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Mauritius rivendica le isole Chagos davanti alla Corte internazionale dell’Aja

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 4 settembre 2018

 La Repubblica di Mauritius rivendica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja la sovranità delle isole Chagos, un piccolo arcipelago nel bel mezzo d’Oceano Indiano dove in seguito Regno Unito e  Stati Uniti hanno costruito un’importante base militare. Secondo le autorità mauriziane, nel 1965 lo stato insulare sarebbe stato costretto da Londra a cederlo alla Gran Bretagna. In cambio della sovranità britannica, nel 1968 avrebbe ottenuto l’indipendenza.

Ieri mattina, Anerood Jugnauth, ex presidente mauriziano, che all’epoca aveva partecipato ai negoziati tra il suo Paese e la Gran Bretagna per la suddivisione dei territori in previsione dell’indipendenza, ha precisato davanti ai giudici della Corte: “Dopo oltre cinquant’anni il processo di decolonizzazione è ancora incompleto”. 

Giudici della Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja
Giudici della Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja

L’arcipelago di Chagos comprende cinquantacinque isole, ma solo tre erano abitate e i duemila residenti – descritti all’epoca in un cablogramma dai britannici come “qualche Tarzan e Venerdì” – sono stati espulsi e trasferiti  sulle Mauritius, altri alle Seychelles, per poter costruire la base militare a Diego Garcia. Secondo quanto sostiene il governo delle Mauritius, Londra era disposta a tutto pur di impossessarsi delle Chagos. Per raggiungere il suo scopo ha versato anche tre milioni di sterline nelle casse di Port Louis.

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la più grande delle isole, la prevista  base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura per deportare le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Nel giugno 2017, l’Assemblea generale dell’ONU ha adottato una risoluzione volta a chiedere alla Corte Internazionale il suo parere consultivo sulla controversia tra Mauritius e la Gran Bretagna. I quindici giudici del principale organo giudiziario delle Nazioni Unite dovranno ora ascoltare le argomentazioni sulle conseguenze legali della separazione dell’arcipelago. La mozione delle Mauritius gode del supporto dei Paesi africani.

Alla procedura, cominciata il 3 settembre e che si protrarrà per quattro giorni, partecipano oltre all’Unione Africana, altri ventidue Paesi, tra cui Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, rappresentanti di Stati dell’Asia e dell’America Latina. In seguito i giudici emetteranno il loro parere consultivo entro qualche mese.

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Gli sfollati delle isole Chagos e i loro discendenti sperano ancora oggi di poter ritornare un giorno nella loro terra. Il loro rappresentante, Olivier Bancoult, è fiducioso e attende con ansia una svolta favorevole per la sua gente.

La Repubblica di Mauritius si trova nell’Oceano indiano, a cinquecentocinquanta chilometri a est del Madagascar. Oltre all’isola principale Mauritius, comprende anche le Agalega, Cargados Carajos e Rodrigues.

Mauritius non ha una lingua ufficiale; quella maggiormente parlata è il creolo mauriziano, basato sul francese, con influssi sudafricani, inglesi e indiani, mentre gli atti parlamentari vengono redatti in inglese, essendo stata una ex colonia britannica. Solo il quattro per cento della popolazione è francofona.

Non esiste nemmeno una religione di Stato, quella più praticata è l’induismo. Questo perché il settanta per cento della popolazione è di origine indiana, pronipoti di immigrati portati dagli inglesi durante il periodo coloniale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Sudafrica, la lucrosa industria dei leoni allevati in cattività venduti a pezzi

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 2 settembre 2018

Ma il leone non era tra le specie selvatiche protette? Certo, ma non quando è allevato in cattività. Con questo stratagemma, dal 2008 il Sudafrica fa un lucroso business derivante da trofei, denti, artigli e dalle ossa del “re della foresta”.

La denuncia arriva da diverse associazioni ambientaliste e da vari media tra i quali il National Geographic Magazine e il quotidiano britannico Independent che accusano l’ex Paese dell’apartheid di incoraggiare l’industria del maestoso felino africano.

protesta dell'ong Ban Animal Trading (BAT) contro l'allevamento di eoni in Sudafrica (Courtesy BAT)
Protesta dell’ong Ban Animal Trading (BAT) contro l’allevamento di leoni in Sudafrica (Courtesy BAT)


La prova tangibile è che la ministra dell’Ambiente, Edna Molewa
, lo scorso 16 luglio, senza nessuna consultazione pubblica, ha annunciato che nel 2018 l’export degli scheletri di leone passerà da 800 a 1500 all’anno. Una conferma della grande crescita della domanda.

