Il nord-est della Nigeria è stato nuovamente teatro di disperazione e morte. Sabato scorso l’orrore è arrivato dal cielo, da bombe sganciate da aerei militari e non dai terroristi Boko Haram in sella alle loro moto, come spesso accade.
Il mercato di Jilli, villaggio nel nord-est della Nigeria, è molto conosciuto e sabato scorso erano presenti molti commercianti e clienti, colpiti “erroneamente” dalle bombe dell’aeronautica militare nigeriana.
Secondo l’ONG Amnesty International, il bilancio delle vittime supererebbe i 100 morti. Molti altri sarebbero stati feriti, alcuni anche in modo grave, durante un’operazione anti-terrorista nell’area.
Attacchi di Boko Haram dal 2009
Dal 2009 la popolazione nel nord-est della ex colonia britannica è in preda a sanguinose incursioni dei jihadisti di Boko Haram e dei loro cugini di ISWAP (organizzazione legata alla stato islamico che si è staccato dal gruppo originale nel 2016).
Mercato di Jilli, villaggio al confine tra ti e feriti civili
Lawan Zanna Nur, un leader locale, ha confermato il raid aereo, ma, secondo lui, le vittime, tra morti e feriti sarebbero più di 200.
Bilancio vittime da accertare
Le autorità dovranno ora confermare il numero delle persone ammazzate e ferite “accidentalmente”. Dal canto suo l’aeronautica militare ha fatto sapere di aver inviato sul posto l’Unità per gli incidenti e le indagini su danni ai civili per accertamenti in merito alle accuse.
In un comunicato di domenica scorsa, l’esercito di Abuja ha confermato l’attacco a Jilli, specificando che l’area è stata identificata da tempo come un importante corridoio e punto di convergenza di miliziani di ISWAP.
Attacco di precisione
I militari hanno definito l’aggressione come “un’operazione ben coordinata e basata su informazioni di intelligence”, dichiarando di “aver condotto con successo un attacco aereo di precisione contro un noto covo di terroristi e centro logistico. E’ stato precisato che decine di estremisti sarebbero stati uccisi, nessuna menzione per quanto riguarda civili colpiti.
Aeronautica militare nigeriana bombarda mercato
Una fonte dei servizi segreti nigeriani ha spiegato a AFP che l’intelligence sta osservando da tempo il mercato di Jilli. Il centro del commercio locale sarebbe completamente controllato dagli estremisti islamici, che riscuoterebbero tasse dai commercianti in cambio di sicurezza.
Un 35enne commerciante presente al momento del raid aereo sul mercato di Jilli, ha raccontato ai reporter dall’ospedale dove è attualmente ricoverato, di essere stato ferito. “Ho avuto tanta paura, volevo scappare, ma un amico mi ha costretto di restare sdraiato per terra insieme a lui”.
Incidente non isolato
Secondo Daily Trust, quotidiano nigeriano online, incidenti simili sarebbero piuttosto frequenti nel Paese, dove, dal 2014 sarebbero state uccise 514 persone “per errore”.
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Speciale Per Africa ExPress Rachele Pozzi *
14 aprile 2026
Nel quadro geopolitico attuale, segnato da conflitti irrisolti e da una competizione crescente tra potenze globali, il pensiero di Francesco Cosimato generale NATO, in congedo con un’esperienza militare di quasi 40 anni alle spalle, appare sorprendentemente attuale. Le sue analisi, spesso in contrasto con la narrativa dominante, offrono una lettura che mette in discussione, sia le strategie occidentali, sia le rappresentazioni mediatiche dei conflitti.
L’uso della forza da parte di Israele nella Striscia di Gaza è un punto chiave. Per Cosimato, l’impiego indiscriminato della forza letale non è una soluzione efficace: prolunga il conflitto, lo radicalizza e non elimina la minaccia. La questione, sottolinea, è strategica oltre che etica: operazioni militari massicce, prive di un piano d’azione politico, spostano il problema, alimentando nuove forme di resistenza.
Cosimato invita inoltre a leggere l’Africa non come semplice teatro di “missioni umanitarie”, ma come spazio di competizione tra potenze. Sahel, Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo di Guinea sono oggi attraversati dagli interessi di Stati Uniti, Russia, Cina, Turchia e Paesi del Golfo, mentre l’Unione Europea resta marginale. La crescente sfiducia verso l’Occidente non è spontanea: colpi di Stato “anti‑francesi”, campagne mediatiche e narrazioni anticoloniali rientrano, secondo Cosimato, nella logica della guerra ibrida, combattuta soprattutto sul piano informativo. L’Occidente perde terreno perché continua a raccontare l’Africa in chiave securitaria, mentre altri attori si presentano come partner “anti‑imperialisti”.
Il generale in pensione Francesco Cosimato
Anche la formazione dell’immaginario sui conflitti a proposito dell’Iran è un altro punto chiave. Cosimato osserva come sia “difficile reperire informazioni che non siano propaganda”, invitando a contrastare la manipolazione con logica e verifica critica delle fonti. Ricorda inoltre che il Medio Oriente non può essere ridotto alla sola questione israelo‑palestinese: attacchi alle navi, basi militari di Stati Uniti, Cina, Francia, Emirati e Turchia mostrano che l’area è un nodo logistico globale, dove contano soprattutto le capacità reali degli attori.
Il parere sull’Europa
Il parere sull’Europa è severo. L’Unione Europea, afferma, “non dispone di una strategia unica, ma di una somma di politiche nazionali spesso incoerenti tra loro”. Questo vuoto viene colmato da altri: la Russia con compagnie militari private, la Cina con infrastrutture e debito. Lo strumento militare, ricorda “riflette sempre una visione politica: se tale visione manca, come può l’Europa affrontare le crisi emergenti?”
Che peso ha davvero l’Europa nelle decisioni di Stati Uniti e Israele?
Polo economico
Nel dibattito contemporaneo – è il pensiero del generale – emerge il ruolo limitato dell’Europa nelle scelte strategiche di Stati Uniti e Israele. Pur essendo un grande polo economico, l’UE non dispone di capacità autonome di proiezione militare, né di un comando unificato, restando dipendente dalla NATO e quindi da Washington. Anche sul piano economico, strumenti come sanzioni o accordi commerciali risultano indeboliti dalla frammentazione interna.
Nel rapporto con Israele, il quadro è ancora più evidente: Tel Aviv dipende dagli Stati Uniti per aiuti militari e copertura diplomatica. L’Europa resta un partner economico, ma non un attore capace di influire sulle decisioni più sensibili.
Secondo questa lettura, l’Europa non è protagonista né in Africa né in Medio Oriente. La sua debolezza strategica apre spazi che altri attori riempiono rapidamente. Il pensiero di Cosimato risulta quindi rilevante perché mette in luce le contraddizioni dell’Occidente e la fragilità dell’Europa come attore geopolitico, invitando a guardare meno alle dichiarazioni e più all’oggettività materiale: capacità militari, interessi economici, controllo delle rotte, dipendenze strutturali.
Rachele Pozzi* rachelepozzi@icloud.com
*studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione, presso l’Università degli Studi dell’Insubria
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 13 aprile 2026
Nell’intero continente africano, ogni ora, circa 115 persone muoiono a causa di malattie legate a carenze igienico-sanitarie, scarsa igiene e acqua contaminata. Oltre 95.000 persone. E donne e bambine sono le più penalizzate.
Lo afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO), citata nel rapporto UNESCO sull’acqua 2026. Si tratta del “Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2026 – Acqua per ogni persona: Pari diritti e opportunità”.
Copertina del “Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2026 – Acqua per ogni persona: Pari diritti e opportunità”
Le donne e l’acqua
Inoltre, la raccolta dell’acqua potabile per tutta la famiglia è il faticoso lavoro che viene portato avanti da mamme e figlie, spesso ancora molto piccole. Per avere acqua pulita le donne devono percorrere chilometri e portare pesanti contenitori colmi del prezioso liquido sulla testa (anche 20-30kg). E non di rado con un bimbo sulla schiena.
Le bambine, anche di pochi anni, seguono le mamme portando sulla testa l’acqua dentro una lattina o una tazza. Il tragitto per il prezioso liquido viene fatto diverse volte al giorno per avere le provviste quotidiane per tutta la famiglia, dissetarsi, cucinare, rigovernare e per lavarsi. Spesso le donne sono costrette a rinunciare alla pulizia personale per mancanza di acqua. Questo accade perché danno la priorità a marito e figli, pur avendone maggior bisogno. Specialmente durante il ciclo.
Donna e bambina africana trasportano acqua sulla testa
Senza scuola e con pericoli
Nel report del 2024 risultava che, in media, in alcune aree dell’Africa donne e bambine devono camminare per oltre un’ora al giorno per avere l’acqua potabile. Per le bambine, oltre alla fatica, portare l’acqua a casa è tempo preso per l’istruzione. Ci sono poi i pericoli lungo la strada: sia donne che bimbe, mentre attraversano luoghi isolati, sono esposte al rischio di molestie e aggressioni sessuali.
Africa sub-sahariana
La situazione peggiore per l’acqua è quella dei Paesi dell’Africa sub-sahariana. Secondo dati dell’Agenzia ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), citata nel report, il 79 per cento dell’acqua dolce del grande continente africano è destinata all’agricoltura. In questo settore è attiva oltre il 45 per cento della forza lavoro che per il raccolto dipende dalle precipitazioni.
