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Moral Fact Checking: il signor Cerasa e il 25 aprile

Con questo articolo Roberta De Monticelli
comincia la sua collaborazione con Africa ExPress

Speciale Per Africa ExPress
Roberta De Monticelli*
Milano, 26 aprile 2025

Le due bandiere sventolano insieme nel sole d’aprile, sembrano accarezzarsi, rischiano di aggrovigliarsi. Quella palestinese e quella di Israele. Cos’è, un film sull’epoca nuova seguita al day after della prossima apocalisse, atomica o convenzionale che sia, quando ci saranno eguali diritti per tutti, dal fiume al mare, e i due popoli convivranno in Palestina curandosi le profonde ferite, con fatica e con dolore, ma anche con un futuro finalmente davanti, dove uno dei due non conculchi più all’altro la vita, la memoria, la terra, la libertà e la speranza?

Macché. Sono solo io che, sospinta da decine di migliaia di festosi manifestanti, sono finita nei pressi della Brigata Ebraica. Non proprio dentro, ma un po’ dietro, dove campeggia lo striscione di una “Sinistra per Israele” che recita a grandi caratteri: “Due popoli, due stati”. Oddio, dove sia finita la terra per l’altro Stato non si sa, che quella che gli hanno lasciato non basta neppure a uscire in pace da una delle città palestinesi più aggredite ogni giorno, fra Tulkarem, Nablus, Jenin, Hebron, Gerico e Gerusalemme Est, per farsi un giro in campagna senza farsi massacrare.

Ma pazienza, giusto ribadire il principio, dovrebbero potersi autodeterminare anche i palestinesi no? Perfetto sventolarla qui la bandiera che mi sono portata dietro, ecco l’emblema dello Stato che ancora non c’è.

Curiosa esperienza. Quelli che reggono lo striscione mi guardano costernati. Da principio senza parole, poi si avvicinano in due o tre – “che ci fa qui signora, non vede che ha sbagliato gruppo?” – Io, e perché? Non volete due popoli e due Stati? Questa è la bandiera dell’altro, se no ne resta uno solo! Cominciano gestacci e urla. Provocatrice! Mandatela via! – Però ci sono anche un paio di  ragazze, diciamo così, che la trovano una buona idea: “Adesso vediamo da che parte stanno i fascisti!”

La bandiera palestinese di Roberta De Monticelli nei pressi di quella israeliana

Appunto. Basta prendere sul serio uno slogan, e a quelli già pronti a menar le mani cascano le braccia: un po’ come quando ti ricordi che le tenebre non c’è bisogno di aggredirle, basta accendere la luce. Forse volevo provare a dar credito a una frase almeno di un articolo di un tal Cerasa che mi era occorso di leggere il mattino.

 

Un articolo traboccante di asserzioni apodittiche quanto improbabili, come che per essere antifascisti bisogna imbottire di armi l’Ucraina e la stessa Unione Europea, nata per spegnere le guerre, che si è antifascisti da salotto se il 25 aprile non si maledicono gli ayatollah iraniani, che sono certamente dei macellai, ma di cui non è chiarissimo il nesso né con Mussolini né con i suoi nostalgici o diversamente continuatori; o addirittura che senza quell’America che oggi sui cappellini governativi scrive il suo smisurato odio per gli “antifa” ci si priva dei mezzi per difendere l’Occidente dal fascismo (o dagli ayatollah? Il ragionamento non è lucidissimo).

Per non parlare poi dell’ordinaria contorsione logica dell’equiparazione fra antisionismo e antisemitismo. Ma c’era almeno quella frase, nell’articolo del Cerasa, di cui m’era venuto l’estro di fare un moral checking, per così dire. La questione se i “professionisti dell’antifascismo” (?) sono pronti “a denunciare le tracce di fascismo della contemporaneità”. Io ad esempio non sarò abbastanza professionale, ma son pronta, credo. E infatti pregavo che non arrivasse il solito manipolo di idioti a voler sprangare quelli delle bandiere israeliane, dando così un po’ ragione al ragioniere.

Solo un po’, perché oggi quelle bandiere grondano di sangue innocente come poche altre al mondo. Ma una bandiera la sporca chi stermina, non è sporca in sé stessa – o allora lo sono tutte.

Bene, gli idioti c’erano. Ma quando vedevano la mia bandiera palestinese si placavano, un po’ – stupiti. Non era lì, il problema. Assorta a sventolare, non mi accorsi dell’orda che ci precedeva di poco, e che mi si era rigirata contro. Oh un’orda piccolina! In mezzo ai decorati al valor militare delle brigate ebraiche erano spuntati gli alfieri dello Scià di Persia, e dietro di loro le bandiere americane.

Manifestazione 25 aprile 2026, Senza Bavaglio

 

Surreale: sulla scena irrompevano gli anni Cinquanta, con Reza Pahlevi assetato di vendetta che si riprende il potere sulle ali della CIA, una macelleria non minore di quella degli ayatollah che lo sostituirono più tardi. Ma vuoi mettere? Una macelleria laica, mica teocratica!

E io che ci facevo lì in mezzo? Cominciavo a preoccuparmi, mentre il teorema di Cerasa finiva calpestato sotto i piedi dell’orda, piccola ma vigorosa. Stavo per tentare un argomento di tolleranza con una robusta signora slava, non chiedetemi cosa c’entrasse, che gridava all’assassino in faccia a me – o alla mia bandiera. Ma venne un giovane dal fare spiccio che mi prese dolcemente per il braccio – “polizia, signora. Prego venga via”. Dolcemente sottratta ai miei esperimenti morali. Con un certo sollievo.

