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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

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Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 marzo 2026 “Non...
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Violazione del diritto internazionale: molti dirigenti africani criticano azioni USA in Venezuela

Africa ExPress
7 gennaio 2026

L’Unione Africana ha espresso perplessità per l’arresto e la deportazione del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores. Pur non condannando direttamente l’azione militare di Washington nel Paese sudamericano, l’UA ha evidenziato “l’importanza del rispetto del diritto internazionale, della sovranità degli Stati, della loro autodeterminazione”.

L’organizzazione con sede ad Addis Abeba ha poi sottolineato la necessità di dialogo e della risoluzione pacifica delle controversie, invitando tutte le parti alla moderazione.

Dura condanna di Sudafrica e Ghana

Ben più dura la reazione del Sudafrica, le cui relazioni con gli USA sono già molto tese, in particolare dopo le accuse di genocidio nei confronti degli afrikaner, avanzate da Trump mesi fa.

Secondo un comunicato di poche ore fa, il Sudafrica ha assicurato all’amministrazione Trump che non avrebbe interferito sull’accoglienza di rifugiati della minoranza bianca negli USA. Un accordo in tal senso sarebbe stato raggiunto alla fine di dicembre.

Pretoria considera l’azione di Washington contro il Venezuela una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite. E ha ricordato che invasioni militari contro Stati sovrani portano solamente a un inasprimento delle crisi.

Il presidente del Ghana, John Dramani Mahana, condanna l’intervento USA in Venezuela

Anche il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, ha preso immediatamente posizione contro le azioni militari dall’amministrazione Trump in Venezuela. Il leader di Accra ha manifestato le sue riserve contro l’uso unilaterale della forza. Ha poi aggiunto di essere molto preoccupato per quanto proclamato dal suo omologo di Washington.

Secondo Mahama, l’intenzione di voler governare il Venezuela e sfruttarne il petrolio durante un periodo di transizione, “sono dichiarazioni che ricordano l’era coloniale e imperialista. Creano un precedente pericoloso per l’ordine mondiale. Ambizioni coloniali di questo tipo non hanno posto nell’era post-seconda guerra mondiale”. Ha inoltre chiesto la liberazione del presidente Maduro e di sua moglie.

Le dure dichiarazioni di Mahama sorprendono, viste le buone relazioni con gli USA. Solo pochi mesi fa Accra aveva sottoscritto un accordo con Washington per l’accoglienza di migranti africani indesiderati. I termini di tale intesa non sono stati resi noti.

Anche il ministro degli Esteri ciadiano, Abdoulaye Sabre Fadoul ha espresso al suo omologo venezuelano l’impegno del proprio Paese a rispettare il diritto internazionale, da cui, ha sostenuto, dipende l’esistenza di un ordine mondiale giusto e l’importanza di preservare la pace, la stabilità e l’integrità territoriale del Venezuela.

Momenti cruciali dell’arresto di Nicolas Maduro

Ivan Gilles, capo della diplomazia venezuelana, ha affermato di aver ricevuto messaggi di solidarietà anche da altri Paesi, in particolare da Liberia, Namibia, Gambia.

Chavismo

Alcuni Paesi africani avevano rafforzato i rapporti con Caracas, quando era ancora guidato da Hugo Chavez. Nel 2009 il leader venezuelano scomparso aveva dichiarato di voler aprire una raffineria in Mauritania per la distribuzione del petrolio nel Paese stesso e in quelli confinanti, cioè Niger e Mali.

Diversi governi del continente sono rimasti in silenzio. Forse per timore di ripercussioni, vista anche la stretta degli USA per quanto riguarda la restrizione di visti.

Riciclaggio denaro

Intanto una società con sede nella Repubblica di Mauritius è sotto inchiesta da parte delle autorità dell’arcipelago per il suo presunto ruolo nel riciclaggio di denaro legato a Maduro. Secondo gli investigatori della Commissione per i Reati Finanziari di Port Louis, l’agenzia sarebbe stata utilizzata per trasferire somme sottratte In Venezuela, in particolare in relazione alla compagnia petrolifera statale PDVSA. L’inchiesta è stata portata avanti in collaborazione con le autorità americane.

Pochi giorni fa la Commissione mauriziana ha congelato beni per 3,5 milioni di dollari e ha sospeso la licenza della società in questione per gravi violazioni delle norme antiriciclaggio.

Secondo il politologo angolano, José Gomes, intervistato dai reporter della Deutsche Welle (DW), ritiene che con la cattura di Maduro, gli USA hanno lanciato un messaggio forte al mondo, ovvero, sono loro a comandare e non rispetteranno il diritto internazionale.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Trump esibisce foto fake per dimostrare uccisioni di massa di bianchi sudafricani

USA deporta profughi africani indesiderati dell’Africa in Ghana

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Eli Feldstein, ex portavoce di Netanyahu: “Israele aveva accesso al computer segreto di Hamas”

Dal quotidiano israeliano
Inyanim
Gerusalemme, 30 dicembre 2025

La storia che segue inizia con un ambizioso consulente di comunicazione che, trentenne, arriva all’ufficio più potente del Paese e diventa improvvisamente una delle persone più vicine al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Eli Feldstein, ex portavoce del premier dello Stato ebraico, ha ricoperto per un breve periodo la carica di portavoce del membro della Knesset, Itamar Ben Gvir.

Da allora, il rapporto tra i due è stato per lo più turbolento. In un modo o nell’altro, poco dopo, Feldstein occupa la piattaforma di portavoce più ambita in Israele: nientemeno che nell’ufficio del primo ministro Netanyahu.

Feldstein ha appena avuto il tempo di ambientarsi alla delicata posizione che viene segretamente arrestato dallo Shin Bet. Un anno e due mesi fa (3 novembre 2024), lo Shin Bet rivela il suo arresto. Da lì, tutto si complica. Infatti, l’arresto di Feldstein viene eseguito con l’accusa di aver sottratto documenti classificati dal sistema delle IDF.

Eli Feldstein

Il caso indagato all’epoca è uno che, agli occhi della maggior parte dell’opinione pubblica, non avrebbe dovuto essere indagato. Tutto inizia con un cospiratore di nome Ari Rosenfeld, che chiese di consegnare a Feldstein un documento (secondo la testimonianza di Feldstein, ciò avvenne durante un incontro dopo una preghiera in sinagoga con il suocero di Rosenfeld, che per primo parlò del documento), che fu nascosto al primo ministro.

Israele, dopo il 7 ottobre, ha disprezzato per le parole di un cospiratore della direzione dell’Intelligence che aveva avvertito che Hamas si stava preparando per un attacco. Parole che però caddero nel vuoto: il cospiratore avrebbe dovuto ricevere una medaglia al valore e non essere recluso in un carcere militare. Ma questo sarebbe successo se fossimo stati in un Paese civile.

Ari Rosenfeld

Nel frattempo, anche Feldstein fu arrestato insieme a Rosenfeld. Il motivo: il documento classificato era stato fatto trapelare da lui al quotidiano tedesco Bild, forse il quotidiano più filo-israeliano al mondo.

Lo scopo della fuga di notizie non era leggere Bild a Dresda, ma diretto ai residenti di Tel Aviv e Herzliya, e aveva lo scopo di influenzare l’opinione pubblica affinché evitasse un accordo sconsiderato. Tuttavia, il tribunale ha stabilito che la fuga di notizie avrebbe potuto compromettere la capacità delle forze di sicurezza di raggiungere i propri obiettivi nella guerra, in particolare per quanto riguarda il rilascio degli ostaggi israeliani a Gaza.

In pratica, la fuga di notizie ha dimostrato che Israele aveva accesso allo stesso cervello elettronico segreto di Hamas, che descriveva dettagliatamente la tattica. Il computer in questione, secondo quanto riportato, era utilizzato anche da Yahya Sinwar.

In un’intervista rilasciata nel fine settimana, Feldstein in merito alla vicenda, ha affermato: “Netanyahu era a conoscenza del trasferimento del documento a Bild e, a posteriori, lo ha persino accolto con favore”. Feldstein ha chiarito di aver agito per conto di Netanyahu fin dall’inizio, e non per conto proprio.

