La decima epidemia di ebola ha colpito la Repubblica Democratica del Congo, questa volta il temibile virus si è presentato nell’est del Paese, nel Nord-Kivu, dove sono già stati registrati ben ventisei casi. E solo una settimana fa Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva dichiarato il Paese “ebola free”. Questo focolaio era esploso nel nord-ovest della ex colonia Belga.
Nuova epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo
Il ministro della Sanità, Oly Ilunga Kalenga, ha confermato la nuova epidemia, sottolineando che venti persone sarebbero già decedute nella zona di Mangina, nel territoio di Beni, vicino al confine con l’Uganda e al momento attuale non ci sono indicazioni che il nuovo focolaio sia in qualche modo collegato al precedente, le due aree distano oltre duemilacinquecento chilometri l’una dall’altra.
Sei campioni di sangue, prelevati a pazienti ricoverati in ospedale con i sintomi della febbre emorragica, sono stati analizzati da Institut National de Recherche Biomédicale (INRB) di Kinshasa, la capitale del Paese e quattro di essi sono risultati positivi al test dell’ebola.
Il ministero della Sanità di Kinshasa invierà già oggi un primo team di dodici operatori sanitari specializzati nella cura del micidiale virus.
Filovirus ebola
E’ la decima volta che questa malattia si ripresenta nel Congo-K dal 1976. La prima epidemia di ebola è infatti scoppiata il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire e ora RDC. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976. I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella Valle dell’Ebola, furono 280.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 1 agosto 2018
L’annuncio della vincita di Emmerson Mnangagwa è arrivato dalla ZBC, la televisone di stato dell’ex colonia britannica, nel tardo pomeriggio.
Lo ZANU-PF di Mnangagwa ha ottenuto 144 seggi su 210 mentre il maggior partito di opposizione, MDC Alliance di Nelson Chamisa ne ha avuti 61. Dato significativo è che il partito del presidente nella capitale, Harare, non abbia preso nessun seggio mentre Chamisa ne ha avuti ben 26.
“In questo momento cruciale, invito tutti a evitare dichiarazioni provocatorie. Dobbiamo tutti dimostrare pazienza e maturità e fare in modo che il nostro popolo sia al sicuro. Ora è il tempo per la responsabilità e, soprattutto, della pace”.
Tweet del neo presidente Emmerson Mnangagwa
Con un tweet il neo presidente, ha cercato di tenere ferma la piazza degli oppositori di Chamisa che accusano lo ZANU-PF di avergli rubato i voti. Un copione comune in Africa (e non solo) in tutti i turni elettorali.
La notizia che allo ZANU-PF erano andati 109 seggi sui 210 era stata pubblicata stamattina da The Herald, quotidiano di Stato, confermando così la continuazione del mandato a Emmerson Mnangagwa.
Zimbabwe, ferito durante le proteste post elettorali
Un po’ troppo presto forse, cosa che l’opposizione non ha digerito ed è scesa in piazza per protestare davanti alla sede della ZEC, Commissione elettorale dello Zimbabwe, e di fronte alla sede dello ZANU-PF, il partito al potere da 38 anni.
Secondo testimonianze dalla BBC, nella capitale Harare, camion militari hanno disperso la folla con cannoni ad acqua, gli agenti hanno sparato lacrimogeni mentre mezzi blindati pattugliano la città e un elicottero militare volteggia nel cielo della capitale. Nei disordini della capitale un uomo è stato ucciso, colpito allo stomaco da un proiettile. L’esercito utilizza proiettili veri.
Il corrispondente dell’emittente britannica racconta che sono stati visti militari a piedi a caccia di persone che hanno distrutto l’attrezzatura fotografica di un giornalista mentre a poca distanza di sentivano colpi d’arma da fuoco.
Critiche sulle elezioni arrivano dagli osservatori degli Stati Uniti che denunciano lo ZEC di essere di parte. Nella prima relazione dicono che la Commissione elettorale ha rifiutato la richiesta dell’opposizione di controllare la qualità dell’inchiostro indelebile con cui vengono tinte le dita degli elettori per evitare il doppio voto.
Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dello Zimbabwe
Intanto Emmerson il Coccodrillo (soprannome conquistato durante la lotta di liberazione) si è ripreso la presidenza con i due terzi dei seggi in parlamento. Con questa maggioranza ha fermato la scalata dei quarantenni che hanno cercato di rottamare la vecchia classe dirigente. Ora Mnangagwa ha ben saldo il Paese con il controllo delle Forze armate e del Partito. Difficilmente verrà spodestato.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 1° agosto 2018
Lunedì scorso i comoriani sono stati chiamati alle urne per un referendum costituzionale che permette a Azali Assoumani, attuale presidente e ex golpista a ripresentarsi per un secondo mandato consecutivo L’opposizione aveva chiesto ai cittadini di boicottare il voto.