Roberta De Monticelli*
*Già ordinario di filosofia della persona all’Università di Ginevra e all’Università San Raffaele di Milano. Dirige la rivista internazionale “Phenomenology and Mind” e il Centro di ricerca PERSONA presso l’Università San Raffaele. Ha scritto svariati libri di filosofia, alcuni tradotti in francese, inglese e spagnolo: sull’idea di persona, l’etica, la libertà, lo spirito e l’ideologia, la questione morale nella vita pubblica, lo scetticismo etico, l’esperienza dei valori, la natura e il valore dei vincoli normativi. E infine si è perduta nella tragedia palestinese: con Umanità violata – La Palestina e l’inferno della ragione, Laterza 2024. Ha collaborato con vari giornali, attualmente con il manifesto.

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Libano: libertà di saccheggio per i soldati israeliani

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
25 Aprile 2026

I soldati israeliani saccheggiano senza ritegno le abitazioni dei civili nel sud del Libano: lo sostiene una piattaforma online di informazione di una città dell’area meridionale libanese, la Bint Jbeil Platform, citando decine di testimoni. Lo scrive anche il quotidiano israeliano Haaretz e la notizia del 23 aprile è rimasta per ore nella homepage del suo sito internet.

I saccheggi dei soldati israeliani in Libano vengono sottolineati dal quotidiano israeliano Haaretz

Obiettivi dei saccheggi sono sia le abitazioni civili sia i negozi. D’altra parte i posti di blocco della polizia libanese contro i saccheggi sono stati rimossi. Un soldato ha dichiarato ad Haaretz: “Che importanza ha se lo prendo. Tanto verrà distrutto comunque”.

La notizia dei saccheggi continua a rimbalzare sui social: ci informa anche il sito lebanon.livauemap https://lebanon.liveuamap.com/en/2026/23-april-10-haaretz-regular-and-reserve-soldiers-are-looting dove troviamo notizie e mappe degli attacchi: “Testimoni raccontano del furto di moto, televisioni, quadri, divani e le ruberie sono sempre più ricorrenti”, si legge.

Il sito dettaglia attacchi e uccisioni in Libano

A diventare un target dell’esercito israeliano, come a Gaza, sono anche i giornalisti che cercano di documentare le violenze. E’ successo tre settimane fa a Jezzine, dove un’auto con l’insegna press e scritte sulle fiancata è stata colpita, uccidendo Ali Shuaib, Fatima Fatouni e suo fratello Mohamed Fatouni. Jezzine si trova all’interno del Paese, più o meno all’altezza di Sidone. Dal fiume Litani ci sono chilometri e chilometri.

Infatti il governo israeliano da mesi diffonde al mondo il concetto che Israele per la sua sicurezza ha bisogno di una zona cuscinetto col Libano. Quest’ area entra per almeno 120 chilometri nel territorio sovrano libanese, almeno fino al fiume Litani, che in realtà non corre dritto ma fa una curva e per altro da quello che succede sul terreno non sembra che il confine ‘futuro’ sia stato fissato lì.

Fino ai primi di marzo, il confine internazionale tra Libano e Israele (mai accettato dal Libano) era bloccato da filo spinato. Anche andando sulla spiaggia sulla costa israeliana, all’improvviso ci si trovava davanti a una barriera. Quel confine era stato fissato grosso modo dopo la guerra dei 6 giorni nel 1967. Le tensioni sul confine sono continuate, nel ’78 Israele ha lanciato l’operazione Litani e ha tentato di occupare il Libano per contrastare l’OLP. Dal 1978 l’ONU ha piazzato UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), un contingente di truppe internazionali, sulla cosiddetta Linea blu, per ‘pacificare’ il confine.

A UNIFIL ha partecipato  fino a un mese fa anche l’esercito italiano, poi ritirato. Dal 7 ottobre 2023 il confine è diventato sempre più caldo, Israele ha bombardato e attaccato continuamente in un conflitto permanente con Hezbollah.

I bombardamenti hanno toccato il Sud di Beirut negli ultimi due anni e dai primi di marzo 2026, in concomitanza con l’attacco all’Iran del 28 febbraio, il governo di Bibi ha lanciato l’invasione di terra contro Hezbollah con l’idea di sgomberare l’area sud del Libano. Nome iniziale: Aratro d’argento. Ma l’occupazione militare dai primi di aprile è diventata Buio Eterno.

Il ponte principale sul Litani, Quasmye, che collegava Tiro con Beirut è stato distrutto due settimane fa. La gente viene scacciata a suon di bombardamenti. Molti resistono, gli anziani restano a Sud e tutti quelli che non sanno dove andare, tra cui anche una comunità cristiana di 3 mila persone.

Il governo di Netanyahu ha deciso di svuotare l’area, azzerare i centri abitati e campi agricoli. Eliminare nel nome della sicurezza ogni forma di vita e civiltà. Far passare all’estero il concetto di buffer zone, zona cuscinetto. Ma intanto bombarda anche il sud di Beirut, il nord del Litani, e anche città come Sidone (Saida). Anche Tiro è sotto le bombe e cosi la valle della Bekaa.

La zona cuscinetto all’interno del territorio libanese. Crediti Sky News

Un’altra giornalista è stata uccisa due giorni fa: Amal Khalil, scriveva per il quotidiano Al Akbhar. Si trovava nel villaggio di al-Tayiri nel sud del Libano insieme a un collega rimasto ferito. IDF dice che era “affiliata a Hezbollah”. Secondo le ricostruzioni invece stava documentando le vittime di bombardamenti, e dopo essersi rifugiata in un edificio, è stata colpita da nuove bombe israeliane e i soccorritori sono riusciti a estrarre il suo corpo dopo ore di bombardamenti.