La decisione di Molewa ha mandato su tutte le furie molte ong che si sono schierate contro questo business. Le “fattorie” spesso hanno anche l’hotel dove gli ignari clienti possono essere fotografati con i leoni convinti che sia gli adulti che i cuccioli un giorno potranno tornare nel loro habitat naturale.

Mappa del 2016 (Panthera e WCS) delle aree dell'Africa dove vive il leone (arancione) e dove è scomparso (rosso) Courtesy IUCN Red List)
Mappa del 2016 (Panthera e WCS) delle aree dell’Africa dove vive il leone (arancione) e dove è scomparso (rosso) Courtesy IUCN Red List)

La popolazione dei leoni nel continente nero, dai 450 mila degli anni Quaranta si è ridotta ormai a circa 20-30 mila esemplari, minacciati quotidianamente dal bracconaggio. In Sudafrica i parchi nazionali ne ospitano 2.600 ma ci sono più leoni in cattività che liberi nelle savane. Nei 260 allevamenti dell’ex colonia britannica, secondo l’ong Born Free, se ne contano oltre 8.000.

In un’inchiesta il quotidiano britannico Indipendent ha denunciato la truffa delle fattorie dei cuccioli di leone orfani. Tutto falso. Le leonesse vengono continuamente inseminate artificialmente e i piccoli, dopo pochi giorni sono allontanati dalle madri per diletto dei turisti che non vedono l’ora di farsi i selfie con i cuccioli.

Quando diventano più grandi, ma non ancora pericolosi, sono utilizzati per accompagnare i visitatori nelle passeggiate e quando sono adulti vanno incontro a un triste, amaro destino che niente ha a che fare con la savana africana.

La “canned hunt” (letteralmente caccia in scatola) viene chiamata lo sporco segreto dell’Africa o la vergogna del Sudafrica. L’ “industria del leone” alleva la Panthera leo per offrire ai facoltosi turisti un macabro divertimento. Il fotogiornalista e ambientalista Ian Michler, in collaborazione con Humane Society International nel 2014 ha girato un Blood Lions (Leoni insanguinati) documentario di denuncia sul tema che ha fatto il giro del mondo.

Clip di Blood Lions, documentario realizzato con la collaborazione di Humane Society International

È un crudele, atroce “sport” della serie “Ti piace vincere facile?”. Nella pratica diventa un tiro al bersaglio dove il leone, spesso drogato, è sbattuto in un’area ristretta e senza via di fuga.

Dopo aver pagato diverse migliaia di USD, una volta uccisa la fiera, il “giocatore” (se così si può chiamare) se ne torna a casa soddisfatto dove può appendere la sua testa come trofeo sulle pareti del soggiorno della villa.

Questo tipo di caccia, secondo gli ambientalisti è definita immorale e anti etica e contribuisce ad aumentare il bracconaggio. Il report “Trophy Hunting by the Numbers” (I numeri dei trofei di caccia) dell’ong americana Humane Society International  (HSI) conferma che per ammazzare un leone in cattività il costo oscilla tra 10 e 20 mila USD. HSI riporta che, solo negli Stati Uniti nella decade tra il 2005 e il 2015, sono entrati circa 5.600 trofei di leone africano. La maggior parte di questi provengono dal Sudafrica.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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(1/2 – continua)

Sudafrica e l’industria del leone in cattività: acquistati dall’Italia cinque trofei

 

Il deputato ed ex cantante Bobi Wine lascia l’Uganda per cure mediche dopo le torture

Loghino africa express 2AfricaExPress
Kampala, 1°settembre 2018

Il parlamentare ed ex pop star ugandese Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto con il nome di Bobi Wine, ha lasciato l’Uganda ed è partito per gli Stati Uniti, via Amsterdam. 

Bobi Wine era stato arrestato ad agosto ad Arua, nel nord-est. Durante la sua detenzione in una base militare, il deputato è stato torturato e picchiato. Le forze armate ugandesi hanno respinto le accuse.

Bobi Wine all'aeroporto di Entebbe, Uganda
Bobi Wine all’aeroporto di Entebbe, Uganda

Kyagulanyi e altri trentadue politici, appartenenti a raggruppamenti all’opposizione, sono stati accusati di tradimento, perchè il convoglio di Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, è stato preso a sassate dalla folla durante un comizio elettorale ad Arua.