Secondo il ministro degli Interni comorano, Mohamed Daoudou, il referendum è stato approvato con il 92,74 per cento e il “sì” è destinato a dare ampi poteri al presidente. La partecipazione dei trecentomila iscritti alle liste elettorali è stata del sessantatré per cento.
Manifestazione contro il referendum alle Comore
Nella capitale Moroni le operazioni di voto sono iniziate con oltre due ore di ritardo per mancanza del materiale elettorale e sempre nella capitale, due seggi dello stesso quartiere sono stati attaccati da un gruppo di persone armate di spranghe di ferro e machete. Un poliziotto è stato gravemente ferito.
Assoumani è diventato presidente nel 1999 dopo aver condotto un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002. A maggio dello stesso anno vince le elezioni e rimane alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo riesce nuovamente a farsi rieleggere.
Azali Assoumani
La riforma costituzionale prevede l’abolizione della carica del vice presidente e della Corte costituzionale, la più alta istanza giudiziaria del Paese e infine, con questo referendum, se approvato, sara soppressa una clausola costituzionale che riguarda la laicità e l’islam diventerebbe così la religione di Stato, inoltre permette al presidente di candidarsi per altri due mandati.
Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha espresso la sua preoccupazione per le restrizioni delle libertà civili e dei diritti democratici nelle Comore e ha chiesto al governo di Moroni di rispettare lo Stato di diritto e i diritti umani.
In virtù della Costituzione (prima del referendum) il potere si alternava ogni cinque anni tra le tre isole principali – Grandi Comore, Mohéli e Anjouan-, un sistema adottato per dare stabilità a questo Stato insulare, che in passato è stato soggetto di parecchi colpi di Stato.
La Repubblica Federale islamica delle isole delle Comore è uno Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano. E’ composto da tre isole, Grandi Comore, Mohéli e Anjouan, che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.
La stabilità politica delle Comore è fragile. Dal giorno dell’indipendenza ad oggi ci sono stati una ventina di tentati colpi di Stato. Il più famoso quello del 1975, poche settimane dopo l’indipendenza. I golpisti, che rovesciarono il presidente Ahmed Abdallah, erano assistiti dai mercenari guidati dal colonnello francese Bob Denard. Dal 1997 al 2001 le isole Mohéli e Anjouan si erano separate dalla Grande Comore, dove si trova anche la capitale Moroni. Solo grazie all’intervento della comunità internazionale e alla promessa di una nuova costituzione che garantisse larga autonomia, le tre isole si sono ricongiunte in una confederazione.
Gli abitanti vivono in un paradiso terreste ma sono tra i più poveri del mondo. L’economia si basa sull’esportazione di chiodi di garofano, vaniglia e qualche altra spezia profumata. Nell’arcipelago si sopravvive grazie alle rimesse di parenti e amici che lavorano in Francia o in Mozambico. E sono molti i comorani che cercano di raggiungere Mayotte, in cerca di una vita migliore, rischiando la propria vita. Morti non solo nel Mediterraneo, ma anche qui, nel Canale di Mozambico. Morti dimenticate da tutti.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 31 luglio 2018
La notte scorsa due giornalisti russi e uno di nazionalità ucraina sono stati brutalmente ammazzati da un gruppo di uomini armati nella Repubblica Centrafricana, dove si consuma una sanguinosa guerra civile nel quasi totale silenzio del mondo.
La notizia è stata resa nota Henri Depele, sindaco di Sibout, situata a poco più di un centinaio di chilometri dalla capitale Bangui. L’autista dei tre giornalisti è sopravvissuto all’imboscata e ha riferito che la vettura è stata attaccata a ventitre chilometri da Sibout. I giornalisti sono morti sul colpo. Albert Yaloke Mokpeme, portavoce della presidenza, ha fatto sapere che tre uomini, verosimilmente europei, sono stati ritrovati dalle forze dell’ordine. Il portavoce ha sottolineato che la loro nazionalità e professione risultano sconosciuti. Ma una fonte della polizia, che non ha voluto rivelare la sua identità per motivi di sicurezza, ha rivelato che sono stati ritrovati tessere identificativi rilasciati dalla stampa russa e uno dei giornalisti morti aveva con sè un biglietto aereo Mosca – Casablanca – Bangui.
Tre giornalisti uccisi in Centrafrica
I tre giornalisti, molto conosciuti nel loro Paese, Aleksandr Rastorguev Orkhan Dzhemal e Kirill Radchenko, si trovavano a Sibout per realizzare un servizio inchiesta sugli istruttori russi e la società militare privata Wagner nella Repubblica Centrafricana.
Dall’inizio dell’anno Faustin-Achange Touadéra , presidente del CAR e Vladimir Putin hanno iniziato una stretta collaborazione. Mosca potrà godere di licenze per lo sfruttamento minerario, in cambio metterà a disposizione equipaggiamento industriale, materiale per l’agricoltura e altro. Insomma, anche il Cremlino, come molti altri Paesi, è solamente interessato alle ricchezze del sottosuolo del Centrafrica e, quando serve, come in questo caso, non esita chiedere appoggio all’ONU, che ha concesso al Cremlino una parziale abolizione sull’embargo delle armi – embargo che era stato imposto alla Repubblica Centrafricana dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con risoluzione numero 2399 (2018).
