La Pantelena, una nave cisterna battente bandiera del Panama, con a bordo diciasette marinai di nazionalità georgiana, è scomparsa dai radar lo scorso 14 agosto, mentre si trovava a largo delle coste del Gabon, nel Golfo di Guinea, ben conosciuto per essere uno degli epicentri della pirateria mondiale.
Il ministero degli esteri della Georgia ha affermato che le indagini sono state avviate in collaborazione con l’armatore greco Lotus Shipping, il registro navale del Panama e altre autorità. Alla ricerca della nave partecipa anche la United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), oltre alla Guradia costiera di Sao Tomè e Principe, che ha inviato in perlustrazione un vascello con ben trenta uomini, con la speranza di individuare la Pantelena.
La nave cisterna Pantelena
Costruita nel 2006, lunga centoventuno metri, con una stazza di settemila tonnellate, la nave panamense era carica di petrolio. Una fonte militare ha precisato che il 14 agosto la Pantelena ha spento il suo segnalatore di posizione GPS, la prima cosa che i pirati fanno, non appena salgono a bordo.
Un membro dell’equipaggio di un natante in navigazione tra Libreville e Port-Gentil ha fatto sapere di aver captato un SOS via radio quel giorno, trasmesso immediatamente alle autorità marittime del Gabon.
Lo scorso febbraio un’altra nave, la MT Marine Express, battente anch’essa bandiera panamense, è stata sequestrata con il suo equipaggio a largo delle coste del Benin. E’ stata liberata pochi giorni dopo.
Gli specialisti in pirateteria dell’Ufficio Marittimo Internazionale (IMB) hanno fatto sapere che nei primi sei mesi del 2018 sono stati registrati ben centosette incidenti del genere nei mari del mondo intero.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 agosto 2018
Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto come Bobi Wine, deputato ugandese dell’opposizione e ex cantante, è stato arrestato il 14 agosto scorso ad Arua, nel nord-est del Paese, dove si trovava per sostenere Kassiano Wadri, candidato alle elezioni parlamentari parziali della Arua Municipality. Anche Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, al potere dal 1986, si trovava nella stessa località, per supportare il candidato del partito al potere, il National Resistance Movement.
Queste elezioni parziali avevano già creato parecchie tensioni tra l’opposizione e il NRM. Il 14 agosto la polizia ha effettuato una ventina di altri fermi.
Robert Kyagulanyi, alias Bobi Wine, deputato ugandese arrestato
Kyagulanyi è stato sbattuto in galera perché avrebbe ostacolato il passaggio del corteo presidenziale. In poche parole l’ex cantante – secondo le accuse – si trovava al posto sbagliato al momento sbagliato. Difficile capire come siano andate esattamente le cose. Sta di fatto che nella confusione che si è venuta a creare, le forze dell’ordine hanno sparato sulla folla, uccidendo anche il conducente del parlamentare. Il parabrezza della limousine presidenziale è rimasto leggermente danneggiato.
Poco prima del suo arrestato, il deputato ha postato sul suo account twitter: “La morte del mio autista è dovuto ad un errore di identità. La polizia lo ha colpito, pensando che fossi io”.
Giovedì scorso il parlamentare è stato sentito da un giudice del un tribunale militare di Gulu, che lo ha accusato di tradimento. L’avvocato difensore ha fatto sapere che il suo cliente è stato violentemente pichiato durante i giorni di detenzione precedenti alla comparizione davanti alla Corte. Kyagulanyi è stato poi trasferito con un aereo militare a Kampala, “ospite” di una prigione delle forze armate.
Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda
Il fermo di Kyagulanyi ha suscitato indignazione e rabbia in tutto il Paese: manifestazioni nelle piazze, disperse ovviamente dalle forze di sicurezza che hanno utilizzato gas lacrimogeni. Ci sono stati diversi arresti, e nei “consigli di viaggio” per chi si deve recare in Uganda il Foreign Office di Londra ha inserito le tensioni politiche, le proteste e le manifestazioni attualmente in atto, che non tendono a placarsi. Anche oggi, secondo fonti della polizia, sarebbero stati fermati quarantacinque manifestanti a Kampala. Polizia e militari sono intervenuti anche a Kisekka, un quartiere periferico della capitale, dove sono state incendiate macchine ed è stato dato fuoco ad una stazione di polizia. In manette anche diversi giornalisti.
