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Queshm, il prezioso isolotto incastrato nello stretto di Hormuz

Speciale per Africa ExPress
Novella di Paolo
28 marzo 2026

Visto dall’alto sembra un delfino  un delfino che cerca il mare aperto: Queshm l’isola tappo, nel bel mezzo dello stretto di Hormuz, il magazzino petrolifero più grande del mondo, un destino probabilmente già scritto in quel gomito di mare troppo angusto per un cetaceo maestoso. Un tappo che però conviene a tutti che salti, come pure è stato finora, nonostante qualche piccola o grande prevedibile frizione.

Queshm un’isola famosa, ricca di storia e di meraviglia, un museo a cielo aperto, più volte definito, oggi davanti agli obiettivi della stampa mondiale, non per le sue bellezze ma perché per la prima volta nella sua storia qualcuno ha deciso di chiuderlo. Qualcuno in possesso delle chiavi che qualcun altro vuole togliergli dalle mani, con la forza, con le armi.

 

Sull’isola vivono 140.000 persone, gente di mare che col mare e per il mare vive, da millenni.

Scambi e culture

Modellata dalle onde, erosa dalle maree e ogni volta riemersa nuova e sempre la stessa, stratificata da secoli di scambi, passaggi e culture diventate una sola, mischiata come la sabbia compatta quando è umida ma fatta di granelli che il vento asciuga e sparpaglia ai quattro angoli quando soffia. E ora forti le correnti di guerra inquietanti si alzano.

Pescatori musulmani sunniti, pieni di riti e rituali mescolati e pacificamente conviventi,  parlanti una lingua unica, il Bandari, frammentata in ulteriore dialetti. Uno per ogni manciata di capanne fatte di sabbia e corallo, protette dalla famosissima foresta di mangrovie proprio lì davanti, ai piedi degli abitanti quella che circa quattro milioni di turisti ogni anno si affollano ad ammirare insieme a molte altre meraviglie del mare.

Acqua bollente

Un’isola fatta di acqua bollente, come lo è adesso il punto più caldo di tutto il globo. Uno stretto però è fatto di terra, quella contesa, quella sporcata, quella saltata in aria il 7 di marzo, sotto l’attacco delle forze statunitensi, che ha d’improvviso riportato l’isola al centro della terra.

Il luogo oggi più osservato del mondo, è proprio lì sotto, tra cunicoli e gallerie scavate non solo dalla natura, come la grotta salinica, una delle più lunghe al mondo. Un cunicolo di circa sei chilometri affilati come la spina dorsale di un grosso animale. Ma anche quel labirinto sotterraneo ricavato nel ventre di Queshm dove ha trovato posto a una collezione balistica degna delle più grandi potenze.
Una base militare dove hanno trovato accoglienza missili, razzi e droni sistemata sotto i piedi dei forse ignari, ma certamente non accondiscendenti, isolani, costretti a dormire sonni agitati su uno degli arsenali più grandi della storia moderna.

Batteria di missili

Una batteria di missili, secondo quanto rivelato dall’ex generale libanese Hassan Jouni al network arabo Al Jazeera, dai nomi incomprensibili come codici matematici, capaci di colpire e uccidere obiettivi impensati e impensabili.

Una manciata è già stata lanciata sulla base USA in Bahrein dopo l’attacco di due settimane fa, che ha beffardamente colpito il grande impianto di desalinizzazione di Queshm, lasciando a secco su un grande canotto circa 30 villaggi; un paradosso se si pensa che gli stessi per tutta la loro storia hanno vissuto della fama e della materia prima di una delle loro maggiori attrazioni turistiche, la spettacolare galleria di sale.

Porta chiusa

La porta di Hormuz finora non è mai stata chiusa perché da lì ci passano tutti, e che resti  aperta converrebbe tanto più in questo momento. Ma i proprietari o sedicenti tali pare abbiano chiuso i battenti, incrociato le braccia non per sciopero ma per minaccia. Gli iraniani, i padroni, da millenni si devono parare dagli attacchi esterni all’isola, la più estesa del golfo che ha da sempre rappresentato un tesoro ambito.

Popolata dalla preistoria, Queshm è sempre stata contesa, crocevia di scambi e passaggi, tappa marittima della via della seta. Tartari, ottomani, portoghesi, fino, alla fine dell’ottocento, agli inglesi che in accordo con l’Iran cacciarono gli ultimi invasori. Coloro che vi abitano e vi abitavano sono persone  privilegiate, perché è come se avessero viaggiato per il mondo intero, semplicemente affacciandosi al porto,  solo perché lì sopra c’era nato.

Museo geologico

Privilegio dicevamo, non colpa e neanche ricatto, che è quello che invece stanno facendo da Teheran, usando i 1400 chilometri quadrati di questo museo geologico a cielo aperto, zona industriale di libero scambio dal 1989. Solo in seguito divenuto deposito bellico, nel corso del ventunesimo secolo quando dalla seta si è passati all’oro nero.

E allora tutto è cambiato e Qeshm è diventata un forziere pieno, bersaglio sensibile, così incastrato e tanto noto da risultare persino facile, ma in realtà si è così trasformata in scudo indistruttibile, diciamo pure inattaccabile, come un bambino davanti a un carro armato.

Nessuno si sognerebbe di fare fuoco, o forse sì, ma questa è una altra storia, perché colpire Queshm sarebbe come spararsi su un piede durante una gara, lo farebbe solo un pazzo, o forse due: e questa è la nostra storia. Donald e Benjamin lo hanno fatto. E non per sbaglio. Evidentemente con un piano, per cui un piede fuori uso è sempre meglio che sbatterci il muso. Se ci abbiano azzeccato non è scontato.

Ciò che è certo è che hanno interrotto la gara e creato una fila, fatto prigionieri nelle loro stesse imbarcazioni un popolo di pescatori, seduto su un paradiso di biodiversità, geoparco riconosciuto dall’Unesco composto di cattedrali di roccia e canyon di sale. Lo avevano capito già il greco Nearco, che volle trovarci la tomba del Mar Eritreo, che quel delfino incastrato era luogo sacro.

Magari, quando i venti di guerra saranno placati e Quhesm riemergerà intatta come fa da quando è stata scoperta, la città di missili sotterranea verrà lentamente abbandonata e tra altri mille anni un novello esploratore la riporterà alla luce trasformandola in archeologia, solo una nuova attrazione turistica.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nelle immagini, bellezza naturali nell’isola di Queshm.

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Il Sudan esplode: carestia, sanità al collasso, droni, bombe. Si combatte ovunque

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
27 marzo 2026

Sono sempre più “silenziose” le bombe che stanno devastando il Sudan e continuano a uccidere i civili senza sosta. L’urlo disperato dei sudanesi viene sovrastato dalle esplosioni in Medio Oriente, dove in questo momento si combatte per gli interessi dell’Occidente. Ma come in ogni guerra, anche in Iran, Libano e altrove, le vittime sono solo “piccoli effetti collaterali”.

Il Sudan sta per entrare nel quarto anno di questo assurdo conflitto, una guerra per la conquista del potere tra due generali: Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, leader delle Rapid Support Forces (RFS) da un lato, e le forze armate sudanesi (SAF) di Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Paese, dall’altro.

