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Akon, il rapper che sfida Trump vuole creare la sua cryptovaluta in Senegal

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 giugno 2018

Akon, famoso rapper statunitense/senegalese, deve essere rimasto folgorato da “Black Panther”, il film della Marvel di Ryan Coogler che ha conquistato l’Africa.

È rimasto talmente colpito dall’eroe protagonista, Chadwick Boseman nei panni di T’Challa (una sorta di Capitan America africano) che, anche senza volare come Boseman/T’Challa vuole salvare il continente nero dalla fame e dalla miseria.

Black Panther – Trailer ufficiale italiano

Come? Innanzi tutto, a Cannes Lion 2018 (il festival internazionale della creatività), la settimana scorsa ha presentato la sua cryptovaluta che – forse con un po’ di megalomania – ha chiamato AKoin ma, affascinato dalla capitale del regno immaginario di Wakanda, vuole costruire una città come quella del film in Senegal, suo luogo d’origine che si chiamerà Akon Crypto City.

Nel suo visionario progetto, il cantante ha anche l’appoggio del presidente senegalese Macky Sall. Secondo quanto scrive il quotidiano britannico “Independent”, per costruire la sua città del futuro, il capo dello stato senegalese gli ha già donato 800 ettari di terreno vicino alla costa a cinque minuti dall’aeroporto internazionale dalla capitale Dakar.

Ad Akon, il cui nome reale è Aliaune Thiam, la fama e le risorse finanziarie pare che non manchino. È proprietario di una miniera di diamanti in Sudafrica e, tra il 2004 e il 2008, oltre ad aver venduto quasi 12 milioni di CD ha vinto quattro dischi di platino e un disco d’oro.

Mappa dei Paesi africani del progetto Akon Lighting Africa
Mappa dei Paesi africani del progetto Akon Lighting Africa (Courtesy akonlightingafrica.com )

Il rapper, oltre che imprenditore è anche filantropo. Ha fondato Konfidence Foundation  un’associazione benefica per bambini e nel 2016 ha inaugurato il progetto Akon Lighting Africa  per fornire energia solare in 25 Paesi dell’Africa sub-sahariana occidentale e dell’Africa australe.

Secondo i dati pubblicati su uno dei suoi siti, per il lancio il progetto ha avuto una linea di credito da un miliardo di USD, da parte di banche internazionali e sta già operando in 15 paesi nei quali ha coperto 480 comunità con 100 mila lampioni solari, 1.200 micro-griglie solari e oltre 100 mila kit solari domestici.

Ma il rapper/filantropo viene anche accusato dall’opposizione di andare a braccetto con i peggiori dittatori africani in modo troppo disinvolto, talmente disinvolto “da essere il loro tirapiedi”. Di sicuro è grande amico della famiglia Obiang che da quasi quattro decadi “regna”  con il pugno di ferro in Guinea Equatoriale.

La piccola ex colonia spagnola – grande quanto Piemonte e Valle d’Aosta – indipendente dal 1968, galleggia sul petrolio e gli Obiang ne hanno fatto una loro proprietà personale utilizzando i proventi dell’oro nero per arricchirsi a danno della popolazione che vive nella miseria.

Da sin. tweet di Akon mentre dà l'orologio di diamanti al presidente Obiang e la torta di compleanno di Teodorino Obiang del costo di 800 mila USD
Da sin. tweet di Akon mentre dà l’orologio di diamanti al presidente Obiang e la torta di compleanno di Teodorino Obiang del costo di 800 mila USD

Akon, nel 2015, era alla festa di compleanno del presidente/dittatore/sovrano Teodoro Obiang Nguema Mbasogo al quale ha regalato un orologio di diamanti. Invece ieri, 26 giugno, era ospite alla festa di compleanno del figlio del presidente, Teodorino, che ha la carica di vice presidente.

Per l’occasione l’emittente anti regime Radio Macuto, attraverso un tweet, denuncia lo spreco di soldi pubblici con l’immagine della torta di compleanno del costo di 800 mila USD, fatta arrivare in aereo da Las Vegas.

Il rampollo Obiang è conosciuto a livello internazionale soprattutto dai tribunali. È dovuto scappare dagli Stati Uniti e dalla Francia che hanno sequestrato le sue proprietà (auto di lusso, residenze e appartamenti) perché accusato di riciclaggio di denaro e corruzione.

Il rapper ha però un altro progetto: si sta preparando per sfidare Donald Trump e Kaye West per la presidenza degli Stati Uniti nel 2020. “Qualcuno deve sconfiggere quel bullo” – ha detto. E se un bullo è diventato presidente degli Stati Uniti come lo è diventato un attore di Hollywood, perché non potrebbe essere eletto un rapper di colore?

