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Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
28 dicembre 2025

Il giorno di Natale gli americani hanno bombardato alcune zone nord occidentali e centrali della Nigeria. Il presidente Trump, si legge nei resoconti, ha voluto colpire basi di terroristi rei di aver massacrato comunità cristiane. Se non Trump, i suoi consiglieri dovrebbero sapere benissimo che in Nigeria i terroristi ammazzano sì i cristiani ma anche, e in quantità superiore, i musulmani.

Il 14 aprile 2014 a Chibok i terroristi islamici di Boko Haram rapirono 276 studentesse di una scuola femminile. Erano tutte musulmane. A oltre 10 anni di distanza di 98 di loro non si sa nulla.

Il bombardamento natalizio in Nigeria non è ancora stato chiarito completamente. Anzi, cosa sia realmente accaduto è piuttosto confuso. Washington e Abuja hanno fornito versioni piuttosto diverse.

Foto diffusa dal ministero della Guerra americano, in cui si vede il lancio di un missile

C’è qualcosa che mira a confondere l’opinione pubblica perché gli obiettivi dell’attacco americano non sono affatto chiari.

Innanzitutto la scelta di colpire il nord ovest è piuttosto controversa poiché i jihadisti nigeriani sono concentrati principalmente nel nord-est del Paese. E allora perché è stato scelto il nord ovest?

Piccolo gruppo

Qualcuno in Nigeria ha recentemente ipotizzato che l’obiettivo fosse il gruppo armato, piccolo e semi sconosciuto, Lakurawa – la principale formazione jihadista situata nello Stato settentrionale di Sokoto legata, sembra, però non è certo, alla Provincia del Sahel dello Stato Islamico (ISSP) – ma  fonti diplomatiche contattate da Africa ExPress hanno respinto questa ipotesi.

Tra l’altro si stima che Lakurawa disponga di una forza di soli 200 uomini.

Questi i resti di una bomba o di un missile caduto nel sokolo State

Peraltro all’inizio di dicembre l’affermazione di Trump secondo cui la violenza nel Paese è dovuta a una “persecuzione” contro i cristiani, un’interpretazione utilizzata da tempo dalla destra religiosa statunitense, ha provocato la reazione del governo nigeriano e degli osservatori indipendenti che hanno respinto l’accusa.

“La descrizione della violenza in Nigeria come “religiosa”, la mancanza di chiarezza sugli obiettivi e il fatto che gli attacchi siano stati rinviati fino a Natale – spiega Blessing Akele, la corrispondente di Africa ExPress dalla Nigeria – alimentano le preoccupazioni dei critici secondo cui l’attacco è stato più simbolico che concreto”.

Qui e nelle seguenti foto i danni causati dal bombardamento americano

Blessing conferma che le mire degli Stati Uniti sulla Nigeria non riguardano solamente la tutela degli interessi petroliferi delle compagnie americane, ma anche e risorse minerarie che recentemente sono state valutate come “ingenti”. 

Giacimenti di litio, oro e di altre terre rare sono state individuati in 10 Stati nigeriani, tra cui il Kwara, confinante con il Sokolo colpiti entrambi dalle bombe americane.

Ma i dettagli degli attacchi non sono stati rivelati, anche se occorre rilevare alcune curiosità che che lasciano perplessi. Due giorni dopo l’attacco, il 27 dicembre, il governatore di Sokoto State, Ahmad Aliyu, nel presentare le nuove iniziative per combattere il banditismo ha ringraziato le forze di sicurezza militari e della polizia senza fare alcun accenno all’attacco USA.

Celebrazioni natalizie

Nello stesso giorno, per le celebrazioni natalizie, il generale Waidi Shaibu, capo di Stato maggiore in visita alle troppe di stanza nel Sokolo per ringraziare e lodare gli sforzi dei soldati nella riduzione delle attività terroristiche nel territorio, ha assicurato maggiori sostegni logistici.

Ma anche lui non ha fatto menzione dell’intervento militare missilistico e di droni USA e non ha assolutamente citato il movente religioso. Ha invece ringraziato per aver attaccato “i banditi”.

Secondo il quotidiano nigeriano The Guardian a complicare le cose sta il fatto che gli attacchi sono stati ritardati dal presidente americano Donald Trump, probabilmente per dare all’azione un significato simbolico: colpire il giorno di Natale. Sono poi volate accuse secondo cui Washington non avrebbe voluto rilasciare una dichiarazione congiunta con i nigeriani.

Nessuna informazione

“Né la Nigeria né i suoi amici internazionali hanno ancora fornito informazioni chiare e verificabili su ciò che è stato effettivamente colpito”, ha spiegato Blessing Akele. 

Secondo The Guardian, Mohammed Idris, ministro dell’informazione del Paese, ha dichiarato venerdì sera che gli attacchi “hanno preso di mira elementi dell’ISIS che tentavano di penetrare in Nigeria dal corridoio del Sahel”.

Però in un’intervista a Sky News, Daniel Bwala, consigliere del presidente nigeriano Bola Tinubu, ha indicato come obbiettivo i campi di addestramento del gruppo Lakurawa, chiamandoli “banditi” e non terroristi.

Gli analisti e il partito di opposizione People’s Democratic Party hanno criticato aspramente il governo per aver permesso alle “potenze straniere” di “dare la notizia delle operazioni di sicurezza nel nostro Paese prima del nostro governo”.

Trump si auto attribuisce il merito

Infatti sui social media la notte dell’attacco, Trump è stato il primo ad attribuirsi il merito degli attacchi e così ha suscitato la preoccupazione dei nigeriani che la loro sovranità fosse stata violata.

Il presidente americano ha anche dichiarato al quotidiano statunitense Politico che le azioni erano state programmate prima di giovedì. “Ma io – ha sostenuto orgogliosamente – ho insistito perché l’attacco fosse portato il giorno di Natale. ‘Facciamogli un bel regalo’, ho detto”.

La mattina seguente all’attacco, il ministro degli Esteri nigeriano Yusuf Tuggar, ha insistito sul fatto che si era trattato di un’operazione congiunta, con Tinubu, che alla fine ha dato il via libera, e la Nigeria, che ha fornito le informazioni di intelligence per gli attacchi.

In seguito Tuggar ha dichiarato all’emittente Arise News che, al telefono con il segretario di Stato americano Marco Rubio prima degli attacchi, aveva concordato che Stati Uniti e Nigeria avrebbero  rilasciato una dichiarazione congiunta. Ma Washington, violando l’accordo ha diffuso la propria.

Corridoio del Sahel

Mohammed Idris, ministro dell’informazione nigeriano, ha dichiarato venerdì sera che gli attacchi “hanno preso di mira elementi dell’ISIS che tentavano di penetrare in Nigeria dal corridoio del Sahel.  Sono state colpite due importanti enclavi terroristiche nel distretto di Tangaza, nello Stato di Sokoto”.

Altri villaggi sono stati bersagliati da quelli che il ministro dell’Informazione ha definito “schegge”, residui cioè degli attacchi.

Le immagini di un fotografo della France Presse a Offa, nel vicino stato di Kwara (dove ci sono le miniere di Litio, ndr), mostravano edifici crollati, con effetti personali sparsi tra le macerie.

Le esplosioni nella città di Jabo, nello stato di Sokoto, apparentemente causate dalle schegge hanno scosso la comunità e “ci hanno sorpreso perché questa zona non è mai stata” una roccaforte dei gruppi armati, ha detto alla France Presse Haruna Kallah, residente locale. Non sono state segnalate vittime civili.

Tipo di proiettili

Divergenze anche su tipo di proiettili utilizzati. I racconti divergono. L’esercito statunitense ha diffuso un video che mostra una nave della marina militare che lancia quelli che sembrano essere missili.

Idris ha affermato invece che “gli attacchi sono stati lanciati da piattaforme marittime con base nel Golfo di Guinea”. Ha anche detto che “sono state utilizzate in totale 16 bombe di precisione guidate da GPS con droni MQ-9 Reaper”.

Comunque, entrambi i Paesi hanno dichiarato che sono in programma ulteriori attacchi.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Minacce americane alla Nigeria: “Se gli islamisti non smettono di uccidere i cristiani interveniamo”

Dalla Barbagia al Congo: sei personaggi alla ricerca di se stessi nel cuore di tenebra

Speciale per Africa ExPress
Costantino Muscau
Mombasa, 27 dicembre 2025

“Si sono spartiti l’Africa senza consultarci, senza chiedercelo, senza avvertirci. Si sono spartiti il mondo….Niente più mi stupisce”.

Alla fine del viaggio dentro il cuore del Continente nero raccontato da “Terre di nessuno”, (editore Messaggi Frontali), 346 pagine scritte da Carlo Augusto Melis-Costa e Andrea Fanti, il lettore vada a riposarsi e a meditare con l’ascolto di un meraviglioso brano di musica reggae.

Si intitola ”Plus rien ne m’etonne”, opera del celebre e grandissimo cantante ivoriano (anche se ignoto ai più in Italia), Tiken Jah Fakoly, nome d’arte di Doumbia Moussa Fakoly, oggi 57enne.

Se, invece, il lettore volesse gradire qualcosa di più tormentato, ricorra a Vasco Rossi, che canta, anzi cantava, negli anni ‘80, “Ognuno a rincorrere i suoi guai/Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso/E ognuno in fondo perso/Dentro i fatti suoi”.

Sia il cantante-poeta ivoriano, sia il nostro “provocautore” Blasco di Zocca, sono l’ideale riassunto sonoro di “Terre di Nessuno”.

Fakoly, da un quarto di secolo, con le sue canzoni e nei concerti tenuti in Africa e in Europa, vuole svegliare le coscienze, denunciare le iniquità subite dal popolo africano, l’avidità del neocolonialismo che provoca povertà, migrazioni, eccidi.

In una parola l’orrore dei tempi moderni di cui grondano molte aree africane.

“Aveva tirato le somme e aveva giudicato. L’orrore, L’orrore!” scrive Joseph Konrad in “Cuore di tenebra” parlando del commerciante d’avorio Kurz inseguito da Marlow. Anche nel volume, fresco di pubblicazione, c’è chi si avventura in una discesa avventurosa alla ricerca di un male imperscrutabile, di una organizzazione e di un personaggio avvolti nel mistero, nel detto e non detto, ma per questo più inquietante.

Un viaggio verso un cuore di tenebra (se è…. lecito paragonare cose piccole alle grandi, direbbe il poeta Virgilio).

Dalla Barbagia all’Africa, da una terra in via di estinzione (industriale) a un continente saccheggiato e depredato.

Protagonisti di questo percorso, alcuni uomini e donne, che per ragioni diverse, anzi opposte e contrastanti, hanno scelto non solo una vita spericolata, esagerata, maleducata, ma anche insanguinata.

Tutto, nel romanzo di Melis Costa e Fanti, ha origine nel 1980, nel cuore (non molto meno tenebroso) della Sardegna, nella piana di Ottana dove si sta consumando la tragedia del fallimento dell’ industria petrolchimica che avrebbe dovuto far rinascere l’isola.

Qui un giornalista dell’estrema sinistra, Ezio Veri, inviato a indagare sulla fine dell’esperimento industriale nel centro Sardegna, viene guidato da un sindacalista, Antonio Spanu, brillante e ambizioso (“sono figlio di pastore, sono diplomato e mi sto laureando in Economia”).

Prima di rientrare in Continente, Enzo conosce un frate laico, Pierre De Rechter, a capo di una minuscola comunità dei Piccoli fratelli dell’ amore divino.

Pierre ha un passato avventuroso, angoscioso e angosciante (al pari dei confratelli), come lascia intendere dal racconto lungo una notte alla luce del camino accompagnato da carne arrostita e abbondante libagioni.

Trent’anni dopo, un incredibile incrocio di destini, tra Milano, Roma, Parigi…apre nuovi squarci con nuove figure che accompagneranno (e rischieranno di confondere) il lettore.

Ezio rivede il suo amico e carissimo compagno (si fa per dire, in realtà è un…. camerata / fascistissimo), Irnerio Facci, geologo milanese, specialista in terre rare, conoscitore dell’Africa e preoccupato per voci allarmante che giungono dal Continente nero.

Poco più tardi Ezio incontra “una donna la cui compagnia può rendere trascurabili i problemi di un uomo”. È Nevina Giovannelli, per tutti Nevi, ricca nuorese, anch’ella dal passato angosciante e angoscioso. Aveva frequentato un corso di Studi in Sicurezza Internazionale tenuto dal giornalista nella scuola Sant’Anna, di Pisa nel 2001.

Al momento dell’incontro, Nevi fa la pendolare fra Milano e Parigi, dove lavora all’agenzia per gli studi sulla sicurezza.

E’ sempre una bella donna, anche se piena di cicatrici e non solo fisiche.

E’ sempre affascinante ma tanto cambiata in 9 anni. Anche Ezio da Ottana in poi si è trasformato. Corrispondente di vari teatri di guerra, è diventato una specie di relitto umano, sopravvissuto all’alcol (che continua a non disdegnare in dosi omeriche), e all’eroina, si sente un cittadino del mondo, disilluso, che “avverte piccole e benefiche scosse solo alle prospettiva nuove possibili destinazioni, punti di partenza per raccogliere elementi in vista di un eventuali reportage”. Tra i due scatta una tacita, tormentata forma di intesa, condita di dubbi (i “forse” si sprecano), perplessità, stucchevoli psicobanalisi (direbbe il comico Crozza sfottendo lo psicoanalista alla moda Massimo Recalcati), che lascia preludere non si sa bene a che cosa.

Dai loro incontri sbuca, a Roma, un’altra ambigua figura, compagna di Nevi nel corso frequentato a Pisa: Adila Ben Youssef, marocchina.

“Tanto bella quando brava. La migliore del corso nel 2001, laureata anche in Giurisprudenza, dirigente di analisi e documentazione in una società di consulenza internazionale di Roma, la Parallels”. Insomma una specie di spia sotto mentite spoglie.

Sempre a Roma, chi si rivede?            

Fratel Pierre de Richter, che da Ottana è stato richiamato nella capitale, dove ha preso i voti, e dalla Casa madre è stato nominato responsabile per le missioni nel centro dell’Africa. “Con i suoi confratelli, e talvolta da solo, viene avvistato in Camerun, nel Ciad, in Centrafrica e Congo. Si vocifera che abbia collaborato con la SDECE (controspionaggio francese, ndr) e con agenzie cinesi”.

Insomma ambiguità, doppiezze, sospetti, equivoci.

E non è finita.

Enzo e Pierre, di nuovo assieme, si avventurano in una traversata che rimanda a quella sul fiume Congo di Marlow, di konradiana memoria.

Solo che stavolta ci si infila nelle profondità del deserto su due stranissimi Tir e due fuoristrada. Dal nord Africa verso il sud del Centrafrica e il nord del Congo.

Qui “da anni si notano movimenti anomali. Aerei, elicotteri, persone frequentano una zona abitualmente quasi deserta e nota solo agli abitanti.»