Lunedì il deputato è stato liberato dietro cauzione, ma con il divieto di lasciare l’ex protettorato britannico. Giovedì scorso il parlamentare aveva deciso di partire ugualmente per sottoporsi alle necessarire terapie per le gravi ferite causate dalle torture subite in galera, ma è stato arrestato nuovamente e sbattuto violentemente in un’ambulanza della polizia, senza che venissero informati gli avvocati della destinazione del loro cliente.

Solo più tardi un portavoce delle forze dell’ordine ha fatto sapere che è stato visitato da nove medici in un ospedale della capitale. Venerdì lo stesso portavoce ha confermato che il deputato ha ricevuto l’autorizzazione a partire per sottoporsi a cure specialistiche. Kyagulanyi dovrà ripresentarsi in tribunale il 1°ottobre 2018.

Un altro parlamentare, Francis Zaake, che voleva recarsi in India per cure mediche, è stato bloccato e arrestato mentre stava per imbarcarsi.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio:
Violenze pre elettorali in Uganda: arrestato e torturato deputato ma il presidente nega

Scambi commerciali con il Kenya cresciuti: l’ambasciatore Massoni termina il mandato

Massimo Alberizzi FrancobolloDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 1° settembre 2018

Dopo cinque anni l’ambasciatore italiano in Kenya, Mauro Massoni, traccia in questa intervista con Africa ExPress un bilancio del suo mandato. Cominciato subito dopo l’efferato attentato al centro commerciale Westgate e all’inizio della prima elezione del presidente Uhuru Kenyatta si conclude con un rafforzamento delle relazioni tra Roma e Nairobi e un incremento degli scambi commerciali tra i due Paesi.

La prossima destinazione dell’ambasciatore Massoni, sarà il consolato generale d’Italia a Lugano, dove l’attende un lavoro completamente diverso.

Massimo A. Alberizzi
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Caccia allo straniero in Sudafrica: tre morti, venti arresti

Loghino africa express 2Africa ExPress
Johannesburg, 31 agosto 2018

E’ tornata la caccia allo straniero a Soweto, un’area urbana di Johannesburg. Finora sono state uccise tre persone, una ventina gli arrestati.

Molti commercianti sono stati accusati dai residenti del grande sobborgo sudafricano di vendere alimenti scaduti o addirittura avariati. Inoltre, un cittadino somalo, secondo una prima ricostruzione della polizia, avrebbe sparato contro due ragazzi, uno dei quali adolescente, che tentavano di introdursi nel suo negozio. Le forze dell’ordine ritengono che questo episodio sia stata la causa principale delle violenze xenofobe, che presto si sono propagate anche in altri quartieri della township.

Xenofobia in Sudafrica. Residenti attaccano negozi di stranieri
Xenofobia in Sudafrica.
Residenti attaccano negozi di stranieri

La polizia ha usato proiettili di gomma e gas lacrimogeni per disperdere la folla. Molti negozi sono stati danneggiati, vetrine distrutte con sprange di ferro e martelli e i proprietari, sotto scorta di agenti della polizia, hanno preferito imballare la loro merce, caricarla su furgoni e chiudere, almeno temporaneamente la loro attività. I gestori delle attività commerciali presi di mira vengono per lo più da Etiopia, Somalia, Zimbabwe, Pakistan e Bangladesh.

Anche in passato si sono verificati incidenti del genere, una guerra tra poveri, dovuta alla crisi economica e l’alto tasso di disoccupazione che a fine luglio ha raggiunto il ventisette per cento. Ovviamente al colpa viene attribuita in gran parte ai migranti che giungono in questo Paese in cerca di lavoro.

Africa ExPress
@africexp

Dal Nostro Archivio:

Ondata xenofoba in Sudafrica e Boko Haram minaccia: uccideremo i sudafricani in Nigeria

Sud Sudan: Machar oggi firma il trattato di pace per mettere fine alla guerra civile

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu sant’Elena, 30 agosto 2018

Riek Machar, ex vice presidente del Sud Sudan ha lasciato tutti con il fiato sospeso, quando ieri ha annunciato che non avrebbe firmato l’accordo di pace volto a mettere un punto finale alla sanuinosa guerra civile che si sta consumando nel più giovane Paese del mondo dal 2013. Solo dopo estenuanti trattative e l’intervento del ministro degli esteri sudanese e capo dei negoziati di pace, El-Dirdeiry Ahmed, Machar ha promesso che avrebbe siglato il documento giovedì 30 agosto, salvo colpi di scena dell’ultimo momento.

