21.8 C
Nairobi
mercoledì, Aprile 29, 2026

Extraterrestri africani alla maratona di Londra

Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau 27 aprile 2026 Un’astronave...

Attacco jihadista in Mali: ucciso ministro della Difesa

Africa ExPress Bamako, 27 aprile 2026 Il ministro maliano...

Moral Fact Checking: il signor Cerasa e il 25 aprile

Con questo articolo Roberta De Monticelli comincia la...
Home Blog Page 334

Il top manager della ciclopica diga etiopica in costruzione, ucciso nel centro di Addis Ababa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 luglio 2018

E’ avvolta in un fitto mistero la morte di Simegnew Bekele, project manager della diga Grand Ethiopian Renaissance. Il corpo di Simegnew è stato trovato senza vita nella sua macchina al centro di Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia, con una ferita da pallottola dietro l’orecchio destro. Zeinu Jema, capo della polizia federale etiopica ha fatto sapere che una rivoltella Colt è stata ritrovata all’interno della vettura e che il manager si era recato presto nel suo ufficio ieri mattina. Le indagini sono ancora in corso.

Simegnew era a capo del mega progetto da 3,2 miliardi di euro della diga in costruzione sul Nilo Blu in territorio etiopico, a poca distanza dal Sudan. I lavori sono iniziati cinque anni fa e la realizzazione è stata affidata dal governo di Addis Ababa alla multinazionale italiana Salini Impregilo  Una volta terminata la costruzione del ciclopico impianto, il bacino avrà una lunghezza di 18 mila metri e una profondità di 155, con una capienza di circa 74 milioni di metri cubi d’acqua, che saranno sfruttati per produrre seimila megawatt di energia elettrica, l’equivalente di sei reattori nucleari. Sarà la diga più imponente di tutto il continente africano, pari solo a quella di Inga, sul fiume Congo, nel Congo Kinshasa, che funziona però al 10/15 per cento della sua capacità. Proprio mercoledì sera, cioè poche ore prima di essere assassinato, l’ingegnere etiopico aveva reso noto che i lavori stavano procedendo come previsto.

Semegnew Bekele, project manager del la diga etiopica Grand Renaissance
Semegnew Bekele, project manager del la diga etiopica Grand Renaissance

Già prima dell’inizio dei lavori, l’Egitto aveva sollevato le sue perplessità sulla realizzazione dello sbarramento, temendo una riduzione del gettito delle acque del Nilo.  Solamente lo scorso maggio Etiopia, Egitto e Sudan hanno finalmente stipulato un accordo sulla creazione di un comitato scientifico, incaricato di studiare l’impatto della diga.

Grazie a questo collossale progetto etiopico, oltre a diventare il primo esportatore di energia elettrica dell’Africa, il governo di Addis Ababa potrà sviluppare la sua rete ferroviaria e, sopratutto, creare nuove zone industriali, volte a sconfiggere la povertà.

Etiopia: la diga sul Nilo di costruzione italiana
Etiopia: la diga sul Nilo di costruzione italiana

In futuro la Grand Ethiopian Renaissance Dam avrà certamente un impatto importante sull’economia del Paese, ma nel frattempo i problemi logistici per la sua realizziazione hanno creato anche forte malcontento nella popolazione residente, perchè approssimativamente ventimila persone dovranno lasciare le loro case e ben 1680 chilometri quadrati di foresta saranno inondate dalle acque.

Qualche mese fa il governo aveva annunciato che due delle sedici turbine previste entreranno in funzione già quest’anno e inizieranno a produrre energia elettrica.

Lo scorso maggio è stata ammazzato un altro dirigente d’azienda molto in vista nel Paese:  il manager locale del gruppo nigeriano Dangote, Deep Kamra, di origini indiane, e due suoi collaboratori sono stato assassinati poco lontano dalla capitale. Finora le indagini non hanno portato a nessun risultato.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Egitto, Etiopia e Sudan a rischio di guerra per lo sfruttamento delle acque del Nilo

Giallo a Brazzaville: tredici ragazzi trovati morti in un commissariato di polizia

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 luglio 2018

Il procuratore di Brazzaville ha aperto un’inchiesta per la morte di tredici giovani, morii durante la notte tra domenica e lunedì. Le circostanze sono, infatti, davvero ancora poco chiare.

Uno di loro aveva solo diciannove anni. Si chiamava Urbain Durbagne era uno studente delle superiori e nipote di Steve Bagne, un avvocato all’opposizione. Urbain è stato arrestato domenica scorsa insieme ad altri ventisei giovani e giovanissimi dell’età compresa tra i quattordici e ventidue anni a Djiri, un quartiere popolare di Brazzaville, la capitale della Repubblica del Congo.

Scontri tra giovani a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo
Scontri tra giovani a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo

Secondo le forze dell’ordine, i ragazzi sarebbero stati arrestati per disordini scoppiati tra gang di giovani, chiamati “bébés noirs” (bimbi neri), adolescenti e giovani disoccupati che rendono insicure le città congolesi con  le loro scorribande. In base al rapporto della polizia, sulla pubblica via, scenario delle ostilità, sarebbero state trovate parecchie armi bianche e una pistola. Con l’arrivo della polizia, gli animi si sono placati, molti ragazzi sono riusciti a scappare, ma qualcuno era già per terra, morto. Sono stati caricati sui mezzi in dotazione degli agenti, così pure tutti gli altri che non si sono dati alla fuga e trasportati al commissariato di Chacona. Molti di loro sarebbero stati in pessime condizioni di salute e trasportati al pronto soccorso.

Questo è quanto ha affermato la polizia. Testimoni oculari hanno invece dichiarato che i giovani sarebbero morti per asfissia, causata dalle pessime condizioni igieniche della prigione e solamente dodici sarebbero stati trasferiti all’ospedale militare di Brazzaville.

Trésor Nzila Kendet, direttore esecutivo dell’Osservatorio congolese per i diritti dell’uomo (OCDH), ha chiesto l’apertuta di un’inchiesta giudiziaria e amministrativa per determinare la morte dei prigionieri nel commissariato. L’ODCH è in contatto con i familiari di alcuni giovani deceduti che si trovano ora all’obitorio di Makelele. “Ancora è troppo presto per trarre delle conclusioni – ha specificato il direttore di OCDH -. Non sappiamo nemmeno con esattezza quanti ragazzi siano morti”, ha precisato e infine ha sottolineato che nessun corpo dovrà essere inumato finchè non sarà stata determinata la causa del decesso: “Tra i ragazzi morti c’erano molti studenti, alcuni erano in attesa dei risultati dell’esame di maturità. Non c’è nessuna prova che i giovani appartenessero ai bébés noirs, fenomeno che a Brazzaville è diventata una scusa per commettere abusi. Prima di pronunciare giudizi affrettati bisogna attendere i referti medici e la conclusione delle indagini”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

For refugees in Sudan, fears surround probe into UN resettlement fraud

sallyIRIN
Sally Hayden

Khartoum, 23th July 2018

Potential witnesses worry about retaliation and complain about the lack of protection

As the UN’s refugee agency investigates allegations of bribery and corruption in the resettlement process in Sudan, dozens of refugees have told IRIN they’re too fearful to give full details to UNHCR-appointed investigators. They worry about retribution from those they’re making allegations against because of what they say is a lack of protection for witnesses and close links between some local UNHCR staff and Sudanese security officials.