Il collegamento con il Qatar

Se la fuga di notizie del documento a Bild ha portato all’arresto di Feldstein, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, si tratta di una questione completamente diversa, non di un caso penale, attualmente oggetto di indagine tra Feldstein e il Qatar.

Si tratta di un collegamento creato tra Feldstein e una società internazionale finanziata dal Qatar che lavora per migliorare l’immagine del Qatar. Stando a un annuncio pubblicitario su ’12 News, mentre lavorava nel Primo Ufficio di Eli Feldstein. Dall’ intervista a Kan ’11 Feldstein ha parlato con i giornalisti e ha presentato il coinvolgimento positivo del Qatar nei contatti, facendo in modo di migliorare la sua immagine.

Dopo il massacro del 7 ottobre, è stato accusato di legami con Hamas e di aver diffuso voci contro l’Egitto, che aveva partecipato agli sforzi di mediazione nell’accordo per la presa degli ostaggi.

Il pagamento per questo asse è stato effettuato dal Qatar  la Serbian Insight Partners di Israel Einhorn e mediante la società Third Circle, di proprietà del lobbista ebreo americano Jay Potlik. Grazie a quest’ultima, i fondi sono poi stati trasferiti a Eli Feldstein tramite una società israeliana dell’imprenditore Gil Birger.

Accanto a questo asse, ce n’era anche un altro internazionale: la Lighthouse Global Network Campaign, che ha operato dal 2022 all’ottobre 2024 per migliorare l’immagine del Qatar nel mondo e tra le comunità ebraiche.

L’asse è stato gestito mediante una catena di aziende, fino alla società Perception, che ha delineato i messaggi del progetto e formulato la strategia. Perception, di proprietà di Israel Einhorn, ha lavorato anche per Jonathan Urich (una fonte oltre a Netanyahu). L’esecuzione vera e propria è stata effettuata dalla società informatica Koios, che gestiva una rete di avatar e siti di notizie fittizi che promuovevano i messaggi.

Nell’intervista, Feldstein ha negato le accuse di essere un “agente del Qatar”, ma ha ammesso di aver ricevuto denaro da elementi legati al Qatar. Secondo lui, si è trattato di un’attività di consulenza/informazione, non di un’attività ostile.

Le dichiarazioni sono credibili? Il giorno dopo la pubblicazione dell’intervista, si sono sentite le solite voci: gli oppositori di Netanyahu hanno attaccato, e alcuni hanno persino accusato il primo ministro di “tradimento”. Tra i relatori spiccava l’ex primo ministro Naftali Bennett”.

(Quotidiano Israeliano “Inyanim” del 30 dicembre 2025)

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Malaria, GanLum nuovo trattamento contro la malaria ha superato la fase tre

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 gennaio 2026

La lotta contro il paludismo va avanti e, nella lista dei nuovi farmaci contro la mortale malattia, potrebbe entrare il GanLum (ganaplacide/lumefantrine). Si tratta di un trattamento antimalarico di nuova generazione sviluppato da Novartis in collaborazione con Medicines for Malaria Venture (MMV).

GanLum Zanzara anofele
Zanzara anofele femmina mentre succhia il sangue (Immagine generata da IA)

Nuova molecola

Il farmaco è composto da una nuova molecola. È stata scoperta dopo uno screening – definito rivoluzionario – su 2,3 milioni di molecole. Si chiama ganaplacide e ha un meccanismo d’azione innovativo: pare essere efficace contro ceppi di malaria resistenti ad altri trattamenti.

La molecola inibisce l’enzima Plasmepsin II. Senza questo enzima il parassita della malaria (Plasmodium) non sarebbe in grado di digerire le proteine del sangue e quindi non potrebbe sopravvivere e moltiplicarsi.

GanLum combina la ganaplacide con la lumefantrine. Quest’ultima è un antimalarico componente chiave di diverse terapie combinate a base di artemisinina.

La sperimentazione



Tra adulti e bambini, il farmaco è stato sperimentato in 34 siti di 12 Paesi africani su 1.688 persone. Il GanLum è stato somministrato in granuli una volta al giorno per tre giorni.

Secondo lo studio di Fase III (KALUMA) il trattamento con GanLum ha dimostrato un’efficacia del 99,2 per cento rispetto al 96,7 del normale standard di cura.

In attesa della FDA 

Grazie a questi risultati la Food and Drug Administration (FDA) negli USA ha inserito GanLum nei programmi Fast Track Designation e l’Orphan Drug Designation. Questo iter permette di accelerare lo sviluppo e l’approvazione di farmaci per condizioni specifiche.

Abdoulaye Djimdé, professore di parassitologia e micologia presso l’Università di Scienze di Bamako, Mali: “GanLum potrebbe rappresentare il più grande progresso nel trattamento della malaria”.

Elevata efficacia

“L’elevata efficacia contro più forme del parassita e la capacità di uccidere i ceppi mutanti che stanno mostrando segni di resistenza alle attuali medicine lo dimostra. La resistenza ai farmaci rappresenta una minaccia crescente per l’Africa, pertanto è fondamentale trovare nuove opzioni terapeutiche il prima possibile”- ha concluso Djimdé.

GanLum World malaria report 2025
Copertina del World malaria report 2025

Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Gabon, Ghana, Kenya, Mali, Niger, Nigeria, Ruanda, Tanzania e Uganda sono i 12 Stati protagonisti della sperimentazione con GanLum. La malaria è endemica in tutti quei Paesi.

Secondo il World malaria report 2025 dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS-WHO) in Africa nel 2024, sono registrati 265 milioni di casi della patologia. Rappresentano il 94 per cento dei casi a livello planetario.

I cinque Paesi



La metà dei casi di paludismo sono in cinque Stati del continente africano: Nigeria (25,8 per cento), Repubblica Democratica del Congo (13,3), Uganda (5,0), Etiopia (4,7) e Mozambico (3,9).

Tra il 2000 e il 2015 l’OMS ha registrato un aumento dei casi di malaria del 5,4 per cento. Sono passati da 203 milioni a 214 milioni e tra il 2015 e il 2024 i casi sono aumentati di un ulteriore 23,8 per cento.

GanLum
Pagina del Report 2025 dell’OMS-WHO: stimati 282 milioni casi di malaria a livello globale

Nel 2024, a livello globale, il Report OMS ha stimato 282 milioni di persone colpiti da malaria e la malattia uccide circa 600.000 persone all’anno. In Africa tre morti di malaria su quattro sono bambini sotto i 5 anni.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Crediti immagine:
– Zanzara anofele
immagine generata con IA https://raphael.app/it

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Malaria sconfitta? Scienziata italiana scopre super-farmaco che elimina il parassita della mortale malattia

 

La scienziata italiana dell’innovativo farmaco antimalarico ci racconta come funziona

Scienziati all’attacco della malaria: OMS autorizza secondo vaccino

2026, Watch Out. Propaganda Lurking!

La versione italiana di questo si trova qui

EDITORIAL

Massimo A. Alberizzi
January 3, 2025

2025 was a difficult year for information, but 2026 promises to be even more challenging. There are many enemies; some are obvious, others hidden, but the most dangerous of all, because it manipulates consciences and convinces people to do things that harm them, is propaganda.

It is an insidious enemy because those who are subjected to it often do not realize it. It creeps in slowly and affects above all those who do not bother to investigate, research, or verify, but, with a certain superficiality, take for granted the news that is disseminated daily by newspapers, television, or the web as true and reliable.

The other side of the coin

News provided in a misleading way, telling only one side of the story, in order to validate that side and keep the other side away from prying eyes (and minds).

News that is cloaked in do-goodism, under the pretext and desire to defend humanity and justice. Provided in a reassuring and law-abiding manner. Voltaire wrote: “The greatest of crimes, at least the most destructive and therefore the most contrary to the purpose of nature, is war; but there is no aggressor who does not color this misdeed with the pretext of justice.”

It is a daily drip of biased news, deliberately presented in a misleading way. Right, left, center: everyone abuses it.