Peggiore crisi umanitaria

La crudele e sanguinosa guerra non tende a placarsi. Nel Paese si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del mondo. Attualmente oltre 26,4 milioni di persone si trovano in grave insicurezza alimentare. Mentre la carestia è stata confermata a el-Fasher (Darfur settentrionale) e a Kadugli (Kordofan meridionale), altri 20  distretti in tutto il Darfur e il Kordofan sono a alto rischio di estrema penuria di cibo. Attualmente sono oltre 700.000 i bambini sotto i 5 anni colpiti dal malnutrizione grave.

Il sistema sanitario è praticamente al collasso. Nelle aree di conflitto il 70 per cento delle strutture sanitarie non funzionano.

Bombardato ospedale

Venerdì scorso le RFS hanno nuovamente bombardato un nosocomio nell’Est Darfur. Durante il vile attacco all’ospedale universitario di Ed Daein sono morte 64 persone, tra loro anche 13 bambini, un medico, 2 infermiere e parecchi pazienti. La struttura, secondo quanto confermato dal direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, è ormai inagibile.

Bombe sull’ospedale universitario di Ed Daein

La situazione sanitaria potrebbe peggiorare ulteriormente a causa della guerra in Medioriente, che sta mettendo a rischio i rifornimenti per la chiusura dello Stretto di Hormuz, e degli spazi aerei. Secondo la ONG Save the Children, le scorte di forniture mediche destinate alle cliniche delle organizzazioni umanitarie in Sudan potrebbero esaurirsi entro due settimane.

Si stima che dall’inizio del conflitto siano morte oltre 150mila persone. Secondo gli ultimi dati ONU, oltre 12,5 milioni di residenti sono fuggiti dalle proprie case, tra questi 9 milioni e più sono sfollati, mentre altri 3 milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi.

Nuova crisi Ciad – Sudan

Molti sudanesi, in particolare dal Nord Darfur in fiamme, si sono rifugiati nel vicino Ciad, dove le condizioni di vita nei campi sono terribili. Solo una settimana fa le RSF hanno lanciato un nuovo attacco con droni a Tiné, città alla frontiera con il Sudan. Il bombardamento ha ucciso 17 ciadiani e ha ferito parecchie altre persone.

Il governo di N’Djamena ha immediatamente disposto un’evacuazione d’emergenza dei rifugiati dalla zone di confine. Mentre il presidente del Paese, Mahamat Idriss Deby, ha dispiegato l’esercito nell’area con l’ordine di respingere gli attacchi transfrontalieri.

Il Ciad a febbraio aveva già chiuso le proprie frontiere nell’est, dopo scontri con le RFS. Allora i paramilitari sudanesi durante le loro incursioni nel Paese confinante avevano ucciso 5 soldati di N’Djamena.

Accuse a Etiopia

Pochi giorni fa i paramilitari di Hemetti insieme ai loro alleati Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), hanno conquistato Kurmuk, città nello Stato del Nilo Azzurro, al confine con l’Etiopia.

Il governatore del Nilo Azzurro fedele ad al Burhan, ha accusato Addis Abeba di aver permesso alle RFS e ai suoi alleati di passare attraverso il territorio etiopico per attaccare la città. I militari di SAF si sono dovuti ritirare nella base logistica di Damazin, capitale dello Stato.

Le RFS conquistano Kurmuk, città strategica al confine con l’Etiopia

I combattimenti sono iniziati il 22 marzo e oltre a Karmuk, le RSF hanno conquistato anche altri centri abitati della regione. Un’avanzata strategica degli ex janjaweed, ora RFS, che rafforza così le loro posizioni anche nel Nilo Azzurro. Il governatore dello Stato, Abdelatty al-Faki, ha puntato il dito dritto contro l’Etiopia: “I paramilitari e i loro alleati sono partiti alla volta di Karmuk dal territorio etiopico e i loro veicoli militari sono arrivati dall’aeroporto di Asosa, capoluogo della regione occidentale di Benishangul-Gumuz (Etiopia). Molti residenti della città sono fuggiti durante gli scontri. Alcuni verso Damazin, altri in Etiopia”, ha spiegato al-Faki.

A febbraio Reuters ha segnalato un campo di addestramento “segreto” delle RFS in territorio etiopico, a Benishangul-Gumuz, finanziato a quanto pare dagli Emirati Arabi Uniti. Ciononostante, Addis Abeba ha continuato a smentire le voci di un suo appoggio a Hemetti e ai suoi uomini.

Cornelia Toelgyes
corneliaicit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Orrore su orrore in Sudan: due donne condannate a morte per lapidazione

Darfur: carneficina dei paramilitari dopo la conquista di al-Fasher

 

Lo schiavismo è un crimine? Per l’ONU sì, per gli USA e Israele no. E l’Europa si astiene

Speciale Per Africa ExPress
Luigi Alfonso
26 marzo 2026

È un mondo che gira sempre più al contrario. Non bastasse la delicatissima situazione in Medio Oriente, che non è ristretta a quell’area ma coinvolge tutto il pianeta, nei contesti internazionali non si trova un minimo di equilibrio nemmeno sugli argomenti che riguardano il passato remoto.

L’ennesima conferma è arrivata ieri, quando l’assemblea generale Onu si è trovata a discutere la risoluzione proposta dal Ghana, per riconoscere la schiavitù dei deportati africani come il più grave crimine contro l’umanità.

Tre Paesi si sono opposti in maniera chiara: due di essi, Stati Uniti e Israele, ormai viaggiano in sintonia su qualunque tema. Ma non sorprende affatto neppure il no dell’Argentina, visto che l’amministrazione Milei è sponsorizzata dall’amico Trump, notoriamente allergico alle questioni umanitarie.

Se 123 Paesi hanno sostenuto la risoluzione (che, vale la pena di ricordarlo, non è giuridicamente vincolante ma ha comunque un peso politico), altri 52 si sono astenuti: oltre all’Unione Europea in blocco, anche la Gran Bretagna.

Va da sé che pure l’Italia si è allineata a coloro che non hanno preso una posizione chiara in merito. Un atteggiamento che è perfettamente in linea con gli esercizi di equilibrismo mostrati negli ultimi tempi, soprattutto in merito ai conflitti mediorientale e in Ucraina: un po’ con una parte e un po’ con l’altra, a seconda della convenienza del momento.

Insomma, meglio stare allineati e coperti, senza offendere gli “alleati”. I Paesi Bassi rimangono, al momento, l’unico Paese europeo ad aver presentato scuse formali per il proprio ruolo nella schiavitù.

Perché il Ghana ieri ha presentato questa risoluzione? Il suo rappresentante alle Nazioni Unite ha affermato che «era necessaria perché le conseguenze della schiavitù, che ha visto almeno 12,5 milioni di africani rapiti e venduti tra il XV e il XIX secolo, persistono ancora oggi, comprese le disparità razziali».

Durante la votazione dell’Assemblea generale, il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Ablakwa, ha ribadito che «questa risoluzione richiede che venga fatta giustizia».

La risoluzione segna un nuovo passo negli sforzi dei Paesi africani per ottenere che le ex potenze coloniali si assumano la responsabilità delle ingiustizie storiche, dopo che l’Unione Africana nel 2025 ha deciso di creare una “visione unificata” tra i suoi 55 Stati membri sulle possibili riparazioni. Per esempio, attraverso la presentazione di scuse formali, la restituzione dei manufatti rubati, la fornitura di un risarcimento finanziario e la garanzia che ciò non si ripeta nel presente e nel futuro. È chiedere troppo?

