Sidi Mohammed ould Hamid un pericolosissimo capo terrorista ricercato da tempo è stato arrestato dalla polizia nel centro del Mali. L’attività di Sidi Mohammed ould Hamid era concentrata soprattutto nel centro del Paese, tra Douentza e Niafunké.
A Hamid si attribuiscono: il sequestro del vice prefetto di Hombori, Zaouder Touré, avvenuto vicino Douentza lo scorso 25 aprile. Le altre due persone che viaggiavano in macchina con Touré, erano state malmenate e poi liberate; il tentativo di rapimento del capo della brigata di Doentza; l’agguato, per fortuna sventato, al governatore di Timbuctu e alla sua delegazione nel 2017.
Sidi Mohammed ould Hamid
Hamid è stato fermato a Bamako, la capitale del Mali, dove si trovava per prendere contatto con delle cellule dormenti del gruppo terrorista.
La cattura del terrorista è stata possibile grazie alla collaborazione dei servizi burkinabé e francesi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 giugno 2018
Il trattato di Algeri, siglato nel dicembre del 2000 tra l’Eritrea e l’Etiopia ha messo fine al conflitto di confine tra i due Stati, ma entrambi i Paesi continuano ad essere sul piede di guerra. Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, che è stato insediato solo due mesi fa, sta cercando di aprire nuovi dialoghi con Isaias Afworki, per porre fine una volta per tutte alle ostilità.
Forte del fatto che tra Asmara e Riad intercorrono ottimi rapporti, Abiy, durante una sua recente visita in Arabia Saudita, ha chiesto aiuto al principe ereditario, Mohammed bin Salman, come è stato riferito dal giornale online etiopico Aigaforum.com. Il primo ministro di Addis Ababa ha precisato, rivolgendosi al principe ereditario, che in rispetto al trattato di Algeri, le parti possono ridiscutere la questione.
Truppe eritree
Afeworki non ha risposto alla telefonata di Mohamed bin Salman, e finora non è giunta nessuna chiamata in Arabia Saudita dal regime eritreo. Sempre che la notizia sia vera, è una procedura inusuale per riallacciare i rapporti con un nemico. Una tale istanza richiede la mediazione degli organi internazionali preposti, in tal modo si ha anche la certezza di ottenere un responso, visto e considerato che il trattato di Algeri, secondo la lettura di Isais, è definitivo e vincolante.
Al di là di questa formalità, bisogna chiedersi se il regime di Asmara sia veramente interessato ad una pace effettiva con la vicina Etiopia. Isaias giustifica la militarizzazione dell’ex colonia con le continue ostilità alle frontiere, che si verificano regolarmente tra le due parti in causa.
Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea
Con la fine della guerra di indipendenza con l’Etiopia nel 1991, Isaias diventa presidente provvisorio. Nel 1993 con un referendum sotto l’egidia dell’ONU, il popolo eritreo si esprime in favore dell’indipenza e il leader viene riconfermato fino alle promesse elezioni, che a tutt’oggi non si sono mai svolte, perchè la legge elettorale non è mai stata approvata, tanto meno la Costituzione.
Nel maggio 1998 l’Eritrea ritorna in guerra con l’Etiopia – che non ha accessi al mare – per questioni di confine a Badme. Il conflitto termina con il trattato di Algeri. In seguito la commissione per i confini assegna Badme all’Eritrea, mentre modifica ile frontiere a vantaggio territoriale dell’Etiopia
. Il rappresentante eritreo durante i negoziati di Algeri fu l’allora ministro degli Esteri, Haile Woldetensae, detto Duro, sbattuto poi in galera dal dittatore insieme ad altri dissidenti nel 2001 – inizio della vera repressione – dove è morto cieco e gravemente ammalato qualche mese fa.
Abiy Ahmed, presidente dell’Etiopia
Dal 2001 in poi Isais applica severamente le regole del fascismo ed il Paese è chiuso in un’autarchia che getta la popolazione nella miseria più nera, perchè una società totalmente militarizzata non produce nulla, solo schiavi. A partire dal 1998 mai nessuno ha potuto lasciare volontariamente le caserme, il servizio militare o quello civile e ai disertori si spara a vista.
