Dal Nostro Inviato Speciale Franco Nofori Nairobi, 4 luglio 2018
L’Africa sembra proprio mettercela tutta per mortificare le attese di pace che tutte le organizzazioni internazionali si augurano per questo sventurato continente. Ora è la volta del Sud Sudan il cui presidente in carica, Salva Kiir, giunto al termine del suo mandato, non ha nessuna intenzione di andarsene e lo scorso lunedì ha proposto al parlamento una modifica della costituzione che gli consenta di restare in carica per altri tre anni, cioè fino al 2021. Accese e immediate sono state le reazioni dell’opposizione che accusa Kiir di un atto illegale basato sull’intimidazione e sul ricatto dell’organo legislativo del Paese.
Il presidente Salva Kiir (a destra) e il suo ex vice Riek Machar, oggi rivale
Il Sud Sudan che è la più giovane nazione del mondo, ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan del dittatore Omar Al Bashir nel 2011, dopo la feroce repressione attuata dall’etnia araba, contro quella di colore che aveva causato migliaia di morti e una situazione di estrema povertà. Al Bashir, tra l’altro è ricercato dal Tribunale Penale Internazionale, per i crimini contro l’umanità commessi dal suo esercito e dalle milizie paramilitari governative in un’altra regione sudanese, il Darfur. Un po’ in forza del mandato di cattura che pende sulla sua testa un po’ per le forti pressioni dell’ONU, si era infine arrivati alla creazione di un Sud Sudan indipendente, ma la soddisfazione per questo successo era destinata a durare quanto una rosa.
Veduta di Juba, La capitale del Sud Sudan
Alla presidenza della nuova nazione era stato nominato Salva Kiir e come suo vice Riek Machar in quello che appariva come un sodalizio d’intenti per sollevare il Paese dalle drammatiche condizioni in cui si trovava, ma solo due anni dopo quest’accordo, i due leader entravano in un aspro contrasto e nel Paese esplodevano violenze e stragi non molto diverse da quelli che la sventurata popolazione aveva subito sotto il regime di Khartoum. Il tragico bilancio è stato di decine di migliaia di morti; oltre tre milioni di sfollati costretti ad abbandonare tutti i loro averi per sfuggire alle violenze, oltre alle torture e agli stupri che avvengono quotidianamente per opera di entrambi gli schieramenti.
Un’atroce immagine della guerra in Sud Sudan: l’indifferenza di fronte alla morte
Dopo i tentativi di negoziazione tenutisi ad Addis Abeba in Etiopia, il 20 giugno, Kiir e il suo rivale Machar hanno pochi giorni fa concordato di cessare le ostilità a partire da sabato scorso, ma lunedì, solo due giorni dopo l’accordo, gli scontri erano già ripresi da parte di entrambi gli schieramenti e anche in questo caso a farne le spese sono stati diciotto civili presi in mezzo al fuoco incrociato dei contendenti. Ad aggravare ulteriormente la situazione, oggi stesso, un convoglio umanitario dell’UNICEF, che portava assistenza alle vittime del conflitto, è stato attaccato da un gruppo di uomini armati in località Mangalla e uno degli addetti al trasporto ha perso la vita. Al momento in cui scriviamo, non sono ancora del tutto chiare le modalità dell’imboscata né a quale fazione appartenessero gli aggressori.
Ormai il mondo ha fatto triste esperienza sulla scarsa affidabilità degli accordi di pace interafricani, ma in questa situazione di acceso confronto e di morti che gli fanno seguito, anche i pallidi tentativi di accordo tra i due contendenti, sono ora vanificati dalla presa di posizione di Kiir che non vuole rinunciare al potere e intende farsi riconfermare alla presidenza grazie a una riforma costituzionale che un parlamento, la cui maggioranza è a suo favore, quasi certamente non gli negherà.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 4 luglio 2018
La parola d’ordine è “fermare subito i bracconieri”. È un’emergenza dovuta allo sterminio di quasi 11 mila elefanti della Niassa National Reserve avvenuta in sette anni. Sono stati massacrati quattro elefanti al giorno per tagliar loro le zanne da vendere al mercato nero dell’avorio.
Si tratta del 70 per cento della popolazione di pachidermi del Niassa, estremo nord del Mozambico al confine con la Tanzania. Oggi, i 1.500 elefanti sopravvissuti della riserva mozambicana vivono assediati da bande armate di AK47, fucile d’assalto vietato, e fucili da caccia di grosso calibro.
L’allarme arriva dal Fauna & Flora International (FFI), ong ambientalista britannica che, con la popolazione del villaggio di Chuilexi, in Niassa, porta avanti un programma di conservazione e protezione degli elefanti e altre specie selvagge attraverso incentivi locali.