Obiettivo della spedizione è entrare in contatto con “World Perspectives First” ( o WPF), una ONG molto riservata che si occupa di vaccinazioni e malattie tropicali. Occasionalmente, anche di vittime belliche. Ha una sua agenzia di stampa molto qualificata sui temi africani, la WP Files. Sui finanziamenti non ha mai prodotto alcuna documentazione.»

Sarà una discesa geografica e metaforica verso l’orrore di filantropia truccato, a capo del quale spunta una vecchia conoscenza, il sindacalista Antonio Spanu in ben altre vesti e con bel altri vestiti .

Qui però ci fermiamo per non rivelare il finale, per non fare spoiler, secondo l’abusata espressione presa in prestito dall’inglese.

Basti dire che intorno a Spanu e alla WPS si scoprirà il volto oscuro delle migrazioni, delle terre e delle vite rubate (senza autorizzazione, come canta Fakoly).

Nel mondo di Spanu e WPS si concentrano i 6 personaggi (anzi 5, perché uno, nel frattempo, è stato massacrato) dalla vita spericolata, non in cerca d’autore, ma, pare , di se stessi, o forse dell’Africa maledetta.

Fra loro c’è chi (forse) si ritrova e c’è chi perde tutto, anche la vita. Di sicuro fra i perdenti c’è l’Africa.

Come ha sottolineato nella prefazione del volume Antonino Melis, 72 anni, uno straordinario missionario, glottologo e antropologo sardo, il romanzo “descrive una realtà cruda e assolutamente veritiera di quello che è il ciclo di sofferenza di un continente che ha visto in tempi remoti la nascita della specie umana”.

Una descrizione complessa, per certi versi acerba, con babele di voci narranti, scontata e da tempo superata dalla cronaca “dei conflitti, iniquità, contraddizioni, assurdità presenti in quello che per secoli abbiamo definito continente nero (spesso al solo fine di eliminarlo dalle nostre coscienze e trasformarlo in un non luogo)”.

Resta comunque l’augurio – per concludere con le parole di padre Melis, che all’umanità dimenticata ha dedicato buona parte della sua vita in Camerun e in Ciad – “che questo romanzo pieno di fede verso il futuro venga letto come piccolo racconto dei sentimenti e delle vicende di alcuni, ma per altri versi come affresco veritiero di quelle zone dell’Africa, e rappresenti un atto di amore verso la verità e verso un’umanità dimenticata”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Afro Fashion Association: a Milano i nuovi talenti della moda africana

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Dalla Nostra Redattrice di Moda
Luisa Espanet
Milano, 26 dicembre 2025

Tre giorni di presentazione ma anche di shopping particolare a Milano, alla Fondazione Sozzani. Protagoniste collezioni di capi e accessori, in edizione limitata, creati da giovani stilisti africani e non e dagli studenti della Laba Douala (Libre Academie des beaux-arts) di Douala, Cameron.

Con il titolo di The essence of creation, l’evento vuole far conoscere oltre i nuovi talenti anche le tecniche artigianali di cui alcune tradizionali, altre legate alla sperimentazione per l’upcycling e la sostenibilità.

A promuovere l’iniziativa la Afro Fashion Association, un’organizzazione non-profit fondata nel 2015 da Michelle Francine Ngonmo, attuale CEO, attiva da tempo fra l’Italia e l’Africa sub sahariana. Guidata da volontari, ha come missione rafforzare le
capacità locali nel settore artistico e culturale, supportare l’empowerment femminile e offrire la possibilità di frequentare corsi di formazione e di avere contatti professionali.

Un’opportunità per il pubblico di incontrare i designer, farsi raccontare il loro lavoro e le loro storie. Di diverse provenienze i nove presenti hanno proposto creazioni molto connotate, frutto di lavorazioni svariate. Da chi ricicla scarti di tessuti e plastica per capi di lusso a chi punta al sartoriale, seguendo codici afro-globali, a chi dà vita a vecchi costumi e tessuti dimenticati.

L’ iniziativa prosegue con una vetrina digitale internazionale per tutto il mese di dicembre.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
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Scarpe Bata, nate in Cecoslovacchia ma cresciute e diventate adulte in Africa

Dal Nostro Inviato Speciale
Marco Patricelli
Praga, 26 dicembre 2025

Quando nel 2020 in Nigeria sono tornate in attività le linee di produzione del calzaturificio Bata, era stato come riallacciarsi alle radici di una storia quasi secolare.

Nel 1932, infatti, l’imprenditore cecoslovacco Tomáš Baťa esportò per la prima volta le sue scarpe a Lagos, guardando molto più in là della prospettiva immediata. La sua missione era: “Voglio dare le scarpe a chi non ne ha”. E all’inizio del secolo scorso gli africani erano praticamente tutti senza scarpe, tranne alcuni fortunati.

La riapertura della fabbrica nella capitale Abuja, in un’altra epoca e in un altro contesto geopolitico, aveva un significato antico e forse ancora più valido: creare posti di lavoro, affrancare i lavoratori, allentare la dipendenza dall’export di petrolio con tutte le sue storture, oltre che l’obiettivo scontato e sistematico di fornire calzature di qualità alla popolazione di 200 milioni di anime. Oggi in lingua Yoruba scarpe si dice Bata.

Da quelle linee ogni anno escono oltre mezzo milione di paia di scarpe, nonostante una situazione logistico-funzionale non ottimale, come per la regolarità dell’energie elettrica, le vie di comunicazione non sviluppate e le difficoltà nei rifornimenti della gomma.

Quel marchio, a ogni modo, significa davvero molto per la Nigeria, per le esigenze interne e per l’esportazione. Nel Paese più popoloso dell’Africa nel 2007 il governo aveva posto un freno all’acquisto di scarpe dall’estero rilanciando l’economia locale con la produzione di beni di consumo.

Lo stabilimento Bata a Limuru in Kenya

Bertram Dozie, primo direttore della fabbrica Bata Nigeria, ricordò che aveva calzato per la prima volta a scuola scarpe con la scritta Bata, un’azienda fondata nel 1894 dai fratelli Anna, Antonín e Tomáš Baťa, settima generazione di una famiglia di calzolai.

Tomáš aveva iniziato appena quindicenne a Vienna, nel 1891, ma il tentativo era andato male. Il laboratorio di Zlín con una cinquantina di dipendenti aveva conosciuto un momento difficile per un’esposizione debitoria che l’aveva portato a un passo dal fallimento, che i due fratelli (Anna era uscita dalla società dopo il matrimonio) erano riusciti a superare.

Nel 1900 i dipendenti erano cresciuti a 120. Cinque anni dopo Tomáš visitava Stati Uniti, Inghilterra e Germania per imparare nuove tecniche di produzione con macchinari più evoluti. Nel secondo quinquennio le fabbriche erano già cinque.

Due anni dopo la morte di Antonín, avvenuta nel 1908, la Bata introduceva i pasti aziendali. Prima dello scoppio della Grande guerra i dipendenti erano 400 e il calzaturificio esportava all’estero; il conflitto fa virare la produzione verso le forniture militari.

Il negozio di Bata a Praga

Nel 1917 venivano eliminati gli intermediari all’ingrosso, collegando la fase della produzione a quella della distribuzione in una propria rete di negozi. Alla fine della guerra la Baťa ha 4.000 persone a libro paga e dal 18 novembre 1918, nella neonata Cecoslovacchia, introduce la giornata lavorativa di otto ore e corsi di formazione avanzata continua.