Justin Hansford, professore di Diritto alla Howard University, ha spiegato che «la risoluzione è significativa in quanto rappresenta il massimo che l’Onu abbia mai fatto nel riconoscere la schiavitù transatlantica come crimine contro l’umanità, e nel chiedere un risarcimento. Non potrò mai sottolineare abbastanza quanto sia grande questo passo».

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha invece dichiarato che «occorre un impegno molto più deciso» da parte di un maggior numero di Stati per affrontare le ingiustizie storiche. Giusto. Tuttavia, le continue violazioni di alcuni Paesi, rispetto ai Trattati internazionali, stanno suscitando crescenti e legittime perplessità sull’attuale autorevolezza dell’Onu.

Una considerazione finale. Anzi, due. La prima, va riconosciuta a Usa e Israele la coerenza nel mancato rispetto dei diritti umani, visto ciò che stanno compiendo contro Palestina, Iran e Libano, sotto gli occhi di tutti.

Con ripercussioni a livello planetario, come ben sappiamo. La seconda, prende spunto dal servizio pubblicato oggi da Africa ExPress a firma di Sandro Pintus. Ci dice che gli africani che desiderano entrare negli Stati Uniti sono costretti a pagare, prima del loro ingresso, una cauzione che oscilla tra i cinquemila e i 15mila dollari. «La pesantissima gabella è proporzionata al benessere finanziario o alla fragilità economica degli africani. Ma, attenzione, la cifra più alta spetta ai più poveri», precisa Pintus.

Gli ultimi, i più fragili e i più deboli, l’amministrazione Trump non li sopporta proprio. Meglio tenerli il più lontano possibile. E concentrarsi su una guerra che, volenti o nolenti, presto presenterà il conto.

Chissà come reagirà il popolo americano, quando emergeranno i veri numeri sui loro connazionali morti sotto i bombardamenti iraniani. È il prezzo da pagare per distogliere la gente dagli sviluppi del caso Epstein.

Luigi Alfonso

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cauzione fino a 15 mila dollari per i cittadini di trenta Paesi africani che entrano in USA

“Vite spezzate tra Africa e Americhe, viaggio nella storia e nello spazio”: a Bologna mostra sullo schiavismo

Vessati, maltrattati e abusati: l’ONU ha indagato e verificato che gli schiavi in Mauritania esistono ancora

Niger, morto Maman Abou il giornalista che mi accompagnò al mercato degli schiavi

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

 

Cauzione fino a 15 mila dollari per i cittadini di trenta Paesi africani che entrano in USA

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
26 marzo 2026

Africano? Vuoi entrare negli Stati Uniti? Ahi, ahi, ahi!…(per citare una vecchia pubblicità degli anni ’80)
Nel continente africano, dopo i pesanti dazi arrivano anche le gabelle ad alto costo per evitare che i cittadini africani tentino di visitare la Nazione trumpiana.

Si chiama Visa Bond Pilot Program (Programma Pilota di Cauzione
per i Visti) inaugurato nel 2025 dal Dipartimento di Stato americano dell’amministrazione Trump. Quest’anno si è ampliato, soprattutto a danno dell’Africa.

La super-gabella

Gli Africani che intendono entrare negli Stati Uniti dovranno sborsare una cauzione da 5.000 a 15.000 dollari. Da pagare prima del loro ingresso negli States. La pesantissima gabella è proporzionata al benessere finanziario o alla fragilità economica degli africani.

Trump Visa bond
Trump e i Visa Bond

Ma, attenzione, la cifra più alta spetta ai più poveri. Infatti, secondo le discutibili regole trumpiane, si suppone che non possano pagare. Quindi è meglio che non provino nemmeno a entrare negli USA.

I trenta Stati 



Gli ultimi Stati africani aggiunti al Visa Bond sono: Etiopia, Lesotho, Mauritius, Mozambico, Seychelles e Tunisia. Dal 2 aprile 2026, anche i cittadini di questi sei Paesi per entrare nella nazione sovranista di Trump dovranno sborsare quelle cifre inavvicinabili per gli africani. Questo denaro è motivato come spesa anticipata per gli eventuali costi di espulsione.

Il 1° gennaio di quest’anno anche Botswana, Guinea, Guinea-Bissau, Namibia e Repubblica Centrafricana sono stati inclusi nella “blacklist”. Un secondo gruppo è stato poi inserito il 21 gennaio: Algeria, Angola, Benin, Burundi, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gibuti, Gabon, Nigeria, Senegal, Togo, Uganda, Zimbabwe.

Nel 2025, tra il 20 agosto e il 23 ottobre, l’amministrazione Trump aveva iscritto nell’elenco Malawi, Zambia, Gambia, Mauritania, São Tomé e Príncipe e Tanzania. I trenta Paesi africani rappresentano la maggioranza di un elenco di cinquanta che vanno dall’Oceania all’America latina.

Mappa dell'Africa
Mappa dell’Africa

Non solo Africa

In Oceania troviamo Fiji, Papua Nuova Guinea, Tonga, Tuvalu, Vanuatu. In Asia e Medio Oriente ci sono: Bangladesh, Bhutan, Kirghizistan, Nepal, Tagikistan, Turkmenistan, mentre nelle Americhe e Caraibi: Antigua e Barbuda, Cuba, e Dominica. E, ovviamente, il Venezuela bombardato da Trump dove, il 3 gennaio scorso, il Presidente Sceriffo ha fatto rapire dai corpi speciali USA il presidente venezuelano Nicolas Maduro.

Come funziona il pagamento

I cittadini interessati ad entrare negli USA ottengono il visto dopo un colloquio con un funzionario consolare americano. L’addetto deciderà se ci sono le condizioni per l’ingresso del richiedente nel Paese.
 Se l’ingresso viene approvato, il richiedente riceverà le istruzioni per effettuare il pagamento, esclusivamente online, attraverso il portale governativo Pay.gov. Con la conferma del versamento viene stampato il visto sul passaporto.

I visti in questione con costi a quattro e cinque cifre sono applicati alle categorie affari (B-1) e turismo (B-2) per soggiorni di breve durata. La somma versata, se il businessman o il turista lasciano gli Stati Uniti entro la data prevista, viene restituita entro 6-8 settimane. Altrimenti il governo trattiene quanto versato.

Visa Bond serve?

C’è chi si chiede se il Visa Bond Pilot Program serve o è inutile. Coloro che sono a favore dicono che ferma l’immigrazione mentre chi lo critica afferma che blocca le relazioni diplomatiche con i Paesi più poveri. Ma ferma anche il turismo e gli scambi educativi e culturali e solo i ricchi avrebbero la possibilità di viaggiare negli Stati Uniti.

Tutte questioni che a The Donald probabilmente non interessano ma è una ulteriore chiusura degli USA sovranisti che aumentano l’isolamento americano con il resto del mondo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Hasbara israeliana: le crepe nella nuova arma di propaganda digitale

Speciale Per Africa ExPress
Agnese Castiglioni*
23 marzo 2026

Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, l’apparato monumentale dell’Hasbara israeliana (cioè lo sforzo strategico di comunicazione e diplomazia pubblica portato avanti dallo Stato di Israele) ha iniziato a mostrare crepe inaspettate.

La macchina comunicativa è stata travolta da inchieste sui finanziamenti e dalle denunce di influencer e aziende collaboratrici che affermano di non essere stati pagati per il lavoro svolto.

È un caso emblematico di come siano cambiate le strategie nei conflitti moderni: il concetto di “campo di battaglia” si è esteso, passando dai confini geografici tracciati dai carri armati alla trasformazione delle piattaforme digitali in asset strategici per orientare l’opinione pubblica globale.