La crisi della Repubblica Centrafricana comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (in maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Minusca, i caschi blu dell’UNU in Centrafrica
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MUNISCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.
Ancora oggi oltre ottocentocinquantamila persone non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie case: 383.000 sono sfollati, mentre 468.000 hanno cercato rifugio nel Ciad, nel Congo-K, nel Congo Brazzaville e nel Camerun, che ha accolto oltre la metà dei cittadini centrafricani in cerca di protezione. Secondo l’UNICEF, il quarantuno per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica e si stima che dal 2013 ad oggi tra sei e diecimila minori siano stati reclutati dai vari gruppi armati come bambini-soldato.
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 27 luglio 2018
E’ cominciata da qualche giorno la collaborazione tra il Fatto Quotidiano e il quotidiano online Africa ExPress (www.africa-express.info). In realtà il rapporto di cooperazione è iniziato in sordina alcuni mesi fa ma ora prende corpo ufficialmente questo comune spazio virtuale. Africa ExPress tratta, da più di un lustro, i problemi del continente nel quale lavoro come giornalista ormai da oltre venticinque anni, prima come inviato del Corriere della Sera, e poi come direttore di Africa ExPress. La fotografia qui sotto è stata scattata a Monrovia, capitale della Liberia, durante la sanguinosa guerra del 2003, dal collega giapponese Nakano Tomoaki, un amico e collega, con il quale ho condiviso viaggi e avventure giornalistiche in tantissimi Paesi africani. Nakano ha visitato tutti i Paesi africani e ha messo le sue fotografia a disposizione di Africa ExPress.
Dietro quell’auto del Corriere della Sera (la testata per la quale lavoravo fino a pochi anni fa) un gruppo di giornalisti, venuti da tutto il mondo, riuscì a passare il ponte che divideva il fronte della guerra: da un lato le truppe governative, dall’altro quelle in mano ai feroci miliziani ribelli. Fu l’unico momento di tregua, imposta dai giornalisti, che permise ai reporter di andare a parlare con i guerriglieri.
L’Africa, con i suoi spazi immensi, le luci e i colori teneri ma sfavillanti, le sue contraddizioni esasperate, i suoi odori forti, i contrasti tra la povertà della vita e la ricchezza interiore della gente (ma anche quella, ahimè, opulenta delle élite dominanti) è perfetta per ospitare dialoghi, polemiche, confronti e discussioni.
In questo spazio accoglieremo opinioni e, soprattutto, notizie. L’Africa è un continente un po’ dimenticato dai media “tradizionali”, di carta, per intenderci, se si escludono ovviamente le tematiche correlate ai problemi dei flussi migratori. Questa è forse la più grande rivoluzione di internet: dare e fare circolare le notizie, permettere a chi lo desidera di trovare e mediare le informazioni perché possa farsi un’opinione. Stando però molto attenti a non fiancheggiare o diffondere e avallare fake news.
Ilaria Alpi con l’autista Ali e il suo cameraman Alberto Calvi. Si riconosce, po’ coperta da Calvi, Ingrid Formanek della CNN (foto di Cristiano Laruffa)
Abbiamo scelto il nome di Africa ExPress per auspicare, con un gioco di parole, un’accelerazione del continente (come un treno) verso traguardi migliori, da raggiungere anche con l’aiuto della stampa, press in inglese. Ma uno spazio come questo può funzionare solo se ha l’apporto anche dei suoi visitatori.
Per anni per ogni articolo pubblicato abbiamo ricevuto lettere cartacee (tanto tempo fa…) e poi email (con l’avvento di internet) dai lettori: commenti, apprezzamenti, rimproveri e qualche volta anche insulti. Ci aspettiamo che ora continuiate a scriverci e riversiate in questo spazio le informazioni in vostro possesso.
Massimo Alberizzi e il leader storico degli islamisti sudanesi, Hassan Al Turabi
In Africa poi vivono tantissimi italiani. A loro chiediamo sostegno e collaborazione. E di raccontare la verità, pacatamente ma con determinazione, e soprattutto senza paura di intimidazioni. La difesa dei diritti umani è prioritaria ma purtroppo in Africa la loro violazione da parte dei governi, spesso dittature mascherate da democrazie, ma anche da parte di gruppi ribelli che si presentano come fautori della libertà – è quotidiana. Dobbiamo andare oltre la paura, e l’omertà, certi che solo l’informazione e la diffusione di notizie vere e di prima mano porteranno a un nuovo Illuminismo.