Ogni scusa è buona per colpire chi testimonia. Al Jazeera ha ricostruito la sua biografia: https://www.aljazeera.com/video/newsfeed/2026/4/23/how-lebanese-journalist-amal-khalil-was-pursued-and-killed-by-israel#flips-6393714761112:0 Il primo ministro libanese Nawaf Salam, per l’uccisione della giornalista, ha accusato Israele di crimini contro l’umanità.

Fatima Fatouni era corrispodente dal Sud del Libano della tv Al Mayadeen

Dal 2 marzo in Libano sono morte oltre duemila persone. I feriti sono 3.400. Secondo i dati più recenti della ONG Disaster Risk Management Unit libanese sono stati uccisi anche infermieri e personale medico che portava soccorso ai feriti.

Oltre un milione di libanesi su 6 milioni sono sfollati mentre una parte dei siriani, scappati nel Paese dei Cedri per la guerra siriana, sta tornando indietro. OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ne ha contati 125 mila.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il papa in Guinea Equatoriale dove un italiano si consuma in galera

Africa ExPress
Malabo, 24 aprile 2026

Il Santo Padre è arrivato il 21 aprile a Malabo, ex capitale della Guinea Equatoriale (dal 1° gennaio di quest’anno la nuova è Ciudad de la Paz), situata sull’isola di Bioko, nel Golfo di Guinea. All’aeroporto è stato accolto dal dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo.

L’82enne presidente regna con pugno di ferro il Paese dal 1979 dopo un sanguinoso colpo di Stato contro lo zio Francisco Macìas Nguema, fatto fucilare poco dopo. Ora è al suo sesto mandato.

Papa Leone XIV e il dittatore della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo

Durante un primo discorso al palazzo presidenziale, il Vescovo di Roma ha invitato le autorità del Paese a “riesaminare le opportunità di affermarsi sulla scena internazionale al servizio del diritto e della giustizia”.

Repressione a 360°

Papa Leone XIV conosce bene la realtà del Paese. Repressione è la parola d’ordine della dittatura. Oltre il 50 per cento della popolazione vive in miseria, eppure è tra i Paesi più ricchi del continente africano grazie alle sue risorse petrolifere. La maggior parte delle royalities provenienti dal petrolio va a finire nelle tasche della “famiglia regnante” e in quelle di una cerchia ristretta di amici e collaboratori.

Lo yacht di Obiang al molo del porto di Cagliari

Teodorin, figlio maggiore del capo di Stato e vicepresidente del Paese, è ben conosciuto per essere amante del lusso sfrenato. Lui e tutta la famiglia Obiang gestiscono le ricchezze del piccolo Stato africano come se fossero personali. Qualche anno fa Africa ExPress ha persino trovato lo yacht del vicepresidente equatoguineano ancorato al porto di Cagliari. Un’imbarcazione dal valore di almeno 100 milioni di dollari.

In passato il figlio maggiore è stato tra i ricercati di Interpol ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013. Teodoro Obiang ha fatto risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni della Guinea Equatoriale e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, continua a girare il mondo indisturbato.

Visita alla prigione di Bata

Durante il suo soggiorno nel Paese, il Papa ha visitato anche una delle tante putride galere. A Bata, dove si sentiva ancora l’odore della pittura fresca sulle mura della prigione appena riverniciate, gli oltre 600 detenuti hanno dovuto ballare per Leone XIV sotto una pioggia battente.

Detenuti a Bata, Guinea Equatoriale

I prigionieri di Bata – per lo più uomini, ma ci sono anche circa 30 donne – hanno tutti la testa rasata. Portano divise di color arancione o marrone, in base al tipo di pena che stanno scontando. “Hanno commesso reati contro il patrimonio o contro la persona o altro che la società equatoguineana ha ritenuto punibile”, ha spiegato il direttore del centro di detenzione.

Violazione dei diritti umani

Da anni le ONG lamentano violazioni dei diritti umani nel Paese. La repressione è spietata, specie nei confronti di oppositori al regime. In una delle prigioni della Guinea Equatoriale c’è anche un ingegnere italiano residente, a Pisa, Fulgencio Obiang Esomo. Sta scontando una pena di 60 anni di carcere. La condanna è per una inesistente accusa di tentato colpo di Stato ai danni del dittatore Teodoro Obiang. L’ingegnere è stato rapito a Lomé (Togo) dai servizi equatoguineani.

Amnesty International si è attivata più volte con una richiesta di scarcerazione e recentemente anche esponenti politici della regione Toscana hanno riportato la questione di Obiang Esomo alla ribalta.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Photocredit: Vaticanews

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Guinea Equatoriale: altre notizie le trovate cliccando qui

Sudafrica, leader dell’opposizione spara a un comizio: 5 anni di galera

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
23 aprile 2026

Guilty! (Colpevole!) Si legge trionfalmente nelle pagine di AfriForum, l’associazione per i diritti civili che tutela gli afrikaaner, minoranza bianca sudafricana di origine olandese. È stato AfriForum a denunciare la spacconata di Julius Malema, deputato del Parlamento sudafricano e leader dell’Economic Freedom Fighters (EFF).

I fatti

Durante i festeggiamenti per il quinto anniversario del suo partito nel 2018, Malema aveva sparato in aria colpi con un fucile l’assalto. L’euforico deputato aveva commesso il fatto nello stadio Sisa Dukashe di Mdantsane, KuGompo (ex East London).

La vicenda aveva scosso pesantemente il panorama politico sudafricano come altri episodi espressi platealmente da Malema. Quel gesto per il suo popolo in festa, spettacolare ma pericoloso, gli è costato caro.

Julius Malema Guilty
Julius Malema Guilty (Courtesy AfriForum)

I capi di imputazione

Erano cinque i capi di imputazione: possesso illegale di arma da fuoco; detenzione proibita di munizioni; sparo in un luogo pubblico. Si aggiungevano poi: mancata adozione delle ragionevoli precauzioni per evitare danni a persone o proprietà e pericolo imprudente per l’incolumità di persone o proprietà.

