Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 9 agosto 2018
Tendai Biti era già in territorio zambiano quando le forze di sicurezza dello Zimbabwe lo hanno trovato. Secondo quando raccontato dalla BBC, trecento cittadini zimbabwiani hanno bloccato i militari del loro Paese.
Tendai Biti durante un comizio
Sono quindi intervenuti funzionari dello Zambia, supportati da parà armati di AK47 che hanno minacciato di arrestare gli ufficiali dello Zimbabwe se avessero eseguito il loro mandato sul suolo zambiano.
Bitiper il momento è in salvo ma non ha ottenuto l’asilo politico che avrebbe voluto. Il suo avvocato ha dichiarato che il leader politico zimbabwiano aveva deciso di lasciare il suo Paese a causa del clima di paura post elettorale.
È accusato di aver anticipato i risultati delle elezioni ufficiali da cui sono partite le proteste. La sua colpa è di aver ha “annunciato illegalmente” che Nelson Chamisa, candidato alla presidenza del suo partito aveva vinto le elezioni presidenziali.
L’intervento delle Forze armate contro i dimostranti, nella capitale Harare, era iniziato con i cannoni ad acqua per terminare con colpi d’arma da fuoco ad altezza d’uomo con pallottole vere.
Una reazione che nessuno si aspettava e definita sproporzionata visto il clima di fiducia e speranza per il cambiamento nelle prime elezioni dopo l’era Mugabe. Alla fine della giornata di scontri tra dimostranti dell’opposizione ed esercito sono stati contati sei morti.
I dati ufficiali della ZEC, la Commissione elettorale dello Zimbabwe, hanno confermato che lo ZANU-PF aveva vinto le elezioni con 144 seggi. I due terzi del parlamento. Il MDC ha invece ottenuto 63 seggi.
L’opposizione ha contestato anche i risultati riferiti ai candidati alla presidenza: Emmerson Mnangagwa ha vinto con il 50,8 per cento mentre lo sfidante Nelson Chamisa del MDC ha ottenuto il 44.35 per cento dei suffragi.
Emmerson Mnangagwa, confermato presidente nella elezioni 2018
La settimana scorsa la polizia aveva arrestato 27 sostenitori del MDC accusati di fomentare la violenza post elettorale. Ieri il magistrato che si occupa del caso ha deciso di rilasciarli dietro pagamento di una cauzione di 50 USD (il dollaro americano è moneta ufficiale dello Zimbabwe).
Tendai Biti è uno dei leader del MDC Alliance, la maggiore unione di opposizione allo ZANU-PF, al governo da 38 anni. Come ministro delle Finanze faceva parte di un governo di unità nazionale formato dopo le contestate elezioni del 2008.
La MDC Alliance ha dichiarato che è stata negata la volontà della gente e ha accusato Mnangagwa di utilizzare le stesse tecniche usate da Mugabe negli ultimi 38 anni.
Ha anche confermato che riguardo alle violenze post elettorali, la polizia sta dando la caccia a nove alti funzionari dell’opposizione. Chissà se, dopo Biti, il prossimo sarà Nelson Chamisa.
Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile
Maratea, 8 agosto 2018
Il Presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, ha annunciato che non si ricandiderà alle elezioni presidenziali previste nel dicembre 2018.
La decisione, decisamente inattesa e che per molti rappresenta un punto di svolta nella vita politica congolese (al netto di ciò che realmente Kabila vorrà fare) e forse chissà anche un segnale di cambiamento, è stato dato dal portavoce del governo Lambert Mende al termine di una riunione tra Kabila e i membri della coalizione di governo: “Il presidente Kabila ha mantenuto la sua promessa”, ha detto Mende. Kabila, che tentennava nel silenzio sull’eventuale corsa per un terzo (incostituzionale) mandato, ha scelto per la successione Emmanuel Shadary Ramazani, segretario permanente del PPRD (Parti du peuple pour la reconstruction et la démocratie), il partito fondato proprio dal giovane Kabila nel 2002.
Le elezioni, in realtà, si sarebbero dovute svolgere già due anni fa, nell’autunno/inverno 2016, ma proprio Kabila aveva deciso di rinviarle “a data da destinarsi” provocando un’ondata di indignazione popolare che non si è mai sopita ed anzi è andata velocemente crescendo. Lo scontro, fisico, ideologico e politico, aveva spinto il presidente uscente a mettersi in aperto contrasto persino con la Chiesa cattolica, che in RDC ha un peso considerevole in termini di influenza.
Joseph Kabila
Il successore di Kabila, Shadary Ramazani, ha 58 anni ed è stato nominato segretario del partito nel febbraio 2018: leale sostenitore di Kabila padre, prima, e Kabila figlio, poi, è nato a Kabambare, nella provincia di Maniema (di cui è stato governatore), è laureato in Scienze Politiche ed amministrazione all’Università di Lubumbashi e dopo una breve esperienza nel settore privato nel 1997 è diventato vice-governatore del Maniema sotto il regime di Kabila padre (Laurent-Désiré, nda), che lo ha nominato governatore nel 1998. Il successore, il figlio Joseph Kabila, ne ha rinnovato la nomina nel 2001 e lo ha poi incluso nel governo.
Come responsabile della polizia e dei servizi si sicurezza è considerato dall’Unione Europea come responsabile degli arresti di attivisti e membri dell’opposizione, dell’uso sproporzionato della forza da parte della polizia. Eventi drammatici come la repressione di Kinshasa del gennaio e del febbraio 2017, la repressione nel Kasai, le violazioni dei diritti umani contro il movimento religioso Bundu dia Kongo sono direttamente riconducibili al suo potere politico e a una sua diretta responsabilità, ragion per cui non può mettere piede nel territorio dell’Unione Europea (rischia l’arresto). In Europa ha inoltre subito il congelamento di beni mobili e immobili in forma di sanzioni economiche proprio per le responsabilità dirette nelle violenze contro i civili congolesi negli ultimi anni.