Il fotografo giapponese Nakano Tomoaki fotografato da Massimo Alberizzi all’ospedale Lacor a Gulu, in Uganda, durante la terribile epidemia di ebola del 2000
Sfruttamento smodato delle risorse naturali, traffico d’armi, migrazioni, l’invasione cinese con tutti i problemi correlati, carestie, guerre spesso nemmeno conosciute in Occidente, corruzione sfrenata. Questi alcuni dei problemi che affliggono l’Africa. Questi saranno i problemi che affronteremo, i contenuti che vi offriremo, con le nostre analisi, e azzarderemo anche le nostre ipotesi di soluzione.
Massimo Alberizzi e Ellen Johnson Sirleaf nel momento in cui ha appreso di essere stata eletta per la prima volta presidente della Liberia (foto Nakano Tomoaki)
Ci sono persone che ci sono state molto vicine in questi anni di avventure africane e ci sono ancora vicine. Colleghe e colleghi, italiani e stranieri, e stringer (informatori, ndr)locali, ma non solo. Ora sono arrivati giovani con tanta voglia di indagare, informarsi, di divulgare informazioni. Ben vengano. Ai giovani non si può solo insegnare, da loro bisogna anche imparare. A tutti chiederemo che ci aiutino, anche con i loro commenti e le loro opinioni.
Il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, e Laurent Nkunda, il capo dei ribelli che imperversavano nel Congo-K orientale (foto di Nakano Tomoaki)
La spinta ispiratrice di questo spazio si racchiude in questa frase illuminante di Nelson Mandela, uno degli uomini più grandi del secolo scorso: “L’istruzione – scriveva l’illustre padre della patria sudafricano – è il grande motore dello sviluppo personale. E’ grazie all’istruzione che la figlia di un contadino può diventare medico, il figlio di un minatore il capo miniera o un bambino nato in una famiglia povera il presidente di una grande nazione”. Quando ha pronunciato queste parole Mandela non sapeva che Barak Obama, il cui padre veniva dal Kenya, sarebbe diventato il leader degli Stati Uniti d’America.
Cercheremo di mantenere tutto nella nostra lingua, ma non ce ne vorrete se dovremo talvolta usare il francese o l’inglese.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 30 luglio 2018
Oltre cinque milioni di cittadini zimbabwiani dall’alba in coda per scegliere tra 134 partiti e 23 candidati alla presidenza della Repubblica. Quelle del 30 luglio 2018 sono le prime elezioni dalla destituzione del presidente-dittatore Robert Mugabe. Oltre al capo dello Stato, verranno eletti i parlamentari e i rappresentanti locali.
Zimbabwe, code ai seggi per le elezioni 2018
La vera sfida, tra le miriadi di partitini e movimenti del firmamento politico dell’ex colonia britannica, è tra lo ZANU-PF, partito al potere dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1980, e il Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC), il maggiore partito di opposizione.
Le elezioni che forse porteranno il cambiamento arrivano dopo 37 anni di governo ininterrotto di Mugabe durato fino allo scorso 17 novembre quando il dittatore 94enne è stato esautorato delle Forze armate con un colpo di stato “soft”, senza spargimento di sangue.
Al suo posto si è insediato, fino ad oggi, l’ex vice presidente Emmerson Mnangagwa “il Coccodrillo” soprannome guadagnato durante la lotta di liberazione. Il Coccodrillo è stato accolto dalla popolazione come colui che era riuscito a mandare a casa Mugabe e soprattutto l’ex first lady, conosciuta come “Gucci Grace”, per la sua capacità di spendere tutto il denaro possibile per uso personale.
Manifesto elettorale dello ZANU-PF
Mnangagwe da neo presidente ha subito lanciato un piano di lotta alla corruzione, ha proposto la riabilitazione dei farmer bianchi per risollevare l’agricoltura in frantumi e ha chiesto la riammissione al Commonwealth da cui lo Zimbabwe era stato espulso nel 2003 per brogli elettorali e mancato rispetto dei diritti umani.
Molti oggi si chiedono se il vantaggio accumulato da Emmerson Mnangagwa, visto come una sorta di salvatore della patria dopo l’era Mugabe, sia sufficiente a vincere le elezioni e mantenere la presidenza.
A febbraio di quest’anno c’è stato il decesso di Morgan Tsvangirai, leader del MDC, in apparenza un vantaggio per il 75enne veterano della lotta di liberazione che deve però fare i conti con Nelson Chamisa, avvocato e pastore protestante 40enne, neo presidente del MDC.
Pochi giorni prima dell’apertura dei seggi i sondaggi davano solo tre punti di vantaggio per Mnangagwa su Chamisa e l’atmosfera, a differenza delle passate elezioni dell’era Mugabe, pare tranquilla.
Manifesto elettorale di Nelson Chamisa
L’attuale presidente però non dorme sonni tranquilli. All’interno dell’ ZANU-PF esiste una forte opposizione alla classe politica dei veterani, formata dai giovani del partito chiamati G40, quarantenni che hanno scelto come leader l’ex first lady Grace Mugabe.
