I janjawid in Sudan obbediscono all’Europa e terrorizzano i civili ai confini con l’Eritrea

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 marzo 2018

Gli abitanti e i leader dello Stato di Kassala, in Sudan, sono stanchi della presenza dei miliziani della Rapid Support Forces (il nuovo nome dato ai janjawid), e hanno chiesto nuovamente al governo che vengano ritirati quanto prima. L’ennesima richiesta è stata inoltrata a Khartoum dopo l’arrivo nell’omonimo capoluogo di Mohamed Hamdan ‘Hemeti’, comandante delle RSF, per un’ispezione.

Abdallah Musa, un capo civile della zona, ha raccontato ai reporter di Radio Dabanga, un’emittente ben informata che trasmette dell’Europa, che dal momento del loro arrivo, i paramilitari hanno iniziato ad ammazzare residenti durante attacchi contro le comunità locali. “Sono l’incubo della nostra gente, provocano il panico in ogni dove, con il pretesto di coinvolgimenti in traffici illeciti e tratta di esseri umani”, ha dichiarato Abdallah.

Oltre ai temibili janjawid, dai primi di febbraio è presente a Kassala anche un contingente della riserva delle forze centrali di polizia.

Truppe paramilitari RSF a Kassala, Sudan
Truppe paramilitari RSF a Kassala, Sudan

Alla fine dello scorso anno le truppe sudanesi hanno liberato novantacinque profughi, vittime dei trafficanti di esseri umani, in prossimità del confine con l’Eritrea. La nazionalità delle persone liberate non è stata resa nota e non è stato comunicato dove siano state portate. Subito dopo quest’episodio, Omar al Bashir, presidente del Sudan, ha imposto lo stato d’emergenza nel North Kordofan e nello Stato di Kassala dove, pochi giorni dopo, il governatore ha ordinato anche la chiusura della frontiera con l’ex colonia italiana.

Al Bashir non ha tardato ad inviare nella zona di confine le truppe paramilitari governative del Rapid Support Forces, nome ufficiale dei janjaweed, diventati famosi per le atrocità commesse in Darfur. Il loro nome, janjaweed appunto, è un termine conato ad hoc e vuol dire più o meno diavoli a cavallo che bruciano i villaggi, stuprano le donne, uccidono gli uomini e rapiscono i bambini per renderli schiavi. Insomma, sono criminali, utilizzati da al-Bashir per respingere il flusso migratorio verso la Libia, grazie ad accordi firmati con l’Unione Europea. https://www.africa-express.info/2016/09/05/sudan-nella-guerra-contro-i-migranti-litalia-finanzia-e-aiuta-i-janjaweed/ e https://www.africa-express.info/2017/11/02/sudan-per-bloccare-migranti-leuropa-continua-finanziare-criminali-janjaweed/.

Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir
Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir

Ufficialmente lo stato d’emergenza e la chiusura della frontiera sarebbero stati imposti in seguito al ritrovamento di armi illecite e per combattere il traffico umano e di droga, motivo per il quale dallo scorso settembre Khartoum aveva già deciso di chiudere gli attraversamenti di confine con Libia, Sud Sudan e Ciad.

All’inizio di marzo il portavoce delle RSF, Abdul-Rahman Al-Gaali, ha annunciato l’arresto di Suleiman Marjan, ribelle del Darfur, perché avrebbe reclutato giovani e minori in Libia per il Justice and Equality Movement, un fronte politico e militare.

Già nel dicembre 2017 un gruppo di esperti indipendenti dell’ONU aveva fatto il nome di Marjan e altri ribelli del Darfur perché coinvolti nel traffico di esseri umani verso la Libia. Infatti il distretto di Malha, remota area del Nord Darfur, è uno dei punti di raccolta di migranti che intendono poi procedere  verso l’oasi di Kufra in Libia. E’ questa da anni la rotta tradizionale tra Khartum e le città libiche della costa.

L’incontro trimestrale dei responsabili per il controllo dei confini tra Sudan ed Etiopia si è svolto una decina di giorni fa a Kassala. Mahmoud Babiker Himad, dell’esercito sudanese e Michael Garma, di quello etiopico hanno discusso in particolare sulla messa in sicurezza delle frontiere dal contrabbando di armi e droghe e dalla tratta di esseri umani. Entrambi hanno fatto un appello ai residenti delle zone perché forniscano informazioni utili per poter contrastare tali traffici.

56488bc6c2966Nel 2009 Sudan ed Etiopia avevano firmato un protocollo militare della durata di tre anni per la messa in sicurezza del loro comune confine. Nel 2017 la commissione bilaterale ha sviluppato un nuovo piano di collaborazione quinquennale, seguendo il protocollo militare del 2009. Nell’ottobre 2017 i due Paesi hanno sottoscritto anche un Memoranum of Understanding per migliorare la cooperazione militare e della polizia  per contrastare il terrorismo. Mentre nel marzo 2016 il Sudan aveva proposto addirittura un’unità di frontiera comune.

Dopo le inaspettate dimissioni del primo ministro dell’Etiopia, Hailemariam Desalegn, a metà febbraio, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza in tutto il territorio nazionale (https://www.africa-express.info/2018/02/17/etiopia-stato-di-emergenza-dopo-le-dimissioni-del-primo-ministro/) e (https://www.africa-express.info/2018/02/15/dissensi-seno-al-governo-etiopia-si-dimette-il-primo-ministro-desalegn/), che ha causato molte proteste in diverse regioni del Paese. Dopo un raid delle forze dell’ordine per cercare componenti dell’Oromo Liberation Front, sarebbero stati uccisi “per errore”, secondo il governo, nove civili.  In seguito a questo grave fatto migliaia di persone si sono rifugiate nel vicino Kenya, ma, stando alle dichiarazione di Addis Ababa, molti sarebbero già ritornati in patria.

Malgrado la liberazione di migliaia di prigionieri politici e trattative in atto per le riforme, il clima è  teso e più incerto che mai. Si teme che qualsiasi misura prenda ora il governo di Addis Ababa per sopprimere il caos, possa sfociare in nuove violenze e causare altri morti. Dunque Sudan ed Etiopia sono ora più che mai interessati a controllare attentamente i loro comuni confini, per arginare il flusso migratorio verso le coste libiche e l’Europa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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Corrispondente dall'Africa, dove ho visitato quasi tutti i Paesi