Oltre alle violazioni dei diritti civili e umani all’interno dell’Eritrea, i rifugiati che fuggono dalla dittatura intollerante e disumana che governa la loro nazione, sono vessati non solo da una tassa giudicata in molti Paesi illegale, ma devono anche ammettere di aver sbagliato e dichiarare solennemente di accettare con sottomissione la punizione che il governo deciderà di infligger loro. Sembra di essere tornati ai tempi dell’Inquisizione dove il condannato per eresia veniva messo al rogo, senza nessuna pietà e nel nome di Dio. Il regime continua a opprimere e maltrattare i suoi cittadini al di fuori dei suoi confini, e per questo motivi all’inizio di quest’anno, i Paesi Bassi hanno dichiarato il rappresentante diplomatico di Asmara persona non grata.
Poco più di una settimana fa, alcuni leader religiosi, in rappresentanza di cristiani e musulmani eritrei, hanno spiegato davanti a membri della Camera dei Lord come molti credenti siano continuamente perseguitati per la loro fede. Arresti extragiudiziali anche per motivi religiosi sono ancora all’ordine del giono, basti pensare a Hajji Musa Mohamed Nur, imprigionato lo scorso ottobre perché si era rifiutato di chiudere la scuola privata islamica di Asmara. Nur, malgrado la sua età, era detenuto nella quinta stazione di polizia della capitale, dove è morto tre mesi or sono. David Alton, organizzatore dell’evento al Parlamento londinese, ha invitato il suo governo a prendere i necessari provvedimenti affinchè vengano rispettati diritti umani: “Negare la libertà di religione è una violazione contro l’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, ha precisato Alton.
La comunità internazionale dovrebbe cogliere come una grande opportunità l’apertura dell’Etiopia verso il suo nemico storico ed intervenire con una mediazione reale per mettere un punto finale a questo conflitto mai risolto. Finchè la questione dei confini tra le due nazioni, non sarà risolta in modo definitivo, il tiranno di Asmara persisterà nella sua politica di repressione e non cesserà di violare con prepotenza i diritti del suo popolo.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 2 giugno 2018
Il governo del Kenya ha deciso di usare il pugno di ferro, contro gli espatriati che svolgono attività nel Paese senza un regolare permesso di lavoro e senza adempiere agli obblighi normativi e fiscali previsti dalla legge. La decisione appare più che motivata giacché gli stranieri che lavorano legittimamente in Kenya – e sono registrati come tali presso l’autorità dell’immigrazione – sono solo trentaquattromila, mentre, stando a quanto risulta al direttore dell’Immigrazione, Fred Mathiang’i, i lavoratori illegali ammonterebbero a oltre centomila e forse si tratta di un numero sottostimato.
Questo stato di cose è del resto ben noto al grande pubblico e risulta possibile anche grazie alla connivenza di funzionari corrotti, staccati presso i vari uffici periferici del dipartimento in questione. Quasi tutti i settori imprenditoriali sembrano essere in varia misura affetti da questa elusione delle norme di legge, tra i molti primeggiano le attività turistico-alberghiere: il personale dei tour operator, gli animatori, gli addetti alle attività escursionistiche, gli esercizi per la ristorazione, i fornitori di alloggio e bed & breakfast in strutture private e prive di adeguate licenze per operare.
Cittadini stranieri al loro ingresso in Kenya
E’ fuor di dubbio che queste attività illegali, che si sottraggono al pagamento degli oneri previsti e possono quindi offrire prestazioni a basso costo, creano grave nocumento alle imprese che agiscono nel pieno rispetto della legge, ottengono le previste autorizzazioni e pagano le tasse sui proventi di fine esercizio, ma anche in queste aree della trasgressione emergono le immancabili incoerenze della classe dirigente del paese.
Basterebbe, infatti, un periodico monitoraggio dei vari social network in cui si offrono alloggi vacanze in Kenya, per scoprire centinaia di strutture private che si dedicano a tale attività, mentre chi le gestisce, non dispone d’altro che di un semplice visto turistico, senza licenze, senza rendiconto degli incassi, senza sottostare alle previste norme di sicurezza. Perché i funzionari dell’immigrazione, quelli delle autorità distrettuali e quelli della protezione ambientale (NEMA), non utilizzano questo semplice strumento per combattere il lavoro illegale e individuare chi lo pratica?
