Published On: Sun, Aug 26th, 2018

Mercenari russi in Centrafrica, per garantire a Mosca lo sfruttamento delle miniere

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 26 agosto 2018

La collaborazione tra Russia e Repubblica Centrafricana si fa sempre più stretta. Un nuovo accordo è stato siglato il 21 agosto dai ministri della Difesa dei due Paesi – rispettivamente Sergueï Choïgou e Marie-Noëlle Koyara – a margine dell’inugurazione del forum militare che si tiene in questi giorni a Koubinka, nella regione di Mosca.

Non sono trapelati dettagli significativi sulla nuova alleanza tra Mosca e Bangui, i cui legami si sono rafforzati negli utlimi mesi, dopo la visita di Faustin Archange Touadéra, presidente del Centrafrica a Sotchi, città nella Russia meridionale, dove aveva incontrato Sergueï Lavrov, ministro degli esteri di Vladimir Putin.

Choïgou ha sottolineato che Bangui rappresenta un partner promettente in Africa, mentre il viceministro della Difesa, Alexandre Fomine, ha precisato che si tratta di un “accordo quadro”. Quindi, soltanto una prima fase di dialogo per aprire un futuro spazio al vero e proprio negoziato. Mentre il ministro della Difesa di Bangui ha evidenziato che nel documento si parla semplicemente della formazione di militari delle forze armate centrafricane nelle scuole militari russe.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia, a destra

Nella ex colonia francese sono attualmente presenti cinque ufficiali e centosettanta istruttori civili di Mosca, arrivati dopo l’invio di fucili d’assalto, pistole e lanciarazzi RPG,  grazie all’ONU, che ha concesso al Cremlino una parziale abolizione sull’embargo delle armi. Embargo che era stato imposto alla Repubblica Centrafricana dal Consiglio di Sicurezza con risoluzione numero 2399 (2018). In cambio Mosca potrà godere di licenze per lo sfruttamento minerario. Insomma, anche la Russia, come molti altri Paesi, è solamente interessata alle ricchezze del sottosuolo del Centrafrica

Gli “istruttori civili” russi sono dei mercenari della società militare privata Wagner, contractors al servizio di Putin, uomini pronti a tutto, addestrati alla guerra, quasi sempre ex militari delle forze armate moscovite.

Si è cominciato a parlare per la prima volta della Wagner nel 2014, per il loro impiego accanto ai separatisti in Donbass, in Ucraina. In seguito hanno svolto un ruolo importante in Siria. Il capo del gruppo è Dimitriy Valeryevich Utkin, nato in Ucraina nel 1970 ed ex colonnello delle forze speciali russe, molto legato al presidente. Da qualche tempo i paramilitari della società privata sono presenti anche in Africa. Nella Repubblica Centrafricana, appunto, e in Sudan.

Mercenari russi del gruppo Wagner

Mercenari russi del gruppo Wagner

Secondo Strategic Forecasting, Inc.,conosciuta come Stratfor,(editore statunitense e impresa di servizi segreti globale fondata nel 1996 ad Austin da George Friedman), all’inizio di gennaio gli uomini di Wagner sarebbero apparsi in Sudan per sostenere il governo del presidente Omar al-Bashir in “un conflitto contro il Sud Sudan” in cambio di benefici per le società russe presenti nel Paese. Guarda caso a fine 2017 al Bashir si era recato a Mosca per incontrare Putin. Il presidente russo aveva mandato a Khartoum un aereo per assicurare all’anziano leader sudanese, ricercato dal Tribunale Penale Internazionale ch lo accusa di crimini contro l’umanità, un tranquillo e sereno viaggio.

Sergey Sukhankin, analista dell’International Centre for Policy Studies di Kiev e della Jamestown Foundation, sostiene che il pricipale incarico dei mercenari in Sudan consiste nella sorveglianza delle miniere aurifere e di uranio.

E sempre secondo Sukhankin, gli uomini della guerra di Utkin svolgono lo stesso compito nella ex colonia francese, cioè controllano le ricchezze del sottosuolo e sostengono il governo di Bangui.

Alla fine di luglio sono stati uccisi tre giornalisti russi vicino a Sibout, città che dista ad un centinaio di chilometri dalla capitale della Repubblica Centrafricana. Le cause della loro morte non sono ancora state chiarite; si sa solamente che si trovavano a Sibout per realizzare un servizio inchiesta sugli istruttori russi e la società militare privata Wagner.

Ma la collaborazione con il Cremlino e il Centrafrica va oltre: da qualche tempo il consigliere per la sicurezza di Touadéra è il russo Valery Zakharov, responsabile anche della protezione personale del presidente e da marzo quaranta uomini delle forze speciali di Mosca fanno parte della sua guardia personale.

I russi hanno anche incontrato alcuni leader di gruppi armati ribelli, tra loro Ali Darassa di Union pour la Paix en Centrafrique (UPC) e Noureddine Adam di Front Populaire pour la Renaissance de la Centrafrique (FPRC), entrambe sono fazioni di ex Séléka (gruppi ai quali aderiscono per lo più musulmani).

Intanto la guerra continua. Giovedì scorso, durante un attacco degli anti-balaka (vi aderiscono sopratutto cristiani e animisti) a Alindao, città situata nel centro-est, ha perso la vita un casco blu burundese della MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana) . Secondo quanto riportato da fonti del contingente internazionale, gli anti-balaka avrebbero teso un’imboscata ai militari dell’ONU e durante il conflitto a fuoco il burundese sarebbe stato ferito mortalmente.

Gli attacchi dei vari gruppi armati si susseguono senza sosta ed è molto difficile e pericoloso portare aiuti e assistere le popolazioni: i convogli umanitari e gli operatori stessi subiscono assalti dei miliziani. Quest’anno si sono verificati ben duecentodieci incidenti che hanno coinvolto direttamente personale di NGO. Lo ha comunicato qualche giorno fa Najat Rochdi, vice rappresentante speciale dell’ONU e coordinatrice residente nella Repubblica Centrafricana.

MINUSCA

MINUSCA

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Dall’era François Bozizé il Paese ha visto alternarsi ben quattro presidenti: Michel Djotodia, Alexandre-Ferdinand N’Guende, Catherine Samba-Panza e infine Faustin-Archange Touadéra, eletto nel marzo 2016.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della MINUSCA. Le forze dell’Unione Africana del contingente MINUSCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato i civii come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Il 31 ottobre 2016 la Francia ritira ufficialmente le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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