Riek Machar ex vice presidente del Sud Sudan
Riek Machar ex vice presidente del Sud Sudan

Il principale gruppo d’opposizione, The Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition, del quale Machar è il leader, ha espresso delle riserve su alcuni punti dell’accordo difinitivo. Un’intesa di massima sulla suddivisione dei poteri è stata siglata all’inizio del mese, ma durante le successive trattative sono stati apportati dei cambiamenti, come il numero dei ministri, che inizialmente ne prevedeva trentacinque, ora saranno ben cinquantacinque. Non è ancora stato reso noto quante poltrone andranno a ciascun raggruppamento politico (Kiir-Machar-altri partiti all’opposizione).

In un breve comunicato il team di mediazione sudanese ha fatto sapere che i diversi punti dell’accordo finale criticati da Machar, non sono compresi nel mandato dei negoziati di Khartoum e per tanto dovranno essere esaminati dall’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), i cui leader dovranno comunque approvare la stesura finale del documento.

Il conflitto è cominciato quando il presidente Salva Kiir Mayardit, di etnia dinka, ha accusato il suo vice Riek Marchar, un nuer, di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Sono così cominciati i combattimenti tra le forze governative e quelle degli insorti fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan a sinistra e Riek Machar, ex vice presidente del Sud Sudan di fronte a Kiir
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan a sinistra e Riek Machar, ex vice presidente del Sud Sudan di fronte a Kiir

Dal 2013 ad oggi sono morte decine di migliaia di persone, oltre tre milioni hanno dovuto lasciare le loro case e i loro villaggi. Attualmente oltre il settanta per cento della popolazione necessita di assistenza umanitaria. Il conflitto ha portato con sé  abusi dei diritti umani su larga scala nei confronti dei civili. A farne le spese sono sopratutto donne e minori. Violenze e abusi sessuali, reclutamento di bambini soldato, distruzione di ospedali, scuole, razzie delle scorte alimentari sono all’ordine del giorno. E secondo un rapporto di Famine Early Warning Systems Network alcune migliaia di persone sono esposte allo spettro della carestia.

A metà luglio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva imposto al Sud Sudan un embrago sulle armi fino al 31 maggio 2019 e sanzioni – divieto di lasciare il Paese e congelamento dei beni – contro due dei maggiori responsabili militari. La risoluzione era stata fortemente patrocinato dagli USA, rappresentati dal suo ambasciatore, Nikki Haley, e aveva ottenuto il minimo di nove voti per essere approvata: Costa d’Avorio, Francia, Kuwait, Olanda, Perù, Polonia, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America, mentre Bolivia, Cina, Guinea Equatoriale, Etiopia, Kazakistan e Russia si erano astenuti.

La Harley ha motivato la necessità dell’embargo con queste parole: “Se vogliamo davvero aiutare la popolazione del Sud Sudan, dobbiamo fare in modo che le violenze cessino e dunque dobbiamo fermare il flusso di armi”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail
@cotoelgyes

Travolta da una corrente sottomarina muore italiana durante un’immersione in Mozambico

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 agosto 2018

La conferma della morte in Mozambico di Eleonora Contin, 34 anni, di Chiavenna, in provincia di Sondrio arriva dalla pagina facebook de “La Verdi”, orchestra sinfonica di Milano. È la schermata di un post di Linda Cook della Zavora Lodge dove alloggiava. Annuncia che la ricerca di Eleonora ha avuto risultati infausti e chiede che si rispetti il dolore della famiglia.

Il tweet che conferma il decesso di Eleonora Contin
Il post che conferma il decesso di Eleonora Contin

Lo scorso 25 agosto alle 9.00 ora locale Eleonora e il marito Matteo Gobbi, si erano immersi per ammirare le meraviglie della barriera corallina mozambicana. All’improvviso una forte corrente ha disperso i sub – non si sa se erano con altri o da soli – e quando sono emersi mancava Eleonora.

Il marito ha immediatamente dato l’allarme e ha organizzato una raccolta fondi per pagare la costosa ricerca con elicotteri e altri sub professionisti. In un giorno sono stati raccolti 53 mila euro per le ricerche ma, nonostante gli sforzi, il corpo di Eleonora è stato trovato poche ore fa senza vita.