A questa domanda e nonostante le numerose sollecitazioni promosse da chi subisce la concorrenza sleale degli irregolari, il governo keniano non ha mai dato risposta. Ciò che ha invece fatto è stato di promulgare norme draconiane che andranno soprattutto ad affliggere proprio chi ha da tempo rispettato la legge, mettendosi in regola e ottenendo il previsto permesso di lavoro per operare in serenità e senza ricorrere ai sotterfugi di rito in un Paese in cui sono spesso vessati coloro che adempiono i propri doveri, più di quelli che sono usi a trasgredirli.
La Nyayo House di Nairobi, sede del dipartimento per l’immigrazione
Lo scorso venerdì, Matiang’i ha annunciato che tutti i detentori di un permesso di lavoro (quindi quelli che sono già in regola) dovranno, entro sessanta giorni, recarsi presso la sede centrale dell’immigration a Nairobi, per presentare i documenti che attestano il loro diritto a lavorare in Kenya. Se questo diritto sarà accertato, verrà loro rilasciato un permesso elettronico da esibire alle autorità che ne faranno richiesta. Ciò significa che chi opera in zone lontane dalla capitale, dovrà recarsi a Nairobi due volte: una per fornire la prova del proprio diritto e l’altra per ritirare il documento elettronico.
Trascorsi questi sessanta giorni in cui chi è in regola sarà confermato nel proprio diritto e chi non lo è potrà fare domanda per ottenerlo, si scatenerà, in tutto il territorio nazionale, la caccia all’illegale che, afferma Matiang’i, sarà arrestato, processato e quindi espulso dal paese senza appello. Annuncio, questo, che suona ingenuo e patetico. Si pensa davveo che i clandestini si presenteranno spontaneamente alla forca per denunciare il proprio status illegale? Davvero difficile crederlo, ma a quanto pare non così difficile per i solerti funzionari dell’immigration.
Il direttore del dipartimento per l’immigrazione Fred Matiang’i
Quindi coloro che dovranno assoggettarsi al doppio pellegrinaggio verso il santuario dell’Immigration, saranno solo i poveretti che hanno adempiuto i propri doveri. Perché punirli imponendo loro perdite di tempo e intuibili costi di trasferta quando esistono uffici periferici che potrebbero farsi carico di acquisire la documentazione richiesta e inviarla alla sede centrale affinché la verifichi? La risposta è intuibile: perché non ci si fida dell’incorruttibilità dei funzionari decentrati presso gli uffici territoriali. Ma se così stanno le cose, chi si farà carico, trascorso l’ultimatum dei sessanta giorni, di dare la caccia agli illegali sul territorio nazionale? Non saranno gli stessi funzionari sfiduciati? E allora tutto si risolverà nell’eterna pantomina in cui a fronte delle sempre più roboanti dichiarazioni, l’andazzo continuerà come al solito con buona pace dei trasgressori e di chi dovrebbe smascherarli.
Del resto, i covi della corruzione non son solo gli uffici decentrati, anzi questi impongono, tutto sommato, “tariffe” più ragionevoli di quelle praticate nel palazzo. Lo sanno bene coloro che, pur in possesso dei requisiti previsti dalla nuova costituzione per ottenere la cittadinanza, si sono sentiti richiedere, proprio dagli alti funzionari del palazzo, somme di “favore” che raggiungono anche i diecimila euro, pur se la tariffa ufficiale, che varia secondo le caratteristiche del richiedente, può essere inferiore ai duecentosessanta euro. In sostanza è proprio l’imperante corruzione del sistema che finisce sempre per castigare la probità e favorire la trasgressione.
Abolita in Burkina Faso la pena di morte. Lo ha deciso l’Assemblea nazionale che ha apportato importanti modifiche al codice penale del Paese. Le condanne alla pena capitale saranno tramutate in ergastolo.
Il nuovo testo è stato approvato con ottantatre voti a favore, mentre quarantatre parlamentari del Congrès pour la Démocratie et le Progrès (CDP), l’ex partito al potere, hanno votato contro.
Il Burkina Faso è il ventunesimo Paese africano ad aver abolito la pena di morte, mentre in altri ventoquattro Stati non viene più applicata da tempo, pur essendo ancora in vigore.