Oltre la semplice propaganda

La parola Hasbara è un termine ebraico che si traduce letteralmente in “spiegazione”.

le crepe nell’ Hasbara israeliana – immagine creata con IA

Non si tratta di una semplice operazione di propaganda, ma di una vera e propria dottrina di diplomazia pubblica, concepita per giustificare le scelte nazionali, promuovere l’immagine del Paese come “startup nation” democratica e contrastare le campagne di boicottaggio internazionale.

Per anni, l’Hasbara si è basata sul coinvolgimento volontario di studenti e civili, trasformati in “ambasciatori online”.

Tuttavia, dal 7 ottobre, data dell’inizio della guerra a Gaza, la strategia ha subìto un’accelerazione industriale.

Sotto la guida del Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, il budget stanziato dal governo israeliano per le pubbliche relazioni globali ha raggiunto i 150 milioni di euro, una cifra venti volte superiore ai livelli del 2024.

L’influencer Xaviaer DuRousseau (270.000 follower su X) è finito al centro del dibattito per la sua partecipazione, nell’estate 2025, a una spedizione nella Striscia di Gaza organizzata dal governo israeliano. Insieme ad altri creator come Brooke Goldstein e Marwan Jaber, DuRousseau è stato invitato per documentare la gestione degli aiuti umanitari. I contenuti pubblicati dal gruppo miravano a smentire l’esistenza di una crisi alimentare e la carenza di beni di prima necessità, offrendo una narrazione in netto contrasto con i report internazionali sulla situazione palestinese.

Operazioni ad alto budget

Parte di questi fondi servirebbe a finanziare operazioni di altissimo profilo tecnologico.

Israele starebbe versando circa 1,5 milioni di dollari al mese a Brad Parscale, già guru della strategia digitale di Donald Trump.

Come emerge dai documenti depositati presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (FARA), il governo israeliano avrebbe inoltre offerto, attraverso agenzie come Bridges Partners LLC e Havas Media Group, fino a settemila dollari a influencer americani per ogni singolo post, con l’obiettivo di inondare il web di narrazioni favorevoli alla posizione israeliana.

Proprio su questo fronte, però, si stanno aprendo le prime crepe. L’ultimo colpo alla credibilità dell’apparato è arrivato tra il 5 e il 10 marzo 2026, con l’esplosione di una protesta interna che coinvolge decine di influencer, consulenti e agenzie di comunicazione.

Le accuse sono pesanti: l’ufficio del Primo Ministro e i vertici della Hasbara sono accusati di mancati pagamenti per milioni di shekel.

Molti creatori di contenuti, che avevano accettato di promuovere la linea governativa dietro compensi promessi di migliaia di dollari, denunciano oggi di essere stati abbandonati.

Quella che i critici definiscono una “tangente pubblica” per manipolare il discorso politico si sta trasformando in un boomerang legale e d’immagine.

Nonostante queste turbolenze, la visione strategica rimane ferma. Già il 18 settembre 2023, incontrando a New York attivisti, esponenti del tech e figure come Douglas Murray, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu era stato categorico: “I social media sono campi di battaglia fondamentali del nostro tempo.”

Una dichiarazione che conferma come, per lo Stato d’Israele, la narrazione digitale non sia più un accessorio diplomatico, ma un vero e proprio asset militare.

Opinione pubblica americana

Nonostante l’investimento multimilionario, i dati suggeriscono che la strategia stia faticando a fare breccia nel cuore dell’alleato più stretto: gli Stati Uniti.

Un sondaggio NYT/Siena College di settembre 2025 ha evidenziato un’inversione di tendenza storica: i contrari a ulteriori aiuti militari raggiungono il 51%, mentre tra gli under-30 la percentuale sale al 68%.

Inoltre, il 40% degli intervistati è convinto che Israele colpisca deliberatamente i civili.

Per la prima volta, il sostegno ai palestinesi (35%) ha superato numericamente quello a Israele (34%), segnando un fallimento comunicativo che nemmeno l’IA sembra in grado di arginare.

Propaganda digitale

Se l’Hasbara doveva essere lo scudo digitale di Israele, la dipendenza da influencer mercenari e algoritmi artificiali sembra averne indebolito l’anima.

Mentre i budget aumentano, l’efficacia della narrazione vacilla, ponendo le basi per una sfida fondamentale: il risveglio delle coscienze.

In un ecosistema saturo di narrazioni su commissione, questa situazione diventa un’occasione per costruire un pensiero critico, spingendo il pubblico a guardare con occhi diversi ciò che appare sugli schermi e a interrogarsi sulla reale natura di ciò che consumiamo ogni giorno.

Documentazione FARA: Il piano di Influencer Marketing del Ministero degli Affari Esteri d’Israele

Agnese Castiglioni*
agnesecastiglioni@gmail.com

*studentessa al terzo anno della triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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L’America conferma, l’Iran smentisce che Teheran abbia tentato di colpire Diego Garcia

Africa ExPress
23 marzo 2026

Gli americani confermano, gli iraniani smentiscono che l’Iran ha tentato di bombardare la base militare Diego Garcia,che si trova in mezzo all’Oceano Indiano, a 4000 chilometri dalla Repubblica Islamica. All’inizio di marzo, il premier britannico, Keir Stamer, aveva concesso agli Stati Uniti l’utilizzo dell’avamposto militare per “attacchi difensivi” contro siti missilistici iraniani.

Dopo il denunciato tentativo di colpire la base nell’arcipelago delle Chagos, Yevette Cooper, ministro degli Esteri della Gran Bretagna, ha affermato che il suo Paese continuerà a fornire sostegno difensivo contro le “minacce sconsiderate dell’Iran”. Ha però sottolineato che il governo di Londra non si lascerà trascinare in un conflitto più ampio in Medioriente.

Intanto la dinamica è ancora tutta da chiarire: se vero che siano stati lanciati questi missili, a che distanza si sono avvicinati all’isola.

Due missili iraniani

Secondo il Wall Street Journal, che cita diverse fonti ufficiali americane, Teheran avrebbe lanciato due missili balistici a medio raggio contro Diego Garcia. I vettori iraniani non hanno però colpito l’obiettivo.

Uno dei missili ha avuto un guasto in volo, mentre una nave da guerra statunitense ha lanciato un intercettore SM-3 contro l’altro, anche se non è stato possibile determinare se l’intercettazione abbia avuto successo, ha affermato il quotidiano americano.

Missili a medio raggio

Se il tentato attacco c’è stato vuol dire che la Repubblica Islamica dispone di missili balistici in grado di colpire obiettivi ben oltre i confini del Medioriente.

Ma, secondo alcuni esperti, i due fallimenti consecutivi metterebbero in discussione l’affidabilità dei sistemi iraniani a lungo raggio, nonché la loro capacità di eludere le difese antimissili occidentali.

Dopo il rapporto del Wall Street Journal, un alto funzionario iraniano ha negato ai reporter di al Jazeera di aver lanciato missili diretti a Diego Garcia. E il ministro degli Esteri, Abbas Aaraghchi, durante una intervista all’emittente americana NBC dell’8 marzo scorso, aveva dichiarato che il suo Paese ha deliberatamente imposto ai propri vettori balistici il limite di 2000 chilometri.

Muhanad Seloom, docente presso il Doha Institute for Graduate Studies, sentito dai reporter di Al Jazeera, ha però specificato che il presunto attacco iraniano “cambia i calcoli” della guerra per gli Stati Uniti. “Invertendo la traiettoria dei missili, questi potrebbero raggiungere Londra o altre città europee”, ha sottolineato il docente.