(ultimo aggiornamento alle 13:20 del 27 giugno 2018)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Violenze e repressione: il Camerun scivola lentamente verso la guerra civile

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 giugno 2018

Il governo camerunense e i separatisti si accusano reciprocamente delle violenze che si consumano quasi giornalmente nel province anglofone e di diffondere notizie false e tendenziose.

Il primo ministro di Yaoundé, Philémon Yang, ha presentato una settimana fa un documento secondo cui dalla fine del 2017 sono stati uccisi ben ottantaquattro tra militari e poliziotti durante scontri tra forze dell’ordine e separatisti. Ma Yang si è “casualmente dimenticato” di distinguere quanti agenti hanno perso la vita e quanti ribelli.

Il governo centrale ha anche stilato un elenco di quattordici camerunensi residenti all’estero, che sarebbero i principali sostenitori dei rivoltosi, grazie ai quali i separatisti sarebbero in grado di acquistare armi e pagare i costi della loro organizzazione. Sempre secondo il documento di Yaoundé gli insorti sarebbero responsabili anche di centoventi incendi in istituti scolastici e per questo più volte avrebbero incitato la popolazione a non mandare i figli a scuola. Le proteste nelle regioni anglofone sono iniziate verso la fine del 2016, quando gli insegnanti sono insorti contro l’introduzione della lingua francese obbligatoria nelle scuole.

Proteste e violenze nel Camerun
Proteste e violenze nel Camerun

Sempre secondo il primo ministro, per finanziarsi, i terroristi terrorizzano la popolazione che subisce rappresaglie con violenze sessuali, stupri e ragazze costrette a matrimoni forzati. Inoltre – sostiene il governo – i ragazzini sono costretti a lasciare la scuola per arruolarsi tra i ranghi dei ribelli. I giovanissimi sarebbero fortemente condizionati, perchè obbligati ad assumere stupefacenti e a sottomettersi a rituali magici.

In risposta alla crisi, il governo ha inviato truppe nelle regioni anglofone, rafforzando le guarnigioni. In un suo rapporto di poche settimane fa, Amnesty International accusa i militari camerunensi di violazioni dei diritti umani, come esecuzioni extragiudiziali, omicidi illegali,  distruzione di beni, arresti arbitrari e atti di tortura. Ovviamente il Camerun ha respinto tutte le accuse, definendo gli addebiti come “bugie grossolane”.

Anche l’ambasciatore statunitense accreditato a Yaoundé, Peter Henry Barlerin, ha fortemente criticato l’operato del governo lo sorso mese di maggio, scatenando una crisi diplomatica tra i due Paesi.

In questi giorni hanno suscitato scalpore alcuni filmati che documentano le violenze commesse da entrambi gli attori del conflitto. In uno di questi si vede un uomo mentre incendia una casa. Alla scena assistono altri dodici uomini, tutti in tuta mimetica, caschi e cinture nere. Abbigliamento simile a quello in dotazione ad un’unità d’élite dell’esercito.

In altri video sono state riprese scene di torture e assassini, e ancora interi paeselli incendiati. Altri uomini che sembrano far parte di una milizia separatista sono stati filmati mentre stavano bastonando e minacciando di morte il capo di un villaggio.

Le immagini di molti dei filmati sono confuse, poco chiare, difficili da verificare, ma nell’insieme mostrano il quadro di una nazione che lentamente sta scivolando nell’abisso di una brutale e sanguinosa guerra civile.

BIR, forze speciali del Camerun
BIR, forze speciali del Camerun

BBC Africa Eye ha potuto confermare la posizione e il luogo delle riprese effettuate alla fine di aprile. Facendo combaciare gli edifici con foto satellitari e confrontandole con immagini riprese precedentemente prima degli incendi si è potuto valutare i danni.

Le sequenze mostrano un’unità formata da tredici uomini mentre incendiano una casa ad Azi, un villaggio nella regione anglofona nel sud-ovest. Gli uomini sembrano appartenere alle forze di sicurezza del governo, le loro uniformi sono quelle in dotazione ai militari del BIR (Rapid Intervention Battalion), equipaggiati e addestrati dagli Stati Uniti e Israele.

Un testimone oculare ha confermato che una casa è stata incendiata a Azi dai BIR a fine aprile. Ovviamente il portavoce del governo nega che possa trattarsi dei loro “valorosi” soldati. “Non è difficile per i separatisti procurarsi uniformi del genere”, sostiene. Sembra comunque che verrà aperta un’inchiesta sull’intera faccenda.

Dall’inizio dei disordini, centosessantamila persone hanno dovuto lasciare le loro case, trentaquattromila di loro hanno cercato protezione in Nigeria.

ll Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo non ha mai dato risposte concrete.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

La stagione delle piogge porta anche serpenti velenosi in Nigeria: e la gente muore

Africa ExPress
Abuja, 24 giugno 2018

I morsi dei serpenti velenosi sono una delle mille piaghe che affliggono l’Africa, in particolare la Nigeria, dove ogni anno migliaia di persone perdono la vita a causa dei letali ofidi.