Oggi Museveni ha respinto tutte le accuse riguardanti le torture subite dall’ex cantante mentre si trovava agli arresti nella base militare nel nord dell’Uganda. Anzi, l’ha declassata come “fake news”. Secondo un comunicato della presidenza, i medici del carcere militare di Kampala hanno riferito che il deputato non mostra segni di violenza: “Non sono state riscontrato – c’è scritto -ferite alla testa e al petto, tanto meno fratture.
Il Twitt inviato da Bobi Wine
Il presidente ha giustificato l’arresto di Kyagulanyi e di altri parlamentari perchè avrebbero incitato alla violenza gruppi dell’opposizione, averebbero lanciato sassi contro persone indifese, come donne e bambini. Museveni ha precisato: “Questi gesti, in una una zona abitata, significano volontà di uccidere”.
Giovedì scorso, gli avvocati difensori avevano dichiarato che durante l’udienza il loro cliente poteva a malapena vedere, parlare e camminare. E il fratello di Kyagulanyi, Eddy Yawe, ha fatto sapere che, durante una visita in carcere, Wine gli ha raccontato di essere stato torturato da un gruppo di soldati. I militari lo avrebbero picchiato con una spranga di ferro anche sugli organi genitali. Inoltre gli avrebbero iniettato più volte una sostanza a lui sconosciuta.
Bobi Wine, un ex cantante raggae molto popolare in Uganda, è stato eletto un anno fa. I giovani lo chiamano “il presidente dei ghetto”. Per molti incarna le frustrazioni, le speranze dei giovani, dei poveri, degli emarginati. Kyagulanyi, alias Wine, si era presentato alle elezioni come indipendente per la sua circoscrizione e ha battuto i candidati del partito di Museveni (NRM) e i rappresentanti della maggiore formazione politica all’opposizione (FDC). Le elezioni locali del 2017 erano state organizzate in virtù di irregolarità riscontrate durante le votazioni generali del 2016.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 agosto 2018
Oltre trenta bambini sotto i cinque anni sono morti per malnutrizione, diarrea, malaria nel campo per sfollati a Bama, nel nord-est della Nigeria nelle prime due settimane di agosto.
A lanciare l’allarme è stata la ONG Medici senza Frontiere. Bama, una volta la seconda città del Borno State, ora trasformata in un immenso campo per sfollati, a fine luglio ospitava venticinquemila anime, il massimo della sua capienza. Sono almeno seimila i bambini presenti e uno ogni duecento è morto di stenti e malattie per l’assenza di cure adeguate nelle ultime settimane. La gente continua ad affluire a causa delle incessanti incursioni, violenze e attacchi dei miliziani di Boko Haram in tutto il nord-est della ex colonia britannica.
Campo per sfollati nel nord-est della Nigeria
In un comunicato MSF afferma che i piccoli arrivano in condizioni terribili e il loro stato di salute peggiora anche nel campo per la mancanza di una corretta assistenza sanitaria, assolutamente insufficiente per il numero di persone presenti. E Isabelle Mouniaman, portavoce di MSF, da Parigi ha specificato: “Il centro di Bama sta scoppiando, deve essere ingrandito quanto prima”.
All’alba di ieri, almeno diciannove persone sono state brutalmente ammazzate a Mailari, un villaggio nella regione di Guzamala nel Borno State. Un sopravvissuto ha raccontato che tre giorni prima dell’attacco gruppi di miliziani sarebbero stati avvistati nelle vicinanze. Le truppe nigeriane, stanziate nella vicina base di Gudumbali, sarebbero state informate dai residenti. Sempre secondo il testimone oculare, che ha perso anche un fratello durante l’assalto, i militari non si sarebbero fatti nemmeno vedere. Nel novembre del 2015 il contingente di Gudumbali aveva perso oltre centocinquanta uomini durante i combattimenti contro i sanguinari terroristi.