La nomina di Shadary Ramazani è, nonostante tutto, una sorpresa, come parimenti lo è stata la nomina in Angola di João Lourenço come successore di Eduardo Dos Santos, molto simile nei connotati politici.
Andrea Spinelli Barrile aspinellibarrile@gmail.com twitter @spinellibarrile
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 8 agosto 2018
Con la chiusura dei porti, imposta dal nuovo governo italiano, le morti in mare sono drasticamente aumentate. Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato questa notte, tra giugno e luglio nel Mediterraneo centrale settecentoventuno persone sarebbero annegate mentre tentavano di raggiungere l’Europa, sbarcando sulle coste dell’Italia. Ma non solo: Italia, Malta e Unione Europee sanno bene cosa accade il Libia e sono collusi con le autorità dell’ex colonia italiana.
I dati dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR), pubblicati pochi giorni fa, sono addirittura più elevati: nei mesi di giugno e luglio ottocentocinquanta migranti, avrebbero perso la vita mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo, che sta diventando il “tratto di mare più letale del mondo”. E sempre in base alle informazioni rilasciate dall’UNHCR, nei primi sette mesi dell’anno sessantamila migranti – la metà di quelli dello scorso anno – avrebbero tentato la traversata via mare. Millecinquecento di loro sarebbero morti. La matematica parla chiaro. In particolare in questo tratto di mare durante i mesi di giugno e luglio una persona su trentuno è annegata, contro una su quarantanove dello scorso anno.
Guardia costiera libica con un gruppo di migranti
Ovviamente alla politica i dati dei morti interessa poco. Ci si focalizza sulla diminuzione degli sbarchi e per arginare il flusso migratorio i Paesi europei sono pronti a tutto. Basti pensare che il 6 agosto il governo italiano ha approvato la cessione alla Libia di altre dodici motovedette, dieci ‘Classe 500’ che erano in dotazione alla Guardia Costiera e due unità navali ‘Classe Corrubia’ in uso della della Guardia di Finanza, imbarcazioni di ventisette metri con un’autonomia di navigazione di 36 ore. I natanti si aggiungono a quelli già donati da Roma lo scorso anno dall’allora ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, dopo un addestramento di militari della Guardia costiera libica.
Naufragio di migranti nel Mediterraneo centrale
Tra loro le quattro motovedette di classe “Bigliani” dismesse dalla Guardia di Finanza, consegnate una prima volta ai libici tra il 2009 e il 2010. Considerevolmente danneggiate durante gli scontri del 2011, sono state fatte riparare dell’ex ministro Minniti (costo 2,5 milioni euro) e quindi nel maggio scorso restituite alla Guardia costiera libica.
Matteo de Bellis, ricercatore per asilo e migrazione di Amnesty ha sottolineato nel rapporto come le politiche europee abbiano dato ampi poteri ai libici per quanto concerne i respingimenti, anche grazie alle imbarcazioni in dotazione alla sua guardia costiera. L’obbiettivo è riportare i migranti nei lager, dove sono esposti a nuove torture e violenze di ogni genere.
I centri di detenzione libici sono stracolmi e Amnesty evidenzia nel suo rapporto, come con i respingimenti il numero dei detenuti sia più che duplicato negli ultimi mesi. Si parla ora di oltre diecimila persone trattenute dalle autorità libiche, tra loro anche più di duemila donne e bambini.
Le politiche europee e italiane in particolare stanno impedendo alle Organizzazioni Non Governative le operazioni di ricerca e salvataggio (Search and Rescue, SAR), ormai affidata quasi completamente ai libici. E Bellis, con grande coraggio, evidenzia come l’increscioso aumento delle morti in mare non vengono più considerate una tragedia, ma cinicamente catalogate come “una disgrazia”.
Per arginare i viaggi dei barconi nel canale dei Sicilia, bloccando i migranti direttamente nella ex colonia italiana, igoverni europei sono collusi con le autorità libiche, nonostante le terribili condizioni nei centri di detenzione. Tempo fa rappresentanti della Libia avevano mostrato un elenco con ben duecentocinque nomi di trafficanti nazionali e stranieri, contro i quali sono stati spiccati i relativi mandati d’arresto. Nella lista figurano personaggi importanti, come alti funzionari di ambasciate africane a Tripoli, membri dell’organismo statale libico per la lotta contro la migrazione clandestina, addetti alla sicurezza e responsabili di campi di detenzione per migranti e altre figure di spicco. Gente insospettabile che ha partecipato al vertice di Niamey tenutosi a marzo di quest’anno.
Ma i mandati d’arresto sono serviti a ben poco. Continuano le sparizioni di detenuti, donne e bambini, come è successo nel centro di detenzione di Sharie (o Tarek) al Matar, vicino Tripoli. La loro scomparsa ha innescato una ribellione nel centro, dove si trovano per lo più eritrei. Temono di essere rimpatriati, la loro disperazione si respira ovunque nello stanzone sovraffollato, e, come ha riferito lo stringer di Africa ExPress, “La gente ha paura, non ce la fa più e in molti parlano di suicidio, dopo mesi e mesi di sofferenze indescrivibili”.
Basta con l’esternalizzazione delle frontiere. E’ arrivato il momento di investire in politiche diverse: è necessario rivoluzionare il sistema di totale chiusura, dare un’opportunità a migranti e profughi di raggiungere l’Europa in modo sicuro, senza doversi esporre a rischi indescivibili.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 7 agosto 2018
Che l’antico Impero Celeste abbia in atto un processo d’irreversibile fagocitazione del continente africano e delle sue immense risorse, è ormai un fatto inconfutabile. Questa ben congegnata strategia di conquista -nata e sviluppatosi sotto gli occhi di un mondo quantomeno distratto – si estende oggi dal Mali al Sudafrica; dall’Angola al Mozambico e appare sempre più imponente in termini di opere realizzate, d’investimenti e di profonde influenze culturali e sociali sul continente nero, ormai divenuto l’indifendibile preda cinese.
