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Weekend del made in Italy alimentare a Nairobi: degustazione e promozione

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 10 giugno 20198

Tra gli europei il numero di italianiche vivono in Kenya è il secondo dopo i britannici. Per tradizione culinaria, sono sicuramente i primi. A Nairobi i ristoranti italiani sono ovunque e in continuazione ne sorgono di nuovi. Sulla costa poi si possono trovare locali in cui menu è scritto in swahili e in italiano.

I vini italiani sono apprezzatianche dai kenioti che affollano le trattorie dove si trovano portate di tutte le regioni del Bel Paese.

Così di tanto in tanto nei centri commerciali di Nairobi vengono proposte le settimane italiane dove vengono offerti assaggini delle varie specialità, un bicchiere di vino, un caffe o un gelato. Vengono anche presentati elettrodomestici italiani per uso familiare o più professione  ma anche vengono presentate elettrodomestici.

Qui vi presentiamo una carrellata di video sul festival di questi giorni. Altri video sono in via di caricamento.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Le arachidi pralinate di Luca Catanese

 

 

Alla fine del suo mandato l’ambasciatore italiano in Kenya traccia un bilancio

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Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 giugno 2018

La festa della Repubblica a Nairobi si è svolta un paio di giorni dopo la data ufficiale, il 4 giugno. In Kenya il 1° giugno è festa nazionale e quest’anno cadeva di venerdì. Molti degli ospiti avrebbero approfittato del lungo ponte di 3 giorni e avrebbero disertato la celebrazione.

L’ambasciatore d’Italia a Nairobi, Mauro Massoni, tra un paio di mesi o poco più lascerà l’incarico quindi è stata questa l’ultima festa. In un’intervista esclusiva ad Africa ExPress ha tracciato un piccolo bilancio della sua permanenza in Kenya.

A seguire ecco le immagini di alcuni spezzoni della festa.

 

 

Massimo A. Alberizzi
massima.alberizzi@gmail.com
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Quando l’inferno è sulla Terra: schiavi ed ex schiavi della Mauritania si raccontano

Loghino africa express 2Africa ExPress
Nouakchott, 8 giugno 2018

Anche se abolita ufficialmente nel 1981, in Mauritania la schiavitù esiste ancora. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver abolito tale asservimento. Ma solo sulla carta. Una delle forme maggiormente praticata nel Paese è il matrimonio coatto, praticato sin dal XI secolo. Una tradizione talmente radicata nella cultura mauritana, che una prima legge emanata nel 2007, dietro forti pressioni della comunità internazionale, non ha per nulla intimorito gli schiavisti. Le punizioni per il crimine commesso erano infatti troppo miti e, tra l’altro, non venivano quasi mai applicate e i reati non denunciati.

In seguito la schiavitù è stata abolita nuovamente il 12 agosto 2015 e la nuova legge ora la considera come un reato contro l’umanità. Qualche mese fa sono state pronunciate tre condanne severe dal tribunale di Nouadhibou, nel nord-ovest contro alcuni schavisti e le autorità di Nouakchott negano che la schiavitù sia ancora un’usanza largamente praticata nella ex colonia francese.

Una schiava in Mauritania
Una schiava in Mauritania

La società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beydens”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratines e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore” e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. E lo status di schiavo viene ancor oggi tramandato da madre in figlio. La schiavitù essite ancora in questo angolo di mondo e non di rado i militanti antischiavisti vengono arrestati e finiscono nelle luride galere.

Secondo Global Slavery Index ancora oggo l’1,06 per cento, ossia quarantatremila mauritani su una popolazione di poco più di quattro milioni, non sono persone libere. Per questo e altri motivi i membri della maggiore organizzazione anti-schiavista “Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista” (IRA Mauritanie), spera di estromettere la maggioranaza araba-berbera dal governo alle prossime elezioni. Biram Ould Abeid, un haratine che è stato imprigionato per anni, è arrivato secondo alla scorsa tornata elettorale nel 2014, vinte nuovamente dal presidente Mohamed Ould Abdel Aziz, salito al potere con un colpo di Stato nel 2008.

Sono ancora pochi gli schiavi che denunciano i loro padroni, perchè sono stati educati a dover rispettare e sottomettersi al padrone. Una volta liberi, gli ex schiavi spesso fanno fatica a tirare avanti. Senza istruzione e titolo di studio, difficilmente trovano un’occupazione stabile e sono dunque costretti ad accettare lavoretti occasionali; i più vivono nelle periferie povere delle grandi città, con la speranza di dare un futuro migliore ai propri figli.

Il fotografo Seif Kousmate ha intervistato per un mese schiavi ed ex schiavi. Durante questo periodo è stato arrestato, la polizia ha confiscato il suo cellulare, il pc e le SIM card. Qui di seguito riportiamo alcune delle persone da lui fotografate e intervistate.

Fatimatou e sua figlia Mbarka, due ex schiave
Fatimatou e sua figlia Mbarka, due ex schiave

Fatimatou e sua figlia Mbarka erano le schiave di una famiglia nella regione di Aleg, che dista duecentocinquanta chilometri dalla capitale. Doveva portare le capre al pascolo, cucinare per i padroni, tenere in ordine la casa e portare l’acqua dal pozzo. “Ho perso due figli perchè non potevo occuparmi di loro, ho dovuto riprendere il lavoro immediatamente dopo il parto”, ha raccontato Fatiatou. E’ stata liberata nei primi anni novanta dall’organizzazione SOS Slaves. Oggi vive con la sua famiglia nella periferia di Nouakchott.