Eleonora Contin, subaquea italiana morta in Mozambico
Eleonora Contin, subaquea italiana morta in Mozambico

Il luogo dell’immersione dove è morta la giovane esperta sub, si trova a 400 km a nord della capitale mozambicata, Maputo. La coppia era ospite del Zavora Lodge, nella provincia di Inhambane, una struttura turistica specializzata in immersioni nella barriera corallina e pesca d’altura.

Eleonora Contin, era laureata alla Statale in Scienze dei beni culturali e specializzata in Gestione dei beni culturali alla Cattolica sulle attività musicali. Da 8 anni si occupava dell’organizzazione ed era responsabile dei rapporti istituzionali dell’orchestra sinfonica Giuseppe Verdi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Lo Zimbabwe di Mnangagwa: speranza nell’inizio di una nuova era

sandro_pintus_francobollo
Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 29 agosto 2018

Emmerson Mnangagwa, con l’annuncio della Corte Costituzionale dello Zimbabwe che ha confermato la sua elezione alla presidenza si è liberato dell’unico reale concorrente.

La fine del contenzioso con il giovane avversario Nelson Chamisa, del Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC), ha fermato l’avanzata dei quarantenni che avevano intenzione di rottamare la vecchia classe dirigente.

Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dalla Corte Costituzionale
Emmerson Mnangagwa, confermato presidente dalla Corte Costituzionale

Per intenderci, sono quei dirigenti legati all’ex presidente-dittatore Robert Mugabe, 94enne costretto alle dimissioni dopo 37 anni al potere. Tra questi anche Mnangagwa. Mentre nell’opposizione, dopo la morte di Morgan Tsvangirai del MDC non ci sono figure di spicco da “rottamare”.

Tra i quarantenni anche coloro che sono chiamati G40 in seno all’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe–Fronte Patriottico (ZANU-PF) guidati dall’ex first lady Grace. Alla cinquantenne moglie di Mugabe il vecchio dittatore aveva spianato la strada per la presidenza della repubblica contrariando una vasta area del Partito.

Il neo presidente, 76 anni, era l’ex braccio destro di Mugabe. Veterano della lotta di liberazione dello Zimbabwe degli anni ’70, è conosciuto come “Il Coccodrillo” soprannome dovuto alla sua scaltrezza durante la guerra, arte che ha mantenuto nella politica.

Durante gli otto mesi del mandato provvisorio “Il Coccodrillo” aveva promesso la lotta alla corruzione, dilagante in un Paese dove l’economia è allo sfascio da quasi due decenni. Ha anche provato a restituire le terre ai bianchi per 99 anni , per risollevare l’agricoltura allo sbando, cosa naufragata perché, non essendo più proprietari delle farm non possono ottenere prestiti dalle banche.

Ha chiesto anche di rientrare nel Commonwealth, dal quale il Paese era stato espulso nel 2003 per brogli elettorali e mancato rispetto dei diritti umani. Ma la cosa alla quale tiene di più è convincere la ricca Europa a investire in Zimbabwe.

Profilo twitter del presidente Emmerson Mnangagwa: Grazie Zimbabwe
Profilo twitter del presidente Emmerson Mnangagwa: Grazie Zimbabwe

Ora, con un mandato di quattro anni, ha la possibilità di dimostrare cosa è in grado di realizzare. Al National Sports Stadium di Harare, durante la cerimonia di insediamento, davanti a sessanta mila testimoni ha assicurato “un domani più luminoso di ieri”.

“Lo Zimbabwe che vogliamo è condiviso e va oltre la linea politica dei partiti – ha detto Mnangagwa davanti alla moltitudine di persone che lo acclamavano – Io sono guidato e ispirato dalle vostre speranze, sogni e aspirazioni collettive. Concentriamoci sul viaggio che ci attende, un viaggio di prosperità nel nuovo Zimbabwe. Lavoreremo sulla trasformazione economica e gli investimenti nello Zimbabwe perché ora per tutti noi è il momento di essere uniti e, entro il 2030, far crescere la nostra economia senza la corruzione”.

Prima del giuramento, il neo presidente ha avuto un incontro con Su Hui, inviata speciale del capo di Stato cinese Xi Jinping. Mnangagwa si prepara, insieme agli altri leader africani, a partecipare Forum 2018 sulle cooperazioni sino-africane (FOCAC)  che si tiene a Pechino il 3 e 4 settembre prossimi.