Dopo otto anni, Twanet Olivier, giudice del tribunale di KuGompo, ha stabilito che il fucile d’assalto era un’arma vera e carica.
 Il 14 aprile scorso, la magistrata ha così respinto la tesi della difesa che affermava fosse un’arma giocattolo. Ha quindi condannato il deputato Julius Malema a cinque anni di prigione. Secondo la legge sudafricana i cinque capi d’accusa prevedevano otto anni e sei mesi di reclusione.

Ma per il momento il leader EEF è libero, ai domiciliari, “rilasciato con ammonimento“, senza cauzione. Se l’appello dovesse confermare la sentenza di cinque anni, Malema potrebbe perdere il seggio nel Parlamento sudafricano.

Julius Malema a giudizio
Julius Malema a giudizio

Jacques Broodryk, portavoce di AfriForum: “Le prove hanno dimostrato in modo schiacciante che Malema ha commesso diversi reati gravi ai sensi del Firearms Control Act. Il verdetto conferma che coloro che pensano di essere intoccabili alla fine saranno ritenuti responsabili, non importa quanto tempo ci vorrà”.

La sentenza è stata seguita dai media e la SABC, la TV di Stato, ha mandato in onda la diretta le fasi del processo per oltre cinque ore. Dopo il verdetto il leader EEF ha fatto un duro commento: “Posso dirvi fin da ora che nessun giudice lucido accetterà mai che una persona che spara un solo colpo venga condannata a 5 anni”.

Chi è Julius Malema

Nato nel 1981 a Seshego, township a 200 km dal confine con lo Zimbabwe, è stato leader della Lega Giovanile dell’ANC (African National Congress, al potere dal 1994).

 Nel 2012 stato espulso dal partito per “atteggiamenti divisivi” e nel 2013 fonda l’Economic Freedom Fighters (Combattenti per la libertà economica).

È noto per i suoi attacchi alla minoranza bianca e per le sue provocazioni. È stato accusato di incitamento all’odio per aver cantato insieme ai suoi “Kill the Boer” (Uccidi il boero/afrikaaner). Al suo popolo” continua a dire: “Ricordiamoci che la nostra guerra è contro la supremazia dei bianchi”. La sua ideologia va dal marxismo-leninismo al panafricanismo, dal nazionalismo nero all’anticapitalismo ma è soprattutto populista e xenofobo.

Julius Malema espulso dal Parlamento
Julius Malema espulso dall’aula del Parlamento (Courtesy Parliament of RSA)

Economic Freedom Fighters

Nel 2014 l’EEF partecipa alle elezioni ed entra in Parlamento con il 6,35 per cento, guadagnando 25 seggi dei 440. Nel 2019 aumenta ancora e sale al 10,79 e 44 poltrone nell’Assemblea mentre nel 2024 ottiene il 9,52 e 39 seggi.
 È seguito da molti giovani delusi dalle politiche dell’ANC e dalla corruzione dilagante a livello politico soprattutto dagli ultimi due presidenti Jacob Zuma e Ciryl Ramaphosa. Ma i pubblici ministeri hanno accusato anche Malema di riciclaggio, corruzione, frode e racket.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Sudafrica, travolto dalle accuse di corruzione Zuma contro il suo partito: “Non mi dimetto”

L’Africa oggi, tra fallimento della democrazia e corruzione in crescita

Maratona di Boston: miniera di dollari per gli atleti kenyani

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
22 aprile 2026

C’è qualcosa di nuovo sotto il sole freddo e il cielo azzurro di Boston, nella maratona più vecchia del mondo?

Proprio per niente. Solo qualcosa di…antico. Solo esageratamente Kenya.

Seconda vittoria consecutiva, con record, per il primo uomo, John Korir, 28 anni. Seguito al terzo posto dal connazionale, Benson Kipruto. 35 anni.

John Korir e Sharon Lokedi conquistano il podio più alto alla maratona di Boston

Seconda vittoria consecutiva (senza record) anche per la prima donna, Sharon Lokedi, 32 anni, ma davanti a tre compatriote: Loice Chemnung, 29 anni, esordiente nel New England, al secondo posto; Mary Wacera Ngugi-Cooper, 37 anni, al terzo e Irene Chepet Cheptai, 34 anni, al sesto.

Monte premio oltre mezzo milione

I premi complessivi ammontano a 525 mila dollari. I conti sono presto fatti: John Korir ha messo sul suo conto 150 mila per il podio più alto, più 50 mila come bonus per aver segnato il record della gara 2:01:29 nei 42,195 km. (Ha migliorato di ben 93 secondi, dopo 21 anni, il tempo che apparteneva al connazionale Geoffrey Mutai in 2:03:02).

Benson Kipruto ha incassato 40 mila dollari per il gradino più basso del podio, e Alex Cesiro Masai, 29 anni, 7000 dollari per la nona posizione.

Fra le donne la campionessa Lokedi ha incamerato 150 mila dollari, con premi a scalare per le inseguitrici (75 mila alla seconda, 40 mila alla terza e 13.500 alla sesta).

La pietra miliare delle gare podistiche, come la definisce Olympics.com, è diventata un caposaldo e un feudo, oltre che una miniera di …dollari per i runners di Nairobi. Negli ultimi 18 anni è stato un loro dominio quasi incontrastato. Uomini e donne continuano a vincere, anzi a stravincere.

Saliscendi impegnativo

Lunedì 20 aprile (è l’unica maratona che si disputa in questo giorno non festivo perchè coincide con Patriot’s Day nel Massachusets) il successo e il primato di John Korir è stato favorito dal clima fresco (6 gradi alla partenza e da un leggero vento a favore), ma la sua prova è stata comunque stratosferica perché il percorso non è piatto, ma anzi, fatto di saliscendi e non è stato supportato da “lepri”. Sicuramente però è stato aiutato da un paio di super scarpe, autorizzate dallo scorso anno (ora in vendita pare a quasi 250 euro!).