Saranno i quarantenni a rottamare la vecchia classe dirigente che ha creato lo Zimbabwe? Tra alti livelli di disoccupazione, economia a pezzi, sanità allo sbando (sono stati licenziati 15mila infermieri), avranno comunque un compito arduo.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 30 luglio 2018
Secondo Cécile Kyenge, capo della Missione degli Osservatori dell’Unione Europea (MOUE), la maggior parte dei 23 041 seggi elettorali sparsi su tutto il territorio del Mali hanno aperto i battenti, come previsto, alle 08.00 di ieri mattina, per permettere agli otto milioni di maliani aventi diritto al voto di eleggere il nuovo presidente della ex colonia francese. Secondo i media maliani l’affluenza alle urne non è stata molto elevata.
Gli elettori hanno scelto il nuovo leader tra ben ventiquattro candidati. Dieci di loro avevano già partecipato alla tornata elettorale del 2013. Ibrahim Boubacar Keïta, il presidente uscente, è il candidato del partito Rassemblement pour le Mali (RPM), mentre il leader dell’opposizione al parlamento, Soumaïla Cissé, è il candidato del suo partito, l’Union pour la République et la Démocratie e della piattaforma Ensemble, restaurons l’espoir. I primi risultati saranno resi noti fra quarantotto ore.
Per essere eletto, serve la maggioranza assoluta dei voti. Se nessuno degli aspiranti dovesse raggiungerla, si passa al ballottaggio, che, se necessario, è stato previsto per il 12 agosto. In base alla legge elettorale, le proclamazioni provvisorie dovranno avvenire entro cinque giorni dopo la data delle elezioni. In questo caso non oltre il 3 agosto. Solo allora i candidati potranno inoltrare ricorsi per eventuali irregolarità alla Corte Costituzionale, incaricata di proclamare i risultati definitivi.
Seggio elettorale in Mali
Se a Bamako, la capitale del Mali, la tornata elettorale si è svolta serenamente, alcuni problemi si sono verificati in altre parti del Paese, malgrado l’importante spiegamento di forze dell’ordine; trentamila tra militari maliani e stranieri, secondo un comunicato rilasciato dal ministero per la Sicurezza Interna.
A Kidal, nel nord, sono stati lanciati dieci colpi di mortaio, uno di questi nelle immediate vicinanze di un seggio elettorale. Nessun ferito, ma le operazioni di voto sono state sospese, come ha riferito Olivier Salgado, portavoce della Missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA). Finora nessuno ha rivendicato questo fatto.
Mentre a Aguelhok, nel nord est, alcuni proiettili sono stati sparati nel campio di MINUSMA, ma nessun ferito o danni materiali. Nella regione di Timbuktu sono state rubate diciasette urne la notte scorsa, di conseguenza i seggi elettorali di quattro centri sono rimasti chiusi.
A Mopti, nel centro, si sono verificati diversi attacchi: un presidente di seggio è stato aggredito, a Fatoma, sempre nel circondario di Mopti, il matriale elettorale è stato bruciato la notte precedente al voto. Mentre a Gandamia, nella zona di Douentza, sono stati attaccati alcuni scrutinatori.
Spari contro un seggio elettorale, Mali
Con la salita al potere di Keïta dopo le elezioni del 2013, era nata una nuova speranza di pace in tutto il Paese. L’intervento delle truppe francesi dell’operazione Serval per arginare il pericolo dei jihadisti e il dialogo con i gruppi armati del nord, lasciavano intravedere spiragli di luce. Ora, cinque anni più tardi, malgrado siano stati messo in campo decine di migliaia di caschi blu, una nuova forza regionale, Force G5 Sahel , centinaia di milioni di euro di aiuti finanziari da parte della comunità internazionale, e la firma del trattato di pace, che non è mai stato completamente attuato, l’insicurezza nel Paese è ancora una costante. Basti pensare che quasi trecento civili hanno perso la vita da gennaio ad oggi in vari scontri e attacchi, specie nel centro e nel nord e la gente non crede più nella politica, sono ben pochi quelli che si aspettano un miracolo con queste elezioni.
Il presidente uscente maliano Ibrahim Boubacar Keita
Il clima in tutto il Mali è quindi molto teso, specie dopo la diffusione di un video, nel quale Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano, ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali e oggi a capo di un raggruppamento “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, minaccia direttamente il processo elettorale. “Queste elezioni non sono altro che il proseguimento di un miraggio e i nostri popoli non raccoglieranno nient’altro che illusioni, come d’abitudine”, ha sentenziato Iyad.
Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono però ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali.
La Francia ha lanciato dapprima l’operazione “Serval” nel solo Mali, poi, per contrastare il terrorismo in tutto il Sahel, nel 2014 è stata sostituita dalla missione Barkhane, con base a N’Djamena, la capitale del Ciad. Barkhane conta quasi quattromila militari; in Mali sono stanziati millesettecento uomini, per lo più a Gao. Altri militari francesi si trovano a Kidal e a Tessalit, nel nord-est del Paese.
