratta, ma di essere venuti deliberatamente in Sudafrica in cerca di una occupazione.

I dieci adulti, di età compresa tra 19 e 35 anni, sono ora in stato di fermo, mentre i due giovanissimi sono stati trasferiti in una località protetta.

Gli adulti, invece, dovranno apparire in Tribunale il prossimo 15 gennaio per essere ascoltati dai giudici.

La fuga dall’Etiopia

Si continua a fuggire dall’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa, dove in molte zone regna insicurezza e manca il lavoro.

Tanti giovani lasciano la loro terra e i loro affetti in cerca di occupazione. Molti sperano di trovare lavoro in altri Paesi africani, come il Sudafrica, una delle economie trainanti del continente. Ma da diversi anni anche lì la disoccupazione è salita alle stelle: si aggira sul 32 per cento, ma sale al 58 per quanto riguarda quella giovanile.

Paesi del Golfo

Altri etiopi tentano la fuga verso i Paesi del Golfo, con la speranza di trovare un’occupazione come colf o manovali nell’edilizia o in altri settori. Il 40 per cento dei 130 milioni di abitanti dell’Etiopia vive al di sotto della soglia di povertà.

Ma i viaggi della speranza sono sempre un terno al lotto. Il tragitto per raggiungere Gibuti, per poi imbarcarsi alla volta dello Yemen, è pericolosissimo. Basti pensare che pochi giorni fa ben 22 persone sono morte e altre 72 sono state ferite in un incidente stradale nella regione dell’Afar (Etiopia). Il camion, strapieno di giovani, si è ribaltato a Semera, a poco più di cento chilometri dal confine.

I migranti, per potersi imbarcare devono raggiungere Obock, sulla costa settentrionale di Gibuti, da dove partono molte imbarcazioni alla volta dello Yemen. Ma prima i migranti devono attraversare lande deserte, impervie, e caldissime e non di rado vengono rinvenuti resti umani nella regione del lago Assal, nella regione abitata degli Afar, che si trova a 155 metri sotto il livello del mare e rappresenta la depressione più significativa di tutta l’Africa. Muoiono di stenti, fame e sete. Altri annegano durante la traversata verso lo Yemen, distrutto dalla guerra.

“Rotta orientale”: da Gibuti verso l’Arabia Saudita

Secondo OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti) la cosiddetta rotta orientale utilizzata da chi fugge dal Corno d’Africa per raggiungere l’Arabia Saudita o altri Paesi del Golfo è “una delle vie migratorie più pericolose e complesse dell’Africa e del mondo”. I naufragi sono frequenti e molto spesso non vengono nemmeno riportati dalle grandi testate internazionali.

OIM ha fatto sapere che tra gennaio e settembre dello scorso in questo tratto di mare sono anno morte o sparite 890 persone.

Africa Express 
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Malawi: scoperta fossa comune con 25 migranti etiopici diretti in Sudafrica

 

 

Incollato alla poltrona: il presidente centrafricano rieletto per la terza volta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 gennaio 2026

Faustin-Archange Touadéra, al potere dal 2016, ha vinto nuovamente le presidenziali che si sono svolte il 28 dicembre 2025 nella Repubblica Centrafricana, con il 76,15 delle preferenze, portandosi così a casa il terzo mandato.

Secondo quanto annunciato da ANE (Agenzia Nazionale Elezioni), la partecipazione al voto degli aventi diritto è stata del 52,42 per cento. La Corte costituzionale dovrà confermare i risultati definitivi il prossimo 20 gennaio.

Opposizione denuncia irregolarità

I due maggiori oppositori in lizza, Anicet-Georges Dologuélé e Henri-Mari Dondora, hanno denunciato irregolarità nello scrutinio. Il primo è fermato al 14,6 per cento, mentre Henri-Marie Dondra al 3,19. Già prima della pubblicazione dei risultati di ANE, Dologuélé, sfidante storico di Touadéra, ha rivendicando la propria vittoria. Accuse ovviamente respinte al mittente dal portavoce del presidente.

Faustin-Archange Touadéra vince le elezioni in Centrafrica, conquistando il terzo mandato

Mentre Dondra ha chiesto l’annullamento dello scrutinio e ha accusato ANE di non essere in grado di organizzare le elezioni.

Gli osservatori dell’Unione Africana, invece, hanno ritenuto che le elezioni si sono svolte in modo pacifico, non paragonabili a quelle del 2016 e 2020. Hanno sottolineato che sono state rispettate le procedure legali in vigore.