Habi e Bilal, due gemelli, ex schiavi
Habi e Bilal, due gemelli, ex schiavi

Habi e Bilal, sono due gemelli, ex schiavi presso una famiglia nella capitale. Bilal è scappato dopo essere stato malmenato dal padrone. Per molto tempo ha cercato di riscattare la sorella, vittima di abusi sessuali e lavori forzati; è riuscita finalmente a liberarla nel 2008 con l’aiuto di SOS Slaves. Anche loro vivono in un quartiere periferico, dove recentemente, grazie ad alcuni attivisti, Bilal ha aperto una piccola officina per il cambio di gomme.

Moctar, un ex schiavo
Moctar, un ex schiavo

Moctar è nato in schiavitù e fino all’età di tredici anni era costretto a lavori molto pesanti insieme alla mamma ed il fratello. Nel 2012 è riuscito a scappare e grazie all’aiuto di un attivista ha cercato di liberare anche i familiari, ma si sono rifiutati. Hanno preferito rimanere con i padroni. Il giovane ha iniziato gli studi appena libero. Spera di potersi iscrivere in giurisprudenza, diventare avvocato e lottare per i diritti della sua gente.

Gli haratine, anche se liberi, svolgono mestieri che gli arabi-berberi considerano degradanti e sporchi, come, per esempio, il lavoro nei mercati locali, sono operatori ecologici oppure macellano il bestiame e quant’altro.

Gruppo di ex schiave imparano un mestiere
Gruppo di ex schiave imparano un mestiere

La maggior parte delle donne sono discoccupate. Recentemente alcune ex schiave hanno trovato un’occupazione presso laboratori di Sos Slaves, dove imparano il cucito e il ricamo. Gli operatori dell’organizzazione tengono anche dei piccoli corsi volti ad insegnare il significato e l’utilizzo del denaro, perchè come schiavi non hanno mai posseduto nemmeno un centesimo.

AfricaExPress

Niger, a colloquio con gli schiavi: ”Cos’è la libertà”?

Niger, quando gli schiavi non vogliono essere liberati

 

Giovani jihadisti mozambicani addestrati all’estero da milizie pagate da al Shebab

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 8 giugno 2018

L’indagine sull’estremismo islamico in Mozambico di João Pereira e Salvador Forquilha con il leader religioso islamico Saide Habibe, desta allarme in tutto il Paese e in tutta l’area.

I giovani sono addestrati nella regione dei Grandi laghi dalle milizie pagate da al Shebab in Tanzania, Kenya e Somalia. Per questi giovani fondamentalisti, viaggiare per fare l’addestramento militare è cosa più importante e meglio che andare in pellegrinaggio alla Mecca.

Mappa della regione del Grandi laghi (courtesy nystromworldatlas.com)
Mappa della regione del Grandi laghi (courtesy nystromworldatlas.com)

L’inchiesta ha rivelato anche che, nella provincia di Cabo Delgado, molti dei ragazzi delle cellule eversive sono stati addestrati, in cambio di denaro, da un poliziotto mozambicano e da due guardie di frontiera.

I finanziamenti per le cellule eversive

Una parte dei fondi destinati ai gruppi jihadisti di Cabo Delgado arrivano dalle donazioni sia dall’interno del Mozambico che dall’estero. Le offerte estere vengono fatte con money transfer da persone che hanno collegamenti con coloro che sono alla guida del gruppo di Mocimboa da Praia, luogo degli attacchi del 26 e 27 maggio nel distretto di Palma.

Addestramento di al Shebad
Campo di addestramento di al Shebad

Ci sono poi i fondi che provengono da contrabbando di avorio, rubini e legno pregiato. Il business di avorio è controllato dalle elite locali, tanzaniane, somale e keniote in collegamento con imprenditori cinesi e vietnamiti che fanno perdere le tracce.

L’avorio del Niassa e i rubini di Montepuez

Non dimentichiamo che negli ultimi sette anni, nel Niassa National Reserve, il parco di 47mila kmq della provincia del Niassa che confina ad est con quella di Cabo Delgado, è stata decimata la popolazione di elefanti. Da circa 12mila ne sono rimasti poco più di 1.500. E visto che una grande parte dell’avorio sequestrato a livello internazionale proviene da quella zona, è molto probabile siano le zanne contrabbandate da al Shebab.

Elefanti del Niassa National Reserve
Elefanti del Niassa National Reserve

C’è poi l’area di Montepuez. Qui troviamo un vero e proprio tesoro a cielo aperto della Montepuez Ruby Mining, il più grande giacimento di rubini del mondo. In questa zona, secondo l’indagine, il Mozambico perde trenta milioni di dollari all’anno in rubini. Questi fondi finiscono nelle tasche dei capi delle milizie islamiche che finanziano le cellule di Cabo Delgado.

Anche il legno pregiato contribuisce a incrementare capitali per finanziare le cellule attive nel nord del Mozambico. In molte aree del Paese, grazie alla corruzione, è praticato il disboscamento illegale e il contrabbando di legname soprattutto per soddisfare l’insaziabile domanda cinese.

Tutto ciò costa all’ex colonia portoghese una trentina di milioni di dollari all’anno. Un articolo del 2013 sul Corriere della Sera, pubblicato da Massimo Alberizzi (oggi direttore di Africa ExPress), illustra bene la situazione.

Il denaro ricavato da queste attività illegali viene utilizzato per l’acquisto di armi, per il sostentamento dei membri delle cellule jihadiste e delle loro famiglie. Viene usato anche per finanziare i viaggi dei leader spirituali dalla Tanzania a Cabo Delgado, per il reclutamento e per la propaganda, soprattutto in video.

Per il presidente Filipe Nyusi diventa quindi una priorità assoluta ristabilire la sicurezza prima possibile.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(2 – fine)

La prima puntata è stata pubblicata il 6 giugno:

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jahidisti di Cabo Delgado

Mozambico, al Shebab decapita altri dieci civili vicino all’area dove opera ENI

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 giugno 2018

Con l’incremento degli attacchi di al Shebab a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, cresce il terrore tra la popolazione. La situazione diventa preoccupante sia per il governo di Maputo che per le multinazionali petrolifere che lavorano a Palma.

Mappa della provincia di Cabo Delgado dove al Shabab da ottobre 2017 attacca i villaggi
Mappa della provincia di Cabo Delgado dove al Shabab da ottobre 2017 attacca i villaggi

Qualche giorno fa l’annuncio delle autorità mozambicane sull’uccisione di nove terroristi della cellula che ha decapitato dieci civili a Mocimboa da Praia, mentre continuano gli attacchi dei terroristi alla popolazione civile.

Il 3 giugno un gruppo di jihadisti ha attaccato un villaggio e ammazzato cinque persone.  All’alba di ieri un altro attacco di al Shebab ne ha massacrate sette nel distretto di Macomia. Tutti i civili sono stati uccisi mozzandogli la testa a colpi machete. In dieci giorni ci sono stati 22 morti ammazzati in modo brutale.

Per contrastare le azioni dei jihadisti iniziate a ottobre scorso, a Cabo Delgado il presidente mozambicano Filipe Nyusi ha inviato le Forze armate ma nonostante questo le incursioni sono aumentate.

Gli ultimi violenti attacchi alla popolazione sono avvenuti a un centinaio di chilometri a sud di Palma dove operano le multinazionali petrolifere ENI, ExxonMobil e la statunitense Anadarko che stanno lavorando a due terminali per lo sfruttamento di un immenso giacimento di gas naturale off-shore di fronte a Palma.

ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado
ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado

Un’area dove il consorzio ENI-ExxonMobil prevede un investimento 15 miliardi di dollari americani per finanziare il progetto di estrazione mentre Anadarko sta raccogliendo una somma pari a 14 miliardi di dollari.

Da questi investimenti il governo di Maputo si aspetta di incassare un miliardo di dollari all’anno per 25 anni. Questo significa che Cabo Delgado deve essere una zona assolutamente sicura, come lo deve essere l’area dei rubini di Montepuez.

Per il presidente Nyusi diventa quindi una priorità assoluta ristabilire la sicurezza prima possibile.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Dopo naufragio dei migranti silurato il ministro degli Interni tunisino

Loghino africa express 2Africa ExPress
Tunisi, 7 giugno 2018

Dopo il naufragio del 2 giugno al largo di Sfax, in Tunisia, durante il quale hanno perso la vita decine e decine di migranti diretti a Lampedusa, il ministro degli Interni tunisino, Lofti Brahem è stato silurato ieri. La notizia è stata resa nota dopo un colloqui tra il presidente Béji Caïd Essebsi e il primo ministro Youssef Chahed.

I rapporti tra Chahed e Brahem, erano tesi da tempo. In particolare dopo la visita dell’ex capo del dicastero degli Interni in Arabia Saudita a fine febbraio, della quale il primo ministro non è stato informato in modo ufficiale.
Durante il suo viaggio il ministro tunisino è stato ricevuto anche dal re Salaman.

Brahem si aspettava di essere silurato al primo ripasto di governo. Inoltre, secondo alcuni media locali, la settimana scorsa il primo ministro aveva dato un ultimatum di 48 ore a Brahem per stanare e arrestare l’ex ministro degli interni Najem Gharsalli, incriminato dalla giustizia militare per violazione alla sicurezza dello Stato. Ovviamente Ghasalli è ancora a piede libero e in fuga chissà dove.

Lofti Brahem, il ministro degli Interni tunisino licenziato
Lofti Brahem, il ministro degli Interni tunisino licenziato

Mercoledì scorso l’ex ministro ha licenziato i responsabili alla sicurezza solamente sulla base di indagini preliminari. In tutto dieci persone, tra funzionari della sicurezza nazionale e la guardia nazionale (gendarmerie), tra loro anche i direttori della sicurezza nazionale dell’isola Kerkennah e Sfax e il capo della guardia costiera dell’isola sono state silurate per responsabilità dirette o indirette nel naufragio di qualche giorno fa. Eppure, seconda l’ammissione del portavoce del ministero degli Interni era risaputo che la presenza di forze dell’ordine a Kerkennah erano assolutamente insufficienti.

Africa ExPress

 

https://www.africa-express.info/2018/04/26/disoccupazione-e-aumento-del-sono-della-vita-continua-lesodo-dei-giovani-tunisini/

 

 

 

 

 

L’Etiopia pronta a rinunciare a Badme per fare la pace con l’arcinemica Eritrea

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 6 giugno 2018

Mossa a sorpresa dell’Etiopia che ha annunciato di essere pronta ad applicare gli accordi di Algeri, il trattato di pace che, tra l’altro, prevedeva il ricorso all’arbitrato della Corte di giustizia dell’Aja per stabilire i confini con l’Eritrea.

Due anni dopo la fine del conflitto durato dal 1998 al 2000, infatti, nel 2002 la Boundary Commission, aveva emesso il suo verdetto secondo cui la frontiera doveva essere leggermente modificata. Assegnava all’Eritrea il villaggio di Badme ma l’Etiopia avrebbe ottenuto dei vantaggi territoriali, seppure leggeri.

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Subito dopo la pubblicazione della decisione della Corte, l’Etiopia aveva manifestato grande entusiasmo ma, dopo un paio di giorni, appena i suoi dirigenti si erano resi conto che, per rispettare il verdetto, le loro truppe avrebbero dovuto ritirarsi da Badme, avevano fatto marcia indietro rifiutandosi di applicare la sentenza, definita penalizzante e iniqua.

Badme non ha alcuna importanza strategica; è un povero villaggio in mezzo a una pietraia desolata e arida. Ma ha un grande significato simbolico. Il 6 maggio 1998, allo scoppio della guerra, era stata occupata dagli eritrei. L’attacco a sorpresa di un commando inviato da Asmara aveva causato la morte dei componenti di una delegazione etiopica che stava discutendo con la controparte eritrea proprio le questioni di confine lasciate aperte dopo l’indipendenza del Paese rivierasco. Due anni dopo, sempre in maggio, con una violenta controffensiva, i soldati etiopici avevano riconquistato Bedme e erano avanzati in territorio eritreo fino alle parte di Asmara. Erano stati fermati dalle pressioni delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, e avevano accettato poco dopo, di ritirarsi sulle posizioni che occupavano fino al 1998. Il 18 luglio 2000 era stato firmato il cessate il fuoco e il 12 dicembre il trattato di pace, firmato ad Algeri dai due ministri degli Esteri: Seyum Mesfin, per l’Etiopia, e Haile Woldetensae, detto Duro, per l’Eritrea.

caro armato

In quasi due decadi durante le quali Addis Abeba si è rifiutata di obbedire agli ordini della Corte di Giustizia, Asmara ha giustificato il suo militarismo sfranato con la minaccia del Paese limitrofo intenzionato a invaderla per assicurarsi un accesso al mare. Il dittatore che governa ad Asmara, Isaias Afeworki, ha cacciato in galera tutti gli oppositori e i ministri che avevano manifestato il loro dissenso contro la decisione scellerata di scatenare la guerra con il potente vicino e che chiedevano riforme democratiche. Tutti eroi della guerra di indipendenza contro l’Etiopia, durata da 1960 al 1991, e tutti ingoiati dalle carceri del regime e spariti nel nulla. Haile Woldetensae è morto nel febbraio scorso cieco e malato.

L’Eritrea si è quindi sempre rifiutata di implementare il processo di pace (anzi, ha tenuto accesa la guerra latente) finché le truppe etiopiche non si fossero ritirate da Badme. Durante questi anni le scaramucce sulla linea di demarcazione dei due Paesi sono state quotidiane.

L’Eritrea si è sempre presentata come vittima, aggredita dal potente vicino, ma nell’agosto del 2009 è arrivato un altro verdetto dei giudici interazionali sui risarcimenti dei danni di guerra secondo cui a scatenare il conflitto era stato l’attacco a sorpresa del 6 maggio 1998 a Badme.  Questa la sentenza penalizzava l’Eritrea: a fronte di un risarcimento che Addis Abeba avrebbe dovuto pagare ad Asmara di 164 milioni di dollari, Asmara ne avrebbe dovuti corrispondere ad Addis Abeba 174, con un disavanzo a favore dell’Etiopia di 10 milioni di dollari, che ovviamente l’Eritrea si è ben guardata dal versare al nemico.

La notizia odierna, secondo cui Addis Abeba intende accettare il giudizio della Corte dell’Aja, e quindi ritirarsi da Badme giunge, tra l’altro, subito dopo che il nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, durante una sua recente visita in Arabia Saudita, aveva chiesto aiuto al principe ereditario, Mohammed bin Salman, proprio per aprire trattative con il regime di Asmara. Il premier aveva precisato che, in rispetto al trattato di Algeri, le parti avrebbero potuto ridiscutere la questione.

sentinellaTra l’altro l’Etiopia, sotto la guida del leader nominato recentemente, qualche giorno fa ha tolto lo stato di emergenza e varato riforme politiche, dopo due anni di proteste popolari, con le quali i manifestanti chiedevano riforme democratiche

Ma non solo. Abiy ha anche promesso di aprire ai privati e agli investimenti stranieri l’economia finora a gestione statale e completamente asfittica. In particolare ha parlato dei settori, energia, aviazione e telecomunicazioni.

L’annuncio di Addis Abeba di applicare il trattato di Algeri, apre nuove prospettive alla pace nel Corno d’Africa, anche se è presto per capire se la decisione avrà un impatto efficace. Infatti se l’opposizione clandestina ad Asmara si è mostrata entusiasta (come segnala il sito asmarino.com edito in Occidente), nessun commento è ancora arrivato dal regime eritreo, che ora potrebbe trovarsi in una posizione di forte imbarazzo e trovare un’altra scusa per respingere la proposta di pace. La dittatura si regge proprio perché la propaganda interna, per giustificare la propria esistenza e la feroce repressione, dipinge gli etiopi come il pericolo continuo e imminente da cui difendersi. La pace con il vicino potrebbe voler significare il collasso della dittatura. Una prospettiva disastrosa per i sanguinari gerarchi del regime che, tra l’altro, rischierebbero di essere giudicati dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Scossa da scandali finanziari Mauritius rischia di entrare nella lista nera dei paradisi fiscali

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2018

La Repubblica di Mauritius è considerate un paradiso fiscale per molte società offshore, grazie alle agevolazioni più o meno trasparenti, che offre agli investitori.

Ed è proprio a Port Louis, la capitale di Mauritius, nel quartiere Ebène, tra l’autorstrada e l’oceano, che è nata la Cyber-city, simbolo del dinamismo economico del Paese. Le torri di questo centro d’affari, che si affacciano sull’imponente edificio della Mauritius Commercial Bank (MCB), ospitano oltre duecento società di tutto il mondo. Le loro attività spaziano dall’informatica alle nuove tecnologie e comprendono tutti i servizi associati alla finanza internazionale.

Secondo l’agenzia mauriziana per la promozione delle attività finanziarie, nel 2017 il Paese, ex colonia britannica, ospitava novecentosessantasette fondi d’investimento, quattrocentocinquanta strutture di capitali di rischio e ben ventitré banche internazionali. Oltre ventimila società offshore, hanno eletto qui il loro domicilio. Nel 2017 l’incidenza dei servizi finanziari ha contribuito al PIL con il cinquanta per cento, contro il sette per cento del turismo e il quindici per cento dell’industria.

Mauritius Commercial Bank (MCB) nel quartiere Ebène a Paint Louis
Mauritius Commercial Bank (MCB) nel quartiere Ebène a Paint Louis

In base ad un rapporto del quotidiano online Le Monde Afrique, grazie al domicilio a Mauritius di una società offshore –  le cui attività vengono realizzate per l’ottanta per cento all’estero – il reddito degli investitori non è rappresentato da un salario (tassato con il quindici per cento), bensì dai dividendi, tassati solamento con l’otto per cento, per quelli non superiori a novantamila euro l’anno, cui si aggiunge un altro tre per cento sugli utili. Una società offshore non può possedere beni immobiliari nel Paese, ma è sufficiente creare una società locale che permetta di ricavare redditi catastali. E’ così che si ottiene la residenza fiscale. Grazie a diversi programmi, privati e uomini d’affari possono eleggere la residenza fiscale qui: basta investire la somma di almeno centosessantamila euro nel ramo immobiliare ed il gioco è fatto.

Il Paese, circondato dall’Oceano Indiano, è considerato dai governi del mondo intero come paradiso fiscale sia per le società sia i patrimoni individuali: evasione fiscale, poca trasparenza nel movimento dei fondi, riciclaggio di denaro di dubbia provenienza (droga, terrorismo e altro) sono tra le maggiori accuse. Ma Port Louis e gli avvocati locali ritengono queste accuse infondate. Muhammad Uteem, fondatore di uno studio di avvocati, specializzato in diritto di fondi di investimenti assicura: “Non siamo un paradiso fiscale, bensì un centro trasparente che collabora con le autorità internazionali per combattere l’evasione fiscale. E’ invece corretto dire che abbiamo un regime fiscale attraente”.

Finora Mauritius non è ancora sulla lista nera dei paradisi fiscali dell’Unione Europea, che ha concesso due anni di tempo al governo per adeguare alcune procedure di trasparenza e controllo.

Malgrado ciò sette Stati dell’UE continuano ad inserire Mauritius sulla lista nera dei paradisi fiscali, anche grazie ai famosi Panama Papers, pubblicati nel 2016 e i Paradise Papers, editi alla fine del 2017 dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (CIGI) che hanno ben evidenziato come questo Stato insulare abbia fatto perdere miliardi di euro di gettito fiscale a Paesi africani e asiatici.

Basti pensare all’angolano Alvaro Sobrinho, che nel 2016 aveva ottenuto una licenza per una banca di investimenti, grazie ad alti funzionari mauriziani, malgrado fosse indagato dal 2014 in Portogallo e in Svizzera, perché accusato di aver sottratto oltre seicento milioni di dollari al Banco Espirito Santo Angola che ha diretto fino al 2012. A metà febbraio di quest’anno il nuovo presidente angolano, João Lourenço, aveva firmato una sanatoria dalla durata di sei mesi per far rientrare i capitali depositati in modo fraudolento su conti all’estero. 

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E proprio a causa del finanziere angolano, la presidente dello Stato insulare, Ameenah Gurib-Fakim, ha dovuto dimettersi a metà marzo, perchè accusata di aver utilizzato, per fini personali, una carta di credito di un’Organizzazione non governativa con base a Londra, finanziata appunto da Sobrinho.

Ora la ex presidente è sotto inchiesta per questa faccenda. Il governo ha annunciato pochi giorni fa di aver costituito una commissione, diretta da tre giudici, che dovrà stabilire le responsabilità della Gurib-Fakim.

La Repubblica di Mauritius si trova nell’Oceano indiano, a cinquecentocinquanta chilometri a est del Madagascar. Oltre all’isola principale Mauritius, comprende anche le Agalega, Cargados Carajos e Rodrigues.

Mauritius non ha una lingua ufficiale; quella maggiormente parlata è il creolo mauriziano, basato sul francese, con influssi sudafricani, inglesi e indiani, mentre gli atti parlamentari vengono redatti in inglese, essendo stata una ex colonia britannica. Solo il quattro per cento della popolazione è francofona.

Non esiste nemmeno una religione di Stato, quella più praticata è l’induismo. Questo perché il settanta per cento della popolazione è di origine indiana, pronipoti di immigrati portati dagli inglesi durante il periodo coloniale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Mozambico, contrabbando di rubini e avorio dietro i capi jihadisti di Cabo Delgado

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 6 giugno 2018

Un video trasmesso qualche giorno fa da TV de Moçambique, la televisione di Stato, mostra cinque jihadisti armati di kalashnikov (AK47), a volto coperto, che lanciano il loro proclama.

Fotogramma del video dei jihadisti che terrorizzano Cabo Delgado
Fotogramma del video dei jihadisti che terrorizzano Cabo Delgado

“Oggi eravamo a Mocímboa da Praia – dice il capo del gruppo – abbiamo appena iniziato ma ‘insha Allah’ crediamo che Allah ci aiuterà…mozambicani venite a fare la lotta contro satana…stiamo vedendo i frutti di ciò facciamo…la nostra generazione è a rischio perché non sa chi è Allah…vogliamo la religione come governo di Allah…”.

È un documento pubblicato su Youtube
nel gennaio scorso ma offre una visione più ampia di ciò che sta succedendo nel nord del Mozambico e che sono responsabili di azioni precedenti.

Il 22 maggio scorso, nella capitale Maputo, è stato presentato uno studio sul radicalismo islamico in Mozambico. Pochi giorni dopo ci sono stati gli ultimi tre attacchi che hanno causato quattordici morti di cui dodici decapitati.

“I leader jihadisti vogliono destabilizzare la provincia di Cabo Delgado per poter continuare i loro affari illeciti attraverso il contrabbando di rubini, avorio e legnami pregiati” – ha detto João Pereira, uno degli autori – Nei rubini lo Stato mozambicano perde 30 milioni di dollari all’anno. Una fortuna.  Questo traffico è controllato dal movimento jihadista della zona”.

Il giornale mozambicano “Verdade” ha pubblicato un resoconto estremamente interessante dell’indagine svolta dagli accademici dell’Università Eduardo Mondlane di Maputo, João Pereira e Salvador Forquilha, coadiuvati dal leader religioso islamico Saide Habibe, residente nella capitale mozambicana.

Lo studio voluto dal presidente

L’investigazione l’ha voluta il presidente del Mozambico, Filipe Nyusi, che dopo gli attacchi iniziati da ottobre scorso ai centri abitati nella zona settentrionale di Cabo Delgado, ha schierato le Forze armate in tutta l’area. Fino ad oggi nessuno conosce il numero esatto dei morti ma si parla di un centinaio.

Identikit dei jihadisti

Ma chi sono questi islamisti radicalizzati che terrorizzano il nord dell’ex colonia portoghese? In sei mesi di lavoro è venuta fuori una fotografia più nitida su una situazione nuova e allarmante. Il lavoro è stato portato avanti tra i distretti di Mocimboa da Praia, Macomia, Chiúre e Pemba della provincia di Cabo Delgado e nella confinante provincia di Nampula.

Ingresso nella provincia di Mocimboa da Praia, a Cabo Delgado
Ingresso nella provincia di Mocimboa da Praia, a Cabo Delgado

I dati parlano di giovani con bassissimo livello di istruzione marginalizzati e disoccupati. La maggioranza sono immigrati da Tanzania, Somalia e dalle regioni dei Grandi laghi in cerca di opportunità, che hanno iniziato a lavorare come venditori occasionali nei mercati locali. L’ispiratore del loro pensiero jihadista è stato l’imam keniota Aboud Rogo Mohammed, ucciso dalle forze di polizia nel 2012 a Mombasa, in Kenya.

“Inizialmente il gruppo era conosciuto come “Ahlu Sunnah Wa-Jammá”, che in arabo significa ‘seguaci della tradizione del profeta’ – ha spiegato Saide – sono imbevuti di propaganda impostata sul recupero dei valori tradizionali islamici ma sono estremamente ignoranti sulla tradizione dell’islam.

Invece contestano l’islamismo praticato dalle comunità locali e non rispettano le moschee dove entrano armati di coltelli e con le scarpe. Non riconoscono lo Stato, pretendono che l’educazione sia fatta nelle scuole coraniche, vogliono l’introduzione della sharia e che le donne cambino atteggiamento e si coprano”.

Mezzi militari a Cabo Delgado
Mezzi militari a Cabo Delgado

Pereira ha spiegato che hanno cellule composte da venti-trenta individui e, a seconda del distretto, posso essere attivi tra i venti e trenta gruppi. Le informazioni raccolte nel distretto di Mocímboa da Praia parlano di un migliaio di giovani collegati direttamente o indirettamente a moschee gestite da al Shebab.

L’organizzazione delle cellule

A Mocimboa, città con 70mila abitanti capoluogo di distretto, la moschea controllata dai gruppi integralisti ha 350 fedeli. “Hanno una leadership molto complessa e ogni cellula ha una propria dirigenza – ha affermato Pereira – ma all’interno della città con c’è un capo come invece pare esserci Nangade e Palma (centri abitati a pochi chilometri dal confine tanzaniano ndr) mentre a Kibiti, in Tanzania (450km dal confine mozambicano ndr), ci sono altre cellule”.

Quindi lo studio conferma che ci sono connessioni internazionali, estremamente pericolose per l’ex colonia portoghese.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(1 – continua)

Questa la seconda puntata dell’articolo di Sandro Pintus:

Giovani jihadisti mozambicani addetrati all’estero da milizie pagate da al Shebab

Kagame finanzia l’Arsenal (sua squadra del cuore) per promuovere il turismo in Ruanda

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 5 giugno 2018

Il Ruanda ha sfoderato un asso nella manica (sinistra) ed è andato nel pallone. Provocando un parapiglia internazionale.

La decisione presa dal Paese delle mille dolci e verdi colline d’Africa di sponsorizzare la squadra di calcio britannica dell’Arsenal con un contratto valutato  (si vocifera) 30 milioni di sterline, quasi 35 milioni di euro, in 3 anni, ha scatenato un intenso fuoco di artiglieria mediatica, politica e morale.

Le polemiche nel Regno Unito, in Olanda e in altri Paesi donatori, sono state e sono violente. Il fischio di avvio della bagarre lo ha dato la notizia “bomba” pubblicata il 27 maggio scorso dal quotidiano inglese Mail on Sunday. Ha scritto il giornale: “La maglia delle vergogna: il dittatore Paul Kagame spreca 30 milioni di sterline per sponsorizzare la sua squadra del cuore, mentre l’Inghilterra scodella al Paese africano 62 milioni di sterline l’anno in aiuti e la popolazione , stretta nella morsa del regime di Kagame, vive con meno di una sterlina al giorno. In cambio, Kagame e i suoi amici avranno libero accesso ai salottini esclusivi dello stadio Emirates dell’Arsenal,  pacchi di biglietti gratuiti per le partite e l’impegno che l’allenatore e i giocatori effettueranno un tour promozionale in Africa”. In pratica, dal prossimo mese di agosto , quando prenderà il via il campionato di calcio inglese, o Premier League, sulla manica sinistra della loro tenuta da gioco i Gunners (ovvero i “cannonieri”, come sono soprannominati giocatori e tifosi del club londinese) porteranno la scritta “Visit Ruanda”, illustrata dall’immagine di tre star della squadra, Mesut Ozil, Alexandre Lacazette e Pier-Emerick Aubameyang.

Paul Kagame, presidente del Ruanda
Paul Kagame, presidente del Ruanda

Lo scoop , in realtà, era un mezzo scoop. Quattro giorni prima, infatti, il sito del Rwanda Development Board (Rdb) , l’agenzia nazionale di sviluppo ruandese, aveva comunicato: “Il Rwanda annuncia una partnership triennale con l’Arsenale per incrementare il turismo, gli investimenti e lo sviluppo del calcio”.  L’istituzione governativa non aveva fornito nessuna cifra sull’accordo con la società calcistica, il cui primo sponsor è la Emirates, che proprio nel febbraio scorso ha rinnovato per 5 anni (fino al 2024) l’accordo di partnership per – secondo indiscrezioni – 200 milioni di sterline, circa 225 milioni di euro e quindi circa 45 milioni di euro a stagione.

Il permesso di entrata nel Vulcano National Park per visitare la valle dove vivono i gorilla
Il permesso di entrata nel Vulcano National Park per visitare la valle dove vivono i gorilla

L’idea che una delle nazioni più povere del mondo aiuti, o usi come mezzo pubblicitario il quarto, o sesto, club più forte del mondo in quanto a giro d’affari (circa 487 milioni di euro nella stagione 2016-2017)  ha sollevato generali , scandalizzate proteste, con qualche distinguo. Tra i critici più feroci, alcuni deputati olandesi, sia della maggioranza sia dell’opposizione. “E’ un contratto particolarmente deprimente e demoralizzante – ha tuonato, ad esempio, l’esponente dei Verdi, Isabelle Diks -. Il nostro Paese versa 44 milioni di euro l’anno al Ruanda e siamo stati in prima fila nel sostenerne la ricostruzione dopo il genocidio del 1994. Invitiamo il ministro per gli aiuti , Sigrid Kaag, a indagare sull’accordo con l’Arsenal”. E sorvoliamo sulle reazioni di parlamentari britannici, indignati perché, a loro dire, i soldi dei contribuenti vanno a un Paese poverissimo e non devono finire nelle casse di un club calcistico ricchissimo. (“Un vero autogol dell’aiuto allo sviluppo”, ha sentenziato il deputato tory Andrew Bridgen).

E tutto perché il presidente Paul Kagame è un fanatico tifoso dell’Arsenal , sulla cui gestione “non ha mai mancato di far sentire la sua voce via twitter negli ultimi sei anni”, ha sottolineato il quotidiano inglese Guardian. L’ultimo intervento presidenziale risale al 3 maggio scorso quando è arrivato addirittura a incolpare i padroni della società e a spingerli nel cacciare lo storico allenatore Arsene Wenger perché da troppi anni “zero tituli”, senza vittorie. Il licenziamento è poi avvenuto: Wenger è stato sostituto, dopo 22 anni, dallo spagnolo Unai Emery. Sarà un caso, ma subito dopo il cambio della guardia alla guida della squadra, è stato firmato il contratto Ruanda-Arsenal.

Qualche malizioso osservatore ha anche sottolineato come Kagame e Wenger abbiano avuto in comune la durata del loro “regno”: entrambi sono saliti …al trono più o meno nello stesso periodo, anche se Kagame intende “allenare” il suo Paese per molti anni ancora. Il sessantenne Kagame (in questi giorni in Europa) è di fatto leader dal 1994, anno della conclusione dell’orribile genocidio costato 800 mila morti, anche se è diventato ufficialmente presidente nel 2000. Da allora non si schioda. Ha perfino cambiato la Costituzione (nel 2015) per consentirgli il terzo mandato che si dovrebbe concludere nel 2024.

Il deputato tedesco del partito Liberal Democratico, Christoph Hoffman, ha chiesto un’inversione di rotta nella gestione di 30 milioni di sterline che la Germania dona al Paese delle mille colline verdi e dolci. “Questa sponsorizzazione che ha a che vedere con il tifo del presidente – ha commentato maliziosamente – non è una buona pubblicità per l’industria turistica statale”.

La prima a reagire alle obiezioni internazionali è stata Clare Akamanzi, 39 anni, avvocato con master ad Harvard, parlamentare e Ceo del RDB, il Rwanda Development Board: “Chi critica l’accordo o vuole che il Ruanda resti povero e dipendenti dagli aiuti stranieri, o non capisce che nel marketing i costi sono una componente essenziale. Più il Ruanda guadagna col turismo più investe a favore del popolo. Il turismo è la maggiore fonte di valuta straniera con 400 milioni di dollari, costituisce il 6% del Prodotto interno lordo e dà lavoro a 90 mila persone. Vogliamo dare al Ruanda un’audience mondiale in un modo nuovo e dinamico”. Sui social e parlando con Jeune Afrique è sceso in campo anche il viceministro degli Esteri, Olivier Nduhungirehe, 43 anni, incavolato soprattutto con gli olandesi:  “E’ falso e sconcertante insinuare  l’utilizzo improprio dei fondi per lo sviluppo. Per questa campagna promozionale reinvestiamo circa il 3% dei profitti dal turismo. La maglia dell’Arsenal è vista da 100 milioni di tifosi in tutto il mondo , da 35 milioni di persone ogni giorno.Il nostro obiettivo finale è di creare entrate turistiche per 800 milioni di dollari entro il 2024. Il turismo è in crescita enorme: negli ultimi 7 anni ha raddoppiato il numero dei visitatori portandoli a 1 milione e 400 mila”.

Turismo non proprio low cost, va detto per inciso. Pochi giorni prima del controverso contratto turistico-calcistico (il 7 maggio) l’RDB ha raddoppiato il costo del biglietto per accedere al giustamente celebrato Parco Nazionale dei Vulcani dove si trovano quasi 1000 gorilla di montagna a rischio di estinzione: da 750 a 1500 dollari per persona per un’ora! Non proprio un incoraggiante biglietto di benvenuto.

Gorilla di montagna
Gorilla di montagna

A rassicurare i contribuenti inglesi e del centro- nord Europa ci ha provato, comunque, Harriett Baldwin, 58 anni, ministra per gli Affari africani e per lo Sviluppo internazionale. Intervistata da Jeune Afrique la Baldwin ha dichiarato: “Siamo fieri di essere da anni un partner importante nel sostenere il Ruanda. Gli aiuti sono per programmi specifici, tutti realizzati nella massima trasparenza. Nessuno degli aiuti sarà utilizzato per sponsorizzare l’Arsenal”.

Non tutti per la verità si sono sentiti tranquillizzati da queste parole. Ed è rimasto nell’aria l’interrogativo :” Da dove arrivano i soldi per pagare la sponsorizzazione”? Sul punto di domanda sono sorte risposte varie e qualcuna inquietante. Una  rintracciabile sul sito “L’Indro”, dove si può leggere: Nonostante il prevedibile costo esorbitante, il governo ruandese non avrà difficoltà a trovare i fondi necessari attingendo probabilmente dal traffico illegale di oro e coltan dal Congo. Oltre ad un ottimo veicolo per promuovere il turismo nel Paese, lo slogan sulla manica sinistra della maglia dell’Arsenal potrebbe essere uno dei tanti modi utilizzati dal governo ruandese per riciclare i profitti ricavati dal ‘bloody coltan’, il coltan insanguinato, una tra le cause principali della situazione di conflitti infiniti all’est del Congo che durano dalla caduta del dittatore Mobutu Sese Seko, avvenuta nel 1997.

Visit Rwanda , la scritta sulla maglietta dell'Arsenal
Visit Rwanda , la scritta sulla maglietta dell’Arsenal

Ipotesi di fantapolitica? Il coltan è un minerale, essenziale per l’elettronica, di cui sono ricchi sia il Congo sia il Ruanda. Di sicuro si sa che nel 2002 un report delle Nazioni Uniti sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali nella Repubblica Democratica del Congo “raccomandava  sanzioni a 29 compagnie di diversi Paesi, fra cui il Ruanda”. Un esperto, Michael Nest, intervistato da Oxford Research Group, dichiarò che alcune compagnie aeree sarebbero state coinvolte nel trasporto di coltan dal Ruanda a Paesi terzi. Una di esse apparteneva  al Ruanda e al Sud Africa.

A parte queste ipotesi da intrigo internazionale, in difesa della sponsorizzazione  ha fatto sentire la sua voce un importante quotidiano londinese. “Il Ruanda è uno Stato sovrano né più né meno come il nostro – ha commentato Sean O’Gready sull’ Independent – il Ruanda è perfettamente legittimato a spendere i soldi come vuole, sia che essi vengano dagli aiuti sia che giungano da altre fonti. Non c’è niente di strano che investa nel turismo, una risorsa enorme e promettente”. “Certo – commenta un operatore umanitario italiano che opera a Kigali e chiede l’anonimato (Non si sa mai..): “Il governo ha tutto il diritto di usare il denaro come più gli aggrada. Ci mancherebbe… La questione però non è di legittimità: è etica. E’ giusto spendere i soldi in questo modo mentre la popolazione vive con meno di una sterlina al giorno”?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com