La situazione sta degenerando, specie nella zona dei tre confini (Mali,Niger,Burkina Faso), dove dovrebbe intervenire proprio la nuova forza tutta africana, il G5 Sahel, che comprende truppe mauritane, nigerine, maliane, burkinabé e ciadiane. Il 29 giugno si è verificato il primo attentato al quartier generale del contingenrte tutto africano Force G5 Sahel situato a Sévaré, nel centro del Paese. Il bilancio è di cinque morti, compresi di due kamikaze, che hanno fatto esplodere un’autobomba. Un portavoce del raggruppamento terrorista ha rivendicato l’assalto con una telefonata alla radio privata mauritana Al-Akhbar, emittente che già in passato ha ricevuto e diffuso le comunicazioni dei jihadisti.
Speciale per Africa ExPress Costantino Muscau
Milano, 29 luglio 2018
Sa il parlamentare ghanese John Osei Frimpong che a Piacenza i pompini sono una cosa seria? E’ al corrente il deputato africano, classe 1971, vedovo e padre di tre figli, che in tempo di crisi, qualche anno fa, nella città emiliana molti si sono messi infila per riempire borracce, bere con la bocca attaccata al ferro, hanno portato i cani a dissetarsi e i bambini sporchi di gelato a lavarsi la bocca e le mani? Già perché a Piacenza si chiamano così le fontanelle.
Certo, venerdì scorso il politico del partito di maggioranza di Accra quando nell’assemblea nazionale si è rivolto al ministro dell’Energia, Boakye Agyarko, voleva parlare di elettricità. Del perché ci siano tante interruzioni di energia, anzi del perché nella sua circoscrizione di corrente elettrica non ne arrivi proprio. Ma, acqua o luce, l’effetto sarebbe stato lo stesso: potenti sghignazzi, scompiscio di risate (lo direbbe anche Totò).
“Nomina sunt consequenzia rerum”, scrisse Giustiniano (i nomi sono conseguenti alle cose). O, se si vuole, “Nomen omen”, ovvero il nome è un presagio. Il latinorum vale anche nel parlamento del Ghana.
Risata dei parlamentari ghanesi in aula
Eh sì, perché l’onorevole Osei (anche qui “un nome un destino”, direbbero in qualche parte d’Italia) non poteva certo cambiare il nome dei 10 villaggi della sua circoscrizione (Aberim) ancora al buio che ha snocciolato. Alcuni dal significato inequivocabile: “Vagina saggia”, “Pene stupido”, “Testicoli tristi”!
Di fronte a questi riferimenti agli organi genitali, tradotti dalla lingua Twi, anche la Cassazione italiana avrebbe avuto ben poco da ridire. In una sentenza di tanti anni fa (1984) emanando una sorta di decalogo, sui limiti del diritto di cronaca i giudici invitarono i giornalisti a evitare “sapienti sottintesi” o “ accostamenti suggestionanti”. Pare proprio che il deputato Osei avesse poco da sottintendere, o da fare accostamenti maliziosi.
E infatti lo stesso onorevole si è sentito in dovere di chiarire: “Potete sorprendervi che tutti questi nomi riferentisi alla sessualità esistano nel nostro Paese, ma i nomi questi sono”.
Secondo Thomas Naadi della BBC, che ha dato la notizia, l’origine di questi nomi risale ai primi coloni con riferimento agli abitudini degli abitanti delle comunità.
D’altra parte se a Piacenza le fontanelle le chiamano “pompini” e a Milano “vedovelle” che si fa?
In lingua Twi, parlata nel Ghana da circa sette milioni di persone, soprattutto di etnia Akan,“Vagina saggia” si dice “Etwe nim Nyansa”, “Pene stupido” “Kote ye Aboa” e “Testicoli tristi” “Shua ye Morbor”. Tanti ghanesi probabilmente neppure sapevano dell’esistenza di questi villaggi e dei loro nomi. Ma i parlamentari evidentemente conoscono il Twi se sono esplosi nelle più grasse risate, al punto che la loro ilarità sembrava irrefrenabile, incontenibile, irresistibile e il video mentre si tengono la pancia ha fatto il giro del mondo.
Per aggiungere comicità (boccacesca) a comicità, la risposta del ministro dell’Energia, nell’assicurare il suo impegno a collegare questi “oscuri” villaggi alla rete elettrica nazionale” è stata: “La fornitura di energia elettrica potrebbe interferire con le attività notturne dei residenti”. Il Ghana in Africa è lanazione più “illuminata”: l’80% della popolazione ha accesso all’energia elettrica e – secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale – rappresenta un faro in Africa in quanto ha quasi il doppio del tasso medio continentale.
Tuttavia le interruzioni della corrente sono all’ordine del giorno e della notte. Con conseguenze tragicomiche. La stessa BBC, 3 anni fa, pubblicò un articolo sulle 8 sorprendenti conseguenze dei continui blackout. Esse vanno dal continuo snervante rumore dei generatori, a un soprannome affibbiato al presidente John Mahma chaimato Dum-sor (acceso e spento) a quella più ovvia quando non funziona la tv…”Quando la tv è spenta e non c’è calcio da guardare sono ridiventata attraente per mio marito”!
Speciale per Africa ExPress Alessandra Panunzio Milano, 29 luglio 2018
Domenica, Brazzaville, Repubblica del Congo. Nelle strade polverose e dissestate della capitale dell’ex colonia francese tutti i fine settimana prende vita uno dei più eccentrici happening di moda e costume. Smessi i panni abituali di operai, scaricatori, ambulanti, taxisti, i sapeurs – questo è il nome degli aderenti al movimento della Sape, Société des Ambianceurs et des Personnes Elégantes – trasformano radicalmente il loro look e scendono in strada per il défilé, abbigliati di tutto punto in una originale reinterpretazione dell’eleganza occidentale.
La Sape è il trionfo dell’ostentazione: marchi, colori, abbinamenti, ogni dettaglio è combinato ad effetto per creare stupore ed ammirazione. Un tripudio di accessori – pochette, bastoni da passeggio, cilindri, bretelle, scarpe bicolori – a contorno di abiti ricercati, gilet, redingote, persino kilt. Il tutto portato con la disinvoltura e la fierezza di chi, attraverso l’abbigliamento, esprime orgoglio e consapevolezza di sé. La ricerca ossessiva dell’eleganza e di uno stile unico diventa ricerca di identità, segno distintivo, espressione personale.
Il sapeur congolese è un dandy dei nostri giorni, un’icona di stile e di eleganza fedele ai rigidi canoni dettati dalla Sape. L’abbigliamento ricercato e il saper vestire assumono un significato sociale quasi rivoluzionario, strumenti di riscatto dalla povertà e dall’anonimato, un modo per affermare il valore della persona al di là e al di sopra di una condizione socio-economica svantaggiata.
La Sape ha i connotati di un movimento di sottocultura urbana, con una propria scala di valori, un codice etico (violenza ed aggressività sono bandite dal comportamento del vero sapeur), una precisa gerarchia – che porta fino al grado di grand sapeur, una sorta di gran maestro dello stile. Secondo le parole dei suoi adepti, la Sape è una filosofia di vita all’insegna della joie de vivre e del savoir faire, carica di significati socio-politico-culturali più o meno dichiarati.
Il movimento affonda le sue radici nella prima parte del XX secolo, quando a Brazzaville, città capitale della colonia francese del Congo, i vestiti usati dei padroni colonialisti erano merce di scambio e di compenso per le prestazioni di servitori e lavoratori, i quali cominciarono presto ad identificare l’adozione del modello stilistico ed estetico occidentale con un segno evidente di emancipazione, una dimostrazione di acculturazione. Al contempo, i privilegiati congolesi che in quegli anni potevano permettersi il lusso di raggiungere la Francia, ne facevano ritorno portando orgogliosamente con sé i must dello stile occidentale.
Dopo periodi di alterne fortune, la Sape riemerge con nuovo vigore negli anni ‘60, quando, in concomitanza con l’indipendenza del Congo, prende avvio la diaspora da parte degli africani verso i paesi dell’Europa occidentale alla ricerca di opportunità che il nuovo assetto socio-politico non riesce a garantire. Ed è così che dalla Francia soprattutto, fonte indiscussa di ispirazione culturale e stilistica per gli emigrati congolesi, vanno e vengono i nuovi dandy, ed insieme a loro grandi quantità di capi d’abbigliamento che contribuiscono ad alimentare le eccentriche scorte degli armadi dei sapeurs di Brazzaville.
Dopo gli anni ‘70 e l’omologazione anche estetica imposta dall’uniforme nazionale maschile sotto il regime di Mobutu, arriva la ribellione – non solo stilistica – degli anni ‘80, quando il trionfo planetario di marchi del calibro di Armani, Versace, Jean Paul Gaultier, Yamamoto creano nuovi modelli di riferimento per i cultori congolesi del glamour. Il cantante-icona Papa Wemba contribuisce sostanzialmente alla consacrazione del movimento.
I capi più ambiti hanno costi esorbitanti per il mercato locale; spesso i sapeurs, oltre ad impegnare fortune in vestiti di marca, ricorrono allo scambio ed al noleggio, pur di rispettare la regola che impone frequenti cambi ed alternanze d’abito. Se l’originale è inaccessibile, l’imitazione è ammessa; in fin dei conti il valore non sta nell’abito in sé, ma nell’uomo che lo indossa.
Ed è proprio in questi giorni che il movimento incassa una sorta di legittimazione internazionale grazie al recente spot pubblicitario della Guinness, opera del regista spagnolo Héctor Mediavilla, dove la ricostruzione di un locale-club popolato da elegantissimi ed eccentrici sapeurs fa da sfondo al nuovo commercial della birra irlandese.
Per una volta la citazione del continente africano non suscita la consueta onda di commiserazione e di pietà, ma al contrario evoca uno dei suoi più fervidi lati creativi ed impartisce un’inattesa lezione di life style, diventando fonte di ispirazione per il marketing globalizzato. Potere della Sape.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu sant’Elena, 28 luglio 2018
Quarantamila dollari per ciascun parlamentare del Sud Sudan per l’acquisto di una macchina: il regalo del presidente Salva Kiir ai membri delle due Camere, dopo aver approvato la modifica della Costituzione, permettendo in questo modo l’estensione del suo mandato, quello del vice presidente e di tutti gli onorevoli fino al 2021. Il mandato del presidente era in scadenza quest’anno, ma a causa della sanguinosa guerra civile che si sta consumando nel Paese dal 2013, Salva Kiir ha sottolineato che la situazione attuale non permette lo svolgimento di libere elezoni. La popolazione non può recarsi alle urne per problemi di sicurezza.
Una somma considerevole, quella che Salva ha regalato ai deputati, supera abbondantemente i dieci milioni di dollari per l’acquisto di veicoli in un Paese dove le strade nemmeno esistono. Eppure il presidente ha giustificato tale spesa perchè i legislatori devono avere la possibiltà di muoversi liberamente. E il portavoce del presidente ha fatto sapere che i parlamentari non possono continuare a spostarsi in moto. Ma vista la condizione delle vie di comunicazione forse sarebbe stato meglio investire quel denaro per rendere praticabile qualcuno degli sterrati.
Una strada nel Sud Sudan durante il periodo delle piogge
Anche Tito Anthony, direttore esecutivo della ONG sud sudanese, Center Peace and Justice’s (CPJ), ha criticato aspramente il finanziamento predisposto dal governo per l’acquisto delle autovettore e ha specificato: “La popolazione è priva dei servizi essenziali come ospedali, scuole, cibo, case”. Anthony ha chiesto a tutti i parlamentari di restituire la somma di denaro messa a disposizione dal governo e ha puntualizzato: “Forse avrebbero dovuto chiedersi la provenienza di queste somme, visto che i dipendenti pubblici non ricevono lo stipendio da oltre cinque mesi”. Infine ha aggiunto: “Ho l’impressione che qui nessuno lavori per il bene del popolo sudanese, tutti pensano solamente a difendere i propri interessi”.
Lo scorso luglio il Sud Sudan celebrava il settimo anniversario di indipendenza. Nel 2011 la sua gente sperava di trovare pace dopo decenni di guerra civile sanguinosa. Speranza e gioia sono presto stati sepolti da un nuovo conflitto interno che si combatte dal dicembre 2013. Una guerra etnica combattuta a colpi di macete e kalashnikov, ma le peggiori armi sono gli stupri e la fame. Da anni si susseguono inconcludenti dialoghi di pace. A fine giugno la capitale etiopica ha ospitato i due protagonisti, Salva Kiir Mayardit e Riek Machar, di questa inutile, lunga, infinita guerra, il cui prezzo viene pagato solamente dalla popolazione ormai allo stremo.
Parlamentari sud sudanesi
Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.
Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Il conflitto ha portato con sé abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili. A farne le spese sono sopratutto donne e bambini. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bimbi soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all’ordine del giorno. E secondo un rapporto di Famine Early Warning Systems Network alcune migliaia di persone sono esposte allo spettro della carestia.
Donna sud sudanese
In questi anni di guerra sono stati barbaramente ammazzati anche 101 operatori umanitari, altri sono stati sequestrati e molte donne sono state stuprate, tra loro anche un’italiana, che con molto coraggio ha reso testimonianza durante il processo a carico di una dozzina di militari dell’esercito sud sudanese.
Riek Marchar e Salva Kiir hanno firmato a Khartoum, la capitale del Sudan, un ennesimo accordo proprio in questi gironi sulla suddivisione dei poteri. Potere e opposizione si sono accordati ripartizione dettagliata dei posti chiave. Un governo di transizione, che resterà in carica per trentasei mesi, sarà composto da trentacinque ministri (venti di loro di Kiir, nove per Machar e i restanti saranno a disposizione degli altri partiti all’opposizione). La nuova Assemblea comprenderà cinquecentocinquanta membri, cui trecentotrentadue del partito al potere, centoventotto del raggruppamento politico di Machar e novanta di altri gruppi. Il ministro degli Esteri sudanese ha promesso che i negoziati continueranno fino alla stesura finale del testo, che potrebbe essere firmato già il prossimo 5 agosto.
Nel frattempo la guerra non cessa. Nel Sud Sudan le violenze proseguono, gli stupri non danno tregua alle povere donne. La fame, le pallottole, armi potenti entrambe, mietono vittime ovunque nel più giovane Paese della terra, dove si continua a morire nell’indifferenza dei suoi politici.
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