Percentuale donne-uomini nella raccolta dell’acqua in Africa (Courtesy ONU, UNWater, Unesco)
Disparità di genere
In molti paesi dell’Africa subsahariana, soprattutto in aree rurali la responsabilità della raccolta e del trasporto dell’acqua grava quasi interamente su donne e adolescenti. Secondo l’indagine, nel Sud Sudan il 90 delle persone che si occupano della raccolta dell’acqua è composto da donne e ragazze.
Questa percentuale in Malawi e Mozambico raggiunge l’84 per cento. Valori più bassi in Burkina Faso (81), Burundi (78) e nella Repubblica Centrafricana (76).
Pochi i servizi igienici
Secondo dati OMS/Unicef del 2024, l’accesso ai servizi idrici di base è stato stimato al 58 per cento. Peggiore la situazione dei servizi igienico-sanitari di base attestati solamente 47 per cento.
Lo studio termina ricordando che “Le disuguaglianze nell’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari alimentano direttamente le disuguaglianze di genere in molteplici ambiti. Tali carenze gravano in modo sproporzionato su donne e bambine che vivono in condizioni di povertà”.
L’Africa ha davanti una grande sfida: l’accesso all’acqua pulita e sicura. Per tutti.
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Speciale Per Africa ExPress Emanuela Ulivi
12 aprile 2026
Le bombe che Israele continua a sganciare sul Libano non colpiscono solo la catena di comando di Hezbollah, le sue postazioni, le strutture finanziarie a Beirut o il suo arsenale nella valle della Beqaa. Riaprono ferite mai sanate del tutto nella società e mettono a nudo la vulnerabilità delle istituzioni libanesi.
Guerra a fianco di Teheran
La reazione di Hezbollah il 2 marzo scorso, quando ha lanciato sei razzi su Israele, di concerto con Teheran, dopo l’attacco di USA e Israele all’Iran e l’uccisione della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha riaperto il conflitto.
La risposta israeliana non si è fatta attendere: in poco più di un mese quasi 2000 i morti, tanti civili, oltre un milione e duecentomila sfollati, molti dei quali senza un tetto. Decine i villaggi distrutti al Sud, dove Israele sta avanzando contrastato dai miliziani di Hezbollah.
Israele bombarda Beirut
L’esercito di Tel Aviva ha inoltre fatto saltare tutti i ponti che collegano la regione a sud del fiume Litani al resto del Libano e intende creare una zona tampone per mettere in sicurezza i villaggi del Nord della Galilea.
Nonostante l’accordo tra Iran e USA, che nelle intenzioni del Pakistan e della Repubblica Islamica doveva comprendere anche lo stop agli attacchi dal e sul Libano, il primo giorno del cessate il fuoco Israele ha bombardato pesantemente il territorio libanese e in particolare la capitale: 357 morti, un massacro. Il Libano e Israele tratteranno ugualmente, e da questi negoziati diretti dipenderà il futuro del Paese dei Cedri.
Il disarmo sciita
In realtà il conflitto in Libano non è mai finito nonostante il cessate il fuoco firmato il 26 novembre 2024, a conclusione della guerra iniziata dal Partito di Dio l’8 ottobre 2023 in appoggio ad Hamas a Gaza.
Pur essendosi ritirato dal territorio libanese, Israele ha continuato ad occupare cinque postazioni ed ha proseguito i raid che hanno provocato centinaia di morti non solo tra le file di Hezbollah ma anche tra la popolazione. Un motivo in più per la milizia sciita per opporsi al disarmo richiesto esplicitamente dall’accordo di cessate il fuoco, al quale sia il presidente della repubblica che il governo hanno dato seguito fin dal loro insediamento, adottando il piano di disarmo predisposto dalle forze armate.
La questione del disarmo di Hezbollah, previsto alla fine della guerra civile e da varie risoluzioni Onu, è strettamente intrecciata alla situazione e alla storia del Libano. Indipendente dal 1943, il Libano ospita dal 1948 centinaia di migliaia di palestinesi, è stato teatro di una guerra civile durata 15 anni, definita da Ghassan Tueni in un libro celeberrimo “Une guerre pour les autres”, ha subito dal 1976 al 2005 l’occupazione e la tutela siriana, ben infiltrata nelle istituzioni, e le invasioni e l’occupazione del Sud da parte di Israele dal 1982 al 2000. In altre parole il Libano è uno stato che non ha mai potuto esercitare appieno la sua sovranità.
Dall’altra, il Partito di Dio, armato e finanziato dall’Iran, sostenuto dal regime siriano degli Assad padre e figlio fino a dicembre 2024, siede in Parlamento e ha esteso la sua influenza attraverso una serie di istituzioni sociali che hanno riempito l’assenza dello Stato. Ha consolidato il suo potere e il suo prestigio quando è riuscito a far ritirare Israele dal Libano nel 2000, e esercitando quel potere di veto all’interno del governo, previsto dall’accordo di Doha del 2008.
E’ diventato quello che molti chiamano “uno Stato nello Stato”, con un proprio apparato, migliaia di combattenti e un arsenale inaccessibile. Hezbollah è soprattutto un segmento dell’“asse della resistenza” architettato e foraggiato dall’Iran a Gaza, in Iraq, in Siria, nello Yemen e in Libano, indebolito dalle controffensive israeliane dopo il 7 ottobre 2023 e dal cambio di regime in Siria, ma che l’Iran intende salvaguardare anche nei prossimi negoziati con gli Usa in Pakistan.
A differenza però della guerra con Israele del 2006, provocata dall’uccisione da parte di Hezbollah di tre soldati israeliani e dal rapimento di altri due, quando la popolazione libanese aveva solidarizzato con i combattenti sciiti della “resistenza”, lo stesso non è accaduto nella guerra del 2023 e in quella del marzo scorso, scatenate su ordine di Teheran.
Agli occhi della maggior parte dei libanesi queste sono “guerre degli altri”, di cui stanno pagando il prezzo, altissimo, senza averle decise. Ciononostante Hezbollah è ritenuto da buona parte della popolazione l’unica forza militare capace di difendere il Libano e di dissuadere Israele, i cui ministri messianici non vedono l’ora di estendere il confine Nord fino al fiume Litani, in vista di un “Grande Israele”.
L’esercito specchio del Paese
Il Libano non ha in effetti un esercito efficiente. Stando alle cifre fornite dal quotidiano l’Orient-Le Jour a marzo, conterebbe in tutto 83.000 militari, malpagati, con salari ridotti del 70/75 per cento dalla crisi finanziaria che dura dal 2019.
Un soldato dell’esercito libanese
Come nelle istituzioni statali, l’equilibrio confessionale viene mantenuto negli alti gradi, mentre il 70 percento dei soldati sono musulmani, per lo più sciiti, e solo il 30 percento cristiani. Senza risorse statali, l’equipaggiamento dipende soprattutto dagli aiuti degli Stati Uniti, e dispone di armi e mezzi non certo in grado di contendere col livello e le tecnologie né di Israele né di altri Paesi. Non ha mai preso parte ai conflitti che hanno riguardato il Libano, ad eccezione di alcuni combattimenti contro dei gruppi jihadisti. Dal 1991 partecipa al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Dopo il cessate il fuoco del 2024, in coordinamento con le forze dell’UNIFIL a Sud del Litani, l’esercito ha requisito armi e a neutralizzato i tunnel di Hezbollah. Alla fine di novembre 2025 aveva sequestrato 230.000 pezzi tra munizioni, piattaforme di lancio missili e armi varie. Messo fuori uso 177 i tunnel.
Diecimila soldati sono stati dislocati al Sud in 200 postazioni lungo la frontiera con 20 i punti di controllo. Risultati che non hanno mai persuaso Israele, convinto che il traffico d’armi dalla Siria e i flussi finanziari illeciti destinati alla milizia non si fossero mai interrotti, e che Hezbollah continuasse le sue attività al Sud con nuove infrastrutture nonostante la smentita dell’Unifil.
Le istituzioni alla prova
La prudenza del capo delle forze armate, il generale Rodolphe Haykal, nell’applicare la seconda fase del piano di disarmo di Hezbollah nella zona a Nord del Litani fino al fiume Awali, che il Partito di Dio rigettava, era ben motivata.
Dopo la decisione presa dal governo il 3 marzo scorso per evitare l’escalation di Israele, di dichiarare illegali le attività di Hezbollah e di permettere il ricorso alla forza per disarmarlo, in una lettera pubblicata su un giornale vicino alla formazione filoiraniana, un gruppo di “Ufficiali patrioti dell’esercito libanese” si rifiutava di confrontarsi con Hezbollah, definite “forze nazionali che subiscono un’aggressione straniera”.
Con l’intensificarsi delle operazioni delle forze israeliane, alla fine di marzo i soldati libanesi si sono ritirati da alcuni villaggi del Sud che gli abitanti non avevano voluto abbandonare, per timore di essere di nuovo attaccati o catturati dalle truppe israeliane.
E quando il governo ha proibito tutte le attività dei Guardiani della Rivoluzione iraniani presenti in Libano e successivamente dichiarato l’ambasciatore iraniano in Libano persona non grata, stretto giro è arrivata la risposta di Teheran: l’ambasciatore resterà.
Ed è rimasto, come volevano Hezbollah e il presidente del parlamento Nabih Berry. A riprova della fragilità delle istituzioni statali, sempre più sotto tiro.
Le paure del passato
Lo spettro di una nuova guerra civile può anche avere il volto degli sfollati. Sono ormai centinaia di migliaia i rifugiati dalle zone di combattimento e dalla banlieue Sud di Beirut, bombardata senza posa da Israele. Intere famiglie sono accampate sui marciapiedi della Corniche e nelle piazze della capitale da più di un mese alle intemperie. Altri sono stati sistemati allo stadio, altre ancora in istituti religiosi.