Per Washington, la base di Diego Garcia rappresenta una piattaforma praticamente indispensabile per le operazioni di sicurezza in Medioriente, Asia meridionale e Africa orientale.

Base militare Diego Garcia, in mezzo all’Oceano Indiano

Alcuni siti specializzati sostengono che tra il 25 e il 26 febbraio, prima dell’inizio dell’aggressione all’Iran, gli USA avrebbero dispiegato alcuni F-16 a Diego Garcia per proteggere la base militare da potenziali attacchi iraniani.

Base militare strategica

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole Chagos, una importante base militare che, da allora, ha svolto un ruolo essenziale nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Per poter realizzare la base, Londra ha espulso i duemila residenti delle tre isole abitate dell’arcipelago, che sono stati trasferiti alcuni alle Mauritius, altri alle Seychelles. In un cablogramma dell’epoca gli indigeni erano stati addirittura stati bollati come “qualche Tarzan e Venerdì”.

Nel 2019 la Corte Internazionale dell’Aja aveva accolto la richiesta della Repubblica delle Mauritius e aveva chiesto alla Gran Bretagna di rinunciare alle sovranità delle isole Chagos. Dopo lunghe trattative tra Port Louis e Londra, nell’ottobre 2023 i due governi avevano finalmente trovato un accordo.

Accordo con Port Louis

A maggio dello scorso anno, il Regno Unito ha siglato anche un altro trattato con le Mauritius per garantire il futuro della base militare Diego Garcia, strategicamente importante per Londra e Washington.

L’accordo prevede un contratto di locazione di 99 anni (prolungabili) per Diego Garcia, che garantirebbe il proseguimento delle attività della base come in precedenza. Il nuovo trattato costerà ai contribuenti britannici oltre cento milioni l’anno, mentre gli USA pagheranno le spese correnti della base.

Diego Garcia ospita circa duemila persone, per lo più militari americani.

Il disegno di legge per ratificare la nuova convenzione è attualmente all’esame della Camera alta del Parlamento del Regno Unito.

Trump aveva inizialmente criticato l’accordo, ma poi aveva affermato che era il “migliore” che Keir Starmer potesse ottenere.

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Dietrofront di Londra: i caccia USA possono partire anche da Diego Garcia per bombardare l’Iran

L’escalation petrolifera comincia a ritorcersi contro USA e Israele

Speciale per Africa ExPress
Fabrizio Cassinelli
21 marzo 2026

Mentre centinaia di petroliere e cargo del mondo occidentale attendono dentro e fuori dal Golfo Persico di poter attraversare lo stretto di Hormuz, USA e Israele hanno dato il via alla seconda e più grave fase dell’aggressione militare all’Iran, bombardando il più grande giacimento di gas del mondo che si trova al centro del Golfo stesso. È l’escalation che tutti si aspettavano: l’attacco totale alle risorse energetiche. Ma pare già scricchiolare.

Colpiti principali campi estrattivi iraniani

Cacciabombardieri americani e israeliani hanno bombardato tre campi estrattivi del principale giacimento di gas iraniano, South Pars, e impianti petroliferi ad Assaluyeh, la costa dalle mille torri petrolifere ad esso collegate. Immediata la risposta della Repubblica Islamica che ha esteso le sue rappresaglie missilistiche sugli impianti e i giacimenti di Arbia Saudita, Qatar ed Emirati.

Iran: Israele bombarda giacimento di gas, South Pars

Colpite le raffinerie saudite di Samref (Mar Rosso) e al Jubail, i giacimenti di gas di al Hosn negli Emirati, i centri qatarini di Mesaied e Ras Laffan (quest’ultimo, pare, raso al suolo). Immediato rialzo del prezzo del petrolio: Brent +5 per cento, prezzi alla pompa che sfondano i 2 euro.

Bombardate raffinerie israeliane

Tra giovedì e venerdì, intanto, è partita la 65ª fase dell’operazione “True Promise-4” che ha colpito raffinerie israeliane di Haifa e Ashdod in Israele, con l’uso di missili Kader potenziati. Colpire quelle raffinerie, e le pipeline verso esse che passano in Iraq, altro Paese al centro dei raid, significa bloccare tutto il sistema petrolifero israeliano, proprio quel sistema che voleva beneficiare del caos per mettersi a capo di nuove esportazioni verso l’Europa.

E il problema grosso, per Netanyahu, è che a distruggerlo del tutto, dato che è molto localizzato, si farà molto prima che a radere al suolo l’Iran e a impedirgli qualunque ulteriore azione. Non a caso, dopo questo bombardamento, il presidente Trump ha cominciato a parlare di “vittoria” e di “ridimensionamento” della missione. Siamo andati lì per la sovranità energetica, ma a situazione si sta ritorcendo proprio contro queste realtà.

Perché l’industria petrolifera ha bisogno di anni (e di investimenti miliardari, che non è detto arrivino ancora, vista l’insicurezza della regione) per ricostruire, e la “Grande Israele” ha bisogno delle sue raffinerie.

Crosetto: errore colpire impianti produzione

Come spiegato bene venerdì dal ministro della Difesa italiano Crosetto: “Il fatto di aver coinvolto gli impianti di produzione energetica da tutte e due le parti è stato un errore drammatico, perché sono danni che durano una vita, ci vorranno 3-5 anni per rimettere in piedi l’impianto del gas in Qatar”. Il Qatar peraltro divide con l’Iran il giacimento più grande del mondo, quello attaccato giovedì, appunto, dagli israeliani.

South Pars è il giacimento operativo di gas più grande del mondo. Il secondo (sempre tra quelli in piena produzione) è Ghawar, in Arabia Saudita, che sempre venerdì ha dichiarato al Wall Street Journal di aspettarsi “il prezzo del petrolio a circa 180 dollari al barile se il conflitto proseguirà fino ad aprile”.

L’inizio dell’anno persiano, giorno della più importante festa iraniana, il Nowruz, che quest’anno è caduto il 20 marzo, avviene quindi mentre la follia di questa guerra pare proseguire con enormi perdite economiche. O forse no. Qualcuno che ci abbia guadagnato pare ci sia.

USA: lauti profitti

Secondo una stima della banca di investimento Jefferies, ripresa dal Financial Times, i produttori di greggio statunitensi realizzeranno 5 miliardi di dollari in più solo mese di marzo. E se il livello medio di 100 dollari al barile resistesse per il resto dell’anno, secondo la società di ricerca Rysted, genererebbe 60 miliardi di dollari in più rispetto ai ricavi prima del conflitto.

A guadagnarci sarebbero proprio i produttori del costosissimo shale gas (gas naturale, prevalentemente metano, intrappolato in formazioni rocciose argillose poco permeabili a grande profondità, ndr) il cui prezzo di pareggio si realizza se il barile costa almeno 60-70 dollari. I principali produttori sono gli Stati Uniti, passati recentemente dall’essere la più energivora nazione del globo, al Paese principale esportatore di GNL (gas naturale liquefattoI.

Pagamenti in yuan

Ecco, insieme alla guerra per il petrodollaro – con gli iraniani che stanno facendo passare da Hormuz le petroliere che pagano il greggio in yuan, vero schiaffo ai potenti della terra – il vero motivo di tutto questo oltre agli interessi del principale alleato USA nella regione. Il settimanale britannico The Economist conferma questo scenario ricordando che circa il 13 per cento della produzione globale di GNL proviene dal Qatar, che pochi giorni fa ha sospeso la produzione.