Refugees have told IRIN that since the investigations began, they’ve been intimidated and harassed by some Sudanese staff at the UNHCR office in Khartoum, as well as by state security agents and officials of the Sudanese government’s Commission of Refugees. Refugees say they have been called on the phone or asked to meet with these officials and then been pressured not to testify on pain of having their cases for resettlement closed or losing access to other assistance. The Sudanese Commissioner of Refugees did not respond to multiple requests for comment.

On 15 May, IRIN published a report based on interviews with more than a dozen refugees and a former UNHCR staff member. They alleged that decisions on which refugees would be permanently resettled to a third country were often made on the basis of bribes rather than standard eligibility criteria. Two days later, UNHCR suspended resettlement from Sudan and confirmed that in February and March it had launched investigations into alleged corruption, and would soon deploy an anti-fraud team.

In a statement announcing the suspension, UNHCR encouraged anyone with information to contact its Inspector General’s Office (IGO), an oversight body that investigates complaints of misconduct, “without delay”.

Over the past 10 weeks, an IGO investigator has contacted refugees and asked them to do phone or Skype interviews. In an email seen by IRIN, “potential witnesses” were told their interviews could be recorded and details could be disclosed on a “need to know” basis with both the subject of the investigation and those involved in taking disciplinary action. The email also stated that they would be asked to swear an oath to tell the truth and shouldn’t discuss the investigation with anyone without prior IGO approval.

But refugees told IRIN they didn’t believe the investigation process offered sufficient confidentiality, and expressed concern that the UN’s refugee agency could provide little help if they were retaliated against. They said they didn’t believe they could come forward safely because of ties between some UNHCR staff and the Sudanese state, and feared reprisals from corrupt Sudanese and UN officials who may be exposed by the investigation.

“Refugees are afraid to speak because those at UNHCR have connections with the [Sudanese] security and can do whatever,” one refugee said.

In an emailed response, UNHCR said it is concerned by refugees’ allegations to IRIN of harassment by local UNHCR Khartoum staff and Sudanese officials. “We take these allegations very seriously,” the email stated. UNHCR encouraged refugees and others to report such behaviour to the IGO.

 

The IGO receives hundreds of complaints around misconduct every year, including allegations of fraud in the resettlement and refugee status determination processes. When the IGO launches an investigation, they interview witnesses, the people accused of wrongdoing, and may gather documentary and other forms of evidence, according to investigation guidelines published in 2012.

Protection and privacy

Resettlement is a complicated process taking anywhere from several days (in emergency cases) to several years.

“Refugees are afraid to speak because those at UNHCR have connections with the [Sudanese] security and can do whatever.”

As IRIN reported in May, refugees in Khartoum allege that middlemen and local UNHCR staff with close ties to the refugee community have been requesting bribes to speed up and corrupt the registration and resettlement process. The going rate to do that for unregistered asylum seekers in Khartoum was about $15,000, refugees said. Resettling a whole family boosted the price to $35,000-$40,000 – money usually raised by relatives abroad. Around 1.2 million refugees are now in Sudan, and more than 2,000 people were resettled from there in the year ending September 2017, according to UNHCR.

In Khartoum, many refugees and migrants live in a constant state of concern over security and safety, analysts and researchers report. “In Sudan, migrants are vulnerable to a litany of abuses,” Human Rights Watch Sudan researcher Jehanne Henry, now the associate director of the Africa division, wrote last year. “Many live in legal limbo; can be rounded up and arrested at any time and summarily tried for immigration violations; and can be jailed, fined, and deported without due process or transparency.”

They face endemic abuse and harassment from the Sudanese police, who regularly arrest them to solicit bribes and are accused of physical violence and sexual assault. Just last week, a video emerged online allegedly showing an undercover police officer raping a refugee woman in a Khartoum street, provoking debate around the sexual abuse of refugees by police officers.

Amid this atmosphere, refugees are anxious and constantly worried about their own safety. This is compounded by their confusion over who is actually carrying out the UNHCR investigations. Several told IRIN that UNHCR officials in Sudan not affiliated with the IGO, as well as some international UNHCR staff, had asked them to visit the Khartoum office to be interviewed. This scenario worried the refugees, who said they would be at risk because the very people they are making allegations against would see them. They were also concerned that translators might feed details of their testimony to the accused personnel.

“I thought it was going to be confidential,” said one refugee, after taking part in an interview in the UNHCR compound in Khartoum. “I don’t like the idea of going to that office,” the refugee said, adding that those accused were not good people and had a “network of people in key areas”.

“There are many refugees who [have] witnessed the corruption but are afraid to [say] it,” the refugee said. “The consequences [of coming forward] will be life-threatening.”

Another refugee recounted an incident in the reception of the UNHCR office in May in which Sudanese staff involved in the resettlement process warned refugees not to share any information about their cases with a visiting international team who were asking about the corruption allegations. “The local staff spoke to the refugees in Arabic, saying ‘don’t tell them’,” the refugee explained, adding that the international staff who were present did not understand Arabic.

UNHCR spokesman Babar Baloch said last month that protection is provided for witnesses in certain cases. “Witness protection is a top priority, and where serious safety concerns arise UNHCR has mechanisms in place to respond,’’ he said. “However, as you will understand, for obvious reasons, we won’t be able to discuss details publicly.”

UNHCR did relocate several witnesses during a similar investigation surrounding Kenya’s Kakuma camp in 2001. And IRIN was told by a UNHCR official who is not based in Khartoum, and who requested anonymity, that some refugees whose testimony was deemed sensitive have been moved elsewhere for their safety during other investigations, including another one in Kakuma in 2016-2017.

Yet two refugees in Khartoum who are potential witnesses to the Khartoum investigations told IRIN their direct pleas to the IGO and UNHCR for protection, including to be moved to a safe place, had been declined or ignored. Both told IRIN they fear for their lives.