Il punto cruciale del percorso è la celebre collina detta Heartbreak Hill. Si tratta di una salita di circa 800 metri che costeggia il campus del Boston College, a una decina di km dal traguardo. Qui nel 1936, il campione in carica Johnny Kelley raggiunse il leader della gara, Tarzan Brown. e gli diede una pacca sulla spalla mentre lo superava. Brown però non si demoralizzò, rimontò, vinse e secondo il resoconto della gara del “Boston Globe” , spezzò il cuore di Kelley.

Da qui il nome Heartbreak Hill (Collina del Cuore Spezzato). E proprio qui, lunedì, Korir ha preso il comando della corsa, ha salutato i due compagni di fuga, ha percorso in solitudine gli ultimi 10 chilometri ed è giunto al traguardo a braccia aperte mostrando spiritosamente la lingua e facendosi il segno di croce per la felicità.

Correre veloce

“Sapevo che avrei difeso il mio titolo, ma non immaginavo di correre così veloce. Per molti anni il mio obiettivo era battere il record e ringrazio Dio di esserci finalmente riuscito”, ha dichiarato il trionfatore. Che era alla sua quarta partecipazione. Nel 2012 suo fratello maggiore, Wesley, lo anticipò sul… traguardo di Boston!

Anche la Lokedi, a un certo punto, ha deciso di lasciare la compagnia e arrivare a tagliare le fettuccia del traguardo senza problemi, mettendo il terzo sigillo della carriera in una Major (come vengono chiamate le più importanti competizioni sui 42 km a livello mondiale). “A un certo punto ho pensato: devo solo essere paziente nei primi chilometri, non so che cosa farò. Poi proviamo e vediamo come va. E ho dato il massimo. Questo è tutto quello che posso dire”, ha commentato Sharon con semplicità in conferenza stampa.

E ha rivelato un curioso aneddoto: ha gareggiato con un orologio preso in prestito. Sull’autobus che la portava alla linea di partenza si era accorta di averlo dimenticato in albergo. Boston è stata la sua ottava maratona: dal suo palmares risulta che è salita sul podio ben sei volte e tre volte sul gradino più alto (due a Boston e una, nel 2022, a New York).

Livello stellare

La gara, comunque, è stata di livello stellare, come ha scritto qualcuno, in cui tutti i primi tre classificati hanno battuto il primato di questa maratona, scendendo sotto le 2 ore e 3 minuti. Il livello era effettivamente altissimo: il secondo classificato è nientemeno che il tanzaniano campione iridato in carica, Alphonce Felix Simbu, 34 anni, con 2h02:47, che, pur sconfitto, ha sfiorato il cielo, ma non…il Kilimangiaro (non ancora trumpiano!).

Terzo è stato l’altro keniano Benson Kipruto con 2h02:50, già conquistatore a Boston, nel 2021, poi a Chicago e Tokyo, oltre che bronzo alle Olimpiadi di Parigi).

Quella del 2026 viene dunque archiviata come storica. Sia per i risultati sia per gli anniversari: si tratta della 130ª edizione – è stata organizzata per la prima volta nel lontano 1897, un anno dopo l’inizio dell’era delle Olimpiadi dell’era moderna -.

Maratona storica

Inoltre, cadono i 60 anni da quando, nel 1966, Roberta Louise “Bobbi” Gibb, travestita. si unì alla gara maschile diventando la prima donna di cui si abbia notizia ad aver completato una maratona. In suo onore è stata posta una sua statua alla partenza della gara da lei stessa creata(Bobbi ha oggi 83 anni). Secondo le regole in vigore fino al 1972, le donne non potevano competere perchè ritenuti incapaci di coprire la distanza di Fidippide!

Infine i partecipanti: al traguardo sono giunti in quasi 29 mila di 137 nazionalità. Gli italiani erano 395, i migliori sono stati Emanuel Daniel Ghergut, 30 anni (in 2: 23: 54:) e l’emiliana Manuela Serrra (sotto le 3 ore).

Ma se Boston ha stupito, domenica prossima anche Londra non dovrebbe essere da meno…..

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Maratona di Boston: nuovo strepitoso trionfo dei runner kenyani

 

Ultime dalla Casa Bianca: Bye Bye Kilimanjaro, d’ora in poi si chiamerà Monte Trump

Africa ExPress
21 aprile 2026

“Vado in Africa. Ho intenzione di cambiare il nome del Kilimanjaro in Monte Trump”, ha dichiarato Paolo Zampolli venerdì pomeriggio a Washington.

L’affermazione del 56enne uomo d’affari italo-americano Zampolli, inviato del presidente americano per i partenariati speciali, sembrava seria, tant’è vero che è stata ripresa nell’edizione domenicale del The Times.

“Ho già parlato con un ministro della Tanzania e gli ho detto: Sto arrivando, cambio il nome alla vostra montagna”.

Paolo Zampolli con J.D. Vance, vicepresidente USA

Zampolli ha uno stretto rapporto con Trump da diversi decenni. Sostiene di avergli presentato nel 1998 l’attuale first lady, allora Melania Knauss.

In questi giorni l’ambasciatore ombra di Trump è sotto i riflettori dei mass media. Non tanto per la questione della Tanzania, della montagna più alta dell’Africa, bensì per la sua vita privata.

Il mese scorso il New York Times ha riportato che l’inviato di Trump per i partenariati speciali avrebbe chiesto all’ICE (Immigration and Customs Enforcement) di arrestare Amanda Ungaro, di origini brasiliane, sua ex compagna a madre del loro figlio, nato nel 2010. I due si sono piantati nel 2023.