Questo rende i Paesi europei ancora più dipendenti dalle importazioni di gas liquefatto dagli Stati Uniti, peraltro già cresciute dai 20 miliardi di metri cubi nel 2021 a 80, forse 90 miliardi di metri cubi nel 2025. Ora i prezzi saliranno aumentando di molto i profitti dei produttori USA. Solo alcuni mesi fa temevano di dover diminuire la produzione mettendo a rischio le promesse di forniture americane all’Europa.

In questa logica, l’unica che conti, ci siamo tutti dentro, anche se lasciamo a Trump il lavoro sporco. Ecco perché le condanne politiche in UE stentano ad arrivare o sono tiepide. Intanto United airlines sabato ha tagliato i voli negli USA per l’aumento dei carburanti, e i prezzi alla pompa cominciano a risalire anche negli Stati Uniti. Prima che gli americani si imbestialiscano, meglio dire di aver vinto e ritirarsi: il mercato dovrebbe aver consolidato l’aumento dei prezzi almeno per quest’anno. Missione compiuta.

Sempre che Israele lo permetta.

Fabrizio Cassinelli
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Dov’è finito l’uranio iraniano? Nessuno lo sa o tutti fanno finta di non saperlo

I droni iraniani costano una frazione delle armi statunitensi utilizzate per abbatterli

I droni iraniani costano una frazione delle armi statunitensi utilizzate per abbatterli

Dal New York Times
Farah Stockman
8 marzo 2026

Gli Stati Uniti dominano i cieli sopra l’Iran. Ma la matematica non è necessariamente dalla parte dell’America. L’Iran sta utilizzando droni a basso costo per attacchi di precisione in Medio Oriente. Gli Stati Uniti e i loro alleati dispongono di sistemi di difesa aerea in grado di intercettare la stragrande maggioranza dei missili balistici e dei droni iraniani, che sono sofisticati ma costosi.

“È sicuramente più costoso abbattere un drone che metterlo in volo”, ha affermato Arthur Erickson, amministratore delegato e cofondatore di Hylio, un produttore di droni con sede in Texas. “È una questione di soldi. Il rapporto di costo per colpo, per intercettazione, è nella migliore delle ipotesi di 10 a 1. Ma potrebbe essere più simile a 60 o 70 a 1 in termini di costo, a favore dell’Iran”.

L’Iran ha lanciato più di 2.000 droni a senso unico da quando gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccarlo, e alcuni hanno raggiunto i loro obiettivi, nonostante i sistemi di difesa aerea da miliardi di dollari. È un problema incombente, non solo in Medio Oriente, ma ovunque. In un mondo in cui i droni d’attacco sono economici e difendersi da essi è costoso, il conto potrebbe diventare insostenibile nel tempo.

Cosa rende i droni iraniani così efficaci?

I droni Shahed iraniani sono munizioni vaganti a forma di triangolo, lunghe circa 3,3 metri, che rombano come tosaerba e trasportano un carico esplosivo nella parte anteriore che detona quando si schiantano contro i loro obiettivi. Sono abbastanza piccoli da poter essere lanciati dal retro di un camion, il che li rende relativamente facili da nascondere e difficili da individuare.

La versione a lungo raggio del drone Shahed, nota come 136, può percorrere circa 1.900 chilometri, il che la rende in grado di raggiungere obiettivi in tutto il Medio Oriente, secondo Stacie Pettyjohn, senior fellow e direttrice del programma di difesa presso il Center for a New American Security, un think tank di Washington.

Quanto costano i droni iraniani?

Costruiti con componenti elettronici disponibili in commercio, ogni Shahed costa dai 20.000 ai 50.000 dollari, a seconda del modello, ha affermato la signora Pettyjohn.

La Russia produce in serie una versione dello Shahed da utilizzare contro l’Ucraina. L’Iran potrebbe averne fabbricati molte migliaia.

Quanto costa neutralizzare i droni iraniani?

Il sistema di difesa aerea Patriot, considerato il gold standard nella difesa missilistica, utilizza intercettori che possono costare più di 3 milioni di dollari per colpo e sono disponibili in quantità limitata. Ad esempio, Lockheed Martin ha consegnato solo 620 intercettori PAC-3 nel 2025, battendo il record di produzione.

“Abbiamo portato avanti tutti i sistemi di difesa contro gli UAV, senza badare a spese”, ha dichiarato mercoledì il segretario alla Difesa Pete Hegseth in una conferenza stampa, riconoscendo la matematica punitiva che sta dietro al successo dell’intercettazione.

Esistono modi meno costosi per contrastare gli attacchi dell’Iran?

L’esercito americano utilizza anche forme meno costose di tecnologia anti-drone. Il sistema Raytheon Coyote, che lancia droni che cacciano e distruggono altri droni, ha un costo stimato di 126.500 dollari per intercettore, secondo un rapporto del Center for a New American Security. È molto meno costoso di un PAC-3, ma comunque diverse volte più costoso di uno Shahed.

“Stanno cercando di utilizzare il proiettile più economico possibile per svolgere il compito che devono svolgere”, ha affermato Riki Ellison, presidente e fondatore della Missile Defense Advocacy Alliance, riferendosi all’esercito americano.

February 11, 2026, Tehran, Tehran, Iran: A Shahed 136 kamikaze drone is displayed during an annual rally marking the 1979 Islamic Revolution at Azadi Square in Tehran, Iran, Wednesday, Feb. 11, 2026. (Credit Image: © Sobhan Farajvan/Pacific Press via ZUMA Press Wire)

Esistono numerosi altri sistemi in grado di disorientare o disattivare i droni, tra cui apparecchiature che disturbano le frequenze radio che controllano i sistemi di navigazione e quelle che utilizzano microonde o laser per disattivare i droni o farli deviare dalla rotta. Tali sistemi anti-drone sono molto più economici degli intercettori, ma hanno un track record di successo altalenante o sono estremamente dirompenti per la vita civile.

In Ucraina, le tattiche anti-drone devono essere costantemente aggiornate per stare al passo con i cambiamenti nel modo in cui i droni russi attaccano. Gli ucraini hanno persino utilizzato soluzioni low-tech come reti da pesca e fucili per abbattere i droni che volano a bassa quota. Ma tali soluzioni sono difficili da implementare in modo affidabile su larga scala.

Gli Stati Uniti non hanno i propri droni?

L’esercito americano ha investito molto per anni in sistemi senza pilota grandi e sofisticati come i droni Predator, ma ha faticato a produrre i sistemi a basso costo e usa e getta che hanno dominato la guerra in Ucraina.

Negli ultimi mesi, il Dipartimento della Difesa ha cercato di avviare la produzione di tali droni assegnando contratti per un valore di 1,1 miliardi di dollari nei prossimi due anni in quattro fasi. Venticinque aziende, tra cui alcune ucraine, sono in competizione per una fetta di 150 milioni di dollari di finanziamenti. I vincitori dovranno consegnare i droni entro pochi mesi anziché anni.

I leader americani hanno annunciato di aver decodificato un drone Shahed iraniano catturato e di stare utilizzando una versione modificata di esso nell’attuale conflitto, un riconoscimento dell’ingegnosità degli iraniani che lo hanno sviluppato nonostante gli embarghi economici che limitavano le loro importazioni. La versione americana, chiamata LUCAS, acronimo di Low-cost Unmanned Combat Attack System (Sistema di attacco da combattimento senza pilota a basso costo), è costruita dalla SpektreWorks con sede in Arizona. L’azienda non ha risposto a un’e-mail in cui si chiedeva un commento.

