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Bavaglio alla mozambicana alla stampa costretta a pagare tasse enormi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 agosto 2018

In Mozambico il governo mette in ginocchio la stampa libera. Senza il pugno di ferro delle dittature e senza bisogno di mettere in galera i giornalisti lo fa con un decreto governativo che impone tasse esose per i media indipendenti.

Filipe Nyusi, presidente del Mozambico
Filipe Nyusi, presidente del Mozambico

Così il governo di Filipe Nyusi è riuscito a fare un’operazione subdola che mette un bavaglio economico alla stampa libera. Dal 22 agosto entreranno in vigore esorbitanti tabelle di licenza e di rinnovo delle testata giornalistiche nell’ordine di migliaia di euro. A questa stangata si aggiunge anche una tassa annua pari al 6 per cento del valore della licenza.

Il tariffario avvelenato

Il giornale @Verdade ha pubblicato il “tariffario avvelenato”. L’iscrizione al registro avrà un costo tra 2 e 4 milioni di meticais (30-60 mila euro); la tassa per la licenza della stampa cartacea, web, radio e televisioni costerà tra 800 mila e 4 milioni di meticais (12-60mila euro).

Ma se le aziende che fanno informazione indipendente vengono colpite sugli alluci, la ginocchiata nel basso ventre la prendono i freelance. Un libero professionista mozambicano ogni anno dovrà sborsare 30mila meticais (500 euro) un’emorragia in un Paese dove lo stipendio annuale arriva a 900 euro.

Per il freelance straniero la tassa è di 150mila meticais (2.300 euro) mentre per un corrispondente straniero arriva a 500mila meticais (7.600 euro). Questa è la cifra che un professionista dell’informazione straniero dovrà pagare ogni volta che entra in Mozambico.

Protesta dei giornalisti mozambicani davanti al bavaglio economico
Protesta dei giornalisti mozambicani davanti al bavaglio economico

Un bavaglio che scoraggia le testate straniere

Questo bavaglio economico non solo ostacola le testate indipendenti nazionali ma rende più costosa l’informazione dei media stranieri sulle vicende del Paese lusofono.

Una tassa di questa entità mette in difficoltà i freelance stranieri e soprattutto i giornalisti mozambicani che collaborano con le testate di altri Paesi. E soprattutto non porta denaro nelle casse dello Stato.

Netta condanna dell’Istituto di Comunicazione dell’Africa Australe  (MISA Moçambique), un’organizzazione per la libertà di stampa, al decreto del governo. Attraverso il suo direttore, Ernesto Nhanale, all’agenzia portoghese Lusa ha denunciato che al potere ci saranno persone con un ampio margine di manovra per minacciare i giornalisti.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin
(1/2 – continua)

La seconda puntata del rapporto di Sandro Pintus si trova qui:

Repressione alla mozambicana, il bavaglio alla stampa arriva prima delle elezioni

Repressione alla mozambicana, il bavaglio alla stampa arriva prima delle elezioni

Appello di Don Zerai: “L’Italia della Costituzione faccia sentire la propria voce

 

imagesAgenzia Habeshia
Don Moussie Zerai
Roma, 11 agosto 2018

Appello – Lettera aperta
“L’Italia sta usando vite umane come strumento di pressione e contrattazione”. “Ancora una strage di braccianti africani vittime del caporalato in Italia” “Nell’Italia del 2018 la violenza razzista sta diventando routine”… Ecco, nelle ultime settimane l’Italia è stata al centro dell’attenzione della stampa internazionale quasi solo per questo genere di episodi. Esagerazioni o, peggio, una sorta di congiura contro il nostro Paese? Vale la pena fare alcune considerazioni
 
Migranti. L’Italia, in questi mesi, ha completato il programma di respingimento e di totale chiusura iniziato con il Processo di Khartoum firmato a Roma nel novembre 2014 (governo Renzi) e proseguito negli anni attraverso una serie di “patti attuativi” della esternalizzazione in Africa, il più a sud possibile, delle frontiere nazionali ed europee. Esternalizzazione che è l’essenza stessa della politica migratoria che si è deciso di attuare. Una tappa fondamentale è stato, in questo senso, il memorandum firmato tra Roma e Tripoli il 2 febbraio 2017 (governo Gentiloni, ministro dell’interno Marco Minniti), che ha aperto la strada ai provvedimenti presi dall’attuale governo Conte, ministro dell’interno Matteo Salvini. In particolare:
– Chiusura dei porti italiani alle navi delle Ong impegnate nelle operazioni di recupero e soccorso nel Mediterraneo: è l’ultimo atto della guerra contro le Ong iniziata dal governo precedente col ministro Minniti.
– Chiusura o comunque blocco dei porti, con conseguenti lunghissime soste in mare, in condizioni spesso difficilissime, per tutte le navi che abbiano salvato e preso a bordo profughi e migranti intercettati nelle acque internazionali
– Fornitura di altre 12 motovedette (dopo quelle consegnate nel 2017 dal ministro Minniti) alla Guardia Costiera di Tripoli, ignorando le pesantissime accuse che la investono da anni e completando così la delega totale alla Libia per lo svolgimento del “lavoro sporco” dei respingimenti
– Nuovo impulso alle trattative (avviate da circa due anni) con il Governo di Tripoli e con il Niger per blindare il confine libico sahariano e “prevenire” l’arrivo di altri profughi diretti verso la sponda sud del Mediterraneo, prevedendo anche l’invio di un contingente di soldati italiani
– Respingimenti di profughi in massa e contro la loro volontà, effettuati direttamente da navi italiane, in contrasto con il diritto internazionale, la Convenzione di Ginevra e la cosiddetta “legge del mare”, che prevedono di sbarcare i naufraghi “nel più vicino porto sicuro” (e la Libia non può certo definirsi tale) e di esaminare le richieste di asilo una per una, persona per persona, garantendo a ciascuno la più ampia tutela legale. Il caso è emerso con la nave Asso Ventotto ma si sospetta che ci siano almeno due altri episodi del genere.
Si tratta di provvedimenti che, per molti versi, segnano la “chiusura del cerchio”, in totale continuità con la politica dei governi precedenti. In più, rispetto al passato, si manifestano, anche ai massimi livelli della politica, atteggiamenti sprezzanti nei confronti dei disperati “in fuga per la vita” dal proprio paese e si registrano dichiarazioni violente, di sapore xenofobo e razzista.
Migranti salvati da una nave ONG
Migranti salvati da una nave ONG