Khartoum, la capitale del Sudan
Khartoum, la capitale del Sudan

What they should be doing is resettling them,” a current UNHCR resettlement officer, who has witnessed IGO investigations elsewhere in East Africa and requested anonymity, said. “It’s a perfect resettlement case.” Without emergency resettlement or the option of witnesses entering a safe house, the officer said: “No one talks. No one will tell them what’s happening. So it just keeps happening.”

Fear of the Sudanese state

UNHCR has previously highlighted the concerns it faces around protection during investigations. A March 2018 overview of the IGO’s work stated that “lessons learned from key investigations” included that “the support that UNHCR can provide to witnesses who face security risks when they are involved in investigations is limited” and “the primary responsibility for witness protection lies with the host State.”

“No one talks. No one will tell them what’s happening. So it just keeps happening.”

Several refugees who said they were afraid to take part in the Khartoum investigation said they knew they couldn’t turn to Sudanese officials if testifying led to problems. They referred to an incident in April 2017 when dozens of refugees protested at the UNHCR Khartoum compound to draw attention to their allegations of corruption in the resettlement process. Six refugees who were present told IRIN that UNHCR staff had called the police, who set upon the protesters, leaving one woman with a broken leg.

When asked about the incident, UNHCR Sudan spokesman Steven O’Brien initially denied the police were called. Later, when provided with a video that appeared to show police inside the UNHCR compound on the day of the protest, UNHCR spokesman Baloch clarified that police officers had been present but said there was “no evidence of force being used”.

It is unclear how many people have voluntarily come forward to participate in the Khartoum probe, and UNHCR does not comment on current investigations. However, some refugees told IRIN they have long been too afraid to report exploitation and would not participate if asked, particularly out of fear of losing the protections and services associated with refugee status.

“We have never dared to complain because the UNHCR refugee card is the only thing that protects us from Sudanese officials,” one Eritrean woman said. Several refugees told IRIN they feared reprisals could take the form of their files with UNHCR or the Sudanese Commission on Refugees being closed or “lost”, which would mean losing their right to legal protection and the services that go along with it.

The 2017 human rights report from the US State Department notes that refugees and asylum seekers in Sudan are “vulnerable to arbitrary arrest and harassment” in urban areas for incorrect or missing identity cards and authorisation documents.

“We fear retribution and jail, because if we’re removed from the protection of the UNHCR, we have no protection from the Sudanese government,” the Eritrean refugee explained. “So, I would love to file a complaint but fear the consequences of doing so. I feel like nobody at the UNHCR really cares about what we go through.”

refugees in Sudan
refugees in Sudan

A process on hold

As the investigation continues, the impact of the suspended programme is unclear, beyond the fact that hundreds of resettlements have been delayed for at least several months. Around 170 refugees were resettled from Sudan each month in the year ending September 2017, according to UNHCR.

Speaking on condition of anonymity due to the sensitivity of the topic, several former UN staff in Khartoum and elsewhere said they were worried that the suspended programme might put refugees waiting for resettlement at risk.

“So, I would love to file a complaint but fear the consequences of doing so. I feel like nobody at the UNHCR really cares about what we go through.”

“Sometimes these investigations take months and months and months to get to the bottom [of],” the former Sudan head of another UN agency told IRIN. “If people in urgent need of resettlement are sitting around for months, [UNHCR is] certainly not supporting their protection.”

Since mid-May, as the investigation has gone on, refugees and former UNHCR staff in Sudan interviewed over the past two months by IRIN have gone from being hopeful about the prospect of change to worrying that the situation may get worse.

“Maybe, once the media is gone, they will keep doing it,” a former UNHCR Sudan staff member said, referring to the alleged corrupt practices. “The situation is complicated in Sudan.”

Sally Hayden
Freelance journalist and regular IRIN contributor focused on migration, conflict, and humanitarian crises

Truffati con false promesse di lavoro i fans dei calciatori nigeriani bloccati a Mosca

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 luglio 2018

Sono finalmente tornati a casa i supporter della squadra nazionale nigeriana, rimasti bloccati a Mosca, una volta terminati i mondiali di calcio. Un volo speciale dell’Ethiopian Airlines ha riportato i fan ad Abuja, la capitale della ex colonia britannica.

Secondo l’Agenzia di stampa nigeriana NAN, il rimpatrio degli sfortunati tifosi è stato ordinato dal presidente Muhammadu Buhari in persona. Il portavoce del ministero degli Esteri di Abuja, Tope Elias-Fatile, ha specificato che l’evacuazione dei suoi concittadini è stata possibile grazie alla stretta collaborazione del suo ministero, la loro ambasciata di Mosca e il ministero dell’Aviazione.

Ritorno da Mosca dei supporter calcistici nigeriani
Ritorno da Mosca dei supporter calcistici nigeriani

I poveri disgraziati, centocinquanta o forse più, presi dalla disperazione, hanno assediato la missione nigeriana a Mosca. Non avevano più un rublo in tasca e molte agenzie di viaggio avevano stornato il volo di ritorno a loro insaputa. Per non fare figuracce nel Paese ospitante, l’ambasciata si è vista costretta ad occuparsi dei propri concittadini, provvedendo alloggi in ostelli e quant’altro e Akinwunmi Ambode, governatore del Lagos State, ha dovuto coprire parte delle spese per i biglietti di ritorno.

Molti dei giovani bloccati a Mosca avevano consegnato cifre considerevoli a organizzatori e intermediari del viaggio, per ottenere la carta d’identità per fan rilasciata dalle autorità russe, valida come documento di viaggio durante i mondiali di calcio. Ma questi personaggi non erano altro che trafficanti di uomini, avevano ingannato i poveracci con false promesse di lavoro in Russia.

I criminali hanno colto l’occasione del campionato mondiale per accalappiare in modo “legale” le proprie vittime.  Chi ha fame, chi è disperato è preda facile ed è disposto a tutto pur di lasciare il proprio Paese per costruirsi un futuro, che nell’odierna Nigeria è difficile anche solo sognare.

La corruzione endemica, che ha investito tutti livelli della società, il terrorismo, la criminalità organizzata, ladri, sequestri di persona, scontri etnici e intercomunitari, inquinamento, cambiamenti climatici, recessione e quant’altro stanno mettendo in ginocchio questo gigante dell’Africa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Da ex schiava a candidata alle legislative in Mauritania

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa Express
Cornelia I Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 luglio 2018

Habi Mint Rabah è una delle molte candidate alle prossime elezioni legislative, che si svolgeranno in Muritania il prossimo 1° settembre. Habi milita nelle fila dell’ IRA-Mauritanie, acronimo per Initiative pour la résurgence du mouvement abolitionniste, un movimento antischiavista e lei stessa è una ex schiava, ciò che fa di lei un’aspirante parlamentare d’eccezione.

E’ la prima volta che il suo movimento partecipa ad una tornata elettorale ed è stato reso possibile solo grazie alla sua alleanza con SAWAB, un partito nazionalista baathista. IRA-Mauritanie non ha mai ottenuto il riconoscimento come formazione politica autonoma dal governo.

Manifestazione contro la schiavitù in Mauritania
Manifestazione contro la schiavitù in Mauritania

Alcuni attivisti di IRA-Mauritanie sono a tutt’oggi in prigione; su di loro pendono accuse gravissime: incitamento a sommosse e ribellione violenta contro il governo, anche se nessuno degli addebiti è stato dimostrato durante il processo.

La ex schiava è una donna coraggiosa. Dall’età di cinque anni è stata costretta ad accudire un gregge ed ogni notte ha dovuto subito le violenze del suo padrone. “Ho sempre pensato, senza comprendere veramente, che si trattava di una cosa normale”, ha raccontato Habi subito dopo la sua liberazione nel 2008.

Bambini schiavi in Mauritania
Bambini schiavi in Mauritania

Habi è stata liberata grazie a Bilal, suo fratello gemello. Bilal è scappato dopo essere stato malmenato dal padrone. Per molto tempo ha cercato di riscattare la sorella, vittima di abusi sessuali e lavori forzati; è riuscita finalmente a liberarla nel 2008 con l’aiuto di SOS Slaves. Oggi vivono in un quartiere periferico, dove recentemente, grazie ad alcuni attivisti, Bilal ha aperto una piccola officina per il cambio di gomme. E ora gli stessi attivisti hanno scelto Habi: sarà la loro candidata alla prossima tornata elettorale. Chi meglio di lei saprà difendere e battersi per i diritti delle persone ancora in stato schiavitù e degli ex schiavi?

Anche se abolita ufficialmente nel 1981, in Mauritania la schiavitù esiste ancora. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver cancellato tale asservimento. In seguito la schiavitù è stata abrogata nuovamente il 12 agosto 2015 e la legge attuale ora la considera come un reato contro l’umanità. Ma solo sulla carta.

Una delle forme maggiormente praticata nel Paese è il matrimonio coatto, praticato sin dal XI secolo. Una tradizione talmente radicata nella cultura mauritana, che una prima legge emanata nel 2007, dietro forti pressioni della comunità internazionale, non ha per nulla intimorito gli schiavisti. Le punizioni per il crimine commesso erano infatti troppo miti e, tra l’altro, non venivano quasi mai applicate e i reati non denunciati.

Sono ancora pochi gli schiavi che denunciano i loro padroni, perchè sono stati educati a dover rispettare e sottomettersi al padrone. Una volta liberi, gli ex schiavi spesso fanno fatica a tirare avanti. Senza istruzione e titolo di studio, difficilmente trovano un’occupazione stabile e sono dunque costretti ad accettare lavoretti occasionali; i più vivono nelle periferie povere delle grandi città, con la speranza di dare un futuro migliore ai propri figli.

Qualche mese fa il tribunale di Nouahdibou, nel nord-ovest del Paese, ha pronunciato diverse condanne contro alcuni schiavisti . Eppure le le autorità di Nouakchott negano che la schiavitù sia ancora un’usanza largamente praticata ne Paese.

La società mauritana è ancora suddivisa in caste. I “mauri” bianchi o “beyden”, di origini arabe-berbere, costituiscono la classe dominante, mentre gli haratine e gli afro-mauritani appartengono alla “classe inferiore” e non hanno quasi mai potuto occupare posti di prestigio nella società. E lo status di schiavo viene ancor oggi tramandato da madre in figlio. La schiavitù esite ancora in questo angolo di mondo e non di rado i militanti antischiavisti vengono arrestati e finiscono nelle luride galere. https://www.africa-express.info/2016/05/19/la-corte-suprema-della-mauritania-ordina-scarcerate-i-due-militanti-antischiavismo/

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

Vertice UA in Mauritania: Amnesty chiede la liberazione di due militanti anti-schiavisti

Tre condanne per schiavismo in Mauritania: inasprite le pene dopo proteste internazionali

La corte suprema della Mauritania ordina: “Scarcerate i due militanti antischiavismo”

Tensione in Congo-K: elezioni in dicembre ma nessuno sa se Kabila si candida

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 luglio 2018

In occasione del tanto atteso discorso a Camere riunite del 19 luglio, Jospeh Kabila, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, al potere da diciasette anni, ha confermato che le prossime elezioni presidenziali si svolgeranno, come previsto, il 23 dicembre 2018, e ha precisato: “La Costituzione sarà rispettata – sottolineando che -l’organizzazione delle votazioni è una questione di sovranità, di conseguenza sarà interamente finanziata dallo Stato congolese”. Kabila non ha fatto menzione alcuna circa il suo futuro politico. Infine ha respinto qualsiasi interferenza esterna nel processo elettorale. “La RDC non si è mai permessa di dare lezioni a nessuno e dunque non è per nulla disposta a riceverne, sopratutto da coloro che hanno ucciso la democrazia in questo Paese”.

Il presidente lascia nuovamente tutti – politici congolesi e osservatori stranieri – con il fiato sospeso, perchè ancora non ha chiarito la sua posizione. Ha promesso che avrebbe rispettato la Cosituzione, che gli impedisce di candidarsi nuovamente, ma nulla di più.

Joseph Kabila, presidente del Congo-K
Joseph Kabila, presidente del Congo-K, con un nuovo look: baffi e barba

Joseph Kabila, presidente del Congo-Kinshasa, è salito al potere dopo l’omicidio del padre, Laurent-Désiré Kabila, nel 2001. E’ stato rieletto nel 2006 e nel 2011; il suo mandato è scaduto nel dicembre 2016.

All’indomani del discorso di Kabila, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana, in un comunicato congiunto hanno fatto sapere che sono in attesa di “un trasferimento democratico del potere nella RDC, in pieno accordo con la Costituzione e secondo gli accordi di San Silvestro”.

Le due istituzioni hanno inoltre fatto un appello ai partiti, chiedendo loro di respingere qualsiasi forma di violenza e di essere cauti nelle azioni e dichiarazioni  per non infiammare gli animi e di risolvere in modo pacifico le loro controversie.

Nel loro comunicato l’ONU e l’UA hanno inoltre chiesto alla Commissione Elettorale Indipendente (CENI) di avvalersi  della collaborazione della Missione dell’ONU per il mantenimento della pace nel Congo-K (MONUSCO) e il gruppo internazionale di esperti elettorali.

Ma la CENI rifiuta ogni supporto esterno, eppure a novembre aveva chiesto l’aiuto di MONUSCO. La missione ONU in Congo aveva subito sollecitato l’attuazione del calendario del voto per garantire il corretto svolgimento della tornata elettorale. Il programma è necessario e indispensabile anche per la pianificazione dell’aiuto logistico. Finora la CENI non ha inviato nessun dossier a MONOSCO, dunque decine di milioni di dollari per l’organizzazione di queste votazioni restano congelati.

Dal 24 luglio all’8 agosto è prevista la presentazione delle candidature. Solo allora si conosceranno le vere intenzioni di Kabila.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes  

Dal Nostro Archivio

Congo-K: la firma di un accordo tra governo e opposizione non ferma le violenze

 

Amnistia farsa in Guinea Equatoriale: liberato un solo prigioniero politico

Loghino africa express 2Africa ExPress
Malabo, 21 luglio 2018

Aggiornamento 22 luglio 2018

Il magistrato Jose Esono Ndong Bidang è morto sabato al commissariato centrale della capitale.
Secondo suo nipote, il magistrato è stato arrestato martedì mattina, mentre era in corso il “dialogo nazionale”. Bidang ha avvertito immediatamente gli agenti di sicurezza dei suoi problemi di salute e il medico, che lo ha visitato in una clinica privata, aveva ordinato il ricovero immediato.
I poliziotti non hanno autorizzato l’ospedalizzazione e hanno ricondotto il magistrato nella sua cella, dove è deceduto in assenza di cure adeguate.

All’inizio di luglio il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, aveva annunciato alla televisione di Stato un’amnistia totale per tutti i prigionieri politici. Peccato che finora ne sia stato liberato solamente uno: per Julian Abaga si sono finalmente aperte le porte del carcere giovedì scorso, dopo sette mesi trascorsi nelle putride galere equatoguineane, per aver criticato su internet il presidente e i suoi collaboratori. Il suo rilascio è stato confermato da esponenti di Convergence for Social Democracy CPDS, il secondo partito all’opposizione.

Eugenio Nze Obiang, ministro dell’informazione e portavoce del governo, ha fatto sapere in questi giorni che le autorità giudiziarie hanno ricevuto istruzioni di rimettere in libertà tutti i beneficiari del decreto presidenziale;  a tutt’oggi solamente Abaga ha usufruito dell’amnistia, mentre decine e decine di altri prigionieri politici marciscono ancora nelle loro celle.

In questi giorni si sta svolgendo un “dialogo nazionale” fortemento voluto dal presidente stesso con l’obiettivo di “preservare la pace e lo sviluppo del Paese”. Con un’apparente apertura della spietata dittatura di Malabo, Obiang ha garantito “libertà” e “sicurezza” a tutti i partecipanti di questo vertice, al quale sono stati invitati per la prima volta anche la società civile, la Chiesa e la comunità internazionale.

Ovviamente nessuno dei leader antigovernativi in esilio all’estero si sono presentati all’incontro di Malabo, e Gabriel Nse Obiang esponente del primo partito all’opposizione Ciudadanos por la Inovacion (CI), qualche giorno fa aveva precisato: “Visto il panorama politico, non ci attendiamo proprio nulla da questo dialogo”.

Il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo
Il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo

Alle scorse elezioni il CI ha ottenuto un solo seggio al parlamento, ma a quanto pare uno di troppo per il dittatore che, dunque, il 26 febbraio scorso ha pensato bene di scioglierlo. La decisione presidenziale è stata confermata a maggio dalla Corte Suprema del Paese. Una trentina dei mebri del CI erano stati arrestati già lo scorso anno e ovviamente finora non sono stati liberati. Questa formazione non è stata invitata al “dialogo nazionale” ancora in svolgimento.

Anche nel 2014 il governo aveva annunciato un’amnestia, ma, secondo Amnesty International, anche allora nessun prigioniero era stato liberato. Il meeting di questi giorni non convince nemmeno i diplomatici occidentali: per poter aprire un vero dialogo, bisogna arrivare ad elezioni realmente libere.

Le ONG, la comunità internazionale tutta continuano a puntare il dito contro la Guinea Equatoriale, che viola in continuazione i diritti umani. Le accuse in questo senso vengono prontamente respinte dal governo. L’opposizione denuncia regolarmente le violenze che subiscono i militanti politici nelle prigioni: basti pensare all’ultima vittima, Juan Obama Edu, membro del CI, morto all’inizio di questo mese in seguito alle torture.

Africa ExPress

Dal Nostro Archivio

Guinea Equatoriale, Il dittatore Obiang scioglie l’unico partito di opposizione

Guinea Equatoriale: il regime fa finta di aprire. Intanto uccide gli oppositori

L’Africa non ha vinto, gli africani hanno fatto vincere: è il paradosso del mondo del pallone

Costantino MuscauDal nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 20 luglio 2018

Se gli astronomi e gli astrofisici non si scandalizzassero, verrebbe da dire che siamo di fronte al paradosso dei gemelli: uno di essi intraprende il viaggio interstellare e al ritorno trova quello terrestre decrepito, invecchiato, mentre lui è bello e fresco! Così l’Africa, con le sue cinque nazionali presenti in Russia, è uscita distrutta dalla 21° edizione della Coppa del Mondo, mentre tre delle quattro squadre giunte alla fase finale hanno preso il volo galattico grazie ai figli, o ai nipoti dell’Africa nera.

La Francia,trionfatrice il 15 luglio, nella sua rosa dei ventitré giocatori, ne ha quattordici con almeno un genitore originario del Continente nero (il sessanta per cento ): 1 da Angola, Guinea, Togo, Marocco, Algeria: due del Mali, Camerun e Senegal, tre della Repubblica Democratica del Congo. Due dei quattordici sono proprio nati in Africa: il portiere Steve Mandanda il 28 marzo 1985 ha visto la luce a Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo, RDC); il difensore Samuel Umtiti a Yaoundè (Camerun) il 14 novembre 1993.

Il Belgio, classificatosi terzo, ne ha sette, quattro con ascendenze congolesi, due marocchine, uno del Mali.

Squadra nazionale francese, vincitrice della Coppa del mondo 2018
Squadra nazionale francese, vincitrice della Coppa del mondo 2018

Più di un osservatore ha sottolineato come Francia e Belgio insieme abbiano 8 giocatori, quasi una nazionale, con radici in un Paese, la Repubblica Democratica del Congo, che in Russia non ci è neppure arrivata!

Ha scritto “Jeune Afrique”: “Le origini dei calciatori di Francia e Belgio raccontano la storia di mezzo secolo di immigrazione nelle due nazioni. In Belgio era stata firmata una convenzione bilaterale nel 1964 con il Marocco per organizzare l’arrivo di lavoratori marocchini nelle zone minerarie. Nel 2015, data dell’ultimo censimento la popolazione di origine marocchina in Belgio era del 3,9 per cento”.

Quanto ai quattro “congolesi”(Lukaku, Boyata, Batshuayi, Kompany), inutile ricordare come i legami siano dovuti allo spaventoso dominio belga del Congo.

La stessa Inghilterra, piazzatasi quarta dopo la sconfitta col Belgio, conta sette atleti di colore fra i ventitre dei suoi convocati: alcuni con ascendenze giamaicane, nevisiane (arcipelago delle Piccole Antille), altri nigeriane e del Togo. (Solamente la nazionale giunta seconda, la Croazia, schiantata in finale proprio dalla Francia (2-4), nella lista dei ventitre convocati non ha né un nero né un immigrato).

 

wc-russia-2018

Di fronte a questo quadro multietnico viene da chiedersi: come sarebbero state le nazionali calcistiche in Russia senza l’apporto dei migranti?

La domanda se la sono posta in tanti, riflettendo su calcio e immigrazione in un’epoca  di ululati razzisti, di costruzione di muri, di chiusure di porti. E le risposte sono state diverse, alcune – anche nei giorni scorsi e da fonte insospettata – molto polemiche.

Aveva scritto, alla vigilia della Coppa del Mondo in Russia, Maria Teresa Messidoro, vicepresidente dell‘Associazione Lisangà – culture in movimento:  “Il Mare Mediterraneo ogni giorno di più è una fossa comune, tappa finale del viaggio della disperazione di milioni di persone, che fuggono dalle guerre, dalle carestie e dalle crisi di cui l’Europa e il neo liberismo ancora dominate sono responsabili. Per lo meno 43 giocatori nati in Africa, o con genitori africani integrano otto delle quattordici selezioni della UEFA (l’Unione Europea delle Federazioni Calcistiche Europee) presenti ai mondiali, un giocatore di origine asiatica, dieci provengono dai Balcani e sedici dal Sudamerica, includendo l’area caraibica. In totale, il continente europeo che tanto denigra i migranti, li umilia, li espelle e li sfrutta, deve appoggiarsi su una settantina di giocatori frutto delle migrazioni: per alcuni giorni, ma solo per alcuni, i tifosi si dimenticheranno di muri, del colore della pelle e della propria xenofobia”.

A Mondiali conclusi, è andato giù pesante addirittura il presidente del disastrato  Venezuela, Nicolas Maduro, che ha lanciato un appello affinché i Paesi europei la piantino col razzismo. Ha dichiarato:”Quanto è stata disprezzata l’Africa, quanto l’hanno schiavizzata e saccheggiata per cinquecento anni. Ma nel Mondiale la Francia ha ottenuto la vittoria proprio grazie a giocatori africani o figli di africani. Così è la vita!”

Diego Armando Maradona , a sua volta, ha alzato il tiro soffermandosi sull’origine multietnica dei vincitori: “C’è una mafia che porta via i calciatori africani per naturalizzarli per le nazioni europee. E molte volte il bisogno obbliga questi giovani giocatori a fare una scelta del genere”.

Barcone 2

Le nuove regole della Fifa hanno tentato di evitare la tratta dei giovanissimi quando  ha deciso di consentire a giocatori con doppio passaporto di far parte di una nazionale non di nascita, anche se si è già scesi in campo con quella di origine.

La multietnicità ha tenuto banco su giornali, tv, social media, prima , durante e soprattutto dopo Russia 2018. “Campioni, ma non francesi” è stato lo slogan intorno al quale si sono accese discussioni e sono avvampate le polemiche.

Non è un caso se negli Usa, Trevor Noah (cabarettista di origini sudafricane), durante il seguitissimo programma tv di satira Daily show sul canale a pagamento Comedy Central, diventato virale, ha detto scherzando : “Sono contento perché l’Africa ha vinto la Coppa del Mondo”.

Molti seri, invece, l’analisi e il commento, qualche giorno fa, sul New York Times di Antony J. Blinken, vice segretario di Stato con Obama, che si è rivolto al presidente francese scrivendo: “La Francia nel dopoguerra  ha reclutato ondate di migranti per ricostruire il Paese e perché bisognosa di manodopera. Verso gli anni ’70 aveva accolto più migranti – circa 2 milioni e 700 mila – di qualsiasi altro Paese europeo. Buona parte di essi si sono insediati nei quartieri periferici abitati da lavoratori non bianchi , “les banlieues”, che assediano le città principali. Dalle banlieues viene buona parte dei suoi giocatori di origine africana che le hanno fatto vincere il secondo titolo mondiale e almeno per un giorno hanno reso l’intera nazione felice della sua diversità. Mr. Macron è ora di dare alle banlieues quello che le banlieu hanno dato alla Francia”.

Discutere di razze è comunque sempre un terreno scivoloso. Per questo ci sentiamo di concludere con un riflessione che prendiamo in prestito da “Jeune Afrique” e che giriamo a un certo ministro dell’Interno: “Non importa da dove si viene, l’importante è accogliere a braccia aperte coloro che hanno bisogno”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Contrabbando di legname in Casamance: a rischio la foresta pluviale in Senegal

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 19 luglio 2018

La deforestazione selvaggia mette a forte rischio il polmone verde di Casamance, la regione del Senegal  geograficamente molto distante e isolata dal resto del Paese. E’ una zona ricca e viene considerata il granaio di Dakar.

Lo scorso gennaio una decina di persone sono state barbaramente ammazzate nella foresta di Bayottes nel sud di questa regione, al confine con la Guinea Bissau. Di fronte questa escalation di violenza, Macky Sall, il presidente della ex colonia francese, con un ordinanza aveva fatto sospendere fino a nuovo avviso il taglio di legname in tutto il sud di Casamance.

12276218-19483209

Questo episodio non rappresenta che un capitolo di un fenomno inquietante che va avanti da anni:  taglio illegale degli alberi e traffico internazionale di legno, in conflitto con il governo centrale sin dal 1982, quando la Casamance ha rivendicato la sua indipendenza. La ragione confina a nord con l’enclave del Gambia, mentre a sud con la Guinea Bissau e la Guinea e a est con il Mali. E’ abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile, vista anche la presenza di molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura di sussistenza rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e l’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.

Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC (Mouvement des forces démocratiques de Casamance) e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico.

Dal 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese sta tentando una pacificazione con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente-dittatore gambiano Yahya Jammeh, ora in esilio in Guinea Equatoriale.

La popolazione è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono state devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.

Il nuovo governo gambiano ovviamente ha cambiato politica. Sono stati notevolmente aumentati i controlli alle frontiere e c’è una maggiore collaborazione con i servizi di sicurezza senegalesi. I due ministeri per l’Ambiente di entrambi gli Stati hanno già firmato un accordo per combattere il traffico di legno illegale, che, quanto pare, non viene rispettato.

Il commercio illecito di legname continua ad arricchire una potente e ben strutturata rete di trafficanti attivi tra il Gambia e la Cina.

Traffico illegale di legname a Casamance, Senegal
Traffico illegale di legname a Casamance, Senegal

Solo un paio di mesi fa, una pattuglia mista, composta da agenti forestali e soldati senegalesi, tutti armati fino ai denti, è penetrata illegalmente in territorio gambiano. Nel villaggio di Jarra Bureng, al confine con il Senegal, ha scoperto un deposito clandestino di tronchi d’albero provenienti dalle foreste di Casamance. Mentre gli agenti erano in procinto di effettuare il sequestro e stavano predisponendo la spedizione del legname nella ex colonia francese, i giovani del villaggio hanno opposto resistenza e hanno informato il capo della polizia gambiana locale, che è accorso immediatamente con i suoi uomini.

Solo per un pelo è stato evitato uno scontro armato tra forze senegalesi e gambiane. Dopo lunghe e estenuanti trattative tra i due governi, il legname è stato riconsegnato e riportato a Casamance. Vedremo se in futuro, Adama Barrow, il nuovo presidente del Gambia, riuscirà a sgominare la banda di trafficanti e mettere fine all’odioso commercio.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

“Mio figlio italiano di tre anni rischia la vita in Kenya nell’indifferenza del mio Paese”

francoDal Nostro Inviato Speciale
Franco Nofori
Alessandria, 19 giugno 2018

“Mio figlio Riccardo è ammalato e senza cibo. Sono stato strappato a lui dal Kenya ed estradato in Italia per una condanna di trentasei anni fa. E’ straziante trovarmi impotente dietro queste sbarre, mentre lui rischia la vita senza avermi al suo fianco. Se questa è la tanto decantata umanità dell’Italia, che si esprime solo nei confronti degli immigrati, cosa devo fare? Farlo arrivare qua su uno dei tanti gommoni della disperazione perché qualcuno possa curarlo e occuparsi di lui?”

Chi parla è Fulvio Alberto Leone, origini liguri e settant’anni appena compiuti. Siamo nel parlatorio del carcere giudiziario di Alessandria, dove sta scontando una pena residua di poco superiore ai sei anni.

L’ammissione ai colloqui è rigorosa. Non è consentito introdurre nulla, neppure un foglietto di carta e una penna per prendere appunti. Il parente di un detenuto ha portato un dolce che prima di essere ammesso è stato letteralmente squartato riducendosi a un ammasso di briciole senza più alcuna attrattiva. Passo il controllo al metal detector e poi alla perquisizione fisica. L’agente avverte qualcosa nella tasca posteriore dei pantaloni. Si tratta solo di alcuni biglietti da visita, ma sono proibiti. Devo lasciare anche quelli. In coda con gli altri visitatori, percorro interminabili corridoi sotterranei e scale che salgono e scendono, infine eccomi lì, dove Fulvio Leone attende accanto a un tavolo.

Il carcere giudiziario San MIchele di Alessandria dove Fulvio Leone è detenuto
Il carcere giudiziario San Michele di Alessandria dove Fulvio Leone è detenuto

Fulvio Alberto Leone non è un detenuto innocente. I reati li ha commessi e si tratta anche di reati gravi. Li ha commessi nel 1983 quando, a sua insaputa, è già attentamente monitorato dalla polizia e dalla guardia di finanza. Al termine di queste investigazioni, gli vengono imputati traffico di droga, bancarotta fraudolenta, usura e uso di falsa identità. La somma di questi reati, in forza delle sentenze congiunte dei tribunali di Genova e di Torino, produce un cumulo di pene pari a dieci anni di carcere. Nelle more del lungo procedimento, Leone si sottrae alla giustizia italiana e si rifugia in Kenya. E’ il 1994. Sfruttando il regime corrotto del Paese africano e dando fondo al denaro che ha portato con sé nella fuga, riesce a ottenere nel 2009 la cittadinanza keniana, dopo aver rinunciato formalmente a quella d’origine.

Solo tre anni dopo, mentre un mandato di cattura internazionale a suo carico, approda sui tavoli di tutte le sedi Interpol del mondo, Leone ottiene dalle autorità keniane un certificato di buona condotta e – fatto davvero stupefacente – immediatamente dopo gli viene anche rilasciato il porto d’armi. La corruzione in Kenya è la filosofia imperante che ispira l’intera gestione politica e sociale del paese. Pur avendo ottenuto ciò che voleva, Leone si trova ora con le tasche quasi vuote e deve ingegnarsi per riuscire a campare nel nuovo Paese d’adozione. Dando fondo alle ultime risorse, apre una modesta pizzeria a Bamburi – una località della costa keniana – sulla superstrada che collega Mombasa a Malindi.

La mancanza di risorse finanziarie e la crisi del turismo, che a partire da quegli anni affligge gravemente il Kenya, lo costringono presto ad abbandonare l’attività e poco dopo, riesce a ottenere un lavoro come manager nel ristorante di un amico italiano all’interno di un centro commerciale nella poco distante cittadina di Mtwapa. Nel frattempo, Leone, si è unito a una giovane donna keniana, Sarah, che nel 2015, quando lui ha raggiunto i sessantasette anni, gli dà un figlio, Riccardo. Questa inattesa paternità è un’altra delle numerose azioni incaute di Leone che, oltre ad essere finanziariamente devastato, si trova ora a doversi far carico di due persone, con il modesto compenso che riceve nel suo nuovo lavoro.

riccardo con pixel

Leone non rinnega nessuna delle sue responsabilità. Ammette i reati commessi, anche se li attribuisce alla giovane età e a una serie di coinvolgimenti e d’influenze esterne che l’immaturità di quel tempo gli ha impedito di valutare responsabilmente. La nascita di Riccardo, invece, la attribuisce a un fatto accidentale.

Tra padre e figlio nasce comunque un intenso rapporto affettivo e pur arrabattandosi al meglio, Leone riesce a non far mancare nulla al ragazzino. Dal momento del suo approdo in Kenya e per tutti i ventitré anni spesi in quel Paese, il comportamento di Leone è irreprensibile. Nessun membro della comunità italiana poteva immaginare i suoi trascorsi criminali.

Corretto, gioviale, generoso, sempre pronto ad aiutare chi glielo chiedeva, Leone si conquista la benevolenza e la simpatia di chiunque ha a che fare con lui. Mai più si aspettava che, dopo trentasei anni, il braccio lento ma inesorabile della giustizia italiana, lo raggiungesse oltre l’equatore, a settemila chilometri di distanza, per fargli scontare la sua pena. Invece, nell’aprile dell’anno scorso, la polizia keniana irrompe nel ristorante in cui sta lavorando. Brutalmente, senza fornire spiegazioni e sotto lo sguardo attonito dei presenti, lo ammanetta. Pochi giorni dopo, sarà imbarcato a forza su un aereo per Roma, dove lo attende la polizia italiana..

Giardino: il primo ristorante aperto da Leone in Kenya
Giardino: il primo ristorante aperto da Leone

“Quella di fuggire è stata una decisione stupida – ammette oggi Leone – mi sono preso una condanna in contumacia e ora ne pago le spese. In alcuni dei reati che mi hanno imputato, ho avuto solo una parte marginale e a detta del mio avvocato, se mi fossi difeso, utilizzando tutte le forme previste dalla legge, me la sarei cavata con un massimo di due o tre anni e ora, grazie alla buona condotta, sarei probabilmente libero”. E’ vero. La stessa direzione carceraria parla di Leone come di un detenuto modello che potrà presto godere dei benefici previsti.

Riccardo. E’ lui, non la vita del carcere che rende infernale l’esistenza di Leone. Un bimbo di soli tre anni che non può comprendere perché il padre l’abbia così brutalmente abbandonato. “Ogni settimana parlo con Sarah – racconta Leone, mentre gli occhi gli si fanno rossi e lucidi – e sento mio figlio piangere al telefono: è una cosa straziante. Chiede perché non vado da lui, dice che sono un papà cattivo. Cosa posso spiegargli? Ha una persistente bronchite che non lo fa quasi respirare. Entra ed esce dall’ospedale, ma l’assicurazione che siamo riusciti a fargli, copre solo il ricovero, non i farmaci dopo la dimissione. Ogni mese occorre spendere ottanta/cento euro per acquistarli. Finora, grazie alla solidarietà di alcuni amici, si è riusciti a provvedere, ma non si potrà andare avanti così all’infinito e i medici dicono che, se non propriamente curata, la bronchite si farà cronica peggiorando drasticamente la situazione”.

A volte, la compagna africana di Leone, si trova costretta a scegliere tra le medicine e il cibo, così, oltre alla malattia, Riccardo si trova anche esposto al rischio di denutrizione. Cosa fare? Al momento dell’arresto, le autorità keniane hanno “scoperto” che la cittadinanza conferita a Leone era stata ottenuta illegalmente e quindi gli è stata immediatamente revocata. L’ambasciata italiana di Nairobi non spiega ai non familiari se Leone è ridiventato italiano, così da poter ottenere un supporto del nostro governo a favore del figlio. Una mail chiarisce: l’informazione  può essere fornita solo se “la richiesta è formulata al Consolato locale da un familiare del detenuto”.

Il consolato onorario di Mombasa non ne sa nulla. Occorre, dice, rivolgersi all’anagrafe del comune in cui Leone è detenuto, in quel momento a Civitavecchia. Finalmente dopo otto mesi dall’inizio della detenzione, arriva la risposta: sì, è cittadino italiano. ora lui non è più un apolide e si può quindi chiedere un aiuto per il bimbo rimasto in Kenya. Invece no: Il padre è, sì, italiano ma Riccardo è cittadino keniano e non si può aiutare. Ma la legge dispone che se il padre è italiano, il figlio naturale, se riconosciuto come tale, è automaticamente cittadino italiano. “E’ vero – è la risposta – ma occorre che questo sia certificato dall’anagrafe in cui il padre risiede”.

Fulvio Leone è preso in custodia dalla polizia italiana al suo arrivo a Roma-Fiumicino
Fulvio Leone è preso in custodia dalla polizia italiana al suo arrivo a Roma-Fiumicino

Tutti gli sforzi naufragano nei bizantinismi della burocrazia italiana. Nel frattempo Leone è stato trasferito dal carcere di Civitavecchia a quello di Alessandria. Occorre ricominciare tutto daccapo. Chi può farlo se l’interessato è dietro alle sbarre? Il signor Bombonato, direttore dell’NGO Betelonlus che assiste i detenuti e ha un ufficio all’interno della struttura carceraria. Gentile e comprensivo, ha già avuto diversi contatti con Leone e si dice molto toccato dalla situazione. Di tasca propria ha inviato duecento euro alla madre di Riccardo, un aiuto prezioso.

Però, chi si occupa delle attività esterne a favore dei detenuti è un apposito ufficio ACLI di Alessandria. Il dottor Amico,  assicura che si farà carico di ottenere i documenti necessari, ma spiega le oggettive difficoltà in cui la sua associazione si dibatte. Sono in pochi e devono assolvere le necessità di centinaia di detenuti.

Sono ormai quattordici mesi che Leone non vede suo figlio. E’ davvero possibile che non si possa assistere un bimbo che versa in gravi difficoltà ed è italiano nei fatti, anche se non lo è ancora per la burocrazia?

A sinistra, il ristorante "La Follia" presso cui Leone lavorava al momento dell'arresto
A sinistra, il ristorante “La Follia” presso cui Leone lavorava al momento dell’arresto

“Insomma il torto di mio figlio è di avere un padre italiano? si chiede Leone –  Tutta la bontà che lo Stato può permettersi è esclusivamente riservata agli extracomunitari. Io non ho nulla contro di loro, ma la discriminazione a danno di un bimbo italiano è davvero inaccettabile. E’ quest’assurdo atteggiamento del nostro governo che fa crescere il razzismo”.

il quartier generale del CID (Criminal Investigation Department) da cui è partito l'ordine d'arresto di Leone
Sede del CID (Criminal Investigation Department) da cui è partito l’ordine d’arresto di Leone

Lo lascio sfogare. Io tra poco sarò fuori. Salirò in auto e me ne andrò a casa. Lui, invece, dovrà restare lì ancora per molti anni, con uno stiletto piantato nel cuore al pensiero del figlio che, suo malgrado, ha dovuto abbandonare.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
Twitter_bird_logo @FrancoKrnos1