Unfortunately, even many newspapers do not check, verify, and publish the news as mere paper pushers. The American attack on Christmas Day in Nigeria was passed off as an action in defense of Christians who are allegedly subject to violence by Islamic terrorists in that area. https://www.africa-express.info/2025/12/29/difesa-dei-cristiani-o-mani-sulle-risorse-cosa-ha-spinto-trump-a-bombardare-la-nigeria/

It is true that, following protests by the Nigerian authorities against this narrative, some have questioned Trump’s justification. But almost no one has pointed out that this show of American muscle violates international rules, norms, and conventions.

After Nigeria, Venezuela

After Nigeria, today came the attack on Venezuela, even more serious because it is in total violation of international law. Fight against drug traffickers, fight against dictatorship. Seasoned with Trump’s own comment: “We will take back our oil.” In other words, Trump claimed that the oil in Venezuela’s subsoil belongs to the Americans.

The photo of Maduro in handcuffs posted by Donald Trump on his Truth account

But that’s not all. Venezuelan President Nicolás Maduro has been convicted—without trial—of being one of the organizers of drug trafficking, but the pretext of the fight against drug trafficking is blatantly contradicted by the facts, as Trump himself pardoned the former president of Honduras, Juan Orlando Hernández, who had been sentenced to 45 years in prison and fined $8 million for bringing 400 tons of cocaine into the United States.

CHARGES CONTRE MADURO Anglais

The US indictment against Maduro and his wife

This is but a pretext, as is the claim that the attack on Caracas was justified to protect US national security from a ‘hybrid’ aggression. The truth is that in both Nigeria and Venezuela, the goal is control of resources.

Consent of the authorities

As far as Nigeria is concerned, it is true that Washington acted with the consent of the Nigerian authorities, but can these permits be used to ‘punish’ without trial those allegedly responsible for crimes that have not been confirmed by independent trials?

I don’t think so. Nevertheless, many politicians continue to repeat that we are going to war to defend Western values. If this were really the case, isn’t the presumption of innocence one of those values?

Cesare Beccaria and his most comprehensive work, “On Crimes and Punishments”

Before imposing a sentence, should there not be a trial to determine any convictions? Is this not one of the cornerstones of Western law? Today, even the Enlightenment thinkers Cesare Beccaria and Pietro Verri are being torn apart by those who claim to defend Western values.

Renunciation of values

It seems to me that the aim is to convince public opinion, through the unscrupulous use of propaganda, to renounce these values. This impression has been reinforced by the attacks on oil tankers off the coast of Venezuela, the bombings in Nigeria, and now the kidnapping of Maduro. Everyone in Gaza is a terrorist, everyone in Sokoto (the Nigerian state bombed at Christmas) is an Islamist, and everyone in Venezuela is a drug trafficker.

A disturbing narrative!

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info
© ALL RIGHTS RESERVED

 

2026, attenzione. Propaganda in agguato!

The English version is here

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
3 gennaio 2025

Il 2025 è stato un anno difficile per l’informazione, ma il 2026 si annuncia ancora più arduo. I nemici sono tanti; alcuni sono palesi, altri nascosti, ma il più pericoloso di tutti, perché manipola le coscienze e convince le persone a fare cose che le danneggiano, è la propaganda.

Un nemico subdolo perché chi lo subisce spesso non se ne accorge. Si insinua lentamente e colpisce soprattutto le persone che non si peritano di approfondire, ricercare, verificare, ma, con una certa superficialità, prendono per buone, vere ed affidabili le notizie che quotidianamente vengono diffuse da giornali cartacei, televisivi o via web.

Faccia della medaglia

Notizie fornite in un modo fuorviante, che raccontano solo a metà quanto accaduto, tutto per avvalorare un lato della medaglia e tenere lontano da occhi (e menti) indiscrete l’altra faccia.

Notizie che vengono ammantate di buonismo, con il pretesto e il desiderio di difendere l’umanità e la giustizia. Fornite con un modo rassicurante e legalitario. Voltaire scriveva: “Il più grande dei crimini, almeno il più distruttivo e di conseguenza il più contrario al fine della natura, è la guerra; ma non vi è alcun aggressore che non colori questo misfatto con il pretesto della giustizia”.

E’ uno stillicidio quotidiano di notizie tendenziose, presentate apposta male con caratteri fuorvianti. Destra, sinistra, centro: ne abusano tutti.

Purtroppo anche molti giornali non controllano, non verificano e pubblicano le notizie come dei semplici passacarte. L’attacco  americano del giorno di Natale in Nigeria è passato come un’azione a difesa dei cristiani che da quelle parti sarebbero soggetti a violenze compiute dai terroristi islamici. https://www.africa-express.info/2025/12/29/difesa-dei-cristiani-o-mani-sulle-risorse-cosa-ha-spinto-trump-a-bombardare-la-nigeria/

E’ vero che – dopo la protesta delle autorità nigeriane contro questa narrazione –  qualcuno ha messo in dubbio la giustificazione trumpiana. Ma quasi nessuno ha evidenziato che la prova di muscoli americana viola regole, norme e convenzioni internazionali.

Dopo la Nigeria il Venezuela

Dopo la Nigeria e arrivato oggi l’attacco al Venezuela, ancora più grave perché in totale violazione del diritto internazionale. Lotta ai narcotrafficanti, lotta alla dittatura. Condita con la chiosa dello stesso Trump: “Ci riprenderemo il nostro petrolio”. Cioè Trump ha preteso che il petrolio nel sottosuolo venezuelano appartenga agli americani.

La foto di Maduro ammanettato postata da Donald Trump sul suo account Truth

Ma non solo. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato condannato – senza processo – per essere uno degli organizzatore del narcotraffico ma il pretesto della lotta al narcotraffico è clamorosamente smentito nei fatti dallo stesso Trump che un mese fa ha graziato l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández che era stato condannato a 45 anni di carcere e 8 milioni di dollari di multa perchè ha portato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.

CHARGES CONTRE MADURO Anglais
L’atto d’accusa della giustizia americana contro Maduro e sua moglie

Una palese bugia, come menzognera è l’affermazione secondo cui l’attacco a Caracas è stato giustificato per tutelare la sicurezza nazionale americana da un’aggressione “ibrida”. La verità è che sia in Nigeria, sia in Venezuela l’obbiettivo è il controllo delle risorse.

Consenso delle autorità

Per quel riguarda la Nigeria, è vero che Washington ha agito con il consenso delle autorità nigeriane, ma possano questi permessi essere utilizzati per “punire” senza processo presunti responsabili di reati non confermati da processi indipendenti?

Non credo. Ciononostante molti politici continuano a ripetere che stiamo andando alla guerra per difendere i valori occidentali. Se fosse veramente così, la presunzione di innocenza non è uno di questi valori?

Prima di infliggere una pena non si deve forse celebrare un processo che sentenzi eventuali condanne? E’ uno dei capisaldi del diritto occidentale? Oggi, anche gli illuministi Cesare Beccaria e Pietro Verri vengono fatti a pezzi da chi pretende di difendere i valori occidentali.

Rinuncia ai valori

A me sembra infatti che si voglia convincere l’opinione pubblica, attraverso un uso spregiudicato della propaganda, a rinunciare a questi valori. Un’impressione che prende consistenza dopo gli attacchi alle petroliere al largo del Venezuela, ai bombardamenti in Nigeria e oggi con il sequestro di Maduro. Tutti terroristi a Gaza, tutti islamisti nel Sokoto (lo stato nigeriano bombardato a Natale) e tutti trafficanti di droga in Venezuela.

Una narrazione inquietante!

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

Africa Bianca contro Africa nera: in Marocco la Coppa entra nel vivo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Mombasa, 2 gennaio 2026

Entra nel vivo la 35esima edizione della Coppa d’Africa 2025 che si sta disputando in Marocco dal 21 dicembre. La manifestazione si concluderà il prossimo 18 gennaio con la finale allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat.

Fino al 31 dicembre è stato come se si scherzasse: 24 nazioni africane si sono affrontate nella fase a gironi che ha lasciato per strada Zambia,Comore, Angola, Zimbabwe, Gabon, Guinea Equatoriale, Botswana ( che non ha fatto neanche un punto) e Uganda, che nel 2027, organizzerà, con Kenya e Tanzania, la prossima edizione del torneo.