Salvare un paziente è una lotta contro il tempo, hanno riferito i medici della ex colonia britannica. Spesso sono costretti a sottomettere le sfortunate vittime all’amputazione di uno o più arti per la cronica carenza di antidoti.

Vipera soffiante
Vipera soffiante

Lo scorso novembre sono decedute ben duecentocinquanta persone in tre settimane nel Plateau e nel Gombe State, proprio perchè in tutto il Paese i medicinali anti-veleno erano introvabili. I decessi sono stati confermati da tre centri specializzati nel trattamento di morsi da serpenti nei due Stati nigeriani e, a quanto pare è emerso che da mesi e mesi il Paese non era stato rifornito degli antidoti Echitab Plus ICP polivalente and Echitab G monovalente.

Con l’avvicinarsi del periodo delle piogge le vittime di morsi da serpenti si moltiplicano vertiginosamente, perchè gli agricoltori sono occupati nei campi, spesso dormono anche all’aperto. Molti vivono troppo lontani dai centri specializzati e non possono permettersi nè il trasporto, tanto meno hanno i soldi per un trattamento appropriato. I soccorsi arrivano con molto ritardo, e talvolta passano giorni e giorni dopo il micidiale morso; anche se l’ospedale dispone dell’antidoto, spesso per questi pazienti non c’è più nulla da fare.

Nessuno può dire con precisione quanti siano i decessi ogni anno a causa dei serpenti, tanti agricoltori muoiono nelle campagne perchè non hanno la possibilità di accedere alle cure necessarie.

In questa nazione si muore per le cause più assurde e disperate, i killer sono presenti ovunque: Boko Haram, conflitti intercomunitari, criminalità, corruzione,fame, inquinamento; la lista è lunga, ma certamente include anche i serpenti velenosi. https://www.africa-express.info/2017/11/21/nigeria-linferno-da-dove-vengono-gli-schiavi-venduti-allasta-libia/

Africa ExPress

Zimbabwe, esplosione a Bulawayo al comizio del Presidente Mnangagwa

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Andrea Spinelli Barrile
Roma, 23 giugno 2018

Un’esplosione ha concluso ieri sera, 22 giugno 2018, un comizio del Presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa, che aveva appena terminato un discorso di fronte a migliaia di sostenitori dello ZANU-PF all’interno del White City Stadium di Bulawayo, la seconda città del Paese.

Lo scoppio è avvenuto mentre Mnangagwa, che corre alle prossime elezioni che si terranno il 30 luglio ed è favoritissimo, scendeva dal palco allestito per l’occasione seguito dal solito codazzo di politici, agenti della sicurezza e collaboratori.

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Si tratta, apparentemente, di un attentato finito male. Nessuno è rimasto ucciso ma sono diversi i feriti (8 persone), anche tra i ministri presenti al comizio: il vicepresidente Kembo Mohadi sarebbe rimasto ferito alle gambe mentre il secondo vice-presidente ed ex-comandante in capo delle Forze Armate Constantino Chiwenga al volto. Nella giornata di oggi Mnangagwa ha rilasciato alcune dichiarazioni, sostenendo di auspicare “pace, amore e unità” per il suo Paese: “Finora la campagna elettorale si è svolta in un clima libero e pacifico e non permetteremo che atti codardi come questo intralcino il cammino verso le elezioni” si legge nella dichiarazione del Presidente ad interim.

Nessuno ha ancora rivendicato l’attacco e forse nessuno lo farà mai.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile 

Esplosione ad Addis Abeba durante manifestazione di sostegno al nuovo premier

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Addis Abeba, 23 giugno 2018

Una forte esplosione ha colpito questa mattina la piazza principale di Addis Abeba dove si stava tenendo una manifestazione di supporto verso il primo ministro Abiy Ahmed. Non si hanno ancora notizie precise. Il sito web Addis Standard ha citato un non meglio identificato ufficiale della polizia secondo cui “si è trattato di un episodio di non grande importanza e solo poche persone sono state ferite”.

Il sito della ABC News, invece,  dopo aver raccontato che l’esplosione è avvenuta subito dopo che il Primo Ministro aveva finito il suo discorso dal podio, sostiene che Abyi abbia commentato così l’attacco: “Purtroppo qualcuno ha perso la vita e qualcun altro è stato ferito “.

 

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Abiy, esponente musulmano dell’etnia oromo, è diventato primo ministro pochi mesi fa dopo che il suo predecessore, Hailemariam Desalegn, si è dimesso dopo le critiche per aver usato il pugno di ferro per reprimere le manifestazioni di piazza che stanno scuotendo la capitale etiopica.