Forum 2018 sulla cooperazione sino-africana
Pechino, sede del Forum 2018 sulla cooperazione sino-africana

Un vertice, iniziato nel 2000, è arrivato alla settima edizione e ha come tema “La Cina e l’Africa: verso una comunità ancora più forte con un futuro condiviso attraverso la cooperazione win-win”. Attraverso questo Forum il grande Paese asiatico intende promuovere e portare a un nuovo livello le relazioni di partenariato strategico Cina-Africa.

Una cooperazione, quella tra lo Zimbabwe e la Cina, che va avanti dal 1979, dai tempi della Guerra della Rhodesia. Oggi il Paese del dragone ha conquistato l’Africa mentre Russia e Turchia stanno bussando per proporre cooperazione. Invece la vecchia Europa, che ha il Continente nero a soli 14 km dalle sue coste, sta ancora decidendo come “aiutarli a casa loro” con una sorta di “Piano Marshal“.
(ultimo aggiornamento: 1 settembre 2018)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
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La passionaccia del pedale contagia l’Africa: dal tour del Ruanda a quello del Gabon si corre ovunque

Costantino MuscauDal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 28 agosto 2018

Oggi l’unica squadra africana di valore mondiale, la Team Dimension Data, del Sud Africa, dopo aver preso parte all’ultimo Tour del France, è impegnata ne La Vuelta, il 73° Giro di Spagna, in pieno svolgimento, (25 agosto-16 settembre). Il Team corre per Qhubeka, un progetto di assistenza, e si propone fra l’altro di dare in beneficenza 5 mila biciclette all’anno.

Fra i suoi 8 componenti in gara, ci sono due esordienti ventiquattrenni eritrei di sicuro avvenire: il coriaceo Amanuel Gebreigzabhier Werkilul, campione africano di ciclismo su strada, e lo stambecco Merhawi Kudus, uno dei primi due neri ad aver corso il Tour nel 2015 (l’altro era il loro connazionale Daniel Teklehaimanot di cui abbiamo avuto modo di parlare su Africa ExPress. I due sono guidati da Louis Meintjes, 26 anni, sudafricano, considerato un possibile protagonista de La Vuelta.

Appena un mese fa l’organo mondiale di governo del ciclismo sportivo (UCI – Unione ciclistica internazionale), guidata da David Lappartient, ha invitato le cinquanta federazioni nazionali africane a presentare una proposta per ospitare i Campionati del Mondo su strada 2025.

Il continente ha già ospitato importanti appuntamenti come i Campionati del Mondo della MTB (Mountain biking) 2013 e 2017 in Sudafrica, a Pietermaritzburg; e a Città del Capo è stata creata la sede africana del Centre Mondiale du Cyclisme.

Tour del Ruanda
Tour del Ruanda

E’ cresciuta notevolmente la qualità delle gare su strada quali la Tropicale Amissa Bongo, impegnativa e ormai celebre corsa a tappe in Gabon, il Tour del Marocco e il Tour del Ruanda, conclusosi il 12 agosto scorso, dopo otto tappe. Al punto che proprio il Tour del Ruanda, nato trent’anni fa come competizione regionale amatoriale, non solo ha acquisito fama internazionale nove anni fa, quando è stato inserito dall’Uci nel cosiddetto Africa Tour (il circuito di corse continentali), ma quest’anno è stato elevato di classe: da 2.2 a 2.1, cioè è passato alla prima categoria.

Dal prossimo anno, quindi, potrà accogliere quei corridori titolati a competere nelle corse “fuori categoria”, cioè i grandi giri e le classiche monumento, ovvero alle corse più importanti del mondo.

E’ la prima volta che una gara africana viene promossa e raggiunge il livello dell’unica altra competizione a tappe  di questo livello: la “Tropicale Amissa Bongo”. Questa competizione – giusto per stare in tema di “curiosità” – fotografa e compendia un certo andazzo africano: il suo nome deriva dalla sorella minore del presidente gabonese Ali Bongo Ondimba, deceduta nel 2004. Ali Bongo è in carica dal 2009 ed è succeduto al padre presidente dal 1967!