Anche i jihadisti mozambicani contribuiscono alla strage dei pachidermi. Sono i gruppi armati di Ahlu Sunnah Wa-Jammá, chiamati dalla popolazione al Shebab, che da ottobre 2017 terrorizzano gli abitanti di Cabo Delgado, provincia mozambicana che confina con il Niassa. Secondo un’indagine dell’Università di Maputo la fonte dei loro finanziamenti è il traffico di avorio, dei rubini di Montepuez e di legno pregiato.
Il Mozambico è particolarmente preso di mira dai bracconieri che ritengono più facile fare caccia di frodo in Niassa. Risulta, infatti, più conveniente a causa del minore controllo del territorio selvaggio rispetto ad altri Paesi del continente africano.
Mappa dell’area dove è situato il Niassa National Reserve al confine con la Tanzania
Secondo l’associazione ambientalista Save the Elephants, nella Niassa National Reserve la situazione della popolazione di elefanti rimane piuttosto difficile. Qui, secondo la ong, i pachidermi continuano ad essere uccisi a un ritmo molto alto.
Con un’area di 42 kmq il grande parco mozambicano ospita la maggioranza degli elefanti dell’ex colonia portoghese. La vastità del territorio, la distanza dalla capitale Maputo (2.400km) e le politiche meno attente del governo centrale non rendono facile il controllo del territorio.
Oltre alla strage di elefanti, negli ultimi anni si sono verificati casi di avvelenamento dei grandi predatori. Tra questi ci sono leoni, leopardi e iene avvelenati dalla popolazione per venderne la carne, pelli, ossa e denti.
Statuette di avorio per il mercato asiatico
I bracconieri che massacrano gli elefanti del Niassa (e di altre riserve naturistiche degli Stati africani) si ritiene che siano finanziati e armati dall’esterno. Si pensa che l’organizzazione sia formata da imprenditori cinesi e vietnamiti senza scrupoli che fanno perdere le tracce dell’avorio fatto uscire illegalmente dai porti africani.
Save the Elephants stima che tra il 2002 e il 2011 siano stati uccisi 100 mila elefanti. In soli dieci anni la popolazione del più grande mammifero terrestre è stata ridotta del 62 per cento. Di questo passo, se non vengono fermati il bracconaggio e il traffico di avorio, entro un decennio l’elefante sarà estinto.
Al margine del summit UA, Macron, ha incontrato i suoi omologi del gruppo G5 Sahel (Niger, Ciad, Mairitania, Mali e Burkina Faso). Il nuovo contingente tutto africano è solo parzialmente operativo, manca ancora parte dell’equipaggiamento per i quattromila uomini, ma il problema maggiore è rappresentato dalla scarsa collaborazione e dal cattivo coordinamento tra i militari provenienti da cinque eserciti diversi. Farli lavorare insieme come unica entità non sarà un’impresa facile.
Emmanuel Macron, il presidente della Francia, in Mauritania per il vertice dell’UA
Al centro dei dialoghi tra Macron e i presidenti del G5 Sahel, i problemi di sicurezza, le continue incursioni dei terroristi, che non sembrano dar tregua, malgrado le forze messe in campo. Ecco il bolettino di guerra degli ultimi giorni.
Il raggruppamento terrorista “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani” capeggiato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – ha rivendicato gli ultimi due attacchi nel Mali del 29 giugno e del 1° luglio.
Venerdì scorso si è verificato il primo attentato al quartier generale del contingenrte tutto africano Force G5 Sahel situato a Sévaré, nel centro del Paese. Il bilancio è di cinque morti, compresi di due kamikaze, che hanno fatto esplodere un’autobomba. Un portavoce del raggruppamento terrorista ha rivendicato l’assalto con una telefonata alla radio privata mauritana Al-Akhbar, emittente che già in passato ha ricevuto e diffuso le comunicazioni di questo movimento jihadista.
Anche l’imboscata di domenica scorsa a Gao contro un gruppo di soldati francesi dell’operazione Barkhane e militari maliani, impegnati in un pattugliamento congiunto, è stato effettuato da miliziani dello stesso raggruppamento. Lo ha confermato l’organizzazione statunitense SITE, specializzata nel monitoraggio delle attività di gruppi estremisti. Il bilancio è di quattro morti tra la popolazione civile e di quattro soldati francesi feriti.