C’è molto volontariato spontaneo. A Sidone la municipalità fa quello che può. Ma la solidarietà dei cittadini non è più la stessa di due anni fa. Anche disponendo di mezzi, non sempre agli sfollati viene dato un alloggio in affitto.
Gli omicidi mirati di Israele, che bracca e uccide responsabili ed esponenti di Hezbollah negli appartamenti dei palazzi o negli hotel, hanno aggiunto la paura alla collera per questa nuova guerra. In alcuni quartieri i cittadini sono scesi in strada per dire che non volevano sfollati, non volevano diventare scudi umani, evocando i massacri subiti durante la guerra civile.
Non sono benvoluti in territori, parti di città, parcellizzati in zone confessionali e territoriali di appartenenza, legati alla storia del Libano.Tensioni comunitarie e ripiegamento in se stessi che, se non indirizzate, rischiano di esplodere e di far saltare in aria il Libano “Paese messaggio” della convivenza.
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Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi*
11 aprile 2026
Attraverso immagini sul campo e interviste esclusive, il servizio della BBC che postiamo qui sotto esplora la nuova frontiera del jihadismo in Somalia, mostrando come la provincia somala dello Stato Islamico stia cercando di consolidare la sua presenza nelle montagne del Puntland e come le forze locali e le comunità dei villaggi affrontino la minaccia quotidiana.
A nord-est del Corno d’Africa, nel Puntland, Stato federale semiautonomo della Somalia, opera una delle cellule africane dello stato islamico: la cosiddetta provincia somala dell’ISIS.
Dopo le sconfitte subite tra il 2017 e il 2019 in Iraq e Siria, l’organizzazione ha cercato nuove aree di influenza per portare avanti il progetto di un califfato globale, trovando nel continente africano uno dei suoi principali spazi di espansione.
Oggi alcune delle sue ramificazioni più attive operano nella zona del Sahel tra Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria e più a sud nell’Africa subsahariana, tra la Repubblica Democratica del Congo, Uganda, il Mozambico e la stessa Somalia.
Il reportage della BBC si inserisce in un contesto già segnato dall’insurrezione di Al-Shebab, il gruppo jihadista somalo legato ad Al-Qaeda. Il documentario mostra però come anche lo Stato Islamico stia tentando di ritagliarsi uno spazio nel Paese. La sua presenza risale al 2015, quando una fazione di combattenti di Al-Shebab disertò l’organizzazione, giurando fedeltà all’ISIS e dando vita alla provincia somala del gruppo, guidata dal predicatore Abdul Qadir Mumin.
Instabilità
Da quasi un decennio la presenza dello stato islamico ha contribuito ad aggravare l’instabilità della Somalia, un Paese segnato da una guerra civile che dura dal 1991, anno della caduta del regime di Siad Barre.
Da allora il conflitto si è frammentato in molteplici fronti e attori armati. Negli ultimi anni, mentre le forze di sicurezza somale concentravano gran parte dei loro sforzi contro l’insurrezione di Al-Shebab, nuove cellule jihadiste legate all’ISIS hanno iniziato a stabilirsi nel nord del Paese, in particolare a nord est, nel Puntland.
In questo contesto la Somalia appare sempre più come una sorta di scacchiera violenta, dove milizie jihadiste, forze governative e gruppi armati locali si confrontano su più fronti contemporaneamente. Una situazione che rende la vita dei civili profondamente instabile e imprevedibile.
Ampliamento rete
Con il passare degli anni la filiale somala dell’ISIS ha progressivamente ampliato la propria rete, riuscendo ad arruolare combattenti provenienti sia dall’estero sia dalle file di Al-Shebab. Una presenza che ha contribuito a trasformare le montagne di Cal Miskaad, nel Puntland, in uno dei principali centri operativi del gruppo nella regione. In quest’area, secondo quanto mostrato anche nel documentario della BBC, sorgono campi di addestramento e basi logistiche da cui l’organizzazione produce e diffonde materiale di propaganda.
Nei primi mesi del 2025 le forze autonome del Puntland hanno lanciato una serie di operazioni nella regione di Bari, riuscendo a scacciare i militanti jihadisti sia dal territorio regionale sia dalla città portuale di Bosaso. Nonostante questi successi, il gruppo mantiene ancora la propria presenza in piccole città, villaggi remoti e nelle aree montuose difficili da controllare.
Miliziani dettano legge
Proprio tra questi villaggi c’è ancheDardar, che conta poco più di 600 abitanti. Questo centro abitato è stato messo a soqquadro dalle milizie dell’ISIS, che in poco tempo hanno preso il controllo, dettando le proprie direttive. Ne parla l’imam locale Said Mohamud Ibrahim, testimone dell’affissione delle nuove regole su una lavagna, dove venivano elencate le norme di comportamento che gli abitanti di Dardar avrebbero dovuto seguire durante l’occupazione dei terroristi.
Miliziani dell’ISIS in Puntland
Tra le regole imposte figuravano il divieto per uomini e donne di incontrarsi in pubblico, interdizione per gli uomini di indossare pantaloni lunghi fino alle caviglie o di portare acconciature considerate “alla moda”. Alle donne veniva invece imposto di indossare un tipo specifico di hijab, accompagnato da guanti e calze per coprire mani e caviglie, inoltre, anche la musica era vietata.
Nell’intervista realizzata dalla BBC, lo stesso imam racconta che i miliziani si erano autoproclamati guide spirituali del villaggio, intimandogli di lasciare la moschea e di attenersi alle loro istruzioni. “Ho capito bene il significato reale: o mi avrebbero decapitato o mi avrebbero rapito”, ha affermato Said Mohamud Ibrahim.
Nonostante la presenza dei miliziani sia progressivamente diminuita, grazie al coraggio delle forze del Puntland, che difendono con determinazione il loro territorio, la minaccia rimane attiva, soprattutto tra le montagne e le alture, dove i miliziani si nascondono in caverne e rifugi isolati.
Forze del Puntland
Tra i militari regolari c’è anche Muna Ali Dahir, 32 anni, una delle poche donne presenti, che pur avendo già combattuto in passato, resta alla base pronta a fronteggiare eventuali perdite. Nei momenti di quiete tra una battaglia e l’altra, Dahir telefona alla sua famiglia: ha otto figli, ma li ha visti solo due volte nell’ultimo anno. Nonostante la lontananza e il dolore, la sua motivazione resta intatta: “Tutto questo mi fa capire che sto facendo la cosa giusta”.
Non possiamo prevedere come si concluderà il conflitto, ma la lotta contro lo stato islamico in Puntland continua senza tregua, dimostrando la resilienza del gruppo, capace di riorganizzarsi nonostante le perdite, e la determinazione delle forze locali nel difendere il loro territorio e proteggere la popolazione.
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Dal New York Times Maggie Haberman* e Jonethan Swan*
Washington, 7 aprile 2026
Il SUV nero che trasportava il primo ministro Benjamin Netanyahu è arrivato alla Casa Bianca poco prima delle 11 del mattino dell’11 febbraio. Il leader israeliano, che da mesi esercitava pressioni affinché gli Stati Uniti acconsentissero a un attacco su larga scala contro l’Iran, è stato accompagnato all’interno senza troppe cerimonie, lontano dagli occhi dei giornalisti, pronto per uno dei momenti più cruciali della sua lunga carriera.
I funzionari statunitensi e israeliani si sono riuniti prima nella Sala del Gabinetto, adiacente allo Studio Ovale. Poi Netanyahu si è recato al piano di sotto per l’evento principale: una presentazione altamente riservata sull’Iran per il presidente Trump e il suo team nella Sala Operativa della Casa Bianca, che veniva usata raramente per incontri di persona con leader stranieri.
Trump si è seduto, ma non nella sua solita posizione a capotavola del tavolo da conferenza in mogano. Il presidente ha invece preso posto su un lato, di fronte ai grandi schermi montati lungo la parete. Netanyahu si è seduto dall’altro lato, proprio di fronte al presidente.
Sullo schermo dietro al primo ministro apparivano David Barnea, direttore del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana, e alcuni funzionari militari israeliani. Disposti visivamente dietro a Netanyahu, creavano l’immagine di un leader in tempo di guerra circondato dal suo team.
Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca, era seduta all’estremità del tavolo. Il segretario di Stato Marco Rubio, che ricopriva anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale, aveva preso il suo posto abituale.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, che in genere sedevano insieme in contesti simili, erano da un lato; con loro c’era John Ratcliffe, direttore della CIA. Jared Kushner, genero del presidente, e Steve Witkoff, inviato speciale di Trump, che aveva negoziato con gli iraniani, completavano il gruppo principale.
Riunione ristretta
L’incontro era stato volutamente ristretto per evitare fughe di notizie. Gli altri principali membri del gabinetto non avevano idea che si stesse svolgendo. Assente era anche il vicepresidente. JD Vance si trovava in Azerbaigian e l’incontro era stato programmato con così poco preavviso che non era riuscito a tornare in tempo.
La presentazione che Netanyahu avrebbe fatto nell’ora successiva sarebbe stata fondamentale per avviare gli Stati Uniti e Israele sulla strada verso un grave conflitto armato nel mezzo di una delle regioni più instabili del mondo.
E avrebbe portato a una serie di discussioni all’interno della Casa Bianca nei giorni e nelle settimane successive, i cui dettagli non sono stati riportati in precedenza, in cui Trump ha valutato le sue opzioni e i rischi prima di dare il via libera per unirsi a Israele nell’attacco all’Iran.