Subito dopo l’esplosione il premier è stato portato via dagli agenti della sicurezza.

Africa ExPress

 

 

 

Mozambico, ancora morti e sfollati per terrorismo, USA dice ai suoi di lasciare l’area

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 giugno 2018

L’ultimo attacco dei jihadisti nel nordest del Mozambico è quello di martedì 19 nel villaggio di Litandacua nel distretto di Macomia, che ha causato la morte di cinque civili. Nel villaggio, saccheggiato dai terroristi, sono state bruciate quaranta case aumentando così il numero degli sfollati che hanno ormai superato il migliaio.

In fuga dal villaggio attaccato da al Shebab (courtesy HRW)
In fuga dal villaggio attaccato da al Shebab (courtesy HRW)

Solo due giorni prima un altro assalto, al villaggio di Nkoe, nello stesso distretto, aveva causato due morti portando il conto a 46 in sole quattro settimane. Sembra che stia seminando il terrore lo stesso gruppo, chiamato dalla popolazione al Shebab, composto da miliziani armati di machete e armi da fuoco.

La zona di azione dei jihadistidisti è a pochi chilometri da Mueda, città di nascita del presidente mozambicano Filipe Nyusy ed è l’area dove è nata la lotta di liberazione che ha portato all’indipendenza del Paese.

Dopo l’accusa di Amnesty International al governo mozambicano perché non riesce a proteggere la popolazione dai jihadisti, pochi giorni fa anche Human Rights Watch (HRW), osservatorio per i diritti umani, si è fatto sentire attraverso Dewa Mavhinga, responsabile per l’Africa australe.

“I gruppi armati dovrebbero immediatamente smettere di attaccare villaggi e giustiziare persone – ha detto – e le autorità mozambicane dovrebbero aiutare gli sfollati e creare le condizioni che consentano loro di tornare a casa volontariamente, in sicurezza e con dignità”.

Uno dei villaggi distrutti da al Shebab a Cabo Delgado
Uno dei villaggi distrutti da al Shebab a Cabo Delgado

Che la situazione nella provincia di Cabo Delgado, al confine con la Tanzania si stia aggravando lo conferma la posizione presa l’8 giugno scorso dall’ambasciata degli Stati Uniti a Maputo.

Nel suo sito web consiglia vivamente ai cittadini americani del distretto di Palma di considerare l’immediata partenza dell’area a causa di attacchi imminenti.

Nel 2012, a 50km da Palma, è stato scoperto un immenso giacimento off-shore di gas naturale in grado di produrre 2,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Qui operano il gigante petrolifero italiano ENI in consorzio con il colosso ExxonMobil e l’americana Anadarko che stanno facendo investimenti di circa 30 miliardi di dollari americani.

Il 14 giugno il Regno Unito ha sconsigliato i suoi cittadini e quelli del Commonwealth tutti i viaggi, nei distretti di Palma, Mocimboa de Praia e Macomia nella provincia di Cabo Delgado a causa di un aumento degli attacchi da parte di gruppi che hanno legami con l’estremismo islamico.

ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado
ENI ed ExxonMobil hanno formato un consorzio per lo sfruttamento del gas a Cabo Delgado

Anche la Farnesina, nel sito Viaggiare sicuri avvisa che visti “i ripetuti recenti episodi di violenza nel nord est della provincia di Cabo Delgado da parte di sedicenti gruppi armati di matrice islamica (in particolare nei distretti di Mocimboa, Macomia, Muidumbe, Nangade, Quissanga e Palma), si raccomanda di evitare gli spostamenti fuori dai principali centri urbani della Provincia. Si raccomanda inoltre particolare cautela nel distretto di Palma e di evitare luoghi ed edifici pubblici in tale distretto”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Sud Sudan: stupri e violenze intanto Rieck Machar incontra Salva Kiir

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 giugno 2018

Pochi giorni fa i rappresentanti permanenti di alcune missioni accreditate all’ONU, vale a dire di Canada, Danimarca, Giappone, Olanda, Norvegia, Svezia, Gran Bretagna e degli USA hanno lanciato un appello a tutte le componenti coinvolte nel conflitto sud sudanese. Un richiamo volto a fermare immediatamente gli abusi sessuali, crimini che nella maggior parte dei casi restano impuniti. In un comunicato congiunto i diplomatici hanno sottolineato di aver appreso – con orrore – che recentemente oltre cento donne e ragazze, tra loro anche bambine di quattro anni, hanno subito terribili violenze sessuali e stupri di gruppo.  I diplomatici, con il sostegno dell’ONU, hanno condannato con veemenza queste barbarie e chiesto a tutti gli attori implicati nelle ostilità di bloccare immediatamente i continui attacchi contro i civili.