Ali Bongo Ondimba – dicono le gazzette locali (la libertà di stampa in Gabon viene classificata al centottavo posto su centottanta Paesi) ha due grandi amori: il calcio e il ciclismo. La sua passione lo ha spinto a creare, nel 2005, la “Tropicale Amissa Bongo” dandola in mano alla stessa potentissima società (Aso), che organizza nientemeno che il Tour de France e La Vuelta di Spagna, oltre che la Parigi-Nizza, la Parigi-Roubeaix, la Freccia Vallone…

Il ciclista ruandese Areruya Joseph
Il ciclista ruandese Areruya Joseph

Non a caso La “Tropicale” è subito diventata la corsa più importante di tutta l’Africa che attira corridori internazionali di valore. Compreso il nostro Rinaldo Nocentini, quest’anno vittorioso in due tappe. Il vincitore finale è, però, stato Joseph Areruya, ventidue anni, ruandese, accolto, al ritorno in patria, come un eroe nazionale fuori dall’aeroporto di Kigali da una folla entusiasta.

E pensare che fino a qualche anno fa il ciclismo del (e nel) continente nero aveva aspetti ed episodi curiosi, folkloristici, tragicomici, perfino sconcertanti. Non c’è che l’imbarazzo nella scelta.

1) Un ex campione americano, Jonathan Jock Boyer, sessantadue anni, condannato nel 2002 per atti sessuali con una minorenne, si è redento in Ruanda allenando la nazionale del Paese e sviluppando un programma di sviluppo del ciclismo chiamato “Africa Rising Cycling Center”.

2) Otto ciclisti, durante un recente Tour del Ruanda, in meno di due minuti all’uscita di una curva diabolica capitombolano fra gli spettatori che sghignazzano e che a loro volta vengono centrati in pieno da atleti e bici. Una scena degna del film “Fantozzi contro tutti”, dove i ragionieri, impegnati nella “tragica” Coppa Cobram, erano sbalzati dalle due ruote e finivano nella trattoria “al Curvone” dove si era in festa per un matrimonio (vedere – per credere – i due filmati su Youtube e raffrontarli).

https://youtu.be/6XlMOSMJz8k

3) Corridori della Nazionale del Ruanda in addestramento nello stato americano dello Utah vengono ripresi, nel 2015, mentre si fermano per ammirare e toccare ai bordi della strada la prima neve della loro vita.

4) Altri ex celebri ciclisti in questi anni si sono trasferiti in Africa per trasmettere la loro esperienza e allevare nuove generazioni di pedalatori. Uno dei più noti, oltre al molestatore sessuale Boyer, è l’ex campione del mondo spagnolo Abraham Olano, 48 anni, che nell’autunno 2015 è volato in Gabon per fare il selezionatore della nazionale ciclistica: “Del Gabon sapevo a mala pena che si trovava nel Golfo della Guinea, che non era il Paese più sottosviluppato della terra, che aveva villaggi con capanne ma anche città e che la gente parlava francese – confidò al quotidiano El Pais Abraham Olano, celebre anche per i suoi duelli con il nostro Marco Pantani e per aver subito una squalifica per doping – Sapevo anche che non ha molte strade asfaltate, però quando il presidente Ali Bongo Odimba mi ha fatto chiamare ho accettato subito. So che per lui questo sport è una vetrina, ma per me l’impegno in Gabon ha un grande valore sia perché mi ripaga dell’amarezza per la squalifica ingiusta per doping sia perchè sono convinto che il  ciclismo in Africa ha un grande futuro”.

Un futuro, come si vede, affidato anche a un  (presunto) dopato (Olano) e a un condannato molestatore sessuale (Boyer), entrambi sulla strada del riscatto in Africa. E affidato pure a due presidenti (per limitarci a Gabon e Ruanda) che usano il ciclismo come vetrina, o come mezzo per la rinascita sportiva, facendo leva sulla passione e abitudine delle loro genti, avvezze a usare come mezzo di locomozione e trasporto più la bici che gli asinelli.

Non a caso il Ruanda ha avuto in Adrien Niyonshuti, 31 anni, il pioniere del ciclismo sudafricano, in quanto il primo ciclista a correre tra i professionisti. E proprio grazie a Boyer, il pentito violentatore di una ragazzina. Adrien nel 1994, all’epoca dello spaventoso, famigerato genocidio ruandese, aveva 7 anni. Vide morire 6 dei 9 fratelli, circa 60 suoi parenti vennero massacrati, ma lui e i genitori riuscirono a scappare verso l’Uganda. Cominciò a pedalare con una bicicletta d’acciaio compratagli da suo zio Emanuel.

La svolta arrivò nel 2006, grazie a “Jock” Boyer, da poco sbarcato nella terra della redenzione. Nacque così Team Rwanda diretto da Boyer e fondato da Tom Ritchey e Dan Cooper.