René Bagoro, ministro della giustizia della ex colonia francese, ha sottolineato: “Le leggi aggiornate ci renderannno più credibili, equi, accessibili ed efficaci nell’applicazione del diritto penale”.
François è stato arrestato alla fine di ottobre dello scorso anno dalle forze dell’ordine francesi al suo arrivo a Parigi, proveniente da Abidjan, principale centro commerciale della Costa d’Avorio, per implicazioni nell’assassionio di Robert Zongo, un giornalista burkinabé, avvenuto nel dicembre 1998. Sul fratello minore dell’ex dittatore di Ouagadougou pendeva da tempo un mandato d’arresto internazionale con richiesta di estradizione.
E’ evidente che Parigi non avrebbe mai estradato un detenuto in un Paese dove viene applicata ancora la pena capitale, ma ora la Corte d’Appello francese dovrà pronunciarsi circa il rimpatrio forzato di François Compaoré.
Già nel 2015 l’Assemblea nazionale di transizione (CNT), aveva avviato l’esame di una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte e il governo di transizione aveva già approvato il testo della norma. Allora come oggi l’abolizione della pena di morte è stata fortemente sostenuta da varie organizzazioni della società civile, nonché dal foro degli avvocati burkinabè. .
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 31 maggio 2018
Il nord del Mozambico sempre più sotto attacco degli estremisti islamici. Tre azioni terroristiche in quattro giorni dove sono state ammazzate quattordici persone delle quali dodici brutalmente decapitate con il machete. Tra queste anche due ragazzi di 15 e 16 anni.
La notizia è stata data da Radio Moçambique e TV Moçambique, le reti di Stato dell’ex colonia portoghese, e ripresa dai media locali. Il primo massacro è avvenuto nella notte tra il 26 e 27 scorsi, nei villaggi di Monjane e 25 de Junho nel distretto di Palma, nord della província di Cabo Delgado che confina con la Tanzania.
Forze di sicurezza a Cabo Delgado nella zona dell’attacco jihadista
Questa è l’area dove ENI si è aggiudicata il maxi-contratto per lo sfruttamento del giacimento di gas offshore che ha una capacità di 450 miliardi di metri cubi di gas capace di rifornire per 20 anni un bacino di utenza grande come Italia, Germania, Francia e Spagna .
Martedì scorso altri due attacchi in una zona costiera nel distretto di Mocímboa da Praia dove ci sono state, secondo il giornale Mediafax, ancora due vittime decapitate. La violenza jihadista è arrivata anche nel distretto di Macomia dove il governatore di Cabo Delgado, Júlio Parruque, ha confermato altri due morti .
I sanguinari attacchi pare siano opera di un gruppo composto da una ventina di giovani che usano l’arma bianca, seguaci di Aboud Rogo Mohammed un imam keniota ucciso a Mombasa, in Kenya, dalle forze di polizia nel 2012.
La popolazione chiama i terroristi al Shebab (parola araba che vuol dire gioventù) ma da una ricerca realizzata da due accademici mozambicani, João Pereira e Salvador Forquilha dell’Università Eduardo Mondlane, aiutati da Saide Habibe, leader religioso islamico che vive nella capitale, Maputo, nulla hanno a che fare con il gruppo somalo.
Secondo Saide, il gruppo estremista si finanzia attraverso il commercio illegale di rubini. La polizia mozambicana, dopo gli attentati, ha chiuso sette moschee sospettate di fare proselitismo e ha arrestato 150 persone.
Mappa della provincia di Cabo Delgado e la sua posizione geografica nella mappa del Mozambico
Poco distante dall’area degli attentati che da diversi mesi colpiscono la provincia di Cabo Delgado, a circa 250 km, si trova la Montepuez Ruby Mining. È il più grande giacimento di rubini del mondo dato in concessione alla britannica Gemsfiels, gestita con la mozambicana Mwiriti Lda. Quest’ultima è di proprietà del generale mozambicano Raimondo Pachinuapa (implicato nei Panama Papers) che detiene il 25 per cento.