Il prossimo 9 luglio il Sud Sudan celebra il settimo anniversario di indipendenza. Nel 2011 la sua gente sperava di trovare pace dopo decenni di guerra sanguinosa. Speranza e gioia sono presto stati sepolti da un nuovo conflitto interno. Dal dicembre 2013 in Sud Sudan si sta consumando l’inimaginabile. Una guerra etnica combattuta a colpi di macete e kalashnikov, ma le peggiori armi sono gli stupri e la fame. Da anni si susseguono inconcludenti dialoghi di pace. Ieri la capitale etiopica ha ospitato i due protagonisti, Salva Kiir Mayardit e Riek Machar, di questa inutile, lunga, infinita guerra, il cui prezzo viene pagato solamente dalla popolazione ormai allo stremo.

Salva Kiir, presidente ud Sudan
Salva Kiir, presidente ud Sudan

Machar che da dicembre 2016 era confinato in Sudafrica, ha raggiunto Addis Ababa, dove si è intrattenuto con Workneh Gebeyehu, ministro degli Esteri del nuovo governo etiopico, prima di affrontare il faccia a faccia con Salva Kiir.

Il team di mediatori dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), un’organizzazione internazionale politico-commerciale formata dai paesi del Corno d’Africa, fondata nel 1986, ha fatto sapere che il primo ministro di Addis Ababa, Abiy Ahmed, ha dialogato a lungo con i due antagonisti, dapprima separatamente, in seguito con entrambi, durante una cena privata e ha raccomandato: “Con un po’ di buona volontà si può costruire un futuro di pace”.

Rischio carestia in Sud Sudan
Rischio carestia in Sud Sudan

L’Etiopia è un attore chiave in questi dialoghi di pace. Vedremo se questa volta si concretizzino. L’ultimo cessate il fuoco, siglato proprio ad Addis Abeba, nel dicembre 2017, è stato violato solo poche ore dopo. Questo è l’ultimo disperato tentativo per raggiungere un accordo serio e attuabile.

Non è dato sapere cosa si siano detti in concreto i due protagonosti del conflitto sud sudanese. Il dialogo è stato cordiale, pur avendo opinioni diverse su molti aspetti. I risultati del vertice saranno resi noti da IGAD nelle prossime ore.

L’attuale situazione nel Sud Sudan è il risultato di una guerra civile iniziata ormai più di quattro anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, aveva accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Questo conflitto è caratterizzato da abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili, a farne le spese sono sopratutto donne e bambini. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bimbi soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all’ordine del giorno. E secondo un rapporto di Famine Early Warning Systems Network alcune migliaia di persone sono esposte allo spettro della carestia.

In questi anni di guerra sono stati barbaramente ammazzati anche 101 operatori umanitari, altri sono stati sequestrati  e molte sono state stuprate, tra loro anche un’italiana, che con molto coraggio ha reso testimonianza durante il processo a carico di una dozzina di militari dell’esercito sud sudanese.

L’Unione Europea ha stanziato proprio in questi giorni un nuovo finanziamento di quarancinque milioni di euro, destinati in particolare agli sfollati per assistenza alimentare, sanitaria, acqua, ma parte della somma dovrà essere utilizzata per la protezione degli operatori umanitari.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Trionfo del Senegal ai mondiali di calcio, Marocco e Egitto con le valige in mano

Costantino MuscauDal nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 20 giugno 2018

“Una vittoria non solo per il Senegal, ma per tutto il continente africano”: così ha esultato Aliou Cissé, 42 anni, allenatore dei Leoni della Teranga (la nazionale di Dakar) dopo la vittoria sulla Polonia (2-1) nel pomeriggio di martedì (19 giugno).

Macky Sall, presidente del Senegal
Macky Sall, presidente del Senegal

E meno male che i suoi Leoni hanno sbranato i cosacchi, grazie alla seconda rete di Mbaye Niang, 24 anni, attaccante francese naturalizzato senegalese, che dallo scorso anno gioca nel Torino, dopo essere passato per il Milan e per il Genoa. Un successo che ha mandato in visibilio il popolo senegalese, a Mosca e a Dakar. In tribuna era quasi incredulo il presidente del Senegal, Cherif  Macky Sall, 57 anni.

Era andato a Mosca per fare una gita a casa di Putin accompagnato dal primo segretario donna della Fifa (la Federazione mondiale del calcio), Fatma Samba Diouf Samoura, 55 anni, senegalese pure lei. E invece cosa ti combinano i suoi Leoni? Nella prima sfida diretta fra la Polonia e una nazione africana, i Leoni fanno ballare i Cosacchi e il presidente diventa protagonista, come se fosse in piazza, a Dakar. Ora si spera che la Nigeria segua le orme dei senegalesi, riabilitandosi contro l’Islanda (il 22 giugno) e poi contro l’Argentina di Messi, il 26 giugno. Affinchè l’Africa nera tenga la testa alta e “l’onore pallonaro” non resti solo fra i piedi senegalesi.