Da domani giocano a eliminazione diretta, negli ottavi di finale, le 16 nazionali calcistiche rimaste: da un lato, quelle dei Paesi sopra il Sahara : Egitto, Algeria, Marocco, Tunisia, Sudan.

Dall’altro quelle che si considerano patria di africani….veri: Nigeria, Benin, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Democratica del Congo,Tanzania, Mozambico, Africa del Sud,

Lungi da noi l’idea di condividere le ipotesi razziali dell’antropologo british, Charles Gabriel Seligman, oggi considerato un suprematista bianco.

È vero, però, che a ogni Coppa delle Nazioni Africane (CAN) si ripropone, calcisticamente, in modo tacito, la contrapposizione tra la cosiddetta Africa Bianca e Africa nera, o, se si vogliono evitare pericolosi fraintendimenti, tra Nord e Sud del continente nero.

New entry

Tanto più che la prima sfida all’ultimo calcio, domani, sarà una squadra del sud, (sarebbe più preciso dire del centro occidentale), il Mali, a sfidare una equipe magrebina, la Tunisia, che partita con grandi ambizioni nell’ultimo incontro delle qualificazioni si è impantanata (1-1) contro la Tanzania, una delle sorprese del torneo.

I Taifa Stars, o “Stelle della nazione”, come sono soprannominati i tanzaniani, hanno compiuto un passo storico accedendo per la prima volta agli ottavi di finale del campionato continentale. Un’altra impresa inattesa ed emozionante è quella del Sudan, giunto agli ottavi a dispetto della brutale guerra dei due generali che dilania il Sudan dal 2023.

Hanno avuto una fortuna “spudorata “, perché sono andati avanti solo grazie a una autorete (della Guinea Equatoriale). Ma i “Coccodrilli del Nilo”, come sono noti, hanno altro a cui pensare.

Il loro allenatore, Kween Appia, 65 anni, ha dichiarato “non ho mai smesso di stimolare i miei giocatori dicendo di impegnarsi per il Paese. Fate in modo che il popolo vittima di una guerra devastante possa avere almeno un momento di gioia”.

Il centrocampista Mohamed Abdallah Abuaglaa, 32 anni, ha aggiunto: ”Cerchiamo di strappare un sorriso alla nostra gente nelle spaventose situazioni che deve affrontare” (migliaia di morti, milioni di sfollati, peggiore crisi umanitaria al mondo, ndr).

Domani, i Coccodrilli quasi certamente finiranno divorati, a Tangeri, dai fortissimi campioni uscenti Leoni del Teranga del Senegal… Ma non si sa mai.

Leoni ruggenti

Domenica 4 gennaio, invece, la Tanzania dovrà vedersela a Rabat con i ruggenti Leoni dell’Atlante, i padroni di casa, organizzatori della competizione calcistica più importante dell’Africa, trofeo che dopo mezzo secolo vogliono riconquistare.

“Marocco: terra del calcio, regno della luce” ha scritto il sito brillante per fantasia, colori e retorica dell’Ufficio nazionale del Turismo.

Rabat, Marocco, stadio Prince Moulay Abdellah

Il regno di Mohammed Vi ha scommesso presente e futuro su questo evento. Sul gioco del calcio si sta giocando una partita che spazia ben al di là del rettangolo dei 9 stadi di 6 città (Casablanca, Rabat, Tangeri, Fez, Agadir, Marrakech) dove si esibiscono le formazioni nazionali.

Miliardi per stadi e infrastrutture

Lo Stato infatti ha stanziato miliardi di dollari non solo per edificare uno degli stadi più grandi del mondo (Hassan II,115 mila posti a Casablanca) o aggiornarne altri sei, ma anche per migliorare Ferrovie, aeroporti, la rete organizzativa e di sicurezza in vista dei Campionati Mondiali di calcio che dovrà organizzare nel 2030 con Spagna e Portogallo.

Investimenti massicci sono giunti dagli Emirati arabi, dalla Banca africana di sviluppo e dall’Unione Europea.

Fra i principali sponsor della Coppa d’Africa c’è proprio l’Europa.

Accordo con UE

Nel maggio scorso è stato firmato un accordo tra UE e Confederazione Africana di calcio che si propone, fra l ‘altro, di sviluppare il calcio giovanile e scolastico in 33 mila istituti nel Continente.

D’altra parte sembra logico diventare partner strategici se si valuta che è nato in Europa il 28,8 per cento (191) dei 664 giocatori convocati per il torneo africano. Di essi, 135 giocano nel nostro continente. Eppure il razzismo non muore….

Fattore di mobilitazione

La monarchia della dinastia alawita vede nello sport un fattore di mobilitazione nazionale e di consenso popolare. La risposta del pubblico non è stata però così massiccia come ci si sarebbe aspettato, almeno nella prima fase conclusasi il 31 dicembre. Gli spettatori sono stati in tutto 729.240, ma con alcune situazioni preoccupanti, denunciate prima di tutto dal quotidiano sportivo spagnolo Marca.

Un’ inchiesta del giornale segnala discrepanze tra biglietti “esauriti” e stadi semivuoti. Al Principe Moulay Abdellah di Rabat, il pareggio 1-1 del Marocco nella giornata inaugurale contro il Mali si è svolto davanti a 63.844 presenze rispetto alla cifra ufficiale di 70 mila.  A Tangeri, il match tra Senegal e Botswana si è disputato davanti a un pubblico esiguo nonostante gli alti numeri ufficiali.

Inchiesta biglietti

Marca poi riferisce di ingressi gratuiti, di accuse di tifosi fregati da bagarini accaparratori, di barriere informatiche che svantaggiano la popolazione non istruita, impedendo l’acquisto dei biglietti.

“I posti vuoti potrebbero simboleggiare una disconnessione profonda tra il cuore pulsante del calcio africano e la sua vetrina globale”, conclude il quotidiano spagnolo.

Proteste dei giovani marocchini

Una più grave disconnessione era emersa a settembre e ottobre con manifestazione di protesta messe dalla cosiddetta GenZ212 (dal prefisso telefonico internazionale marocchino), illusa, disillusa e delusa da promesse, disoccupazione, lavoro e sanità precari. Preso di mira per la prima volta anche il monarca e il capo del governo, Aziz Akhanouch, 65 anni, considerato uno dei primi 12 miliardari africani.

Significativo la slogan dei giovani: più scuole, più ospedali, meno stadi.

Che andrebbe bene anche in Italia, se solo si riflettesse seriamente su San Siro e dintorni e si desse uno sguardo al ponte sullo Stretto di Messina….

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Golpe, guerre, finti accordi di pace, carestie, epidemie e clima al collasso, così l’Africa affronta il 2026

Africa ExPress
1° gennaio 2026

Tra colpi di Stato riusciti e falliti, guerre dimenticate, accordi di pace non rispettati, cambiamenti climatici, epidemie e fame, anche il 2025 non è stato un anno facile per l’Africa.

Il continente ha la popolazione più giovane del mondo, basti pensare che il 70 per cento degli abitanti dell’Africa sub-sahariana ha meno di 30 anni. Un potenziale, una forza lavoro incredibile, se ci fossero sufficienti scuole per dare una buona istruzione a tutti questi ragazzi, se ci fossero infrastrutture, investimenti per creare nuove occupazioni per realizzare i loro sogni. Sì, anche in Africa si sogna ancora un futuro migliore, malgrado i molti conflitti, spesso dimenticati dall’Occidente.

Sudan

La guerra continua imperterrita in gran parte del Paese. Dall’aprile 2023, inizio del conflitto tra i due generali, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS) e Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan, tra 12 e 13 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case. La maggior parte, circa 9,5 milioni si trova ora in accampamenti all’interno del Paese, mentre oltre 3 milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, come Egitto, Ciad, Sud Sudan, Etiopia, Libia, Repubblica Centrafricana.

La grande fame in Sudan

Secondo le nazioni Unite siamo di fronte alla peggior crisi umanitaria del mondo. E, secondo un’inchiesta dell’UNICEF di pochi giorni fa, nel Nord Darfur, a Um-Baru, dove molte famiglie si sono rifugiate dopo la presa di al-Fasher da parte delle RSF, su 500 bambini sotto i cinque anni, la metà soffre di malnutrizione acuta grave (MAG). Una condizione che, se non curata, porta rapidamente alla morte dei piccoli che ne sono affetti.

