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I cinesi sono razzisti: prime crepe nell’idillio tra Nairobi e Pechino

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 11 luglio 2018

L’amministratore delegato della Kenya Railways, Atanas Maina, cui è affidata la supervisione dell’attività della SGR, la nuova ferrovia Mombasa-Nairobi, costruita e condotta dalla società cinese CRBC (China Road and Bridge Corporation), ha ordinato un inchiesta volta a verificare se le molte segnalazioni di atteggiamenti discriminatori, attuati dal personale asiatico nei confronti dei colleghi africani, sono fondate. “Se questi rapporti rispondono al vero – ha detto il capo della KR – prenderemo seri provvedimenti perché si tratterebbe di azioni ripugnati, oltraggiose e del tutto intollerabili”.

L'amministratore delegato della Kenya Railways Atanas Maina
L’amministratore delegato della Kenya Railways Atanas Maina

Il caso è esploso a seguito di molte testimonianze raccolte dal quotidiano The Standard presso il personale di colore della nuova ferrovia. Secondo tali testimonianze, lo staff cinese, ostenterebbe verso quello africano, un arrogante atteggiamento di superiorità, riservando a se stesso privilegi che sono invece negati ai locali. A questi, in virtù di regole non scritte, non è consentito sedere a un tavolo dove siede un cinese; pur avendo la qualifica di conduttori, non possono condurre il treno se a bordo vi è un macchinista cinese; non possono usare il bus per il trasporto del personale, se a bordo vi è anche un solo cinese e devono attendere l’arrivo del prossimo mezzo; i cinesi fumano e usano i cellulari a bordo del treno, cose severamente proibite dalle norme di sicurezza e per le quali gli africani sarebbero licenziati in tronco.

 

Il nuovo treno della SGR che collega Nairobi a Mombasa
Il nuovo treno della SGR che collega Nairobi a Mombasa

Anche il preteso e graduale passaggio delle competenze dai conduttori cinesi a quelli africani, resta totalmente disatteso. Dopo la presentazione delle due macchiniste africane, Alice Gitau e Concilia Owire che, sotto gli occhi delle telecamere, erano ai comandi della motrice nel viaggio inaugurale del presidente Kenyatta, nessun altro keniano è stato più autorizzato a condurre il locomotore. In ogni contatto con i colleghi africani, il personale cinese manifesta sempre una poco velata intolleranza che compromette il progetto d’istruzione cui l’accordo Cina-Kenya faceva specifico riferimento.

Tecnici cinesi istruiscono il personale africano
Tecnici cinesi istruiscono il personale africano

La reazione del pubblico a queste notizie è stata di sconcerto e di rabbia, creando forti sentimenti anti cinesi, i quali, stanno già sostituendosi ai keniani in molte altre attività della micro-imprenditoria locale, come quella dei cellulari che vengono offerti a prezzi stracciati e con un’estesa gamma di prodotti e servizi che non sono alla portata degli esercenti africani.

 

Le due macchiniste keniane Alice Gitau (sinistra) e Concilia Owire che hanno condotto il treno nel viaggio inaugurale
Alice Gitau (sinistra) e Concilia Owire che hanno condotto il treno nel viaggio inaugurale

Questo crescente malumore popolare, preoccupa sia l’establishment keniano, sia quello cinese che teme che anche in Kenya possa verificarsi ciò che è accaduto in Sudafrica, dove i cinesi sono sempre più mal tollerati, i loro negozi disertati e il numero delle aggressioni nei loro confronti in allarmante crescita, tanto che molti investitori asiatici stanno abbandonando il Paese pur accettando le pesanti perdite finanziarie cui questa fuga li espone.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Mozambico hub dell’eroina per l’Europa: sospetti su due presidenti coinvolti nel traffico

sandro_pintus_francobollo

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 11 luglio 2018

Da eroi della lotta di liberazione del Mozambico a complici del traffico di droga? Si parla del coinvolgimento di Joaquim Chissano, secondo presidente della repubblica, e del terzo capo dello stato, Armando Guebuza.

Da sin: Armando Guebuza e Joaquim Chissano, ex presidenti del Mozambico
Da sin: Armando Guebuza e Joaquim Chissano, ex presidenti del Mozambico

È quanto risulta da uno studio di Joseph Hanlon, giornalista e ricercatore della London School of Economics. Hanlon, lo ha pubblicato sulla rivista “Centro de Integridade Pública” (CIP) di cui è direttore.

Situazione troppo ingombrante che farebbe rivoltare nella tomba Samora Machel, primo presidente mozambicano e padre della patria morto tragicamente nel 1986.

Eroina sequestrata
Eroina sequestrata

Nell’ex colonia portoghese si stima che l’eroina valga tra i 600 e gli 800 milioni di USD. E nell’ex colonia portoghese se ne fermano un centinaio all’anno che, per fini elettorali passano anche al Frelimo, il partito al potere dall’indipendenza nel 1975.