Da questa squadra Adrien passò nel 2008 alla QTN-Qubeka, il team professionista sudafricano oggi Dimension Data. E oltre a correre con i campioni nel 2012 Adrien, che si è occupato anche della promozione con Boyer del ciclismo in Ruanda, è stato il portabandiera della nazione africana ai Giochi di Londra. Adrien è stato cinque volte campione nazionale e ora ha trovato – lo ha ricordato il sito Cicloweb – una nuova opportunità in una squadra dilettantistica sudafricana, il Sampada Cycling Team. La sua storia – e quella di Boyer – è stata efficacemente raccontata nel 2012 dal film-documento “Rising from Ashes” (Rinascere dalle ceneri), in cui sono testimoniate le atroci sofferenze patite dalla sua famiglia e dal suo Paese.

Ha scritto su “Il Foglio” nel gennaio scorso, Giovani Battistuzzi, un collega amante del pedale, competente e attento al nuovo che avanza dal Continente Nero “…Se l’Europa continua ad essere il teatro del grande ciclismo, l’Africa sta diventando piano piano il centro della passione per le biciclette. C’è soprattutto un movimento che da quando Fausto Coppi esplorava l’Alto Volta (oggi Burkina Faso, era il 1959, nda) in bicicletta e diceva “se va come penso, tra trent’anni saremo noi a rincorrere questi atleti”, si sta rafforzando, sta inseguendo a fatica, ma recupera posizioni e interesse ed è pronto, prima o poi, se non al sorpasso, quanto meno a un posto in scia”.

Di anni ne sono passati più di 30, ma la rincorsa è cominciata.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

 

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Zimbabwe, Mnangagwa accusato di brogli ha giurato come presidente

Loghino africa express 2Africa ExPress
Harare, 27 agosto 2018

Emmerson Mnangagwa è il nuovo presidente dello  Zimbabwe. Le elezioni si erano svolte il 30 luglio scorso. Ha prestato giuramento ieri, perché solo venerdì scorso la Corte Costituzionale lo ha proclamato vincitore della tornata elettorale.

La cerimonia si è svolta nel più grande stadio dello Zimbabwe in presenza di numerosi capi di Stato africani, tra loro Jospeh Kabila, leader del Congo-K, Paul Kagame, del Ruanda (l’uomo che attualmente guida l’Unione Africana) lo zambiano Edgar Lungu e il sudafricano Cyril Ramaphosa.

“Io, Emmerson Dambudzo Mnangagwa, in qualità di presidente della Repubblica dello Zimbabwe, giuro di essere fedele allo Zimbabwe e che difenderò la Costituzione dello Zimbabwe”. Sono le parole pronunciate dal neo-eletto presidente durante il giuramento.

Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe

I giudici della Corte Costituzionale hanno rigettato il ricorso del partito di Nelson Chamisa, Movimento per il Cambiamento Democratico (MDC), e hanno convalidato la vittoria di Mnangagwa il 24 agosto scorso. Il candidato dell’opposizione aveva denunciato brogli elettorali durante le votazioni del 30 luglio scorso e aveva chiesto di dichiarare nulle le elezioni.

Il neo presidente, a capo dello Zimbabwe dallo scorso novembre dopo le travagliate dimissioni di Robert Mugabe, abbandonato dall’esercito e dal proprio partito di cui era il fondatore, Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF), è stato eletto proprio in quanto candidato del raggruppamento ZANU-PF con il 50,8 per cento di preferenze, mentre il suo rivale, Nelson Chamisa, dell’MDC ha raccolto il 44,3 per cento dei voti.

Durante la cerimonia di ieri, Mnangagwa ha accennato ai disordini post-elettorali e ha promesso che avrebbe aperto un’inchiesta sulla “repressione inaccettabile” durante una manifestazione dell’opposizione, svoltasi il 1° agosto. In tale occasione le forze dell’ordine, per disperdere la protesta, avevano sparato sulla la folla, uccidendo sei persone e ferendo decine di dimostranti. Il presidente ha sottolineato: “Una tale condotta non si deve più ripetere, è contraria alla cultura, la natura e la tradizione del nostro popolo. Una commissione d’inchiesta dovrà fare chiarezza sulle violenze commesse dallo Stato. Ancora una volta presento le mie sincere condoglianze alle famiglie delle vittime”.

Africa ExPress
@africexp

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