 

L’inferno libico. Questo nuovo muro eretto nel Mediterraneo condanna i migranti a restare intrappolati nell’infermo della Libia, chiusi a migliaia in centri di detenzione che la stessa magistratura italiana ha paragonato a lager nazisti, sia che si tratti delle “prigioni” dei trafficanti, sia che si tratti dei campi gestiti formalmente dalle milizie governative. Lo hanno evidenziato innumerevoli inchieste delle principali Ong internazionali e gli stessi rapporti dell’Unhcr, dell’Oim e della missione Onu in Libia. Anzi, l’Oim è stata la prima a denunciare, nel marzo 2017, che era pratica comune organizzare nella piazza di Sabha, nel Fezzan, una vera e propria asta degli schiavi con uomini prelevati nei lager dei trafficanti, come poi ha documentato, mesi dopo la Cnn, con un filmato terribile. Che questa sia la situazione in tutta la Libia è fin troppo noto. Ma la politica italiana finge di ignorarlo. Non è molto migliore la condizione dei migranti in realtà come il Sudan, il Sud Sudan, l’Egitto, il Ciad e, almeno in parte, lo stesso Niger, scelto come sede di un futuro grande hub di smistamento dei profughi/migranti bloccati prima di entrare in Libia, espulsi dalla Libia e dall’Algeria o respinti dall’Europa.
Migranti africani in Libia
Migranti africani in Libia
 
 Il lavoro schiavo. Al muro nel Mediterraneo o in Africa si aggiunge, sempre più alto, un “muro” anche in Italia. Un muro fatto di clandestinazione forzata o di fatto, emarginazione, sfruttamento, caporalato. Ne sono vittime, in pratica, tutti i migranti: quelli con un regolare permesso di soggiorno, quelli in attesa che la loro richiesta di asilo venga esaminata e sono ospiti dei Cas, quelli che le attuali leggi in vigore hanno trasformato in “irregolari”. Tutti “fantasmi”: non persone senza diritti. Le recenti tragedie di Foggia – le vite di ben 16 braccianti africani spazzate via nel giro di appena tre giorni – sono soltanto la punta di un iceberg enorme: una frazione infinitesimale, per quanto drammatica, di un fenomeno che investe tutta l’Italia, dal nord al sud, dalla Puglia alla Campania, all’Agro Pontino e all’intero Lazio, alla Toscana, alla Pianura Padana, l’Emilia, la Romagna, il Piemonte, il Veneto, la Lombardia… In agricoltura ma non solo in agricoltura. C’entra spesso anche la criminalità organizzata, ma descrivere il problema unicamente come un capitolo dell’agromafia – come spesso si cerca di fare – è estremamente riduttivo. Il fenomeno è molto più ampio: coinvolge direttamente numerosissime aziende che fanno finta di non vedere e di non sentire. E sicuramente non parlano. Il fenomeno investe l’intero Paese ed appare ormai un vero e proprio sistema, funzionale ad una larga fetta dell’economia nazionale.
E’ qui il punto. Se non si affronta il problema in questi termini non ci sarà soluzione. E suoneranno falsi le promesse e gli impegni presi, a vari livelli, anche in occasione delle ultime tragedie. False persino le lacrime che si sono spese.
 
Il razzismo. Si moltiplicano gli episodi di intolleranza e razzismo. Sempre più spesso e in forme sempre più violente, incluso l’uso di armi da fuoco. Si è arrivati a sparare persino contro una bambina rom di appena un anno e sul web ci sono stati numerosissimi commenti di “giustificazione”: c’è perfino chi è arrivato a dire che comunque quella bambina crescerà e diventerà “una ladra come tutti i rom”. E c’è  chi si è ispirato alle “ruspe” che l’attuale ministro degli interni ha più volte vantato come unica soluzione per risolvere il problema dei campi di rom e sinti. Quasi sempre, però, anche per gli episodi più gravi, si è parlato, alla fin fine, di “bravate” o addirittura di “goliardate”: quasi di scherzi un po’ “spinti”. Dando, di fatto, una giustificazione alla violenza. Lo stesso Governo, con alcuni dei suoi ministri più autorevoli si è affrettato a negare che esista un “problema razzismo”. “Il razzismo è solo nella propaganda di avversari e media”, hanno detto. Eppure l’escalation di episodi, gravi e meno gravi, che si è avuta dall’inizio dell’anno, con una impennata dopo le ultime elezioni, ha pochi precedenti.
 
Da tutto questo non può che emergere l’immagine di un’Italia sorda, chiusa e avvitata su se stessa, egoista, intollerante, xenofoba. Un’Italia che – come durante il fascismo – torna a concepire una società che divide, classifica, esclude, discrimina, perseguita e nella quale i diritti fondamentali dell’uomo perdono valore perché qualcuno conta più di qualcun altro e “viene prima”. Un’Italia dove si considera normale ed anzi desta consenso che un ministro possa dire: “Espelleremo tutti i rom stranieri. Gli italiani no: quelli purtroppo dobbiamo tenerceli proprio perché sono italiani”. Un’Italia che comincia ad essere guardata con preoccupazione, come si evince da vari servizi della stampa estera.
Certamente c’è anche un’altra Italia. Un’Italia aperta a tutti e che non dimentica le proprie antiche tradizioni Cristiana di solidarietà, confronto e amicizia. Un’Italia che rifiuta la macchina della “costruzione del diverso” e del diverso come “nemico”, che si è rimessa in moto. Un’Italia capace di ascoltare le ragioni dell’altro e disposta a mobilitarsi in difesa degli ultimi. Un’Italia, in definitiva, che si identifica con forza nei valori del Vangelo, di libertà, uguaglianza, giustizia sociale che sono il fondamento della Costituzione Repubblicana, nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista e da uomini e donne di fede, di cui ricorre il settantesimo anniversario proprio quest’anno. Ma è un’Italia che finora è rimasta troppo spesso in disparte o non ha saputo muoversi compatta per arginare la pericolosa deriva che stiamo vivendo.
E’ tempo, allora, che tutti coloro che si riconoscono in questa Italia facciano sentire la propria voce. Tutti insieme.  Stiamo vivendo una fase storica nella quale non si può restare “da parte” o, peggio, indifferenti: ci si deve schierare perché anche l’indifferenza rende complici. La posta in gioco è enorme. Certo, riguarda in via più diretta l’esistenza e il futuro dei disperati in fuga per la vita. Ma riguarda anche la tutela dei valori fondanti della nostra democrazia. Perdere questa battaglia o, peggio ancora, rassegnarsi e rinunciare a combatterla, significa minare il nostro stesso modo di “stare insieme”. E avviare l’Italia, ma forse anche l’Europa, verso un qualcosa che, al massimo, potrà essere una sorta di post democrazia.
Don Mussie Zerai