Popolazione allo stremo

Alcuni analisti ritengono che il Centrafrica si stia stabilizzando, visto che ora il governo centrale controlla il 90 per cento del Paese, mentre nel 2021 l’80 per cento era ancora in mano a gruppi armati.

Ma sta di fatto che il 71 percento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Mancano i servizi di base, strade spesso non percorribili, specie nel periodo delle piogge, disoccupazione endemica e un tasso di istruzione molto basso, mentre il costo della vita è sempre più elevato.

Vietate le critiche

Malgrado la vittoria Touadéra resta un personaggio molto criticato, specie dopo il referendum per il cambiamento della Costituzione del 2023 che lo ha autorizzato a ricandidarsi all’infinito.

La Corte Costituzionale aveva bocciato il referendum ancora sul nascere, fatto ovviamente non gradito al presidente e ai suoi protettori russi, presenti nella ex colonia francese dal 2018. Per tutta risposta Touadéra ha silurato Danièle Darlan, allora presidente del supremo organo di giustizia, mandandola in pensione anticipata.

Roccaforte dei mercenari Wagner

Il Centrafrica è anche l’ultimo baluardo dei mercenari Wagner, ancora non sostituiti da Africa Corps, contingente di soldati di ventura controllato direttamente dalla Difesa russa.

A dire il vero cambia poco, è semplicemente una “istituzionalizzazione de facto” della presenza militare russa in Africa. I paramilitari cambiano la divisa, anzi, meglio, solamente lo scudetto sul braccio.

Uomini di Wagner ancora in Centrafrica

Da tempo Mosca sta facendo pressione su Bangui, chiedendo di licenziare i Wagner per sostituirli con il nuovo contingente russo.Touadéra però ha chiesto una proroga fina alla fine delle elezioni. Il conto presentato da Putin per Africa Corps è salato: 15 milioni di euro al mese. Tale cifra rappresenta il 40 per cento del bilancio del Paese del 2025.

Ora si attendono i risultati definitivi delle legislative, pare comunque che anche in questo caso sia in netto vantaggio il partito al potere.

In questi anni di permanenza in Centrafrica, i miliziani russi hanno fatto il cattivo e il brutto tempo nel Paese. Uccisioni, torture, arresti e sparizioni si sono susseguiti a tambur battente, senza che le autorità di Bangui battessero ciglio. La popolazione, inizialmente entusiasta della presenza dei paramilitari russi, ora ne è terrorizzata e c’è chi li chiama “architetti del terrore”

Paramilitari in Sudan

E all’inizio di quest’anno, i paramilitari di Wagner hanno attraversato la frontiera Centrafica/Sudan, penetrando nell’area di Karkar, nel  Sud Darfur. Una settimana fa hanno ordinato ai poliziotti delle Rapid Support Forces (RFS) e al personale amministrativo responsabile per la sicurezza, di lasciare immediatamente la zona.

Eppure, solo poche settimane fa, le RSF e le autorità  locali di Birao, capoluogo della provincia centrafricana Vakaga, al confine con il Sudan, avevano raggiunto un accordo per la riapertura di un punto di scambio commerciale transfrontaliero nella zona. L’area è abitata prevalentemente da civili sudanesi e funge da importante centro commerciale.

Grazie alla presenza dei mercenari, i rapporti tra Russia e Centrafrica si sono rafforzati ulteriormente. Un anno fa, Touadéra e Putin hanno siglato un nuovo Memorandum of Understanding, in particolare per quanto riguarda la gestione delle ricchezze del sottosuolo, dunque nuove opportunità per le società minerarie russe.

Dopo la riconferma del terzo mandato, Touadéra  ha subito invitato Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa a Bangui. La vittoria favorirà ancora una volta gli interessi di Mosca nel Paese, in particolare nell’estrazione di oro e diamanti.

Cornelia Toelgyes                             
corneliacit@hotmail.it
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Marocco arricchisce il suo arsenale bellico made in Israel

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
8 gennaio 2026

Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding industriale bellica IAI – Israel Aerospace Industries.

Rabat aveva ordinato in Israele il sistema missilistico nel 2023. Valore presunto della commessa 540 milioni di dollari.

Sistema missilistico Barak MX

Il BARAK MX è stato progettato per contrastare un ampio ventaglio di minacce aeree fino ad una distanza di 150 km.: velivoli senza pilota, cacciabombardieri, missili da crociera e balistici.

Sahara occidentale

Secondo la testata specializzata Israel Defense, le forze armate marocchine impiegheranno il sistema missilistico come una specie di “Iron Dome” (cupola di ferro) nel deserto del Sahara, specialmente nelle aree più “sensibili” del sud del Paese.