Perché il calcio nord africano si lecca le ferite. Gli altri Leoni, quelli di Atlante, infatti, ieri pomeriggio  hanno vissuto sì un più che onorevole mercoledì da leoni contro il Portogallo, ma anche tristissimo: il Marocco è la prima squadra a essere matematicamente eliminata dai mondiali di Russia. Il biglietto di ritorno a casa è stato gentilmente offerto da Cristiano Ronaldo. Nemmeno il tempo di sedersi davanti al televisore, o sul seggiolino allo stadio Louzhniki di Mosca, che CR7 segna, con un colpo di testa, al  4 minuto, il suo 85° gol, diventando il calciatore europeo più prolifico della storia in Nazionale. Per pareggiare al Marocco resteranno altri 91 minuti, dato che ne vengono concessi 5 di recupero. Niente da fare: i Leoni di Atlante giocano meglio dei portoghesi, a tratti dominano, l’arbitro è imperfetto ma alla fine non resta che piangere. Capiscono che a far la differenza col Portogallo, peggiorato rispetto all’esordio con la Spagna, ha un nome: Cristiano Ronaldo. Lacrime amare: due sconfitte immeritate, nessuna rete, zero punti. Fine dell’avventura russa.

La nazionale del Senegal convocata ai mondiali 2018
La nazionale del Senegal convocata ai mondiali 2018

Purtroppo, a breve, altri seguiranno il Marocco.

Non occorre essere profeti biblici per prevedere che sia i Faraoni d’Egitto sia le Aquile di Cartagine (Tunisia) hanno cominciato a mettere in valigia i ricordini russi da portare a casa. I Faraoni, dopo essere stati beffati all’ultimo minuto dall’Uruguay (il 15 giugno), avant’ieri, martedì, sono stati strapazzati 3-1 dai padroni di casa. Una doppia debacle che ha segnato anche il destino dell’allenatore argentino Hector Cuper, licenziato subito dalla federazione africana. Hector Cuper – lo ricordiamo – è molto noto in Italia per aver allenato Brescia, Inter, Parma.., e in Europa per aver inanellato una serie incredibile di insuccessi, che sarebbe lungo enumerare. Totò lo chiamerebbe lo jettatore, perché ovunque sia andato è stato perseguitato dalla sfortuna. Era riuscito a portare i Faraoni ai Mondiali dopo 28 anni (Italia ’90) e che gli succede? Russia 18 finisce quasi prima di incominciare: si trova il top player, Salah, infortunato e non può schierarlo contro l’Uruguay che ti fa un gol in pieno recupero. E quando lo schiera contro la Russia è troppo tardi.

C’è poi la Tunisia. E’ stata piegata in extremis (domenica sera 18 giugno) dall’Inghilterra con una doppietta di Harry Kane, dopo aver pareggiato su rigore. Magra consolazione: la BBC, che trasmette le partite della 21a Coppa del Mondo, ha fatto sapere che il match è stato seguito da  18,3 milioni di spettatori, più del Royal Wedding tra Harry (il principe) e Meghan Markle! Ora l’attendono i “Diavoli rossi” del Belgio (23 giugno).

Quel Belgio che ha liquidato la cenerentola  Panama (ultima avversaria della Tunisia) per 3-0, con una doppietta di Romelu Lukeku, 25 anni (in forza al Manchester United di Josè Mourino che lo ha pagato 90 milioni di sterline) . “Sono belga quando segno, di origini congolesi quando sbaglio”, aveva scritto Lukaku  (da non confondere col fratello minore Jordan, pure lui calciatore) proprio il giorno prima in un illuminante e toccante racconto autobiografico su The Player’s Tribune.

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Una narrazione che consigliamo a chi conosce l’inglese (il sito, infatti, dà voce – magari reinterpretata da bravi giornalisti – ai protagonisti di tutti gli sport. Anche l’allenatore  della Juventus, Massimiliano Allegri, lo scorso anno ha narrato la sua vita). A favore di chi, invece, non mastica la lingua universale, ci permettiamo di offrirvi brani della storia di un bimbo dalle scarpe bucate la cui mamma “allungava il latte con l’acqua, si faceva prestare il pane, accudiva i figli che dormivano per terra in una casa dove giravano i topi”. Oggi questo bimbo è, con 38 reti, l’attaccante più prolifico del Belgio, di cui si sente cittadino a tutti gli effetti, perché – scrive – “sono nato ad Anversa, quando parlo mischio lingue diverse, sono belga, come i miei compagni, siamo tutti belgi anche se di diverse origini. Ed è questo che rende figo il nostro Paese”.