La basa militare cinese a Gibuti
La Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa, relegando al secondo e terzo posto Unione Europea e Stati Uniti. Questo primato le consente di controllare quasi il 70 per cento dei contratti continentali grazie ad appalti che, anno dopo anno, s’incrementano di un buon 30 per cento, senza mostrare segni di flessione. Angola, Kenya, Sudan, Ciad, Mauritania, Tanzania, Sudafrica, Guinea Equatoriale, Etiopia, Gibuti, Nigeria, Zambia, Zimbabwe, Mozambico, Mali… resta ben poco dell’Africa che non sia ancora caduto sotto l’egemonia cinese.
Il dragone orientale, oggi indossa anche l’uniforme e installa contingenti armati in Mali e a Gibuti dove sembra voler fare lo sberleffo alle forze americane già presenti nel minuscolo ma altamente strategico staterello dell’Africa orientale. Non solo: la Cina sta anche contendendo alla Russia il primato di primo fornitore di armi che foraggiano i conflitti prodotti dall’incontenibile animosità tra le varie etnie politico-tribali del continente. Si tratta di armi di qualità scadente, non molto diverse dalle merci che la Cina, dopo essersi impossessata delle risorse africane, scarica sui suoi sventurati consumatori.
L’impressionante veduta di una delle “Città Fantasma” costruite dai cinesi in Africa
Il più ambizioso (anche se non apertamente dichiarato) progetto cinese resta però quello di ricollocare in Africa i poveri di casa propria che ammontano alla sbalorditiva cifra di 500 milioni. Si tratta di un esercito di derelitti che in patria sono condannati alla fame. Sì, la Cina potente e rampante, che è diventata la seconda economia mondiale dopo gli USA – di cui, tra l’altro, detiene la maggior parte del debito pubblico – è anche al secondo posto (dopo l’India) tra i Paesi più poveri del mondo. Un gigante, quindi, con le gambe d’argilla? Forse, ma stando al suo progetto, potrebbe non esserlo ancora per molto. In Angola – che non a caso è il secondo produttore di petrolio del continente, dopo la Nigeria – stanno nascendo intere “Città Fantasma”. Si tratta di edilizia popolare ma decorosa. Centinaia di complessi residenziali provvisti delle necessarie infrastrutture che serviranno, pur se gradualmente, a ospitare i nuovi colonizzatori cinesi ai quali, la terra d’origine, non offre opportunità.
La seconda potenza economica mondiale, mostra la propria miseria
Di questo stato di cose si è recentemente occupata Ilaria Bifarini, una bocconiana che si definisce oggi “pentita” di esserlo. Nel suo libro “I Coloni dell’Austerity”, edito da Youcanprint, la trentottenne ricercatrice, attribuisce l’invasione cinese dell’Africa alle teorie dei soloni dell’economia occidentale che hanno aperto il mondo al mercato globale e al neoliberismo, cioè alle stesse teorie da lei apprese alla Bocconi e che oggi rinnega. Il libro è ben scritto e altrettanto ben documentato, pur non rinunciando all’eterna autofustigazione per le colpe commesse dal colonialismo che, lei vede proseguire, pur se con metodologie diverse, anche nel presente, ai danni dell’Africa.
Ilaria Bifarini e il suo libro
Si tratta di opinioni per molti versi condivisibili, ma un po’ troppo concentrate sul ritornello delle colpe occidentali per aver assoggettato popoli con la forza e averli quindi sfruttati con l’accaparramento delle loro risorse. Tutto vero, ma se dovessimo proseguire su questa perlustrazione del passato, oltre che a rivelarsi uno sforzo inutile per affrontare i problemi del presente, ci troveremmo a dover recriminare che esistano gli Stati Uniti d’America, il Canada, L’Australia, la Nuova Zelanda e varie nazioni dell’America Latina. Se poi si volesse affondare la ricerca più profondamente nel passato, dovremmo prendercela con i romani, i greci, i turchi, gli assiri, i fenici… e (perché no?) l’intero Piemonte potrebbe anche rivendicare il suo antico titolo di “Gallia Subalpina” e reclamare l’indipendenza da Roma. Per non parlare dell’Alto Adige, dell’Istria e dell’Alsazia Lorena, costrette a essere dominate da governi che non hanno mai voluto né gradito.
Al di là del fatto che le colpe del passato esistono e che alcune di queste sopravvivono tuttora ai danni dei paesi emergenti, non si possono neppure sottacere le oggettive responsabilità delle leadership africane, prime e principali responsabili delle drammatiche condizioni del continente. Su queste responsabilità, invece, la scrittrice mostra di non volersi soffermare. Eppure, dove c’è un corruttore, c’è inevitabilmente, anche un corrotto e spesso, in terra d’Africa, il termine corruzione dovrebbe più propriamente essere sostituito dal termine estorsione, giacché è spesso di questo che si tratta.
Una lucida visione su questo stato di cose, la fornisce anche un’autorevole economista di colore: l’oxfordiana Dambisa Moyo, originaria dello Zambia. Nel suo libro “La Carità che Uccide” edito da Rizzoli, la Moyo attribuisce l’arretratezza dell’Africa ai massicci aiuti finanziari erogati dai paesi industrializzati. Aiuti che ingrassano la classe politica africana e impediscono al continente di raggiungere la necessaria maturità per dedicarsi all’autogestione della propria terra, senza incrementare la dipendenza dai cosiddetti donors che poco si preoccupano della reale emancipazione dell’Africa, ma finalizzano esclusivamente questi interventi ai propri interessi.
Questa è la stessa procedura che sta oggi seguendo la Cina per appropriarsi dell’Africa. Del resto, il successo di questa strategia lo spiega senza esitazioni un illustre africano, Philip Murgor, ex Procuratore Generale del Kenya: “La vostra tecnologia – ha detto ad Africa Express, riferendosi all’Europa – è certamente migliore di quella cinese e i vostri prezzi, almeno per quanto riguarda questo Paese, non sono superiori a quelli da loro praticati.La Cina ottiene i contratti perché un terzo del loro valore lo cede ai politici che hanno il potere di ratificarli, mentre voi, se lo fate, rischiate di finire in galera”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 7 agosto 2018
“L’affaire rinoceronti” mette nell’occhio del ciclone Najib Balala, ministro del Turismo e della fauna selvatica del Kenya. Due rinoceronti neri sono morti durante il viaggio di trasferimento al nuovo habitat o appena arrivati e altri otto per avvelenamento a causa dell’acqua troppo salata rispetto a quelle dei parchi nei quali erano vissuti precedentemente.
Balala però non ha preso bene le critiche dei giornalisti e la conseguente richiesta di dimissioni per morte dei dieci pachidermi. Ha quindi pensato di “mandarli all’inferno”, scusandosi subito dopo e giustificando il suo atteggiamento a causa dello stress.
I rinoceronti – undici dei quattordici provenienti dal Nairobi National Park e dal Lake Nakuru National Park – il 26 giugno scorso erano stati spostati allo Tsavo East National Park.
Ad aggravare la situazione anche l’attacco dei leoni all’undicesimo rinoceronte che non si sa se riuscirà a salvarsi e, visto che spesso le disgrazie arrivano tre alla volta, la ciliegina sulla torta è arrivata la settimana scorsa: i bracconieri hanno ammazzato un altro pachiderma.
Davanti all’episodio di bracconaggio viene il dubbio se i dodici animali siano morti per disattenzione, negligenza o mancanza di professionalità oppure se dietro ci sia la lunga mano del mercato nero dell’avorio.
Sui social è esplosa la polemica e l’opinione pubblica ha subito chiesto di vedere i corni degli animali deceduti. I sospetti riguardano loschi traffici e contrabbando delle preziosissime protuberanze che nei mercati illegali valgono fino a 100 mila dollari al chilo. L’attenzione all’ambiente è assai sviluppata in Kenya, dove è vietatissima qualunque forma di caccia.
Insegna di benvenuto del Tsavo East National Park
Il ministro Balala ha sospeso sei alti funzionari del Kenya Wildlife Service (KWS) ed ha accusato di negligenza i funzionari coinvolti nel trasferimento dei rinoceronti.
L’associazione ambientalista Save the Rhino ricostruisce i fatti spiegando che, dallo studio delle immagini del trasferimento pubblicate dai media, vengono fuori varie irregolarità.
Si vede che gli animali sono stat1 trasportati in casse di metallo troppo grandi per quel tipo di rinoceronte e che le bestie non erano bendate o non avevano le orecchie tappate per un viaggio di sei ore.
Inoltre i pachidermi sono stati sedati con etorfina, oppioide semisintetico che lascia l’animale pienamente consapevole di ciò che gli accade intorno durante tutto il viaggio.
Un itinerario di sei ore in queste condizioni ha sicuramente causato un pesante stress ai rinoceronti. Affaticati e debilitati non sono stati lasciati in osservazione per un periodo che può variare dai 3 ai 10 giorni per verificarne l’adattamento al nuovo habitat. Una brutta bega per il ministro Balala e per il Kenya Wildlife Service.
Il numero dei rinoceronti uccisi dai bracconieri, nel mondo, in cinque anni è aumentato del 5000 per cento. Stime di Save the Rhino, parlano di 5.500 rinoceronti neri (Diceros bicornis) nel mondo che vivono tutti in Africa mentre in Kenya, secondo il WWF, ne sono rimasti 750.
Il contrabbando dei corni riguarda soprattutto la Cina e alcuni Paesi asiatici dove la polvere di corno di rinoceronte – nonostante sia semplice cheratina – viene utilizzata nella medicina tradizionale anche per curare il cancro.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 agosto 2018
Stamattina le forze di sicurezza etiopiche hanno barabaramente ammazzato quattro persone nella regione somala. La loro colpa? Protestavano perchè i loro negozi e le loro case, sono state saccheggiate durante i disordini scoppiati nell’area in questi giorni e sedati dello spiegamento di truppe governative. Voci non confermate sostengono che da venerdì ad oggi sono morte ventinove persone a causa degli scontri con i militari di Addis Ababa.
L’attuale governatore della regione, Abdi Mohamoud Omar, ha dato le dimissioni poche ore fa a causa della spaccatura che si è venuta a creare con il governo federale. Al suo posto è subentrato Ahmed Abdi Mohamed. Omar era stato accusato recentemente da Human Rights Watch di abusi e torture effettuate con l’aiuto del controverso corpo di polizia Liyu, instaurato nel 2007 per contrastare la ribellione di Ogaden National Liberation Front .
Disordini e violenze nelle regione somala, Etiopia
L’esercito di Addis Ababa ha fatto sapere di aver ristabilito l’ordine in tutta la zona e di avere il controllo delle principali strade di accesso e degli edifici governativi di Giggiga, il capoluogo della regione somala, situato nella parte sud-orientale dell’Etiopia.
Secondo testimoni oculari, venerdì scorso truppe federali sono entrate nel centro abitato della città e, secondo un giornalista locale, avrebbero arrestato alcuni funzionari. La presenza dei soldati ha provocato la popolazione. Disordini e violenze sono scoppiati ovunque e in diverse città, ma sopratutto nel capoluogo sono state incendiate case, negozi delle minoranze etniche.
Con l’arrivo dei militari, venerdì scorso, molti hanno cercato protezione e rifugio nelle chiese ortodosse. Oggi la popolazione ha bloccato una strada attorno ad una chiesa per manifestare il loro disappunto. E, secondo la testimonianza di un impiegato di un’organizzazione internazionale, residente a Giggiga, i soldati etiopici avrebbero disperso i manifestanti, sparando indiscriminatamente sulla folla.
Già dalle prime ore di lunedì mattina molti etiopi si stanno dirigendo nel Somaliland in cerca di protezione e rifugio.