Viene espansa la rete di vendita all’estero e nel 1919 viene aperta la prima fabbrica negli Stati Uniti, che avrà però vita breve chiudendo i battenti nel 1921.

La Baťa cura in proprio la pubblicità, crea un’orchestra, assicura biglietti omaggio per il cinema ai dipendenti, fonda società affiliate nei Paesi Bassi, in Jugoslavia, in Polonia, in Danimarca e in Inghilterra.

Tomáš Baťa nel 1923 è eletto sindaco di Zlín, dove l’impronta della filosofia aziendale è caratteristica dello sviluppo architettonico e urbanistico: nel 1926-1927 diventerà una città-giardino ed entrerà in funzione un moderno ospedale.

il negozio Bata in corso Buenos Aires a Milano

Dal 1924 vige l’autogoverno delle officine e la compartecipazione agli utili, con un’evoluzione tecnologica spesso frutto di risorse interne, come la progettazione e la messa in opera di cinghie mobili.

Il fondatore dell’azienda ha come slogan quello di fornire “scarpe economiche e buone ai consumatori e salari dignitosi ai propri lavoratori”, ai quali garantisce un dipartimento sanitario e sociale aziendale. I dipendenti, da 2.200, sono quasi 3.500. Nel 1925 il titolare compie un viaggio in India per l’apertura di nuovi mercati, fonda una scuola di apprendistato professionale per giovani e come sindaco lancia pure una riforma del sistema educativo pubblico locale.

Alla fine del decennio i dipendenti sono circa 12.000. Una quota di posti di lavoro è riservata a persone con disabilità fisica, mentre le attività si diversificano sempre più e viene applicata la settimana lavorativa di cinque giorni (45 ore). Nel 1931 i dipendenti sono oltre 29.000 nella sola Cecoslovacchia.

Il 12 luglio 1932 Tomáš Baťa perde la vita in un incidente aereo a Otrokovice, lasciando un’azienda che opera in ben 36 settori e con 31.000 dipendenti, producendo oltre 36 milioni di paia di scarpe, l’80 per cento della produzione nazionale, di cui tre quarti per l’export, con fabbriche in Germania, Jugoslavia, Polonia, Svizzera, Francia, Inghilterra, India, e poi Siria, Libano, Iraq, Indie orientali olandesi, Singapore, e più di 2.500 negozi.

La guida della Baťa viene assunta da tre manager tra cui Jan Antonín Baťa. Al momento della Crisi dei Sudeti i dipendenti sono 65.000, di cui un terzo all’estero, e i negozi oltre 5.000. Con l’occupazione tedesca nel marzo 1939, Tomáš Baťa junior va in esilio in Canada e collabora con il governo in esilio a Londra di Edvard Beneš, mentre l’azienda, nonostante il controllo dei nazisti, aiuta economicamente la resistenza cecoslovacca.

Nel 1945 con decreto presidenziale n. 100 le aziende Baťa in Cecoslovacchia sono nazionalizzate e Tomáš Baťa junior si dedica allora alla Bata Development Limited di Londra, sede centrale delle società nell’Europa occidentale e all’estero (38 fabbriche, 2.168 negozi, 34.000 dipendenti, produzione di 34.000.000 di paia di scarpe).

L’avvento del comunismo espropria le fabbriche in Polonia, Ungheria, Jugoslavia e Bulgaria, cancellando tre quarti del patrimonio. In Cecoslovacchia il regime mette sotto processo dirigenti e rappresentanti, con condanne al carcere che in seguito saranno annullate con riabilitazione.

Negli anni ’60 Bata ha 75 società affiliate in 79 Paesi, con 66 stabilimenti e una produzione di oltre 175 milioni di paia di scarpe, con numeri che in dieci anni saranno sensibilmente aumentati. Nel 1991, finalmente, il ritorno nella Cecoslovacchia democratica, nella sede a Zlín, dove peraltro la produzione di Stato non si era mai fermata.

In Nigeria il marchio Bata era stato affidato alla produzione locale nel 1965, una trentina d’anni dopo essere apparso nelle vetrine di Lagos con l’apertura del primo punto vendita nel 1932, seguita nel 1935 da uffici per l’acquisto di materie prime (cuoio, gomma e cotone) a Kano. Nel 1939 i negozi nigeriani erano già nove. Alla fabbrica di Lagos del 1960 si aggiunse quella di Kano nel 1976. Dopo una parentesi di inattività negli Anni ’80, il ritorno in Africa nel 1991 e il recente rilancio per un mito che non si era mai appannato. Il marchio Bata (senza alcun accento, diversamente dal cognome di famiglia che ne cambia la pronuncia, e secondo la versione moderna aziendale) era diventato sinonimo di scarpa in lingua yoruba, che richiamava pure nel suono il tamburo sacro batá.

Marco Patricelli
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Congo-K: nel sud-Kivu la guerra non si ferma nemmeno a Natale

Africa ExPress
24 dicembre 2025

Natale, festa e gioia dei bambini. Ma non per tutti. Non nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, dove anche quest’anno i più piccoli pagano il prezzo più alto di questo assurdo conflitto.

Mentre l’occidente è impegnato a impacchettare i regali da mettere sotto l’albero, migliaia di persone sono in fuga verso il Burundi dopo l’escalation dei combattimenti a Uvira, seconda città del Sud Kivu, nell’est del Congo.

Popolazione in fuga da Uvira, Sud-Kivu

Secondo le agenzie umanitarie sarebbero quasi 90 mila le persone che si sono riversate nel Burundi, Paese limitrofo povero, ma che, nonostante ciò, accoglie ugualmente i disperati in fuga. I campi per profughi sono sovraffollati e le condizioni di vita sono più che precarie.

Mezzo milione di persone in fuga

UNHCR ha fatto sapere che i più colpiti sono le donne incinte e i bambini: durante la fuga molti sono rimasti per giorni senza cibo e acqua.

Medici senza Frontiere, ONG che opera nei siti di accoglienza, ha spiegato che i congolesi arrivati finora sono molto provati, disperati, stanchi.

Dall’inizio di dicembre, con la presa di Uvira da parte di M23/AFC , quasi mezzo milione di persone sono fuggite dalle proprie abitazioni. La maggior parte sono ora sfollati, hanno cercato luoghi più sicuri nel proprio Paese.

Situazione drammatica dei rifugiati congolesi in Burundi

Il gruppo armato M23 prende il nome da un accordo firmato il 23 marzo 2009 dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi. La formazione ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuta dal vicino Ruanda. L’M23 fa parte di una coalizione politico militare più grande l’ Alleanza del Fiume Congo, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya, della quale fanno parte diversi gruppi minori. Dall’inizio dell’anno Goma (capoluogo del Nord-Kivu) e Bukavu (città principale del Sud-Kivu) sono governate da M23/AFC.

I ribelli hanno dichiarato di aver lasciato la seconda città del Sud Kivu la settimana scorsa, dietro pressione di Washington, ma la loro affermazione è stata fortemente negata dalle autorità congolesi. E non solo_: anche lo stringer di Africa ExPress ci ha confermato che due giorni fa nella parte sud di Uvira ci sono stati importanti combattimenti tra le forze armate congolesi (FARDC) sostenuti dai Wazalendo (gruppo “civile” di autodifesa) e i ribelli.

Eppure all’inizio di dicembre RDC e Ruanda avevano siglato un trattato di pace a Washington, in presenza del presidente statunitense Donald Trump. Kigali è accusata a livello internazionale di supportare i ribelli, fatto che Paul Kagame, presidente del Ruanda, continua a negare.

Anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha affermato che le azioni del Ruanda nella regione orientale del Congo-K, ricca di minerali, violano l’accordo di pace.

Rinnovo mandato MONUSCO

Il 19 dicembre scorso il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha prolungato di un altro anno la missione di pace (MONUSCO) nella Repubblica Democratica del Congo. Una “vittoria” per il governo di Kinshasa, visto che il Ruanda nel conflitto congolese è stato accusato di essere l’aggressore. Nel 2024 il governo di Kinshasa aveva chiesto il ritiro immediato dei caschi blu, accusandoli di non proteggere i civili.

Si tratta della missione più costosa nella storia dell’ONU, presente nel Paese dal 1999, oggi con 14.500 persone, tra questi 11.500 soldati.

ADF riprende attacchi

E da qualche settimana anche il gruppo armato ADF (Allied Democratic Forces), un’organizzazione islamista ugandese, presente nel Congo-K dal 1995, si è scatenata nuovamente a più non posso. A novembre, prima della presa di Uvira da parte di M23/AFC, ADF ha brutalmente ammazzato 123 civili, tra loro anche molti bambini.

I terroristi hanno attaccato territori nel Nord Kivu (Lumbero e Baswagha). Molti residenti sono fuggiti dalle proprie case. La popolazione teme questi miliziani affiliati allo Stato islamico, perché una volta preso il controllo delle aree conquistate, impongono tassazione forzata e cerimonie di predicazione per la conversione all’islam.

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“Andate a casa, non ci proteggete”: nuove proteste contro i caschi blu in Congo-K, morti e feriti

Congo-K, si firma la pace ma continua la guerra

Il calvario dei profughi: respinti in ogni angolo del mondo

“Le carceri israeliane sono campi di concentramento”: appello per liberare tutti i prigionieri palestinesi

 

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
23 dicembre 2025

Il 29 novembre 2025 ha preso il via una Campagna Internazionale per contrastare gli arresti amministrativi in Palestina. E’ nato così il Comitato Nazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Organizzazioni della società civile italiana, impegnate nella tutela dei diritti umani e nel rispetto del diritto internazionale, hanno aderito alla mobilitazione globale. Un’azione coordinata sul territorio per chiedere la liberazione di tutti coloro che sono stati incarcerati da uno Stato sovrano che occupa la loro terra. Alcuni da anni senza processo.

Un appello per chiudere i centri di tortura israeliani dove all’interno vengono commessi crimini di guerra – e contro l’umanità – finalizzati all’eliminazione dell’identità del popolo occupato.

Per più di due anni, il rapimento di civili e militari israeliani da parte dei militanti di Hamas ha giustificato la distruzione di un intero popolo. Come se fosse giusto, logico e normale, rispondere con così tanta violenza ai fatti brutali del 7 ottobre 2023.

In memoria del massacro contro i civili israeliani

Se un genocidio è la risposta giusta alle violenze subite nell’arco di 24 ore, quale potrebbe essere allora la reazione più adatta di un popolo occupato dopo 77 anni di colonialismo e sterminio fisico, culturale, psicologico e sociale?

Dal primo giorno di insediamento, Israele ha arrestato e rinchiuso in campi di concentramento (al coperto e all’aperto) un numero impossibile da definire di palestinesi che rispondevano ai massacri quotidiani commessi da Israele.

Torture, stupri, violenze e abusi legalizzati 

Nonostante ogni tentativo di censura, i sopravvissuti palestinesi denunciano tutte le bestialità che individui privi di umanità, con nome e cognome, eseguono senza obiettare. Ed è giunta recentemente la notizia di ulteriori violenze subite da Marwan Barghouti, diventato il simbolo della resistenza al colonialismo israelo-americano.

Il figlio Qassam Barghouti, in un post su Facebook, ha scritto: “Mi sono svegliato con la chiamata di un detenuto liberato che mi ha detto: ‘Tuo padre è stato distrutto fisicamente… gli [israeliani] gli hanno rotto i denti, le costole e le dita, gli hanno tagliato una parte dell’orecchio per divertimento. Cosa posso fare? Con chi posso parlare? A chi possiamo rivolgerci?’ Viviamo questo incubo ogni giorno. Mio padre ha 66 anni… dove dovrebbe trovare la forza?”.

“La persona informata dei fatti avrebbe chiamato da un numero israeliano, dice il giovane Barghouti nel post che sembra aver cancellato”, riporta il quotidiano The Time of Israel.

Noam Lehmann, autore dell’articolo scrive: “In un post successivo, Barghouti afferma che la famiglia sta ancora cercando di contattare nuovamente l’ex prigioniero senza nome, e tutti i possibili enti ufficiali per ulteriori informazioni, senza successo”.

Immagine di Inside Over

Il giornalista del quotidiano israeliano riporta le parole del figlio Qassam: “Mi scuso per aver fatto preoccupare così tante persone. Spero che mio padre e tutti gli altri prigionieri stiano bene. È tutto ciò che mi interessa.”

Dall’altra parte, il portavoce del Servizio Carcerario Israeliano dichiara al giornale che le accuse sono “un’altra totale bugia della macchina di fango e della propaganda contro il personale che lavora con professionalità di fronte a un terrorista condannato”, scrive Lehmann.

La resistenza non è terrorismo

La ricostruzione dei fatti risulta difficile. E riportare quello che accade all’interno delle carceri israeliane è praticamente impossibile.

La stampa ha però a disposizione fonti pubbliche inconfutabili come le affermazioni spontanee del ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir che “ha pubblicamente elogiato il peggioramento delle condizioni dei prigionieri palestinesi e ha girato un video in cui si prende gioco di Barghouti in prigione”, afferma il giornalista di The Time of Israel.

Il metodo mafioso applicato dall’esercito e dalle istituzioni governative di occupazione è esplicito. E, consapevole del modus operandi di Israele, l’Autorità Palestinese ha affermato di voler “lavorare per saperne di più sulle condizioni di Barghouti, aggiungendo che le famiglie dei prigionieri palestinesi sono soggette a molestie e intimidazioni”, si legge nell’articolo scritto dal giornalista del quotidiano israeliano.

Molti hanno già paragonato la storia di Marwan Barghouti a quella di Nelson Mandela condannato per terrorismo e in seguito premiato con il Nobel per la pace. Con quel riconoscimento sentenziò che chi combatte contro un esercito occupante non può e non deve essere definito “terrorista”. Fu cancellato il principio secondo cui solo uno Stato sovrano può esercitare legalmente la forza armata. Ed è anche questo uno dei motivi per cui Israele non vuole che sia riconosciuta la Palestina.

Appello per la liberazione dei prigionieri palestinesi

“Insieme alle colleghe Bakkali, Ferrari e Ghio e ai colleghi Berruto e Orlando, durante la nostra missione in Cisgiordania – ha scritto la parlamentare italiana del PD, Laura Boldrini – abbiamo incontrato il figlio di Marwan Barghouti, Arab, che ci ha affidato un appello chiaro e inequivocabile rivolto al popolo italiano: fate pressione per la liberazione di Marwan, il più popolare leader politico palestinese. Fate pressione perché siano i palestinesi i protagonisti della loro storia e non soluzioni imposte dall’esterno”.

Deputata alla Camera dei deputati ed ex funzionaria dell’ONU, Laura Boldrini rappresenta quella fetta della politica italiana che non ha paura di parlare: “Bisogna scegliere, ha detto Arab, da che parte stare: da quella di Ben-Gvir e dei coloni o dalla parte di Marwan Barghouti? Noi non abbiamo dubbi: stiamo dalla parte di Barghouti e sosteniamo la campagna Free Barghouti, free Palestine“.

Per info e adesioni freemarwanitalia@proton.me

RACCOLTA FIRME ONLINE [Petizione online aperta a cittadini e personalità pubbliche]:
https://www.change.org/p/libert%C3%A0-per-marwan-barghouti-il-nelson-mandela-palestinese

 

Valentina Vergani Gavoni
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Il calvario dei profughi: respinti in ogni angolo del mondo

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 dicembre 2025

Nell’est della Repubblica democratica del Congo si sta consumando una tra le peggiori crisi umanitarie. Africa ExPress ne ha parlato ampiamente in molti articoli

Fuggire dalle violenze

Insicurezza, violenza, morte, fame, dolore fanno parte del quotidiano. Molti congolesi sono costretti a lasciare le proprie case. Chi può, tenta la fuga verso mete lontane – non solo nei campi per profughi nei Paesi limitrofi – sperando di trovare un futuro, soprattutto per i propri figli.

Ma la vita di un richiedente asilo non è semplice, anche se proviene da zone di conflitto. Julien (nome di fantasia), congolese, con i pochi soldi rimasti, all’inizio 2024 riesce ad arrivare alle Comore con la moglie e i due figli minori. E poco dopo la famiglia si imbarca su un kwassa-kwassa per raggiungere Mayotte.

Deportazione

Julien e la sua famiglia, una volta giunti nel dipartimento francese, vengono fermati dalla polizia di frontiera e portati al centro di detenzione amministrativa di Pamandzi, situato sull’isola di Petite-Terre. Dopo qualche giorno presentano la richiesta di asilo alle autorità competenti ma la loro domanda viene respinta. Julien e i suoi, malgrado abbiano deposto un ricorso alla Corte nazionale per il diritto d’asilo, con un volo charter vengono deportati a Goma insieme a altri 12 congolesi alla fine di giugno 2024.

Congolesi espulsi da Mayotte, territorio oltremare francese

Alcuni profughi riescono a ottenere il permesso di soggiorno, ma sono davvero pochi. Lo scorso ottobre è stato smantellato il campo Tsoundzou 2, dove vivevano oltre 600 rifugiati provenienti da diversi Paesi africani. La prefettura dell’isola li aveva spediti lì a febbraio. Dopo pochi mesi ha predisposto lo sgombero per motivi sanitari. Per mancanza di alloggi, solo una piccola parte delle persone hanno trovato ospitalità in alloggi messi a disposizione dalle autorità. Gli altri hanno dovuto arrangiarsi.

Tra questi anche un congolese, arrivato a Mayotte a gennaio. Recentemente ha ottenuto asilo politico, ma anche per lui non c’è una casa disponibile.

Profughi accampati lungo aa strada a Mayotte

Una giovane proveniente dalla ex colonia belga, in attesa del premesso di soggiorno da oltre un anno, ha raccontato che quando sono arrivati i gendarmi nel campo hanno dato appena 45 minuti di tempo agli occupanti per raccogliere i loro pochi averi. Poi, impietosi, sono arrivati i bulldozer e hanno distrutto tutto.

Ora i rifugiati si sono installati lungo la strada in tende e minuscole baracche di fortuna, a pochi chilometri dal campo distrutto. Secondo infomigrants (sito di notizie e informazioni per migranti) nell’accampamento informale ci sono 434 persone, tra cui 25 famiglie, abbandonate a se stesse in questo angolo dell’isola. Sono tutti richiedenti asilo provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Ruanda, Etiopia, Somalia.

Le Pen condannata per diffamazione

Proprio pochi giorni fa, Marine Le Pen, leader del raggruppamento politico di estrema destra francese, Rassemblement national (RN), è stata condannata in via definitiva dalla Corte di Cassazione, per diffamazione nei confronti della ONG Cimade. L’organizzazione d’oltralpe assiste e difende i diritti dei migranti. L’esponente di RN aveva accusato la Cimade di organizzare il traffico di immigrati clandestini provenienti dalle Comore a Mayotte.

Dopo il passaggio del ciclone che ha devastato gran parte dell’isola un anno fa molte case sono ancora distrutte, scuole chiuse, strutture sanitarie danneggiate. Gli abitanti vivono nell’attesa degli aiuti promessi dallo Stato.

Mayotte porta d’entrata dell’Europa

L’Unione delle Comore, formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – ha avuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. Mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri dall’isola di Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza dalla Francia. E così, nel 2011 quel fazzoletto di terra in mezzo all’Oceano Indiano, è diventato il 101° dipartimento francese (un territorio oltremare). Come tale la valuta è l’euro.

Molti comoriani e anche africani di altri Paesi sono attratti dall’isola in quanto territorio francese, porta d’entrata dell’Europa. La traversata da Anjouan è molto pericolosa. Ogni anno muoiono in molti mentre tentano di raggiungere Mayotte su piccole imbarcazioni, i kwassa kwassa appunto, tradizionali imbarcazioni da pesca.

Il loro nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto, a sua volta proveniente dal francese quoi ça? Che cos’è questo?). E come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente. Basta poco per trasformare la danza dei kwassa kwassa in naufragio.

Mayotte è il dipartimento francese più povero, ufficialmente ha poco più di 340 mila abitanti, ma sono certamente molti di più, vista la massiccia presenza di richiedenti asilo che, si stima siano oltre 100mila, che vivono in condizioni a dir poco catastrofiche.

Cornelia Toelgyes
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Scene apocalittiche a Mayotte dopo il passaggio del ciclone Chido

Denuncia del NYT: colf kenyane sfruttate fino alla morte in Arabia Saudita

Dal Nostro Corrispondente
Costantino Muscau
Nairobi, 20 dicembre 2025

Le casalinghe in Italia, siano esse di Voghera o di Treviso o delle Filippine , sono principesse saudite rispetto alle domestiche keniane sbarcate in Arabia Saudita per …sbarcare il lunario.

Tante donne africane hanno visto il loro viaggio della speranza trasformarsi in un incubo. Chi è riuscita a riportare a casa la pelle, si deve ritenere fortunata. Com’è successo recentemente a Frenda Chelangat, una giovane collaboratrice domestica della contea del Uasin Gishu, l‘ex provincia della Rift Valley, serbatoio di tanti campioni dell’atletica.

Colf subiscono abusi in Arabia Saudita

Emigrata in Arabia Saudita con un’agenzia nell’ambito dell’accordo di sponsorizzazione (il cosiddetto Kafala), la donna si è trovata come schiavizzata. È stata maltrattata al punto tale che si è ammalata gravemente. Le sue condizioni sono andate peggiorando sul piano fisico e psichico, ma non poteva muoversi perché le erano stati trattenuti passaporto e stipendi.

Si è salvata solo perché la famiglia è riuscita a contattare e coinvolgere Julius Rutto, 65 anni, un parlamentare della sua circoscrizione. Il deputato ne ha fatto un caso di Stato e ha chiesto il sostegno della Segretaria Principale per gli Affari della Diaspora.

Il 24 ottobre scorso la povera Chelangat è potuta tornare in quella casa che aveva lasciato attratta dal miraggio dell’ “Arabia felice”: un salario per aiutare la famiglia priva di risorse.

Abolizione Kafala

Per una beffa del destino, in quegli stessi giorni, l’Arabia Saudita, dopo decenni di critiche e proteste per la violazione dei diritti umani, annunciava ufficialmente l’abolizione del sistema Kafala.