Il alto David Barnea, direttore del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana. In baso Netanyahu. Alcuni funzionari militari israeliani hanno partecipato all’incontro cruciale con Trump nella Situation Room della Casa Bianca. Crediti… Amir Cohen/Reuters; Eric Lee per il New York Times
Questo resoconto di come Trump abbia portato gli Stati Uniti in guerra è tratto da un libro di prossima pubblicazione, “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”. Esso rivela come le deliberazioni all’interno dell’amministrazione abbiano messo in luce l’istinto del presidente, le fratture nella sua cerchia ristretta e il modo in cui gestisce la Casa Bianca.
Si basa su interviste approfondite condotte a condizione di anonimato per raccontare discussioni interne e questioni delicate.
Il resoconto sottolinea quanto il pensiero bellicoso di Trump fosse allineato a quello di Netanyahu nel corso di molti mesi, più di quanto persino alcuni dei principali consiglieri del presidente avessero riconosciuto. La loro stretta collaborazione è stata una caratteristica costante in due amministrazioni, e quella dinamica — per quanto a volte tesa — ha alimentato intense critiche e sospetti sia a sinistra che a destra della politica americana.
E dimostra come, alla fine, anche i membri più scettici del gabinetto di guerra di Trump – con la netta eccezione di Vance, la figura all’interno della Casa Bianca più contraria a una guerra su vasta scala – abbiano ceduto all’istinto del presidente, compresa la sua grande fiducia nel fatto che la guerra sarebbe stata rapida e decisiva. La Casa Bianca ha rifiutato di commentare.
L’11 febbraio, nella Situation Room, Netanyahu ha fatto una forte pressione, suggerendo che l’Iran fosse maturo per un cambio di regime ed esprimendo la convinzione che una missione congiunta USA-Israele potesse finalmente porre fine alla Repubblica Islamica.
A un certo punto, gli israeliani hanno mostrato a Trump un breve video che includeva un montaggio di potenziali nuovi leader che avrebbero potuto prendere il controllo del Paese se il governo della linea dura fosse caduto.
Tra i personaggi presenti c’era Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo scià dell’Iran, ora un dissidente con sede a Washington che aveva cercato di accreditarsi come leader laico in grado di guidare l’Iran verso un governo post-teocratico.
Netanyahu e il suo team hanno delineato una serie di condizioni che, secondo loro, avrebbero garantito una vittoria quasi certa: il programma missilistico balistico dell’Iran avrebbe potuto essere distrutto nel giro di poche settimane.
Il regime sarebbe stato talmente indebolito da non poter bloccare lo Stretto di Hormuz, e la probabilità che l’Iran potesse sferrare attacchi contro gli interessi statunitensi nei Paesi confinanti era stata valutata come minima.
Inoltre, le informazioni del Mossad indicavano che le proteste di piazza all’interno dell’Iran sarebbero ricominciate e – con l’impulso dell’agenzia di spionaggio israeliana che avrebbe contribuito a fomentare rivolte e ribellioni – un’intensa campagna di bombardamenti avrebbe potuto creare le condizioni affinché l’opposizione iraniana rovesciasse il regime.
Gli israeliani sollevarono anche la prospettiva che combattenti curdi iraniani attraversassero il confine dall’Iraq per aprire un fronte terrestre nel nord-ovest, allungando ulteriormente le forze del regime e accelerandone il crollo.
Netanyahu ha tenuto la sua presentazione con tono sicuro e monotono. Sembrava aver fatto colpo sulla persona più importante nella sala, il presidente americano.
“Mi sembra una buona idea”, ha detto Trump al primo ministro. Per Netanyahu, questo ha segnalato un probabile via libera per un’operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele.
Netanyahu non è stato l’unico a uscire dall’incontro con l’impressione che Trump avesse praticamente già preso una decisione. I consiglieri del presidente hanno potuto constatare che era rimasto profondamente impressionato dalla promessa di ciò che i servizi militari e di intelligence di Netanyahu potevano fare, proprio come era successo quando i due uomini avevano parlato prima della guerra di 12 giorni con l’Iran a giugno.
All’inizio della sua visita alla Casa Bianca l’11 febbraio, Netanyahu aveva cercato di concentrare l’attenzione degli americani riuniti nella Sala del Gabinetto sulla minaccia esistenziale rappresentata dall’86enne leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei.
Quando altri presenti nella sala hanno chiesto al primo ministro quali fossero i possibili rischi dell’operazione, Netanyahu li ha riconosciuti, ma ha sottolineato un punto centrale: a suo avviso, i rischi dell’inazione erano maggiori di quelli dell’azione.
Ha sostenuto che il prezzo dell’azione sarebbe solo aumentato se avessero ritardato l’attacco e concesso all’Iran più tempo per accelerare la produzione di missili e creare uno scudo di immunità attorno al suo programma nucleare.
Tutti i presenti nella sala capivano che l’Iran aveva la capacità di accumulare scorte di missili e droni a un costo molto inferiore e molto più rapidamente di quanto gli Stati Uniti potessero costruire e fornire gli intercettori, molto più costosi, per proteggere gli interessi americani e gli alleati nella regione.
Le presentazioni di Netanyahu — e la risposta positiva di Trump — hanno creato un compito urgente per la comunità di intelligence statunitense. Durante la notte, gli analisti hanno lavorato per valutare la fattibilità di quanto il team israeliano aveva riferito al presidente.
“Farsesco”
I risultati dell’analisi dell’intelligence statunitense sono stati condivisi il giorno seguente, il 12 febbraio, in un’altra riunione riservata ai soli funzionari americani nella Situation Room. Prima dell’arrivo di Trump, due alti funzionari dell’intelligence hanno informato la cerchia ristretta del presidente.
I funzionari dell’intelligence avevano una profonda competenza sulle capacità militari statunitensi e conoscevano alla perfezione il sistema iraniano e i suoi attori. Avevano suddiviso la presentazione di Netanyahu in quattro parti.
La prima era la decapitazione: uccidere l’ayatollah. La seconda era paralizzare la capacità dell’Iran di proiettare potere e minacciare i suoi vicini. La terza era una rivolta popolare all’interno dell’Iran. E la quarta era un cambio di regime, con l’insediamento di un leader laico a governare il Paese.
I funzionari statunitensi hanno valutato che i primi due obiettivi fossero realizzabili con l’intelligence e la potenza militare americane. Hanno ritenuto che la terza e la quarta parte della proposta di Netanyahu, che includevano la possibilità che i curdi organizzassero un’invasione terrestre dell’Iran, fossero distaccate dalla realtà.
Quando Trump si è unito alla riunione, Ratcliffe lo ha informato della valutazione. Il direttore della CIA ha usato una sola parola per descrivere gli scenari di cambio di regime del primo ministro israeliano: “Ridicoli”.
John Ratcliffe, direttore della CIA, ha messo in guardia dal considerare il cambio di regime un obiettivo realizzabile durante una riunione tenutasi il giorno successivo nella Situation Room. Foto: Doug Mills/The New York Times
A quel punto, Rubio è intervenuto: “In altre parole, sono stronzate”, ha detto. Ratcliffe ha aggiunto che, data l’imprevedibilità degli eventi in qualsiasi conflitto, un cambio di regime poteva verificarsi, ma non doveva essere considerato un obiettivo realizzabile.
Sono poi intervenuti anche altri partecipanti, tra cui Vance, appena tornato dall’Azerbaigian, che ha espresso anch’egli forte scetticismo riguardo alla prospettiva di un cambio di regime.
Il presidente si è quindi rivolto al generale Caine: “Generale, cosa ne pensa?”.
Il generale Caine ha risposto: “Signore, secondo la mia esperienza, questa è la procedura operativa standard per gli israeliani. Esagerano, e i loro piani non sono sempre ben sviluppati. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che insistono così tanto”.
Trump dopo aver valutato rapidamente la situazione, ha commentato così: “È un loro problema”. Non è chiaro se si riferisse agli israeliani o al popolo iraniano. Ma il punto fondamentale è che la sua decisione di entrare in guerra contro l’Iran non sarebbe dipesa dalla fattibilità delle parti 3 e 4 della presentazione di Netanyahu.
Trump sembrava continuare a nutrire un forte interesse per la realizzazione delle parti 1 e 2: l’eliminazione dell’ayatollah e dei massimi leader iraniani e lo smantellamento delle forze armate iraniane.
Il generale Caine — l’uomo che Trump amava chiamare “Razin’ Caine” — aveva impressionato il presidente anni prima, assicurandogli che lo Stato Islamico avrebbe potuto essere sconfitto molto più rapidamente di quanto altri avessero previsto. Trump ricompensò quella fiducia promuovendo il generale, che era stato un pilota di caccia dell’Aeronautica Militare, e suo principale consigliere militare. Il generale Caine non era un fedelissimo politico e nutriva serie preoccupazioni riguardo a una guerra con l’Iran. Ma era molto cauto nel modo in cui presentava le sue opinioni al presidente.
Mentre la piccola squadra di consiglieri coinvolti nei piani deliberava nei giorni successivi, il generale Caine condivide con Trump e altri l’allarmante valutazione militare secondo cui una grande campagna contro l’Iran avrebbe drasticamente esaurito le scorte di armamenti americani, compresi i missili intercettori, la cui disponibilità era già sotto pressione dopo anni di sostegno all’Ucraina e a Israele. Il generale Caine non vedeva una via chiara per rifornire rapidamente queste scorte.