Da ottobre 2017 ad oggi sono decine i morti causati da una serie di attacchi di miliziani islamisti nella provincia settentrionale mozambicana di Cabo Delgado. La polizia, attraverso il portavoce Inácio Dina, butta acqua sul fuoco confermando che la situazione è sotto il controllo delle Forze di difesa e sicurezza e continua la caccia ai terroristi ormai indeboliti. Ma negli ultimi cinque mesi la situazione pare notevolmente peggiorata.
Crediti immagini:
– mappe Mozambico CC BY-SA 3.0 Wikipedia –Mozambique – Cabo Delgado.svg
By No machine-readable author provided. Kipala assumed (based on copyright claims). – No machine-readable source provided. Own work assumed (based on copyright claims)., Public Domain, Link
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 31 maggio 2018
Estrema suscettibilità, infantilismo, complesso d’inferiorità o altre ragioni rimaste oscure, sarebbero alla base della piccata reazione del governo burundese a fronte del dono di dieci asini che un NGO francese, in collaborazione con la propria ambasciata di Bujumbura, ha fornito ai residenti di un villaggio rurale nella provincia di Gitega.
Burundi: asini utilizzati per trasporto persone e masserizie
“Gli asini – spiega l’ambasciatore di Parigi, Laurent Delahousse – servivano ad alleviare la dura vita delle donne e dei bambini del villaggio, costretti a percorrere lunghi tragitti trasportando quotidianamente sulle spalle pesanti carichi di prodotti agricoli, legname e acqua per gli usi domestici”. Così non sembra però pensarla Deo Guide Rurema, ministro dell’agricoltura del Burundi, che in quel dono vede invece, non un gesto di solidarietà, ma un messaggio subliminale volto a offendere il suo popolo che – lui sostiene – “risulta così equiparato agli animali in questione”.
Reazione davvero singolare, questa, che potrebbe far sorridere se non fosse stata immediatamente e ufficialmente condivisa dal portavoce del senato, Gabby Bugaga, che ha visto nel dono francese un intollerabile insulto alla dignità del suo popolo. “Abbiate l’onestà di ammettere – ha detto, senza mascherare l’irritazione – che il vostro regalo ha lo scopo di presentare il nostro popolo come appartenente a una razza inferiore”.
Questa presa di posizione, a cavallo tra il patetico e il surreale, ha sconcertato sia il governo francese, sia la NGO che ha fornito gli asini, ma il tentativo di mettere l’intera faccenda in burla è immediatamente franato nel grottesco, quando le autorità burundesi, hanno sequestrato i dieci asini mettendoli in quarantena e negandoli alla comunità che aveva mostrato di averli oltremodo graditi.
La capitale del Burundi, Bujumbura
E’ noto che i sentimenti di gratitudine, sono alquanto tiepidi in terra d’Africa, dove spesso i ringraziamenti che dovrebbero seguire alla buona norma del “a caval donato, non si guarda in bocca” sono spesso ritenuti superflui, ma che il regalo di un animale da soma, per sua natura utilizzato nel trasporto di masserizie e di persone – e per questo scopo già largamente utilizzato nel continente – creasse un tale incidente diplomatico tra Francia e Burundi, resta un fatto davvero sconcertante che fa sorgere qualche legittimo dubbio sulla sanità mentale delle autorità burundesi. A meno che, dietro l’ostentazione di dignità offesa, non si celino altre inconfessate ragioni…
Il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza
Infatti, qualche tempo fa, un analogo dono era stato finanziato dal governo belga a beneficio di un villaggio nella provincia di Ruygi, senza che nessuno vi ravvisasse alcun insulto alla Nazione. Cosa c’era di sbagliato negli asini francesi, rispetto a quelli belgi? Sì, qualcosa di sbagliato pare ci sia stato davvero, anche se non ha nulla a che fare con i miti animali dallo sguardo dolce. Il fatto è che proprio in questo mese, il governo francese si era permesso di criticare la riforma costituzionale attuata dal presidente burundese, Pierre Nkurunziza, che gli assicurava il mantenimento del potere fino al 2034. Il risentimento del rais africano verso l’interferenza dell’Eliseo, avrebbe così finito per scaricarsi sui poveri somarelli e sugli altrettanto poveri contadini che ne avrebbero fatto uso. Un caso, questo, non di eccezionale rilevanza, ma che, una volta di più, mostra che l’opportunismo della leadership africana, sconfigge la ragione e il bene del proprio popolo.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 30 maggio 2018
Il giornalismo investigativo ha fatto scalo anche in undici Stati dell’Africa Occidentale dove tredici giornalisti africani hanno indagato sulle magagne, le malefatte, la corruzione e i conti off-shore di coloro che vengono chiamati i “pezzi grossi” dei propri Paesi.