Come si ricorderà (Africa ExPress ne ha già parlato), questa struttura contrattuale consentiva allo sponsor-datore di lavoro (Kafil) di tenere sotto controllo la vita privata e pubblica dei migranti, che non potevano modificare la loro attività, né lasciare il Paese né  rinnovare il permesso di soggiorno senza il benestare del “ padrone”.

In pratica i lavoratori erano intrappolati in una forma di schiavitù moderna. Il caso di Chelangat, però – ha scritto Il Centro per le imprese e i diritti umani (Business and Human Wrights Center) –  ha evidenziato le preoccupazioni persistenti circa la sicurezza dei lavoratori migranti keniani nella regione del Golfo.

Kenyane intrappolate

Si stima che in Arabia Saudita siano impiegati circa 200.000 keniani, molti dei quali proprio nell’ambito del sistema kafala. In genere si tratta di povere donne (in tutti i sensi) illuse da reclutatori ingannevoli e da campagne governative che promuovono il lavoro domestico all’estero, come via per alleviare la disoccupazione in patria. Il governo kenyano era arrivato addirittura a lanciare dei corsi di preparazione e di addestramento per queste donne senza arte né parte dirette nella penisola araba.

 Con gli effetti che si sono visti….

Questo perché già 5 anni fa l’Arabia Saudita veniva considerato uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i lavoratori domestici stranieri. Tra il 2020 e il novembre 2022 almeno 185 giovani donne, impiegate come domestiche, sono morte per le violenze subite in famiglia. Pochi giorni fa, un’approfondita inchiesta del New York Times ha aggiornato questa drammatica statistica e ha costretto il Governo di Nairobi a prendere posizione.

Ossa rotte

Il quotidiano newyorkese parla di 250 decessi. Ha scritto: ci eravamo abituati a resoconti di salari rubati, stupri e percosse e ora anche a referti delle autopsie di lavoratori con ustioni, ossa rotte e “cadute misteriose”.

Già nel mese di giugno di quest’anno, il Centro Europeo per la Democrazia e i Diritti Umani (ECDHR) aveva stimato che le vittime negli ultimi 5 anni sarebbero state 274. E Amnesty International, il mese prima (maggio 2025), aveva reso pubblico un dossier ricchissimo di quasi 100 pagine. In esso si dice che l’Arabia ospita quasi 4 milioni di lavoratori domestici, compresi 1 milione e 200 mila donne e 2 milioni e 700 mila uomini provenienti da Africa e Asia. Insomma, una forza lavoro che gioca un ruolo essenziale nel consentire lo sviluppo economico del Paese e nel supporto delle famiglie.

Rapporto Amnesty

Eppure, il rapporto di Amnesty lo sottolinea bene, queste persone sono costrette a condizioni lavorative ed esistenziali terrificanti: anche oltre 16 ore di lavoro al giorno, poco riposo, spesso neppure un giorno libero per mesi e anni. Molte costrette a vivere isolate, tagliate fuori dal mondo in case private, dove frequenti sono gli abusi verbali. E non raramente quelli fisici da parte dei padroni e dei loro figli e discriminazioni razzistiche, perché africane. Con salari irrisori: in media, mezzo dollaro l’ora.

Il New YorK Times denuncia anche altri gravi fatti: madri keniane  impossibilitate ad andarsene perché i loro figli, nati fuori dal matrimonio, non hanno alcuno status legale. E il personale dell’ambasciata ostacola pure le loro richieste. Sedi diplomatiche di nazioni più piccole, come il Burundi, offrono un aiuto di gran lunga superiore.

Denuncia senatore del Kenya

Un’accusa confermata dalle dichiarazioni rese in Senato da Karungo wa Thang’wa, della contea di Kiambu, sensibile al problema dei bambini (ne ha due e lui è l’ultimo di 13 figli): “A Riyad ho visto con i miei occhi madri e figlioletti che dormivano per strada, compreso un neonato di 2 settimane. Come senatore e rappresentante del popolo, le ho incontrate, ma nessuno della nostra ambasciata lo ha fatto. In Arabia Saudita ci sono almeno 300 keniani detenuti senza adeguata assistenza da parte nostra. Le Filippine proteggono con maggior forza i loro cittadini”.

Il senatore Karungo wa Thang’wa

Anche il NYT non si ferma e punta il dito contro il governo di Nairobi. “Abbiamo trascorso un anno a indagare sugli abusi subiti da queste donne. Abbiamo scoperto che lo sfruttamento iniziava ancor prima che partissero.

“La nostra indagine ha scoperto che alcune delle figure più potenti della politica keniota traggono profitto dall’invio di queste donne all’estero, mantenendo i loro salari e le loro tutele i più bassi possibile”.

Coinvolte moglie e figlia del presidente Ruto

Secondo il giornale statunitense, chi avrebbe dovuto proteggere i lavoratori ne traeva profitto. Come ad esempio,”un importante membro della commissione parlamentare per il lavoro e altri esponenti della maggioranza. Persino la moglie e la figlia del presidente del Kenya, William Ruto, che risulterebbero le maggiori azioniste della principale compagnia assicurativa del settore del lavoro”.

A questo punto il governo si è mosso. Il primo segretario di Gabinetto e capo degli Affari Esteri, Musalia Mudavadi, 65 anni, in una conferenza stampa, prima, ha riconosciuto la portata della crisi, ma ha difeso la propria condotta. Poi, mercoledì 17 dicembre, in un comunicato ha annunciato misure volte a proteggere i kenyani in cerca di lavoro all’estero.

In particolare ha ribadito l’impegno di “voler salvaguardare il benessere dei lavoratori, diritti e sicurezza, arginando gli agenti di reclutamento disonesti che attirano i giovani in situazioni pericolose e ingannevole”.

Nello stesso comunicato è stato pure citato “il presunto arruolamento di kenyani in conflitti militari stranieri e la segnalazione di concittadini arruolati nell’esercito russo e il rimpatrio di 18 combattenti kenyani”.

Interventi bilaterali

Il primo segretario ha anche affermato che il governo sta “perseguendo interventi bilaterali” con le autorità saudite per risolvere il problema. Ha sottolineato che i rimpatri e i servizi consolari per i cittadini in difficoltà si sono intensificati dal 2022.

Effettivamente le autorità di Nairobi, forse anche sollecitate da anni di critiche, qualcosa sta facendo. Il governo del Kenya ha raggiunto un accordo con le autorità di Riyad per aumentare il salario minimo mensile per tutti i migranti: dal febbraio prossimo sarà di 34.455 scellini, poco più di 237 euro.

Un piccolo passo in avanti, conseguenza anche della riforma del lavoro varata recentissimamente dalla monarchia islamica con la cancellazione del sistema Kafala.

È anche una risposta indiretta al NYT che aveva scritto nel suo ponderoso e clamoroso rapporto: i migranti kenyani guadagnano il 40 per cento in meno di quelli filippini. Eppure sono diventati una voce imprescindibile dei proventi dall’estero, (circa 300 milioni di euro l’ anno di rimesse). “Un tempo. -, ha fatto notare (beffardamente?) il quotidiano americano – il  Kenya aveva il maggiore introito dall’esportazione del caffè .Ora dall’esportazione della forza lavoro a basso costo”!