Segnala inoltre l’enorme difficoltà di mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz e i rischi che l’Iran lo blocchi. Trump aveva scartato quella possibilità partendo dal presupposto che il regime sarebbe capitolato prima che si arrivasse a quel punto. Il presidente sembrava pensare che sarebbe stata una guerra molto breve — un’impressione che era stata rafforzata dalla tiepida reazione al bombardamento statunitense degli impianti nucleari iraniani a giugno.
Il ruolo del generale Caine nella fase preparatoria della guerra ha messo in luce una classica tensione tra il consiglio militare e il processo decisionale presidenziale. Il presidente del comitato era così ostinato nel non prendere posizione – ripetendo che non era suo compito dire al presidente cosa fare, ma piuttosto presentare opzioni insieme ai potenziali rischi e alle possibili conseguenze di secondo e terzo ordine – che ad alcuni di coloro che lo ascoltavano poteva sembrare che stesse argomentando contemporaneamente tutti i lati di una questione.
Chiedeva costantemente: “E poi cosa succede?”. Ma Trump spesso sembrava sentire solo ciò che voleva sentire.
Il generale Caine differiva in quasi tutto dal suo predecessore, il generale Mark A. Milley, che aveva discusso animatamente con Trump durante il suo primo mandato e che vedeva il proprio ruolo nell’impedire al presidente di intraprendere azioni pericolose o avventate.
Una persona a conoscenza delle loro interazioni ha osservato che Trump aveva l’abitudine di confondere i consigli tattici del generale Caine con quelli strategici. In pratica, ciò significava che il generale poteva mettere in guardia in un primo momento sulle difficoltà di un aspetto dell’operazione, per poi sottolineare subito dopo che gli Stati Uniti disponevano di una scorta praticamente illimitata di bombe a guida di precisione a basso costo e avrebbero potuto colpire l’Iran per settimane una volta raggiunta la superiorità aerea.
Per il chief of staff si trattava di osservazioni distinte. Ma Trump sembrava pensare che la seconda annullasse la prima.
In nessun momento durante le deliberazioni il chief of staff ha detto direttamente al presidente che la guerra con l’Iran era un’idea terribile — anche se alcuni colleghi del generale Caine credevano che fosse esattamente ciò che pensava.
Trump il falco
Per quanto Netanyahu fosse visto con diffidenza da molti dei consiglieri del presidente, la visione del primo ministro sulla situazione era molto più vicina all’opinione di Trump di quanto gli anti-interventisti del team di Trump o del più ampio movimento “America First” volessero ammettere. Questo era vero da molti anni.
Tra tutte le sfide di politica estera che Trump aveva affrontato nel corso dei suoi due mandati presidenziali, l’Iran spiccava su tutte. Lo considerava un avversario particolarmente pericoloso ed era disposto a correre grandi rischi per ostacolare la capacità del regime di fare la guerra o di acquisire un’arma nucleare.
Inoltre, la posizione di Netanyahu si era sposata perfettamente con il desiderio di Trump di smantellare la teocrazia iraniana, che aveva preso il potere nel 1979, quando Trump aveva 32 anni. Da allora era stata una spina nel fianco degli Stati Uniti.
Ora, potrebbe diventare il primo presidente, da quando la leadership clericale ha preso il potere 47 anni fa, e realizzare un cambio di regime in Iran. Di solito non menzionata, ma sempre presente sullo sfondo, c’era l’ulteriore motivazione che l’Iran aveva complottato per uccidere Trump come vendetta per l’assassinio, nel gennaio 2020, del generale Qassim Suleimani, considerato negli Stati Uniti la forza trainante della campagna iraniana di terrorismo internazionale.
Un cartellone pubblicitario a Teheran che raffigura militari iraniani accanto a velivoli statunitensi catturati, accompagnato da un messaggio sullo Stretto di Hormuz. Foto: Arash Khamooshi per il New York Times
Trump sembrava continuare a nutrire un forte interesse per la realizzazione delle parti 1 e 2: l’eliminazione dell’ayatollah e dei massimi leader iraniani e lo smantellamento delle forze armate iraniane.
La prima pagina del New York Times con l’articolo che pubblichiamo qui tradotto
Di ritorno in carica per un secondo mandato, la fiducia di Trump nelle capacità dell’esercito statunitense era solo cresciuta. Era stato particolarmente incoraggiato dallo spettacolare raid dei commando per catturare il leader venezuelano Nicolás Maduro dal suo compound il 3 gennaio. Nessun americano aveva perso la vita nell’operazione, un’ulteriore prova per il presidente dell’ineguagliabile abilità delle forze statunitensi.
All’interno del gabinetto, Hegseth era il principale sostenitore di una campagna militare contro l’Iran.
Il senatore Rubio ha fatto capire ai colleghi di nutrire sentimenti molto più contrastanti. Non riteneva che gli iraniani avrebbero accettato un accordo negoziato, ma preferiva proseguire con una campagna di massima pressione piuttosto che dare il via a una guerra su vasta scala.
Il senatore Rubio, tuttavia, non ha cercato di dissuadere il presidente Trump dall’operazione e, una volta iniziata la guerra, ha esposto le motivazioni dell’amministrazione con piena convinzione.
La signora Wiles era preoccupata per le possibili conseguenze di un nuovo conflitto all’estero, ma non era solita intervenire con forza sulle questioni militari nelle riunioni più ampie; piuttosto, incoraggiava i consiglieri a condividere le loro opinioni e preoccupazioni con il presidente in quelle occasioni.
La signora Wiles avrebbe esercitato la sua influenza su molte altre questioni, ma nella stanza con il signor Trump e i generali, se ne stava in disparte. Chi le era vicino ha detto che non riteneva fosse suo compito condividere le sue preoccupazioni con il presidente su una decisione militare di fronte agli altri. E credeva che fosse più importante per il presidente ascoltare le competenze di consiglieri come il generale Caine, il signor Ratcliffe e il signor Rubio.
Susie Wiles, capo di gabinetto della Casa Bianca, nella Sala Est il mese scorso. Secondo alcune persone a lei vicine, non riteneva fosse suo compito esprimere le proprie preoccupazioni al presidente riguardo a una decisione militare in presenza di altri. Crediti… Doug Mills/The New York Times
Ciononostante, la signora Wiles aveva confidato ai colleghi di temere che gli Stati Uniti potessero essere trascinati in un’altra guerra in Medio Oriente. Un attacco all’Iran avrebbe potuto provocare un’impennata dei prezzi del carburante a pochi mesi dalle elezioni di medio termine, che avrebbero potuto determinare se gli ultimi due anni del secondo mandato di Trump sarebbero stati anni di successi o di mandati di comparizione da parte dei democratici alla Camera. Ma alla fine, la signora Wiles si è allineata all’operazione.
Vance lo scettico
Nessuno nella cerchia ristretta di Trump era più preoccupato dalla prospettiva di una guerra con l’Iran, o ha fatto di più per cercare di fermarla, del vicepresidente.
Vance aveva costruito la sua carriera politica opponendosi proprio al tipo di avventurismo militare che ora era oggetto di seria considerazione. Aveva descritto una guerra con l’Iran come «un’enorme distrazione di risorse» e «estremamente costosa».
Non era, tuttavia, un pacifista a tutto tondo. A gennaio, quando Trump aveva pubblicamente avvertito l’Iran di smettere di uccidere i manifestanti e aveva promesso che gli aiuti erano in arrivo, Vance aveva incoraggiato in privato il presidente a far rispettare la sua linea rossa. Ma ciò che il vicepresidente sosteneva era un attacco punitivo e limitato, qualcosa di più vicino al modello dell’attacco missilistico di Trump contro la Siria nel 2017 per l’uso di armi chimiche contro i civili.
Il vicepresidente riteneva che una guerra per il cambio di regime con l’Iran sarebbe stata un disastro. La sua preferenza era di non effettuare alcun attacco. Ma sapendo che Trump avrebbe probabilmente intervenuto in qualche modo, ha cercato di orientarlo verso un’azione più limitata. In seguito, quando è sembrato certo che il presidente fosse deciso a intraprendere una campagna su larga scala, Vance ha sostenuto che avrebbe dovuto farlo con una forza schiacciante, nella speranza di raggiungere rapidamente i suoi obiettivi.
Il vicepresidente JD Vance, la figura all’interno della Casa Bianca più contraria a una guerra su vasta scala, l’ha definita «un enorme spreco di risorse» e «estremamente costosa». Crediti… Doug Mills/The New York Times
Di fronte ai suoi colleghi, Vance ha avvertito Trump che una guerra contro l’Iran avrebbe potuto causare il caos nella regione e un numero incalcolabile di vittime. Avrebbe potuto inoltre frantumare la coalizione politica di Trump perché sarebbe stata vista come un tradimento da molti elettori che avevano creduto alla promessa di non intraprendere nuove guerre.
Vance ha sollevato anche altre preoccupazioni. In qualità di vicepresidente, era consapevole della portata del problema delle munizioni degli Stati Uniti. Una guerra contro un regime con un’enorme volontà di sopravvivenza avrebbe potuto lasciare gli Stati Uniti in una posizione ben peggiore per affrontare eventuali conflitti per alcuni anni.
Il vicepresidente disse ai suoi collaboratori che nessuna conoscenza militare avrebbe potuto davvero valutare cosa avrebbe fatto l’Iran per vendicarsi quando fosse stata in gioco la sopravvivenza del regime. Una guerra avrebbe potuto facilmente prendere direzioni imprevedibili. Inoltre, riteneva che ci fossero poche possibilità di costruire un Iran pacifico all’indomani del conflitto.
