Scossa da scandali finanziari Mauritius rischia di entrare nella lista nera dei paradisi fiscali

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2018

La Repubblica di Mauritius è considerate un paradiso fiscale per molte società offshore, grazie alle agevolazioni più o meno trasparenti, che offre agli investitori.

Ed è proprio a Port Louis, la capitale di Mauritius, nel quartiere Ebène, tra l’autorstrada e l’oceano, che è nata la Cyber-city, simbolo del dinamismo economico del Paese. Le torri di questo centro d’affari, che si affacciano sull’imponente edificio della Mauritius Commercial Bank (MCB), ospitano oltre duecento società di tutto il mondo. Le loro attività spaziano dall’informatica alle nuove tecnologie e comprendono tutti i servizi associati alla finanza internazionale.

Secondo l’agenzia mauriziana per la promozione delle attività finanziarie, nel 2017 il Paese, ex colonia britannica, ospitava novecentosessantasette fondi d’investimento, quattrocentocinquanta strutture di capitali di rischio e ben ventitré banche internazionali. Oltre ventimila società offshore, hanno eletto qui il loro domicilio. Nel 2017 l’incidenza dei servizi finanziari ha contribuito al PIL con il cinquanta per cento, contro il sette per cento del turismo e il quindici per cento dell’industria.

Mauritius Commercial Bank (MCB) nel quartiere Ebène a Paint Louis
Mauritius Commercial Bank (MCB) nel quartiere Ebène a Paint Louis

In base ad un rapporto del quotidiano online Le Monde Afrique, grazie al domicilio a Mauritius di una società offshore –  le cui attività vengono realizzate per l’ottanta per cento all’estero – il reddito degli investitori non è rappresentato da un salario (tassato con il quindici per cento), bensì dai dividendi, tassati solamento con l’otto per cento, per quelli non superiori a novantamila euro l’anno, cui si aggiunge un altro tre per cento sugli utili. Una società offshore non può possedere beni immobiliari nel Paese, ma è sufficiente creare una società locale che permetta di ricavare redditi catastali. E’ così che si ottiene la residenza fiscale. Grazie a diversi programmi, privati e uomini d’affari possono eleggere la residenza fiscale qui: basta investire la somma di almeno centosessantamila euro nel ramo immobiliare ed il gioco è fatto.

Il Paese, circondato dall’Oceano Indiano, è considerato dai governi del mondo intero come paradiso fiscale sia per le società sia i patrimoni individuali: evasione fiscale, poca trasparenza nel movimento dei fondi, riciclaggio di denaro di dubbia provenienza (droga, terrorismo e altro) sono tra le maggiori accuse. Ma Port Louis e gli avvocati locali ritengono queste accuse infondate. Muhammad Uteem, fondatore di uno studio di avvocati, specializzato in diritto di fondi di investimenti assicura: “Non siamo un paradiso fiscale, bensì un centro trasparente che collabora con le autorità internazionali per combattere l’evasione fiscale. E’ invece corretto dire che abbiamo un regime fiscale attraente”.

Finora Mauritius non è ancora sulla lista nera dei paradisi fiscali dell’Unione Europea, che ha concesso due anni di tempo al governo per adeguare alcune procedure di trasparenza e controllo.

Malgrado ciò sette Stati dell’UE continuano ad inserire Mauritius sulla lista nera dei paradisi fiscali, anche grazie ai famosi Panama Papers, pubblicati nel 2016 e i Paradise Papers, editi alla fine del 2017 dal Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (CIGI) che hanno ben evidenziato come questo Stato insulare abbia fatto perdere miliardi di euro di gettito fiscale a Paesi africani e asiatici.

Basti pensare all’angolano Alvaro Sobrinho, che nel 2016 aveva ottenuto una licenza per una banca di investimenti, grazie ad alti funzionari mauriziani, malgrado fosse indagato dal 2014 in Portogallo e in Svizzera, perché accusato di aver sottratto oltre seicento milioni di dollari al Banco Espirito Santo Angola che ha diretto fino al 2012. A metà febbraio di quest’anno il nuovo presidente angolano, João Lourenço, aveva firmato una sanatoria dalla durata di sei mesi per far rientrare i capitali depositati in modo fraudolento su conti all’estero. 

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E proprio a causa del finanziere angolano, la presidente dello Stato insulare, Ameenah Gurib-Fakim, ha dovuto dimettersi a metà marzo, perchè accusata di aver utilizzato, per fini personali, una carta di credito di un’Organizzazione non governativa con base a Londra, finanziata appunto da Sobrinho.

Ora la ex presidente è sotto inchiesta per questa faccenda. Il governo ha annunciato pochi giorni fa di aver costituito una commissione, diretta da tre giudici, che dovrà stabilire le responsabilità della Gurib-Fakim.

La Repubblica di Mauritius si trova nell’Oceano indiano, a cinquecentocinquanta chilometri a est del Madagascar. Oltre all’isola principale Mauritius, comprende anche le Agalega, Cargados Carajos e Rodrigues.

Mauritius non ha una lingua ufficiale; quella maggiormente parlata è il creolo mauriziano, basato sul francese, con influssi sudafricani, inglesi e indiani, mentre gli atti parlamentari vengono redatti in inglese, essendo stata una ex colonia britannica. Solo il quattro per cento della popolazione è francofona.

Non esiste nemmeno una religione di Stato, quella più praticata è l’induismo. Questo perché il settanta per cento della popolazione è di origine indiana, pronipoti di immigrati portati dagli inglesi durante il periodo coloniale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

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