Attacco terrorista a Gao, MaliAttacco terrorista a Gao, Mali
Mentre nel Niger, nella regione del lago Ciad, miliziani di Boko Haram hanno attaccato una base militare domenica pomeriggio. Secondo il portavoce del ministero della Difesa nigerino, Abdoul-Aziz Touré, sono stati uccisi dieci soldati, alcuni feriti, mentre altri quattro militari risultano dispersi.
La crisi del Sahel è ben lontana da poter essere risolta a breve termine. La situazione umanitaria si aggrava costantemente. Gli sfollati sono oltre cinque milioni e ventiquattro milioni necessitano di aiuti umanitari. Il tasso di natalità è tra i più elevati al mondo. Una ricchezza, ma una domande sorge spontanea: cosa possono offrire i governi del Sahel a questi piccoli, futuri cittadini? Buona parte delle scuole sono chiuse per i continui attacchi dei sanguinari jihadisti. Il terrorismo non uccide solo le persone, mira alla desertificazione delle menti.
Durante il suo intervento a Nouakchott, Macron ha confermato l’impegno della Francia e di tutte le nazione del G5 Sahel di voler procedere nella lotta contro l’oscurantismo e la viltà, delle quali le prime vittime sono gli africani stessi. Il presidente francese ha ugualmente rinnovato il suo sostegno alla’UA affincè possa assicurarsi un finanziamento autonomo e prevedibile per le sue missioni di pace nel continente africano. Una sfida considerevole, ma necessaria, visto che l’amministrazione Trump vorrebbe ridurre i suoi contributi all’ONU.
Speciale per Africa ExPress, Senza Bavaglio e Critica Liberale Costanza Troini
Roma, 2 luglio 2018
Per 12 anni in prima linea nello slam di Korokocho a Nairobi (il più grande e il più fetido di tutta l’Africa), quando padre Alex Zanotelli parla del continente dimenticato sa esattamente di che cosa si tratta. L’Africa sembra essere stata tralasciata da tutta la stampa nazionale italiana a grande diffusione, che sull’argomento sembra immersa in un sonno profondo. Con la conseguenza che l’opinione pubblica o si è fatta un’idea sbagliata, o non riesce a farsene una. La sveglia arriva nel primo caldo weekend estivo – in piena drammatica emergenza naufragi di migranti nel Mediterraneo – con l’appello ai giornalisti lanciato dal missionario e ripreso dai social network.
Padre Alex Zanotelli
“Prima di tutto voglio ringraziare chi sta facendo girare il mio appello– dice padre Zanotelli, raggiunto telefonicamente da Senza Bavaglio – L’ho scritto a dicembre ma è proprio ora, che stanno morendo le persone a mare, che è stato ripreso e forse diventa ancora più urgente e importante”.
Padre Alex, da dove nascono gli stereotipi e la mancanza di notizie sull’Africa?
“E’ un continente ricchissimo.E la sua ricchezza è la sua maledizione. Dai diamanti al coltan del Congo, ai legnami pregiati, al petrolio, al cobalto non creano benessere ma solo sfruttamento e diseguaglianza. Da parte nostra, noi occidentali continuiamo a depredare e non abbiamo interesse a diffondere notizie nella migliore delle ipotesi scomode”.
Quali sono i maggiori problemi di cui non si parla sui giornali? “Innanzi tutto le guerre.Quella decennale in Somalia. Quella quasi dimenticata in Sudan. E molti altri conflitti più o meno estesi che distruggono la vita di tutti. Poi le dittature. La fame. Tutto questo crea migliaia, milioni di disperati”.
Guerra civile per il controllo delle miniere di coltan
E il futuro?
Il futuro in Africa potrebbe esseredrammatico. Anche i cambiamenti climatici si preannunciano profondamente determinanti sulla popolazione. Duecento milioni di africani vivono nelle baraccopoli. E sono baraccopoli, vi assicuro, molto molto peggiori di quelle sudamericane e asiatiche. In questo momento nulla fa pensare a un miglioramento”.
Che cosa possono fare i giornalisti? “I giornalisti devono cominciare a fare la loro parte. Si sa che la grande stampa è nelle mani del potere economico e finanziario. Ma ci vogliono il coraggio e l’impegno di rivelare la realtà e diffondere le notizie”.
Costanza Troini twitter @malberizzi
Pubblichiamo qui integralmente l’appello di padre Alex Zanotelli* ai giornalisti italiani:
Rompiamo il silenzio sull’Africa.
Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo
Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.
Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.
So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.
È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).
Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?
Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
Alex Zanotelli
*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell’Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace.