Pubblichiamo questo video per gentile concessione di Sacha Biazzo. Sacha intervista Amanda Ungaro.
Il video è tratto dalla trasmissione Report del 19 aprile scorso

La Ungaro ha lasciato intendere su un account di un social network che sembra sia riconducibile a lei, di essere in possesso di materiale assai compromettente per quanto riguarda l’ex compagno, Zampolli appunto. Infatti anche lui appare nei files di Epstein.

Zampolli ha confermato al quotidiano americano di aver chiesto all’ICE di occuparsi della ex compagna, ma nega di aver avuto stretti contatti con Epstein. Afferma che avrebbe dovuto entrare in affari con lui. Avrebbero dovuto acquistare insieme la Elite Model Managment, ma l’operazione non andò in porto. Secondo quanto riferito dall’italo-americano, Epstein lo considerava un problema.

Il Kilimanjaro, la montagna più alta dell’Africa, dovrebbe cambiare nome, secondo Paolo Zampolli. Si chiamerà “Monte Trump”

Ora vedremo cosa risponderà il ministro di Dodoma (non è dato sapere quale dicastero occupi) sul fatto che il nome Kilimanjaro scomparirà dalle cartine geografiche, al suo posto troveremo Mount Trump.

Il Kilimanjaro vanta la vetta più alta dell’Africa. Con i suoi 5.895 metri, è considerato una montagna sacra dai masai e da altri popoli locali. Rappresenta un simbolo di potenza divina.

 

L’imponente montagna africana ha lasciato la sua impronta anche negli occidentali: Ernest Hemingway ha scritto un racconto intitolato “Le nevi del Kilimangiaro”, ideato durante un suo safari in Africa nel 1933. Nel 1952 è uscito l’omonimo film, ispirato appunto dal libro del Premio Nobel Americano per la Letteratura del 1954. Mentre a metà anni ’60 tra i dischi più gettonati nei jukebox di mezza Europa c’era anche la canzone di Pascal Danel, dallo stesso titolo.

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Nigeria: accusato di stregoneria, ragazzo perde una mano dopo torture

Africa ExPress
20 aprile 2026

Ovey Friday, un ragazzino nigeriano, che vive nello Stato federale di Nasarawa, nel centro del Paese aveva solo 13 anni quando la sua matrigna lo ha accusato di stregoneria. Lo ha “affidato” a un guaritore .

Il giovane, ora 19enne, ha raccontato ai reporter della BBC: “Lo stregone mi ha portato del carbone, mi ha spalmato qualcosa sulle mani, mi ha legato le mani insieme alle gambe, ha messo del pepe nel carbone e poi mi ha coperto con un lenzuolo”.

Per fortuna, una vicina di casa del guaritore ha chiamato la polizia e gli agenti hanno portato il ragazzino immediatamente in ospedale. I medici hanno dovuto amputargli la mano sinistra e due dita di quella destra, mentre le rimanenti dita sono rimaste deformate. “Ho pianto e urlato dal dolore e dalla rabbia per essere stato ridotto così”, ha ricordato il giovane.

Overi Friday, ha perso una mano e alcune dita

Sistema biometrico fallace

Friday però non si è mai arreso. Ha frequentato regolarmente la scuola con buoni risultati e ha sempre sognato di iscriversi all’università. Ma al momento dell’immatricolazione, ecco un nuovo ostacolo: il sistema di riconoscimento biometrico delle impronte digitali non era in grado di rilevare le sue, visto che il pollice e altre due dita della mano rimastagli sono sfregiate per la tortura subita.

Il suo tutore e alcuni attivisti per i diritti dei disabili hanno però fatto pressione sulle autorità competenti affinché accettassero l’impronta del suo alluce come prova della sua identità.

Ora Friday è iscritto alla facoltà di letteratura inglese all’università di Nasarawa. Il giovane è stato davvero felice di aver trovato persone che hanno lottato per lui, hanno fatto in modo che potesse accedere all’ateneo e incoronare il suo sogno.

Purtroppo non è così per tutti diversamente abili. Secondo Ayuba Burki-Gufwan, segretario esecutivo della Commissione Nazionale per le Persone con Disabilità (NCPWD), oltre 35 milioni di nigeriani, pari a circa il 15 per cento della popolazione, sono costretti a convivere con problemi in un certo qual modo invalidanti.

Legge a rilento

Nel 2019 il Parlamento ha approvato una legge storica che vieta la discriminazione nei confronti delle persone portatori di handicap, garantendo loro l’accesso ai servizi pubblici.

“La nuova norma ha portato alla creazione della NCPWD per difendere i loro diritti, ma i cambiamenti sono lenti, ‘più o meno a passo di lumaca’ ”,  ha dichiarato Burki-Gufwan ai reporter della BBC.

Guaritori esorcisti

Quanto è accaduto a Friday non è un fatto isolato.  Fatti del genere capitano non di rado in molte zone dell’ Africa, non solo in Nigeria. Sono soprattutto i bambini più fragili, come orfani, diversamente abili, o coloro che hanno caratteri particolari, magari introversi, silenziosi, o particolarmente aggressivi, ad essere incolpati di portatori di malefici.

In Nigeria ogni anno migliaia di bambini vengono accusati di stregoneria. A esorcizzarli ci pensano generalmente medici tradizionali specializzati in questa pratica, ma spesso i piccoli non sopravvivono alle torture alle quali vengono sottoposte.

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Ladri di peni e di seni e caccia alle streghe: una maledizione africana senza fine

 

Il Papa invita al dialogo a Bamenda, epicentro della crisi anglofona del Camerun

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 aprile 2026

Durante il suo primo “Safari” in Africa, Papa Leone ha scelto – sicuramente non a caso – quattro Paesi molto diversi tra loro. Algeria, ex colonia francese, Camerun ha una storia coloniale assai complessa (dapprima colonia tedesca, poi dopo la prima guerra mondiale, spartito tra Francia e Regno Unito); Angola colonizzato dai portoghesi; Guinea Equatoriale, prima conosciuta come Guinea Spagnola.

Dopo la visita apostolica in Algeria, Paese a maggioranza musulmana, dove il Papa è stato accolto con tutti gli onori anche dall’imam, Cheikh Mohamed Maâmoun Al-Kacimi Al-Hoceini, e rettore della grande moschea di Algeri, Djamaâ El-Djazaïr, il Papa si è poi recato in Camerun.

Biya all’ottavo mandato 

All’aeroporto internazionale è stato subito ricevuto dall’82enne Paul Biya, al suo ottavo mandato. E’ il capo di Stato più anziano al mondo e dal 1982 dirige il Paese con pugno di ferro.

Papa Leone e il presidente del Camerun, Paul Biya

Negli ultimi 40 anni, Biya ha dato il benvenuto a ben tre Papi. Giovanni Paolo II si è recato per ben due volte nel Paese: nel 1985 e nel 1995, mentre Benedetto XVI nel 2009. E anche oggi, il presidente, ancora sulla sua inseparabile poltrona, ha accolto  Papa Leone XIV.

Quasi il 70 per cento dei camerunensi è cattolico, il 21 per cento è musulmano, mentre altri professano credo tradizionali. Va sottolineato che per quanto concerne la religione, vige il massimo rispetto reciproco nel Paese.

Guerra nelle province anglofone

Ovviamente non è tutto oro quello che brilla. Se le diverse religioni vivono in armonia, dalla fine del 2016 nel Paese si consuma un conflitto sanguinoso di secessione in due province del Camerun: Nord-Ovest e Sud-Ovest.

Camerun: Papa Leone lancia messaggio di pace a Bamenda

Solamente in due delle dieci province del Camerun si parla inglese.

All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva come capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Ora il conflitto è una vera e propria guerra di secessione, iniziata appunto quasi 10 anni fa, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Ma, secondo un accordo sull’educazione scolastica del 1998, i due sotto-sistemi, quello anglofono e quello francofono, sarebbero dovuti restare indipendenti e autonomi.

I separatisti sono insorti dopo questa decisone del capo di Stato e da allora sono scoppiati violenti scontri tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare.

I secessionisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.

Da tempo la Chiesa cattolica locale, in particolare grazie all’arcivescovo di Bamenda, Andrew Nkea, è impegnata a promuovere il dialogo tra le parti. Le difficoltà  però non sono poche, alcune sono legate alle divisioni interne dei separatisti mentre altre sono dovute alla poca fiducia nei confronti del governo di Yaoundé.

In occasione dell’arrivo del Santo Padre nella provincia del Nord-Ovest, i separatisti anglofoni hanno annunciato un cessate il fuoco di tre giorni per consentire agli abitanti di recarsi alla messa all’aeroporto di Bamenda.

Grave situazione umanitaria

Ancora oggi, nelle due province persiste una grave situazione umanitaria, tra le più trascurate al mondo.

In questi anni, a causa degli scontri sono morte oltre 6 mila persone (tra civili, separatisti e militari governativi). Più di mezzo milione di persone sono sfollate, mentre 70 mila e più sono fuggiti nella vicina Nigeria. Decine di migliaia di bambini non riescono a frequentare le scuole.

Guerra dimenticata

Ecco un’altra guerra dimenticata dalla comunità internazionale, dai maggiori media, ma non dal Santo Padre. Papa Leone è andato a Bamenda, capoluogo della provincia anglofona del Nord-Ovest per portare il suo messaggio di pace e di riconciliazione.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Camerun: contestata la rielezione di Paul Biya, disordini in molte città

 

Cairo, Nairobi, Kampala volano insieme nello spazio contro i rischi climatici

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
18 aprile 2026

Lo scorso 11 aprile, un razzo SpaceX Falcon 9 è stato lanciato con successo da Cape Canaveral (Florida), verso la Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

È una missione rifornimento di routine ma a bordo trasporta un’attrezzatura scientifica speciale made in Africa: la ClimCam (Climate Camera).
 Il progetto è stato selezionato nell’ambito dell’iniziativa Access to Space for All dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari dello Spazio Extra-Atmosferico (UNOOSA) in partnership con Airbus.

ClimCam Dragon X9
La partenza del vettore SpaceX Falcon 9 che ha a bordo la ClimCam lanciata da Egitto, Kenya e Uganda

ClimCam con IA



La collaborazione tra agenzie spaziali di Egitto (EgSA), Kenya (KSA) e il programma spaziale nazionale dell’Uganda porteranno grandi novità in quell’area geografica. ClimCam è una speciale telecamera multispettrale dotata di intelligenza artificiale (IA) integrata. È uno strumento che permette di osservare quella regione del Pianeta quattro volte al giorno e analizzare i dati direttamente a bordo dell’ISS. Le informazioni registrate forniscono ai centri di controlli dei tre Paesi africani informazioni quasi in tempo reale.

L’obiettivo del progetto è monitorare gli effetti del cambiamento climatico nell’Africa orientale, con particolare attenzione a siccità, inondazioni e gestione delle risorse agricole.

ClimCam
ClimCam, speciale telecamera multispettrale lanciata nello spazio da Egitto, Kenya e Uganda

Bartolomeo

Una volta arrivato sulla Stazione Spaziale Internazionale, la ClimCam viene sistemata su Airbus Bartolomeo, struttura esterna attaccata al modulo Columbus. (Nota curiosa: la piattaforma che ospita la speciale telecamera multispettrale è stata intitolata al fratello minore di Cristoforo Colombo).
 Bartolomeo consente carichi di 450kg e oltre all’osservazione della Terra, permette l‘utilizzo della robotica, esperimenti scientifici di astrofisica e dei materiali.

Uno strumento che può essere utilizzato sia da organizzazioni pubbliche sia private. In questo caso abbiamo un progetto misto pubblico-privato che coinvolge UNOOSA, le Agenzie spaziali di Egitto, Kenya e Uganda e Airbus.

I costi



L’alloggiamento sulla ISS è stato concesso gratuitamente come anche lo spazio nello slot Bartolomeo di Airbus Defence and Space. 
L’area occupata sulla ISS e sulla piattaforma esterna ha un valore commerciale che varia tra uno e due milioni di euro. Questa cifra viene coperta dalle Nazioni Unite e Airbus.
 L’Egitto ha fornito le infrastrutture principali per l’integrazione e i test nei laboratori del Cairo.

ClimCam piattaforma Bartolomeo
La piattaforma Bartolomeo sul modulo Colombus che ospita la ClimCam

Per i tre governi africani i principali costi sono gli stipendi di ingegneri e ricercatori e dell’hardware e software della videocamera multispettrale. Il Cairo, Kampala e Nairobi non hanno reso noto il loro budget. Secondo fonti informate questo tipo di progetti hanno costi che vanno tra 170.000 e 425.000 euro, suddivisi tra i partner.

Altra Africa nello spazio

Altri Paesi africani hanno cominciato la corsa allo spazio. Tra questi l’Etiopia che nel dicembre 2019, con il vettore cinese “Lunga marcia” ha lanciato il satellite climatico ETRSS-1. Nel 2023, dalla base spaziale di Vandenberg in California, con il vettore SpaceX Falcon 9, il Kenya ha lanciato il satellite Taifa 1. L’apparecchio, progettato e sviluppato da ingegneri kenioti, fornisce dati per l’agricoltura, la sicurezza alimentare e la gestione delle risorse naturali come l’acqua e le foreste del Paese. Anche il Ruanda, nel settembre 2019, ha mandato in orbita il RwaSat-1.

Traguardo storico

Con il volo nello spazio il progetto ClimCam ha raggiunto un traguardo storico. Ma anche un passo importantissimo per la cooperazione spaziale africana tra Egitto, Kenya e Uganda. Un esempio che altre Nazioni africane potrebbero imitare e una buona pratica della capacità degli scienziati africani che incoraggia la ricerca spaziale e la collaborazione nel grande continente.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Inizia il conto alla rovescia per il lancio del satellite keniota da una base spaziale in California

L’Etiopia lancia il primo satellite per monitorare il clima est africano

 

La psichiatra: “Trump non è folle. Piuttosto è un gaglioffo”

Speciale Per Africa ExPress
Maria Laura Manzione*
14 aprile 2026

I dati del National Institute of Mental Health indicano che più di 1 cittadino su 5 negli USA convive con un disturbo mentale.

 A lungo la psichiatria si è disinteressata della accuratezza diagnostica. Solo dalla seconda metà del XX secolo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la American Psychiatric Association pubblicano ed aggiornano i sistemi di classificazione.

Il rigore scientifico e i codici della nomenclatura hanno facilitato il rapido avvicinamento della psichiatria alle altre discipline mediche ed il suo progressivo allontanamento dal pensiero umanistico – psicoanalitico e filosofico – che sino ad alcuni decenni fa, da solo, si inoltrava nei tortuosi sentieri del conscio e dell’inconscio e decifrava le iperboli del comportamento umano.

Oggi anche in psichiatria il cut off si affida all’algoritmo delle categorie diagnostiche. L’algoritmo non contempla l’animo altrui, non perde tempo a capire, ma con freddezza referta il confine fra sano e malato.

Secondo alcuni il sistema è impietoso, secondo altri è grezzo ma mette a fuoco la soglia della diagnosi e, grazie al calcolo, difficilmente cade nei tranelli.  Di questi tempi si sbriciola così anche la nixoniana madman theory con la quale i capi di Stato vorrebbero procurarsi un grimaldello ed un’attenuante per giocare alla guerra.

Anche se a noi appare tutto illogico, incomprensibile, malato, l’algoritmo non dirama alcun warning: non si tratta di follia.  Questo sembra valere anche per il presidente degli USA Donald Trump e per mettere in discussione l’ipotesi di un disturbo mentale (suggerita adesso anche dai sostenitori MAGA).

Pare che Donald Trump sia sempre stato cosi, ossia non si ha notizia di un qualche evento per il quale ad un certo punto sia deragliato.

Ambizioso ed illimitato (al top), sulla cresta dell’onda (risollevandosi dalle cadute), capace di espandere relazioni (quelle giuste), creare alleanze (quelle opportune), accumulare patrimoni (milionari). Diciamolo, una marcia in più, un uomo in grado di indirizzare la corsa all’oro.

Un ego smisurato, sopra le righe con alcuni picchi che lasciano allibiti il mondo (la negazione della pandemia, l’assalto a Capitol Hill, mi prendo la Groenlandia) ma che in lui danno ossigeno alla voglia di sfida e di potere, ai suoi occhi sempre vittoriosi e comunque nei fatti funzionali.

Comportamento più che folle ma, per quanto appare, lucido e ben indirizzato, non tale da scomodare la disabilità e la psichiatria. Scomodare la scienza medica depisterebbe dall’osservare in modo obiettivo (come insegna l’algoritmo) le macerie che il 2 volte eletto Presidente semina. Sembreranno follia a noi ma non ai vari leader.

Maria Laura Manzione*
marialaura.manzone@gmail.com
* Primario di psichiatria all’ospedale di Busto Arsizio e Gallarate

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