La piena operatività del BARAK MX è stata raggiunta in tempi record perché le autorità di Rabat temono le “crescenti attività ostili” nella regione meridionale da parte di attori non statali che utilizzano droni e altre armi d’attacco guidate da remoto.

Polisario

“Uno di questi gruppi armati è rappresentato dal Fronte Polisario, organizzazione separatista che opera dai campi profughi presenti nella confinante Algeria”, riporta Israel Defense, omettendo di ricordare che in quei campi vive da più di 50 anni la popolazione Saharawi espulsa con la forza dopo l’occupazione militare dell’ex Sahara spagnolo da parte del Marocco.

L’acquisto del sistema BARAK MX si inquadra all’interno delle sempre più strette relazioni diplomatico-militari tra il Marocco e Israele. La partnership si è sviluppata a seguito della firma dei cosiddetti “Accordi di Abramo” nel 2020 e non si è incrinata dopo l’attacco genocida di Tel Aviv contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

Esportazioni belliche nel Regno

Secondo il SIPRI, l’autorevole istituto internazionale di ricerca sui temi della pace di Stoccolma, lo Stato di Israele è divenuto il terzo esportatore di armi e apparecchiature militari al Marocco, conquistando una fetta del mercato pari al 10 per cento di tutte le acquisizioni del Regno.

Lo scorso mese di agosto, nella regione orientale del paese nordafricano, l’esercito ha testato il nuovo missile supersonico “Extra” prodotto da Elbit Systems Ltd, altra importante azienda israeliana del settore aerospaziale, con quartier generale ad Haifa.

Le forze marocchine hanno dichiarato che con l’adozione di questo nuovo sistema d’arma, saranno rafforzate le capacità di strike in profondità.

Extra Elbit System

Gli “Extra” di Elbit System sono razzi di artiglieria da 306 mm; possono trasportare testate esplosive da 120 kg e colpire centri di comando e comunicazione ed installazioni protette.

Sempre con la stessa azienda di Haifa, le autorità militari marocchine hanno firmato di recente un contratto per la fornitura di 36 semoventi ruotati di artiglieria ATMOS (Autonomous Truck MountedHowitzer System).

Gli ATMOS, avio trasportabili, sono dotati di cannoni da 155 mm, in grado di sparare fino ad otto colpi al minuto ed ingaggiare bersagli entro un raggio di circa 40 km.

Marina militare di Rabat

Anche la Marina del Regno del Marocco è intenzionata a dotarsi di sistemi missilistici di produzione israeliana. Le proprie unità navali potrebbero armarsi fin dai prossimi mesi di missili “Spike NLOS” (Non-Line-of-Sight) realizzati da Rafael Advanced Defense Systems.

Gli “Spike NLOS” sono in grado di colpire obiettivi navali o terrestri con un raggio d’azione di 32 Km.

A bordo delle unità marocchine è già operativa una versione meno sofisticata degli “Spike”, nota con la sigla “LR II”, la cui consegna è stata completata nel giugno 2025.

La Marina Militare di Rabat sta pure valutando la possibilità di acquisire una versione navale del sistema missilistico sviluppato da IAI – Israel Aerospace Industries, il BARAK 8. Si tratta di un’arma superficie-aria a lungo raggio, anch’essa in grado come il BARAK MX di intercettare e distruggere in volo aerei, droni e missili.

Stabilimento israeliano Casablanca

Il Marocco non è solo un cliente del complesso militare-industriale israeliano. Lo scorso mese di novembre, a Benislmane, nell’area industriale di Casablanca, è stato inaugurato uno stabilimento per la produzione dei droni kamikaze SPY X.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, (a sinistra) e il re del Marocco, Muhammad VI

Lo stabilimento è di proprietà dell’azienda aerospaziale Blue Bird Aero Systems Ltd. con quartier generale nel parco industriale di Emek-Hefer, distretto centrale di Israele, interamente controllata da IAI.

Buona parte della produzione a Benislmane avrà come acquirenti le forze armate marocchine; il resto finirà nel mercato africano.

Gli SPY X possono essere impiegati senza la necessità di disporre di ampie piste di decollo. Hanno un duplice uso: possono fare da velivoli a pilotaggio remoto per attività di intelligence, sorveglianza e riconoscimento, o da veri e propri droni killer/kamikaze per colpire target fino a 50 km di distanza.

Nel settembre 2022, dal gruppo Blue Bird Aero Systems, il Marocco aveva acquistato pure i droni WanderB e ThunderB.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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