Mappa dei dodici Paesi dell’Africa occidentale che fanno parte di West Africa Leaks (Courtesy ICIJ)
Gli Stati africani messi sotto la lente di ingrandimento dai giornalisti investigativi occupano un’area abitata da 370 milioni di persone e sono: Costa d’Avorio, Senegal, Niger, Mali, Burkina Faso, Capo Verde, Ghana, Ciad, Benin, Togo e Nigeria.
Lo scorso 22 maggio ognuno dei giornalisti ha pubblicato sui propri media africani il risultato delle indagini che hanno portato al West Africa Leaks, storie dell’Africa Occidentale nascoste tra le pieghe dei documenti bancari segreti.
West Africa Leaks, indagine senza precedenti
Si tratta di un’indagine senza precedenti nella regione. Un immane lavoro di investigazione fatto da giornalisti coraggiosi e durato sei mesi che ha come base 27,5 milioni di documenti provenienti da Offshore Leaks, Swiss Leaks, Panama Papers e Paradise Papers.
Ma come è nato il progetto West Africa Leaks? Lo spiega Will Fitzgibbon, uno dei giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), il consorzio di giornalismo investigativo che nel 2017 ha vinto il Premio Pulitzer per aver svelato i Panama Papers e altri documenti compromettenti per i potenti della Terra.
Molti segreti da rivelare e montagne di denaro che sparisce
“In Panama Papers, ICIJ aveva già scoperto e riportato i dati che riguardavano società e individui provenienti da 52 dei 54 paesi africani. Quasi ogni paese ha una potenziale storia – racconta Will – Quindi abbiamo avuto la sensazione che l’Africa occidentale, una famiglia di 15 paesi che parlano francese, inglese, portoghese e centinaia di lingue locali, avrebbe molti segreti da rivelare.
Norbert Zongo Cell for Investigative Journalism (CENOZO), con sede in Burkina Faso, prende il nome da Norbert Zongo, giornalista burkinabè assassinato il 13 dicembre 1998 perché critico contro i poteri forti. CENOZO è una ong regionale specializzata nella produzione di indagini sull’Africa occidentale che, in collaborazione con ICIJ, ha cominciato a lavorare pescando storie importanti e ruberie di denaro pubblico da far conoscere alla comunità locale e internazionale.
West Africa Leaks (Courtesy ICIJ e CENOZO )
Si tratta di montagne di denaro che, secondo l’ONU, sparisce dall’Africa occidentale per dirigersi verso i paradisi fiscali e che rappresenta oltre un terzo di tutti i soldi di un intero anno di tutto il continente africano.
Fare giornalismo in Africa è pericoloso
Purtroppo fare giornalismo in Africa non è cosa facile. Secondo il Dossier 2018 di Amnesty International, pubblicato nel febbraio scorso, giornalisti e media sono nel mirino delle dittature africane. Il giornalismo investigativo è una novità ma soprattutto una sfida perché i giornalisti, oltre che essere pericolosi per i regimi autoritari e per il potere, guadagnano poco e sotto estrema pressione e sono spesso scollegati dal resto del mondo.
L’esperienza West Africa Leaks è quindi un esempio di grande coraggio che l’International Consortium of Investigative Journalists supporta perché “Raccontare storie sulle persone e le aziende più potenti di qualsiasi paese non è mai facile – dice Will Fitzgibbon – Ma è molto più difficile ignorare una comunità globale di giornalisti di quanto non sia un giornalista investigativo che lavora da solo. Questo è il potere della collaborazione”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 maggio 2018
Il presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin Archange Touadéra, ha partecipato in questi giorni al Forum economico a San Pietroburgo, dove è stato ricevuto personalmente dal leader russo, Vladimir Putin.