Quanto dureranno gli intercettori americani?

Si è molto speculato sul fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero esaurire gli intercettori necessari per difendere la regione dai missili e dai droni iraniani, in parte alimentato dal fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati non sono mai stati in grado di fornire all’Ucraina un numero sufficiente di intercettori per respingere ogni attacco russo.

Un rapporto pubblicato a dicembre dal Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington, tiene traccia dei dati pubblici sugli acquisti militari e suggerisce che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno acquistato un numero relativamente esiguo di intercettori – centinaia, non migliaia – il che suggerisce uno squilibrio tra le esigenze in un conflitto caldo e l’offerta disponibile. Sebbene il Dipartimento della Difesa abbia recentemente firmato contratti per aumentare gli acquisti, ci vorranno anni prima che le fabbriche riescano a soddisfare l’aumento della domanda.

Mercoledì, il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, ha riconosciuto la preoccupazione, ma ha assicurato ai giornalisti che il Paese ne ha a sufficienza. “Abbiamo munizioni di precisione sufficienti per il compito da svolgere, sia in attacco che in difesa”, ha detto. “Ma voglio dirvi, colleghi, che per motivi pratici non voglio parlare di quantità”.

Farah Stockman*
*Farah Stockman è una giornalista economica del Times che scrive di produzione manifatturiera e delle politiche governative che influenzano le aziende che producono beni negli Stati Uniti.

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La Coppa d’Africa, come la secchia rapita

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
20 marzo 2026

“Volete la Coppa d’Africa? Venite a prendervela in Senegal!”

E’ la sfida irridente verso il Marocco di Moussa Niakhatè, 30 anni, senegalese con cittadinanza francese, difensore della nazionale calcistica di Dakar e della squadra transalpina Olympique Lione.

Coppa d’Africa

“Ma intanto chi se la tiene, fisicamente, questa Coppa? La squadra che la ha vinta sul campo, o quella che, ufficialmente, è adesso detentrice del trofeo?” domanda, tra il serio e il faceto, Augustin Senghor. 60 anni, importante dirigente del football senegalese.

Ci sarà anche in Africa, dopo 7 secoli, la ripetizione della battaglia di Zappolino, ora frazione del Comune di Valsamoggia (Bologna)?

Battaglia tra bolognesi e modenesi

Il 15 novembre 1325, soldati bolognesi e modenesi “scalzi e in ciabatte, chi brandendo una padella, chi lance, ronche e rampiconi, giavellotti e spiedi e tagliaricotte, chi la pestarola di salsicce, chi con un secchio in testa al posto dell’elmo” si scontrarono per il possesso di una “vil secchia di legno”.

Una assurda e sanguinosa battaglia (nella realtà) immortalata, nel 1622, nella letteratura dalla opera eroicomica secchia rapita (dai modenesi ai bolognesi) da Alessandro Tassoni. Nella vicenda pallonara, tutta africana, che coinvolge Marocco-Senegal, di eroico c’è poco o nulla, di comico, anzi di farsesco, quanto basta.

Revoca vittoria del Senegal

Martedì 17 marzo scorso, la Commissione d’Appello della Caf (Confederation africain de football) ha revocato al Senegal la vittoria dell’ultima Coppa d’Africa, contro il Marocco. Come gli appassionati di calcio difficilmente dimenticheranno, il 18 gennaio i Leoni della Taranga (soprannome della rappresentativa senegalese) sconfissero i Leoni dell’Atlante ( marocchini) nel “Prince Moulay Abdallah Stadium” di Rabat.

Non fu un fine di partita normale, ma drammatico o ridicolo, a seconda dei punti di vista. Al 92o minuto l’arbitro congolese, Jean Jaques Ngambo Ndala annullò un gol regolare del senegalese Sarr e 4 minuti dopo fischiò un rigore in favore del Marocco.

Fine partita discutibile

Decisione discutibilissima, a tal punto che l’allenatore del Senegal, Pape Thiaw, 45 anni, spinse i suoi uomini a lasciare il campo per protesta. Una parte andò via, un’altra si fermò sul terreno. Ci vollero almeno 15 minuti perché il re dei Leoni della Taranga, leader riconosciuto, Sadio Manè, 33 anni, convincesse i compagni a rientrare e a giocare.

Giocarono e vinsero. Con profondissimo lutto nel regno di Muhammad VI.

In realtà il giudice di gara , secondo gli esperti, avrebbe dovuto applicare l’articolo 82 e 84 del regolamento della Coppa d’Africa, secondo i quali viene dichiarato perdente per 3-0 chi abbandona il terreno di gioco.

Avrebbe dovuto sancire la sconfitta del Senegal. Invece non lo fece. E Sadio Manè alzò la Coppa, ora considerata rapita dai marocchini, che reclamarono ma non ottennero soddisfazione dalla Commissione disciplinare della CAF.

Applicazione regolamento

L’hanno avuta ora dal Comitato d’Appello della Caf, che ha preteso di applicare quanto previsto dagli articoli 82 e 84. Dimenticando che in mezzo c’è l’articolo 83 che così suona: “La squadra che non si presenta in campo con la divisa da gioco all’orario d’inizio previsto o al massimo entro 15 minuti , perderà la partita a tavolino. L’arbitro è tenuto a registrare l’assenza della squadra e riportarla nel proprio referto. Il caso verrà sottoposto al comitato organizzatore che prenderà la decisione finale”.

Ma se il signor arbitro non ha ratificato il comportamento non regolamentare dei Leoni della Taranga perché questi vengono ora privati del loro scettro? Il Marocco si è trovato spiazzato e ha reagito in modo quasi imbarazzato: “La Federazione nordafricana ha specificato che il suo approccio non era mai stato inteso a contestare la prestazione sportiva delle squadre coinvolte in questa competizione , ma unicamente a richiedere l’applicazione regolamento della competizione”. Puro linguaggio politichese, o pilatesco, un modo elegante di lavarsene mani e piedi, dopo che, però, la Federazione Reale Marocchina aveva fatto ricorso!

Invito alla calma

Intanto l’ambasciata marocchina a Dakar ha consigliato ai suoi connazionali presenti in Senegal di non esagerare con i festeggiamenti, di mantenere un profilo basso. Anche perché sono riemerse tutte le ombre sul particolare rapporto esistente fra il Marocco e Gianni Infantino, massimo responsabile del calcio mondiale.

Durissime e beffarde le reazioni senegalesi. Il quotidiano Soleil ha definito il verdetto del Caf “La blague du siècle!” barzelletta del secolo, ndr). I calciatori hanno utilizzato i social per schernire la stravolgente sentenza.

CAF toglie il titolo al Senegal

Il centrocampista del Rayo Vallecano di Madrid, Pathé Ciss,32 anni, si è espresso sua Instagram con una serie di emoji che ridono e una foto di lui che abbraccia la Coppa. Con la scritta “potete aggiungere 3 gol a favore dei piagnucoloni”.

E Sadio Manè ha postato: “Il mondo sa chi sono i veri campioni”.

Si sono mosse anche le istituzioni della Repubblica. Il capo dello Stato, Bassirou Diomaye Diakhar Faye, 46 anni, “ha chiesto al governo di fare ricorso in collaborazione con la Federazione Senegalese del calcio davanti al Tribunale dello Sport” (che ha sede a Losanna). Il governo si è mosso subito.

In un comunicato ufficiale il 18 marzo, ha parlato di tentativo ingiustificato di espropriazione, ha espresso la sua costernazione per una decisione inedita, di gravità eccezionale che va contro i principi fondamentali dell’etica sportiva. Ed esprime la sua solidarietà verso i senegalesi ancora detenuti in Marocco in seguito a incidenti verificatisi sugli spalti

Già, perché fra il pubblico e anche in campo, era successo il pandemonio. Tanto per ricordare: il giocatore magrebino Ismael Saibari, 25 anni, e i raccattapalle avevano in tutti i modi tentato di non far arrivare l’asciugamano al portiere del Senegal, Edouard Mendy, 34 anni.

A Saibari erano state inflitte tre giornate di squalifica, gli sono state ridotte a due. E cancellata la multa di 100mila dollari.

Relazioni tra Senegal e Marocco

Quanto basta – come ha scritto il giornale senegalese Quotidien “: Questa decisione rischia di avere un impatto duraturo sulle relazioni tra le due principali nazioni calcistiche africane”.

E comunque, affinché non ci fossero dubbi, Abdoulaye Seydou Sow, 55 anni, segretario generale della federazione senegalese del football, ha annunciato: ”Non ci tireremo indietro, la legge è dalla nostra parte. Questa decisione è una vergogna per tutta l’Africa, una farsa che non poggia su alcuna base giuridica. Abbiamo avuto l’impressione che la commissione non fosse lì per applicare le legge, ma per eseguire un ordine”.

Lo scontro continua e rischia di essere meno divertente della battaglia di Zappolino cantata dal Tassoni. Lì almeno si scontravano anche con ferri avvelenati, agli porri e cipollette, si assaltavano bastioni pieni di maccheroni, biscotti e vino, si saccheggiavano asini carichi di salumi. Guidati dall’eroe modenese, il conte di Culagna.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Il Senegal è (per ora) il Leone del calcio africano

Il Ruanda alla guerra anti-jihadista: “Lasciamo il Mozambico, se non ci paga”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 marzo 2026

“Non è che ‘il Ruanda potrebbe ritirarsi’, ma che ‘il Ruanda si ritirerà’. Le sue truppe se ne andranno dal Mozambico se non verrà garantito un finanziamento sostenibile per le sue operazioni antiterrorismo a Cabo Delgado”. 

Questo è il messaggio, postato su X il 14 marzo, da Olivier Nduhungirehe, ministro degli Esteri ruandese, che ha risposto alle domande dell’Agenzia Reuters.

Ruanda
Militari ruandesi in azione

Sacrificio estremo

“Non abbiamo speso centinaia di milioni di dollari e i nostri soldati non hanno pagato il sacrificio estremo per stabilizzare questa regione e consentire agli sfollati di rientrare a casa, ai bambini di tornare a scuola, alle imprese di riaprire, e ai mega-investimenti nel GNL (gas naturale liquefatto, ndr) di riprendere, per poi vedere i nostri valorosi soldati costantemente messi in discussione, diffamati, criticati, incolpati o sanzionati proprio dai Paesi che traggono grande beneficio dal nostro intervento in Mozambico”, protesta Nduhungirehe.

“In effetti, siamo pronti a lasciare il Mozambico se il nostro lavoro e i nostri risultati non vengono apprezzati”. Un vero e proprio out-out a Mozambico, Francia e Unione Europea che tradotto suona così: “Se non ci pagate ce ne andiamo”.

Lunga disputa

La disputa tra Maputo e Kigali sul mancato pagamento delle truppe ruandesi presenti dal 2021, risale almeno all’agosto 2024. Ma il problema è venuto alla luce nel giugno scorso

Quaranta milioni da UE

Per il dispiegamento della Rwanda Defence Force (RDF), l’Unione Europea, attraverso il programma European Facility for Peace aveva contribuito finanziariamente. Quaranta milioni di euro, due tranche di 20 milioni ognuna nel 2022 e poi rinnovata nel 2024.

Quest’ultima scade a maggio prossimo e, al momento, non ci sono conferme di rinnovo.
 Fino a giugno scorso le operazioni militari anti-jihadiste dei 4.500 soldati ruandesi a Cabo Delgado costavano tra: 1,75 e 3,5 milioni di euro mensili.

Secondo Yolande Makolo, portavoce del governo di Kigali la spesa era “almeno 10 volte superiore” ai 40 milioni stanziati dall’UE.

A Cabo Delgado, soprattutto nella penisola di Afungi dove opera TotalEnergies, la RDF è l’unica forza militare che riesce a proteggere i giacimenti di gas.

Nemmeno la missione militare (SAMIM) della Comunità dei Paesi dell’Africa meridionale (SADC) è riuscita a fermare i jihadisti di IS-Mozambico (ISM), affiliati all’ISIS.

La SAMIM, iniziata nel giugno 2021 ha chiuso per mancanza di fondi nel giugno 2024.
Fino ad oggi l’esercito mozambicano (FADM) non è stato all’altezza né di difendere la popolazione da IS-Mozambico, né i cantieri della multinazionale francese. Anzi è stato accusato più volte di violenza contro i civili.

Se RDF si ritira

Il progetto TotalEnergies di Afungi ha un investimento di 20 miliardi di dollari (oltre 18 miliardi di euro). Dopo il ritiro RDF, l’area di Palma, capitale del gas attaccata dai jihadisti nel 2020, rimarrebbe senza protezione. Total potrebbe dichiarare per la seconda volta, dal 2020 la “forza maggiore” e chiudere i cantieri.

Visti i problemi di sicurezza irrisolti a Cabo Delgado riguardo al progetto Afungi, nel dicembre 2025, Olanda e Regno Unito si sono ritirati.

Mappa della penisola di Afungi
Mappa della penisola di Afungi, Mozambico (Courtesy GoogleMaps)

La produzione di GNL, prevista per il 2029, slitterebbe ulteriormente aggravando i costi già cresciuti di 4,5 miliardi di dollari. 

Un enorme problema per il Mozambico che attualmente si trova in una grossa crisi economica, causata dello scandalo dei “debiti occulti” e dai disordini causati dal brogli elettorali dello scorso anno.

Le FADM senza le Forze ruandesi sono inefficienti e un enorme giacimento di GNL diventerebbe inutilizzabile a causa della violenza jihadista. ISM, nonostante sia ridimenzionato, continua ad attaccare i villaggi indifesi e truppe FADM. Intanto, a causa del conflitto USA/Israele che hanno attaccato l’Iran, Europa – e l’Italia – hanno estremo bisogno di GNL.

La maggior parte del gas estratto off-shore da ENI al largo di Palma finisce soprattutto in Cina, India e Giappone. Ma con il progetto Coral North, già avviato dalla multinazionale energetica italiana, dal 2028 la produzione di GNL sarà raddoppiata

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Mozambico, aumentano gli attacchi jihadisti a Cabo Delgado. E Maputo non paga il conto per truppe ruandesi

Regno Unito e Olanda escono dal progetto super-miliardario del gas di TotalEnergies in Mozambico

Cabo Delgado, soldati mozambicani freddano donna: dopo le bastonate, mitragliata 36 volte

Mazzette per 1,9 miliardi di euro in Mozambico, 12 anni al figlio dell’ex presidente e a due capi dello spionaggio

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti