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Il mio straniero è il mio dio: parola di un nigerino non pentito

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Mauro_ArmaninoMauro Armanino
Niamey, 17 giugno 2018

L’affermava come un’evidenza. La tradizione del suo popolo lo raccomanda senza ambiguità. Mon étranger c’est mon Dieu. Il Dio è uno straniero oppure lo straniero è lui stesso un dio. Non sapevano della via della seta cinese o delle vicende dell’Aquarius sulla via della Spagna. Seduto come un patriarca su una sedia di ferro il vecchio Lawali non aveva dubbi in proposito. Lo straniero, il suo straniero, è il suo dio. Un’ovvietà per la quale non c’è bisogno di spiegazione. Chissà che cosa si nasconde dietro uno straniero. Un messia, un razziatore oppure un campione di calcio. Desta timore e ammirazione, proprio come un dio preso alla sprovvista e senza documenti. Uno straniero divino che potrebbe piantare in asso il cielo da un momento all’altro e poi sparire nel mare o nella sabbia del deserto. Proprio dove il Sahel e il Sahara  inventano insieme frontiere mobili che creano un paese chiamato di cognome utopia.

C’è poi una signora di Niamey che lo ricorda con un certo rammarico. Qui nel Niger, mormora con un sospiro,  ogni straniero è un re. Si tratta dello stesso concetto elaborato dalla sapienza con altre parole. Sarà anche vero ma intanto Agadez e il nord del Niger sono zone di caccia riservata. In Algeria prima si ruba il lavoro dei migranti, poi i loro averi e infine li si deporta nel deserto più vicino. La solidarietà africana non ha limiti e per questo le stesse frontiere cercano di migrare altrove. Un’analoga storia si sviluppa in Europa, in America, in Asia e persino nell’Oceania, che pure di mare e di isole se ne intende. Guerra dichiarata a chiunque si azzardi a prendere sul serio la propria missione divina. Portare contenitori di speranza senza etichette o data di scadenza. L’altro mondo vuole una migrazione concordata, sicura, ordinata e se possibile scelta. Intanto fomenta un’economia, una politica e una guerra permanente  che tutto sono meno che ordinati. Impresa impossibile ordinare quanto prima si distrugge, rapina e sfrutta.

map_niger

L’unico dio riconosciuto, in quella porzione del mondo, è il ‘signore del denaro’. Per questo in god we trust, sta scritto sui dollari di colore verde che sono come tute mimetiche. In quel dio si confida e allora tutto e tutti diventano funzione del sistema di accumulazione da spogliamento. Le prime a farne le spese, sono non casualmente le donne. Spogliate, violentate e infine rivendute come mercanzia deperibile. Difficile o forse inevitabile perché dalla colonizzazione in su, donna, terra, risorse naturali e presa di possesso sono un tutt’uno. Una parte del mondo assediata e l’altra in vendita, ecco perché si travestono da dei e arrivano come e quando possono per metterlo sottosopra, ossia finalmente ordinarlo. Sono cacciati, sfruttati financo dall’umanitario che di loro prospera, imprigionati e fatti percepire pericolosi. Ogni giovane che viaggia verso il nord  del paese è considerato un potenziale migrante, se non terrorista, almeno pericoloso e dunque da imprigionare. Potrete tagliare tutto dell’albero e dei fiori ma non fermerete la primavera.

Donna nigerina
Donna nigerina

Anche Euripide ci mette la sua quando nelle ‘Baccanti’ del  suo teatro sostiene con Dionisio che ogni straniero è un dio. Siamo dunque rei di deicidio, crimine dalle conseguenze non sempre prevedibili. Nell’eliminazione dello straniero si elimina l’estraneità, la stranezza, la possibilità di orizzonti meno scontati, la scoperta della propria dimensione di straniero a se stesso. Quando, come sembra essere stato affermato ai più alti vertici dello stato, che il viaggio è in realtà una crociera, la perdita irreversibile dell’umano non è lontana. Sulla strade, nella sabbia e nel mare ci sono degli dei sconosciuti che, mandati con una missione da compiere, non saranno fermati da nessuno. Con paziente tenacia continueranno a smontare fili spinati e accordi di riammissione. La speranza che con loro e in loro si nasconde è seminata nel mare. Ogni nome perso tra le onde è quello di un dio sconosciuto.

Mauro Armanino

Mondiali 2018: esordio drammatico per tre delle cinque squadre africane

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 17 giugno 2017

La Nigeria si è suicidata ieri sera contro la Croazia con un autogol e con un rigore tanto giusto quanto ingenuo.

Il Marocco lo ha fatto, venerdì,  con un autogol all’ultimo secondo contro l’Iran.

L’Egitto ha perso, sempre venerdì, contro l’Uruguay quasi all’ultimo minuto.

Tre partite, tre sconfitte.

Per le squadre africane peggior esordio non poteva esserci ai mondiali di calcio in svolgimento in Russia dal 14 giugno fino al 15 luglio.

Anche le Super Aquile nigeriane si sono schiantate al suolo: ieri sera a Kaliningrad, città baltica oggi russa, un tempo Konisberg tedesca, patria del filosofo Immanuel Kant, la Croazia le ha abbattute 2-0 confermando il sortilegio che perseguita l nazionale nigeriana quando affronta le nazionali europee. Di 6 partite giocate in diversi mondiali, ne ha perse  4, pareggiata una e vinta una.

E’ stato proprio un avvio sfortunato, ma disastroso per 3 delle 5 squadre africane il campionato mondiale 2018.

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I più amareggiati sono i marocchini, ben preparati dall’allenatore francese Hervè Renard. E non solo i marocchini scesi in campo, ma anche tutti i tifosi e non tifosi del Regno magrebino. I “Leoni di Atlante” sono tornati al Mondiale dopo 20 anni per essere sconfitti beffardamente, a San Pietroburgo, venerdì 15 giugno,  dall’Iran, un avversario non proprio come tanti (non ci sono rapporti diplomatici tra i due Paesi). La partita sembrava destinata a finire 0-0, quando improvvidamente il numero 20 Aziz Bouhaddouz, 31 anni, nato a Berkane nel Marocco orientale, chiamato dalla panchina nel secondo tempo, ha deciso di entrare nella storia dei Mondiali dalla…. porta sbagliata: in tuffo e di testa ha infilato e infilzato il proprio esterrefatto portiere, El Kajoui. E pensare che il Marocco negli ultimi otto incontri internazionali aveva subito appena un gol!

Un dramma per Bouhaddouz, che milita nella squadra tedesca Club St. Paul (quartiere di Amburgo) e che quasi certamente con la sua autorete elimina la propria nazionale dalla Coppa del Mondo. Come si fa a ipotizzare, infatti, che i Leoni di Atlante siano in grado di matar i tori spagnoli, o divorare il Portogallo del sempre più infinito Cristiano Ronaldo, nei prossimi incontri previsti per mercoledì 20 giugno (contro il Portogallo) e lunedì 25 giugno (Spagna)?

Non meno devastata l’opinione pubblica marocchina: il crudele suicidio calcistico è avvenuto solo due giorni dopo che la Federazione calcistica internazionale (Fifa) ha negato al Marocco la possibilità di ospitare il Mondiale 2026 affidandolo al Nord America (Canada-Messico-Stati Uniti). Una scelta tanto più dolorosa in quanto è venuto a mancare il sostegno di qualche paese fratello (vedi Arabia Saudita…).

Quanto all’Egitto, non è meno disperante la sconfitta in extremis subita , sempre venerdì 15 giugno, a Ekaterinburg, dall’Uruguay delle star internazionali Cavani, Suarez, Betancour (juventino), Vecino (interista). I Faraoni hanno molto ben figurato pur essendo privi della loro stella, il ventiseienne attaccante del Liverpool, Mohamed Salah (non in perfette condizioni e debilitato – secondo le malelingue islamofobe – anche dal Ramadan!). Salah è rimasto in panchina con lo sguardo triste e melanconico, forse consapevole che, se non rientrerà martedì 19 giugno contro la Russia, dovrà velocemente tornare a casa. I miracoli del portiere El Shenawy, autore di parate strepitose, non sono bastati e forse non basteranno.

Quanto alla Nigeria può consolarsi solo col successo ottenuto a livello di marketing.

La maglia, firmata dalla Nike e ispirata a quella indossata dalla negli Usa nel lontano 1994, è, infatti andata esaurita, come prenotazioni, in poche ore dopo essere stata presentata alla fine di maggio. Si parla di 3 milioni di pezzi prenotati: se questi numeri fossero confermati, la Nigeria  batterebbe il record appartenente al Manchester United, che nel 2016 aveva venduto 2 milioni e 850 mila modelli. Tanto successo è legato ai colori classici biancoverdi sul petto, con una fantasia geometrica delicata sulla schiena, a zig zag che rimanda alle ali delle Super Aquile (appellativo della nazionale) e che si ripete sulle maniche dove domina il bianco e il nero. Contro la Croazia, però, le Super Aquile, ieri sera, hanno indossato a maglia di scorta, ovvero il classico look tutto verde. Valli a capire.. La nazionale nigeriana era stata , recentemente al centro di due episodi, uno toccante e l’altro divertente.

Squadra nazionale di calcio nigeriana
Squadra nazionale di calcio nigeriana

Il primo ha come protagonista Carl Ikeme, 32 anni, portiere del Wolverhampton che da un anno combatte contro la leucemia. Il giocatore ha partecipato  alle gare di qualificazione prima di doversi fermare. Il suo nome compare come 24esimo nella lista che il selezionatore ha stilato per Russia 2018. Passato dalla maglia numero 1 alla 24, Ikeme sarebbe tecnicamente il primo degli esclusi. Per tutti invece fa parte integrante della rosa, come se dovesse scendere in campo. Al suo posto tra i pali, ieri sera, c’è stato Francis Uzoho, 19 anni, che vantava appena sei presenze in Nazionale e si è ritrovato catapultato quasi all’improvviso in uno dei gironi più proibitivi dell’intero Mondiale.

La vicenda divertente riguarda il commissario tecnico tedesco Gernot Rohr, che ha emesso un singolare ukase: vietato portarsi in albergo prostitute o donne russe, pena il ritorno anticipato a casa. Purtroppo dopo l’insuccesso di ieri notte le Super Aquile rischiano di non volare più sul cielo russo. Si trovano in un girone di ferro, quasi proibivo, con l’Islanda e l’Argentina di Leo Messi, che ieri ha fallito un rigore proprio contro gli islandesi e quindi ha costretto la sua squadra al pareggio (1-1). Come faranno a superare questi ostacoli? Intendiamoci. La palla è rotonda: all’ultimo Mondiale, in Brasile, la Nigeria riuscì ad arrivare negli ottavi, uscendo indenne da un girone con Argentina, Iran e Bosnia. Ora tocca alla Tunisia e al Senegal. La prima se la deve vedere subito con l’Inghilterra, il secondo con la Polonia. Se l’inizio è stato…nero per le squadre africane, il prosieguo non sembra essere roseo.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

La Spagna cambia politica: abbatterà le reti ai confini delle enclavi africane

Loghino africa express 2Africa ExPress
Ceuta/Melilla, 16 giugno 2018

Il nuovo governo spagnolo vuole liberarsi delle reti metalliche che proteggono le sue due enclavi Ceuta e Melilla in territorio marocchino, porte laterali per entrare nel mondo occidentale, senza dover affrontare la terribile traversata del canale di Sicilia.

Fernando Grande-Marlaska, il neo ministro degli Interni di Madrid, ha fetto sapere che farà il possibile per rimuovere le barriere metalliche che separano il Marocco dai territori spagnoli Ceuta e Melilla. Le recinzioni ferro e acciaio metalliche, di utima generazione, dotate di videosorveglianza ed alte fino a sei metri, sono rinforzate con filo spinato  e pezzi di metallo taglienti come rasoi.

Parte di rete metallica a Ceuta e Melilla
Parte di rete metallica a Ceuta e Melilla

Molti giovani migranti della zona subsahariana si affidano a caro prezzo a contrabbandieri di uomini, che con grossi camion li trasportano in Marocco, fino a pochi chilometri da Melilla, dove, in accampamenti di fortuna senza nessuna assistenza, attendono il loro turno per tentare di entrare in una delle enclavi. Sono migranti disposti a sopportare tutte le privazioni: fame e disperazione sono ben più grandi della paura di ferirsi o di morire durante la scavalcata, com ha ben sottolineato pochi giorni fa anche Papa Francesco.

Appena nominato ministro, Grande-Marlaska, un ex giudice, ha commissionato un rapporto, volto a trovare soluzioni meno traumatiche, pur mantenendo la sicurezza dei confini e ha precisato: “Non possiamo permettere che i giovani si feriscano, possiamo agire prima, intervenire sull’origine del problema”.

Mappa Ceuta-Melilla
Mappa Ceuta-Melilla

Anche quest’anno, secondo la Croce Rossa spagnola si sono feriti parecchi ragazzi cercando di scavalcare le barriere; dieci di loro hanno dovuto ricorrere a cure ospedaliere .

La Spagna ha cambiato rotta, il nuovo governo vede la migrazione con un’ottica diversa ed è ora uno dei pochi Paesi dell’UE rimasto migrant-friendly.

 Africa ExPress

L’ex tennista Becker per evitare il fallimento si appella all’immunità diplomatica

Loghino africa express 2Africa ExPress
Bangui, 16 giugno 2018

Boris Franz Becker, per anni tra i primi nel ranking dell’ Association of Tennis Professionals (ATP)  (associazione che riunisce i giocatori professionisti del tennis maschile di tutto il mondo), oggi cinquantenne e sommerso dai debiti, è stato dichiarato insolvente lo scorso anno. Becker non aveva mai rimborsato i prestiti che la banca privata londinese Arbuthnot Latham gli aveva concesso. Ora l’ex campione si appella all’imunità diplomatica per evitare un procedimento fallimentare.

Faustin-Archange Touadéra, presidente della Repubblica Centrafricana, a sinistra, Boris Franz Becker, ex star del tennis, a destra
Faustin-Archange Touadéra, presidente della Repubblica Centrafricana e Boris Franz Becker, ex star del tennis

Ieri i legali dell’ex asso del tennis si sono appellati all’immunità diplomatica del loro cliente davanti all’alta corte londinese per evitare la procedura di fallimento. Infatti nell’aprile di quest’anno Becker è stato nominato addetto diplomatico allo sport, cultura e affari umanitari presso l’Unione Europea da Faustin-Archange Touadéra, presidente della Repubblica Centroafricana.

I problemi giudiziari della ex star dello sport non sono pochi: nel 2002 è stato condannato a due anni di galera con la condizionale e un’ammenda di cinquecentomila euro in Germania per frode fiscale. Nel 2012 rinviato a giudizio in Spagna per debiti relativi alla costruzione della sua villa a Palma di Maiorca, immobile che in seguito è stato venduto all’asta. Sempre nel 2002 è stato inseguito dalla giustizia svizzera per non aver pagato l’onorario al pastore che aveva celebrato il suo matrimonio nell’esclusiva cittadina di Saint-Moritz. E oggi Becker è un giocatore professionista di pocker e diplomatico all’UE.

Becker un assiduo frequentatore delle aule giudiziare per ingenti debiti mai rimborsati, è anche rappresentante diplomatico della Repubblica Centrafricana, una dei Paesi più poveri al mondo, devastato da un sangunoso conflitto interno. Entrambi – Becker e Bangui – sull’orlo del precipizio, cercano di tendersi la mano l’un l’altro: la ex star con il suo impegno per promuovere lo sport e gli sportivi della ex colonia francese e Touadéra con l’immunità diplomatica.

Africa ExPress

West Africa Leaks 2: italiano di Capo Verde sospettato di riciclaggio di denaro

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 giugno 2018

Tra i tanti politici, industriali, corrotti e corruttori che dall’Africa occidentale esportano capitali nei paradisi fiscali, nei West Africa Leaks troviamo anche un italiano residente a Capo Verde.

Si chiama Gilberto Pacchiotti e la documentazione che lo riguarda è stata trovata tra i 2,5 milioni di carte che fanno parte di SwissLeaks, il maggiore scandalo dei conti off-shore svizzeri.

Porto di Mindelo nell'isola di São Vicente a Capo Verde
Porto di Mindelo nell’isola di São Vicente a Capo Verde

Secondo il Norbert Zongo Cell for Investigative Journalism (CENOZO), il gruppo di giornalisti africani che collabora con l’ International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), Pacchiotti, con la sua società Capo Verde Import Lda, ha un ammontare di denaro sospetto.

CENOZO parla di un conto di oltre due milioni di dollari americani che provengono da un arcipelago dove, fino ad ora, non c’è attività nota che giustifichi una somma come questa in un conto off-shore. La deduzione delle indagini dei giornalisti è: riciclaggio di denaro.

Pacchiotti, 77 anni, da 25 a Capo Verde, è proprietario di Capo Verde Import Lda, società che importa prodotti alimentari. La sede aziendale è a Mindelo, nell’isola di São Vicente, un territorio di 225kmq (poco più grande della provincia di Trieste) che ha 75mila abitanti.

Mappa dell'arcipelago di Capo Verde
Mappa dell’arcipelago di Capo Verde

Le indagini rivelano che l’imprenditore italiano, a São Vicente, è proprietario di vari immobili. In uno c’è la sede aziendale, diventata Sulamericanas Capo Verde Import Ltd; poi ha un appartamento di fronte al mare, nella zona di San Pedro; un altro vicino all’aeroporto internazionale dell’isola, che utilizza per ospitare amici e conoscenti.

La documentazione analizzata da CENOZO mostra che la Capo Verde Import Lda è stata fondata nel 2008 con un capitale iniziale di 8 milioni di scudi capoverdiani (72.500 euro). Il 95 per cento appartiene a Pacchiotti mentre il restante 5 per cento è di proprietà di Benjamin de Livramento Rodrigues, chiamato Djimi.

Djimi ha nazionalità capoverdiana e portoghese e possiede un’officina meccanica che ripara auto e barche. Il socio di Pacchiotti era uomo di fiducia di un ispettore di polizia implicato in un traffico di 521 chilogrammi di cocaina, sequestrata, il cui nome dell’operazione era “Perla negra”.

Gilberto Pacchiotti ha almeno due passaporti: italiano e neozelandese. L’indagine dei giornalisti africani dice che il suo volume di affari e le tasse pagate a Capo Verde non giustificano la somma di denaro che ha portato in Svizzera in un conto aperto alla HSB Private Bank.

Sede della Sulamericanas Capo Verde Lda a Mindelo, Capo Verde (courtesy CENOZO)
Sede della Sulamericanas Capo Verde Lda a Mindelo, Capo Verde (courtesy CENOZO)

L’uomo d’affari, contattato telefonicamente da CENOZO, ha spiegato che le autorità italiane hanno trovato il suo nome nella “lista Falciani” (la lista con i nomi dei presunti evasori fiscali con conti nelle banche svizzere). Da qui hanno dedotto che il denaro del suo conto erano soldi italiani.

Pacchiotti ha detto di essere residente a Capo Verde dove ha pagato le tasse e che quindi il sistema fiscale italiano non ha niente a che vedere con i suoi soldi. Quando gli viene chiesto se quei due milioni di dollari potrebbero avere a che fare con riciclaggio di denaro, afferma che tutto è dichiarato e legittimo e che il denaro può essere rintracciato.

Passaporto di Gilberto Pacchiotti (courtesy CENOZO)
Passaporto di Gilberto Pacchiotti (courtesy CENOZO)

Ma perché un conto in Svizzera? Anche davanti a questa domanda dichiara sicuro: “Per migliore operatività e per il tasso di interesse più alto che altrove. In Svizzera c’è il vantaggio che si possono fare acquisti direttamente, invece di ricevere denaro a Capo Verde. Gestisco il denaro dalla Svizzera e da lì effettuo pagamenti. Mi permette di portare facilmente prodotti provenienti da Asia, Europa e Sud America. Da Capo Verde ci vuole più tempo per i pagamenti”.

Nel 2017 l’arcipelago si sarebbe dovuto adeguare alle regole di trasparenza dell’UE ma all’ultimo momento si è tirato indietro. Oggi Capo Verde è nella lista grigia dei 47 Paesi che non soddisfano i requisiti minimi di trasparenza ma si sono impegnati ad aggiornare le loro regole.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
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Crediti immagini:
– Mappe Africa e Capo Verde
Di Alvaro1984 18Opera propria, Pubblico dominio, Collegamento
Pubblico dominio, Collegamento

-Porto di São Vicente
Di User Kotoviski on sv.wikipediaOpera propria, <a

Amnesty bacchetta il governo mozambicano: “Difenda la popolazione da al Shebab”

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 giugno 2018

Le autorità del Mozambico devono prendere provvedimenti immediati per porre fine alla follia omicida di al Shebab nella provincia di Cabo Delgado”. Con un comunicato Amnesty International cerca di spronare il governo di Maputo a difendere la popolazione terrorizzata sotto attacco degli integralisti islamici nell’estremo nord del Paese.

L’ultimo, in ordine di tempo, è quello della sera del 6 giugno nel villaggio di Namaluco nel distretto di Quissanga. Testimoni hanno riferito ad Amnesty che il villaggio è stato dato alle fiamme e i terroristi hanno ammazzato dieci persone a colpi d’arma da fuoco. La popolazione è fuggita dalle proprie case in cerca di un rifugio sicuro.

Villaggio dato alle fiamme dopo l'attacco jihadista a Cabo Delgado (courtesy STV)
Villaggio dato alle fiamme dopo l’attacco jihadista a Cabo Delgado (courtesy STV)

“Nella provincia di Cabo Delgado c’è un’escalation di violenza che ha lasciato i civili alla mercé degli  assassini. I macabri modi in cui vengono condotti i massacri mostrano l’intenzione di questo gruppo di seminare paura tra i civili”, ha dichiarato Deprose Muchena, responsabile di Amnesty per l’Africa australe .

Amnesty chiede alle autorità mozambicane di “intraprendere azioni immediate ed efficaci anche rafforzando le misure di sicurezza per proteggere le vite degli abitanti dei villaggi”. Chiede poi di condurre indagini su tutti i recenti attacchi per trovare i responsabili.

Le azioni del gruppo armato che terrorizza la provincia di Cabo Delgado sono cominciate a inizio ottobre 2017 con l’attacco ai posti di polizia. Poi c’è stato un crescendo di azioni verso la popolazione inerme che fino ad oggi ha fatto almeno un centinaio di vittime.

Solo nelle due ultime settimane ci sono stati 37 morti di cui 22 decapitati dagli estremisti islamici. Due di questi erano ragazzi di 15 e 16 anni. Durante un attacco terrorista dello scorso marzo in uno scontro armato con le forze di sicurezza sono stati uccisi due jihadisti. Uno dei componenti del gruppo di estremisti era di origine asiatica.

Fotogramma del video dei jihadisti che terrorizzano Cabo Delgado
Fotogramma del video dei jihadisti che terrorizzano Cabo Delgado

Dal mese di gennaio scorso, dopo gli attacchi jihadisti a Macimboa da Praia, sta circolando un video trasmesso da TV de Moçambique, l’emittente di Stato. Nel filmato di due minuti appaiono cinque individui con turbante e volto coperto, armati di fucili d’assalto AK47 che confermano l’azione di Macimboa e vogliono un governo religioso islamico.

Oggi, grazie a uno studio sulla situazione del terrorismo islamico a Cabo Delgado, si ha la conferma che il gruppo jihadista, chiamato dalla popolazione al Shebab, ha connessioni internazionali. Sono divisi in varie cellule composte da 20/30 individui che vengono addestrati in campi di training militare in Tanzania, Kenya e Somalia.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Attorno al bacino del lago Ciad si consuma una delle peggiori crisi umanitarie

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 giugno 2018

L’esercito nigeriano, in collaborazione con quello camerunense, ha ucciso ventitré miliziani Boko Haram nella regione del lago Ciad lunedì scorso. Il portavoce delle forze armate dell’ex colonia britannica, Texas Chukwu, ha fatto sapere che durante l’operazione militare congiunta è stato possibile sequestrare anche un’ importante quantitativo di armi e munizioni, nonchè due motociclette. Purtroppo molti terroristi, anche se feriti, sono riusciti a sfuggire alla cattura.

E proprio attorno al Lago Ciad si sta consumando la peggiore crisi umanitaria del momento nel quasi più totale silenzio dei media.  Il bacino è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. 

Miliziani Boko Haram
Miliziani Boko Haram

Dal 2014 ad oggi le persone in fuga dai sanguinari terroristi Boko Haram – sempre molto attivi nel nord-est della Nigeria e nei Paesi confinanti – cercano rifugio e protezione in quest’area. Alla popolazione residente, già tra le più povere al mondo, si sono aggiunti ora anche questi infelici. Attualmente il bacino è abitato da 17,4 milioni di persone, tra loro 2,4 milioni di profughi.

Secondo le stime dell’ONU, quest’anno oltre cinque milioni di persone si trovano in totale insicurezza alimentare, mentre altre 10,7 milioni necessitano di aiuti umanitari e di sostegno, mezzo milione di bambini soffrono di malnutrizione acuta grave.

260px-Lakechad_mapfrLa siccità, la condizione del lago stesso, che un tempo era tra i più grandi del continente africano, si è ridotto negli ultimi cinquant’anni del novanta per cento per l’eccessivo utilizzo delle sue acque, la prolungata siccità e i cambiamenti climatici. Nel 1963 la superficie del lago era di ventiseimila metri quadrati oggi non raggiunge nemmeno millecinquecento metri quadrati.

Solo meno di una settimana fa la coordinatrice dell’ONU in Niger, Bintou Djibo, in una conferenza stampa a Ginevra, ha esposto la gravissima situazione di questa zona . Durante il suo racconto la Djibo ha sottolineato l’estrema vulnerabilità alla quale è esposta tutta la popolazione anche a causa dei terroristi Boko Haram. Sopratutto i profughi vivono in una situazione di grave disagio e l’insicurezza alimentare impedisce la ripresa di una vita relativamente normale. Moltissimi giovani sono pronti a raggiungere le fila dei jihadisti, spinti da fame e povertà estrema. Così pure alcuni allevatori, per proteggere le proprie mandrie, sono passati dalla parte del nemico, ma in questo modo non fanno altro che finanziare questi terroristi.

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Un gatto che si morde la coda: da un lato la Task Force Multinazionale (Multinational Joint Task Force, MNJTF) lancia continue offensive contro i Boko Haram, d’altro canto questi trovano senza difficoltà nuove leve in quest’area dove la gente vive nella miseria più totale. E’ un conflitto che non si risolve solo con l’uso delle armi, perchè la vera lotta sta nel combattere fame e povertà con uno sviluppo sostenibile.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il cambiamento climatico sta uccidendo i baobab nell’Africa australe

Loghino africa express 2Africa ExPress
Johannesburg, 12 giugno 2018

I baobab, l’icona dell’Africa, stanno morendo in circostanze misteriose. Un gruppo di scienziati ha scoperto che quattro dei tredici più antichi esemplari di questa specie sono morti negli ultimi dodici anni e puntano il dito sui cambiamenti climatici.

Gli alberi in questione, dell’età compresa tra i milletrecento e i duemila cinquecento anni, erano enormi, in certi casi avevano raggiunto la grandezza di un autobus.

Baobab
Baobab

Ricercatori sudafricani, rumeni e statunitensi sostengono che si tratta di un evento senza precedenti e hanno precisato che nessuna epidemia è responsabile della moria di questi giganti della flora africana. Altri studi e ricerche saranno necessari per identificare le reali cause della questa “strage”.

Tra il 2005 e il 2017 gli scienziati hanno catalogato e datato sessanta tra i più grandi baobab del continente.  Con loro grande sorpresa hanno constatato che proprio in quel periodo sono morti gli esemplari più massicci e vecchi nell’Africa australe, Sudafrica, Zimbabwe, Namibia, Botswana, Zambia.

Il baobab svolge un ruolo importante: durante la stagione delle piogge immagazzina immense quantità di acqua e i suoi frutti sfamano sia animali che uomini. Le sue foglie, invece, una volta bollite sono simili agli spinaci, e sono apprezzate come contorno, oppure possono essere utilizzate nella preparazione di medicine tradizionali, mentre la corteccia viene pestata e trattata per poi essere impiegata nella lavorazione di cesti, vestiti o cappelli impermeabili.

Con la loro ricerca, gli scienziati hanno voluto dimostrare il perchè della longevità di questi giganti. Sono stati analizzati varie parti del tronco degli alberi, utilizzando la datazione al radiocarbonio e in base ai dati così rilevati,  hanno potuto accertare che il tronco del baobab non nasce da uno solo stelo principale, ma ha origine da diversi fusti.

Un baobab non muore facilmente; è praticamente impossibile bruciare questo tipo di albero e, anche se spogliato della corteccia, questa ricresce autonomamente. Il baobab muore solamente quando marcisce dall’interno; allora crolla, lasciando dietro di sè una scia di fibre.

Su dieci alberi analizzati dagli studiosi, quattro sono morti completamente, mentre gli altri sei hanno mostrato segni di sofferenza a causa dell’arresto del ciclo vitale di uno o più fusti.

Africa ExPress

L’ONU impone sanzioni contro sei trafficanti di esseri umani (4 libici e 2 eritrei)

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 giugno 2018

Con una storica delibera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha imposto sanzioni contro sei trafficanti di uomini. E’ la prima volta che mercanti di esseri umani vengono inseriti nell’elenco dei sanzionati dalle Nazioni Unite.

Nel caso specifico si tratta di quattro cittadini libici e due eritrei che Paolo Lambruschi, nel suo articolo su Avvenire del 9 giugno ha illustrato in modo dettagliato https://www.avvenire.it/attualita/pagine/lonu-ecco-la-lista-nera-dei-trafficanti. Il primo maggio 2018 il governo olandese aveva presentato la lista nera al Consiglio di Sicurezza, ma la Russia aveva chiesto tempo e maggiori informazioni per valutare al meglio la questione.

Infine, il 7 giugno scorso, nel Palazzo di Vetro la risoluzione, proposta appunto dai Paesi Bassi e appoggiata da Francia, Germania, Gran Bretagna e Usa è stata accettata e l’Onu ha sancito nei confronti dei sei trafficanti disposizioni che comprendono il congelamento di tutti conti bancari riconducibili a loro e il divieto internazionale di viaggio.

Consiglio di Sicurezza dell'ONU
Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Antonio Guteress, il segretario generale dell’ONU ha salutato positivamente la risoluzione. L’ambasciatore americano accreditata all’ONU, Nikki Haley, ha sottolineato che le immagini di migranti venduti come schiavi pubblicati alla fine del 2017 dalla CNN hanno scosso le cosienze del mondo intero.

Già nel mese di marzo, durante un vertice a Niamey Al-Siddik al-Sour, capo dell’ufficio investigativo della procura di Tripoli, aveva presentato un elenco con ben duecentocinque nomi di trafficanti nazionali e stranieri, contro i quali sono stati spiccati i relativi mandati d’arresto pochi giorni fa. Nella lista figuravano personaggi importanti, come alti funzionari di ambasciate africane in Libia, membri dell’organismo statale per la lotta contro la migrazione clandestina nella nostra ex colonia, addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti e altre figure di spicco insospettabili. Non è dato sapere chi sono i duecentocinque di tale lista, ma certamente i nomi dei sei, ora sanzionati dall’ONU, erano compresi in tale elenco.

Sconcerta il fatto che tra il gruppo dei sei ci sia pure Abd Al-Rahman Al-Milad, un alto ufficiale della Guardia costiera libica, che è stata addestrata anche dagli italiani nell’ambito dell’operazione Sophia di Eunavfor med, e sembra addirittura che parte dei Fondi per l’Africa  siano stati utilizzati per la riparazione delle quattro motovedette di classe “Bigliani” dismesse dalla Guardia di finanza riconsegnate ai libici dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti.

Ermias Ghermay, eritreo, ha sulla coscienza il terribile naufragio del 3 ottobre 2013. Secondo le poche informazioni a disposizione su di lui, si sa che i tentacoli della sua  “organizzazione” arrivano fino negli Stati Uniti. Zeresenay Ermias Testfatsion, si è suicidato nelle docce dell’aeroporto internazionale del Cairo. Al trentaquattrenne eritreo era stato negato il diritto d’asilo negli USA, ed era in transito al Cairo in attesa dell’aereo che doveva deportarlo ad Asmara, dove certamente non lo attendeva un tappeto rosso.  Zeresenay Ermias Testfatsion, dopo l’inferno Libia, è arrivato quasi sicuramente in Italia, per poi proseguire dietro lauti compensi illeciti verso gli USA.

Al di là di ciò, è risaputo da anni cosa succede nelle galere libiche. Sia in quelle cosiddette “ufficiali” che in quelle gestite direttamente dai trafficanti.  I migranti sono terrorizzati quando vengono intercettati dalla Guardia costiera libica e non di rado si buttano nelle fredde acque, pur di non ritornare nell’inferno libico preferiscono morire. Mentre di coloro che vengono riportati a Tripoli, spesso si perdono le tracce. Non si sa dove vengano deportati.

Migranti in un lager libico
Migranti in un lager libico

Le camere mortuarie dell’ex colonia italiana sono strapiene. Non c’è più posto. Una notizia che sporadicamente viene ripresa dai giornali libici, l’ultima risale al 7 giugno 2018. Ma questi morti ovviamente interessano poco l’Europa e la comunità internazionale tutta, che non ne sentono il perso della responsabilità.

Secondo una stima dell’Unione Africana, a fine dicembre 2017 in Libia si trovavano ancora tra quattrocento e settecentomila migranti, detenuti in una quarantina di “lager”, in condizioni disumane. E in base ai rapporti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), lo scorso anno avrebbero perso la vita oltre tremilacento migranti cercando di raggiungere le coste italiane.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ghana, il calcio e una indimenticabile lezione su come si combatte la corruzione

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 10 giugno 2018

Capre,  pecore, riso, olio per friggere. Non solo con il denaro si comprano le partite di calcio in Ghana. C’è chi si accontenta anche di bestiame e di alimenti…

Il dettaglio farà anche sorridere ma lo scandalo, che, in questi giorni, sta scuotendo la repubblica dell’Africa occidentale, il cui motto è “Libertà e Giustizia”, è tremendamente serio. Il pallone corrotto è andato a stamparsi sulla faccia di 77 arbitri (non tutti ghanesi),  del massimo dirigente del calcio ghanese e africano, Kwei Nyantamkyi, 49 anni, arrestato e costretto alle dimissioni venerdì scorso 8 giugno, di altri 14 esponenti di rilievo e, addirittura, ha sfiorato il presidente della repubblica, Nana Akufo-Addo e il vice presidente Mahamadu Bawumia.

Il giornalista investigativo ANAS, a sinistra e Kwesi Nyantakyi, a destra
Il giornalista investigativo ANAS, a sinistra e Kwesi Nyantakyi, a destra

 

Un “esplosivo” calcio di rigore tirato da un celebre (e controverso) giornalista investigativo di Accra di cui non si conoscono né l’identità  né il volto. La prima è coperta dallo pseudonimo Anas Aremeyaw Anas, il secondo da un inquietante cappello formato da fili di perline.

Il giornalista Anas per due anni ha lavorato sotto copertura e con microtelecamere nascoste, ha preparato un documentario di 2 ore intitolato “Numero 12: quando l’avidità e la corruzione diventano la norma” e ha svelato di quanto marcio grondi il  mondo del pallone in Africa occidentale.

La presentazione al pubblico è stata clamorosa, spettacolare, rimbombante,  mercoledì 6 giugno all’Accra International Conference Centre, davanti a un pubblico pagante di 6 mila persone. Fra gli spettatori decine di Vip: diplomatici, uomini d’affari, esponenti della società civile, politici, vescovi! Un sacerdote cattolico ha aperto la seduta, il Centro Conferenze era strettamente sorvegliato dalle forze dell’ordine, la bandiera del paese (rosso, giallo e verde) garriva dentro e fuori, la gente cantava l’inno nazionale..

Un evento mai visto né immaginato. Quando mai in Italia un documentario che denuncia un vasto fenomeno corruttivo sarebbe stato mostrato con tale capillarità ed efficacia?

Il video è stato poi proiettato sabato 9 giugno al nuovo GCB Auditorium della Kwame Nkrumah University of Science and Technology (KNUST) di Kumasi, la seconda città del Ghana per popolazione e importanza.

Non basta: la visione del documentario-scandalo è stata programmata anche per mercoledì 13 giugno all’hotel Radach di Tamale, capitale commerciale di tre regioni del nord e, sabato 16 giugno all’Akroma Plaza Hotel di Takoradi, porto vitale sul Golfo di Guinea.

L’evento mediatico, pur astutamente preparato dal maggio scarso con calcolate anticipazioni dopo essere stato fatto vedere in anteprima alle autorità, sta sconvolgendo la nazione. Le proiezioni sono state accolte dal pubblico con urla di indignazione, milioni di tifosi si sono sentiti traditi.

Per capire la portata dell’impatto emotivo è fondamentale ricordare che cosa significhi il calcio per il Ghana.

Ci limitiamo a riportare quanto potete leggere sul sito web del “Consolato del Ghana”: “Integrazione, educazione e divertimento. È questo il modo di concepire il calcio in Ghana, Paese africano che nel corso della sua storia è riuscito a sfornare talenti assoluti (che in Italia ben conosciamo, ndr) come Michael Essien, Stephen Appiah, Asamoah Gyan, Samuel Kuffour e Kwadwo Asamoah e che è considerato il Brasile d’Africa. Assieme a Egitto e Camerun, il Ghana è fra le nazionali africane più rappresentative dal punto di vista calcistico e vanta fra i propri successi la conquista di 4 Coppe D’Africa (1963, 1965, 1978, 1982). A queste 4 vittorie vanno aggiunte 5 finali perse, che avrebbero potuto incrementare ulteriormente la bacheca di successi. Le black stars (così sono chiamati i giocatori della nazionale di calcio) sono amatissime dal popolo e quando la nazionale gioca fra le mura amiche gli stadi si riempiono”. E poco male se le Black Stars non sono riuscite a qualificarsi né alla Coppa delle Nazioni africane né campionati ai mondiali che prendono il via giovedì, 14 giugno, a Mosca.

Le "Black Stars" - la nazionale di calcio del Ghana
Le “Black Stars” – la nazionale di calcio del Ghana

Il tifo non ne è stato minimamente scalfito. L’indignazione, pure.

Ma che cosa svela il filmato del giornalista dal volto ignoto Anas Aremeyaw Anas, minacciato di morte anche per precedenti inchieste sulla giustizia, sull’abuso dei diritti umani (in particolare sui minori) e corruzione?

Il contenuto, a voler semplificare, è semplicissimo, ma veramente fragoroso.

Kwei Nyantamkyi, presidente dell’Associazione Nazionale del Calcio, vicepresidente della Confederazione di Calcio africana, banchiere e avvocato , da sempre paladino anticorruzione – almeno a parole – è stato colto, nella stanza di un albergo a Dubai,  nell’atto di mettere in saccoccia di 65.000 ghana cedi (la moneta locale), pari a circa 12.000 euro.

Si sarebbe trattato di un anticipo di un affare il cui valore ammontava a 15 milioni di cedis per 3 anni (8 milioni di euro in 3 anni, quindi) Il denaro serviva a garantire a presunti investitori, che in realtà erano il giornalista investigativo con il suo team, accordi di sponsorizzazione e  contratti in progetti governativi. A questo scopo, Nyantamkyi rafforzava il suo impegno millantando aiuti da parte del presidente e del vice presidente, ai quali, però, in cambio del loro aiutino, rispettivamente sarebbero dovuti andare andati 5 e 3 milioni di cedis (circa 900 mila e 540 mila euro).

Altri 2 milioni sarebbero stati destinati al ministro dei Trasporti, 1 milione al vice ministro e altrettanto per se stesso. Il video ha poi mostrato altri dirigenti calcistici e arbitri, che in cambio di mazzette si impegnavano ad alzare cartellini gialli e rossi, assegnare rigori o altre penalità e decidere visti per partite all’estero. Prezzi modici per queste agevolazioni: da 80 a 500 euro.

In alcuni casi i corrotti hanno accettato anche altri beni come capre e pecore vive, riso e olio per friggere: 3-400 cedis, ovvero  meno di 100 euro.Tutto fa brodo..

La prima testa a cadere è stata, ovviamente, quella di Nyantamhyi. Il presidente della repubblica, infatti, a cui era stata mostrata in anteprima l’inchiesta, è andato su tutte le furie. Ha ordinato a sua volta un’inchiesta, ha fatto arrestare il massimo dirigente calcistico, che, l’altro giorno, finalmente si è dimesso. Proclamando, però, la sua estraneità a ogni malaffare.

Un’altra testa illustre a rotolare – a conferma di come il pallone sia marcio anche oltre i confini del Ghana –  è stata quella dell’arbitro internazionale del Kenya, Aden Range Marwa, 41 anni. Si sarebbe accontentato di poco più di 500 euro per aggiustare qualche match. Faceva parte dei 10 segnalinee africani selezionati per la Coppa del Mondo 2018. La conseguenza è che è già rientrato da Mosca con disonore. D’ora in poi si limiterà  a insegnare matematica e chimica, sua vera professione. Niente più fischietto.

Ma la vera morale di questa vicenda è che il Ghana, oltre ad averci dato tanti campioni, ci ha offerto anche – gratis – una indimenticabile lezione su come si combatte la corruzione.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com