Donne e ragazze continuano a subire violenze inimmaginabili. Lo stupro è un’arma da guerra e non solo in Sudan.

Congo-K

Trump, ha dichiarato ai quattro venti di aver riportato la pace in chissà quante nazioni ma la realtà è molto diversa. Tra i Paesi di cui ha rivendicato la pacificazione c’è il Congo-K, ma nell’ex colonia belga la tranquillità è ancora un miraggio. In molte zone nell’est si combatte ancora senza sosta.

M23/AFC, sostenuti dal Ruanda, non si sino ancora ritirati dalle aree occupate, come previsto dal trattato di pace siglato a Washington tra il presidente congolese, Felix Tshisekedi e il suo omologo ruandese, Paul Kagame.

Uvira, città assediata da M23/AFC

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda.

L’M23 è componente essenziale di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya, della quale fanno parte diversi gruppi minori. Dall’inizio dello scorso anno Goma (capoluogo del Nord-Kivu) e Bukavu (città principale del Sud-Kivu) sono governate da M23/AFC.

La situazione a Uvira, nel Sud-Kivu, resta particolarmente grave. La seconda città della provincia è sotto occupazione dei ribelli dopo la firma dell’accordo tra i due capi di Stato. Due settimane fa avevano promesso di ritirarsi, dietro pressione degli USA. Ma solo a parole, i ribelli sono sempre presenti. E solo due giorni fa lo stringer di Africa ExPress ci ha comunicato che si continuano a udire spari nella città. Ora la dirigenza dell’ M23/AFC sta persino cominciando a nominare responsabili politico-amministrativi.

Sahel: Burkina Faso, Mali, Niger

Molti territori dei tre Paesi sono ancora sotto il controllo dei terroristi. I tre leader golpisti, dopo essersi insediati sulla poltrona più ambita, hanno stretto solide alleanze militari con la Russia, presente con i suoi militari in Burkina Faso, Mali e Niger. Malgrado il supporto dei mercenari di Wagner, ora sostituiti da quelli di Africa Corps (direttamente controllato dalla Difesa di Mosca), le le forze armate dei rispettivi Paesi non sono ancora riusciti a debellare i gruppi armati estremisti islamici di JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei Musulmani, legato a al Qaeda) e EIGS (Stato Islamico del Grande Sahara), che – si sospetta – ricevono aiuti logistici e militari da Ucraina e Francia.

Sahel: scuole chiuse

Gli attacchi dei terroristi rendono insicure molte aree, fatto che ha un impatto devastante anche sull’istruzione. Tantissime scuole hanno chiuso i battenti e decine di migliaia di bambini sono ora senza educazione e privati del loro futuro.

E proprio a causa dell’insicurezza, la gente lascia le proprie case e cerca rifugio in campi per sfollati, o fugge in Paesi confinanti, come la Mauritania, dove l’afflusso di profughi, per lo più maliani, è in costante crescita.

Generazione Z

Anche quest’anno migliaia di giovani sono scesi nelle strade e nelle piazze per denunciare corruzione, malgoverno, aumento sproporzionato del costo della vita. Le loro proteste sono spesso sfociate con la repressione da parte delle forze dell’ordine, con arresti, feriti e anche morti.

Protesta di GEN Z in Madagascar

In Madagascar la rabbia dei giovani ha persino provocato un golpe militare, che ha deposto Andry Rajoelina, presidente dello Stato insulare. Dopo l’ammutinamento di gran parte dell’esercito, che si è unito alle proteste dei ragazzi di GEN Z, il colonnello Michaël Randrianirina ha preso il potere e si è autoproclamato presidente.

Mentre a fine novembre, subito dopo le elezioni presidenziali, i militari si sono installati in Guinea Bissau, che dall’indipendenza dal Portogallo è stata teatro di diversi putsch e falliti golpe. Nel Paese la corruzione è endemica. L’instabilità politica e povertà hanno poi favorito l’insediamento di narcotrafficanti che utilizzano la Guinea Bissau come zona di transito della cocaina tra l’America Latina e l’Europa.

Dinisia Reis Embalo, moglie dell’ex presidente della Guinea Bissau, Umaro Sissoco Embalo, è ora sotto indagine in Portogallo. Le autorità di Lisbona hanno il forte sospetto che sia coinvolta in un affare di contrabbando e riciclaggio di denaro.

In Benin, considerato un Paese piuttosto stabile, è stato sventato un colpo di Stato poche settimane fa, anche grazie all’intervento di Francia e dei Paesi vicini.

Giovani governati da anziani

Nell’anno appena trascorso si sono svolte elezioni presidenziali in diversi Paesi del continente. In Camerun ha vinto nuovamente il 92enne Paul Biya, al potere dal 1992. E’ il capo di Stato più anziano al mondo ed è ora al suo ottavo mandato.

In confronto a Biya, Alassane Ouattara è un giovanotto. Classe 1942 (ha quindi 83 anni), al potere dal 2010, anche lui è stato rieletto per un ulteriore quinquennale mandato (il quinto che sarebbe vietato dalla Costituzione), in occasione della tornata elettorale che si è svolta in Costa d’Avorio lo scorso ottobre.

Anche in Tanzania, Samia Suluhu Hassan, attualmente unica leader donna in Africa, ha rafforzato il suo potere. E’ stata infatti rieletta lo scorso ottobre per un ulteriore mandato. La Hassan è salita al potere nel 2021, dopo la morte dell’allora presidente in carica, John Magafuli.

La signora, capo di Stato della Tanzania, è stata fortemente criticata per gravi violazioni dei diritti umani post-elettorali in tutto il Paese.

Poco dopo il suo insediamento, la Hassan ha nominato sua figlia vice-ministro al dicastero dell’Educazione, mentre al genero ha affidato il ministero della Sanità. Tutto la famiglia insomma.

Nulla di nuovo nello scenario africano, dove non di rado vengono confidati incarichi governativi a membri della famiglia dei governanti. Basti pensare all’Uganda: il presidente, Yoweri Museveni, ha scelto la first lady come ministro dell’Educazione, mentre il loro figlio è a capo delle forze armate.

In Uganda le elezioni presidenziale sono alle porte, si svolgeranno il 15 gennaio, Mentre tra 4 giorni si dovrebbe conoscere il vincitore della tornata elettorale in Centrafrica, dove i cittadini hanno votato lo scorso 28 dicembre. Faustin-Archange Touadéra, in carica dal 2016 e fortemente legato alla Russia, spera in un terzo mandato. Qualcuno dubita che non ci riuscirà?

Nell’aprile scorso anche i cittadini del Gabon si sono recati alle urne. Il nuovo presidente è leader dei golpisti del 2023, Brice Oligui Nguema. I putschisti avevano messo fine allo strapotere della dinastia Bongo.

Mentre in Malawi ha vinto l’ex presidente 85enne, Peter Mutharika. Le elezioni del 2019 erano state invalidate dalla Corte suprema per presunte irregolarità. Ripetute poi nel 2020 e alle quali aveva partecipato anche Mutharika, ma poi sconfitto da Lazarus Chakwera.

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La longa manus di Israele dietro l’inchiesta italiana sui finanziamenti ad Hamas

Speciale Per Africa ExPress
Alessandra Fava
Genova, 31 dicembre 2025

Muqawama: è la parola chiave per leggere le 306 pagine dell’inchiesta sulla presunta cellula di Hamas in Italia della Procura di Genova con la collaborazione non di autorità inquirenti israeliane, ma dell’esercito stesso IDF, quindi materiale raccolto in operazioni militari.

Muqawama per un palestinese è la resistenza all’occupazione israeliana dal ‘48 a oggi e include tutte le forme di resistenza, anche quelle più pacifiche. Nell’ordinanza invece diventa direttamente Hamas. In un’intercettazione un paio dei 9 arrestati in Italia dicono che i soldi vanno quasi tutti alla resistenza e una penna aggiunge Hamas, mentre quelli parlavano di altro.

Più che un’inchiesta è un teorema: ogni forma di tentativo di sopravvivenza del popolo palestinese, in espressioni violente o non violente, è da condannare. Quindi si mette una pietra tombale all’idea di Palestina in generale. E diventa Hamas qualsiasi tipo di supporto sociale, dall’assistenza alle vedove degli shaid a quella degli orfani. Nell’inchiesta che include materiale anche dei primi anni Duemila e persino antecedente, anche le forme di resistenza armata nella Cisgiordania legata a varie brigate, diventano Hamas. Una stortura anche storica.

La pm genovese Silvia Carpanini ha fatto arrestare 9 persone, tra cui un palestinese di origine giordana residente da moltissimo tempo a Genova nella Valpolcevera, Mohamed Hannoun, presidente e fondatore di tre associazioni che in decenni hanno raccolto fondi per la Palestina. Hannoun è già stato al centro di due inchieste, ma questo si precisa principalmente in una nota a piè di pagina.

Fatto curioso. A pagina 9 nella nota leggiamo che “analogo provvedimento iscritto a carico di Hannoun Mohamed è stato archiviato (n. 20179/01/21) non essendo pervenuti dalle autorità israeliane, entro il termine delle indagini preliminari, gli atti di assistenza giudiziaria richiesti”.

Quindi a gennaio 2021 si archivia tutto. Poi arrivano gli atti da Israele, si riapre il fascicolo (15003/03/21) e anche questo viene archiviato. Ergo non si capisce quali prove schiaccianti di terrorismo ci fossero.

ordinanza arresti Hamas italia

Ma arriva il 7 ottobre 2023 e puntualmente pochi giorni dopo, si riaprono le indagini, oggi sotto il fascicolo n. 12650/23 e 9630/23 con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo. Peccato che le cosiddette prove in parte arrivano certo dalla p, antiterrorismo e guardia di finanza italiane (intercettazioni ambientali, sequestri nei computer delle associazioni e operazioni di setaccio di conti), ma in parte importante sono fornite dall’esercito israeliano IDF con materiale raccolto in diverse epoche e in operazioni militare. Ergo sequestri durante abbattimenti di case, incursioni, arresti sommari come si vedono da decenni sia a Gaza che in Cisgiordania.

“I suddetti documenti – scrive Carpanini – sono stati acquisiti dall’esercito israeliano nel corso delle operazioni militari Defensive Shields all’inizio degli anni 2000 e dopo il 7 ottobre 2023”.

Quindi parliamo di documenti che hanno oltre 20 anni, almeno in parte. Ma secondo la PM, tra Cassazione e organismi europei la raccolta di materiale sul campo di battaglia è legittima e i documenti credibili.

Oltre quindi a delineare una rete di Hamas praticamente tentacolare in giro per l’Europa e per il mondo e che “già nel 1991 presso il centro islamico genovese, era presente una cellula di Hamas coordinata da Hannoun”. Dunque la giudice è costretta a scrivere che non tutti gli arrestati fanno parte di Hamas: gli accusati vengono arrestati “per aver finanziato l’associazione terroristica Hamas, che si propone il compimento di atti con finalità di terrorismo contro lo Stato di Israele, di cui (gli indagati, ndr) fanno parte o comunque alla quale, pur non facendone parte, hanno assicurato con continuità concreto supporto, concorrendo alla conservazione, al rafforzamento e alla realizzazione del suo programma criminoso”.

Morale tutti hanno collaborato a inviare ad Hamas euro 7.288.248,15, perché secondo il teorema inquisitorio il 71 per cento dei proventi raccolti nelle comunità mussulmane e palestinesi in Italia finiva ad Hamas.

Milioni per Hamas

Molte forme di resistenza palestinesi in Palestina e nella diaspora hanno sempre assistito vedove, orfani e famiglie degli arrestati (le prigioni israeliane sono piene di persone che sono accusate di niente, non hanno avuto processi e ci sono stati anche documentati casi di torture nelle carceri).

Ma nell’inchiesta anche questa attività diventa il supporto ad attività terroristiche riconducibili ad Hamas. Quindi diventano Hamas anche associazioni a Nablus, Ramalla, gli orfani di Betlemme e altre attività a Qualquilya, tutte cittadine della West Bank, in parte occupata dalle colonie israeliane contro ogni legge internazionale e oggi teatro di violenze da parte dei coloni e dell’esercito. .

Insomma bisogna punire ogni forma di finanziamento alla Palestina. Così, parlando delle associazioni di Hannoun, si dice: “Costui in ipotesi investigativa sarebbe stato partecipe del gruppo terroristico Hamas, o comunque impegnate per statuto nella raccolta di fondi per la Palestina, avrebbe in realtà fatto arrivare ingenti finanziamenti ad Hamas”.

Le 306 pagine sono in gran parte dedicate alla storia di Hamas, per altro salita al potere a Gaza con elezioni giudicate libere e democratiche dalla comunità internazionale, che non si sono mai ripetute (per volontà israeliana e americana che temevano un trionfo dell’organizzazione palestinese), impedendo così qualsiasi alternanza.

Nel tempo Hamas ha anche modificato la sua posizione rispetto allo Stato sionista e nel 2017 “non usa più toni e argomentazioni antisemite e fa riferimento alla competizione democratica per la creazione di uno Stato palestinese sovrano”, ma “Hamas vuole creare uno Stato palestinese cancellando quello israeliano”. Quindi era tutta una finta. La prova sarebbe lo slogan “from the river to the sea”, che la pm scrive viene usato inconsapevolmente nelle manifestazioni in Italia ed Europa.

A pagina 86 sui fondi si dice che negli ultimi anni, Hannoun con le sue associazioni ha fatto transitare i soldi dalla Giordania, Egitto e Turchia. Ci sono pure le dichiarazioni alla dogana sugli importi che portavano con se. E non può stupire il fatto che il denaro raccolto fosse affidato a mani amiche, visto che le banche ormai si rifiutavano di fare qualsiasi transazione verso Gaza.

Nelle decine di pagine successive si analizza la rete di aiuti sociali di Hamas in Cisgiordania e Gaza, sostenendo che in Hamas non c’è una distinzione tra ramo politico e ramo sociale, quindi qualsiasi forma di assistenza, welfare, aiuto anche durante gli ultimi anni di distruzione della Striscia, è riconducibile ad operazioni di terrorismo.

Su molte associazioni sparse nella West Bank la pm scrive che le associazioni di Hannoun non hanno mai avuto rapporti, ma finiscono lo stesso nell’inchiesta.

Come nell’inchiesta finiscono parole, slogan e necrologi degli shaid (i palestinesi chiamano martiri sia gli attentatori suicidi che tutti quelli che vengono ammazzati in incursioni di IDF) come prove della volontà di distruzione dello stato israeliano e tutto finisce in un calderone indistinto, in cui amicizie, legami familiari e mezzi contatti diventano prove inconfutabili.

Tra l’altro chi ha viaggiato in Cisgiordania ha letto decine di questi necrologi perché le strade sono sempre state tappezzate dei loro poster. Le prove schiaccianti contro Hannoun e gli altri sono contatti con esponenti del governo a Gaza, alcuni dei quali hanno vissuto per decenni in Italia e hanno anche contribuito a fondare le associazioni italiane di cui si parla.

Da nessuna parte si legge che i fondi siano serviti per comprare armi, a pagina 208 si parla di un impianto di desalinizzazione dell’acqua. Ma “l’ala sociale supporta anche le famiglie dei detenuti di Hamas e degli attentatori suicidi, in questo modo incentivando gli attentati, nonché ricicla denaro per tutte le attività di Hamas. Quindi il sostegno all’ala sociale di Hamas, supporta gli obiettivi di Hamas e nel contempo libera risorse da destinare alle sue attività politiche e militari”.

Gli avvocati difensori di Hannoun, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo sostengono che il loro assistito sia in grado di ricostruire i passaggi di soldi e chiedono chiarimenti sulle garanzie processuali e procedurali di informative che arrivano da atti d’indagine di una polizia estera e non da un’autorità giudiziaria.

Intanto in Israele, tv e diversi giornali continuano a indagare sulle somme provenienti dal Qatar che il premier Netanyau ha permesso arrivassero a Gaza a finanziare Hamas. Si parla di milioni di dollari, non di 80 circa.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
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Gli affari nascosti fra Trump e la Nigeria che hanno provocato le bombe americane

Dalla Nostra Corrispondente
Blessing Akele
Benin City (Nigeria), 30 dicembre 2025

Certo, leggere la mattina del 26 dicembre scorso che, gli americani hanno colpito la Nigeria con missili e droni, e precisamente lo Stato settentrionale di Sokoto, ha destato uno stupore carico di perché.

E questo nonostante Trump avesse preannunciato a novembre un possibile intervento militare contro l’ISIS, uno dei gruppi terroristici islamici operanti nel Paese, colpevole – secondo il presidente Usa – di massacri indiscriminati dei cristiani.

Nigeria, Sokoto State, bombardato da USA

L’attacco militare sul suolo nigeriano é davvero un fatto anomalo: da un lato ha violato la sovranità aerea e territoriale della Repubblica Federale Nigeriana, dall’altro perché è illegittimo, in mancanza dell’autorizzazione sia dell’organo del Paese africano, sia del Congresso Americano.

Quest’intervento militare in Nigeria, organizzato ed eseguito in fretta e furia, in spregio a tutte le norme civili, democratiche ed internazionali é un unicum preoccupante.

Genocidio cristiani

La motivazione americana del genocidio di cristiani da parte di ISIS in Nigeria, poi, non è plausibile ed in contraddizione con la giustificazione addotta dal governo nigeriano che, invece, sostiene la tesi dell’intervento militare congiunto contro gli estremisti islamici che uccidono e rapiscono i cittadini indipendentemente dalla religione professata.

Non solo. I due Paesi si contraddicono anche sulla formazione terroristica attaccata e annientata. Secondo il ministro degli Esteri nigeriano, Yusuf Tuggar, il gruppo di “banditi” (non “terroristi”) eliminati è il Lakurawa. Mentre per l’amministrazione americana di Donald Trump, è l’ISIS West Africa.

Ora, ci si chiede quale possa essere l’interesse celato dietro l’attacco missilistico di Trump, motivato con l’inconsistente genocidio di cristiani Nigeriani.

Ricchezze del sottosuolo

L’ipotesi che di primo acchito viene in mente è quella del controllo del greggio, del gas naturale, dell’oro e del litio, definito l’oro bianco di cui la Nigeria dispone quantità ingenti, distribuite in immensi giacimenti sparsi in 10 Stati dei 37 della Federazione.

Intanto, a cosa serve il litio? Il metallo costituisce un componente primario delle batterie dei veicoli elettrici. Il suo mercato vale per l’economia nigeriana decine di miliardi di dollari. E’ lecito supporre che l’America di Donald Trump e Elon Musk abbiano un preciso interesse a prendere il controllo del settore. Ma il mercato nigeriano del litio è già dominato dalla Cina.

Oppure il motivo è legato al petrolio. Il settore già vede la presenza americana e di tutte le società multinazionali petrolifere dell’occidente da oltre 50 anni.

Contratto Chevron-Total-NNPC

A novembre, quando Trump ha manifestato l’intenzione di portare l’attacco militare, la Total Energies Francese, equivalente all’ENI italiana, la multinazionale petrolifera americana Chevron e Abuja, attraverso la NNPC (Nigerian National Petroleum Company, Compagnia di Stato), hanno stipulato un contratto di esplorazione ed estrazione del petrolio che copre una vasta area del Niger Delta.

Greggio all’Europa

Si consideri che, la totalità del greggio nigeriano viene esportato per la raffinazione soprattutto in Europa. Quello destinato all’Italia finisce principalmente negli impianti di Sarroch della Saras, società fondata dalla famiglia Moratti, ma passata un anno fa sotto il controllo del gruppo olandese VITOL.

Lagos, Nigeria: Raffineria di Dangote

Solo dall’anno scorso in Nigeria è attiva una raffineria privata di proprietà di Aliko Dangote, il nigeriano piú ricco del continente. I suoi impianti hanno ricevuto i primi milioni di barili di greggio da lavorare dagli Stati Uniti, giacché, la NNPC non riusciva a dargliene neppure un goccio.

É solo da quest’anno che NNPC fornisce una quota minima ed insufficiente di greggio a Dangote Refinery, che comunque deve sempre ricorrere alla materia prima di altri Paesi produttori di petrolio per alimentare a pieno la capacità produttiva del suo impianto di Lagos

Grazie alla sua industria, dall’ottobre scorso il prezzo al litro/benzina è sceso ma comunque è sempre troppo alto per un nigeriano medio che guadagna circa 50 dollari al mese.

Sabotato interesse pubblico

I politici autocratici che negli ultimi 5 lustri hanno sostituito i regimi dittatoriali (al potere per 40 anni) hanno sabotato sistematicamente l’interesse pubblico (cioè la gestione degli introiti petroliferi) a favore di sé stessi e dei loro amici stranieri, europei e, naturalmente, americani.

Anche il controllo del gas naturale può aver indotto Trump all’attacco. Dal 2022 la Nigeria, in base a un accordo con il governo dell’allora presidente Mohammadu Buhari, vende l’80 per cento della sua produzione all’Unione Europea. La necessità dell’Europa di comprare il gas nigeriano si è manifestata dopo le sanzioni economiche comminate alla Russia a causa della guerra in Ucraina.

Quindi, come per il petrolio, anche il gas estratto nel Paese non è destinato al consumo della popolazione locale, come pure gli introiti generati dalla sua vendita. Non esiste nessun programma di welfare pubblico. Il circa 20 per cento restante, riservato al consumo interno è assai costoso. Cosi, ancora una volta, sono tagliati fuori dal beneficio oltre 180 milioni di cittadini nigeriani.

Sembra non chiaro il perché gli Stati Uniti abbiano sferrato l’attacco missilistico. Con petrolio, gas, litio, ed altri minerali rari e preziosi ha già i suoi tentacoli saldamente aggrappati alla Nigeria. Inoltre nello Stato di Sokoto quei minerali preziosi non si trovano.

Approfittare dei soldi pubblici

Forse la spiegazione si può trovare nella politica di Abuja: la corruzione. Con l’attuale amministrazione Trump, i politici nigeriani si trovano a loro agio. È un modo per approfittare ulteriormente del denaro pubblico.

Il motivo reale che, ha sotteso l’intesa bilaterale di questo attacco missilistico e di droni nelle zone montuose dello Stato di Sokoto, si può dunque ricercare nel mero interesse economico commerciale.

La Nigeria e gli Stati Uniti hanno stipulato, tra novembre e i primi di dicembre, un contratto commerciale internazionale di vendita di armi, munizioni, missili e droni. É stata una strategia di guadagno immediato ed effettivo per ambedue le parti. Le intese petrolifere, su gas  e minerali rari hanno una maturazione lenta, a lungo termine.

Fuochi d’artificio

Con quei fuochi d’artificio missilistici a Sokoto, milioni di dollari sono transitati dalle casse dello Stato nigeriano a quelle americane. I funzionari pubblici hanno intascato le rispettive commissioni e le società USA e del Regno Unito, produttori dei missili e droni, hanno incassato il pagamento convenuto.

Sappiamo dalle informazioni diffuse dagli americani che i missili costano per unita tra 1 e 5 milioni di dollari a seconda del carico.

Il governo nigeriano ha indicato lo Stato di Sokoto,  per ragioni geografiche: vasta area montuosa non abitata e quindi di zero impatto alla popolazione civile.

Peraltro, le autorità nigeriane non hanno ancora fornito il numero preciso di terroristi ammazzati, limitandosi ad affermare genericamente che con l’attacco sono stati eliminati tutti i membri dell’ISIS.

Non c’é traccia di alcun dato ufficiale verificabile dei morti, non si sa quanti militanti e/o terroristi islamici sono stati uccisi. Non c’é alcun video. É significativo anche il fatto che, il ministero della Difesa nigeriano non sia stato coinvolto in nessun modo.

Spartito da film

Invece, a gestire tutta la vicenda sono stati, il ministro degli Esteri, Yusuf Tuggar, che ha recitato lo spartito del film American Star Wars, prodotto in Nigeria, e il consigliere di Sicurezza Nazionale, Nuhu Ribadu, che, non ha proferito verbo sui termini dell’incontro tenuto a Washington e le intese raggiunte con il segretario del dipartimento della Guerra USA, Pete Hegeseth.

Tutta la faccenda é coperta in una coltre oscura, come si fa tra mafiosi e non certo tra alti funzionari di due Paesi democratici, civili e sovrani.

Emerge quindi una tesi corroborata dalla sensazione che governo nigeriano e statunitense, non hanno mai inteso sferrare l’attacco per debellare i terroristi islamici.

Il bombardamento è stato compiuto, per fini affaristici scellerati di compravendita di armi. Affari che danneggiano profondamente l’economia nigeriana, impoverendo ancora di più la popolazione, incoraggiata così a emigrare. Ma Trump e i governi dei Paesi Europei (Gran Bretagna compresa) non sostengono forse di voler combattere i migranti come se fossero dei terroristi?

Donald Trump guida un governo dichiaratamente transattivo. L’America raccatta denaro disperatamente in tutti modi e da qualsivoglia Paese al mondo, sia esso africano, europeo o asiatico. Meglio se gli viene offerto. Anche, una “shit hole country”, (Paese schifoso, la traduzione letterale è assai più volgare, ndr) come Trump ebbe a definire la Nigeria, contribuisce quindi alla politica MAGA. Contribuisce cioè a far grande l’America. Recita correttamente l’adagio latino: pecunia non olet.

Blessing Akele
X: africexp
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Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria

 

Israele riconosce Somaliland: protestano Mogadiscio, l’Unione Africana e i Paesi islamici

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
29 dicembre 2025

Venerdì scorso Israele ha sorpreso il mondo intero quando ha dichiaro di aver riconosciuto il Somaliland come Stato indipendente.

Il fatto ha provocato clamore, indignazione e rabbia, specie in Africa, nel mondo Arabo e non solo. Si tratta del primo Paese a livello globale a aver riconosciuto il Somaliland come Stato sovrano.

Va ricordato che il Somaliland, ex colonia britannica, ha guadagnato l’indipendenza dal Regno Unito nel giugno 1960 (si chiamava Stato del Somaliland, indipendente dal 26 giugno al 1º luglio 1960) e dopo 5 giorni si è unito alla Somalia Italiana, indipendente dal 1° luglio.

Dopo lo scoppio della guerra civile somala il 30 dicembre 1990, e il conseguente collasso della Somalia, il 18 maggio 1991 il Paese si è ritirato dall’unione, proclamando la propria indipendenza, ma non è mai stato riconosciuto a livello internazionale come Stato indipendente.

La mossa di Israele ha spiazzato tutti quei Paesi che per oltre 30 anni non hanno voluto e saputo approntare questo problema.

La Somalia ex italiana (che fa parte della Lega Araba e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica) è un Paese nel caos, il Somaliland è quasi del tutto pacificato. Il suo sviluppo è lento ma sicuro. Le elezioni si svolgono in modo democratico e trasparente. Gran parte della Somalia ex italiana è controllata dei miliziani islamisti, il governo centrale è debole e sopravvive parché è sostenuto dalle truppe dell’Unione Africana.

L’entità statuale ex britannica invece è ben strutturata e dati i suoi sforzi non merita di essere lasciata nel limbo in cui è da 34 anni.

Il governo di Netanyahu è stato abilissimo nell’insinuarsi in questa contraddizione e inerzia della politica estera dei Paesi occidentali che dovrebbero essere gli alleati naturali del Somaliland. Tra l’altro anche l’Italia negli anni scorsi ha intrattenuto buoni rapporti con il governo secessionista e aveva inviato anche un gruppo di istruttori per addestrarne la polizia.

Ora si trovano davanti a un dilemma: assecondare la mossa di Israele (condivisa ci scommetteremmo, dagli Stati Uniti), oppure condannarla scontrandosi cosi con i Paesi africani e quelli islamici?

D’altro canto diamo per scontato che Hargeisa ha accettato di essere riconosciuta da Israele perché comunque uscire dell’isolamento cui è stata cacciata fino ad ora per lei è positivo.

Condanne

Ovviamente, oltre alla Somalia, l’Unione Africana (UA) e la Lega Araba, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) numerosi altri Paesi, tra questi Turchia e Cina, hanno fortemente condannato il riconoscimento formale da parte di Israele della regione separatista somala come Stato sovrano.

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano

A marzo Netanyahu e il presidente americano Donald Trump avevano fatto trapelare di voler cacciare i palestinesi da Gaza, il più lontano possibile, in Africa. Tra i Paesi presi in considerazione c’era anche il Somaliland, ma le autorità di Hargheisa avevano affermato allora di non essere mai stati contattati a questo proposito.

Ma l’interesse di Israele per il Somaliland non è legato solamente all’eventuale deportazione dei gazawi. Il governo dello Stato ebraico ha bisogno di alleati nella regione del Mar Rosso per diverse ragioni strategiche, come sostengono alcuni analisti.

Destabilizzazione della regione

Secondo Teheran, il riconoscimento ufficiale del Somaliland costituisce una flagrante violazione della sovranità della Somalia. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha affermato che tale mossa è in linea con la più ampia politica di Israele volta a “destabilizzare i Paesi della regione e aggravare l’insicurezza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa”.

L’autoproclamata repubblica ha un proprio governo, una propria moneta e le proprie strutture di sicurezza. Tuttavia, pur essendo, fino a pochi giorni fa non riconosciuto da nessun Paese del mondo, l’accesso ai finanziamenti internazionali multilaterali e le possibilità di viaggiare dei suoi abitanti sono limitati.

Rapporti diplomatici

Dall’inizio del 2020 Hargheisa e Taipei intrattengono rapporti diplomatici, entrambe hanno aperto le proprie rappresentanze nelle rispettive capitali. Una manna dal cielo per il Somaliland, sempre alla ricerca di nuovi investitori in diversi settori, come pesca, turismo, estrazione mineraria, nonché prospezione petrolifera.

Ovviamente già allora l’avvicinamento tra Taiwan e la ex colonia britannica non è stato visto di buon occhio dalla Somalia e tantomeno dalla Cina. Va inoltre precisato che il Somaliland confina con il Gibuti, dove Pechino possiede una base militare megagalattica.

Il Somaliland intrattiene rapporti diplomatici/consolari anche con altre nazioni, come Regno Unito, Turchia, Taiwan, Etiopia, Gibuti ed Emirati Arabi Uniti.

MoU Hargheisha – Addis Abeba

Nel 2024 Hargheisha aveva sperato in un riconoscimento ufficiale da Addis Abeba. Aveva siglato un Memorandum of Understanding che avrebbe consentito all’Etiopia di avere un accesso sul Mar Rosso. Avrebbe affittato 20 chilometri di costa e utilizzato per 50 anni il porto di Berbera, che si trova sul Golfo di Aden

L’accordo aveva irritato parecchio Mogadiscio e la tensione tra Somalia e Etiopia era salita alle stelle. Solo grazie alla mediazione di Ankara i forti contrasti tra i due governi si sono appianati.

Ora anche altri governi potrebbero seguire l’esempio di Israele. Per ora Washington non scopre le sue carte, anche se, in base a alcune indiscrezioni, Trump starebbe preparando il riconoscimento del Somaliland.

L’interesse israeliano nella regione è aumentato dopo che lo Yemen ha iniziato a prendere di mira direttamente Israele in risposta ai massacri in corso a Gaza.

Ed ecco che entrano in gioco anche altre alleanze e partner, come gli Emirati Arabi Uniti, che da tempo collaborano con Israele in materia di intelligence e militare sull’isola yemenita di Socotra. Dal 2018 l’isola è di fatto sotto l’influenza e il controllo militare degli EAU.

Mediazione Emirati

Secondo alcuni rapporti, gli EAU avrebbero mediato un accordo che prevede l’istituzione di una base militare israeliana in Somaliland, in cambio del suo riconoscimento come Stato indipendente. Questa presenza militare consentirebbe a Tel Aviv di rispondere direttamente agli attacchi yemeniti invece di affidarsi agli alleati occidentali.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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