Mary aveva appena quindici anni quando è rimasta incinta. Aveva paura di tornare a scuola perché sapeva cosa sarebbe successo. L’insegnante, appena accortosi che la pancia della ragazza si stava ingrossando, l’ha costretta a fare un test di gravidanza nei bagni della scuola. Il risultato era scontato. Di fronte a tutti compagni Mary ha raccolto le sue povere cose ed è stata espulsa seduta stante. In Tanzania questa è la regola.
Oppressione, punizioni, per un maggiore controllo demografico. Ma non funziona così. Specie nelle zone rurali mancano informazioni, una corretta educazione sessuale e ogni sorta di contraccettivi. Ma ovviamente la crescita smisurata della popolazione è solo colpa delle ragazze: dei giovanotti responsabili non si parla nemmeno.
In Tanzania un quarto delle ragazze tra quindici e diciannove anni sono incinte o hanno già partorito un bimbo. La risposta del governo è dura e senza appello: espulsione dalle scuole pubbliche. Alle giovanissime non resta che frequentare corsi di formazione professionale o iscriversi ad una scuola privata, ma la maggior parte delle famiglie non dispongono dei mezzi necessari per pagare la retta.
Tanzania, studentessa incinta
Anche se la legge non prevede queste pratiche, molti insegnanti obbligano le studentesse a sottoporsi a test di gravidanza direttamente a scuola e toccano il loro addome, per verificare se portano in grembo un bimbo.
L’anno scorso il ministero dell’Educazione aveva presentato una bozza di linee guida per far rientrare le ragazze a scuola dopo il parto; malauguratamente queste non sono state approvate dal partito al potere, Chama Cha Mapinduzi (CCM), che ha dato il suo consenso solamente per coloro che frequentano ancora le scuole primarie. E il presidente John Magufuli ha rincarato la dose: “Se resti incinta, hai finito”. Un parlamentare che ha osato criticare il pensiero di Magufuli è stato arrestato con l’accusa di aver insultato il presidente.
John Magufuli, presidente della Tanzania
In passato la riammissione delle ragazze negli istituti era a discrezione del dirigente scolastico, ma oggi nessuno è più disposti a farlo, anzi, recentemente un direttore ha fatto sapere che sarebbe opportuno arrestare le studentesse gravide, perchè “servirebbe da monito”. Prontamente cinque di loro sono state fermate dalla polizia.
A quanto pare queste severe e antiquate punizioni non sono servite per arginare il fenomeno. In Tanzania la percentuale delle ragazze gravide è ben più elevata che nel vicino Kenya, dove alle ragazze madri è permesso di continuare gli studi. Secondo un’indagine governativa, l’undici per cento delle giovani restano incinte dopo uno stupro; non di rado sono ugualmente costrette ad abbandonare la scuola.
La Tanzania non è l’unico Stato africano a punire così duramente le studentesse madri; la Guinea Equatoriale e la Sierra Leone applicano le stesse regole, mentre in Malawi le giovani sono riammesse dopo una sospensione di dodici mesi. In Senegal possono riprendere gli studi solamente se presentano un certificato di buona salute. Solo pochi Paesi, tra loro il Ruanda e il Gabon, incoraggiano le studentesse incinte a non interrompere il loro percorso di studi; in altri ventiquattro Stati, invece, non esiste nessuna norma specifica e la sorte delle ragazze è affidata alle benevolenza di funzionari locali.
Per le giovani donne una gravidanza non voluta rappresenta spesso la fine dei loro sogni. Alcune si sottopongono ad aborti clandestini, altre si sposano, le più finiscono a fare i lavori più umili, qualcuna è costretta a prostuirsi per sopravvivere.
Dal Nostro Inviato Speciale Franco Nofori
Galliate (NO), 1° luglio 2018
Di famiglia toscana, ma con un’intera vita spesa in Piemonte, Luciano Orlandi, è il settantaduenne titolare dell’omonima impresa che si dedica alla produzione di energia elettrica per i vari distributori nazionali e le grosse imprese private. Nella sua sede di Galliate, in provincia di Novara, Orlandi possiede una centrale idroelettrica che sfrutta il flusso di un canale artificiale del Ticino, ma più in generale l’orientamento dell’azienda è di ricavare energia da fonti alternative al petrolio.
Definito da alcune testate italiane un novello Enrico Mattei per la tenace volontà di produrre energia pulita, Orlandi, nel 2012 approda in Kenya dove, con un investimento globale di un milione e duecentomila euro, dà vita a un progetto finalizzato alla coltura della jatropha, una pianta non commestibile e quindi del tutto inutile per l’alimentazione umana, ma più che eccellente per estrarne un olio combustibile che possa sostituirsi al petrolio.
La scelta è senz’altro azzeccata e si allinea alle direttive della FAO che, nel suo troppo spesso frustrato progetto di sfamare il pianeta, non vuole sentir parlare dell’utilizzo di vegetali commestibili per trasformarli in carburante. “No food for fuel”, recita infatti il suo slogan ed è esattamente questo che Orlandi intende fare: produrre energia pulita utilizzando biocarburanti. La jatropha è una pianta molto resistente che cresce rigogliosa nonostante il caldo e i lunghi periodi di siccità. Come la gramigna anche questa pianta riesce a sopravvivere con pochi litri d’acqua per un intero ettaro.
Orlandi in una delle sue piantagioni
La coltura della jatropha in Africa non è una novità per Orlandi. Ha iniziato a coltivarla nel 2006 in Senegal per poi allargarsi in Guinea e in Etiopia. Quando prende pienamente vita anche il progetto keniano, i terreni acquisiti in Africa dall’Orlandi srl. sfiorano i 900 mila ettari e non si tratta esclusivamente di terreni destinati alla produzione di biocarburante. Nella sua espansione l’azienda di Orlandi, presta anche attenzione alle necessità della popolazione locale. Ai filari della jatropha si alternano quelli di casuarina (pianta di rapida crescita utilizzata nell’edilizia), mais, patate e altre colture necessarie all’alimentazione base degli indigeni; si scavano pozzi per l’acqua, si realizzano scuole, ospedali, abitazioni e – soprattutto – si creano posti di lavoro che, quando il processo di spremitura, oggi realizzato in Italia, potrà essere delocalizzato in Africa, fornirà occupazione a oltre 150 mila addetti.
Insomma, una scelta davvero ambiziosa e certamente salutare per un continente afflitto da povertà, disoccupazione e fame, però, nonostante questo e dopo aver riscosso confortanti successi in altri paesi africani, quando approda in Kenya il progetto fallisce miseramente. Perché?
Luciano Orlandi non ha esitazioni: “Mi sono messo nelle mani sbagliate e il mio progetto è stato sconfitto dalla corruzione imperante in Kenya. Le mani sbagliate sono quelle di Ivan Del Prete, un connazionale residente a Malindi cui, mal consigliato, pur se in buona fede da altri espatriati locali, mi ero appoggiato per la realizzazione del progetto, affidandogliene la totale gestione”.
I filari della novella Jatropha alternati ai giovani alberi di casuarina
Sa che Ivan Del Prete è l’attuale console onorario di Malindi? “Sì, lo so, ma non lo era quando io l’ho incontrato e devo dire che questa nomina mi ha sorpreso non poco. Comunque, console o no, le cose non cambiano: lui, approfittando dell’autonomia che gli avevo conferito, mi ha derubato di circa 250 mila euro”.
Un’accusa pesante, questa. E sarebbe la ragione per cui il progetto è fallito? “No, questo non posso dirlo, anche se lui non mi ha tenuto correttamente informato di quanto accadeva, trascinando la cosa per le lunghe – Orlandi qui si concede un sorrisetto ironico –. Sarà forse perché, al cambio di allora, percepiva duemila euro di stipendio mensile…”
Ma allora, cos’è che ha bloccato l’iniziativa? “
“Avevamo affittato dal governo keniano, circa cinquanta mila ettari di terreno nella foresta di Dadacha a ottanta chilometri nord di Malindi. Alcune NGO (ONG in italiano che sta per ‘Organizzazione non Governativa’, ndr) si sono messe a strillare, accusandoci di distruggere la foresta e hanno fatto un tale baccano da coinvolgere i media locali, finché è intervenuta la NEMA (ente preposto alla salvaguardia dell’ambiente, ndr) che ha bloccato ogni cosa, benché avessimo preventivamente ottenuto tutte le necessarie autorizzazioni. E’ stata una decisione scriteriata che non ha tenuto conto dello stato di povertà della popolazione locale. Solo in Kenya il progetto prevedeva di occupare oltre quattromila persone e avevamo cominciato a piantare la jathropha, alternando i filari ad altre colture per l’alimentazione degli abitanti dei villaggi vicini. Una quarantina di persone stava già lavorando alle nostre dipendenze. Avevamo trasferito in Kenya trattori, scavatrici, altri macchinari pesanti e varie attrezzature… Tempo e denaro sprecati per nulla”.