Da diversi mesi i due governihanno intensificato i loro rapporti e durante l’ultimo incontro il presidente russo ha sottolineato: “Saremo felici di collaborare con questo Paese e prevediamo diversi interventi per rinforzare le nostre relazioni, in particolare in campo economico ed umanitario, sopratutto nella formazione del personale”.
Mosca non ha mai fatto un segreto del suo interesse per i ricchi giacimenti minerari del Paese e pur di accaparrarsi una gorssa fetta nel settore, è pronta a tutto. Pare che abbia persino inviato degli emissari per aprire un dialogo con i capi di alcuni gruppi armati nel nord e nell’est del CAR, ma a quanto sembra senza successo. Per salvare le apparenze, Putin gioca la carta degli aiuti umanitari, come l’invio di ospedali prefabbricati, destinati al nord, tramite convogli partiti dal Sudan. In aprile ha fatto avere anche aiuti alimentari al travagliato quartiere musulmano PK5 di Bangui, dove solo pochi giorni fa sono morte dodici persone a causa dell’esplosione di una granata. Questo rione della capitale è nuovamente teatro di terribili violenze dal passato aprile.
Faustin Archange Touadéra, presidente della Repubblica centrafricana, con Vladimir Putin, presidente della Russia
La scorsa settimana si è recata a Bangui Fatou Ben Souda, presidente della Corte Penale Internazionale dell’Aja, per intensificare la collaborazione giudiziaria tra la Corte Internazionale e la Cour Pénale Spéciale (CPS), istituita per giudicare i crimini di guerra commessi in questi anni nella nazione dell’Africa centrale. Le autorità centrafricane hanno nominato da tempo dei giudici internazionali e nazionali e istituito, appunto, una corte criminale speciale, il cui procuratore è Toussaint Muntazini Mukimapa, un magistrato militare del Congo-Kinshasa, per far luce sui delitti e le atrocità commesse, dare un nome e cognome ai responsabili.
La popolazione è allo stremo, sopravvivere è ritenuto già un lusso. I decessi dei nascituri sono continui. Secondo dati raccolti dalle organizzazioni non governative, un bambino su ventiquattro muore durante il primo mese di vita. Il Centrafrica, dove si consuma un sanguinoso conflitto interno dalla fine del 2012, è tra i Paesi con la più alta mortalità neonatale al mondo, mentre il tasso di quello infantile (bambini che non sopravvivono al quinto anno di vita) è del centoventiquattro per mille.
Cifre allarmanti, dovute sopratutto alla mancanza cronica di medici e specialisti. Secondo i dati dell’UNICEF, oltre la metà delle strutture sanitarie del CAR sono gestite da personale non qualificato o da volontari. A Boali c’è un solo medico generico, assistito da venticinque operatori sanitari, ma solo nove sono infermieri professionali, per una popolazione di trentatremila abitanti. Generalmente le donne vengono nel consultorio di maternità una sola volta durante la loro prima gravidanza, poi spariscono, sopratutto per i costi troppo elevati. Medicinali, visite, ricoveri, parti sono a carico dei pazienti.
Qui un parto costa più o meno 1,5 euro, moltissimo per un Paese dove oltre il settantacinque percento della popolazione vive in condizioni di povertà estrema, vale a dire con 1,9 dollari al giorno, secondo la Banca Mondiale. Alle spese per l’ospedale bisogna aggiungere quelle per il trasporto.
Ma molte future mamme arrivano a piedi, anche da molto lontano e se ne vanno poco ore dopo il parto, sempre sole e a piedi, con il neonato in braccio.
Nella capitale la situazione è un po’ meno peggio, ecco perchè i casi più disperati – ovviamente soltanto per chi ha i mezzi finanziari – vengono indirizzati all’ospedale di Bangui, che dispone anche di incubatrici e di medici specializzati in pediatria, gli unici in tutto il Paese.
In tutta la Repubblica Centrafricana, con i suoi 4,5 milioni di abitanti, il servizio pubblico ha a disposizione solamente cinque pediatri, sette medici specializzati in ginecologia e ostetricia – tutti residenti nella capitale – e trecento ostetriche. Ma anche a Bangui la situazione resta precaria, perchè i mezzi a disposizione sono pochi, pochissimi. E’ un Paese dove bisogna nascere sani per sopravvivere.