Violenze etniche tra oromo e somali: oltre quaranta morti in Etiopia

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 agosto 2018

Sono una quarantina le persone barbaramente uccise dal controverso corpo di polizia Liyu – creato nel 2007 per contrastare la ribellione di Ogaden National Liberation Front – nella regione Oromia, nel distretto di Hararghe est.

Negeri Lencho, portavoce del governo regionale dell’Oromia, ha fatto sapere ieri mattina che uomini appartenenti ad un gruppo paramiltare, pesantemente armati, provenienti dalla regione somala hanno ammazzato almeno quaranta persone appartenenti all’etnia oromo, molti altri sono stati feriti. Tra le vittime ci sarebbero anche donne, bambini ed anziani.

gruppo paramilitare etiopico
Gruppo paramilitare etiopico

Autorità del governo centrale sostengono che l’attacco potrebbe essere collegato a quanto avvenuto la scorsa settimana nella regione somala. In quell’occasione alcuni funzionari regionali e il governatore Abdi Mohamoud Omar sono stati costretti a rassegnare le dimissioni. Omar era stato accusato recentemente da Human Rights Watch di abusi e torture effettuate con l’aiuto del controverso corpo di polizia Liyu. E anche Amnesty International aveva chiesto alle autorità di Addis Ababa di sciogliere immediatamente il corpo paramilitare della regione somala, formato dal governo regionale come forza anti-terrorista, ma in molte occasioni accusata di complicità nei conflitti etnici tra somali e oromo.

I primi scontri sono scoppiati lo scorso settembre al confine tra le due regioni che si accusano reciprocamente di brutalità. Le autorità dell’Oromia lamentano come il territorio sia stato attaccato più volte da forze paramilitari della regione vicina. Le insinuazioni sono state respinte, anzi, gli oromo son stati accusati di attaccare i suoi residenti.

Le regioni somala e oromia sono le più estese dell’Etiopia. I conflitti tra le due popolazioni nelle zone di confine – lungo oltre millequattrocento chilometri – per questioni di risorse, pozzi e pascoli non sono nuove. I somali sono per lo più allevatori e pastori, mentre la maggior parte degli oromo si occupano di agricoltura. Le dispute tra popolazioni agro-pastorali non sono mai di facile risoluzione.

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Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 3 agosto scorso, a causa del conflitto tra contadini e pastori oltre un milione di persone sono state costrette a lasciare le loro case e i propri villaggi. Gli sfollati hanno raccontato di aver assistito a violenze indescivibili durante gli attacchi: uccisioni indiscriminate, stupri, razzie di viveri e case incendiate. “La maggior parte degli sfollati hanno perso tutto, ma sono vivi”, ha sottolineato Andrej Mahecic, portavoce dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) durante una conferenza stampa all’inizio di questo mese.

A giugno alcune organizzazioni umanitarie e il governo etiopico avevano stanziato fondi per aiuti di prima necessità per ben ottocentoventimila persone e garantito la loro protezione.

Abiy Ahmed, presidente dell'Etiopia
Abiy Ahmed, presidente dell’Etiopia

Il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, si era recato a Giggiga, capoluogo della regione somala, subito dopo il suo insediamento, proprio a causa dei violenti scontri inter-etnici. In tale occasione Abiy aveva parlato in pubblico con la popolazione e aveva evidenziato che: “Una tragedia del genere non si deve più verificare”. Aveva quindi chiesto la collaborazione di tutti per trovare in breve tempo una soluzione sostenibile e durevole.

Durante il suo primo discorso da premier, dopo il suo giuramento che si è tenuto il 2 aprile ad Addis Ababa, Abiy aveva richiamato l’attenzione degli etiopici sulla necessità dell’unità del Paese.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio

La regione somala dell’Etiopia è in fiamme: scontri con l’esercito, quattro morti

Mani pulite in Kenya travolge la nuova ferrovia Nairobi-Mombasa: 18 maxi arresti

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 14 agosto 2018

Costata poco meno di tre miliardi di euro; aspramente criticata dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale perché incrementava il già eccessivo debito pubblico del Kenya stimato nel 55 per cento del PIL; contestata dal personale africano per gli atteggiamenti razzisti dei colleghi cinesi; criticata dal pubblico per l’inspiegabile distanza delle stazioni dai centri urbani, la nuova ferrovia, realizzata grazie a un investimento cinese, doveva costituire l’orgoglio nazionale del Paese ed è invece diventata oggetto dell’ennesimo scandalo per corruzione.

Il prestigioso terminal ferroviario di Nairobi
Il prestigioso terminal ferroviario di Nairobi

Il procuratore della repubblica, Noordin Mohamed Haji, ha ordinato la scorsa settimana, l’arresto di diciotto alti funzionari per essersi appropriati d’ingenti fette di pubblico denaro, alterando varie operazioni connesse alla realizzazione del progetto ferroviario. Tra questi emergono due nomi d’indubbio rilievo: quello di Mohammed Abdalla Swazuri, presidente della National Land Commission e quello di Atanas Kariuki Maina, amministratore delegato della ferrovia incriminata. Noordin avrebbe artificiosamente aumentato i compensi riconosciuti ai proprietari dei terreni espropriati per il passaggio della ferrovia, mentre Atanas avrebbe a sua volta gonfiato altri costi della gestione generale.

Il Procuratore della Repubblica Noordin Mohamed Haji che ha ordinato gli arresti
Il Procuratore della Repubblica Noordin Mohamed Haji che ha ordinato gli arresti

Al momento non risulterebbero coinvolgimenti di funzionari cinesi nel malaffare, pur se questi sono presenti in gran numero nella nuova ferrovia, ma gli accertamenti sono ancora in corso e ci si attendono altri sviluppi. Appare del resto difficile ritenere che i partner orientali fossero totalmente all’oscuro di ciò che avveniva sotto i loro occhi, visto che la conduzione del progetto è ancora saldamente nelle loro mani. Peraltro i proventi attesi per la gestione della nuova ferrovia, si stanno rivelando molto inferiori a quelli preventivati, forse proprio a causa della scomoda localizzazione delle stazioni che costringe gli utenti a sobbarcarsi, oltre al costo del biglietto, ulteriori spese e perdite di tempo per raggiungere le rispettive destinazioni a Nairobi e Mombasa.

Il presidente della "National Land Commission" del Kenya Mohammed Abdalla Swazuri
Il presidente della “National Land Commission” del Kenya Mohammed Abdalla Swazuri

In uno dei suoi più recenti rapporti, la Banca Mondiale aveva già stimato che circa un trenta per cento delle entrate del Kenya era falcidiato dalla corruzione e solo nell’anno corrente, le malversazioni di questo tipo avevano sottratto ai contribuenti molti milioni di euro. Solo tre mesi fa, un altro mega-scandalo aveva sconvolto l’assetto dell’organizzazione paramilitare del Kenya’s National Youth Service per un ammanco di poco inferiore agli ottanta milioni di euro. “L’Operazione Trasparenza” lanciata dal presidente Uhuru Kenyatta, poco dopo la sua rielezione, esprimerebbe un intento certamente lodevole, se non fosse che lo stesso governo da lui presieduto, non è stato in grado di fornire valida prova per circa quattrocento milioni di dollari spesi, non si sa bene a quale scopo.

L'amministratore delegato della "Kenya Railways" Atanas Kariuki Maina
L’amministratore delegato della “Kenya Railways” Atanas Kariuki Maina

La sostanza è che malgrado ripetute e autorevoli dichiarazioni di voler combattere la corruzione, questa cresce e si solidifica imperterrita anno dopo anno, ma soprattutto il peggio in questo sconfortante scenario, è che mai i vari scandali vengono compitamente sviscerati. Non lo fanno le autorità e neppure lo fanno i media locali che, dopo aver fornito notizia del fatto, abbandonano lo stesso al suo destino, senza tenere il pubblico aggiornato sugli sviluppi e sulle conclusioni dello stesso. Recentemente abbiamo letto d’illeciti conferimenti di visti d’ingresso, di licenze commerciali non dovute, di cittadinanze improprie, di rilascio di porto d’armi a persone prive dei necessari requisiti… In questi casi si sa sempre chi è il corruttore, ma quasi mai viene rivelato il nome del corrotto.

Un agente della polizia stradale del Kenya ferma un automobilista per un controllo
Un agente della polizia stradale del Kenya ferma un automobilista per un controllo

Uno dei più significativi riscontri che fa mettere in dubbio la reale volontà di combattere la corruzione, è dato dal sistema che sanziona le infrazioni al codice della strada. Un tempo l’agente di polizia elevava un verbale, sul quale il presunto contravventore, aveva diritto di far riportate le proprie osservazioni. Qualora, invece, non contestasse l’addebito, poteva semplicemente dichiarare tale intenzione in un apposito quadro sul retro del verbale e quindi spedirlo alla sede giudiziaria competente, questa gli avrebbe poi notificato a mezzo posta l’ammontare della sanzione, che avrebbe potuto essere pagata in qualsiasi ufficio postale. Questo sistema assicurava al Tesoro di Stato il necessario introito e non consentiva – o quantomeno limitava – il fenomeno della bustarella.

Oggi, invece, questa ragionevole procedura non esiste più e l’agente di polizia ha assunto un’autorità eccezionale. Se a un abitante di Nairobi che sta andando a Mombasa, viene contestata un’infrazione mentre è in transito nella cittadina di Voi, dovrà presentarsi allo ore otto del mattino successivo alla corte locale. Sarà quindi costretto a pernottare in zona, sempre che non sia stato contravvenuto il venerdì poiché, in questo caso, dovrà spendere a Voi, l’intero week-end. E’ comprendibile che in questa ipotesi, lo sventurato automobilista non potrà fare altro che aprire il portafoglio e adempiere all’antica pratica del kitu kidogo (bustarella). Sarebbe però interessante confrontare il volume delle sanzioni incassate dall’erario, prima della modifica del sistema con quelle incassate oggi. Ma perché farlo, se questo non interessa a nessuno?

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Ottanta lavoratori kenioti bloccati in Qatar: non possono rientrare in patria

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 14 agosto 2018

Erano partiti per il Qatar, reclutati da un’agenzia di collocamento di Mombasa, con la promessa di un impiego compensato da un’adeguata retribuzione. Invece ottanta cittadini kenioti si sono trovati lontano da casa a vedersela con tutt’altre condizioni: costretti a lavori duri, trattati come schiavi, senza le necessarie protezioni di sicurezza, con paghe miserevoli e spesso neppure regolarmente erogate. Un girone infernale, insomma, che ha fatto rapidamente franare ogni speranza di poter migliorare le proprie condizioni nel piccolo ma opulento emirato arabo.

La ricca e modernissima città di Doah, capitale del Qatar
La ricca e modernissima città di Doha, capitale del Qatar

Quest’attività di reclutamento di forze lavoro a basso costo, da destinare ai ricchi paesi arabi, non è molto diversa dal caporalato che l’Italia sta dolorosamente sperimentando, ma in questo caso il traffico di esseri umani – perché di questo si tratta – assume connotazioni ancora più sconcertanti, sia per l’indegno trattamento che gli africani ricevono una volta collocati nel luogo di lavoro, sia per le entusiastiche e sovrastimate aspettative delle persone che vengono reclutate. Si tratta in larga misura di uomini e donne di religione islamica che, andando a lavorare in paesi che praticano la stessa fede, pensano di poter godere di un trattamento privilegiato.

Donne africane approdano a Dubai piene di aspettative per un nuovo e redditizio impiego
Donne africane approdano a Dubai piene di aspettative per un nuovo e redditizio impiego

Quest’aspettativa appare abbastanza curiosa, giacché non si tratta di un commercio umano iniziato solo recentemente, ma di un business abbietto che è in corso da parecchi decenni. Inizialmente il reclutamento avveniva a Nairobi. Però le continue testimonianze di uomini brutalizzati, donne soggette a ripetuti abusi sessuali, persone private dei documenti e costrette a cibarsi degli avanzi lasciati nel piatto del “padrone”, avevano finito per creare una diffusa consapevolezza tra la popolazione della capitale, che non si trattava di un’opportunità di lavoro. Gli sfruttatori di questo traffico, avevano visto così le loro entrate declinare rapidamente. Invece di rinunciare al loro business si erano trasferiti sulla costa, una zona ancora “vergine” e per di più con una molto più consistente comunità islamica.

Giovane donna keniana che denuncia di aver subito abusi sessuali durante i lavori domestici presso una famiglia saudita
Giovane keniana vittima di abusi sessuali durante i lavori domestici presso una famiglia saudita

Le destinazioni di questo traffico sono quasi tutte nei  Paesi della penisola araba ed è singolare che quanto più gli africani ne diventano consapevoli, tanto più il proselitismo islamico fiorisce nel continente a danno del cristianesimo. L’Africa, ahimè, vive solo nel presente e la sua scarsa memoria storica le impedisce di formarsi una razionale visione del proprio passato. Questo la rende distratta e incapace di valutare realisticamente gli eventi che la riguardano. Basterebbe riferirsi al trattamento che i “fratelli in Allah” libici riservano agli africani quando questi raggiungono i loro confini, per non parlare dell’attività negriera che i vari sultanati arabi hanno impietosamente gestito per secoli.

Uno dei keniani lasciati senza lavoro e senza paga in Qatar
Uno dei keniani lasciati senza lavoro e senza paga in Qatar

Nel caso specifico questi ottanta cittadini del Kenya, in prevalenza destinati a lavori domestici presso ricche famiglie di Doha, la capitale del Qatar, hanno sospeso la loro attività perché per quattro mesi consecutivi, non hanno ricevuto le retribuzioni concordate. Alcuni di loro si trovavano nell’Emirato da oltre cinque anni. Abbandonato il lavoro, sono stati costretti a vivere in strada, mendicando un po’ di cibo e senza la possibilità di far valere le proprie ragioni. Non hanno il denaro necessario per rientrare in Patria e a qualcuno di loro era anche stato ritirato il passaporto. Erano stati ingaggiati da un’agenzia di Mombasa che risulta chiusa da tempo e il cui titolare nigeriano è scomparso, così com’è scomparso il suo corrispondente in Qatar. Hanno provato a portare il caso in tribunale, ma le spese per la rappresentanza legale e le difficoltà linguistiche per comunicare, li hanno sconfitti.

Il governo del Kenya ha annunciato che sta organizzandosi per effettuare il rientro dei propri cittadini, ma più di dieci giorni sono già passati e i poveretti sono ancora bloccati nella capitale araba, dormendo sotto i ponti e frugando tra i rifiuti per sopravvivere. Tanto in patria , quanto in Qatar, dei loro diritti, pare non volersene occupare nessuno.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Video con esecuzioni extragiudiziali in Camerun: Amnesty International accusa

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 agosto 2018

Esecuzioni extragiudiziali senza fine nel Camerun; lo conferma Amnesty International in un suo comunicato del 10 agosto 2018. Le immagini di un nuovo video, del quale la ONG è venuta in possesso, parlano chiaro. I fotogrammi mostrano una decina di persone, in abiti civili, sdraiati per terra a testa in su, altri seduti, appoggiati ad un muro, mentre vengono barbaramente ammazzati da uomini armati, con la divisa in dotazione all’esercito camerunense. Parte una prima raffica di mitra, poi una seconda,  per essere certi che non ci siano sopravvissuti.

QUESTO VIDEO CONTIENE IMMAGINI CHE POSSONO URTARE LA SENSIBILITA’ DEGLI SPETTATORI. NON APRITELO SE NON SIETE CERTI CHE POTETE GUARDARLO SENZA AVERE REAZIONI FORTI

Le uccisioni extragiudiziali sono avvenute a Achigaya, località che si trova nella provincia dell’estremo nord. Non è stato possibile stabilire la data esatta della mattanza, ma certamente è avvenuta prima del mese di maggio 2016. Grazie all’utilizzo di strumenti digitali di ultima generazione, gli esperti di Amnesty hanno potuto convalidare quanto è già stato dimostrato in altri filmati analizzati in precedenza. Come in altre occasioni, gli analisti della ONG hanno esaminato ogni singolo dettaglio del video: armi, uniformi e dialoghi degli uomini, elementi che sono poi state confrontati con tecniche digitali e testimonianze raccolte sul luogo. I risultati così ottenuti, indicano chiaramente i soldati delle forze armate camerunensi come autori delle atroci esecuzioni.

Sembra che il filmato sia stato girato da un membro delle forze di sicurezza, mentre i suoi commilitoni erano intenti a bruciare alcune strutture, probabilmente abitazioni. In seguito, i soldati si sono concentrati su un gruppo di dodici persone. Al minuto 1:40 del video alcuni soldati sparano con armi automatiche ad una distanza di pochi metri sui civili, poi di nuovo. I militari parlano in francese tra loro, dicono che stanno eseguendo un’operazione “kamikaze”. Quello che noi pubblichiamo si ferma dopo 1:26 minuti per evitare le scene più trucide.

Truppe camerunensi durante una "spedizione punitiva"
Truppe camerunensi durante una “spedizione punitiva”

Il filmato conferma le prove già raccolte in un rapporto pubblicato nel luglio 2016 da Amnesty. In tale relazione sono riportate informazioni riguardanti uccisioni illegali e esecuzioni extragiudiziali di una trentina di persone – tra loro anche molti anziani – ad Achigaya, durante un’operazione delle forze di sicurezza, per ritrovare i corpi di soldati uccisi da miliziani di Boko Haram il 28 dicembre 2014. I cadaveri erano stati abbandonati dai terroristi vicino alla base militare. Ma l’intervento doveva considerarsi anche come spedizione punitiva collettiva nei confronti della popolazione residente, perchè considerata simpatizzante nei confronti dei sovversivi.

QUESTO VIDEO CONTIENE IMMAGINI CHE POSSONO URTARE LA SENSIBILITA’ DEGLI SPETTATORI. NON APRITELO SE NON SIETE CERTI CHE POTETE GUARDARLO SENZA AVERE REAZIONI FORTI

Anche questa volta la ONG con base a Londra chiede che venga aperta immediatamente un’inchiesta approfondita e imparziale, affinchè i responsabili di questi delitti possano essere giudicati da un tribunale.

Grazie alla diffusione del video e del rapporto di Amnesty International dello scorso luglio, sarebbero stati arrestati sette soldati camerunensi. Lo ha reso noto venerdì sera Issa Tchiroma Bakary,  ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo di Yaoundé. Nel messaggio del ministro sono stati elencati anche i nomi dei militari trattenuti. E Paul Biya, il dittatore del Camerun, avrebbe chiesto esplicitamente che venga fatta luce su questi abusi, che potrebbero essere stati perpetrati da soldati che non rispettano le regole.

Paul Biya, presidente del Camerun
Paul Biya, presidente del Camerun

Dopo la diffusione del video di luglio, le autorità di Yaoundé in un primo momento avevano negato tutto, bollando il filmato come “fake news”. Ma con l’avvicinarsi delle elezioni, forse qualche ripensamento c’è stato.  Biya, al potere dal 1982, (secondo solamente a Teodoro Obiang Nguema, presidente della Guinea Equatoriale, in sella dal 3 agosto 1979) con i suoi ormai ottantacinque anni, è nuovamente tra i candidati delle prossime presidenziali, che si terranno il 7 ottobre. Lo ha reso noto pochi giorni fa l’ECLAM, la Commissione elettorale nazionale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Dal nostro archivio:
https://www.africa-express.info/2018/07/13/camerun-assalito-il-convoglio-del-ministro-della-difesa-almeno-sei-morti/

 

L’Italia è nero-azzurra, il governo è gialloverde (con tinte un po’ razziste)

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 12 agosto 2018

L’Italia è nero-azzurra, e non solo nello sport; il governo è gialloverde (o gialloblu), con qualche livida striatura razzistica. E’ il paradosso del nostro Paese. Un paradosso ancor più visibile dopo i Campionati europei di Berlino, che si concludono oggi.

I tanti, troppi daltonici politico-sociale si saranno accorti che gli atleti multietnici della nazionale italiana sugli ottantanove che sono scesi in pista o in pedana sono ventotto e  costituiscono il 31,5 per cento della spedizione un tempo solo azzurra? “Dietro ai numeri ci sono le persone”, aveva scritto quindici anni fa Claudio Camarca nel suo libro “Migranti”. E dietro alle persone c’è una nuova Italia,composta di nuovi, normalissimi italiani.

“Studiamo, ci alleniamo, siamo atlete italiane all’Europeo per vincere una medaglia. Chi rifiuta l’idea se ne faccia una ragione…”. Così parlò Ayomide Folorunso alla vigilia dei 4×400 metri femminili degli Europei di atletica 2018 disputatasi ieri sera allo stadio Olimpico di Berlino (sì, quello di Hitler, quello che nel 1936 incoronò Jesse Owens)  . Una gara deludente per le nero-azzurrine (classificatesi quinte, potevano fare molto di più e meglio).

Le All Black – come le ha definite la Gazzetta dello Sport – non sono state capaci di replicare il successo di fine giugno ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona. Una vittoria che fece clamore appunto perché aveva assunto un significato extrasportivo in un’Italia dove “sparare” al diverso, soprattutto se nero, è da taluni visto sempre e solo come una goliardata.

Ayomide Folorunso ha 21 anni è nata ad Abeokuta (Nigeria) – città che ha dato i natali anche al primo premio Nobel per la letteratura africano Wole Soyinka – e trapiantata con la famiglia a Fidenza nel 2004 quando di anni ne aveva otto. Ayomide, occhialoni da miope, è la più giovane delle quattro atlete che hanno preso parte alla staffetta. Ayomide è una persona normalissima, che riesce a conciliare senza difficoltà, anzi con successo, l’attività agonistica con gli studi di Medicina (mira a essere pediatra) e delle Sacre Scritture.

Staffetta 4x400 "All-Black"
Staffetta 4×400 “All-Black”

Le altre tre sono:

  • Raphaela Lukudo, ventiquattro anni, nata ad Aversa nel Casertano ma poi trasferitosi a Modena a 2 anni. I suoi genitori erano giunti dal Sudan come rifugiati. Studia Scienze motorie e anche lei condivide senza problemi studio con sport. E ieri sera, nella terza frazione della staffetta, è stata la più brillante.
  • Maria Benedicta Chigbolu, ventinove anni, vistosamente riccioluta, è nata a Roma da padre nigeriano, Augustine, e madre italiana, Paola. E’ laureata in scienze dell’educazione e della formazione.
  • Libania Grenot, trentacinque anni, cubana naturalizzata italiana nel 2008 per matrimonio con Silvio Scaffetti. Sono tutte e quattro di colore (nero) e fanno parte ormai di quella generazione che è entrata a pieno titolo nel nostro sport, ma soprattutto della nostra vita quotidiana.

Sono l’esempio di ragazze che vivono la loro vita serene e tranquille, con i genitori che hanno fatto tanti sacrifici per loro, che sono giunte da noi con percorsi diversi, ma tormentati. Come loro ci sono quelli che sono stati definiti “i gemelli diversi” nati in Etiopia e adottati all’età di sette anni.

Sono le medaglie di bronzo Yemaneberhan Crippa, noto come Yeman (nei 10.000), ventuno anni, e del coetaneo Yhoanes Chiappinelli, per gli amici Yoghi (nei 3000 siepi).

Yeman, dal vistoso ciuffo biondo, poliziotto delle Fiamme gialle, è entrato nella famiglia del trentino Roberto Crippa, oggi 51 anni, assieme a sette fratelli e cugini rimasti orfani della guerra. I loro nomi sono Medkes, diciannove anni commessa a Trento, Mulu, venti, cameriera, Gadissa, ventuno, cameriere anche lui, Asna, ventitre, parrucchiera a Milano, Neka, ventiquattro, cameriere a Trieste, vincitore nel 2013 del mondiale Juniores di corsa, Elsabet, ventisette, rientrata in Etiopia con la Cooperazione internazionale, Kelemu, ventotto, operaio, a Tione, (Trento).

Li ho cresciuti – ha raccontato Roberto Crippa a Quotidiano.net – puntando sulla qualità del cibo e riciclando i vestiti”. Ieri sera Yeman solo per un soffio ha perso un altro bronzo nella corsa dei 5 mila metri. E’ arrivato quarto.

Quanto a Yoghi, portacolori dei Carabinieri, è stato adottato da una coppia di professori di matematica dell’università di Siena, salvandolo dagli stenti di un villaggio non lontano da Addis Abeba. Entrambi sono perfettamente integrati nello sport e nella società (grazie allo sport), compagni in nazionale (nero) azzurra e assertori convinti di far parte di una generazione che avanza, in pista e fuori.

E’ nato in Italia Fausto Eseosa Desalu, ventiquattro ann,i da genitori nigeriani, ma cittadino tricolore dal 2011 quando il papà e la mamma diventano italiani. Fausto è l’atleta nazionale più veloce sui 200 metri dopo Pietro Mennea (agli europei è giunto sesto in finale).

Daisy Osakue, lancio del disco
Daisy Osakue, lancio del disco

La lista del nuovo che avanza a passo di corsa , o che scende in pista anche per battere il razzismo,  è lunga.  E comprende e ancora tanta Africa.

Dal Mozambico (Joao C. M. Bussotti N. J), alla Somalia (Mohd Abdikadar Sheik Ali), all’Egitto (Ahmed Abdelwahed), alla Tunisia (Ala Zoghlami), al Marocco (Yassine Rachik e Fatna Maraoui), all’Eritrea (Eyob Faniel) al Ghana (Gloria Hooper) , alla Costa d’Avorio (Hassane Fofana e Audrey Alloh) e al Camerun (Paolo dal Molin). Non dobbiamo però trascurare chi ha origini dominicane (Bencosme ed Herrera), ucraine (Dariya Derkach Derkach), russe (Aceti), cubane (Yusneysi Santiusti e Yadisleidi Pedroso) e statunitensi (Jacobs e Trevisan Andrew Howe).

Forse ne abbiamo dimenticato qualcuno. Di sicuro, però non si tratta di azzurri comprati, come avviene in molte altre parti del mondo.

In ogni caso non possiamo  lasciar fuori Daisy Osakue, 22 anni, nata a Torino da genitori nigeriani. Sia perché ieri sera nella finale del lancio del disco ha colto un sorprendente quinto posto; sia perché la sua presenza a Berlino è la miglior reazione alla “goliardata” di Moncalieri, quando tre giovinastri le lanciarono un uovo sugli occhi e misero in forse la sua partecipazione agli Europei.

Daisy, assieme alle All Black, assieme a Yoghi, a Yeman e a tutti gli altri, neri o gialli, o verdi, o rossi, o bianchi ha definitivamente significato una svolta epocale: l’Italia si avvia a essere pienamente un Paese multietnico. Sta cambiando non solo nell’atletica, ma anche nella vita di tutti i giorni.

Chi rifiuta l’idea se ne faccia una ragione…

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Attrice egiziana che aveva abbandonato il set per l’islam torna in scena senza il velo

Loghino africa express 2Africa ExPress
Il Cairo, 11 agosto 2018

Hala Shiha, famosa attrice egiziana che nel 2005 aveva deciso di ritirarsi dalla scene “per dedicarsi all’islam”, come lei stessa aveva comunicato, ha deciso di tornare sui suoi passi, di smettere la hijab (il velo islamico che si aggancia sotto il mento) e di tornare sul set.

La star, che ha recitato in film come El-Selem We El-Teaban (La scala e il serpente) e Aris Min Geha Amneya (Uno sposo da un corpo di sicurezza), si era ritirata nel 2005 all’età di 26 anni all’apice della sua carriera. L’annuncio del suo ritorno l’ha affidato ai social media.Hala Shiha con velo

Giovedì ha creato un account twitter e ha scritto una sola parola: “Torno”. I suoi fans si sono scatenati e in poche ore ha registrato 38 mila follower. Poi ha twittato ancora “Un’attrice egiziana, brilla di nuovo”e  altri migliaia di seguaci si sono iscritti sul suo profilo. Infine l’apoteosi nel momento i cui ha scritto “Sono stata una donna forte e indipendente fin dall’inizio”.

Sempre giovedì Shiha ha creato anche una pagina Istagram e condiviso le sue foto senza il velo.  Ovviamente i commenti pro e contro la decisione di abbandonare l’hijb si sono sprecati. L’hashtag arabo del suo nome “#HalaShiha” in poche ore è diventato popolarissimo ed è comparso in più di 12.000 tweet, provocando reazioni contrastanti.

Hala Shiha in alto con il velo e qui sotto senza
Hala Shiha in alto con il velo e qui sotto senza

Hala Shiha è diventata una musulmana devota e aveva scioccato il mondo dello spettacolo quando aveva annunciato le sue dimissioni per la seconda volta nella sua carriera. La prima nel 2003, perché aveva deciso di “ricominciare a vivere con l’Islam”. Ma dopo due mesi di misticismo musulmano ci aveva ripensato, anche a causa delle critiche da parte della sua famiglia, dei suoi compagni di lavoro e di tutta l’industria egiziana dell’intrattenimento. Ma nel 2005 aveva cambiato di nuovo idea. “Smetto di recitare. Mi ritiro e indosso il velo”. Da allora era scomparsa.

Hala Shiha, che è nata nel 1979 in Libano da padre egiziano, il pittore Ahmed Shiha e madre libanese, è sposata con un canadese convertito all’islam e vive tra il Canada e l’Egitto. Ha appena firmato un contratto per girare un nuovo film prodotto da Mohamed el-Sobky. In questi anni numerosi produttori cinematografici hanno cercato di raggiungerla e convincerla a tornare sulle scene, ma alla fine c’è riuscito Sobky, il più importante produttore cinematografico del suo Paese.

Africa ExPress

Si espande l’epidemia di ebola in Congo-K, vaccinazioni impedite da gruppi armati

Loghino africa express 2Africa ExPress
Kinshasa, 10 agosto 2018

La decima epidemia di ebola si sta espandendo in Congo-K e le autorità sanitarie incaricate della distribuzione del vaccino sperimentale alla popolazione hanno grande difficoltà a operare per la presenza di gruppi armati nelle province del Nord-Kivu e Ituri, zone colpite dall’infezione. Il 7 agosto sono state ritrovate ben quattordici persone barbaramente ammazzate a Tubameme, che dista solamente quaranta chilometri da Mangina, epicentro dell’attuale propagazione del virus.

In un comunicato dell’8 agosto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto sapere che finora sono stati già riscontrati quarantaquattro casi di febbre emorragica, tra questi diciasette sono stati confermati dalle analisi del sangue, mentre altri ventisette sono considerati “probabili”.

Campagna vaccinazione contro ebola nel Congo-K
Campagna vaccinazione contro ebola nel Congo-K

I primi casi sospetti si sono verificati all’inizio di agosto a Mangina, dopo la morte di una donna di sessantacinque anni che aveva presentato i sintomi di febbre emorragica. Dopo la sepoltura tradizionale, sette parenti, venuti in contatto diretto con la vittima, si sono ammalati.

La maggior parte delle persone contagiate si trovano nella zona di Mangina, a sud di Beni (vicino al confine con l’Uganda), già teatro di sanguinosi scontri negli ultimi anni. E proprio a causa dei combattimenti, la popolazione dell’area si sposta in continuazione per non essere bersaglio dei gruppi armati e ciò complica enormemente il lavoro degli operatori sanitari, specie ora, in piena epidemia di ebola. Il direttore nazionale di OXFAM, Jose Barahona, ha sottolineato che la nuova epidemia  potrebbe essere tra le più difficili da combattere tra quelle apparse finora nella ex colonia belga.

E’ la decima volta che e ebola si ripresenta nel Congo-K dal 1976. La prima epidemia è infatti scoppiata il 26 agosto, 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire.  Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976. I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella Valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280.

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I caschi blu della Missione per il mantenimento della pace dell’ONU in Congo (MONUSCO) e i militari dell’esercito congolese sono presenti nell’area, eppure risulta assai difficile trovare la scorta armata per il personale sanitario addetto alle vaccinazioni.

La campagna di immunizzazione è cominciata due giorni fa. Il ministro provinciale per la Sanità del Nord-Kivu e il coordinatore del programma si sono sottoposti per primi alla vaccinazione, per dare l’esempio a tutta la popolazione; subito dopo è stata la volta degli operatori sanitari in diretto contatto con i malati ricoverati nel centro Mangina. L’OMS ha elaborato una strategia “ad anello” per arginare il contagio.

Attualmento sono disponibili tremiladuecentoventi dosi di rVSV-ZEBOV, la fornitura di ulteriori antidoti sperimentali sono già stati richiesti a Alliance Gavi et Merck. L’OMS ha garantito il supporto logistico per la catena del freddo e ha inviato il materiale necessario. Inoltre sta intervenendo per facilitare le trattative sui protocolli tra i frabbricanti e le autorità nazionali. L’Orgasnizazione invierà anche un team di specialisti dalla Guinea per supportare gli operatori sanitari congolesi.

Africa ExPress

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Congo-K: guerra etnica nel nord-est e si cerca petrolio in un parco protetto dall’UNESCO

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Repressione in Mauritania prima delle elezioni: arrestato candidato antischiavista

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 agosto 2018

Biram Dah Abeid, capo del movimento anti-schiavista IRA-Mauritanie, acronimo per Initiative pour la résurgence du mouvement abolitionniste, è stato arrestato all’alba del 7 agosto nella sua abitazione a Riyadh, una periferia a sud della capitale Nouakchott.

Il leader dell’organizzazione è stato portato in un commissariato senza alcun mandato d’arresto. Le forze dell’ordine hanno solamente accennato che si tratta di ordini ricevuti “dall’alto”. Mentre fonti giudiziarie hanno fatto sapere che causa del fermo sarebbe l’esposto di un giornalista, che afferma di essere stato minacciato da Biram. Accusa che è stata immediatamente respinta dal movimento.

Biram Dah Abeid
Biram Dah Abeid

L’esponente anti-schiavista che appartiene al gruppo etnico haratine, è il candidato capolista come deputato di SAWAB, un partito nazionalista baathista, con il quale il suo movimento si è alleato. IRA-Mauritanie non ha mai ottenuto il riconoscimento come formazione politica autonoma dal governo. In un comunicato IRA-Mauritanie ha reso noto che solo poche ore prima del suo arresto, Biram Dah Abeid avrebbe ricevuto la convalida per la sua candidatura dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENI).

Oumar Yally, vicepresidente di SAWAB, ha precisto che, malgrado l’arresto dell’esponente haratine, il suo partito è più che mai determinato a portare avanti la coalizione con il movimento per le prossime elezioni regionali, locali e legislative che si terranno il 1° settembre 2018. L’inizio della campagna elettorale per questo appuntamento è prevista per il 16 agosto. Yally ha infine aggiunto: “Il nostro partito intraprenderà tutte le vie possibili, comprese quelle legali, perchè queste elezioni si svolgano in modo democratico e trasparente”.

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Biram Dah Abeid conosce bene le galere mauritane. E’ stato arrestato in passato per le sue battaglie contro lo schiavismo nel suo Paese. Anche se abolita ufficialmente nel 1981, in Mauritania la schiavitù esiste ancora. La ex colonia francese è stato l’ultimo Paese ad aver cancellato il disumano asservimento. In seguito la schiavitù è stata abrogata nuovamente il 12 agosto 2015 e la legge attuale ora la considera come un reato contro l’umanità. Ma solo sulla carta.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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