“Ricordo esattamente il momento in cui capii che avevamo toccato il fondo – esordisce Lukaku nella sua memoria autobiografica  – Fu quando vidi mia madre piangere mentre mescolava il latte con l’acqua per farlo durare di più. Avevo 6 anni. Capii che questa non era la nostra vita. Fu come se qualcuno, schioccando le dita, mi avesse svegliato. Quel giorno feci una promessa a me stesso e a Dio: diventerò un calciatore dell’Anderlecht.…Mio padre era stato un calciatore professionista zairese, ma alla fine, carriera e soldi se n’erano andati. La prima cosa a sparire fu la Tv via cavo. Poi capitava di tornare a casa e non c’era più la luce, per 2-3 settimane per volta.. . Quando ho firmato il primo contratto con l’Anderlecht, a 16 anni, sono andato a comprare la tv e la playstation…

“Papà a quanti anni hai iniziato a giocare a guadagnare col calcio?” “A 16”. “Bene, lo farò anche io. Dobbiamo resistere fino ad allora, poi ci penso io. Volevo essere il miglior giocatore del Belgio. Quando avevo 11 anni giocavo nel Lierse e  una volta il padre di un avversario non voleva farmi entrare in campo. “Quanti anni hai? Di dove sei? Fammi vedere i documenti”. Come di dove sono. Sono di Anversa, sono belga! Giocavo con tanta di quella rabbia che volevo uccidere. A cominciare dal bambino figlio di quel padre”.

Per fortuna Romelu ha continuato a sparare cannonate solo contro i portieri. Sennò, ve l’immaginate che cosa avrebbero detto gente come Marine le Pen o il nostro Salvini?

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Piogge e inondazioni in Africa occidentale: oltre trenta morti

Loghino africa express 2Africa ExPress
Accra /Abidjan, 19 giugno 2018

In Africa occidentale le piogge torrenziali di questi ultimi giorni hanno causato la morte di decine e decine di persone. I Paesi maggiormente colpiti sono Ghana e Costa d’Avorio.

Ad Accra, la capitale del Ghana, sono cadute ben centottantacinque millimiteri di pioggia nella sola giornata di domenica. Il presidente Nana Akufo-Addo ha seguito con molta attenzione la situazione e si vocifera che si sia recato personalmente in sella alla sua moto in alcuni quartieri per verificare da vicino lo stato reale dell’ emergenza.

Accra, la capitale del Ghana, allagata dopo violenti piogge
Accra, la capitale del Ghana, allagata dopo violenti piogge

Forti acquazzoni sono stati registrati anche sulla Costa del Capo, che dista centocinquanta chilometri da Accra. Durante questa stagione delle piogge sono morte tra dieci e dodici persone.

Ora si teme per il raccolto di cacao. Le piogge sono arrivate tardi ed erano molto leggere fino a pochi giorni fa. Quest’anno l’harmattan, vento secco e polveroso, proveniente dal Sahara che soffia durante i mesi invernali sull’Africa occidentale, è stato molto forte e ha recato molti danni alle colture.

Secondo le previsioni meteo il tempo non dovrebbe migliorare fino all’inizio di luglio.

Anche Abidjan, città sulla costa atlantica meridionale della Costa d’Avorio, non è stata risparmiata da fortissimi acquazzoni. Durante la notte tra lunedì e martedì almeno quindici persone sono morte e i pompieri hanno dovuto prestare soccorso ad un centinaio di residenti.  Nessun quartiere, nessun comune periferico è stato risparmiato dalle precipitazioni che si sono abbattute con incredibile violenza sulla città più popolosa della Costa d’Avorio. Molte zone sono ancora isolate dal resto della città. I danni materiali sono ingenti, e nel quartiere residenziale di Cocody, abitato per lo più da ricchi uomini d’affari, diplomatici e altre persone di spicco, sono decedute ben otto persone.

Inondazioni ad Abidjan, la capitale commerciale della Costa d'Avorio
Inondazioni ad Abidjan, la capitale commerciale della Costa d’Avorio

Tra il 10 e l’11 maggio avevano perso la vita altre due persone, sempre a causa di violenti aquazzoni nell’area; allora in poche ore erano cadute settanta millimitri di pioggia. I danni materiali sono ingenti e il governo centrale ha promesso un copioso finanziamento per ristabilire impianti di drenggio, rete idrica e strade.

Africa ExPress

Esecuzioni sommarie dell’esercito in Mali: scoperte fosse comuni

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 giugno 2018

Venticinque salme sono state trovate in tre fosse comuni nel centro del Mali dopo che l’esercito, nei giorni scorsi, aveva effettuato decine di arresti.

Negli ultimi mesi le forze armate della ex colonia francese hanno spesso annunciato il loro impegno nella neutralizzazione di terroristi nella regione di Mopti (nel centro del Paese). Per  questa promessa sono state spesso fortemente contestate e accusate da organizzazioni per la difesa dei diritti umani e dai residenti di soprusi ed esecuzioni extragiudiziali.

La scorsa settimana, l’Associazione per la difesa dei diritti del popolo dei pastori del Kisal ha denunciato l’arresto di venticinque persone della comunità fulani. Un abitante di Nantaka ha riferito che i militari hanno arrestato chiunque incontrassero. Tra lori numerosi songhaï (un gruppo etnico che rappresenta il sette per cento della poplazione maliana). Gli agenti della sicurezza hanno sequestrato telefonini e carte d’identità. I songhaï sono stati liberati quasi subito, mentre i fulani non si sono più visti. Sono stati ammazzati e sepolti.

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Militari dell’esercito maliano in pattugliamento

Allertati dagli spari delle esecuzioni, i residenti hanno perlustrato la zona e hanno scoperto così tre fosse comuni: nella prima c’erano sette cadaveri, nella seconda tredici e nella terza cinque. L’Associazione Kisal ha identificato finora diciotto dei venticinque corpi.

Il ministero della Difesa di Bamako ha aperto un’inchiesta, ma ovviamente non vuole sapere di “esecuzioni” e si giustifica con il fatto che si tratta di una zona molto pericolosa, sottolineando la presenza di terroristi e di uomini armati non identificati.

Nel suo ultimo rapporto anche Antonio Guteress, segretario generale dell’ONU, ha sottolineato che l’esercito maliano in questa regione ha perso molti soldati uccisi dai jihadisti. La sicurezza dei civili è fortemente compromessa anche a causa dei molteplici scontri intercomunitari. Nella sua relazione il capo dell’ONU ha ricordate abusi e esecuzioni sommarie commessi dall’esercito maliano.

Pochi giorni fa la fazione jihadista “Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani”, molto attiva in tutto il Sahel, ha rilasciato un nuovo video nel quale è visibile l’ostaggio francese Sophie Pétronin, rapita in Mali, a Gao, la vigilia di Natale del 2016. La Pétronin è nel Paese dal 2004 ed era la direttrice della ONG svizzera di Burtigny nel Cantone di Vaud, l’Association d’Aide à Gao. Il video è stato rivelato da Site Intelligence Group, specializzato nelle analisi dei filmati dei terroristi.

Nel filmato si vede l’ostaggio francese con un cellulare. Sembra che stesse ascoltando un’intervista registrata. Dapprima si rivolge al figlio Sebastien, subito dopo al governo francese e infine al presidente Emmanuel Macron. Sulla videocassetta appare la data del 7 giugno 2018, ma nemmeno la SITE ha potuto confermare se la datazione è reale. Alla fine della video registrazione si intravvede anche la suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita nel febbraio 2017

Durante il suo ultimo viaggio in Mali alla fine di maggio, Guteress ha visitato anche la base del nuovo contingente tutto africano Force G5 Sahel  (Mali, Mauritania, Ciad, Niger, Burkina Faso) e ha espresso il pieno sostegno dell’ONU all’operazione anti-jihadisa, sottolineando l’importanza del loro compito: “Non c’è pace senza sicurezza, non c’è sviluppo senza pace”.

Ieri Federica Mogherini, ministro degli Esteri dell’Unione Europea ha incontrato i suoi omologhi del Sahel per la riunione annuale. L’UE è un attore chiave in tutta l’area, impegnata nel settore della sicurezza nel Mali e  della regione con tre missioni: “Politica per la sicurezza e difesa comune” (PSDC): EUCAP Sahel Niger (formazione e consigli alle forze di sicurezza del Niger per la lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato); EUCAP (European Union External Action) Sahel Mali (formazione e consigli alle forze di sicurezza maliane per garantire l’ordine democratico) e l’operazione di formazione nel Mali (EUTM) (sostegno e addestramento del personale di comando dell’esercito maliano).

Non solo, Bruxelles è anche tra i finanziatori della Force G5 Sahel, volto a contrastare il terrorismo islamico, in particoloare nelle zone di frontiera. Durante l’incontro di ieri la Mogherini ha sottolineato che la stabiltà e la pace rappresentano il migliore investimento per l’UE.

Bruxelles è tra i primi finanziatori del Sahel con otto miliardi di euro per il periodo 2014-2020. L’impegno dell’Europa non è solo volto alla lotta contro i trafficanti di droga, armi ed esseri umani, ma “gli sforzi devono concentrarsi a promuovere un’economia non legata alla criminalità per creare nuovi posti di lavoro, in particolare per giovani e donne”, ha sottolineato l’alto rappresentante.

Cornelia I Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes