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“Mio figlio italiano di tre anni rischia la vita in Kenya nell’indifferenza del mio Paese”

francoDal Nostro Inviato Speciale
Franco Nofori
Alessandria, 19 giugno 2018

“Mio figlio Riccardo è ammalato e senza cibo. Sono stato strappato a lui dal Kenya ed estradato in Italia per una condanna di trentasei anni fa. E’ straziante trovarmi impotente dietro queste sbarre, mentre lui rischia la vita senza avermi al suo fianco. Se questa è la tanto decantata umanità dell’Italia, che si esprime solo nei confronti degli immigrati, cosa devo fare? Farlo arrivare qua su uno dei tanti gommoni della disperazione perché qualcuno possa curarlo e occuparsi di lui?”

Chi parla è Fulvio Alberto Leone, origini liguri e settant’anni appena compiuti. Siamo nel parlatorio del carcere giudiziario di Alessandria, dove sta scontando una pena residua di poco superiore ai sei anni.

L’ammissione ai colloqui è rigorosa. Non è consentito introdurre nulla, neppure un foglietto di carta e una penna per prendere appunti. Il parente di un detenuto ha portato un dolce che prima di essere ammesso è stato letteralmente squartato riducendosi a un ammasso di briciole senza più alcuna attrattiva. Passo il controllo al metal detector e poi alla perquisizione fisica. L’agente avverte qualcosa nella tasca posteriore dei pantaloni. Si tratta solo di alcuni biglietti da visita, ma sono proibiti. Devo lasciare anche quelli. In coda con gli altri visitatori, percorro interminabili corridoi sotterranei e scale che salgono e scendono, infine eccomi lì, dove Fulvio Leone attende accanto a un tavolo.

Il carcere giudiziario San MIchele di Alessandria dove Fulvio Leone è detenuto
Il carcere giudiziario San Michele di Alessandria dove Fulvio Leone è detenuto

Fulvio Alberto Leone non è un detenuto innocente. I reati li ha commessi e si tratta anche di reati gravi. Li ha commessi nel 1983 quando, a sua insaputa, è già attentamente monitorato dalla polizia e dalla guardia di finanza. Al termine di queste investigazioni, gli vengono imputati traffico di droga, bancarotta fraudolenta, usura e uso di falsa identità. La somma di questi reati, in forza delle sentenze congiunte dei tribunali di Genova e di Torino, produce un cumulo di pene pari a dieci anni di carcere. Nelle more del lungo procedimento, Leone si sottrae alla giustizia italiana e si rifugia in Kenya. E’ il 1994. Sfruttando il regime corrotto del Paese africano e dando fondo al denaro che ha portato con sé nella fuga, riesce a ottenere nel 2009 la cittadinanza keniana, dopo aver rinunciato formalmente a quella d’origine.

Solo tre anni dopo, mentre un mandato di cattura internazionale a suo carico, approda sui tavoli di tutte le sedi Interpol del mondo, Leone ottiene dalle autorità keniane un certificato di buona condotta e – fatto davvero stupefacente – immediatamente dopo gli viene anche rilasciato il porto d’armi. La corruzione in Kenya è la filosofia imperante che ispira l’intera gestione politica e sociale del paese. Pur avendo ottenuto ciò che voleva, Leone si trova ora con le tasche quasi vuote e deve ingegnarsi per riuscire a campare nel nuovo Paese d’adozione. Dando fondo alle ultime risorse, apre una modesta pizzeria a Bamburi – una località della costa keniana – sulla superstrada che collega Mombasa a Malindi.

La mancanza di risorse finanziarie e la crisi del turismo, che a partire da quegli anni affligge gravemente il Kenya, lo costringono presto ad abbandonare l’attività e poco dopo, riesce a ottenere un lavoro come manager nel ristorante di un amico italiano all’interno di un centro commerciale nella poco distante cittadina di Mtwapa. Nel frattempo, Leone, si è unito a una giovane donna keniana, Sarah, che nel 2015, quando lui ha raggiunto i sessantasette anni, gli dà un figlio, Riccardo. Questa inattesa paternità è un’altra delle numerose azioni incaute di Leone che, oltre ad essere finanziariamente devastato, si trova ora a doversi far carico di due persone, con il modesto compenso che riceve nel suo nuovo lavoro.

riccardo con pixel

Leone non rinnega nessuna delle sue responsabilità. Ammette i reati commessi, anche se li attribuisce alla giovane età e a una serie di coinvolgimenti e d’influenze esterne che l’immaturità di quel tempo gli ha impedito di valutare responsabilmente. La nascita di Riccardo, invece, la attribuisce a un fatto accidentale.

Tra padre e figlio nasce comunque un intenso rapporto affettivo e pur arrabattandosi al meglio, Leone riesce a non far mancare nulla al ragazzino. Dal momento del suo approdo in Kenya e per tutti i ventitré anni spesi in quel Paese, il comportamento di Leone è irreprensibile. Nessun membro della comunità italiana poteva immaginare i suoi trascorsi criminali.

Corretto, gioviale, generoso, sempre pronto ad aiutare chi glielo chiedeva, Leone si conquista la benevolenza e la simpatia di chiunque ha a che fare con lui. Mai più si aspettava che, dopo trentasei anni, il braccio lento ma inesorabile della giustizia italiana, lo raggiungesse oltre l’equatore, a settemila chilometri di distanza, per fargli scontare la sua pena. Invece, nell’aprile dell’anno scorso, la polizia keniana irrompe nel ristorante in cui sta lavorando. Brutalmente, senza fornire spiegazioni e sotto lo sguardo attonito dei presenti, lo ammanetta. Pochi giorni dopo, sarà imbarcato a forza su un aereo per Roma, dove lo attende la polizia italiana..

Giardino: il primo ristorante aperto da Leone in Kenya
Giardino: il primo ristorante aperto da Leone

“Quella di fuggire è stata una decisione stupida – ammette oggi Leone – mi sono preso una condanna in contumacia e ora ne pago le spese. In alcuni dei reati che mi hanno imputato, ho avuto solo una parte marginale e a detta del mio avvocato, se mi fossi difeso, utilizzando tutte le forme previste dalla legge, me la sarei cavata con un massimo di due o tre anni e ora, grazie alla buona condotta, sarei probabilmente libero”. E’ vero. La stessa direzione carceraria parla di Leone come di un detenuto modello che potrà presto godere dei benefici previsti.

Riccardo. E’ lui, non la vita del carcere che rende infernale l’esistenza di Leone. Un bimbo di soli tre anni che non può comprendere perché il padre l’abbia così brutalmente abbandonato. “Ogni settimana parlo con Sarah – racconta Leone, mentre gli occhi gli si fanno rossi e lucidi – e sento mio figlio piangere al telefono: è una cosa straziante. Chiede perché non vado da lui, dice che sono un papà cattivo. Cosa posso spiegargli? Ha una persistente bronchite che non lo fa quasi respirare. Entra ed esce dall’ospedale, ma l’assicurazione che siamo riusciti a fargli, copre solo il ricovero, non i farmaci dopo la dimissione. Ogni mese occorre spendere ottanta/cento euro per acquistarli. Finora, grazie alla solidarietà di alcuni amici, si è riusciti a provvedere, ma non si potrà andare avanti così all’infinito e i medici dicono che, se non propriamente curata, la bronchite si farà cronica peggiorando drasticamente la situazione”.

A volte, la compagna africana di Leone, si trova costretta a scegliere tra le medicine e il cibo, così, oltre alla malattia, Riccardo si trova anche esposto al rischio di denutrizione. Cosa fare? Al momento dell’arresto, le autorità keniane hanno “scoperto” che la cittadinanza conferita a Leone era stata ottenuta illegalmente e quindi gli è stata immediatamente revocata. L’ambasciata italiana di Nairobi non spiega ai non familiari se Leone è ridiventato italiano, così da poter ottenere un supporto del nostro governo a favore del figlio. Una mail chiarisce: l’informazione  può essere fornita solo se “la richiesta è formulata al Consolato locale da un familiare del detenuto”.

Il consolato onorario di Mombasa non ne sa nulla. Occorre, dice, rivolgersi all’anagrafe del comune in cui Leone è detenuto, in quel momento a Civitavecchia. Finalmente dopo otto mesi dall’inizio della detenzione, arriva la risposta: sì, è cittadino italiano. ora lui non è più un apolide e si può quindi chiedere un aiuto per il bimbo rimasto in Kenya. Invece no: Il padre è, sì, italiano ma Riccardo è cittadino keniano e non si può aiutare. Ma la legge dispone che se il padre è italiano, il figlio naturale, se riconosciuto come tale, è automaticamente cittadino italiano. “E’ vero – è la risposta – ma occorre che questo sia certificato dall’anagrafe in cui il padre risiede”.

Fulvio Leone è preso in custodia dalla polizia italiana al suo arrivo a Roma-Fiumicino
Fulvio Leone è preso in custodia dalla polizia italiana al suo arrivo a Roma-Fiumicino

Tutti gli sforzi naufragano nei bizantinismi della burocrazia italiana. Nel frattempo Leone è stato trasferito dal carcere di Civitavecchia a quello di Alessandria. Occorre ricominciare tutto daccapo. Chi può farlo se l’interessato è dietro alle sbarre? Il signor Bombonato, direttore dell’NGO Betelonlus che assiste i detenuti e ha un ufficio all’interno della struttura carceraria. Gentile e comprensivo, ha già avuto diversi contatti con Leone e si dice molto toccato dalla situazione. Di tasca propria ha inviato duecento euro alla madre di Riccardo, un aiuto prezioso.

Però, chi si occupa delle attività esterne a favore dei detenuti è un apposito ufficio ACLI di Alessandria. Il dottor Amico,  assicura che si farà carico di ottenere i documenti necessari, ma spiega le oggettive difficoltà in cui la sua associazione si dibatte. Sono in pochi e devono assolvere le necessità di centinaia di detenuti.

Sono ormai quattordici mesi che Leone non vede suo figlio. E’ davvero possibile che non si possa assistere un bimbo che versa in gravi difficoltà ed è italiano nei fatti, anche se non lo è ancora per la burocrazia?

A sinistra, il ristorante "La Follia" presso cui Leone lavorava al momento dell'arresto
A sinistra, il ristorante “La Follia” presso cui Leone lavorava al momento dell’arresto

“Insomma il torto di mio figlio è di avere un padre italiano? si chiede Leone –  Tutta la bontà che lo Stato può permettersi è esclusivamente riservata agli extracomunitari. Io non ho nulla contro di loro, ma la discriminazione a danno di un bimbo italiano è davvero inaccettabile. E’ quest’assurdo atteggiamento del nostro governo che fa crescere il razzismo”.

il quartier generale del CID (Criminal Investigation Department) da cui è partito l'ordine d'arresto di Leone
Sede del CID (Criminal Investigation Department) da cui è partito l’ordine d’arresto di Leone

Lo lascio sfogare. Io tra poco sarò fuori. Salirò in auto e me ne andrò a casa. Lui, invece, dovrà restare lì ancora per molti anni, con uno stiletto piantato nel cuore al pensiero del figlio che, suo malgrado, ha dovuto abbandonare.

Franco Nofori
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In Nigeria continuano le imboscate dei Boko Haram che invadono una base militare

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 luglio 2018

Boko Haram, i miliziani jihadisti nigeriani, si stanno ricompattando e mirano nuovamente in alto. In poco più di ventiquattro ore le truppe nigeriane sono state attaccate ben due volte.

Venerdì scorso, i terroristi hanno organizzando un’imboscata ad un convoglio dell’esercito nel Borno State, nel nord-est del Paese. Un centinaio di miliziani avrebbero partecipato a questo attacco. Una ventina di soldati risultano ancora introvabili e, secondo una prima ricostruzione dei fatti, i miliziani avrebbero portato via anche diversi veicoli militari.

Abou Musab Al-Barnawi, uno dei leader dei Boko Haram
Abou Musab Al-Barnawi, uno dei leader dei Boko Haram

Sabato sera, invece, i jihadisti hanno letteralmente invaso un’importante base militare  nello Yobe State, sempre nel nord-est della ex colonia britannica, al confine con il Niger. Una fonte militare ha fatto sapere che l’ottantunesima divisione è stata attaccata a Jilli nel distretto di Geidam e dopo un paio d’ore di accesi combattimenti i miliziano avrebbero preso il controllo della base.

La dinamica dell’assalto è poco chiara, sembra che i terroristi siano entrati nella base travestiti da soldati, con vetture scambiabili con quelle in dotazione all’esercito nigeriano. I militari, convinti che fossero colleghi della vicina città di Gubio, hanno alzato le sbarre senza esitazioni.

Il capo di una milizia locale punta il dito sulla fazione di Abou Musab Al-Barnawi, uno dei leader dei Boko Haram che è specializzato in attacchi contro i militari. Sembra, inoltre, che Abou Musab abbia fatto arrivare rinforzi dal Ciad per poter realizzare queste ultime due offensive.

Texas Chukwu, direttore delle pubbliche relazioni dell’esercito nigeriano, in un comunicato, pubblicato lunedì sulla versione online del quotidiano Vanguard ha fatto sapere che i rapporti rilasciati finora non corrispondono a verità: “L’esercito nigeriano ha in mano la situazione, le notizie sono state gonfiate dai media”. Chukwu ha ammesso che Boko Haram hanno tentato di attaccare il convoglio e la base, ma sottolineato: “Alcuni terroristi sono stati arrestati, altri sono scappati malgrado le gravi ferite da arma da fuoco, mentre ben ventidue di loro sono stati neutralizzati. Solamente un ufficiale e un soldato nigeriano hanno riportato lesioni non gravi”.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Sta di fatto che i jihadisti sono attivi più che mai nel nord est della Nigeria, eppure il presidente Muhammadu Buhari, nel maggio 2015, appena arrivato al potere, aveva solennemente promesso di sconfiggere al più presto i terroristi di Boko Haram. Aveva perfino fissato una data: entro il 31 dicembre dello stesso anno.

Non solo il terrorismo affligge questo immenso Stato dell’Africa occidentale: scontri interetnici e intercomunitari si intensificano di giorno in giorno, inquinamento e cambiamenti climatici, criminalità, povertà e la corruzione endemica, alla base di tutti problemi del gigante dell’Africa, stanno mettendo in ginocchio questo ricchissimo Paese.

E per arrotondare la paletta, le piogge torrenziali delle ultime settimane hanno ucciso decine di persone e stanno mettendo a forte rischio le coltivazioni. Fame e carestia sono in agguato in molte zone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Barack Obama in stile casual torna in Kenya per la sua quarta visita

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 17 luglio 2018

L’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è arrivato domenica scorsa in Kenya per la sua quarta visita, questa volta in forma privata, per sostenere un progetto umanitario della sorella Auma Obama, in Kisumu, la capitale del luoland, etnia cui Obama appartiene da parte di padre. Al suo arrivo è stato ricevuto dal presidente Uhuru Kenyatta e ha successivamente incontrato anche il suo tribesman Raila Odinga per poi proseguire verso Kisumu con un jet privato.

Questa breve visita, di soli due giorni, è la quarta che Obama compie nella terra dei suoi avi. La prima risale al 1987 quando un Obama appena ventisettenne ebbe modo di conoscere la sua famiglia paterna. Venne poi nuovamente nel 2006 quando era senatore e infine tornò nel 2015 come il presidente della più grande potenza del mondo. Oggi vi arriva, spogliato da tutti quei titoli e l’atteggiamento informale che ostenta (maniche di camicia e senza cravatta) sembra voler sottolineare il suo desiderio di muoversi in libertà senza l’imbragatura di sicurezza che la sua scorta gli imponeva quand’era l’inquilino ufficiale della Casa Bianca.

Nairobi: Barack Obama, allora ventisettenne, nella sua prima visita in Kenya
Nairobi: Barack Obama, allora ventisettenne, nella sua prima visita in Kenya

Con cravatta o senza, Obama resta comunque una straordinaria icona per i follower keniani, che vedono nel suo successo il riscatto alla propria condizione. Forse gli snob filoamericani di Kisumu e di Syaia, quelli che vantano almeno un parente negli States, che pronunciano Manhattan con l’acca aspirata che dicono I wanna, invece di I want, che impazziscono per il rap importato dal Bronx (lo stesso che il loro beniamino detesta) forse avrebbero gradito un arrivo un po’ più pomposo, ma l’Obama odierno, malgrado un passato di indubbio prestigio, non è più il Mister President di prima e la sobrietà non può che essere accreditata al suo buon gusto.

Del resto la gente comune della sua terra d’origine, non si cura dell’assenza di fasti. “He’s our man” urla alle telecamere e per rendergli omaggio, tenta addirittura di entrare nel palazzo che lo ospita con una mucca agghindata a festa in suo onore. “E’ stato un grande piacere incontrarla di nuovo”, ha scritto il presidente Kenyatta in un twitter con foto che lo mostra mentre stringe la mano all’ospite. Sì perché la diplomazia, tutto sommato, non è poi altro che la raffinata arte della simulazione e Kenyatta non può certo aver dimenticato che nel suo primo tour africano del 2013, il presidente Obama aveva snobbato il Kenya come chiaro segno dei suoi sentimenti di disapprovazione per come vi veniva condotta la gestione politica.

Barack Obama con la sorella Auma visita il centro si solidarietà da lei gestito
Barack Obama con la sorella Auma visita il centro si solidarietà da lei gestito

In quell’occasione, mentre era in visita in Ghana, Obama, non lesinava complimenti a quel governo per gli sforzi e la determinazione, espressi nel combattere la corruzione e nel voler condurre il Paese verso migliori condizioni di vita. “Il Ghana sia d’esempio ad altre nazioni africane – diceva Obama – dove la corruzione e l’accaparramento illecito prosperano a danno della povera gente”. Il riferimento alla sua terra paterna era più che evidente e come tale fu ampiamente ripreso dai media keniani, ma l’Obama odierno, pur se spogliato dal titolo di uomo più potente del mondo, non ha rinunciato, anche in quest’occasione, a bacchettare un po’ la leadership politica del Paese.

“Non bastano le strette di mano davanti alle telecamere – ha detto in breve discorso a K’Ogelo – occorre che a queste seguano fatti concreti che portino benefici alla gente”. Il riferimento all’accordo post-elettorale tra Uhuru Kenyatta e Raila Odinga, non poteva essere più esplicito. Ma a creare ulteriori frizioni con la popolazione e i leader locali, ci ha pensato anche la sorella Auma, che nei preparativi per l’accoglienza all’illustre fratello, ha redarguito senza mezzi termini i suoi concittadini, condannando l’indecorosa abitudine di sollecitare ai VIP strette di mano e aiuti economici.

L'entusiastica accoglienza riservata a Obama al suo arrivo nella terra paterna
L’entusiastica accoglienza riservata a Obama al suo arrivo nella terra paterna

“Questa brutta abitudine del gonya gonya (stretta di mano, ndr) deve terminare! – ha detto Auma – Andiamo, ragazzi! Durante il periodo in cui mio fratello era presidente degli Stati Uniti e fino a oggi, voi cosa avete fatto per migliorare le vostre condizioni? Non potete continuare a stare qui seduti senza far nulla aspettando solo che Obama arrivi in Kenya!”. Parole dirette e anche un po’ brutali che, peraltro, evidenziano un’abitudine largamente diffusa nel Paese, ma che hanno comunque provocato stizzite reazioni dell’establishment. L’ex vice-governatore della contea di Kisumu, Ruth Odinga, è stata tra le prime a esprimere il proprio risentimento in proposito “Auma, non ha solo insultato la comunità dei luo, ma l’intera Nazione – ha detto – quali opportunità di lavoro, lei e il suo importante fratello hanno offerto alla gente, prima di biasimare le strette di mano?” Un’osservazione, la sua, banale e del tutto fuori contesto, poiché non è né Obama né sua sorella che sono tenuti a realizzare condizioni d’impiego in Kenya, ma è proprio la classe politica cui lei appartiene.

Franco Nofori
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Kenya: stretta sui permessi di lavoro agli europei, mentre i cinesi li ottengono gratis

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 17 luglio 2018

Chi s’interrogava sulla ragione delle recenti restrizioni in materia dei permessi di lavoro agli stranieri, ora può avere una risposta: il governo del Kenya vuole fare spazio ai cinesi. Certo, è solo un’ipotesi, ma i fatti che si stanno verificando in questi ultimi giorni, la rendono un’ipotesi quantomeno probabile. Il presidente Kenyatta ha, infatti, dato il suo nulla osta all’ingresso e alla regolarizzazione di ben cinquemila tecnici cinesi che confluiranno nel già corposo contingente asiatico presente nello staff della SGR (Standard Gage Railways) la nuova ferrovia Nairobi-Mombasa, interamente gestita da una società cinese.

Il nuovo e massiccio arrivo, si compone d’ingegneri civili, contabili, dietologi, cuochi, saldatori, carpentieri, macchinisti, interpreti, medici, informatici, segretarie, archivisti, decoratori, sorveglianti e vari addetti ad altre funzioni generiche. Il tutto costerà ai contribuenti keniani, oltre otto milioni di euro in stipendi e varie altre spese connesse all’accoglienza dei partner orientali. Altri centosettanta di loro attendono un’analoga regolarizzazione che arriverà a giorni. Tutti troveranno ospitalità nel centro nevralgico della compagnia, realizzato per loro nel lussuoso complesso della White Heights a Lavington, nella zona signorile della capitale. Il residence e sorvegliato a vista, giorno e notte, da una brigata di agenti della polizia di Stato.

Lavington, Nairobi, La sede dell'SGS, la società cinese che gestisce la nuova ferrovia Nairobi-Mombasa
Lavington, Nairobi, La sede dell’SGS, la società cinese che gestisce la ferrovia Nairobi-Mombasa

Un nutrito numero di lussuosi veicoli speciali, corazzati con autista e scorta di polizia, è stato messo a disposizione dei dirigenti cinesi, mentre i funzionari africani devono accontentarsi di pick-up e pulmini Nissan. Molti cinesi hanno ottenuto il permesso di lavoro per specialità che sono comuni in Kenya e potevano essere agevolmente svolte da personale locale. Secondo un reportage del quotidiano The Standard, non sono pochi i cinesi che lavorano nel Paese con semplici visti turistici. Vanno e vengono ogni sei mesi e quando arrivano, riprendendo tranquillamente le proprie attività sotto il tollerante sguardo delle autorità dell’immigrazione.

La sensazione, che intimidisce i funzionari del dipartimento per l’immigrazione, è che il personale cinese sia intoccabile perché sotto la protezione delle alte cariche dello Stato. L’inchiesta dello Standard, riferisce anche che è loro riservato un trattamento speciale poiché esentati dal pagamento biennale di 400 mila scellini (circa tremila euro) per il permesso di lavoro, previsto invece per tutti gli altri espatriati. Questa singolare concessione, rappresenta un altro carico sul contribuente di quasi diciassette milioni di euro che l’erario rinuncia a incassare.

Il segretario generale dell'Immigration Gordon Kihalangwa
Il segretario generale dell’Immigration Gordon Kihalangwa

Il segretario generale per l’immigrazione, Gordon Kihalangwa, si è sottratto imbarazzato alle domande dei giornalisti che gli chiedevano come mai, il suo dicastero rilasciasse permessi di lavoro ai cinesi per mansioni che potevano essere agevolmente svolte da personale locale. Kihalangwa si è levato dai pasticci osservano semplicemente: “E’ molto difficile rispondere a questa domanda ora, mentre i processi di verifica sono ancora in corso”. Ancora in corso? Ma i permessi oggetto della domanda erano già stati rilasciati! Anche alla richiesta di indicare quanti erano i cinesi che lavoravano nella nuova ferrovia, Kihalangwa non è stato in grado (o non ha voluto) rispondere.

Da parte sua, Atanas Maina, amministratore delegato della Kenya Railways, il cui mandato è di supervisionare l’attività dell’impresa cinese che gestisce la ferrovia, ha detto di non essere a conoscenza del numero esatto di cinesi che vi lavoravano, ma ha assicurato che, in ossequio agli accordi intercorsi tra Nairobi e Pechino, il rapporto tra lavoratori cinesi e keniani doveva essere di uno a tre; ma a che vale saperlo se non si possiedono i dati necessari a verificarlo? Sempre che, naturalmente, non si possiedano davvero. Ciò che comunque emerge per stessa ammissione di Maina è che il costo del personale cinese è di due volte e mezzo superiore a quello del suo equivalente locale.

Insomma, malgrado il crescente insorgere di malumori nella popolazione africana, sia per l’atteggiamento discriminatorio dei cinesi nei suoi confronti , sia per l’indebita occupazione di posti di lavoro che potrebbero essere assegnati agli autoctoni, sembra proprio che, almeno per ora, i sorridenti pionieri dagli occhi a mandorla, abbiano trovato in Kenya quell’Eldorado che nel loro Paese d’origine non era neppure ipotizzabile. L’Europa, dal canto suo, sta a guardare e rosica.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Un rapporto svela: incesto e stupro di minori in allarmante aumento in Kenya

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 16 luglio 2018

Ogni volta che Africa-ExPress pubblica questo genere di notizie, da parte di alcuni visitatori europei si leva un coro di proteste che intasano i social network. Si tratta, quasi sempre, di visitatori occasionali che vogliono salvaguardare l’immagine precostruita (tanto idilliaca quanto effimera) di un’Africa dove tutto è bello, buono, spettacolare e perfetto. L’Africa conquista lo spirito; è vero. Lo conquista con i suoi colori, con la genuinità della sua splendida natura, con il richiamo a quelle origini che affondano nel mistero cosmico. A volte, però, questa infatuazione fonda le radici su qualcosa di un po’ meno spirituale e di un po’ più fisico. Ma tant’è: si tratta comunque di un’immagine da sogno che si è pronti a difendere con le unghie e coi denti.

Giovani allieve a una lezione di danza in una scuola primaria di Nakuru
Giovani allieve a una lezione di danza in una scuola primaria di Nakuru

Ora, però, a infrangere questo sogno, arriva la spietata franchezza di Florence Machio, un’instancabile attivista dell’NGO Equality Now, che da anni si occupa del problema dei minori abusati. “La violenza sessuale su di loro – sostiene – avviene soprattutto in ambito domestico e a praticarla sono proprio i familiari più stretti. Non possiamo e non dobbiamo più nascondercelo”. Ci si aspettava che la crescente emancipazione sociale del Paese avrebbe prodotto un declino di questo aberranto fenomeno e invece, nello sconcerto dell’autorità che sovraintende ai diritti dei minori, il fenomeno è in preoccupante incremento.

Le adolescenti in età scolare dipendono totalmente dal padre per il pagamento delle rette scolastiche. Rifiutare i suoi approcci incestuosi, quando ciò avviene, significa quindi rinunciare alla propria istruzione. Su questi episodi, la società keniana tace, non perché non ne sia a conoscenza, ma perché il “parlarne è male” ed evidentemente, è ancor peggio del metterli in atto. Difficile trovare una logica condivisibile in questi comportamenti, se non lanciandosi in un’improbabile ricerca speculativa sulle radici culturali e sui costumi che guidano le scelte della giovane civiltà africana. Del resto sono le stesse vittime a osservare questo silenzio. “Ecco perché – spiega Florence Machio – la maggior parte degli abusi resta sconosciuta e quindi impunita”.

Florence Machio dell'Equity Now, alla conferenza presso il Safari Park Hotel di Nairobi
Florence Machio dell’Equity Now, alla conferenza presso il Safari Park Hotel di Nairobi

Malgrado la tenace omertà e l’ostilità delle famiglie, il coraggio di Florence le ha consentito di raccogliere venticinque testimonianze di ragazzine violate, alcune di loro molti anni prima che raggiungessero l’età puberale. Una di queste, che è oggi diciassettenne, ha chiesto a Equity Now, se è in diritto di uccidere il proprio padre, visto che, riferisce: “Ha cominciato ad abusare di me da quando avevo solo sei anni”. Secondo la sconcertante classifica messa a punto da Florence Machio, i predatori delle fanciulle sarebbero nell’ordine, i padri, gli zii, i cugini, i nonni, gli insegnanti, il personale domestico, i vicini di casa, i conducenti di boda boda (le motorette taxi) e il personale scolastico.

La verità che rivela il rapporto di Equality Now, non è tenera neanche nei confronti dei predatori sessuali europei che vengono in Kenya per dare sfogo a quelle pulsioni che in Patria li porterebbero dritti in galera, ma anche a questo riguardo il rapporto se la prende soprattutto con i propri connazionali: una polizia indifferente o addirittura collusa quando viene prezzolata per guardare altrove mentre il misfatto si compie; i familiari della vittima che non raramente cedono la propria creatura in cambio di una manciata di scellini; le autorità centrali e locali del Paese, che spesso sono loro stesse utenti del ributtante svago sessuale; le strutture scolastiche che, in luogo di formare i giovani alla dignità del vivere e di fortificare il proprio carattere, ne abusano loro stessi.

L'insegnate Paul Gicheri sul banco degli accusati nella corte di Nakuru
Paul Gicheri in corte a Nakuru, accusato si aver sessualmente abusato delle proprie studentesse

Insomma, uno scenario squallido e mortificante che pregiudica gravemente la formazione e l’autostima delle generazioni future (soprattutto femminili) rivelando scenari davvero sconvolgenti come quello confessato da una giovane studentessa nella contea di Makueni, area dell’etnia Kamba. Dall’età di dieci anni, la ragazza ha subito violenze sessuali da ben ventun uomini diversi, incluso il proprio padre e l’insegnante dell’educazione primaria. Altre giovinette hanno rivelato che per ottenere la promozione alle classi superiori, hanno dovuto accettare rapporti sessuali con insegnanti e commissari d’esame.

Uno di questi, il cinquantaduenne Paul Gicheri, che insegnava swahili presso la Njoro Girls High School di Nakuru è stato accusato in corte di aver abusato sessualmente, nello scorso giugno, di una studentessa quindicenne per consentirle il passaggio alla classe superiore. L’uomo, regolarmente sposato e con figli, avrebbe, in precedenza, molestato anche altre studentesse allo stesso scopo, fino a che una di queste ha deciso di denunciarlo facendolo finire in manette, anche grazie alle concordanti testimonianze delle compagne. Queste iniziative, dice l’attivista dell’NGO, sono tuttavia ancora troppo scarse rispetto alla portata globale del fenomeno.

Un poster che rivela i sentimenti di una studentessa, rivelati a Florence Machio.
Un poster che rivela i sentimenti di una studentessa, rivelati a Florence Machio. “Se tuo padre – si legge – ti dice parole d’amore quando tua madre non c’è e il suo scopo e di fare sesso con te, tu cosa devi fare se è lui quello che ti paga la retta scolastica?”

Florence Machio ha raccolto le confessioni delle ragazze violate in una serie di poster con cui ha addobbato le pareti di una sala del Safari Park Hotel di Nairobi, dove ha tenuto una conferenza sull’increscioso fenomeno. Al suo fianco si è anche schierata Adelina Mwau, femminista e vice-governatore della contea di Makueni. Entrambe le donne, oltre che a deprecare gli uomini che, approfittando della propria posizione, strappano l’innocenza alle bambine, compromettendo così il loro futuro equilibrio, hanno accusato anche le madri per non aver saputo instaurare con le figlie quel necessario rapporto di fiducia e di confidenza che le inducesse a rivelare i propri devastanti vissuti. Le due attiviste, si sono soprattutto scagliate contro quelle madri che, sapendo, tacciono e si spingono addirittura a imporre il silenzio alle proprie figlie quando il violatore è un membro della famiglia. “Per non esporre mia figlia alla vergogna”, dicono, senza saper cogliere l’assurdità di una simile giustificazione.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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Continuano i massacri nello Yemen anche grazie alle bombe made in Italy

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 luglio 2018

Pochi giorni fa è sceso dalla nave Dicotti della Guardia Costiera italiana anche un giovane yemenita, uno dei sessantasette profughi giunti a Trapani. Mentre lui era in attesa dell’approdo del natante, nel suo Paese sono morte altre quarantacinque persone, colpite dalle bombe della coalizione saudita. Oltre trenta huti sono morti vicino a Tahita, sulla costa occidentale, mentre altri quindici sono stati uccisi nei pressi di Alab, a nord di Sa’da, nel nord-ovest del Paese.

E chi sopravvive alle incursione aeree o agli attacchi via terra dei militari della coalizione, viene arrestato, torturato, a volte fino alla morte. Lo ha rivelato un rapporto di Amnesty International, intitolato “Solo Dio sa se è ancora vivo” pubblicato proprio in questi giorni, puntando il dito sugli Emirati Arabi Uniti. Questi, infatti, sono un alleato chiave della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che dal marzo 2015 prende parte al conflitto armato dello Yemen. Arresti extragiudiziali, sparizioni, abusi di ogni genere, in quelle galere segrete, completamente fuori dal controllo del presidente yemenita,  Abd Rabbu Mansour Hadi, e del suo governo.

Distruzione a Sana'a nello Yemen dopo raid aereo della coalizione saudita
Distruzione a Sana’a nello Yemen dopo raid aereo della coalizione saudita

Naturalmente gli Emirati negano qualsiasi coinvolgimento e respingono le accuse, anche se le prove prodotte dalla ONG con base a Londra indicano il contrario.

Saleh al-Gabwani, il ministro dei trasporti, ha fatto sapere qualche giorno fa che l’aeroporto di Aden – la capitale provvisoria del governo di Hadi, riconosciuto a livello internazionale – è sotto io totale controllo delle forze di sicurezza leali agli Emirati Arabi Uniti. Non solo, ad eccezion fatta del palazzo presidenziale, tutta la città è sotto il loro comando. Il ministro ha precisato: “Certo, ci hanno aiutato molto in passato, ma ora non possiamo nemmeno recarci all’aeroporto senza la loro autorizzazione, altrettanto per entrare e uscire da Aden”.

Il conflitto interno dello Yemen vede contrapposto due fazioni: da un lato gli huti, un movimento religioso e politico sciita, che appoggiano il presidente destituito, dall’altro le forze del presidente Mansur Hadi, rovesciato dagli huti con un colpo di Stato nel gennaio 2015.  La coalizione saudita entra nel conflitto nel marzo 2015 a sostegno di Hadi, che a tutt’oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale come capo di Stato. Il vecchio leader Saleh è stato ucciso a metà dicembre dello scorso anno dagli huti, con i quali lui era alleato ed ora si combatte una guerra civile dentro la guerra civile.

Un conflitto poco seguito dai media internazionali, eppure dall’inizio dei sanguinosi contrasti sono morte ben oltre diecimila persone, tra loro anche più di duemila bimbi, senza contare migliaia e migliaia di feriti.

Henriette H. Fore, direttore esecutivo dell’UNICEF, si è recata lo scorso giugno nello Yemen e la sua analisi del Paese è a dir poco catastrofica e a farne le spese sono sopratutto i più piccoli. “Dal 2015 ad oggi oltre la metà degli ospedali non sono più operativi. Millecinquecento scuole non sono più utilizzabili: o sono state distrutte durante i raid aerei, oppure sono stati trasformati in rifugi. In questo Paese si sta consumando un masscaro che non ha alcuna giustificazione. Undici milioni di bambini necessitano di aiuti e assistenza”.

Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM
Bombe-MK841 prodotte a Domusnovas, Sardegna, dalla RWM

Uno Stato lontano dall’Europa, dall’Italia, che, pur non essendo direttamente implicata in questo conflitto, porta le sue responsabilità. Da anni il nostro governo vende ordigni fabbricati dalla RWM Italia (Rheinmetall) a Domusnovas in Sardegna, che partono con una certa regolarità dal porto di Cagliari alla volta del regno saudita .

In un suo recente articolo, Giorgio Beretta, ricercatore di OPAL (Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa), ha spiegato che bombe del tipo  MK 82, MK83 e MK84, prodotte nella piccola fabbrica della RWM Italia nell’Iglesiente, per conto del colosso tedesco Rheinmetall, sono state spedite in Arabia Saudita per un totale di oltre quarantacinque milioni di euro nel 2017.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal nostro archivio

Da Cagliari all’Arabia Saudita bombe italiane usate contro i civili in Yemen

Bombe italiane partite da Cagliari all’Arabia Saudita per reprimere la rivolta in Yemen

 

 

 

Altro passo verso il disgelo: Isaias in visita per tre giorni ad Addis Ababa

Loghino africa express 2Africa ExPress
Addis Ababa, 14 luglio 2018

Poche ore fa il dittatore eritreo, Isaias Afeworki è arrivato all’aeroporto di Addis Ababa, la captale dell’Etiopia, accompagnato da un folto gruppo dei suoi ministri, per ricambiare la visita della scorsa settimana ad Asmara del suo omologo etiopico Abiy Ahmed. Isaias si tratterrà per tre giorni.

C’era un bagno di folla ad attendere Isaias all’aeroporto e le guardia del corpo avevano il loro bel da fare per tenere sotto controllo tutte le persone accorse, tutte affamate di pace.

Isaias Afeworki al suo arrivo all'aeroporto di Addis Ababa, la capitale etiopica
Isaias Afeworki al suo arrivo all’aeroporto di Addis Ababa, la capitale etiopica

Una visita storica quella di Isaias, che durerà tre giorni, come quella della scorsa settimana di Abiy, con la differenza che l’odierno viaggio segna l’inizio di un duro lavoro per tutti gli attori coinvolti. Vista la presenza di molti ministri del governo eritreo, è molto probabile che questi incontrino i loro omologhi etiopici per i primi colloqui bilaterali, volti a formare un comitato che elabori e stili nei dettagli la volontà espressa dai leader dei due Stati.

Isais sa bene cosa si aspetta la sua gente da lui e cosa deve realizzare immediatamente : liberare tutti prigionieri politici, porre fine alla schiavitù del servizio militare infinito, alle impunità e alle violazioni dei diritti umani, applicare la Costituzione. E’ da qui che inizia la costruzione della pace con l’Etiopia, una pace sostenibile e durevole.

Africa ExPress

Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed vola ad Asmara in cerca della pace

Prove di dialogo tra Etiopia ed Eritrea: Abiy vola ad Asmara con un ramoscello d’ulivo

 

 

 

Camerun: assalito il convoglio del ministro della Difesa, almeno sei morti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 13 luglio 2018

E’ di almeno sei morti e un numero ancora imprecisato di feriti il bilancio provvisorio dell’attacco al convoglio del ministro della Difesa del Camerun, Joseph Beti Assomo.  L’assalto è stato effettuato da uomini armati vicino a Kumba, nella zona anglofona nel sud-est del Paese ieri mattina.

L’attentato è stato confermato dal portavoce dell’esercito camerunense, Didier Baddeck, secondo cui i militari avrebbero ucciso sei secessionisti, responsabili dell’attacco. Altre fonti, invece, rivelano che gli insorti uccisi sarebbero cinque, la sesta vittima sarebbe un giornalista del quotidiano filo governativo Cameroun Tribune. Malgrado l’imboscata, il ministro ha proseguito il viaggio verso Kumba, dove domenica scorsa è stato ucciso il commissario per la pubblica sicurezza sempre ad opera dei secessionisti. Kumba è una delle città maggiormente colpite dalle violenze che da quasi un anno e mezzo si consumano nelle province anglofone.

Crisi e violenze nella parte anglofona del Camerun
Crisi e violenze nella parte anglofona del Camerun

ll Camerun ha dieci Regioni autonome, otto delle quali sono francofone. Solamente in due si parla l’inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra i francesi e gli inglesi, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese era molto più ampia e aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, perché la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.

Con l’indipendenza, ottenuta nel 1961, le due porzioni, inglese e francese sono state riunite per formare un unico Stato, l’attuale Camerun, ma finora le parti hanno sempre mantenuto un alto grado di autonomia. Molti cittadini anglofoni si sentono emarginati e poco rappresentati e per questo motivo da anni gli oppositori chiedono la secessione, ma il governo non ha mai dato risposte concrete, solamente repressione.

Joseph Beti Assomo, ministro della Difesa del Camerun
Joseph Beti Assomo, ministro della Difesa del Camerun

Paul Biya, il presidente dello Stato dell’Africa centro-occidentale, con le elezioni alle porte, ha inviato con la massima urgenza il suo ministro della Difesa nella nella regione del sud-ovest, per dare sostegno alle truppe. La scorsa settimana si sono verificati violenti combattimenti tra l’esercito e i secessionisti nella zona di Buéa e dintorni, alle pendici meridionali del Monte Camerun, durante i quali diversi soldati hanno perso la vita.

Mentre il presidente, il ministro della Difesa sono concentrati solamente sulle regioni anglofone, Amnesty International punta il dito su alcuni gravissimi fatti accaduti nell’etremo nord,  dei quali sarebbero responsabili elementi delle forze armate camerunensi. Un video in possesso dalla ONG con base a Londra, mostra terribili esecuzioni extragiudiziali nei confronti di due donne e di due ragazzini. Ovviamente il governo di Yaoundé nega, secondo le autorità si tratterebbe di una notizia falsa.

Gli analisti di Amnesty hanno esaminato ogni singolo dettaglio del video, come armi, uniformi e dialoghi degli uomini, elementi che sono poi state confrontati con tecniche digitali e testimonianze raccolte sul luogo. I risultati così ottenuti, indicano chiaramente i soldati delle forze armate camerunensi come esecutori di questa mattanza. L’unico neo rimane la data: Amnesty non è riuscita a stabilire quando tali violenze hanno avuto luogo. Mentre sembra evidente che gli orrendi delitti siano stati consumati nell’area di Mayo Tsanaga, nell’estremo nord. La vegetazione, la coltivazione su terrazzamenti, il tipo di roccia , le montagne e i bassi arbusti, conosciuti localmente con il nome di tchaski, visibili nelle riprese, si trovano in quella zona. La stessa area ospita anche una base militare, precisamente a Mozogo.

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La ONG chiede che venga aperta quanto prima un’inchiesta indipendente e che i responsabili di questi crimini e i loro superiori, che sanno o avrebbero dovuto quanto meno essere informati di questi orribili delitti, vengano consegnati alla giustizia e sottoposti ad un equo processo.

La regione dell’estremo nord confina con il Ciad e la Nigeria, area dove sono particolarmente attivi i terroristi Boko Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Religioso sudanese difende i diritti umani in Darfur: ora rischia la condanna a morte

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 luglio 2018

Matar Younis Ali Hussein è un religioso e insegnante che rischia di morire perché ha “osato” criticare la feroce repressione nel Darfur, la provincia occidentale del Sudan.

Matar Younis Ali Hussein Courtesy Amnesty International)
Matar Younis Ali Hussein (Courtesy Amnesty International)

Matar, 48 anni, è stato accusato di “guerra contro lo Stato”, “indebolimento del sistema costituzionale” e “spionaggio”. Tutte accuse inventate secondo Amnesty International che punta il dito verso il governo del presidente-dittatore Omar al Bashir. L’insegnante, se viene riconosciuto colpevole, rischia l’ergastolo e perfino la pena di morte.

Dura presa di posizione dell’organizzazione per i diritti umani: “Le autorità sudanesi devono abbandonare tutte le accuse contro Matar Younis e rilasciarlo immediatamente e incondizionatamente”.

“Amnesty International riconosce Matar Younis come ‘prigioniero di coscienza’ – si legge nella nota rilasciata – È assurdo che quest’uomo coraggioso che ha osato criticare le continue violazioni dei diritti umani contro la popolazione nella sua regione potrebbe essere condannato a morte”.

A destra Omar al Bashir presidente del Sudan
Mappa del Dudan con la provincia del Darfur. A destra Omar al Bashir presidente del Sudan

È noto che il Sudan ha sempre mostrato disprezzo per i diritti umani e non solo in Darfur. La gravità di ciò che succede nella provincia sudanese è confermata dalla Corte Penale Internazionale. Sulla testa del presidente sudanese Omar al Bashir, dal 2009, pende un mandato d’arresto internazionale per genocidio e crimini di guerra.

“Matar Younis non dovrebbe essere criminalizzato per aver difeso i diritti umani – ha dichiarato Seif Magango, vicedirettore di Amnesty per l’Africa orientale e i Grandi Laghi – è stata una delle poche voci per le vittime nel Darfur che, costantemente e senza paura, ha chiesto pubblicamente al governo di cambiare le sue politiche dannose e proteggere gli sfollati del Darfur”. Cosa difficile da accettare per il governo di Khartum.

In Darfur, provincia occidentale del Sudan, dal 2003 è in atto un feroce conflitto tra la maggioranza nera composta da tribù sedentarie africane e la minoranza nomade di origine araba.
janjaweed

La minoranza nomade, proveniente dalla penisola arabica, costituisce però la maggioranza della popolazione sudanese appoggiata dal governo di Kartoum. Omar al Bashir viene accusato dalla popolazione nera e dalla comunità internazionale di tollerare le scorribande dei Janjaweed (demoni a cavallo) i miliziani filogovernativi che seminano morte e terrore tra la popolazione nera sedentaria.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Matar Younis Ali Hussein
(Courtesy Amnesty International)
– Darfur
By Sudan location map.svg: NordNordWestMap of Darfur-en.png: User:ПаккоThis derivative image: IdaltuSudan location map.svgMap of Darfur-en.png, CC BY-SA 3.0, Link

– Omar al Bashir
By U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released) – DefenseImagery.mil, [http://defenseimagery.mil/imagery., Public Domain, Link

 

Kenya: sgozzato brutalmente a vent’anni per rubargli la motoretta

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 12 luglio 2018

Sono le sette dello scorso martedì mattina a Kilifi, costa nord del Kenya. Mentre percorro la strada che conduce al lato settentrionale del vecchio imbarcadero per il traghetto, ormai in disuso da quasi trent’anni, scorgo un assembramento di persone a pochi passi dalla residenza ufficiale del governatore di contea Amason Kingi. Sono tutti conducenti di “boda boda”, le motorette-taxi che sono l’afflizione degli automobilisti keniani per la loro guida trasgressiva e spericolata. Sono venuti con i propri mezzi a due ruote. Parlano e gesticolano animatamente guardando qualcosa nel fossato che costeggia la strada. La cosa m’incuriosisce, fermo l’auto e vado a vedere cosa sta suscitando tanta agitazione.

la residenza del governatore Amason Kingi a Kilifi
la residenza del governatore Amason Kingi a Kilifi

L’immagine che mi si presenta non potrebbe essere più raccapricciante. Nel fossato, in posizione scomposta, giace il corpo di un ragazzo. Appare molto giovane, poco più che adolescente. Ha gli occhi spalancati e sul viso, come pietrificata, gli è rimasta un’espressione di terrore. La testa, rovesciata all’indietro, mostra un collo quasi interamente coperto di profonde e mortali ferite. L’insistente pioggia notturna ha diluito il sangue, che ha totalmente impregnato la parte frontale della maglietta facendola diventare rossa. I presenti mi dicono che era un loro collega, si chiamava Gift ed era anche lui un conducente di “boda boda”. Chi l’ha ucciso l’ha fatto per impossessarsi della motoretta ed è riuscito nell’intento spacciandosi per cliente.

La maggior parte dei conducenti di “boda boda” non possiede il mezzo che utilizza. Questo viene loro affittato dal proprietario che pretende un pagamento giornaliero di dieci euro e questo giustifica l’affannosa ricerca di clienti che consenta ai locatari di fare quante più corse possibili in modo da soddisfare la richiesta del proprietario e avanzare qualcosa per se stessi. Invece, nel caso di Gift, la moto in questione era sua: nuova di zecca per un valore di circa ottocento euro. Per raggiungere questa somma aveva lavorato sodo presso una rivendita di pollame, risparmiando tutto il possibile, ciò nonostante, quanto accumulato non era sufficiente, così è stato costretto a ricorrere a un prestito. Altri debiti, quindi, ma finalmente aveva la sua moto e poteva svolgere l’agognata attività in proprio. Una soddisfazione destinata a spegnersi tragicamente solo pochi giorni dopo.

Un boda boda con un carico da record
Un boda boda con un carico da record

Proprietari o locatari, che siano la competizione tra i conducenti dei “boda boda” provoca spesso liti e risse per accaparrarsi il cliente, ma nonostante questo, tutti loro sanno esprimere nelle emergenze una granitica solidarietà, che spesso valica anche la legalità e l’oggettivo diritto. Proprio questa solidarietà spinge ora i colleghi di Gift a dare la caccia all’assassino. Alcuni di loro hanno visto l’ultimo cliente che ha preso a bordo. E’ una persona del luogo e sanno dove abita. “E’ arrivato alla nostra postazione a mezzanotte passata – dice uno dei presenti – è salito sulla moto di Gift e si è fatto condurre proprio in questa direzione”. Nella loro ricostruzione del tragico evento, il falso cliente, si sarebbe fatto lasciare nel luogo dell’omicidio e – e invece di mettere mano al portafoglio per pagare il prezzo della corsa – ha estratto il coltello e ha compiuto lo scempio. Poco prima dell’alba, un pescatore ha trovato il corpo e ha dato l’allarme.

Un tipico "boda boda" per le strade di Malindi
Un tipico “boda boda” per le strade di Malindi

Più tardi, alcuni colleghi della vittima, andranno a casa del presunto colpevole, ma non lo troveranno, né lì né sul luogo di lavoro: non si è presentato. “Non importa – dicono – Lo troveremo” e quando ciò avverrà, subirà la stessa sorte della sua vittima, senza denunce, senza polizia, senza processi, senza pietà. Così si compie la giustizia di strada, rapida, risolutiva, spietata. Del resto quale pietà ha mostrato l’assassino verso il povero Gift? Un omicidio, disumano, bestiale, finalizzato a impossessarsi di un bene che non risolverà certo le sue condizioni di vita.

L’origine dei “boda boda” risale a una decina di anni fa. All’inizio erano utilizzati per trasportare passeggeri dalle zone rurali fino alle strade di grande comunicazione dove potevano poi proseguire il viaggio a bordo dei più veloci e confortevoli “matatu” (pulmini privati per il trasporto passeggeri). Dopo poco tempo, però, i “boda boda” si spingevano anche sulle strade asfaltate, entrando così in aperta concorrenza con i “matatu” e dando vita ad accese rivalità, poiché anche la gran parte dei “matatu”, si trova a dover sottostare alle stesse regole che valgono per i “boda boda”: mezzi in affitto e quote fisse da pagare ai proprietari.

Un matatu dato alle fiamme durante gli scontri di kisumu
Un matatu dato alle fiamme durante gli scontri di kisumu

Non raramente, queste rivalità, danno luogo a scontri anche violenti, come quelli recentemente occorsi a Kisumu dove una settimana fa si è scatenata, tra i conducenti dei rispettivi mezzi, una vera battaglia durata tre giorni che ha richiesto il massiccio intervento delle squadre anti-sommossa della polizia. Una cinquantina di mezzi, tra moto e pulmini, è stata data alle fiamme con l’intera città messa a soqquadro, ma al di là degli incontestabili eccessi, l’insofferenza generale che sorge nei confronti di entrambi gli operatori di questo servizio – indisciplinati e sovraccarichi all’inverosimile – deve essere mediata dalla realtà. In Kenya non esiste un affidabile sistema di trasporto pubblico e senza “boda boda” e “matatu” la popolazione sarebbe condannata all’immobilità.

La morte del giovane Gift, avvenuta davanti alla casa del suo governatore, costata al contribuente un milione di euro, è una tragedia inaccettabile anche perché mostra il volto di un paese che giorno dopo giorno affonda sempre di più nel degrado e nella disperazione, mentre il palazzo continua ad arricchirsi smisuratamente. E’ la guerra dei derelitti che, per povertà fame e ignoranza, resta sempre quella condannata a pagare il più alto tributo di sangue.

Franco Nofori
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