La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (il maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica (nonostante il nome) del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra i cristiano animisti anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Un veicolo della MINUSCA
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Con la risoluzione 2387 (2017) del 15 novembre 2017 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rinnova il mandato di MINUSCA fino a novembre 2018. Attualmente (situazione al 15 maggio 2018) il contingente internazionale conta 14.519 uomini: 10.667 militari e 2.033 poliziotti, 136 osservatori militari, 283 ufficiali di Stato maggiore, 642 personale civile internazionale, 518 personale civile locale e 2030 volontari dell’ONU. Il 31 ottobre 2016 la Francia ha ufficialmente ritirato le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per tre anni.
Il mandato di MINUSCA prevede, tra l’altro, la protezione della popolazione civile, in particolare donne e bambini, inoltre deve appoggiare il governo di Bangui per contribuire a consolidare l’autorità dello Stato su tutto il territorio, con l’aiuto delle forze di sicurezza nazionali, addestrate dall’European Union External Action (EUTM-RCA).
Sei attivisti delle regioni anglofone del Camerun sono stati condannati per terrorismo, delitti contro la personalià dello Stato, secessione, rivoluzione e insurrezione. Le pene inflitte sono pesanti, dai dieci ai quindici anni di prigione e inoltre i colpevoli dovranno pagare in solido una pena pecuniaria di oltre trecentonovantamila euro allo Stato e alla parte civile.
Gli avvocati difensori hanno espresso la loro indignazione per queste condanne e hanno fatto sapere che ricorreranno in appello.
Crisi nelle regioni anglofone nel Camerun
In questi giorni si sono verificate nuove violenze nella regione anglofona del Nord-Ovest. A Menka, che dista una ventina di chilometri da Bamenda, capoluogo del dipartimento di Mezam, durante gli scontri sarebbero stati uccisi ventisette separatisti – secondo fonti della sicurezza – mentre testimoni oculari parlano di ben quaranta morti. Alcuni agenti della pubblica sicurezza sarebbero stati feriti.
Il portavoce dell’esercito camerunense, Didier Badjeck, parla di totale disinformazione e ha fatto sapere: “Siamo intervenuti anche noi, perchè siamo stati informati degli scontri in atto. Dopo una lunga sparatoria, i terroristi sono stati neutralizzati”.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 maggio 2018
L’Etiopia ha graziato Andargachew Tsige, un leader dell’opposizione con cittadinanza britannica. Nel 2009 Andargachew era stato condannato in contumacia alla pena di morte perchè giudicato colpevole di terrorismo, in quanto segretario generale del gruppo anti-governativo Ginbot 7. Il gruppo si definisce come movimento per il cambiamento, ma per Addis Ababa era considerato un gruppo terrorista. Cinque anni più tardi il “terrorista” è stato arrestato in Yemen e in seguito consegnato alle autorità etiopiche.
Il procuratore generale, Berhanu Tsegaye, ha fatto sapere sabato, che Andargachew è stato graziato insieme ad altri cinquecentosettantacinque detenuti per l’effetto di “circostanze speciali” volte ad ampliare il dialogo politico.
Andargachew Tsige, graziato dal governo etiopico
Dall’inzio di quest’anno sono stati liberati migliaia di detenuti politici, tra loro anche parecchi leader dell’opposizione, accusati di terrorismo o incitamento e/o cospirazione per rovesciare il governo.
Le autorità di Addis Ababa si sono impegnate a varare importanti riforme dopo l’ondata di proteste iniziate nel novembre 2015 nella città di Ginchi nell’Oromia, perché il governo centrale aveva predisposto l’esproprio di terreni agricoli per destinarli all’espansione della capitale Addis Ababa. Numerosi prprietari si sarebbero così trovati in difficoltà senza la loro terra e senza lavoro. C’era il pericolo che si potessero trasformare in sfollati. Tale progetto fortunatamente non è stato messo in atto, ma le proteste si sono protratte, perché molti manifestanti non erano stati rimessi in libertà.
La scorsa settimana sono stati ripresi anche i dialoghi tra il governo e il partito all’opposizione, Oromo Democratic Front, formato nel 2013 da membri dell’ex Oromo Liberation Front, i cui leader vivono in esilio.
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