Secondo lo studioso l’esportazione di eroina continua a crescere ormai da due decenni. Si tratta di droga spedita dall’Afganistan via Iran e Pakistan, per arrivare in Mozambico, dove viene immagazzinata in attesa degli acquirenti.

La droga viene trasportata con barche a motore nel nord del Paese nei porti di Nacala, provincia Nampula, e di Pemba, in Cabo Delgado. Via terra e via mare viaggia verso la capitale Maputo fino in Sudafrica, dove da Johannesburg arriva in Europa. Sono stati stimati circa quaranta viaggi all’anno con carichi da una tonnellata di eroina ciascuno.

Mappa del traffico di eroina che dall'Afganistan, attraverso il Mozambico, arriva in Europa
Mappa del traffico di eroina che dall’Afganistan, attraverso il Mozambico, arriva in Europa

Anche se l’eroina in Mozambico è solo di passaggio, il suo enorme valore viene subito dopo l’esportazione di carbone, che nel 2016 ha raggiunto 687 milioni di USD, e precede quella dell’energia elettrica (vale 378 milioni). Terreno fertile per il successo del traffico di droga è la corruzione arrivata ormai ai livelli più alti della politica.

Deus ex machina del traffico della micidiale “polvere bianca” che ha fatto arricchire illegalmente parecchi politici, secondo l’indagine di Hanlon, è Mohamed Bachir Suleman. Imprenditore multi-miliardario residente a Maputo è proprietario di diverse imprese e supermercati e ha iniziato il business negli anni ‘90 diventando, insieme ad altre famiglie sud-asiatiche, il maggiore trafficante di eroina.

Eroina dai porti del nord del Mozambico arriva a Maputo, poi a Johannesburg per continuare verso l'Europa
Eroina dai porti del nord del Mozambico arriva a Maputo, poi a Johannesburg per continuare verso l’Europa (dettaglio mappa)

Persino l’ex presidente USA Barak Obama si è mosso contro il faccendiere che ha chiamato “barone della droga”. Per capire meglio il personaggio: Obama ha dichiarato illegale qualsiasi operazione commerciale o finanziaria delle aziende americane con il “barone”.

In tutta questa brutta storia, il Frelimo e il presidente Filipe Nyusi, quarto capo dello Stato dal gennaio 2015, prendono le distanze. E forse non è un caso che Nyusi abbia parlato di nuovo corso visto che i due colleghi che lo hanno preceduto sono coinvolti insieme a una parte del Frelimo. Rimane comunque difficile credere che il Frelimo e il presidente non ne fossero al corrente.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Mappa Africa, Europa e Medio Oriente
tratte da CIA World Factbook Political World Map. January 2015

– Joaquim Chissano
Di Ricardo Stuckert/PR – Agência Brasil [1], CC BY 3.0 br, Collegamento

– Armando Guebuza
Di Ricardo Stuckert/PR – Agência Brasil [1], CC BY 3.0 br, Collegamento

Il ricercato dalla Corte Penale Internazionale Al Bashir va ad Ankara. E nessuno l’arresta

Loghino africa express 2Africa ExPress
Ankara, 10 luglio 2018

Durante la cerimonia di insediamento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che si è svolta nel complesso presidenziale di Ankara, c’era una folta rappresentanza di capi di Stato e di dittatori, venuti dal mondo intero.

Tra gli invitati non mancava la folta presenza di leader africani, come Edgar Lungu, Zambia, il gabonese Ali Bongo, Jose Mario Vaz della Guinea Bissau, Teodoro Obiang Nguema, presidente della Guinea Equatorile, Muhammed Veled Abdul Aziz della Mauritania, il ciadiano Idriss Deby, Mohamed Abdullahi Farmajo della Somalia, il gibutino Ismail Omar Guelleh e naturalemente a questo rendez-vous non poteva mancare Omar al-Bashir, il presidente del Sudan.

Omar al Bashir, il presidente del Sudan, al suo arrivo ad Ankara, Turchia
Omar al Bashir, il presidente del Sudan, al suo arrivo ad Ankara, Turchia

Forse azzardata la partecipazione di al Bashir, visto che sulla sua testa pende un mandato d’arresto internazionele, emesso nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini di guerra. Per evitare l’arresto, al Bashir non dovrebbe, in teoria, recarsi in Stati che sono membri della Corte. La Turchia non fa parte del CPI, ma come componente dell’ONU, avrebbe il dovere di collaborare i giudici dell’Aia.

Il CPI non ha una forza di polizia propria, ma delega gli Stati membri a fermare le persone sospette o colpite da un mandato di cattura. Difficilemnete ciò avverà in Turchia. Erdogan e al Bashir hanno molti interessi in comune, specie dopo la visita del leader turco a Khartoum alla fine dello scorso anno, considerato un avvenimento storico. Era la prima volta che un presidente turco si recava in visita nell’ex condominio anglo-egiziano (allora l’Egitto, e il suo capo, il kedivè, era tributario dell’impero Ottomano) dalla  la sua indipendenza nel 1956.

Durante i colloqui, i capi di Stato hanno sigillato diversi trattati di carattere commerciale e militare. Tra questi la temporanea cessione da parte di Khartoum ad Ankara di Suakin, porto sul Mar Rosso, dove Erdogan vorrebbe ricostruire le rovine di questa antica città ottomana per incrementare il turismo. Si mormora che il porto, una volta ristrutturato, potrebbe servire non solo per navi commerciali, ma anche come punto di appoggio per quelle militari. Il più importante porto sudanese è attualmente Port Sudan, che dista solo una sessantina di chilometri a nord di Suakin. Secondo Erdogan, uno scalo laggiù potrebbe servire anche ai pellegrini diretti a La Mecca.

Nessun giudice turco oserà chiedere l’arresto del presidente sudanese, come era successo in Sudafrica tre anni fa. Ma anche quella volta l’anziano presidente, grazie alla collaborazione confidenziale del governo, era riuscito a sottrarsi alla cattura.

Erdogan è stato rieletto presidente al primo turno per la seconda volta lo scorso 25 giugno con il 52,5 per cento dei consensi, dopo tre mandati consecutivi come primo ministro.

Africa ExPress

Dal nostro  archivio

Bashir evade dal Sudafrica e sfugge alla cattura ordinata dal Tribunale internazionale

No dell’Unione Africana agli hot spot: “Non vogliamo europei sul nostro territorio”

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 luglio 2018

Durante il trentunesimo vertice dell’Unione Africana, che si è svolto la scorsa settimana a Nouakchott https://www.africa-express.info/2018/07/03/terroristi-si-scatenano-mali-e-niger-mentre-e-corso-il-vertice-dellua-mauritania/ i delegati presenti hanno espresso forti preplessità sulle richieste dell’Unione Europea per l’apertura di piattaforme di sbarco e centri per i migranti in Africa. L’UA dubita che tali richieste siano in contrasto con le leggi internazionali vigenti.

Pierre Bouyoya, ex presidente golpista del Burundi e ora rappresentante dell’organizzazione per il Mali e il Sahel, ha precisato: “Non è sufficiente che siano gli europei ad affermare che queste proposte siano fattibili; noi africani dobbiamo prendere queste decisioni, inoltre dobbiamo essere convinti e certi di poterle realizzare”.

Unione Africana
Unione Africana

Il rifiuto della Mauritania è stato categorico, vista l’esperienza negativa del centro per migranti di Nouadhibou, nel nord del Paese, aperto nel 2006 con finanziamenti spagnoli, una vera e propria prigione di Madrid in terra mauritana.

Anche il Marocco non ha dato la sua disponibilità e Nasser Bourita, ministro degli Esteri del Paese nordafricano ha respinto categoricamente le richieste dell’UE e anche la Tunisia non ha accettato la proposta di Bruxelles. La Libia aveva già espresso il suo parere negativo al ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, in occasione della sua prima visita a Tripoli il 25 giugno scorso.

L’unico “outsider” è il Niger (https://www.africa-express.info/2017/02/03/il-risultato-dellaccordo-con-il-niger-sui-migranti-aumentati-prezzi-della-traversata-verso-leuropa/). Il presidente Mahamadou Issoufou ha sottolineato proprio l’altro giorno che il suo Paese continuerà ad accogliere i migranti, le persone in difficoltà. “Siamo un popolo generoso, aperto all’ospitalità – ha precisato il leader nigerino. E ha aggiunto – Il passaggio dei migranti deve essere però veloce e non protrasi nel tempo. E’ la sola condizione che poniamo, perchè i fondi non sono sufficienti. Il finanziamento messo a disposizione dal fondo fiduciario dell’UE non copre le spese. Abbiamo accolto nei centri gestiti dall’UNHCR e dall’OIM  persone vulnerabili dalla Libia, ma in sei mesi solo pochi sono stati ricollocati altrove, mentre altri migranti arrivano qui in continuazione. Comunque anche il Niger non accetta gli hotspot, perchè implicherebbe l’invio di personale europeo su un territorio non europeo. E ovviamente questo non è gradito agli Stati africani, che sono state ex colonie proprio di quei Paesi che hanno espresso tali richieste.

Nasser Bourita, ministro degli Esteri del Marocco
Nasser Bourita, ministro degli Esteri del Marocco

I delegati presenti al vertice a Nouakchott hanno infine deciso di voler aprire un osservatorio delle migrazioni in Marocco, controllato dall’UA. Il capo del dicastero degli Esteri marocchino ha precisato: “Non abbiamo mai raccolto dati sulle migrazioni africane.  E’ importante che l’Africa stessa sia ben informata su questo fenomeno, deve sviluppare una maggiore conoscenza e prima di tutto il problema migratorio africano deve essere assolutamente discusso all’interno del continente”.

Insomma l’UA vuole essere al centro della discussione anche per quanto concerne il controllo delle frontiere volto ad arginare il flusso migratortio. A questo proprosito all’inizio di giugno Libia, Ciad, Sudan e Niger hanno firmato un accordo a N’Djamena, la capitale del Ciad per una sorveglianza congiunta dei confini.  Tale documento prevede la stretta collaborazione dei quattro Paesi per combattere il terrorismo, la criminalità organizzata transnazionale, arginare il flusso di migranti illegali e mercenari, contrabbando di armi, droghe e derivati del petrolio. Il confine sud dell’ex colonia italiana è infatti un punto strategico per il traffico di migranti e di gruppi di miliziani. Eppure in Niger sono presenti molte forze straniere impegnati nel compito di repressione del terrorismo e della criminalità organizzata. In particolare l’operazione francese Serval, poi sostituita con Berkhane, attiva in tutto il Sahel, con quasi quattromila uomini, con base operativa a N’Djamena. Millesettecento soldati della missione francese si trovano a Gao, nel centro del Mali. Dispongono di due basi aeree, la prima nella capitale del Niger, Niamey, mentre la seconda, poco lontana dal confine con la Libia, a Madama, che sarebbe dovuta essere d’appoggio anche alla missione italiana, della quale non si parla più da tempo.

Gli Stati membri dell’UA non vogliono più solamente eseguire le proposte ricevute dall’esterno, in particolare da Bruxelles, vogliono essere protagonisti del proprio destino.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Alta corte di Mombasa: “Alex, il figlio del Lord inglese Monson, è stato ucciso dalla polizia”

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 9 luglio 2018

Si è finalmente conclusa giovedì scorso, presso la corte di Mombasa, l’incresciosa controversia sulla morte di Alexander, figlio del lord britannico Nicholas Monson, barone nella contea del Lincolnshire. Gli accertamenti si sono trascinati per sei anni nel tentativo di accertare le reali cause del decesso del ventottenne erede al prestigioso titolo nobiliare. La prima versione dei fatti, a suo tempo fornita dalla polizia di Diani, località turistica a sud di Mombasa, attribuiva la morte del giovane all’assunzione di un’overdose di stupefacenti.

Versione che il magistrato capo dell’alta corte di Mombasa, Richard Odenyo, chiudendo martedì scorso un’inchiesta iniziata nel 2015, ha recisamente smentito attribuendo, invece, il decesso, alle violente percosse subite dalla vittima per opera di quattro agenti di polizia: Naftali Chege, John Pamba, Charles Munyiri e Ismael Pamba. Gli stessi che, nel maggio 2012, avevano arrestato il giovane a Diani Beach dove l’uomo aveva trascorso la serata con alcuni amici. La ragione dell’arresto, stando alla versione ufficiale di allora, era che lo avevano trovato mentre fumava marijuana a che nel corso di una perquisizione, nelle sue tasche era stato trovato un mozzicone di sigaretta della stessa sostanza.

La città di Lincoln, capitale del Lincolnshire dove a sedela baronia dei Monson
La città di Lincoln, con l’imponente cattedrale, capitale della contea sede della baronia dei Monson

I primi sospetti sulla versione fornita dalla polizia di Diani, erano sorti a seguito dell’esame tossicologico indipendente eseguito subito dopo il decesso. L’analisi rivelava che nessuna traccia di droga era stata rinvenuta sul corpo del giovane, mentre un patologo reclutato dalla famiglia, rilevava, invece una grave contusione cranica che lui attribuiva all’urto violento e fatale con un pesante corpo contundente. Era ovvio che questi riscontri gettassero una luce inquietante sull’accaduto facendo insorgere più di un dubbio sul reale svolgimento dei fatti.

Uno degli amici di Alexander, arrestato con lui, ma rilasciato poco dopo, riferiva che il giovane Monson aveva vivacemente protestato per l’arresto, negando il possesso della droga (ma allora, com’era finita nelle sue tasche?). Vista la tragica fine oggi accertata, si è portati a ritenere che Alexander avesse proseguito nelle sue proteste anche all’interno della stazione di polizia, scatenato così la brutale reazione dei quattro poliziotti. L’amico, appena liberato, mentre lasciava il posto di polizia, riferiva di averlo visto in preda a convulsioni sul pavimento della cella.