Eppure il governo nigeriano sostiene da tempo che i Boko Haram non rappresentano più un pericolo primario. Muhammadu Buhari, il presidente del Paese più popolato dell’Africa ha sostenuto proprio a giugno, che ormai il nord-est si trova in una “fase di stabilizzazione postbellica”. Propaganda politica, visto che le elezioni sono alle porte e Buhari, candidato alle presidenziali del prossimo anno, aveva promesso che avrebbe sconfitto i jihadisti entro il 31 dicembre 2015.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
In seguito alle dichiarazioni del presidente, un portavoce dell’esercito nigeriano aveva annunciato che duemila persone sono state invitate a lasciare i campi per sfollati, perchè ormai la situazione nel distretto di Guzamala si è stabilizzata, grazie ai ripetuti interventi della missione anti-Boko Haram “Operation Lafiya Dole” (missione che ha cambiato ben quattro comandanti in soli ventisette mesi, l’ultimo, Ahmed Dikko, è stato nominato a fine luglio).
Il ritorno a casa degli sfollati era stato ampiamente pubblicizzato in ogni dove della Federazione nigeriana. L’esercito aveva precisato che avrebbe scortato i rifugiati e distribuito materiale edile. I poveracci sono stati costretti a tornare nei villaggi completamente distrutti, a ricostruire da soli le proprie case, ricominciare dal niente, con la costante paura di essere ancora una volta soggetti agli attacchi dei terroristi, fuggire nuovamente, se non addirittura essere ammazzati.
Per aderire si invii Nome Cognome, Affiliazione/Qualifica e Luogo (di residenza o lavoro) a petizionemigranti@gmail.com
Siamo insegnanti, docenti universitari, scrittori, artisti, medici, economisti, membri della società civile. Denunciamo come incostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio. Nel futuro non assisteremo senza opporci con tutti i possibili mezzi legali al respingimento di navi umanitarie, alla minaccia di “censimenti” di tipo etnico-razzista o ad altri fatti di questa gravità.
Nave umanitaria con a bordo migranti salvati
Denunciamo come ugualmente pericoloso, anti-costituzionale e inaccettabile l’intero asse politico europeo di orientamento razzista e nazionalista cui questo governo guarda ideologicamente. Da sempre i flussi migratori sono naturali ed essenziali per le civiltà umane; il rispetto della diversità culturale, del diritto d’asilo e del diritto all’integrazione, principi duramente conquistati dall’Europa con la sconfitta del nazifascismo, sono l’unica strada che è necessario regolare e percorrere, naturalmente a livello europeo.
Chiediamo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di ostacolare in quanto incostituzionale ogni provvedimento ispirato a discriminazione etnico-razzista o lesivo del diritto d’asilo.
Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2006,
è morto stamattina in un ospedale di Berna dopo una breve malattia.
Lascia la moglie Nane, svedese, e tre figli, Ama, Kojo e Nina. Durante il suo mandato
all’ONU, nel 2001 ricevette il premio Nobel per il suo lavoro “per un mondo ben organizzato e in pace”. Dal marzo 1993 al febbraio 1994 fu sottosegretario
dell’Organizzazione con l’incarico di coordinamento delle operazioni di peace keeping . Kofi Annan era nato a Kumasi, in Ghana nel 1938 e, attualmente, era membro
dell’organizzazione “The Elders” (gli anziani saggi), un gruppo che riunisce decine di ex leader
che si pongono problemi di diritti dell’uomo. “
The Elders” è stata fondata nel 2007 da Nelson Mandela.
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
Grazie Kofi Annan. Se sono ancora qui a scrivere è anche perché lui intervenne personalmente perché io non finissi in una putrida galera in Eritrea.
Era il 2003 e avevo lasciato per un semestre in aspettativa il Corriere della Sera, d’accordo con il direttore formale, Ugo Stille, e quello sostanziale, Giulio Anselmi, accettando la nomina del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, come consulente nel panel che si occupava dell’investigazione del traffico d’armi in Somalia.
Viaggiavo molto per capire da dove arrivassero quelle armi che, al mercato di Bakara, a Mogadiscio, venivano vendute per pochi dollari. Con 100 euro si poteva acquistare un kalashnikov con relative munizioni. Chiesi e ottenni – come consulente dell’ONU – un visto per andare in Eritrea. Visitai il porto di Massawa, chiedendo informazioni e ottenendo risposte vaghe da persone sospettose e impaurite.
Massimo Alberizzi e Kofi Annan
Nell’ex colonia italiana era già cominciata la forte repressione. Il 18 settembre del 2001 erano stati arrestati diversi ministri (da allora scomparsi in qualche galera nascosta) e il giro di vite aveva colpito studenti, intellettuali e gli esponenti della società civile. Avevo scritto parecchi articoli in proposito sostenendo, tra l’altro, che la guerra con Etiopia, scoppiata nel 1998 e proseguita nel 2000, era stata cominciata e voluta dall’Eritrea, cosa che sarebbe stata sancita anche da una commissione internazionale indipendente.
Ad Asmara alloggiavo all’Hotel Intercontinental dove abitava, tra l’altro, una parte dei carabinieri italiani, spina dorsale del contingente internazionale dell’ONU, l’UNMEE (United Nations Mission in Ethiopia ed Eritrea). Naturalmente avevo intervistato i comandanti dell’operazione, che quindi conoscevo bene.
Una domenica mattina di ottobre, non ricordo esattamente il giorno, sto per imbarcarmi per un volo della British Airways per Khartoum, dove devo incontrare i capi della polizia locale. Arrivo all’aeroporto di Asmara, faccio il check-in e consegno il mio borsone con il bagaglio. Resto in sala d’attesa per oltre un’ora e quando il volo viene chiamato sono il primo a presentarmi alla porta d’imbarco. Mostro il mio biglietto e i due funzionari si guardano, parlottano un po’ e uno di loro mi intima di seguirlo.
Tutto penso, ma non che mi stiano per arrestare. Mi portano in una stanzetta dell’aeroporto dove appese al muro ci sono varie foto segnaletiche. La mia è lì. Sotto c’è una nota ma è scritta in tigrigna quindi non capisco proprio cosa ci sia scritto.
Koffi Annan durante un intervento all’ONU
Protesto facendo presente che il volo sta per partire e non aspetta certo me. I funzionari fanno finta di non capire nulla e mi tengono lì seduto un paio d’ore. Non ci sono finestre ma capisco che l’aereo è già andato via.
I funzionari continuano a telefonare, ma non ottengono nessuna risposta. Mi renderò conto dopo che, essendo domenica, non riuscivano a comunicare con i loro capi e si trovavano in difficoltà. In Eritrea, poi, nel 2003 non esistevano i cellulari. Dopo un po’ mi portano nella sala degli arrivi e mi fanno riprendere il mio bagaglio che mi aspettava sul nastro mobile.
Mi caricano su un’auto senza dire una parola e mi trasferiscono all’Intercontinental. Mi accompagnano nella mia stanza e mi intimano: “Sei in arresto, non muoverti da qui!”
Immediatamente cerco nella mia borsa il telefono satellitare, le sue dimensioni erano già quelle di un grosso apparecchio cellulare e la polizia di frontiera non aveva ritenuto necessario sequestrarlo forse pensando che fosse un normale GSM non in grado di funzionare in Eritrea. Chiamo subito il numero di emergenza dell’ONU a New York. Mi risponde l’unità di crisi, attiva 24 ore su 24, e l’interlocutore mi assicura. “Avviso subito l’ufficio del segretario generale”, cioè Kofi Annan.
Per parte mia avviso subito i capi del contingente italiano, che purtroppo, come era prevedibile, non possono fare nulla. Sono ospiti non graditi in Eritrea e, infatti, saranno cacciati dal Paese pochi mesi più tardi. Mi assicurano però che mi terranno d’occhio e due uomini piantoneranno discretamente la porta della mia stanza.
Resto in attesa per un po’ di ore, il tempo che a New York siano tutti svegli e mi chiama la segretaria di Koffi Annan. “Il segretario generale – mi informa una signora diligente e gentile – è in contatto diretto con il presidente dell’Eritrea, Isaias Afeworky. Si sono parlati a lungo e non è stato facile, ma alla fine l’ha convinto: lei è libero di partire. Le consiglio di prendere il primo aereo e vada via di lì”.
Già, ma il primo aereo sarebbe stato martedì. Beh, confesso di aver passato un lunedì terrorizzato di scomparire in una delle galere segrete della dittatura.
Tre anni dopo, nel dicembre 2006 sarei stato sequestrato dagli islamici in Somalia. Per ordine preciso degli eritrei. Ma questa è un’altra storia.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com @malberizzi
Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2006, è morto stamattinain un ospedale di Berna dopo una breve malattia. Lascia la moglie Nane, svedese, e tre figli, Ama, Kojo e Nina. Durante il suo mandato all’ONU, nel 2001 ricevette il premio Nobel per il suo lavoro “per un mondo ben organizzato e in pace”. Dal marzo 1993 al febbraio 1994 fu sottosegretario dell’Organizzazione con l’incarico di coordinamento delle operazioni di peace keeping .
Kofi Annan è nato a Kumasi, in Ghana nel 1938 e, attualmente, era membro dell’organizzazione “The Elders” (gli anziani saggi), un gruppo che riunisce decine di ex leader che si pongono problemi di diritti dell’uomo. “The Elders” è stata fondata nel 2007 da Nelson Mandela.
Incredibile ma vero: Albert Chalamila, governatore della regione Mbeya, nel sud della Tanzania, ha ordinato alla polizia di arrestare tutti gli abitanti di un villaggio. Le milleseicento anime di Ngolo sono accusate di atti vandalici perchè avrebbero manomesso e in parte distrutto le condotte che portano acqua in una comunità vicina, creando così un danno di oltre ventimila dollari. Non è ancora del tutto chiaro cosa abbia scatenato la furia dei residenti. Sta di fatto che in tutta l’area l’acqua scarseggia e sembra che a Ngolo non arrivi per nulla, perchè ubicato in un pendio.
Abitanti di Ngolo, Tanzania
L’ordine del governatore è stato perentorio: tutti gli abitanti devono essere arrestati, senza distinzione di sesso o del loro ruolo all’interno della comunità. Infatti, le manette sono scattate anche per i consiglieri del villaggio.
Chalamila ritiene che l’intera comunità sia responsabile di questi atti vandalici e ha precisato: “Devono imparare a rispettare le infrastrutture. I cittadini devono proteggere i progetti realizzati e una parte della responsabilità è da attribuire anche ai comitati responabili per l’acqua dei vari villaggi.
Le forze dell’ordine sono già sul luogo con diverse macchine e hanno iniziato ad eseguire gli ordini di arresto giovedì. Lo ha confermato il comandante della polizia regionale di Mbeya e ha sottolineato: “Hanno commesso un sabotaggio economico. Il governo ha speso molto denaro per questa condotta e loro hanno distrutto tutto. Devono pagare per questo atto vandalico”.
La polizia è autorizzata a trattenere per quarantotto ore nel commissariato tutti cittadini fermati, prima che vengano sentiti da un giudice. Chissà se la polizia regionale dispone di celle sufficienti per milleseicento persone.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 17 agosto 2018
Grazie all’espediente del presidente mozambicano Filipe Nyusi, l’informazione libera avrà sempre meno voce. Secondo Reporters sans Frontieres (RSF) il Mozambico continua ad andare sempre più in basso nella graduatoria della libertà di informazione.
Mozambico scende ancora nella graduatoria RSF
Se lo scorso anno era piazzato al 93esimo posto su 180 Stati censiti, nel 2018 l’ex colonia portoghese è scivolata di sei punti passando al 99esimo. Il “decreto avvelenato” contro la stampa libera contribuirà a far scendere ulteriormente il Mozambico nella classifica RSF.
Il Mozambico è classificato in arancione come “Paese con problemi sensibili” (Courtesy Reporters sans Frontieres)
Eppure, lo scorso 3 maggio, nell’ultima Giornata internazionale della libertà di stampa, il presidente mozambicano Filipe Nyusi, secondo quanto scrive RSF, aveva riconosciuto il ruolo essenziale dei giornalisti nello sviluppo della democrazia. Non solo: il capo dello Stato mozambicano si era anche impegnato a “garantire un ambiente favorevole al rispetto della libertà di informazione”.
Il giro di vite e le elezioni
Allora perché questo giro di vite sui media e i giornalisti? Il prossimo 10 ottobre ci saranno le elezioni amministrative che saranno un test che anticipa quelle generali dell’ottobre 2019. Davanti al decreto governativo del governo di Filipe Nyusi viene naturale pensare a uno strumento che permette a chi è al potere di mantenere il controllo dell’informazione e strozzare la stampa indipendente.
La nascita dei media indipendenti
Il FRELIMO (Fronte di liberazione del Mozambico), dall’indipendenza, nel 1975, ad oggi è sempre stato al governo con i suoi organi di informazione statali. TV Moçambique (TVM), Radio Moçambique (RM), l’Agencia de Informação de Moçambique (AIM), il quotidiano Noticias e il settimanale Tempo erano gli unici media del Paese. Fino a quando, nel 1992, è apparso Mediafax. È stato il primo quotidiano indipendente, fondato da Carlos Cardoso ex direttore dell’AIM. Veniva spedito via fax su abbonamento e aveva riscosso notevole successo.
Carlos Cardoso, giornalista mozambicano assassinato il 22 novembre 2000
L’assassinio di Carlos Cardoso
Purtroppo la voce libera di Cardoso è stata messa a tacere, nel novembre del 2000, a colpi d’arma da fuoco mentre stava indagando su un’importante frode bancaria. Vedeva coivolte importanti figure del FRELIMO e il figlio dell’allora presidente Joaquim Chissano.
Da allora sono nati diversi media indipendenti: reti radiofonioche e televisive e testate cartacee ed è esplosa l’informazione nel web. Continuano però le minacce e le intimidazioni ai giornalisti che non sono allineati con il potere.
Visto il rapporto che i governi e le dittature africane hanno con i media e i giornalisti viene da pensare che il “tariffario” mozambicano diventi uno strumento che utilizzeranno con piacere.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 agosto 2018
Tutti i riflettori sono ora puntati su Ibrahim Boubacar Keïta , il presidente del Mali, rieletto per il suo secondo mandato con il 67,27 per cento delle preferenze, mentre il candidato all’opposizione, Soumaïla Cissé, ha raccolto il 32,83 per cento dei voti.
Molti maliani hanno disertato le urne, sia al primo che al secondo turno. Domenica scorsa solo 2,7 milioni, degli otto aventi diritto al voto hanno messo la scheda nelle urne, ossia il 34,54 per cento. Un po’ perchè il risultato era scontato: in Mali il presidente uscente viene praticamente sempre rieletto.Inoltre non bisogna sottovalutare i problemi legati all’insicurezza, in particolare al centro e al nord. Infatti quattrocentonovanta seggi non sono stati aperti. Durante il primo turno ne sono rimasti chiusi invece ben ottocentosettantuno.
Ibrahim Boubacar Keïta, rieletto presidente del Mali
Anche domenica scorsa non sono mancate violenze, malgrado il masiaccio spiegamento di forze di sicurezza. Vicino a Timbuktu è stato barbaramente ucciso il presidente di un seggio elettorale. Si punta il dito sui terroristi legati ad al Qaeda, ancora molto attivi in quell’area e in tutto il Sahel.
Soumaila Cisse
I risultati del ballottagio che si è svolto il 12 agosto, sono stati resi noti questa mattina dal ministro per l’Amministrazione territorriale, Mohamed Ag Erlaf, ma dovranno ancora essere convalidati dalla Corte Costituzionale di Bamako, la capitale del Paese. Malgrado la scarsa affluenza, il risultato era prevedibile, in quanto Keïta era partito avvantaggiato, perchè al primo turno aveva ottenuto il quarantadue per cento delle preferenze.
Già il giorno seguente al ballottaggio, Soumaïla Cissé aveva contestato il voto. E questa mattina, subito dopo l’annuncio della rielezione di Keïta, Tiébilé Dramé, direttore della campagna elettorale dell’opposizione, ha rincarato la dose: “La vittoria del presidente non riflette la verità delle urne e sarà contestato con tutti i mezzi democratici a disposizione. Depositeremo un ricorso alla Corte Costituzionale e chiederemo l’annullamento dei risultati fraudolenti di alcune regioni”.
Brutta figura del titolare del Viminale, Matteo Salvini, che aveva utilizzato per fini propagandistici una notizia diffusa lunedì scorso dal ministro degli Interni tunisino, Hichem Fourati, secondo cui nove salafiti erano stati arrestati mentre stavano salpando per l’Italia. Occasione gustosa per Salvini che aveva postato sul suo account twitter: “Le autorità tunisine hanno fermato 9 ESTREMISTI ISLAMICI che tentavano di imbarcarsi su un gommone per raggiungere l’Italia. Alla faccia di quelli che dicono “i terroristi mica arrivano sui barconi…”
Uno scivolone imperdonabile. Infatti durante un’intervista alla radio privata Mosaïque, il portavoce della Guardia nazionale della Tunisia, Houssem Jebabli, ha smentito Salvini sostenendo che nessuna delle persone arrestate voleva realizzare attentati terroristi né in Italia o altrove. Volevano fuggire da questo Paese alla ricerca di un futuro migliore. Jebali ha aggiunto che si tratta di uomini tra ventotto e quarantadue anni: nessuno di loro è minimamente sospettato di aver legami con gruppi estremisti.
Migranti tunisini
Una risposta elegante al ministro degli Interni italiano, che, con un certo cinismo, addomestica le notizie per fini di propaganda politica.
Al Viminale probabilmente non sanno bene il significato del termine salafita, che non è sinonimo di terrorista. Il salafismo, letteralmente significa «ritorno all’Islam degli antenati», il Corano interpretato dai compagni di Maometto. E’un movimento riformista di fine ‘800, in reazione al colonialismo occidentale nei Paesi arabi. Ma non tutti i salafiti sono criminali, i più sono semplicemente adepti di una linea più integralista dell’islam.
Hichem Fourati, il nuovo ministro dell’Interno tunisino, nominato a fine luglio – il suo predecessore ha dovuto dimettersi dopo il terribile naufragio del 2 giugno al largo di Sfax –ha fatto sapere martedì che la scorsa settimana sono invece stati arrestati due giovani a Sousse. I due sono sospettati di aver frequentato via internet corsi di formazione per imparare a fabbricare esplosivi, da utilizzare in attentati in Tunisia.
Guardia nazionale marittima tunisina
E sempre martedì, la Guardia nazionale, divisione informazioni marittime, ha scoperto un cantiere nautico a Bhar Lazrag, dove vengono fabbricati natanti per l’emigrazione verso l’Europa. Durante l’interrogatorio, il responsabile del cantiere, ora in stato di fermo, ha affermato di essere in possesso della licenza per la costruzione di imbarcazioni da diporto, omettendo però di dichiarare di aver venduto un natante in modo illegale. Altre tre barche sono state sequestrate, perché non registrate. Si teme che le imbarcazioni fossero destinate al traffico di migranti.
Secondo un rapporto dettagliato dell’Istituto Tunisino per gli Studi strategici (ITES), tra il 2012 e il 2017 oltre ventimila giovani sono partiti verso l’ Italia in modo illegale. Malgrado gli arresti, effettuati spesso in mare aperto e i morti che non si contano più, i tunisini continuano a voler lasciare il loro Paese. Sono pronti ad acquistare un biglietto “per la morte”, che oggi costa tra mille e duemilacinquecento euro, dipende dal porto di partenza e dal tipo di imbarcazione.
Il portavoce del ministero degli Interni e direttore per la Comunicazione e l’Informazione,Khalifa Chibani, in occasione del suo intervento del 30 ottobre 2017 all’emittente Nessma TV, ha spiegato: “L’organizzazione è italiana, mentre gli esecutori sono tunisinni. La tecnica per attirare i giovani a partire sono per lo più i video pubblicati da coloro che sono già arrivati in Italia in modo clandestino”.
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