La nuova riforma del mercato del lavoro, annunciata dal regno di bin Salman Al Saud, dovrebbe consentire una maggiore mobilità, la riduzione dello sfruttamento e la garanzia di un trattamento più equo per la manodopera keniana. In modo che cessi la strage e la schiavitù delle casalinghe nell’Arabia felice.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Camerunese sequestrata e ridotta in schiavitù negli Emirati lancia un disperato appello ad Africa ExPress: “Liberatemi”

Libano: ragazza nigeriana messa in vendita su internet dal suo datore di lavoro

Guinea Bissau: moglie ex presidente indagata per riciclaggio di denaro

Africa ExPress
19 dicembre 2025

Dinisia Reis Embalo, moglie dell’ex presidente della Guinea Bissau, Umaro Sissoco Embalo, deposto dopo il golpe militare dello scorso novembre, è sotto indagine della polizia portoghese. Le autorità hanno il forte sospetto che sia coinvolta in un affare di contrabbando e riciclaggio di denaro.

La ex prima donna della Guinea Bissau è arrivata a Lisbona lo scorso fine settimana a bordo di un jet privato insieme a Tito Fernandez, uomo d’affari molto vicino all’ex capo di Stato defenestrato dai putschisti. Fernandez aveva con sé 5 milioni di euro in contanti.

Segnalazione anonima

Secondo quanto riportato dalle autorità portoghesi, Fernandez è stato arrestato al suo arrivo perché la polizia è stata avvisata da una segnalazione anonima.

L’uomo è stato poi rilasciato, ma è stato incriminato di contrabbando e riciclaggio di denaro. L’ingente somma è stata sequestrata dalla polizia giudiziaria.

Dinisia Reis Embalo,, moglie dell’ex presidente della Guinea Bissau

La moglie di Embalo è sotto inchiesta perché viaggiava sullo stesso aereo dell’uomo incriminato . Finora non sono stati rilasciati ulteriori dettagli.

Destinazione Dubai

Il volo dei due era stato inizialmente classificato come militare e dopo lo scalo a Lisbona avrebbe dovuto proseguire verso la città di Beja, nel sud del Portogallo.Tuttavia, “successivamente è stato verificato che la natura del viaggio e la sua destinazione erano diversi”, aveva poi fatto sapere la polizia. E, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa portoghese Lula, la meta doveva essere Dubai (Emirati Arabi Uniti).

Dopo il colpo di Stato, il presidente deposto ha trovato rifugio a Dakar e poi a Brazzaville. Secondo diverse fonti, oggi si troverebbe in Marocco.

La Guinea Bissau, dall’indipendenza dal Portogallo 1974, è stata oggetto di quattro colpi di Stato e una serie di tentativi di golpe.

L’ultimo della serie di putsch risale al 26 novembre, vigilia della proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali. Sia il presidente uscente Embalo, sia il candidato dell’opposizione, Fernando Dias da Costa, avevano rivendicato la vittoria della tornata elettorale. Ma i militari hanno preso il potere, arrestato il capo di Stato e annullato il processo delle votazioni.

Sospesa da CPLP

Intanto la Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (CPLP), durante un vertice straordinario tenutosi martedì a Capo Verde, ha sospeso la Guinea Bissau da tutte le sue attività.

Il ministro degli Esteri portoghese, Paulo Rangel, ha dichiarato di essere in contatto con le autorità della Guinea-Bissau per chiedere il ritorno all’ordine costituzionale.

Corruzione endemica

Nel Paese la corruzione è endemica. Occupa il 158° posto su 180 Paesi nel 2024, secondo l’indice di percezione della corruzione dell’ONG Transparency International. Questo malcostume, l’instabilità politica e la povertà hanno favorito l’insediamento di narcotrafficanti che utilizzano la Guinea Bissau come zona di transito della cocaina tra l’America Latina e l’Europa.

E’ tra i Paesi più poveri al mondo: il 40 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. L’aspettativa di vita è di 64 anni.

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Colpo di Stato in Guinea Bissau: militari al potere

Il Cremlino non demorde: continua l’arruolamento di giovani africani per combattere in Ucraina

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 dicembre 2025

Un giovane kenyano non ha creduto ai suoi occhi quando nel giro di una settimana ha ottenuto il visto per la Russia, dopo aver pagato appena 30.000 shellini (circa 200 euro). Il ragazzo aveva risposto a un annuncio di un’agenzia con base a Nairobi che cercava operai nel settore della lavorazione della carne. Le formalità burocratiche erano state poi espletate da un gruppo su whatsapp.

Una volta arrivato a destinazione, invece di essere mandato in una fabbrica, è stato portato in un campo di addestramento militare.

Interventi diplomatici

Il ragazzo fa parte di un piccolo gruppo di 18 giovani kenyani, arruolati con la forza da Mosca e poi rimpatriati proprio in questi giorni dal governo di Nairobi. In una dichiarazione rilasciata dal primo segretario di gabinetto e ministro degli Affari della Diaspora, Musalia Mudavadi, è stato spiegato che ai ragazzi al soldo di Mosca sono stati rilasciati documenti di viaggio di emergenza e sono tornati sani e salvi a casa, grazie a interventi diplomatici coordinati dalla rappresentanza del Kenya in Russia.

Giovani africani sul fronte ucraino con le truppe russe

Il ministero ha poi aggiunto, che secondo le ultime notizie, dall’inizio del conflitto i russi avrebbero reclutato almeno 200 giovani provenienti dall’ ex colonia britannica.

Eppure solo a ottobre il ministro degli Esteri di Nairobi aveva incontrato l’ambasciatore di Mosca accreditato in Kenya. In tale occasione il diplomatico aveva assicurato che nessun reclutamento forzato sarebbe stato tollerato nell’esercito russo.

Richieste di aiuto

Nairobi ha fatto anche sapere di aver ricevuto parecchie richieste di aiuto di connazionali bloccati in campi di addestramento della Federazione Russa e segnalazioni di kenyani feriti.

Intanto l’ambasciata del Kenya nel Paese ha consigliato a tutti connazionali residenti o in viaggio verso Russia, Bielorussia e Kazakistan, di registrarsi quanto prima  per consentire un monitoraggio tempestivo, assistenza consolare e protezione.

Allerta di Gaborone

Anche il Botswana ha dichiarato di aver aperto un’indagine sul caso di due uomini di rispettivamente 19 e 20 anni, perchè si ritiene che siano stati ingannati e poi costretti ad arruolarsi per combattere nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Il ministero degli Esteri di Gaborone ha lanciato un avvertimento a tutti giovani affinché diffidino di “programmi di reclutamento internazionali dubbi e pericolosi”. Consiglia inoltre di verificare con le ambasciate o i consolati prima di accettare offerte troppo alettanti. Anche l’ONU ha esortato i governi africani a rimanere vigili ed a emanare avvertimenti chiari per prevenire altri casi.

Non sono pochi i giovani africani coinvolti in entrambi i fronti del conflitto. I più si arruolano perché non vengono informati correttamente e, diciamolo pure, attirati da false promesse.

Centri culturali

Il collettivo All Eyes On Wagner dell’ONG IMPACT  (Data provider in contesti di crisi), in una nota di poche settimane fa ha rivelato che i centri culturali russi in Africa sono ufficialmente incaricati di impartire corsi di lingua e promuovere la cultura del Paese. In realtà spesso fungono da tramite per operazioni di reclutamento industriale e militare.

Sarebbero oltre 18.000 gli stranieri provenienti da diversi Paesi (non solo africani), arruolati volontariamente o con la forza nell’esercito di Mosca. Finora, secondo fonti ucraine, sarebbero morti almeno 3.300. militari di origine non russa.

Donne africane confezionano droni per Putin

Grazie a un’indagine della BBC è stato anche scoperto che giovani donne africane sono state assoldate e portate nella zona di Alabuga, nella Repubblica autonoma del Tatarstan in Russia, per lavorare in una fabbrica di droni.

Cornelia Toelgyes
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