La vittima, Alexander Monson ucciso a 28 anni dalla polizia del Kenya
La vittima, Alexander Monson ucciso a 28 anni dalla polizia del Kenya

Quando la madre, avuta notizia dell’arresto, correva alla stazione di polizia, gli veniva detto che il figlio era stato trasferito all’ospedale perché in gravi condizioni causa “l’ingestione di una grande quantità di droga”. In ospedale la donna trovava il figlio semi incosciente, incatenato al letto e con gravi difficoltà respiratorie. Il decesso avveniva nel giorno successivo ed è quasi surreale che gli agenti insistessero sull’ingestione di droga quando la marijuana si fuma e non s’ingerisce. Queste contradditorie ricostruzioni dei fatti e l’atteggiamento scarsamente cooperativo della polizia inducevano i genitori del ragazzo, Hilary e Nicholas, a impegnarsi in una strenua e lunga battaglia per conoscere quella verità che è oggi scaturita dalla sentenza del giudice Odenyo.

Alexander Monson aveva lasciato le verdi colline di Lincolnshire nel 2008 per raggiungere la madre che è nata e cresciuta in Kenya. Una scelta che gli è costata la vita quando era nel pieno del vigore giovanile. “Il Kenya è noto nel mondo per l’alto livello di corruzione – ha detto Lord Monson nell’apprendere la sentenza – questa decisione della corte fa onore alla giustizia e al giudice Odenyo”. Monson ha anche confessato che, fino a oggi, aveva nutrito ben poche speranze su una simile conclusione del caso “specialmente – ha riferito alla stampa – dopo avere saputo che nel 2016 l’avvocato Willy Kimani, noto a livello internazionale per la sua attività in difesa dei diritti umani, era stato assassinato mentre era in custodia presso la polizia di Nairobi”.

lo strazio di Hilary Monson, madre del giovane Alexander alla notiza della sua morte
lo strazio di Hilary Monson, madre del giovane Alexander alla notizia della sua morte

Solo tre dei quattro accusati erano presenti in corte nel giorno della sentenza. Il quarto, John Pamba ha fatto perdere le proprie tracce. Il giudice ha ordinato l’arresto dei tre presenti e spiccato un ordine di cattura per il quarto. Tutti avevano comunque respinto le accuse proclamandosi innocenti. Il 19 luglio si terrà il primo dibattimento in aula, dove gli accusati tenteranno di ottenere la libertà su cauzione. L’inchiesta potrebbe tuttavia allargarsi ad altri funzionari di grado elevato che sono sospettati di aver coperto l’accaduto, minacciando anche i testimoni che vi avevano assistito.

La brutalità, l’arroganza e lo strapotere della polizia in Kenya, sono anche il frutto di un sistema perverso e corrotto che garantisce alla stessa un alto livello d’impunità. “Quando un cittadino – aveva detto un funzionario dell’ONU, all’indomani dell’uccisione dell’avvocato Kimani – incontrando un poliziotto non si sente protetto, ma prova paura, non si può parlare né di legalità né tantomeno di democrazia ed è ciò che sta oggi accadendo in questo Paese”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Prove di dialogo tra Etiopia ed Eritrea: Abiy vola ad Asmara con un ramoscello d’ulivo

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 8 luglio 2018

Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed è volato questa mattina ad Asmara per incontrare il presidente eritreo Isaias Afeworki. Un meeting storico, teso a ristabilire quelle relazioni amichevoli e di buon vicinato disintegrate dall’ultima guerra tra i due Paesi combattuta tra il 1998 e il 2000 e continuata fino a poche settimane fa con sporadici scontri di frontiera e accuse reciproche.

Il leader etiopico, appena nominato, in aprile, ha compiuto passi distensivi verso il suo vicino annunciando che avrebbe obbedito alle decisioni dell’arbitrato internazionale secondo cui la cittadina di Badme, occupata dagli etiopici, avrebbe dovuto essere riconsegnata all’Eritrea.

Isaias Afwerki Abiy Amhed Eritrea

In diverse occasioni Abiy ha ribadito l’urgenza di ricercare una soluzione politica al conflitto ricevendo però dagli avversari segnali contrastanti, come quando ha chiesto una mediazione saudita, fidando sul fatto che il regno wahabita ha buone relazioni con entrambi i Paesi, rifiutata dall’Eritrea.

Anche nel suo Paese il primo ministro non sta avendo vita facile. Il gruppo ultranazionalista Etiopia Tikdem (cioè “Etiopia Innanzitutto”) non ha mai digerito l’indipendenza dell’allora provincia Eritrea proclamata nel 1993 e riconosciuta immediatamente da Addis Abeba, e quindi rifiuta a priori ogni compromesso. Il 23 giugno scorso Abiy ha subito un attentato: una bomba è esplosa durante un comizio di fronte ai suoi sostenitori.

Anche all’interno dell’EPRDF (Ethiopian Peoples’ Revolutionary Democratic Front) la coalizione di partiti che governa il Paese, la nuova politica voluta da Abiy non è accettata da tutti, soprattutto da chi teme che Asmara non sia affidabile ma pronta a tradire gli accordi.

L’Eritrea è più difficile da esaminare. Il gruppo dirigente è assai ristretto e il dibattito – ammesso che ci sia – è riservato nelle stanze del potere dove hanno accesso al massimo una decine di persone.

Il viaggio odierno di Abiy ad Asmara apre la porta a tante speranze ma anche a diverse incognite. Il governo etiopico è tutto sommato abbastanza democratico: c’è una Costituzione, elezioni più o meno libere, una stampa indipendente, anche se non del tutto, un sistema giudiziario che non prende ordini delle autorità, almeno non sempre. EPRDF tiene congressi e al suo interno si dibatte. L’ex primo ministro Hailemariam Desalegn si è dimesso proprio dopo le critiche rivoltegli per aver represso con troppa decisione manifestazioni di piazza contro il governo.

L’Eritrea invece è retta da una crudele dittatura di stampo fascista che non ha mai varato una Costituzione, non tollera critiche e dissensi, sbatte in galera gli oppositori (ministri non in linea compresi), usa il pugno di ferro con la popolazione, ha militarizzato la società in nome delle minacce lanciate dall’Etiopia e ha cancellato ogni parvenza di stampa libera. Isaias Afeworki è al potere dal 1991 e dopo 27 anni non ha nessuna intenzione di andarsene e allentare la morsa della repressione e del controllo severo della polizia segreta.

In questi anni l’intransigenza del regime di Asmara si è scontrata con la realtà. E’ vero che l’arbitrato internazionale assegna Badme all’Eritrea ed è giusto che le truppe di Addis Abeba sgombrino in fretta da quella zona, ma è anche vero che la stessa delibera assegna la maggior parte del territorio conteso all’Etiopia e saranno la truppe del Paese rivierasco a doversi ritirare.

Non solo. Un altro lodo internazionale sul risarcimento dei danni di guerra ha stabilito che la responsabilità del conflitto ricade sull’Eritrea, le cui truppe lo ha scatenato il 6 maggio del 1998. Asmara è stata condannata a risarcire oltre un milione di dollari agli avversari.

Come finora l’Etiopia si è rifiutata di riconsegnare Badme all’Eritrea, finora Asmara si è rifiutata di riconoscere la responsabilità di aver scatenato il conflitto.

E quindi assai complicato per due Paesi con dirigenze così diverse sul modo di intendere la pace e la democrazia, vivere in pace e in simbiosi, come sarebbe ragionevole prima ancora che giusto.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
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Dal nostro archivio

L’Etiopia pronta a rinunciare a Badme per fare la pace con l’arcinemica Eritrea

Passo dell’Etiopia per tentare la pace, ma l’Eritrea respinge la mediazione saudita

Abiy Ahmed nuovo primo ministro dell’Etiopia giurerà lunedì dopo Pasqua

Etiopia: stato di emergenza dopo le dimissioni del primo ministro

Esplosione ad Addis Abeba durante manifestazione di sostegno al nuovo premier

Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed vola ad Asmara in cerca della pace

Loghino africa express 2Africa ExPress
Asmara, 8 luglio 2018

Pochi minuti fa è atterrato all’aeroporto di Asmara il primo ministro etiopico Abiy Ahmed dove ad attenderlo c’era Isais Afeworki, il presidente dell’Eritrea.

Ripresa da un sito ufficiale eritreo (dove non esiste libertà di stampa) questa foto dove si vedono assieme le bandiere eritrea (a sinistra) ed eritrea, è stata pubblicata dal quotidiano Addis Standard.
Ripresa da un sito ufficiale eritreo (dove non esiste libertà di stampa) questa foto, dove si vedono assieme le bandiere eritrea (a sinistra) ed etiopica (a destra), è stata pubblicata dal quotidiano Addis Standard

La visita era nell’aria da qualche giorno, ma solo poche ore fa è stata confermata su twitter dal ministro per le comunicazioni eritreo Yemane G. Meskel. Durante la notte nelle vie della capitale eritrea sono state issate bandiere etiopiche e striscioni di benvenuto in diverse lingue: inglese, tigrino, amarico e oromico: Welcome Dear Brother Abiy Ahmed  ( in italiano: benvenuto caro fratello Abiy Ahmed).

I colloqui di pace tra i due Paesi continuano dunque. Sarà un duro lavoro, specie per il governo dell’Eritrea, che prima di tutto dovrà riappacificarsi con il proprio popolo. Cosa piuttosto complicata visto il pugno di ferro della dittatura di Isaias Afeworki.

Africa ExPress

“Turn hate into love”: anche in eSwatini (l’ex Swaziland) tra feste e balli irrompe il gaypride

Loghino africa express 2Africa ExPress
Mbabane, 7 luglio 2018

Centinaia di persone hanno sfilato lo scorso fine settimana lungo le strade della capitale Mbabane dello Swaziland (dallo scorso aprile ribattezzato Regno di eSwatini con bandiere arcobaleno e striscioni con scritte Turn hate into love. Scene inimmaginabili fino a poco tempo fa, considerando il fatto che l’omosessualità è ancora illegale in questa piccola nazione, situata tra il Mozambico e il Sudafrica.

Primo gay pride nello Swaziland
Primo gay pride nello Swaziland

Lo Swaziland è l’ultima monarchia assoluta in Africa. Il re Mswaiti III è stato incoronato nel 1986 a soli diciotto anni. In quanto monarca assoluto, governa solamente con decreti legge e non di rado viene criticato per il suo stile di vita sfarzoso, pur sapendo che gran parte della popolazione vive in miseria. Lo Swaziland conta solamente un milione e duecentocinaquantamila  abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni.

Il gay pride è stato organizzato dalla locale ONG Rock of Hope e sponsorizzata dalle associazioni internazionali LGBT. Matt Beard, direttore esecutivo dell’Organizzazione All Out, ha specificato: “Sono stati attimi di comunione e arricchimento personale, è stato difficile trattenere le lacrime in alcuni momenti, la gioia di questa comunità è stata contagiosa ed intensa”.

Africa ExPress

Guinea Equatoriale: il regime fa finta di aprire. Intanto uccide gli oppositori

andrea-spinelli-barrile82Speciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 6 luglio 2018

Mercoledì 4 luglio il Presidente della Repubblica della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha approvato un provvedimento di amnistia generale in favore di tutti i prigionieri politici e di tutti gli oppositori del regime, la dittatura più longeva d’Africa.

La notizia è stata diffusa tramite la televisione nazionale equatoguineana ed ha rapidamente fatto il giro delle agenzie stampa internazionali: l’amnistia si rivolge ad ogni persona “privata della libertà personale o impedita nell’esercizio dei suoi diritti politici del Paese” e suona, alle orecchie di chi non vive in Guinea, come una vera e propria ammissione di colpa da parte della presidenza. L’obiettivo manifesto del Presidente è garantire ampia partecipazione al dialogo nazionale che a luglio vedrà governo e opposizione fronteggiarsi attorno a un tavolo.

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, presidente della Guinea Equatoriale

Se l’opposizione, defenestrata dal Parlamento per decreto presidenziale pochi mesi fa, chiede un percorso chiaro e democratico che conduca il Paese a nuove elezioni per chiudere per sempre il capitolo dittatoriale che va avanti dal 1976 con Macias e dal 1979 con suo nipote, Teodoro Obiang (obiettivo molto ambizioso quello dell’opposizione), non sono ancora chiari gli intenti del governo a questo tavolo di trattative.

L’impressione è che si tratti della solita foglia di fico mal comunicata dai media di tutto il mondo: il dialogo politico infatti riguarderà “il governo e i partiti legalizzati” che è solo uno, il Partido Democratico de Guinea Ecuatorial fondato da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e controllato dalla sua famiglia, tra “gli attori politici dell’interno e la diaspora”. Diaspora che rappresenta un terzo del totale dei cittadini guineani e che è nella quasi totalità in opposizione al regime di Obiang.

L’amnistia serve a coprire quella che è la vera notizia degli ultimi giorni proveniente dalla Guinea Equatoriale: secondo l’Agence France-Presse Juan Obama Edu, membro di Ciudadanos por la Inovacion (CI, principale partito di opposizione messo fuorilegge dal regime) e prigioniero nelle carceri della città guineana di Evinayong, è morto lunedì scorso in seguito alle torture inflittegli nel commissariato di Aconibe.

La notizia è stata resa pubblica martedì sera, 3 luglio, con un comunicato di CI: le autorità militari del carcere avrebbero rifiutato al detenuto di ricevere cure in seguito a un pestaggio subito e che lo ha portato alla morte nel giro di qualche ora. Obama Edu era stato arrestato nel novembre 2017 ad Aconibe con altri 30 attivisti del partito CI ed era stato condannato per sedizione, disordine pubblico e lesioni gravi ad autorità militare. Avrebbe dovuto scontare 30 anni di carcere.

Luride celle nelle galere della Guinea Equatoriale
Luride celle nelle galere della Guinea Equatoriale

Non è il primo oppositore di primo piano a morire, nel 2018, in un carcere guineano: nel marzo scorso CI aveva reso nota la dipartita di Santiago Ebee Ela, torturato fino alla morte in un commissariato di Malabo, e il leader del partito Gabriel Nse Obiang nel maggio scorso aveva denunciato “l’assassinio di Stato” di un suo parente, Evaristo Oyague Sima, detenuto nella prigione di Black Beach a Malabo. L’11 giugno scorso gli avvocati di CI hanno presentato una denuncia per torture contro il ministro della sicurezza, Nicolas Obama Nchama, e contro la polizia di Malabo, Bata e Aconibe.

 

In questo clima il governo di Malabo pretende di raccordare tutti gli attori politici del Paese attorno a un tavolo ma non certo per attivare un processo democratico. Piuttosto per rafforzare il suo potere assoluto distribuendo qualche briciola ai suoi oppositori.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
twitter @spinellibarrile
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Benin: muore il sovrano del vodoo e di Abomey, ex capitale del regno di Dahomey,

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 luglio 2018

Agoli-Agbo, il re di Abomey, ex capitale del regno di Dahomey nell’attuale Benin, è morto lunedì mattina, dopo solo otto anni di regno. Il monarca aveva ottantasette anni, le cause del decesso non sono state rese note; lo impone la tradizione e una sorta di sacralità avvolge sempre il mistero della scomparsa del re.

Prima di salire sul trono nel 2010, Agoli-Agbo è stato un poliziotto. Come monarca aveva una corte, un primo ministro; portava sempre uno scacciapolvere, si spostava seduto su un’amaca sorretta da portantini durante le cerimonie ufficiali. Era il sovrano di Abomey, la città di re Béhanzin, grande figura della resistenza africana che si era opposta all’imperialismo europeo. Ma oggi le cose sono cambiate. Il Benin è una Repubblica e gli antichi sovrani di Abomey sono stati “declassati” a leader religiosi. La religione di Stato in Benin è il vodoo, di cui Agoli-Agbo era uno dei più alti rappresentanti.

Agoli-Agbo, re di Abomey
Agoli-Agbo, re di Abomey

Un ruolo da non sottovalutare, in quanto non solo tutti dignitari voodoo riconoscono l’autorità del sovrano di Abomey e sono suoi fedelissimi, ma anche i politici lo considerano uno dei grandi elettori e alla viglilia di ogni tornata elettorale si recano alla corte del monarca. Recentemente Patrice Talon, presidente del Benin, è andato a visitare Agoli-Agbo, e così pure Boni Yayi, leader della ex colonia francese dal 2006 al 2016.

Da lunedì scorso il defilé delle personalità di spicco del Paese per rendere omaggio al sovrano, si è moltiplicato considervolmente . “Le teste coronate”, come vengono chiamate in Benin, godono di grande considerazione, sia dai politici che dai semplici cittadini, anche se non esercitano più un ruolo concreto, perchè sono di grande sostegno in momenti di crisi, vista la loro influenza sulla popolazione. E sui social network, che hanno immediatamente ripreso la notizia della dipartita di Agoli-Agbo, è vietato scrivere “il re è morto”, ma “la notte è caduta su Dahomey”.

Secondo alcune indiscrezioni sembra che i funerali dell’anziano monarca abbiano già avuto luogo. E, sempre secondo la tradizione, quando viene annunciata la morte di un sovrano, le donne non devono indossare gioielli come braccialetti e orecchini, mentre agli uomini è vietato pettinarsi fino a tumulazione avvenuta.

Le amazzoni di Dahomey
Le amazzoni di Dahomey

Nel 1685 Abomey, fondata dalla popolazione fon, è diventata la capitale del Dahomey, uno dei regni più importanti dell’Africa occidentale. Dal diciasettesimo fino al diciannovesimo secolo i dodici re che si sono susseguiti fino al 1900, hanno fatto costruire palazzi, realizzati in materiale tradizionale, su una superficie di quarantasette ettari. Nel 1985 sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Anticamente la città era circondata anche da un muro costruito di fango.

Non bisogna dimenticare che i fon sono stati anche grande commercianti di uomini;  la ricchezza e il potere di Abomey era dovuta sopratutto alla tratta degli schiavi che praticavano in cambio di armi. Infatti Dahomey sorge proprio sul luogo tristemente chiamato “Costa degli Schiavi”.

Nel 1892 la città è stata parzialmente distrutta da un terribile incendio, appiccato da Behanzin, l’ultimo sovrano del regno, prima di cedere la città ai francesi. Behanzin era stato incoronato nel 1800 anno che coincide con l’espansione coloniale francese nel Dahomey. Per contrastare l’invasore, il re aveva formato un esercito di venticinquemila uomini e truppe speciali, composte da cinquemila donne, le Amazzoni. Erano intoccabili e vergini giurate. Si identificavano con il nome di “N’Nonmiton”, tradotto in italiano “nostre madri”. Erano armate di moschetto olandese e di machete e decapitavano velocemente le loro vittime. Venivano reclutate ancora bambine, tra gli otto-nove anni. Se un francese tentava di avvicinare una delle amazzoni, il giorno dopo lo si trovava morto nel suo letto.

Una serie televisiva sulle amazzoni di Dahomey sta per essere realizzata dalla Sony Pictures Television e il network nigeriano EbonyLife, una delle maggiori reti televisive del continente africano.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes