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John, una vita senza terra nella precaria abolizione della schiavitù

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Mauro_ArmaninoMauro Armanino
Niamey, 27 agosto 2018

Suo padre somalo si era rifugiato negli Stati Uniti. John è nato, da madre americana, il primo giorno del mese di gennaio del 1989. All’ètà di cinque anni accompagna suo padre, commerciante,  in Costa d’Avorio. Rimane nel Paese fino alla morte di suo padre, ucciso durante la crisi seguita alle elezioni presidenziali del 2011. Si salva nel vicino Mali e di lì continua fino in Algeria per poi raggiungere il Marocco. Cerca lavoro e trova solo un documento dell’ONU che lo riconosce come rifugiato. Il tentativo di passare in Spagna col gommone naufraga ancora prima di cominciare. Allora John torna in Algeria dalla quale è espulso dopo aver lavorato qualche mese, come buona parte dei migranti,  in un cantiere edile.

Si trova a Niamey da poco, con il documento sopra citato delle Nazioni Unite, inutile per dargli qui un qualsiasi aiuto. Suo padre si chiamava Ali. Di sua madre, che vorrebbe poter rintracciare, non sa nulla. Ricorda solo che si chiama Kelly Brown e nessuna istituzione ha potuto, finora, ritrovarla. John è dalla nascita che cerca una terra d’asilo.

Una veduta del fiume Niger
Una veduta del fiume Niger

I capri, nella sola Niamey, sono stati sacrificati a centinaia di migliaia. La festa della Tabaski ricorda un sacrificio sostitutivo. Il capro ha preso il posto del figlio di Abramo che, secondo la tradizione biblica, avrebbe dovuto essere sgozzato. Gli animali, dopo essere stati uccisi, sono aperti e trafitti con legni incrociati a rosolare per ore. Sembrano dei crocifissi allineati attorno al fuoco a seconda del numero e dell’importanza del proprietario. Qui, almeno, i sacrifici sono ben visibili lungo les trade e nei cortili delle case. Ben altri, invece, i sacrifici nascosti agli occhi del mondo, che come per John, hanno il sapore di una guerra senza fine.

Milioni di rifugiati, accampati in tende, case di fortuna o per anni, ostaggi dell’aiuto internazionale. Sacrificati da potenti, fabbricanti di armi o dalla lotta per il potere di qualche “signore della guerra”. Invisibili, come le migliaia di migranti “economici” che, ritenuti senza documenti, sono detenuti in centri di repressione dell’umana mobilità. Una schiavitù che continua sotto mentite spoglie.

Oggi, nel secondo giorno della festa, cade la memoria della tratta negriera e della dichiarazione dell’abolizione della schiavitù. Era infatti nella notte tra il 22 e il 23 agosto del 1791 che iniziava, nell’isola di Santo Domingo, oggi Haiti e Repubblica Domenicana, la prima grande ribellione riuscita degli schiavi. I fermenti della rivoluzione francesi erano diventati merce d’esportazione anche grazie a chi aveva fatto esperienza della schiavitù, Toussaint Louverture. Due anni dopo la schiavitù sarebbe stata formalmente abolita e Haiti sarebbe diventato il primo paese “nero” a gustare il frutto aspro e dolce dell’indipendenza.

L’abolizione è ancora in atto e così pure la schiavitù che sembra oggi godere di buona salute. Gli schiavi esistono e non sempre nell’invisibilità nella quale si vorrebbe siano tenuti. Le rotte delle schiavitù cambiano, si globalizzano e si adattano alle mutate circostanze dell’economia di rapina che caratterizza il nostro tempo. Una schiavitù che, a volte è volontaria, barattata in cambio di un’effimera sicurezza.

John invece no. Dall’inizio si trova senza terra, senza padre e con la madre che forse aspetta un suo ritorno. John non baratta la sua libertà e non la svende al miglior acquirente. Di padre somalo e di madre statunitense dice di essere nato il primo giorno dell’anno in cui sarebbe caduto il muro di Berlino. Dalla guerra fredda si sarebbe passati a quella a tutto campo condotta da terzi con le armi dei primi. Gli stessi che decidono le guerre e le paci interessate al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

John è il grido di una terra in cerca d’autore. Si affida ad un improbabile documento che attesta ciò che gli altri non sanno. Rifugiato permanente tra la nascita che non ricorda e il volto di sua madre che ancora lo accompagna. John è una parabola vivente dell’assurdità di pensare alle radici come definizione dell’umano. Riparte con una esigua borsa scura di finta pelle che custodisce il documento plastificato della sua precaria identità. Rifugiato senza terra nella speranza di trovare, un giorno, la sua madre.

Mauro Armanino

Dal Nostro Archivio

Schiavi in Niger
Schiavi in Niger (foto Massimo A. Alberizzi)

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Mercenari russi in Centrafrica, per garantire a Mosca lo sfruttamento delle miniere

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 agosto 2018

La collaborazione tra Russia e Repubblica Centrafricana si fa sempre più stretta. Un nuovo accordo è stato siglato il 21 agosto dai ministri della Difesa dei due Paesi – rispettivamente Sergueï Choïgou e Marie-Noëlle Koyara – a margine dell’inugurazione del forum militare che si tiene in questi giorni a Koubinka, nella regione di Mosca.

Non sono trapelati dettagli significativi sulla nuova alleanza tra Mosca e Bangui, i cui legami si sono rafforzati negli utlimi mesi, dopo la visita di Faustin Archange Touadéra, presidente del Centrafrica a Sotchi, città nella Russia meridionale, dove aveva incontrato Sergueï Lavrov, ministro degli esteri di Vladimir Putin.

Choïgou ha sottolineato che Bangui rappresenta un partner promettente in Africa, mentre il viceministro della Difesa, Alexandre Fomine, ha precisato che si tratta di un “accordo quadro”. Quindi, soltanto una prima fase di dialogo per aprire un futuro spazio al vero e proprio negoziato. Mentre il ministro della Difesa di Bangui ha evidenziato che nel documento si parla semplicemente della formazione di militari delle forze armate centrafricane nelle scuole militari russe.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra
Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Nella ex colonia francese sono attualmente presenti cinque ufficiali e centosettanta istruttori civili di Mosca, arrivati dopo l’invio di fucili d’assalto, pistole e lanciarazzi RPG,  grazie all’ONU, che ha concesso al Cremlino una parziale abolizione sull’embargo delle armi. Embargo che era stato imposto alla Repubblica Centrafricana dal Consiglio di Sicurezza con risoluzione numero 2399 (2018). In cambio Mosca potrà godere di licenze per lo sfruttamento minerario. Insomma, anche la Russia, come molti altri Paesi, è solamente interessata alle ricchezze del sottosuolo del Centrafrica

Gli “istruttori civili” russi sono dei mercenari della società militare privata Wagner, contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

Si è cominciato a parlare per la prima volta della Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. Il capo del gruppo è Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe, molto legato al presidente. Da qualche tempo i paramilitari della società privata sono presenti anche in Africa. Nella Repubblica Centrafricana, appunto, e in Sudan.

Mercenari russi del gruppo Wagner
Mercenari russi del gruppo Wagner

Secondo Strategic Forecasting, Inc.,conosciuta come Stratfor,(editore statunitense e impresa di servizi segreti globale fondata nel 1996 ad Austin da George Friedman), all’inizio di gennaio gli uomini di Wagner sarebbero apparsi in Sudan per sostenere il governo del presidente Omar al-Bashir in “un conflitto contro il Sud Sudan” in cambio di benefici per le società russe presenti nel Paese. Guarda caso a fine 2017 al Bashir si era recato a Mosca per incontrare Putin. Il presidente russo aveva mandato a Khartoum un aereo per assicurare all’anziano leader sudanese, ricercato dal Tribunale Penale Internazionale ch lo accusa di crimini contro l’umanità, un tranquillo e sereno viaggio.

Sergey Sukhankin, analista dell’International Centre for Policy Studies di Kiev e della Jamestown Foundation, sostiene che il pricipale incarico dei mercenari in Sudan consiste nella sorveglianza delle miniere aurifere e di uranio.

E sempre secondo Sukhankin, gli uomini della guerra di Utkin svolgono lo stesso compito nella ex colonia francese, cioè controllano le ricchezze del sottosuolo e sostengono il governo di Bangui.

Alla fine di luglio sono stati uccisi tre giornalisti russi vicino a Sibout, città che dista ad un centinaio di chilometri dalla capitale della Repubblica Centrafricana. Le cause della loro morte non sono ancora state chiarite; si sa solamente che si trovavano a Sibout per realizzare un servizio inchiesta sugli istruttori russi e la società militare privata Wagner.

Ma la collaborazione con il Cremlino e il Centrafrica va oltre: da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del presidente e da marzo quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

I russi hanno anche incontrato alcuni leader di gruppi armati ribelli, tra loro Ali Darassa di Union pour la Paix en Centrafrique (UPC) e Noureddine Adam di Front Populaire pour la Renaissance de la Centrafrique (FPRC), entrambe sono fazioni di ex Séléka (gruppi ai quali aderiscono per lo più musulmani).

Intanto la guerra continua. Giovedì scorso, durante un attacco degli anti-balaka (vi aderiscono sopratutto cristiani e animisti) a Alindao, città situata nel centro-est, ha perso la vita un casco blu burundese della MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana) . Secondo quanto riportato da fonti del contingente internazionale, gli anti-balaka avrebbero teso un’imboscata ai militari dell’ONU e durante il conflitto a fuoco il burundese sarebbe stato ferito mortalmente.

Gli attacchi dei vari gruppi armati si susseguono senza sosta ed è molto difficile e pericoloso portare aiuti e assistere le popolazioni: i convogli umanitari e gli operatori stessi subiscono assalti dei miliziani. Quest’anno si sono verificati ben duecentodieci incidenti che hanno coinvolto direttamente personale di NGO. Lo ha comunicato qualche giorno fa Najat Rochdi, vice rappresentante speciale dell’ONU e coordinatrice residente nella Repubblica Centrafricana.

MINUSCA
MINUSCA

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della MINUSCA. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato i civii come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

In cambio di licenze minerarie Putin invia armi all’esercito centrafricano: l’ONU acconsente

E’ giallo su tre giornalisti russi ammazzati nella Repubblica Centrafricana

 

 

Arrestati dieci costruttori cinesi in Kenya: non hanno rispettato le norme di sicurezza

francoDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 25 agosto 2018

Sembra proprio che i cinesi presenti in Africa non riescano a far passare un’intera settimana senza che la cronaca debba occuparsi di loro. Oltre agli scandali recentemente emersi a proposito della nuova ferrovia Nairobi-Mombasa, le accuse di atteggiamenti razzisti verso il personale indigeno, l’insofferenza nei loro confronti espressa dalla popolazione sudafricana, l’arresto di sabato scorso all’aeroporto di Nairobi di una donna cinese in transito che tentava di imbarcarsi con centoventi chili di avorio nei bagagli, ora è la volta di dieci costruttori, suoi compatrioti, arrestati per non aver rispettato le norme di sicurezza previste dagli standard vigenti.

Il plastico del progetto AVIC in fase di realizzazione
Il plastico del progetto AVIC in fase di realizzazione

L’addebito mosso loro dal governatore di Nairobi Mike Sonko, riguarda la costruzione del lussuoso quartier generale cinese denominato “Avic International Building”, su progetto tedesco, da realizzarsi lungo la centralissima Waiyaki way, ad un costo che sfiora i 350 milioni di euro. Un’ispezione nel cantiere ha evidenziato che i lavori non erano condotti in armonia con il progetto approvato dalle autorità distrettuali, soprattutto in riferimento alla salvaguardia dell’ambiente e alla sicurezza del personale impiegato per la costruzione. Oltre ai dieci cinesi sono stati anche arrestati cinque addetti locali.

Alcuni dei costruttori cinesi arrestati
Alcuni dei costruttori cinesi arrestati

Il giorno successivo all’arresto, i quindici imputati sono apparsi davanti al giudice che, formalizzata l’accusa, li ha rimessi in libertà contro una cauzione individuale di poco inferiore ai mille euro. L’AVIC è un progetto che – rapportato alle condizioni di vita della maggior parte della popolazione del Kenya – può davvero definirsi faraonico. Il complesso edilizio, una volta (e se) ultimato, comprenderà un grattacielo di 47 piani per un’altezza di 176 metri e diverrà quindi i più alto edificio di Nairobi. Ci saranno inoltre, un lussuoso hotel di 35 piani, quattro fabbricati residenziali di 23, 25, 28 e 29 piani, collegati ad un centro commerciale di due piani. La costruzione del complesso, iniziata nel novembre 2015, era previsto fosse completata nel dicembre 2019, ma ora questa previsione non è più certa.

Uno dei numerosi crolli avvenuti a Nairobi
Uno dei numerosi crolli avvenuti a Nairobi

Questi arresti seguono di pochi giorni, quelli di altri quattordici costruttori (non cinesi) che pare stessero edificando un palazzo nel centro di Nairobi senza la prevista approvazione del progetto. Stando ai media locali, tra questi arrestati ci sarebbe anche una delle committenti, la signora Susan Ndung’u, moglie dell’attuale governatore della contea di Kiambu, a nord di Nairobi. Le costruzioni eseguite in Kenya, senza rispetto alle norme di sicurezza e senza le necessarie competenze, sono in grande quantità e periodicamente, il Paese deve assistere a crolli con perdite di vita umane.

Il governatore della Contea di Nairobi, Mike Sonko
Il governatore della Contea di Nairobi, Mike Sonko

Stando a un’indagine svolta dal periodico locale “Construction Review”, solo nella capitale ci sarebbero oltre cinquemila costruzioni pericolanti che dovrebbero essere demolite perché a rischio di crollare da un momento all’altro. Tra queste  alcuni noti centri commerciali che ospitano ogni giorno parecchie centinaia di persone.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Non si ferma l’epidemia di ebola in Congo-K: si tentano nuove terapie sperimentali

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 agosto 2018

Malgrado tutte le misure messe in campo il governo della Repubblica Democratica del Congo, non riesce a frenare la decima epidemia di ebola.

La direzione generale del ministero della Sanità ha organizzato una task force per contenere l’epidemia. Il 22 agosto  ha reso noto che finora sono morte sessantuno persone: trentaquattro tra i casi individuati dagli esami ematici, mentre ventisette tra quelli probabili, deceduti prima del 1° agosto, data nella quale è stata confermata la decima epidemia. La febbre emorragica è stata riscontrata con certezza in centotrè casi, ventisette, invece, risultano probabili.

Il ministro della Comunicazione della ex colonia belga, Lambert Mende Omalanga, ha sottolineato che la campagna di immunizzazione è in atto. Oltre duemila persone si sono già sottoposte alla vaccinazione. Attualmente sono disponibili altre settemila dosi dell’antidoto rVSV-ZEBOV.

Durante il Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, dedicato interamente all’attuale epidemia e presieduto dal presidente  Jospeh Kabila, sono stati stanziati trentasette milioni di euro per contrastare in modo più efficace questa malattia nel Nord-Kivu e Ituri, entrambe densamente popolate e dove i continui spostamenti delle persone rende ancora più problematico l’intervento degli operatori sanitari. Controlli sono stati istituiti all’uscita e all’entrata delle maggiori e città e delle province. Cartelli con indicazioni come prevenire il contagio osservando elementari regole igieniche sono stati esposti nei luoghi pubblici e un po’ ovunque e i collaboratori sanitari vigilano nei mercati, scuole, luoghi di culto e quant’altro.

A Bunia, capoluogo della provincia Ituri, una ventina di operatori della Croce rossa hanno frequentato un corso di formazione per le tumulazioni dei corpi dei morti di ebola. Le sepolture sono una delle fonti di maggiore contagio. E’ stato tassativamente vietato ai parenti di toccare la salma del loro congiunto.

Il comitato etico ha autorizzato l’11 agosto l’utilizzo di quattro farmaci biotecnologici, molecole terapeutiche sperimentali supplementari, vale a dire ZMapp, Remdesivir, Favipiravir e Regn3450 – 3471 – 3479. E, secondo quanto riferito dal ministero della Sanità, le dieci persone sottoposte alle nuove terapie, mostrerebbero segni di miglioramento.

Il virus dell'ebola, visto al microscopio
Il virus dell’ebola, visto al microscopio

Una scelta certamente coraggiosa quella di Kinshasa. Ma già durante la terribile epidemia del 2014-2015, Peter Piot, che aveva isolato il virus ebola nel 1976, David Heymann and Jeremy Farrar, rispettivamente direttori della  London School of Hygiene and Tropical Medicine e del Chatham House Centre on Global Health Security, e il Wellcome Trust, avevano chiesto che medicinali ancora in fase di sperimentazione contro l’ebola venissero messi a disposizione per chi sta lottando contro il temibile virus. Nell’agosto 2014 avevano precisato: “E’ necessario dare la possibilità ai governi africani di decidere se utilizzare o meno i medicinali dopo essere stati informati dettagliatamente sugli eventuali effetti collaterali. Dovrebbero essere messi a disposizione soprattutto per i medici e paramedici, più esposti di chiunque altro al contagio”.

Tumulazioni sicure da parte di personale specializzato
Tumulazioni sicure da parte di personale specializzato

ZMapp è un preparato di anticorpi monoclonali utilizzati per combattere le glicoproteine dell’ebola. Originariamente gli anticorpi sono stati estratti dai topi, mentre ora, con un metodo produttivo innovativo, saranno ricavati dalle foglie del tabacco. Il medicinale è stato testato sulle scimmie Rhesus con ottimo successo. Somministrato durante le prime ventiquattro ore dopo il contagio, tutte le scimmie sotto terapia sono sopravvissute. Se invece la terapia comincia più tardi solo una scimmia su due è rimasta in vita.

Lo studio clinico farmacologico di Favipiravir viene condotto dai specialisti francesi di l’ Institut national de la Santé et de la Recherche Médicale (INSERM). I primi risultati indicano che Favipiravir come monoterapia non è in grado di salvare la vita ad un malato di ebola. E’ comunque efficace in pazienti con una carica virale bassa. Per coloro che presentano invece livelli elevati di ebola nel sangue, deve essere associato ad altra terapia. Non è indicato per i bambini.

Remdesivir è un antivirale analogo nucleosidico, sviluppato dalla statunitense Gilead Sciences Inc, per il trattamento di infezioni da virus filiformi, come l’ebola. Anche questo medicinale è ancora in fase di sperimentazione.

La popolazione è terrorizzata. E ieri, la morte di un notabile di Mangango, un agglomerato che dista poco più di dieci chilometri da Beni, ha provocato il panico tra gli abitanti: sono scesi in in piazza per manifestare e  hanno tentato di bloccare la strada verso Mangina, dove si trova il centro specializzato per i malati di ebola, perchè convinti che dal quel nosocomio non torni vivo nessuno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Dal Nostro Archivio

Si espande l’epidemia di ebola in Congo-K, vaccinazioni impedite da gruppi armati

Nuova emergenza ebola in Congo-K: ventisei casi segnalati nell’est del Paese

Mozambico, pronta la prima parte del piano dell’Eni per lo sfruttamento del gas

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 24 agosto 2018

Mozambique Rovuma Venture, di cui ENI è partner al 70 per cento con ExxonMobil e la cinese CNPC, il 9 luglio scorso ha sottoposto al governo mozambicano la prima fase del Progetto Rovuma LNG.

Modello della nave FNLG (courtesy Eni)
Modello della nave FNLG (courtesy Eni)

Nel documento ci sono le proposte dettagliate che riguardano la progettazione e la costruzione di due treni per la liquefazione del gas naturale dei giacimenti di Mamba situati nell’Area 4, una cinquantina di km nell’offshore della città di Palma, nel nord est del Paese al confine con la Tanzania.

Secondo il comunicato pubblicato da ENI, il Progetto Rovuma LNG, dal 2024 sarà in grado di produrre liquefare e commercializzare oltre 16 milioni all’anno di GNL. La costruzione degli impianti della liquefazione sono sotto la guida di ExxonMobil mentre Eni guiderà la gestione dello sviluppo e la gestione delle attività upstream.

Mappa dell'Area 4 di intervento Eni a nord del Mozambico (courtesy Eni)
Mappa dell’Area 4 di intervento Eni a nord est del Mozambico (courtesy Eni)

Upstream Online, sito specializzato sugli idrocarburi, scrive che dal progetto Mamba, si sarebbe ritirato il consorzio formato da TechnipFmc, Samsumg Engineering e China Huanqiu.

Purtroppo, nell’area di Macimboa da Praia e di Palma, nella provincia di Cabo Delgado, dove operano ENI e ExxonMobil, dal mese di ottobre 2017 la situazione della sicurezza si è deteriorata. La causa sono i continui attacchi dei gruppi jihadisti che seminano morte e terrore tra la popolazione e bruciano i villaggi.

Un’indagine sull’estremismo islamico in Mozambico  ha confermato che i componenti di questi gruppi armati sono addestrati nella regione dei Grandi laghi dalle milizie pagate da al Shebab in Tanzania, Kenya e Somalia.

Uno dei villaggi distrutti da al Shebab a Cabo Delgado
Uno dei villaggi distrutti da al Shebab a Cabo Delgado

La conferma che la questione è nel nord-est del Paese è estremamente seria viene dalla decisione del presidente mozambicano Filipe Nyusi, originario di Cabo Delgado, che ha schierato le forze armate per risolvere una volta per tutte la grave situazione.

Fino ad oggi gli estremisti islamici hanno causato almeno un centinaio di morti, molti dei quali decapitati con il machete e oltre mille sfollati. Nel giugno scorso l’ambasciata USA di Maputo ha invitato i suoi cittadini a lasciare l’area mentre il Regno Unito ha sconsigliato i suoi cittadini i viaggi, nei distretti di Palma, Mocimboa da Praia e Macomia. Anche la Farnesina ha raccomandato agli italiani di evitare gli spostamenti fuori dai principali centri urbani della Provincia ed evitare i luoghi affollati.

È del 13 agosto la notizia, confermata dall’emittente di Stato, Radio Moçambique, che la polizia mozambicana ha identificato sei persone a capo dell’organizzazione jihadista che la gente chiama al Shebab. Il capo della polizia ha chiesto aiuto alla popolazione invitatola a collaborare per localizzare i ricercati e poterli arrestare.

Sandro Pintus
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Svelato il bluff della politica umanitaria di Emmanuel Macron in Africa

francoDal Nostro Inviato Speciale
Franco Nofori
Torino, 23 agosto 2018

Le tonanti e appassionate concioni di Macron contro l’atteggiamento dell’Italia a guida giallo-verde nei confronti dei profughi africani, stanno per subire un solenne smacco, svelando tutta l’ipocrisia del progetto di sfruttamento dell’Africa da parte del presidente francese. Verso la metà di settembre l’ivoriano Mohamed Konare guiderà una davvero peculiare manifestazione davanti all’ambasciata francese di Roma, ponendosi alla testa di giovani africani, da tempo emigrati in Italia, cui e previsto si uniranno anche altri provenienti da alcuni paesi europei.

L'amasciata francese a Roma, luogo dell'annunciata manifestazione
L’ambasciata francese a Roma, luogo dell’annunciata manifestazione

Konare, che si proclama un “attivista panafricano”, accusa la Francia di mantenere una politica coloniale, allo scopo di depredare le risorse di quattordici paesi africani, i quali, pur avendo ottenuto l’indipendenza dagli anni ’60, continuano nei fatti a subire l’egemonia degli antichi dominatori. Le nazioni soggette a questo sfruttamento sarebbero Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. La proclamata indipendenza di questi paesi, secondo l’attivista ivoriano, si ridurrebbe a un inutile pezzo di carta, in quanto il loro assoggettamento monetario ed economico alla Francia, risulterebbe, a favore di questa, ancora più redditizio di quello ottenuto in epoca coloniale.

Secondo alcune stime, questa sorta di moderno asservimento, attuato attraverso un rigido controllo delle valute monetarie dei Paesi in questione e all’esclusivo monopolio delle loro ricchezze – uranio, gas, cacao, petrolio, oro, caffe e altri minerali preziosi – produrrebbe, a favore della Francia di Macron, oltre quattrocento miliardi di euro all’anno e arricchirebbe oltre misura l’imprenditoria della potenza d’oltralpe, ma impoverirebbe sempre di più i già diseredati popoli africani che si trovano così costretti a fuggire verso l’Europa (Italia in particolare) in cerca di migliori condizioni di vita.

L'attivista ivoriano Mohamed Konare
L’attivista ivoriano Mohamed Konare

“Cominciamo dall’Italia – ha detto Konare – ma poi continueremo le nostre proteste davanti a tutte le sedi diplomatiche francesi presenti in Europa. Il nostro traguardo, che può sembrare utopico, ma sono convinto sia invece realizzabile, è quello di creare gli Stati Uniti d’Africa (SUA). Solo cosi i quattordici stati oggi sfruttati da una Francia parassita e dai governi fantoccio da lei insediati, diverranno realmente sovrani e liberi di gestire le proprie risorse, le proprie monete e le propria economie”. L’aspettativa di Konare è senz’altro ambiziosa e non certo sorretta da elevate possibilità di realizzarsi, ma se non altro serve già da ora a smascherare il disgustoso e demagogico buonismo ostentato dal premier francese.

Il controllo denunciato dall’attivista ivoriano, ha il suo punto di forza nell’unità monetaria imposta dalla Francia alle proprie colonie fin dal 1945 attraverso la creazione della moneta CFA che all’origine stava per “Colonie francesi d’Africa”, ma che, dopo l’indipendenza concessa da Charles De Gaulle, fu convertita in “Comunità Finanziaria Africana”. Questa moneta è rimasta di fatto la valuta corrente usata i quasi tutte le ex colonie francesi ed è attualmente utilizzata da circa 160 milioni di persone. Essa è coniata in Francia e continua a sottostare a tutte le regole che le erano state imposte al momento della sua creazione. Regole assolutamente vessatorie e di sapore feudale che appaiono del tutto anacronistiche con il dichiarato intento francese di aiutare l’Africa verso l’emancipazione.

French President Il presidente francese Emmanuel Macron in una recente visita in Burkina Faso,
Il presidente francese Emmanuel Macron in una recente visita in Burkina Faso

Uno di questi obblighi capestro, è rappresentato dall’imposizione francese alle sue ex colonie di versare il 50 per cento delle loro riserve monetarie presso la Banca Centrale di Francia, nonché il cinquanta per cento di ogni transazione internazionale che produca un introito al Paese interessato. Per fare un esempio; se il Congo vende agli Stati Uniti una partita di diamanti del valore di 500 mila euro, 250 mila di questi dovranno essere accreditati come fondo garanzia al tesoro francese. Il rispetto di questi adempimenti, non può essere disatteso poichè rappresentanti francesi siedono in permanenza sia presso i consigli di amministrazione degli istituti finanziari dei quattordici Paesi in questione, sia presso quelli dei vari organi di sorveglianza.

Questo imponente gettito di denaro che affluisce nella Banca Centrale di Francia, viene investito tramite la massiccia emissione di propri titoli di Stato e quindi utilizzato per sostenere la spesa pubblica, con una buona dose di disinvoltura circa gli accordi europei di Maastricht. In più occasioni l’Europa ha tentato di convincere la Francia a far confluire questi fondi nella BCE, la Banca Centrale Europea, ma Parigi ha risposto sempre con un perentorio no. In virtù di questi accordi vessatori, la Francia mantiene anche il diritto prioritario d’acquisto su ogni risorsa mineraria scoperta nelle sue ex colonie, ma anche ove non eserciti questo diritto, quasi tutte le grandi società d’affari presenti in quei Paesi sono a conduzione francese e quindi i benefici restano pur sempre in famiglia.

La mappa mostra gli ex possedimenti coloniali europei in Africa
La mappa mostra gli ex possedimenti coloniali europei in Africa

E’ questa la situazione che fa dire a Konare: “I Paesi africani in cui viviamo sono di proprietà francese, ma a noi, Macron, lascia soltanto gli avanzi e non sempre si mostra così generoso”. Come riporta il quotidiano finanziario “Italia Oggi”, l’attivista ivoriano ha parole di apprezzamento anche per Salvini: “Il ministro degli interni – dice – ha fatto bene a chiudere i porti. I giovani africani devono restare nei propri paesi d’origine e impegnarsi di più contro il colonialismo moderno che li impoverisce ”. Ma non spiega perché lui, il suo Paese, l’ha invece abbandonato da tempo.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Sequestrata dai pirati nel Golfo di Guinea una petroliera battente bandiera panamense

Loghino africa express 2Africa ExPress
Libreville, 22 agosto 2018

La Pantelena, una nave cisterna battente bandiera del Panama, con a bordo diciasette marinai di nazionalità georgiana, è scomparsa dai radar lo scorso 14 agosto, mentre si trovava a largo delle coste del Gabon, nel Golfo di Guinea, ben conosciuto per essere uno degli epicentri della pirateria mondiale.

Il ministero degli esteri della Georgia ha affermato che le indagini sono state avviate in collaborazione con l’armatore greco Lotus Shipping, il registro navale del Panama e altre autorità. Alla ricerca della nave partecipa anche la United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), oltre alla Guradia costiera di Sao Tomè e Principe, che ha inviato in perlustrazione un vascello con ben trenta uomini, con la speranza di individuare la Pantelena.

La nave cisterna Pantelena
La nave cisterna Pantelena

Costruita nel 2006, lunga centoventuno metri, con una stazza di settemila tonnellate, la nave panamense era carica di petrolio. Una fonte militare ha precisato che il 14 agosto la Pantelena ha spento il suo segnalatore di posizione GPS, la prima cosa che i pirati fanno, non appena salgono a bordo.

Un membro dell’equipaggio di un natante in navigazione tra Libreville e Port-Gentil ha fatto sapere di aver captato un SOS via radio quel giorno, trasmesso immediatamente alle autorità marittime del Gabon.

Lo scorso febbraio un’altra nave, la MT Marine Express, battente anch’essa bandiera panamense, è stata sequestrata con il suo equipaggio a largo delle coste del Benin. E’ stata liberata pochi giorni dopo.

Gli specialisti in pirateteria dell’Ufficio Marittimo Internazionale (IMB) hanno fatto sapere che nei primi sei mesi del 2018 sono stati registrati ben centosette incidenti del genere nei mari del mondo intero.

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Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 agosto 2018

Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto come Bobi Wine, deputato ugandese dell’opposizione e ex cantante, è stato arrestato il 14 agosto scorso ad Arua, nel nord-est del Paese, dove si trovava per sostenere Kassiano Wadri, candidato alle elezioni parlamentari parziali della Arua Municipality. Anche Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, al potere dal 1986, si trovava nella stessa località, per supportare il candidato del partito al potere, il National Resistance Movement.

Queste elezioni parziali avevano già creato parecchie tensioni tra l’opposizione e il NRM. Il 14 agosto la polizia ha effettuato una ventina di altri fermi.

Robert Kyagulanyi, alias Bobi Wine, deputato ugandese arrestato
Robert Kyagulanyi, alias Bobi Wine, deputato ugandese arrestato

Kyagulanyi è stato sbattuto in galera perché avrebbe ostacolato il passaggio del corteo presidenziale. In poche parole l’ex cantante – secondo le accuse – si trovava al posto sbagliato al momento sbagliato. Difficile capire come siano andate esattamente le cose. Sta di fatto che nella confusione che si è venuta a creare, le forze dell’ordine hanno sparato sulla folla, uccidendo anche il conducente del parlamentare. Il parabrezza della limousine presidenziale è rimasto leggermente danneggiato.

Poco prima del suo arrestato, il deputato ha postato sul suo account twitter: “La morte del mio autista è dovuto ad un errore di identità. La polizia lo ha colpito, pensando che fossi io”.

Giovedì scorso il parlamentare è stato sentito da un giudice del un tribunale militare di Gulu, che lo ha accusato di tradimento. L’avvocato difensore ha fatto sapere che il suo cliente è stato violentemente pichiato durante i giorni di detenzione precedenti alla comparizione davanti alla Corte. Kyagulanyi è stato poi trasferito con un aereo militare a Kampala, “ospite” di una prigione delle forze armate.

Yoweri Museveni, presidente dell'Uganda
Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda

Il fermo di Kyagulanyi ha suscitato indignazione e rabbia in tutto il Paese: manifestazioni nelle piazze, disperse ovviamente dalle forze di sicurezza che hanno utilizzato gas lacrimogeni. Ci sono stati diversi arresti, e nei “consigli di viaggio” per chi si deve recare in Uganda  il Foreign Office di Londra ha inserito le tensioni politiche, le proteste e le manifestazioni attualmente in atto, che non tendono a placarsi. Anche oggi, secondo fonti della polizia, sarebbero stati fermati quarantacinque manifestanti a Kampala. Polizia e militari sono intervenuti anche a Kisekka, un quartiere periferico della capitale, dove sono state incendiate macchine ed è stato dato fuoco ad una stazione di polizia. In manette anche diversi giornalisti.

Oggi Museveni ha respinto tutte le accuse riguardanti le torture subite dall’ex cantante mentre si trovava agli arresti nella base militare nel nord dell’Uganda. Anzi, l’ha declassata come “fake news”. Secondo un comunicato della presidenza, i medici del carcere militare di Kampala hanno riferito che il deputato non mostra segni di violenza: “Non sono state riscontrato – c’è scritto -ferite alla testa e al petto, tanto meno fratture.

Il Twitt inviato da Bobi Wine
Il Twitt inviato da Bobi Wine

Il presidente ha giustificato l’arresto di Kyagulanyi e di altri parlamentari perchè avrebbero incitato alla violenza gruppi dell’opposizione, averebbero lanciato sassi contro persone indifese, come donne e bambini. Museveni ha precisato: “Questi gesti, in una una zona abitata, significano volontà di uccidere”.

Giovedì scorso, gli avvocati difensori avevano dichiarato che durante l’udienza il loro cliente poteva a malapena vedere,  parlare e camminare. E il fratello di Kyagulanyi, Eddy Yawe, ha fatto sapere che, durante una visita in carcere, Wine gli ha raccontato di essere stato torturato da un gruppo di soldati. I militari lo avrebbero picchiato con una spranga di ferro anche sugli organi genitali. Inoltre gli avrebbero iniettato più volte una sostanza a lui sconosciuta.

Bobi Wine, un ex cantante raggae molto popolare in Uganda, è stato eletto  un anno fa. I giovani lo chiamano “il presidente dei ghetto”. Per molti incarna le frustrazioni, le speranze dei giovani, dei poveri, degli emarginati. Kyagulanyi, alias Wine, si era presentato alle elezioni come indipendente per la sua circoscrizione e ha battuto i candidati del partito di Museveni (NRM) e i rappresentanti della maggiore formazione politica all’opposizione (FDC). Le elezioni locali del 2017 erano state organizzate in virtù di irregolarità riscontrate durante le votazioni generali del 2016.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Uccisi dalla fame e dagli stenti oltre trenta bambini in un campo per sfollati in Nigeria

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 agosto 2018

Oltre trenta bambini sotto i cinque anni sono morti per malnutrizione, diarrea, malaria nel campo per sfollati a Bama, nel nord-est della Nigeria nelle prime due settimane di agosto.

A lanciare l’allarme è stata la ONG Medici senza Frontiere. Bama, una volta la seconda città del Borno State, ora trasformata in un immenso campo per sfollati, a fine luglio ospitava venticinquemila anime, il massimo della sua capienza. Sono almeno seimila i bambini presenti e uno ogni duecento è morto di stenti e malattie per l’assenza di cure adeguate nelle ultime settimane. La gente continua ad affluire a causa delle incessanti incursioni, violenze e attacchi dei miliziani di Boko Haram in tutto il nord-est della ex colonia britannica.

Campo per sfollati nel nord-est della Nigeria
Campo per sfollati nel nord-est della Nigeria

In un comunicato MSF afferma che i piccoli arrivano in condizioni terribili e il loro stato di salute peggiora anche nel campo per la mancanza di una corretta assistenza sanitaria, assolutamente insufficiente per il numero di persone presenti. E Isabelle Mouniaman, portavoce di MSF, da Parigi ha specificato: “Il centro di Bama sta scoppiando, deve essere ingrandito quanto prima”.

All’alba di ieri, almeno diciannove persone sono state brutalmente ammazzate a Mailari, un villaggio nella regione di Guzamala nel Borno State. Un sopravvissuto ha raccontato che tre giorni prima dell’attacco gruppi di miliziani sarebbero stati avvistati nelle vicinanze. Le truppe nigeriane, stanziate nella vicina base di Gudumbali, sarebbero state informate dai residenti. Sempre secondo il testimone oculare, che ha perso anche un fratello durante l’assalto, i militari non si sarebbero fatti nemmeno vedere. Nel novembre del 2015 il contingente di Gudumbali aveva perso oltre centocinquanta uomini durante i combattimenti contro i sanguinari terroristi.

Eppure il governo nigeriano sostiene da tempo che i Boko Haram non rappresentano più un pericolo primario. Muhammadu Buhari, il presidente del Paese più popolato dell’Africa ha sostenuto proprio a giugno, che ormai il nord-est si trova in una “fase di stabilizzazione postbellica”. Propaganda politica, visto che le elezioni sono alle porte e Buhari, candidato alle presidenziali del prossimo anno, aveva promesso che avrebbe sconfitto i jihadisti entro il 31 dicembre 2015.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

In seguito alle dichiarazioni del presidente, un portavoce dell’esercito nigeriano aveva annunciato che duemila persone sono state invitate a lasciare i campi per sfollati, perchè ormai la situazione nel distretto di Guzamala si è stabilizzata, grazie ai ripetuti interventi della missione anti-Boko Haram “Operation Lafiya Dole” (missione che ha cambiato ben quattro comandanti in soli ventisette mesi, l’ultimo, Ahmed Dikko, è stato nominato a fine luglio).

Il ritorno a casa degli sfollati era stato ampiamente pubblicizzato in ogni dove della Federazione nigeriana. L’esercito aveva precisato che avrebbe scortato i rifugiati e distribuito materiale edile.  I poveracci sono stati costretti a tornare nei villaggi completamente distrutti, a ricostruire da soli le proprie case, ricominciare dal niente, con la costante paura di essere ancora una volta soggetti agli attacchi dei terroristi, fuggire nuovamente, se non addirittura essere ammazzati.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dal Nostro Archivio:

In Nigeria continuano le imboscate dei Boko Haram che invadono una base militare

Nigeria, entro il 31 dicembre sconfiggerò i Boko Haram aveva promesso Buhari: non c’è riuscito

 

 

 

 

 

Appello della società civile contro la politica del governo in tema di migranti

Loghino africa express 2Africa ExPress
Milano, 19 agosto 20

Per aderire si invii Nome Cognome, Affiliazione/Qualifica e Luogo (di residenza o lavoro) petizionemigranti@gmail.com

Siamo insegnanti, docenti universitari, scrittori, artisti, medici, economisti, membri della società civile. Denunciamo come incostituzionale, moralmente inaccettabile e contraria ai più elementari diritti umani la politica sull’immigrazione del governo Salvini-Di Maio. Nel futuro non assisteremo senza opporci con tutti i possibili mezzi legali al respingimento di navi umanitarie, alla minaccia di “censimenti” di tipo etnico-razzista o ad altri fatti di questa gravità.

Nave umanitaria con a bordo migranti salvati
Nave umanitaria con a bordo migranti salvati

Denunciamo come ugualmente pericoloso, anti-costituzionale e inaccettabile l’intero asse politico europeo di orientamento razzista e nazionalista cui questo governo guarda ideologicamente. Da sempre i flussi migratori sono naturali ed essenziali per le civiltà umane; il rispetto della diversità culturale, del diritto d’asilo e del diritto all’integrazione, principi duramente conquistati dall’Europa con la sconfitta del nazifascismo, sono l’unica strada che è necessario regolare e percorrere, naturalmente a livello europeo.

Chiediamo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di ostacolare in quanto incostituzionale ogni provvedimento ispirato a discriminazione etnico-razzista o lesivo del diritto d’asilo.

Africa ExPress
@africexp

Tra i firmatari:

  • Renata Allio (Prof. Emerito Univ. Torino)
  • Franca Balsamo (Prof. Emerito, Univ. Torino)
  • Riccardo Barbieri (Prof. Emerito Sc. Normale Sup., Pisa)
  • Anna Chiarloni (Prof. Emerita, Univ. Torino)
  • Claudio Ciancio (Prof. Emerito, Univ. del Piemonte Orientale)
  • Giancarlo Consonni (Prof. Emerito, Politecnico Milano)
  • Franco Della Casa (Prof. Emerito, Univ. Genova)
  • Rosaria Egidi (Prof. Emerita, Roma Tre)
  • Annalisa Fasolino (Prof. Emerita, Radboud Univ. Nijmegen, NL)
  • Marta Fattori (Prof. Emerita, Univ. Roma La Sapienza)
  • Lia Formigari (Prof. Emerita, Univ. Roma La Sapienza)
  • Anna Maria Gentili (Prof. Emerita, Univ. Bologna)
  • Marcello Giorgi (Prof. Emerito, Univ. Pisa)
  • Guido Giustetto (presidente Ordine Medici, Torino)
  • Sergio Givone (Prof. Emerito, Univ. Firenze)
  • Hugo Grossi (Prof. Emérito Univ. Nacional de Luján, Buenos Aires, Argentina)
  • Maria Grossmann (Prof. Emerita, Univ. Aquila)
  • Tomaso Montanari (Univ. Napoli Federico II e Presidente di Libertà e Giustizia)
  • Giorgio Nebbia (Prof. Emerito, Univ. Bari)
  • Fabrizio Nicastro (Ist. Naz. di Astrofisica – Osservatorio Astronomico di Roma)
  • Loredana Olivato (Prof. Emerita, Univ. Verona)
  • Giorgio Patrizi (Univ. Campobasso, Premio Flaiano per la letteratura 2015)
  • Paolo Plevani (Prof. Emerito Univ. Milano La Statale)
  • Augusto Ponzio (Prof. Emerito, Univ. Bari Aldo Moro)
  • Pier Paolo Puliafito (Prof. Emerito, Univ. Genova)
  • Francesco Remotti (Prof. Emerito, Univ. Torino)
  • Franca Ruggieri (Prof. Emerita, Univ. Roma Tre)
  • Rodolfo Savelli (Prof. Emerito, Univ. Genova)
  • Salvatore Settis (Prof. Emerito, Sc. Normale Sup., Pisa)
  • Alfredo Stussi (Prof. Emerito, Sc. Normale Sup, Pisa)
  • Silvano Tagliagambe (Prof. Emerito, Univ. Sassari)

Si segnala inoltre la sottoscrizione da parte di Associazioni nella loro interezza:

  • ARTE MIGRANTE ONLUS (via Silvia Filippi, referente Bologna)
  • CASA DEI DIRITTI SOCIALI DELLA TUSCIA (Ass. volont., via pres. Chiara De Carolis)
  • CENTRO PER LA RIFORMA DELLO STATO – onlus (via Maria Luisa Boccia Pres. Fondazione CRS)
  • ESCAPES. Lab. studi critici sulle migrazioni forzate (C. Ricerca Coord. Univ. Milano La Statale)
  • GRANDE QUERCIA ASSOCIAZIONE, Rovereto -TN (aderisce via Pres. Elisabetta Murdaca)
  • ISOLINA E… ASSOCIAZIONE (aderisce per via di Marisa Mazzi, Verona)
  • IVRES Verona (adesione Ass documentazione, studio e ricerca, via Gabriella Poli presidente)
  • LABORATORIO “ARCHEOLOGIA FILOSOFICA” – Roma
  • NO WALLS APS (volontari alfabetizzazione rich. Asilo via A. Marchisio, presidente)