Il frutto quasi pronto per il raccolto
Le parole di Orlandi sono venate di risentimento e di amarezza, del resto più che giustificati, viste le brusche modalità in cui il progetto è abortito. Non vediamo però sostanziali responsabilità di Del Prete in questa sventurata conclusione. Perché è così arrabbiato con lui, quando ha appena ammesso di non considerarlo responsabile? “Quando abbiamo tirato i remi in barca, lui, nella sua qualità di direttore locale, si è assunto la responsabilità di recuperare quanto possibile, cercando di vendere i macchinari e le attrezzature che avevamo portato in Kenya, ma tradendo il rapporto di fiducia che la sua posizione richiedeva, ha speculato vergognosamente sul nostro fallimento. Per mesi ha noleggiato a terzi i nostri macchinari; altri li ha venduti intascandone i profitti senza registrarli a credito dell’azienda che gli pagava lo stipendio. Si è anche impossessato del saldo di cassa, insomma: ci ha sottratto una somma complessiva di circa 250 mila euro. Secondo lei ho sufficienti ragioni per definirmi derubato?”
Quali spiegazioni ha fornito Del Prete a fronte delle accuse che gli indirizza? “Spiegazioni? Non ha fornito nessuna spiegazione! Del resto che spiegazioni potrebbe fornire chi ha commesso un furto? Del Prete tace. Non ha riposto a nessuna delle nostre domande, ha disertato la convocazione del CDA dell’azienda. Si gode semplicemente i nostri soldi in tranquillo silenzio”.
Il Console Onorario di Malindi Ivan Del Prete
Ma lei avrà pur preso qualche iniziativa, si sarà rivolto alle autorità, a un legale… anche in Kenya, un furto – se di questo si tratta – è un reato penale perseguito dalla legge. “Ho presentato una denuncia alla polizia di Malindi e attendevo che la faccenda approdasse in corte ma nulla è avvenuto. L’intero fascicolo forse è smarrito o forse bloccato in qualche oscuro meandro del sistema in cui prospera la corruzione. Non lo so. Il mio avvocato locale, quando lo interpello, non fa altro che chiedermi altri soldi, ma ho perso le speranze di ottenere giustizia. Questa avventura mi è già costata troppo, meglio fermarmi qui pur se con grande amarezza”.
Così ha rinunciato a far valere le sue ragioni? “Sì, ho rinunciato, ma quando ho saputo che Ivan Del Prete stava per essere nominato nuovo Console Onorario di Malindi, mi sono davvero indignato. Com’era possibile che una tale persona fosse stata scelta a rappresentare il mio Paese?”
La centrale idroelettrica dell’Orlandi s.r.l. a Galliate (NO)
E cos’ha fatto oltre a indignarsi? “Ho protestato sia con l’ambasciata Italiana, sia con il Comites, il Comitato Italiani all’Estero che è un suo organo consultivo”.
E cosa ne ha ottenuto? “Ho poi saputo che il Comites, lette le mie rimostranze, aveva chiesto all’ambasciata di sospendere la nomina di Del Prete fino all’avvenuta verifica delle accuse che io gli muovevo, ma poiché avevano già ottenuto l’approvazione dal nostro ministero degli Esteri e mancava solo la ratifica da parte delle autorità keniane per farla diventare operativa non hanno tenuto conto di questo consiglio. La cosa che più mi ha sconcertato è che mi hanno inviato una mail in cui dicevano di non potermi offrire alcuna assistenza perché io, pur essendo italiano, non ero iscritto all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, ndr). Siamo davvero nel surreale!”
Questo è quanto ha riferito il signor Luciano Orlandi nell’intervista che ha rilasciato ad Africa ExPress. Ovviamente abbiamo interpellato in proposito il console onorario Ivan Del Prete, offrendogli l’opportunità di fornire la sua versione dei fatti. Se e quando lo farà, saremo lieti di dare spazio anche alla sua replica.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 giugno 2018
Moussa Bilal Biram e Abdellahi Matalla Saleck, due militanti anti-schiavismo, due anni fa sono stati arrestati insieme ad altri attivisti di IRA-Mauritanie, acronimo per Initiative pour la résurgence du mouvement abolitionniste. Ieri, in vista del vertice dell’Uniona Africana, che si terrà nei prossimi giorni a Nouakchott, la capitale del Paese, Amnesty International ha lanciato un appello per la loro liberazione immediata.
Moussa Bilal Biram e Abdellahi Matalla Saleck, due militanti anti-schiavismo in Mauritania
Da oltre un anno Biram e Saleck sono stati trasferiti nella prigione di Bir Moghrein, situata in mezzo al deserto del Sahara, a ben milleduecento chilometri dalla capitale. Una lurida galera dove l’odore di morte è presente ovunque, perchè è proprio qui che vengono portati generalmente i condannati alla pena capitale. Secondo la ONG con base a Londra, i due attivisti sarebbero stati torturati, i segni sono ben visibili sui loro corpi. Dal loro arrivo Bir Moghrein non hanno mai potuto entrare in contatto con i familiari o i loro avvocati.
Entrambi sono stati accusati di incitamento a sommosse e ribellione violenta contro il governo. Durante il processo l’accusa non ha potuto provare nessuno di questi addebiti. “Sono innocenti, questi attivisti non dovrebbero trovarsi in prigione”, ha dichiarato Amnesty nel suo appello. Sono stati presi di mira, costretti al silenzio per la loro attivirà contro lo schiavismo, che in Mauritania sulla carta è stato abolito, ma di fatto esiste ancora.
Vertice UA in Muritania
Il prossimo 1° e 2 luglio la Mauritania ospiterà la trentunesima sessione dell’UA. Per l’occasione la capitale Nouakchott si è vestita a festa. Il governo non ha badato a spese: nel giro di poco tempo è stato costruito un nuovo centro per congressi, sono sorti alberghi di lusso, i marciapiedi sono stati rifatti, ma senza i lavori già realizzati nel 2016 per il vertice della Lega Araba, la ex colonia francese non avrebbe mai potuto ospitare questo importante appuntamento dell’UA.
Lunedì è atteso anche Emmanuel Macron, presidente della Francia; scopo della sua visita è principalmente il nuovo contingente tutto africano (Mauritania, Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso) Force G5 Sahel, volto a contrastare il terrorismo e il flusso migratorio, oltre il traffico di armi e quant’altro.
Emmanuel Macron, presidente francese a sinistra e Mohamed Ould Abdel Aziz, presidente della Mauritania
Macron sarà ricevuto dal suo omologo mauritano, Mohamed Ould Abdel Aziz. Recentemente la collaborazione tra Parigi e Nouakchott si è rafforzata, in particolare per quanto concerna la sicurezza di tutta la regione. Una delle priorità della politica estera di Macron è proprio la stabilizzazione del Sahel.
Dopo la riunione dei leader europei a Bruxelles, il presidente francese chiederà certamente la massima collaborazione degli Stati africani per arginare il flusso migratorio. Naturalmente per questo scopo l’UE è pronta ad aprire ulteriormente il portafoglio, grazie allo stanziamento di 500 milioni di euro al Fondo fiduciario per l’Africa. I soldi fanno gola a tutti, ma proprio l’attuale presidente dell’UA, il presidente ruandese, Paul Kagame, durante una sua recente visita a Parigi, aveva sottolineato: “Non cresceremo mai se avremo sempre bisogno di baby-sitter europei, americani, asiatici e altri. Dobbiamo imparare a badare a noi stessi. Se il mondo si preoccupasse meno di noi, inizieremmo a preoccuparci più di noi stessi”. Kagame, infatti, è assolutamente contrario all’assistenzialismo occidentale e ha sempre criticato l’UA per la sua scarsa capacità di prendere delle decisioni, ma soprattutto di non sapersi mettere in gioco. Ma ovviamente tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, mare che ha inghiottito nuovamente oltre cento migranti africani, in fuga da guerre, violenze, terrorismo, conflitti interni, fame, cambiamenti climatici.
L’UA conta 55 membri e comprende tutti gli Stati internazionalmente riconosciuti del continente e la Repubblica Araba Saharawi Democratica. Uno dei promotori – e cospicuo finanziatore – della creazione dell’Unione è stato, tra gli altri, il leader libico Muhammar Gheddafi. Morto il dittatore dell’ex colonia italiana le casse dell’Organizzazione si sono prosciugate.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 29 giugno 2018
L’inferno si è scatenato nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi con un terribile bilancio. I morti finora accertati sarebbero quindici, mentre il numero delle vittime, alcune gravi, ammonterebbe a oltre settanta. Il mercato interessato dal tragico evento e quello di Gikomba, uno dei più grandi mercati all’aperto della capitale keniana che già in un recente passato è stato vittima della stessa sventura.
La rapidità con cui le fiamme si sono sviluppate e i punti d’innesto dell’incendio, ben distribuiti nelle zone più vulnerabili delle strutture, hanno subito fatto pensare ad un’origine volontaria dell’evento che ha richiesto oltre novanta minuti per essere domato, nel frenetico avvicendarsi delle ambulanze che trasportavano i feriti nei vicini ospedali.
Alcune delle vittime, pur non essendo entrate in diretto contatto con le fiamme, hanno perso la vita soffocate dal denso fumo mentre tentavano disperatamente di portare al sicuro almeno una parte delle loro proprietà. L’esame dei corpi senza vita ha rivelato anche la triste presenza di quattro bambini.
Dal nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 28 giugno 2018
“La dolce morte” esce dal romanzo poliziesco noire di Mikel Koven e approda in Kenya, scatenando un thriller molto più contorto e inesplicabile di quello offerto al lettore dallo scrittore americano. Autorità ai massimi livelli dello stesso governo, si contro-accusano, si smentiscono reciprocamente e infine arrestano chi non si allinea alla versione ufficiale fornita dall’estabilishment. Ma cos’è dunque accaduto?
La settimana scorsa un blitz della polizia nel quartiere di Eastleigh, a Nairobi, sequestra oltre mille sacchi di zucchero di canna ritenuti inquinati dai livelli di mercurio e di rame dieci volte superiori a quelli consentiti per il consumo umano. Gli agenti agivano su mandato del ministro degli interni Fred Matiang’i, che ha confermato alla stampa la presenza del micidiale cocktail di sostanze che mettevano a serio rischio la salute dei cittadini.
Uno dei sacchi di zucchero sequestrati
A sorpresa, interveniva però sulla questione un altro ministro, quello del commercio, Adan Mohamed, che smentiva clamorosamente il collega garantendo che lo zucchero incriminato era del tutto esente dalle presunte sostanze denunciate da Matiang’i e poteva quindi essere assunto in assoluta tranquillità. Poco dopo anche il Kenya Bureau of Standard (KBS), per mezzo di un suo portavoce, confermava le conclusioni di Mohamed: lo zucchero di canna importato dal Brasile era del tutto sicuro. Cessato allarme? Nemmeno per sogno!
Il capo della polizia del Kenya partecipa al sequestro dello zucchero incriminato
Lo scorso giovedì, in parlamento, lo stesso direttore del KBS, smentiva il proprio portavoce e annunciava all’aula che nello zucchero in questione erano stati rilevati 21 milligrammi di rame, contro il limite massimo di 2,1 tollerato, senza conseguenze per l’assunzione umana. Il giorno dopo, l’incauto direttore veniva arrestato insieme ad altri funzionari del suo ente, per aver diffuso notizie infondate e allarmistiche, ma perché, allora, non era stato arrestato anche il ministro Matiang’i che aveva dato avvio il via al sequestro? Impenetrabili misteri del sistema keniano.
Nel frattempo il costo dello zucchero di canna all’ingrosso è balzato da 0,7 euro al chilogrammo a 1,2 euro e la sua reperibilità sul mercato è sempre più difficoltosa. Questa sembra essere la ragione per cui si è dovuto ricorrere all’importazione del prodotto dall’estero. Importazione che, da più voci, sarebbe gestita da alte personalità vicine al potere politico, tra queste si dice anche quella i Muhoho Kenyatta, fratello del presidente attualmente in carica, ma altre voci lo smentiscono recisamente.
Rame e mercurio sono potenti veleni in grado di favorire l’insorgere di tumori e di altre serie patologie. Mentre in proposito regna una totale confusione, l’allarme si diffonde in ogni angolo del Paese, anche perché, un portavoce del ministero della salute, consultato in proposito, sull’eventuale pericolosità di continuare fare uso dello zucchero incriminato, si è rifiutato di rispondere, adducendo che si trattava di un argomento “attinente alla sicurezza nazionale”, così l’allarme ha finito per trasformarsi in terrore.
Il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, accusa Generation 40, una fazione del partito Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (ZANU–PF), capeggiata da Grace Mugabe, la molto chiacchierata moglie dell’ex presidente Robert Mugabe, di aver organizzato l’attentato subito sabato scorso.
Durante un comizio elettorale, che si è svolto all’interno del White City Stadium di Bulawayo, la seconda città del Paese, è stata lanciata una bomba a mano proprio sul palco, dove, appunto, era presente anche il presidente, candidato alla prossima tornata elettorale che si svolgerà il prossimo 30 luglio. Due persone sono morte, altre quarantanove sono state ferite, tra loro anche i due vice presidenti e altri esponenti del Zanu-PF, il partito al potere.
Emmerson Mnangagwa
Secondo Mnangawa questo tentativo criminoso è stato ben studiato con l’intento di provocare un bagno di sangue e di destabilizzare il programma elettorale e ha aggiunto: “Certamente è stato un atto commesso da persone che si sentono messe in disparte. Il nuovo corso democratico non è gradita da tutti”.
Robert Mugabe, dopo ben trentasette anni al potere, è stato destituito lo scorso novembre. Il presidente attuale è l’ex vice-presidente Emmerson Mnongagwe “The Crocodile”, veterano come Mugabe della guerra di liberazione, e suo braccio destro per decenni.
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