Disordini e violenze sono scoppiate in quattro città della regione durante questo fine settimana. Due chiese ortodosse sono state incendiate; sono state prese di mira anche residenti di etnia non somala. Finora non è chiaro lo spiegamento delle forze etiopiche, ma il ministro della Difesa, Motuma Mekassa, ha fatto sapere: “Non resteremo in silenzio di fronte alle violenze e al caos. Prenderemo le misure necessarie secondo gli obblighi costituzionali”.
IRIN Lucinda Rouse Senegal-based freelance journalist covering West Africa
Dakar, 1th August 2018
Light sentences raise questions about the state’s response to Islamist extremism
Unlike other nearby West African countries like Burkina Faso, Côte d’Ivoire, and Mali, Senegal has so far been spared a major attack by Islamist extremists. But experts say an unprecedented trial of dozens of Senegalese terror suspects that concluded two weeks ago in Dakar is a timely wake-up call about a nascent and growing threat.
The verdicts and sentences delivered on 19 July in the cases of 29 Senegalese citizens accused of planning to establish a terrorist cell in Senegal’s southern Casamance region were far from an unmitigated success for the prosecution.
A key defendant, Alioune Ndao, whom the state wanted to see jailed for 30 years, received only a one-month suspended sentence for the unlawful possession of firearms, while 15 of the accused were acquitted for lack of evidence, and sentences handed down to others were shorter than the prosecutors’ recommended jail terms.
Thirteen of the accused were given prison sentences ranging from five to 20 years for crimes that included terrorism financing and criminal conspiracy. Lawyers for at least one of those convicted have said they will appeal.
“To think that Senegal is safe from this evil would be a dangerous illusion,” prosecutor Aly Ciré Ndiaye said when the trial began in earnest in April (multiple adjournments followed the official start date in December 2017). “Dangerous because it would make us neglect the colossal efforts needed to dismantle the scaffolding on which terrorism finds strength.”
Senegal makes for an attractive target for extremists because of its strong international connections, with military cooperation agreements in place with the United States and France, and its sizeable troop contribution to the UN’s peacekeeping mission in Mali, MINUSMA, an intervention opposed by many Senegalese.
As the regional hub for numerous international institutions, Senegal is “a luxury target… like the jackpot for terrorist groups,” said Bakary Sambe, director of the Dakar-based Timbuktu Institute, which tracks violent extremism.
Islam in Senegal, which is followed by some 94 percent of the population, is dominated by a moderate, tolerant form of Sufism headed by powerful brotherhoods that have long been considered the country’s principal defence against extremism.
But change is also occurring. Money is increasingly being pumped in from foreign states to build mosques and open Koranic schools, or daaras, which teach alternative interpretations of religious texts – more conservative Salafi and Wahhabi influences are beginning to take hold.
Sambe believes Senegal’s school system is its greatest vulnerability. “We are one of the few countries in the world that does not have a complete hold on our own educational system,” he told IRIN. “There is a formal system controlled by the secular state and another in which foreign powers such as Saudi Arabia and Iran interfere.”
Imam of concern
According to the prosecution’s case, the Casamance cell would have served as a base from which to carry out attacks against French targets and the Senegalese state. The court heard that the accused planned to extend the influence of this new so-called caliphate into neighbouring countries, including The Gambia, Guinea, and Guinea-Bissau.
Some of those in the dock were rounded up in 2015 during a large-scale police operation against what were perceived to be hate-filled sermons in mosques. Others were detained while travelling to, or returning from, Nigeria.
Ndao is a Salafist imam who until his arrest in 2015 preached at a mosque in the town of Kaolack, 200 kilometres southeast of Dakar. He was accused of being the spiritual guide and coordinator of the cell.
Ndao appeared in court in the centre of the line of defendants, dressed in flowing white robes that matched his white beard. The trial was well attended by his supporters, and the courtroom erupted when the verdict was read out, with disciples of Ndao either rising to their feet or throwing themselves on the floor praising God.
One such supporter was Imam Diene, who had travelled 100 kilometres for the occasion. “He is not a terrorist,” he asserted. “There are no terrorists here in Senegal – there’s no proof! Only when you have proof can you say there are terrorists.”
The jihadist threat in the region has strengthened following the merger in 2017 of a handful of groups operating mainly out of northern Mali, including Al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM), to form Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM).
The group’s leader, Iyad Ag Ghali, confirmed in April 2017 that Senegal is on its list of target countries. JNIM has been behind numerous attacks in recent months, including a twin assault in March on the French embassy and the national army headquarters in Burkina Faso’s capital, Ouagadougou, that killed eight people and wounded 80.
Supporters of some of the accused outside the Dakar courthouse after the verdicts were delivered.
Many of the defendants in the Dakar trial were accused of having links with Boko Haram, including the alleged ringleader, Makhtar Diokhané, who received a 20-year prison sentence for terrorist acts by criminal association. The court heard how Diokhané spent time with Boko Haram militants in northeastern Nigeria before being sent back to Senegal with six million naira (around $20,000) to launch an affiliated cell.
Growing religious conservatism
Most of those convicted last month had travelled abroad to receive training from extremist groups, including Boko Haram and AQIM, but experts like Sambe warn it would be a mistake to ignore the rising influence of more conservative strains of Islam within Senegal itself.
Senegal’s northern town of Saint-Louis, once the colonial capital of French West Africa, is a prime destination for religious learning.
It hosts a large number of renowned Koranic teachers, or marabouts, running daaras that attract students known as talibés – from boys as young as five to young men in their twenties – from other parts of Senegal and the wider region.
The daaras are unregulated by the state in terms of both their curriculum and living standards. “Anyone can decide to set up a school and start teaching the Koran,” said Baye Ndaraw Diop, a former director of a child protection service within Senegal’s Ministry of Justice.
Evidence of Salafi influence is becoming apparent in some daaras in Saint-Louis, including one located near the northern tip of the historic island town that is attended by more than 1,000 talibés. Although not a Salafist himself, the presiding marabout is known for accepting students regardless of their religious leaning, so long as they wish to study the Koran.
“We’ve noticed a change in behaviour among some of the older talibés in this daara,” said Issa Kouyaté, a campaigner working to improve the rights and living conditions for talibés. “They dress differently and refuse any kind of physical contact with women.”
IRIN accompanied Kouyaté on a visit to the daara. Feet protruded from tarpaulin-roofed rooms set around an open space where clothes were haphazardly hung out to dry. In keeping with the living conditions in many of the country’s Koranic schools, the students are housed in derelict buildings and bathe in the dirty river nearby; diseases such as scabies are commonplace.
A dozen young men were gathered under a large tree outside their makeshift lodging. The tinny sound of recorded Koranic verses played from a mobile phone as one young man made tea, while another shaved the head of a younger talibé. The majority wore skull caps and plain tunics with trousers cut shorter than those customarily worn in Senegal – a sartorial hallmark of the more conservative forms of Islam.
The young men originate mainly from The Gambia and Guinea-Bissau and stick together. Their common language, Mandingo, is not widely spoken in Saint-Louis. One stated that their sole motivation is to learn the Koran.
State response
The Senegalese government has won praise for its efforts to combat extremism in an increasingly unstable region. February 2016 saw the launch of the Inter-Ministerial Counter-Terrorism Intervention and Coordination Framework, known as the CICO. Chaired by the interior minister, the CICO is defined by the government as a “coordination and strategic monitoring mechanism in the fight against terrorism”.
“The CICO relies particularly on intelligence, and is focused on monitoring our borders,” a source in the interior ministry, who requested anonymity, told IRIN. The ability of the state to effectively monitor jihadist activity using social media was demonstrated by the arrest of Momodou Ndiaye, an accomplice of Diokhané’s, after the Department of Investigations tracked interactions via a Facebook group.
Some believe the state’s efforts are superficial, others that they go too far. “Senegal wanted to show the world and its donors that it was committed to the fight against terrorism,” said defence lawyer Assane Dioma Ndiaye on the conclusion of the trial. But, he continued, “there has been an exaggeration. It may be that some people in Senegal were tempted to respond to the call of terrorism. But the legal response was disproportionate.”
For Sambe, however, the Senegalese government is falling short and needs to put forward some pre-emptive policies to tackle violent extremism.
“What we need now is an inclusive prevention strategy involving religious leaders, civil society, and the educational world,” he said.
At the 2016 edition of the Dakar International Forum on Peace and Security in Africa, President Macky Sall appealed for a “doctrinal response” to jihadist propaganda, a vague-sounding call for a coordinated response that goes beyond simply military action.
But while Senegal is a secular state, politicians are heavily dependent on religious leaders at election time for securing votes.
This helps to explain why religious institutions and the extensive daara system are largely unregulated, and the growth of foreign ideologies – whether benign or otherwise – is left unchecked. “There is complicity between the religious power and the political power,” said Diop, the former justice ministry official. Another shortcoming in Senegal’s response may be a general unwillingness to acknowledge the problem. The jihadist threat is not a common topic of discussion, and few Senegalese journalists cover the issue.
Kouyaté, the campaigner, is frustrated by this national complacency. “We need to de-taboo what is taboo,” he said. “It is obviously better to pre-empt than to heal, but here in Senegal the medicine only comes after death.”
Lucinda Rouse (Additional reporting by Momar Niang)
Speciale per Africa ExPress Andrea Spinelli Barrile
Potenza, 4 agosto 2018
In Zimbabwe ha vinto la democrazia o lo status quo? È una domanda complessa, che richiede una risposta complessa, e i nostri lettori ci scuseranno.
Durante la notte tra il 2 e il 3 agosto la commissione elettorale dello Zimbabwe, ZEC, ha proclamato vincitore delle elezioni presidenziali il leader dello ZANU-PF (ZimbabweAfrican National Union – Patriotic Front) Emmerson Mnangagwa, presidente in pectore dopo la detronizzazione di Robert Mugabe, avvenuta pacificamente ma manu militari nel novembre 2017. Mnangagwa, 76 anni tra un mese e soprannominato “Coccodrillo” già durante la guerra di indipendenza contro i bianchi, ex-fedelissimo, ministro e vicepresidente sotto Mugabe, è quindi il “nuovo” presidente dello Zimbabwe.
Le elezioni del 30 luglio scorso, le prime in 38 anni senza l’ingombrante e soffocante figura di Mugabe, si sono svolte senza violenze, senza intimidazioni e in un clima tutto sommato di grande speranza. Non è un’affermazione campata per aria o ottimistica: è quanto è emerso in una conferenza stampa tenutasi ad Harare il 1° agosto, durante la quale il capo missione degli osservatori internazionali inviati dall’Unione Europea ha elogiato le procedure di voto e sottolineato come questo si sia svolto sostanzialmente senza alcun problema da evidenziare. Tutte le precedenti tornate elettorali, dal 1980 ad oggi, erano state caratterizzate da violenze, intimidazioni e omicidi politici prima, durante e dopo il voto.
I problemi, tuttavia, sono emersi durante i conteggi. Poche ore dopo la chiusura delle urne, mentre ancora non erano stati resi noti i risultati delle elezioni legislative del Parlamento – accorpate alle presidenziali – il leader del principale partito d’opposizione, Nelson Chamisa dell’MDC (Movement for Democratic Change), ha proclamato sui social media la propria “vittoria trionfale”, un tweet del 31 luglio in seguito al quale i suoi sostenitori si sono recati di fronte alla sede del partito, nel Central Business District di Harare, per festeggiare.
I festeggiamenti si sono però trasformati in proteste nel giro di pochi minuti: Chamisa e l’MDC infatti hanno accusato la ZEC di frodi elettorali e lo ZANU-PF di intimidazioni, lamentando gravi ingerenze durante il voto e la sostanziale nullità dell’intera tornata elettorale. I sostenitori dell’MDC, arrabbiati, hanno inscenato una manifestazione spontanea che dalla sede del partito si è diretta verso la sede della commissione elettorale, che si trova in un palazzo moderno a poche centinaia di metri, protetto da un altissimo cancello di ferro e dalla polizia in tenuta antisommossa. Durante questa manifestazione, con l’esercito ancora ben chiuso all’interno delle caserme, i manifestanti hanno dato alle fiamme alcune auto e scandito slogan contro lo ZANU, inneggiando al loro leader Chamisa e chiedendo alla ZEC di smettere di temporeggiare e di proclamare il vincitore.
Alle proteste la polizia ha risposto con il lancio di lacrimogeni e, sostenuta dai militari giunti sul posto, con diverse cariche. Ci sono decine di video, pubblicati sui social, che ritraggono i soldati sparare lacrimogeni e proiettili veri ad altezza uomo, una risposta durissima – se valutata con gli standard occidentali – a una manifestazione politica. Va però anche sottolineato un altro aspetto importante, che fino a questo momento nessuno ha voluto evidenziare: l’esercito ha sì reagito con veemenza, c’è anche scappato il morto (alcune fonti, non verificate, parlano però di 5 morti), ma anche con un certo controllo. In alcuni dei video pubblicati sui social media infatti si vedono soldati che fermano alcuni kombi, i pulmini privati usati come trasporto pubblico (in Kenya e Tanzania sono più noti con il nome di matatu), fanno scendere gli autisti e li riempiono di frustate ma in altrettanti video si vedono ufficiali prendere a frustate i soldati che sparano ad altezza uomo e che usano violenza contro i civili. Non si vuole qui giustificare un’operazione militare, soprattutto non avendo visto l’azione sul posto, ma è necessario riflettere sul fatto che in un paese, quale è lo Zimbabwe, che esce da una dittatura semi-militare di 37 anni la risposta delle forze armate è stata controllata se paragoniamo i fatti recenti con ciò che si è visto in passato.
Di fronte alle violenze l’MDC, dopo il fuggi fuggi generale e l’istituzione di un coprifuoco de facto, ha ulteriormente alzato i toni accusando l’esercito di voler continuare a detenere il potere e il governo di essere dittatoriale: a novembre 2017 la stessa opposizione, durante il colpo di stato di velluto, plaudiva all’opera di liberazione di quello stesso esercito che oggi attacca per la repressione.
In seguito alle proteste, mentre molti cittadini dello Zimbabwe sui social e non solo invocavano calma e pace, gli osservatori internazionali hanno organizzato una nuova conferenza stampa per chiedere alla ZEC di velocizzare i conteggi e di restringere i tempi. La sera del 2 agosto, con la stampa convocata alla sede dello ZEC alle 8 di sera e i risultati resi noti dopo oltre 4 ore di attesa, la commissione ha annunciato la vittoria di Emmerson Mnangagwa ma pochi minuti prima il segretario dell’MDC aveva improvvisato un comizio, proprio nella sala stampa della ZEC, accusando la commissione di brogli e aggettivando le elezioni come “fake”. Il tutto, va ribadito perché è l’elemento più importante, prima ancora che i risultati fossero resi noti.
Sono accuse pesanti quelle dell’MDC, accuse che vengono ribadite ancora oggi, nel momento in cui stiamo scrivendo, ma che per il momento non sono state provate: nessun documento, nessuna evidenza, è stata prodotta da chi accusa la Zec di frode. E questo rende molto poco credibili le proteste di Chamisa e dei suoi, proteste che sono fuori tempo e prive di supporto documentale, di contesto.
Lo scetticismo è d’obbligo in Zimbabwe – scettici sono anche diversi sostenitori dello ZANU con cui siamo in contatto – ma in democrazia è importante non lasciarsi prendere dalla foga della sconfitta: Chamisa ha chiuso le presidenziali con il 44.35% delle preferenze, non si può definire altro che “un successo”, e l’MDC avrebbe sicuramente ottenuto un risultato migliore se non fosse stato diviso al suo interno. In diversi seggi infatti il partito ha presentato, in opposizione al candidato dello ZANU, anche due candidati in lotta tra loro per un singolo seggio parlamentare e questo, inevitabilmente, ha provocato la frammentazione del voto. Se è vero che l’MDC ha ottenuto risultati notevoli nelle aree urbane, soprattutto nella sua roccaforte Bulawayo e nella capitale Harare, nelle aree rurali lo ZANU ha vinto per la compattezza delle candidature.
Mnangagwa ha conquistato la presidenza evitando il ballottaggio grazie a un misero 0,8%, un pugno di voti che non bastano a dimostrare eventuali brogli o trucchi. Ci vogliono i documenti. L’MDC, che ha annunciato ricorso in Tribunale, ha ora un consistente numero di eletti in Parlamento e 5 anni per trovare una nuova dimensione politica più compatta: Mnangagwa avrà 81 anni alle prossime elezioni e quello che è certo è che in un Paese in cui l’età media è di 19 anni il gabinetto del presidente, dove potrebbe trovarsi il suo futuro erede, non potrà essere anagraficamente troppo anziano. Sicuramente il presidente dovrà mettere mano al potere dell’esercito, sicuramente dovrà ridimensionare la dimensione militare della vita politica zimbabweana, sicuramente dovrà aprire il Paese agli investimenti esteri: su quest’ultimo tema ha già parzialmente riavvicinato il Paese al Commonwealth britannico, facendo arrabbiare gli Stati Uniti (e con le sanzioni in ballo scegliersi il partner giusto è vitale) ma dando grandi speranze agli imprenditori locali.
Andrea Spinelli Barrile aspinellibarrile@gmail.com twitter @spinellibarrile
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 4 agosto 2018
Moise Katumbi, l’ex governatore di Lubumbashi, la capitale del Katanga, strenuo oppositore del presidente del Congo-K, Joseph Kabila, non è potuto rientrare in Congo per partecipare alla competizione elettorale per scegliere il presidente del Congo-K prevista per il 23 dicembre prossimo. Katumbi, ritenuto uno dei maggiori avversari di Joseph Kabila, nel 2016 aveva lasciato il Paese, dopo essere stato accusato dal governo di complotto contro o Stato.
Nei giorni scorsi aveva annunciato il ritorno in patria ma ieri mattina il sindaco di Lubumbashi, Ghislain Robert Lubara, ha vietato l’atterraggio del jet privato di Katumbi all’aeroporto internazionale di Luano, dove era atteso da una folla di sostenitori. “Mi dispace dovervi informare che non posso accettare la vostra richiesta”, ha scritto Lubara.
Parte della delegazione che doveva arrivare a Lubumbashi. Si riconosce Moise Katumbi, ultimo a destra, e Olivier Kamitatu, ex presidente del parlamento congolese, primo a sinistra
Deteminato come sempre, il ricchissimo Katumbi e i componenti della delegazione del partito Ensemble pour le Changement, non avendo potuto atterrare all’aeroporto di Lubumbashi, hanno diretto il loro jet privato verso Ndola, in Zambia. il loro obbiettivo era raggiungere la capitale del Katanga via terra. Ma il loro convoglio è stato bloccato al confine tra Zambia e Congo-K. Gli agenti di frontiera non gli hanno permesso l’ingresso nel Paese.
Intanto a Kasumbalesa, città congolese al di là del confine con lo Zambia, centinaia di migliaia di sostenitori erano in attesa dell’ex governatore. Nella città le forze dell’ordine avevano preparato dispositivi di sicurezza, posti di blocco e quant’altro, per evitare manifestazioni.
Non vedendo arrivare Katumbi, la folla si è inferocita. ha organizzato barricate, cortei di protesta e bruciato copertoni. Poliziotti e agenti dei servizi hanno lanciato candelotti lacrimogeni sui manifestanti, per poi passare alle pallottole. Dodici morti. I feriti non si contano. Fonti certe affermano persino la presenza di John Numbi, ispettore generale delle forze armate congolesi, a Kasumbalesa.
Folla in attesa di Moise Katumbi a Lubumbashi
Katumbi verso le 18 ha fatto un passo indietro e deciso di passare la notte nel vicino Zambia, anche per evitare ulteriore spargimento di sangue. Stamattina all’alba è partito insieme alla sua delegazione per il Sudafrica.
Anche questa volta Kabila ha usato la forza e la repressione per affrontare gli oppositori. Dialogo, democrazia e rispetto per i diritti umani e civili sono merce rara in questo Paese.
Katumbi, con il suo seguito tra la popolazione che si è guadagnato durante il mandato di governatore del Katanga, fa paura a Kabila più degli altri candidati alla presidenza, come Jean Pierre Bamba, ex capo del MLC (Movimento di Liberazione del Congo) ritornato solo due giorni fa nel Paese per presentare la sua candidatura. Bemba è stato assolto in appello dalla Corte Penale Internazionale, che, in prima istanza, lo aveva condannato a diciotto anni di carcere per crimini contro l’umanità quando era a capo delle milizie del MLC, il Movimento Liberazione del Congo.
Ancora non è chiaro se Kabila, sarà nella lista dei possibili concorrenti. La Costituzione limita i mandati del presidente a due, ma come spesso accade in Africa questa norma viene disattesa con i pretesti più diversi, ma con un unico obbiettivo: restare al potere pie continuare a saccheggiare le risorse dei Paesi che si governano.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 3 agosto 2018
In Mali il presidente uscente, Ibrahim Boubacar Keïta, candidato del partito Rassemblement pour le Mali (RPM) si è aggiudicato il 41,42 per cento delle preferenze, mentre il leader dell’opposizione del raggruppamento politico Union pour la République et la Démocratie e della piattaforma Ensemble, restaurons l’espoir, Soumaïla Cissé, ha riportato a casa il 17,80 per cento dei voti. La partecipazione alla tornata elettorale è stata del 43,06 per cento. Dunque si va al ballottaggio, annunciato ieri dal ministro dell’Amministrazione territoriale, Mohamed Ag Erlaf, quando ha comunicato il risultato provvisorio delle elezioni dello scorso 29 luglio
Aliou Boubacar Diallo, ricchissimo proprietario della Wassoul’Or, la miniera aurifera di Kodiéran, nel sud del Mali, sostenuto da Alliance démocratique pour la paix (ADP-Maliba) è solo in terza posizione con il 7,95 per cento dei consensi. Nel 2013 era un grande sostenitore di Keïta, ma da tempo i loro rapporti si sono incrinati; nel 2016 ha lasciato il partito del presidente uscente per passare all’opposizione. Mentre l’ex presidente del governo di transizione (da aprile a dicembre 2012), Cheick Modibo Diarra, si è piazzato al quarto posto con il 7,46 per cento.
Il ballottaggio si terrà il prossimo 12 agosto.
Il presidente uscente maliano Ibrahim Boubacar Keita (al centro) e il leader dell’opposizione Soumaila Cissé, a sinistra
Lo scorso 31 luglio almeno quattro militari maliani e otto presunti jihadisti sono morti durante uno scontro nella regione di Ségou, al centro della ex colonia francese. I sodati, impegnati nella protezione di un convoglio che trasportava materiale e documenti elettorali, sono caduti in un’imboscata. I presunti terroristi hanno poi aperto il fuoco contro il convoglio, ma, secondo fonti militari e amministrative, i soldati avrebbero risposto all’attaco. Sembra che al momento attuale due veicoli militari e otto soldati, spariti subito dopo l’assalto, non siano ancora stati ritrovati.
E’ il primo attacco terrorista dopo le elezioni. Ma molti temevano il peggio dopo la diffusione di un video nel quale Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano, ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali e oggi a capo di un raggruppamento “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, minacciava direttamente il processo elettorale.
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