Al di là di tutto questo c’era forse il rischio più grande di tutti: l’Iran aveva il vantaggio quando si trattava dello Stretto di Hormuz. Se questo stretto braccio di mare che trasporta vaste quantità di petrolio e gas naturale fosse stato bloccato, le conseguenze interne negli Stati Uniti sarebbero state gravi, a cominciare dall’aumento dei prezzi della benzina.
Tucker Carlson, il commentatore che era emerso come un altro importante scettico dell’intervento all’interno della destra, si era recato allo Studio Ovale diverse volte nel corso dell’anno precedente per avvertire Trump che una guerra con l’Iran avrebbe distrutto la sua presidenza.
Un paio di settimane prima dell’inizio della guerra, Trump, che conosceva Carlson da anni, aveva cercato di rassicurarlo al telefono. “So che sei preoccupato, ma andrà tutto bene”, aveva detto il presidente. E alla domanda di Carlson su come facesse a saperlo, Trump aveva risposto: “Perché va sempre così”.
Negli ultimi giorni di febbraio, gli americani e gli israeliani avevano discusso di una nuova informazione che avrebbe accelerato significativamente i loro tempi. L’ayatollah si sarebbe incontrato in superficie con altri alti funzionari del regime, in pieno giorno e completamente esposto a un attacco aereo. Era un’occasione fugace per colpire il cuore della leadership iraniana, il tipo di obiettivo che forse non si sarebbe più presentato.
Trump ha concesso all’Iran un’altra possibilità di raggiungere un accordo che ne bloccasse il percorso verso le armi nucleari. La diplomazia ha anche dato agli Stati Uniti più tempo per spostare le risorse militari in Medio Oriente.
Il presidente aveva di fatto preso la sua decisione settimane prima, hanno detto diversi suoi consiglieri. Ma non aveva ancora deciso esattamente quando. Ora, Netanyahu lo esortava ad agire in fretta.
Quella stessa settimana, Kushner e Witkoff avevano chiamato da Ginevra dopo gli ultimi colloqui con i funzionari iraniani. Nel corso di tre round di negoziati in Oman e in Svizzera, i due avevano messo alla prova la disponibilità dell’Iran a raggiungere un accordo.
A un certo punto, avevano offerto agli iraniani combustibile nucleare gratuito per tutta la durata del loro programma. Una prova per capire se l’insistenza di Teheran sull’arricchimento fosse davvero finalizzata all’energia civile o alla conservazione della capacità di costruire una bomba.
Gli iraniani avevano respinto l’offerta, definendola un attacco alla loro dignità.
Kushner e Witkoff hanno illustrato la situazione al presidente. Probabilmente avrebbero potuto negoziare qualcosa, ma ci sarebbero voluti mesi, hanno detto. Se Trump stava chiedendo se potevano guardarlo negli occhi e dirgli che avrebbero risolto il problema, ci sarebbe voluto molto per arrivarci, gli ha detto Kushner, perché gli iraniani stavano giocando.
“Penso che dobbiamo farlo”.
Giovedì 26 febbraio, verso le 17:00, ha inizio l’ultima riunione nella Situation Room. Ormai, le posizioni di tutti i presenti nella stanza sono chiare. Tutto era stato discusso nelle riunioni precedenti; ognuno conosceva la posizione degli altri. La discussione sarebbe durata circa un’ora e mezza.
Trump era al suo solito posto a capotavola. Alla sua destra sedeva il vicepresidente; accanto al signor Vance c’era la signora Wiles, poi il signor Ratcliffe, poi il consigliere della Casa Bianca, David Warrington, e infine Steven Cheung, il direttore della comunicazione della Casa Bianca. Di fronte al signor Cheung c’era Karoline Leavitt, l’addetta stampa della Casa Bianca; alla sua destra c’era il generale Caine, poi il signor Hegseth e il signor Rubio.
Il gruppo di pianificazione bellica era stato tenuto così ristretto che i due funzionari chiave che avrebbero dovuto gestire la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il segretario all’Energia Chris Wright, erano stati esclusi, così come Tulsi Gabbard, la direttrice dell’intelligence nazionale.
Il presidente ha aperto la riunione chiedendo: “Ok, cosa abbiamo?”.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth (in alto) era il principale sostenitore di una campagna militare contro l’Iran all’interno del governo. Il segretario di Stato Marco Rubio (qui sotto) ha fatto capire ai colleghi di nutrire sentimenti molto più contrastanti. Crediti… Fotografie di Eric Lee per il New York Times
Il signor Hegseth e il signor Caine hanno illustrato la sequenza degli attacchi. A quel punto il signor Trump ha detto di voler fare un giro di tavolo per ascoltare il parere di tutti.
Il signor Vance, il cui disaccordo con l’intera premessa era ben noto, si è rivolto al presidente: “Sa che penso sia una cattiva idea, ma se vuole farlo, la sosterrò”.
La signora Wiles ha detto al signor Trump che se riteneva di dover procedere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, allora avrebbe dovuto farlo.
Il signor Ratcliffe non ha espresso alcuna opinione sull’opportunità di procedere, ma ha discusso delle nuove, sbalorditive informazioni secondo cui la leadership iraniana stava per riunirsi nel complesso dell’ayatollah a Teheran. Il direttore della CIA ha spiegato al presidente che un cambio di regime era possibile a seconda di come si sarebbe definito il termine: “Se intendiamo semplicemente uccidere la guida suprema, probabilmente possiamo farlo”.
Quando è stato interpellato, il signor Warrington, il consulente legale della Casa Bianca, ha affermato che si trattava di un’opzione legalmente ammissibile in base a come il piano era stato concepito dai funzionari statunitensi e presentato al presidente. Non ha espresso un’opinione personale, ma quando il presidente lo ha sollecitato a fornirne una, ha detto che, in qualità di veterano dei Marines, aveva conosciuto un militare americano ucciso dall’Iran anni prima. La questione rimaneva profondamente personale. Aveva commentato al presidente che se Israele intendeva procedere a prescindere, anche gli Stati Uniti avrebbero dovuto farlo.
Cheung ha illustrato le probabili ripercussioni in termini di pubbliche relazioni: Trump si era candidato opponendosi a ulteriori guerre. La gente non aveva votato per un conflitto all’estero. I piani erano in contrasto anche con tutto ciò che l’amministrazione aveva affermato dopo la campagna di bombardamenti contro l’Iran a giugno.
Come avrebbero giustificato otto mesi passati a insistere sul fatto che gli impianti nucleari iraniani fossero stati completamente distrutti? Il signor Cheung non ha dato né un sì né un no, ma ha detto che qualunque decisione avesse preso il signor Trump sarebbe stata quella giusta.
La signora Leavitt ha detto al presidente che la decisione spettava a lui e che il team addetto alla stampa avrebbe gestito la situazione al meglio.
Il signor Hegseth ha adottato una posizione restrittiva: prima o poi avrebbero dovuto occuparsi degli iraniani, quindi tanto valeva farlo subito. Ha offerto valutazioni tecniche: avrebbero potuto condurre la campagna in un determinato lasso di tempo con un dato livello di forze.
Il generale Caine era sobrio e ha illustrato i rischi e ciò che la campagna avrebbe significato in termini di esaurimento delle munizioni. Non ha espresso alcuna opinione; la sua posizione era che se il signor Trump avesse ordinato l’operazione, l’esercito l’avrebbe eseguita. Entrambi i principali vertici militari del presidente illustrarono come si sarebbe svolta la campagna e la capacità degli Stati Uniti di indebolire le capacità militari dell’Iran.
Quando è il suo turno di parlare, Rubio ha offerto maggiore chiarezza, dicendo al presidente: se il nostro obiettivo è un cambio di regime o una rivolta, non dovremmo farlo. Ma se l’obiettivo è distruggere il programma missilistico dell’Iran, quello è un obiettivo che possiamo raggiungere.
Tutti si sono rimessi all’istinto del presidente. Lo avevano visto prendere decisioni audaci, assumersi rischi incalcolabili e in qualche modo uscirne vincitore. Nessuno lo avrebbe ostacolato ora.
“Penso che dobbiamo farlo”, ha sentenziato il presidente alla sala affermando che dovevano assicurarsi che l’Iran non potesse avere un’arma nucleare e che non potesse semplicemente lanciare missili contro Israele o in tutta la regione.
Il generale Caine ha detto a Trump che aveva un po’ di tempo; non doveva dare il via libera prima delle 16:00 del giorno seguente.
A bordo dell’Air Force One il pomeriggio successivo, 22 minuti prima della scadenza chiesta dal generale Caine, Trump ha inviato il seguente ordine: “L’operazione Epic Fury è approvata. Nessun annullamento. Buona fortuna.”
Maggie Haberman* e Jonathan Swan**
* Maggie Haberman è una corrispondente del Times alla Casa Bianca che si occupa del presidente Trump.
** Jonathan Swan è un giornalista del Times alla Casa Bianca che si occupa dell’amministrazione di Donald J. Trump. Contattatelo in modo sicuro su Signal: @jonathan.941
Jonathan Swan e Maggie Haberman, entrambi inviati alla Casa Bianca per il *Times*, sono i coautori del libro di prossima pubblicazione *Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump*. Questo articolo è tratto dal lavoro di ricerca svolto per quel libro.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
9 aprile 2026
Una settimana fa, durante la sua ultima apparizione nella TV nazionale del Burkina Faso, il presidente della giunta militare di transizione di Ouagadougou, Ibrahim Troré, salito al potere nel 2022 dopo un colpo di Stato, rivolgendosi alla popolazione, ha affermato: “Dimenticatevi della democrazia, non fa per noi”.
Pur godendo di parecchio consenso in patria e in altri Paesi del continente per la sua visione panafricana e le sue aspre critiche nei confronti dell’influenza dei Paesi occidentali in Africa, molti sono rimasti di stucco per questa sua affermazione.
Partiti sciolti
Va sottolineato che qualcosa del genere era nell’aria da tempo, visto che nell’ottobre 2025 la Giunta militare ha sciolto la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente. Stessa sorte è poi toccata ai raggruppamenti politici a febbraio di quest’anno, ma le attività di tutti partiti erano già state sospese in precedenza.
Ibrahim Traoré, presidente del governo di transizione militare in Burkina Faso
Traoré, leader del Paese, appena salito al potere, ha manifestato immediatamente il suo dissenso nei confronti dell’Occidente, in particolare verso la Francia. Ha inoltre sospeso o addirittura vietato la diffusione di parecchi giornali e emittenti internazionali, espellendo pure alcuni loro giornalisti.
Come i putschisti del vicino Mali e Niger, dopo i golpe, anche i leader burkinabè si sono rivolti alla Russia, siglando accordi commerciali e, ovviamente anche militari. Ouagadougou, Bamako e Niamey hanno poi lasciato anche definitivamente ECOWAS (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale), creando AES (Alleanza degli Stati del Sahel). La nuova organizzazione ha pure formato un nuovo contingente di difesa comune, FU-AES (Forza unificata dell’Alleanza degli Stati del Sahel, composto da cinquemila soldati), volto alla lotta contro il terrorismo.
Mercenari russi
Africa Corps, che ha sostituito i mercenari di Wagner in vari Paesi africani, è pure presente negli Stati AES, anche se il modus operandi di questi soldati di ventura, direttamente controllati dal ministero della Difesa di Mosca, è meno appariscente dei loro predecessori, pur combattendo accanto ai militari regolari dei Paesi dove operano. In sostanza però mercenari sono e restano. I russi hanno cambiato solo la divisa. Anzi, meglio, solamente lo scudetto sul braccio.
Ma non finisce qui. Traoré e i suoi compagni del Sahel hanno sempre sostenuto, appena saliti al potere, che avrebbero dato la priorità alla lotta contro il terrorismo. Qualcuno ci ha pure creduto. Tuttavia da quando in Burkina Faso, Mali e Niger sono al potere le giunte militari, gli attacchi di JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani, legato a al Qaeda) e EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara) sono aumentati sensibilmente e molte aree non sono ancora sotto il controllo del governo centrale.
Accuse di ONG per i diritti umani
Tant’è vero, che, la ONG Human Rights Watch (HRW) in un suo recente rapporto ha puntato il dito proprio sul Burkina Faso, accusando i militari regolari di aver ammazzato più civili dei terroristi.
Militari dell’esercito del Burkina Faso
La ONG nella sua relazione, stilata nei minimi dettagli, citando testimoni oculari e fatti, ha riporta che le truppe regolari e i VDP (Volontari per le Difesa della Patria, civili reclutati per aiutare le forze di difesa e di sicurezza nella lotta contro i terroristi) tra il 2023 e agosto 2025 hanno ammazzato più civili dei terroristi
HRW denuncia la morte di oltre 1.800 persone brutalmente uccise. Tra questi 1.255, compresi 193 bambini, dalle truppe di Ouagadougou e i VDP.
Crimini contro l’umanità
Secondo HRW, il capitano Ibrahim Traoré e sei alti ufficiali del Burkina Faso, nonché Iyad ag Ghaly (fondatore di JNIM) e altri quattro capi del raggruppamento jihadista, possano essere penalmente responsabili di gravi violazioni e debbano essere oggetto di indagini, in virtù della responsabilità di comando. “Hanno commesso crimini di guerra e contro l’umanità”, ha precisato la ONG.
Ovviamente Ouagadougou respinge tutte le accuse. E il portavoce del governo, Pingdwendé Gilbert Ouedraogo, rincalza la dose: Si tratta di un rapporto falso” e di “un intreccio di congetture e gravi accuse infondate”. E, per screditare ancora maggiormente HRW, ha qualificato la ONG come una Organizzazione scollegata dalla realtà: “È un giornale scandalistico intriso di odio viscerale”. “Si tratta di ‘una manovra volta a minare gli sforzi del dignitoso popolo burkinabè'”, ha aggiunto infine il portavoce.
Insomma quel rapporto non è piaciuto per nulla a Traoré, che non sopporta e non tollera le critiche.
A questo punto va ricordato che recentemente gli USA hanno tentato di riallacciare i rapporti con il Niger che dopo il golpe ha messo alla porta gli americani dalle basi di Niamey e Agadez. Mentre a fine febbraio l’amministrazione Trump ha siglato un protocollo di intesa con la controparte di Ouagadougou per un finanziamento di 147 milioni di dollari in campo sanitario.
Sia da Parigi, sia da Washington continuano a piovere attacchi negativi sull’operato dei tre golpisti. Non vedono di buon occhio le giunte militari al potere in Sahel e, specie gli USA, insistono con propaganda negativa nei loro confronti. Mentre Mosca, ora in prima linea con i Paesi AES, li sostiene su tutti fronti.
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Speciale per Africa ExPress Fabrizio Cassinelli
8 aprile 2026
È indubbiamente una fragile tregua giunta in extremis quella raggiunta nella scorsa, lunghissima notte in Medio Oriente tra gli Usa da una parte (con Israele che l’ha parzialmente accettata obtorto collo) e l’Iran.
Una tregua – prepariamoci – che da diverse parti rischierà di venir sabotata. Di certo in una sola notte siamo passati dalla minaccia del presidente americano, Donald Trump, di “distruggere un’intera civiltà”, quella persiana, a un accordo preliminare che si basa sulla piattaforma dei 10 punti iraniani e che prevede il controllo dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica islamica. Che prima non aveva mai avuto. Un discreto contrappasso per chi pretendeva di fare il bello e il cattivo tempo nella regione.
Tregua per due settimana in Iran
A fermare i bombardieri B52 già in volo (dall’Europa, forse con cacciabombardieri anche da Aviano) verso la Repubblica Islamica è stata la mediazione del Pakistan, ma soprattutto, pare, l’intervento della Cina, ancora una volta decisiva.
Ma soprattutto, dal centro delle frenetiche trattative è stata esclusa Israele, che ha sùbito precisato di non considerare negoziabile la sua aggressione al Libano.
L’invasione continuerà perché l’obbiettivo territoriale della Grande Israele non muta al mutare delle condizioni al contorno ormai da molti anni. E infatti oggi il governo israeliano ha dichiarato che la “guerra a hezbollah continua”.
Shehbaz Sharif, premier del Pakistan
Il premier del Pakistan, Shehbaz Sharif, su X ha però già precisato che “il cessate il fuoco immediato è ovunque, inclusi il Libano e altrove”. Ad ogni modo il primo round di trattative fra Stati Uniti e Iran è previsto a Islamabad venerdì. Mercoledì si è appreso che sarà il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo negoziatore, mentre il vicepresidente statunitense Vance sarà a capo della delegazione americana.
Controllo Stretto di Hormuz
Ma attorno a quali punti fermi si è formato l’accordo? All’Iran resterà il controllo dello Stretto di Hormuz e sul quale vi saranno pedaggi congiunti con l’Oman su ogni singola nave commerciale o petroliera. Fondi che verranno utilizzati per la ricostruzione delle infrastrutture bombardate da USA e Israele: “I ponti verranno ricostruiti – ha detto il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre aver ‘disciplinato’ gli USA è un’occasione unica”. “Il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile – ha aggiunto – per due settimane, ma previo coordinamento con le forze armate iraniane e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche”. Insomma, sotto le armi puntate.
Ma la più grande vittoria iraniana sta nel fatto che gli USA abbiano accettato come piattaforma dei colloqui i 10 punti posti nei giorni corsi dall’Iran e non i 15 proposti da loro. Almeno in linea teorica prevedono anche la fine delle sanzioni e il diritto al nucleare civile non militare.
Evitato, per ora, shock economico globale
Intanto lo shock finanziario globale e petrolifero pare che per ora sia evitato: l’Europa, attore quasi completamente passivo, incassa questa soluzione in un’atmosfera politica sempre più slegata dal patto Atlantico ripudiato più volte da Trump. Tanto alle lobby dietro al presidente degli Stati Uniti basta che l’UE continui ad acquistare il GNL (gas naturale liquefatto) d’Oltreoceano a stelle e strisce che costa 10 volte il gas russo, e niente altro.
La Cina torna ad avere il petrolio nuovamente a basso costo e peso geopolitico. L’Italia potrà affrontare elezioni senza l’incubo dei prezzi alla pompa. Il Pakistan conferma quello che tutti hanno capito, ormai, anche gli iraniani: se hai l’arma nucleare non ti attacca nessuno.
Arabia Saudita ha mollato USA
Evidentemente lo sanno con certezza ormai anche gli iraniani, tanto che tra la gente per le strade, nella notte di festa, veniva chiesta a gran voce la riapertura del programma atomico militare. E proprio questo sarà il punto controverso che rischierà di far saltare il tavolo. Ma la fine del munizionamento di precisione di USA e Israele, l’intensificarsi dei lanci iraniani, il fallimento del raid american per l’uranio, e il rischio dell’ingresso in guerra del Pakistan nucleare dopo il patto con l’Arabia Saudita (che ha ‘mollato’ gli USA rivolgendosi ad altri, una sconfitta colossale della politica estera americana) ha suggerito a tutti di mettere la pistola nella fondina. Almeno per due settimane.
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Africa ExPress
m.a.a. (+ agenzie e New York Times)
Baghdad, 7 aprile 2026
La giornalista americana, Shelly Kittleson, che era stata rapita dalle milizia Hezbollah, alleate con l’Iran e tenuta in ostaggio per una settimana, è stata liberata oggi. Secondo fonti ufficiali irachene, il rilascio è avvenuto in cambio della scarcerazione di alcuni membri della milizia.
La milizia, Kateeb Hezbollah, ha dichiarato in un comunicato di aver rilasciato la giornalista, “in segno di apprezzamento per le posizioni patriottiche” del primo ministro iracheno, che aveva negoziato per il suo rilascio. Il gruppo ha affermato che la signora Kittleson deve lasciare immediatamente l’Iraq.
“Questa iniziativa non si ripeterà in futuro – ha dichiarato nel comunicato un comandante della sicurezza del gruppo, noto come Abu Mujahid Al-Asaf -. “Siamo in uno stato di guerra dichiarato dal nemico sionista-americano contro l’Islam e in tali situazioni molte considerazioni vengono ignorate”.
Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. Kataib Hezbollah, una delle milizie più potenti in Iraq, è strettamente legata alla Forza Quds iraniana, il braccio estero del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il rapimento della signora Kittleson, 49 anni, è il secondo di uno straniero in Iraq da parte del gruppo.
Nel 2023, il gruppo aveva sequestrato Elizabeth Tsurkov, una dottoranda israelo-russa, e l’aveva tenuta in ostaggio per più di due anni, torturandola durante la prigionia.
La Kittleson, che da oltre un decennio si occupa di Medio Oriente per diverse testate, è stata liberata in cambio del rilascio di numerosi membri di Kataib Hezbollah detenuti, secondo quanto riferito da due funzionari della sicurezza iracheni. Hanno chiesto di non essere identificati per poter discutere di negoziati delicati.
Shelly è una giornalista molto esperta di Medio Oriente che ha battuto in lungo e in largo. Parla arabo ma non solo: è fluente in altre lingue, ma anche in italiano, perché abita a Roma. La conoscono tutti i corrispondenti di guerra che hanno visitato l’Iraq, la Siria e i Paesi limitrofi. Non si può certo credere che possa essere considerata filo sionista, sebbene in Italia collabori con Il Foglio le cui posizioni filo israeliane non hanno certo giovato alla collega americana.
Il giornale online di notizie mediorientali con cui collabora, Al-Monitor, Shelly Kittleson viene descritta come nota per “il suo coraggioso lavoro di cronista dalle zone di guerra in Afghanistan, Iraq e Siria”.
Al di là delle mediazioni, certamente alla sua liberazione ha invece giovato la sua conoscenza con i gruppi militanti che circolano nella polveriera mediorientale. Lei conosce tutti e gode di gran prestigio e autorevolezza. Africa ExPress l’aveva contattata mesi fa e con lei avevamo scambiato alcune idee e opinioni.
A Baghdad il suo rapimento aveva dato il via a una caccia all’uomo da parte delle forze di sicurezza irachene e del governo statunitense per ottenere il suo rilascio. Secondo fonti raccolte dagli stringer di Africa ExPress in loco il giorno dopo il rapimento, Kataib Hezbollah si era offerto di negoziare la libertà della giornalista in cambio del rilascio da parte del governo iracheno di diversi membri della milizia detenuti.
Poco prima del suo rilascio il gruppo Kateeb Hezbollah ha rilasciato un video con le “confessioni” della giornalista. Shelly avrebbe ammesso che nel 2025 avrebbe seguito un addestramento di tre mesi in Siria a cura dei servizi segreti americani, con l’incarico di raccogliere informazioni sul gruppo di miliziani e in particolare sulla milizia Al Nujabaa, ufficialmente denominata 12ª Brigata, particolarmente attiva in Iraq e, in passato, nella Siria baathista.
Kateeb Hezbollah è una delle milizie irachene più combattive negli attacchi di rappresaglia per contrastare la guerra statunitense-israeliana contro l’Iran. Ha lanciato attacchi con razzi e droni quasi quotidianamente contro obiettivi statunitensi in Iraq e nei paesi confinanti. Tra gli attacchi rivendicati figurano i lanci di missili contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad.
Ovviamente la milizia è designata dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica straniera.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
7 aprile 2026
Il popolo congolese tutto è ebbro di felicità per una conquista mondiale. Dopo oltre mezzo secolo la nazionale di calcio di Kinshasa si è nuovamente qualificata per la Coppa del Mondo.
I Leopardi hanno atteso 52 anni prima di far sentire ancora il loro grido, un suono ripetitivo a bassa frequenza (non chiamiamolo ruggito, potremmo essere contestati da qualche super esperto…). Gli studiosi dicono che il caratteristico urlo del meraviglioso felino è udibile fino a un chilometro di distanza. Ora i “felini” bipedi lo hanno fatto echeggiare a livello…mondiale. E in Congo è stata festa, festa nazionale per “celebrare l’unità e l’orgoglio nazionali dopo lo storico evento”, come ha dichiarato ai primi del mese, il ministro del Lavoro nel concedere un giorno straordinario di vacanza a tutto il Paese.
Festa nazionale
La nazionale della RDC (a differenza degli imbelli italiani!) sarà dunque presente alle finali della 23esima edizione della Coppa del Mondo FIFA che si disputa fra Stati Uniti, Messico e Canada dall’11 giugno al 19 luglio.
“I Leopardi”, nazionale di calcio del Congo-K
Un evento che rischia di battere il record di spettatori stabilito negli USA ,nel 1994 con 3,5 milioni di presenze: la vendita dei biglietti è già partita il 1° aprile!
Si tratterà infatti di una competizione monstre: ben 104 partite in questa prima edizione con 48 squadre ospitate in 16 città. I Leopard sono stati gli ultimi africani a staccare il biglietto per l’America. Sono stati preceduti da Marocco, Tunisia, Egitto, Algeria, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Sud Africa e dal miracoloso Capo Verde, il più piccolo Paese a prendere parte al mega torneo. Il Congo era assente dal 1974, quando come Zaire fu seppellito da una marea di gol (14 in 3 partite, 9 li prese dalla Jugoslavia.
Calcio africano alla riscossa
Ora il calcio del continente nero e del Congo sono ben altra cosa. E per i Leopard è l’occasione unica di farsi riconoscere a livello planetario. Il 17 giugno prossimo alle 19 (ora italiana) i calciatori della Repubblica del centro Africa faranno il loro esordio nello Houston Stadium in Texas contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. La squadra congolese fa parte del girone K che comprende anche la Colombia e l’Uzbekistan
La qualificazione è stata raggiunta grazie alla vittoria, il 31 marzo scorso, per1-0 , sui cosiddetti “Reggae boys” della Giamaica. “È sicuramente la rete più importante della mia carriera, sono immensamente felice di averla segnata per la squadra, per la nazione e per la gioia che porta alle persone“, ha commentato l’autore, Axel Tuanzebe, 28 anni, già del Manchester United, ora del Burnley.
Festa in Congo-K dopo le qualificazioni ai mondiali
Axel ha la cittadinanza inglese, ma è originario di Bunia, una città vicino al lago Alberta, che si trovò al centro della cosiddetta seconda guerra del Congo (1998-2003). Ora il Congo è coinvolto da tempo nel conflitto che insanguina l’est del Paese.
Qui il sanguinoso confronto con il gruppo ribelle M23/AFC non è certo cessato nonostante la presunta pace inventata da Trump. Il calcio, però, come spesso succede, lenisce dolori anche delle guerre e suscita speranze o illusioni.
Aspirazioni di gloria malgrado il conflitto
Per questo la festa nazionale dichiarata dal governo è stata una ubriacatura collettiva anche se non condivisa da tutti i 110 milioni di congolesi, dato che l’annuncio ufficiale è stato fatto di sera tardi. Ora si coltivano sogni di gloria sulla scena mondiale , considerato che il girone non presenta ostacoli insormontabili .
È venuta l’acquolina in bocca ai giocatori, di cui si è fatto interprete – parlando con il sito della FIFA – il centrocampista Samuel Moutousamy, 30 anni, francese naturalizzato congolese (gioca nell’Atromitos greco. “Ho sempre avuto questo sogno, non posso mentire — ha detto -. Sogno questo momento da quando ho iniziato a giocare a calcio.
Auguri anche dal nemico
Il giorno stesso in cui firmai con le giovanili del Lione (nel 2011), io e la mia famiglia ci dicemmo che il sogno finale era giocare un Mondiale. Ce l’abbiamo fatta”. E ora, quindi, avanti tutta. Perfino con gli auguri di un carissimo nemico: il Ruanda. È noto che tra Kigali e Kinshasa non corra buon sangue, ma scorrano insulti e sangue negli ultimi anni. Il Paese di Paul Kagame, infatti, supporta con uomini e mezzi l’M23. Ebbene, il I aprile, la portavoce del governo ruandese, Yolande Makolo, ha esaltato il risultato ottenuto dai Leopardi, sottolineando come il calcio possa unire le diversità e ha aggiunto: ”Questo spirito di unità è troppo prezioso per essere trasformato in odio”.
È vero che il ramoscello d’olivo ruandese è stato offerto al Congo il I aprile, ma anche alla vigilia di Pasqua. Se però servisse a stemperare le tensioni e ad avviare un percorso di pace nel Kivu, si avrebbe la prova che il pallone è più potente di Trump.
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