Diciannove persone sono morte in Sud Sudan quando il piccolo aereo sul quale viaggiavano si è schiantato in un fiume. Sul velivolo si trovavano, tra gli altri, il vescovo anglicano di Yirol, Simon Adut, e Damiano Cantoni, un medico italiano del CUAMM (è sopravvissuto ma è in gravissime condizioni, anche se stabili) ed era in rotta dalla capitale Juba a Yirol, città dello Stato dei Laghi Orientali.
Secondo il ministro dell’Informazione del Sud Sudan, Taban Abel Aguek, dicannove persone sarebbero morte e solamente tre sarebbero state salvate, il medico italiano, un bambino e un co-pilota. La dinamica dell’incidente non è ancora chiara, ma sembra che l’aeromobile fosse autorizzato al trasporto di diciannove persone, mentre oggi a bordo se ne trovavano ben ventidue. Gli accertamenti sono ovviamente ancora in corso.
I resti dell’aereo caduto nel lago Yirol (Foto di Mageng Wade Deng per Miraya)
Sembra che questa mattina la visibilità fosse ridotta a causa della nebbia e quando il pilota avrebbe ingaggiato la discesa per l’atterraggio, l’aereo sarebbe precipitato nel fiume di Yirol, che scorre vicino alla città che porta lo stesso nome.
Anche Radio Miraya, l’emittente delle Nazione Unite, ha confermato che solo tre presono sono sopravvissute alla strage. E sul suo account twitter in precedenza aveva fatto sapere che tra i passeggeri c’era anche un medico italiano collaboratore di una ONG e Simon Adut, vescovo anglicano di Yirol. Non aveva però fornito le generalità del nostro connazionale che aveva dato per morto.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 9 settembre 2018
L’idillio Cina-Kenya, sembra deteriorarsi giorno dopo giorno, se non ai vertici dei rispettivi Paesi, certamente nei rapporti tra la gente comune. Liu Jiaqi un commerciante cinese di motocicli in Nairobi, si sarebbe lasciato andare a pesanti commenti di natura razzista nei confronti degli africani, includendo in questi giudizi, lo stesso presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta. Il fatto sarebbe avvenuto nello scorso mese di giugno, ma è divenuto noto soltanto ieri, grazie a un video apparso sui social network mercoledì scorso. L’uomo è stato arrestato e immediatamente espulso dal paese.
Lou Jiaqi, il giovane imprenditore cinese in stato d’arresto in attesa dell’espulsione
L’azienda di Liu Jiaqi, occupava quattordici keniani e otto cinesi. Lo sprezzante atteggiamento del titolare nei confronti del personale di colore sarebbe stato una costante nei quotidiani rapporti di lavoro, fino ad esplodere nelle dichiarazioni che hanno determinato il suo arresto. Probabilmente insoddisfatto del rendimento di uno dei suoi dipendenti africani, Liu Jiaqi, lo ha affrontato minacciando di licenziarlo e alla richiesta di spiegazioni da parte dell’interessato, avrebbe risposto: “Voi e il vostro presidente puzzate, siete neri, sembrate scimmie, siete poveri e stupidi”. Il video ripreso da un altro dipendente africano – probabilmente all’insaputa dell’imprenditore – conferma la totale veridicità del fatto e ha suscitato l’indignata reazione del pubblico.
L’ambasciata cinese in Kenya ha subito preso le distanze dall’incauto connazionale, asserendo che le sue dichiarazioni non riflettono assolutamente i sentimenti del popolo cinese. Ciò sarebbe confermato dal fatto che malgrado la presenza di cinesi nel Paese si conti in circa diecimila persone, questo è il primo e l’unico arresto effettuato per ragioni di razzismo. Se questo è vero, non significa però che pesanti atteggiamenti discriminatori, da parte cinese nei confronti degli africani, non ci siano mai stati, la differenza è che questi, benché siano stati regolarmente denunciati, non hanno mai prodotto alcuna iniziativa da parte delle autorità locali.
Immagini esposte in un museo cinese che confrontano gli africani ad animali della savana
Il primo di questi casi si è verificato tre anni fa in un ristorante cinese di Nairobi dove il padrone ha vietato l’ingresso agli africani nelle ore serali. Le autorità, venute a conoscenza del fatto, si sono limitate a multare il proprietario perché operava senza rispettare le norme igieniche previste e perché vendeva liquori senza averne la licenza, ma nulla gli è stato imputato sul piano del razzismo. Più recentemente, il personale africano impiegato nella nuova ferrovia Nairobi-Mombasa, realizzata dalla SGR cinese, ha subito da parte dei colleghi cinesi pesanti discriminazioni di antico sapore coloniale; come non potersi sedere alla mensa nello stesso tavolo in cui sedeva un cinese, non poter salire sui minibus per il trasporto del personale se a bordo vi era anche un solo cinese, non poter utilizzare gli stessi servizi igienici e altri comportamenti di chiara impronta razzista.
Nairobi: dimostrazione contro il razzismo
Sorprendentemente, il governo Kenyatta, ha definito tutti questi riscontri, privi di fondamento e li ha rigettati senza porre in atto alcuna iniziativa. Del resto, nella sua recente partecipazione al summit di Pechino, il presidente Uhuru, non ha lesinato lodi alla Cina affermando perentoriamente che “il Kenya e profondamente grato al partner orientale per il dimostrato sforzo di aiutare il suo Paese nello sviluppo economico”. Questo ufficiale atteggiamento di plauso alla Cina, sta irritando sempre di più il pubblico keniano che sta gradualmente avvicinandosi all’insofferenza dimostrata dalla popolazione sudafricana che si è espressa anche attraverso atti violenti, contro i cinesi presenti nel Paese, costringendo molti di loro a rientrare in patria.
Questa singolare dicotomia tra l’atteggiamento del governo e i sentimenti della popolazione, nei confronti della presenza cinese, diventa sempre più evidente. I mancati arresti di cinesi, in un Paese in cui la polizia si prende la libertà di mettere in manette chiunque anche per una semplice infrazione, come quella in cui sono incorsi recentemente tre turisti italiani che all’aeroporto di Mombasa hanno rischiato il carcere per aver acceso una sigaretta all’esterno del terminal, non può che indispettire sia gli indigeni, sia gli investitori occidentali, ai quali, una recente e discussa normativa, impedisce di ottenere permessi di lavoro per i propri dipendenti stranieri, mentre quelli cinesi li ottengono senza problemi e non solo: li ottengono ad un costo che è inferiore dell’85 per cento della tariffa ufficiale prevista.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 settembre 2018
La situazione umanitaria in Mali sta diventando sempre più drammatica. Da gennaio ad oggi ben cinquantamila persone sono fuggite dai loro villaggi per le continue violenze, causate da scontri etnici, conflitti armati, operazioni militari e attacchi di vario genere che stanno devastando il centro e il nord del Paese. Gli sfollati sono aumentati del sessanta per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Hassane Hamadou, capo della missione del Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) nell’ex colonia francese ha sottolineato che è davvero inquietante dover constatere quante risorse vengano messe a disposizione per le operazioni militari, mentre la popolazione non ha di che nutrirsi. Sono migliaia le persone che ogni giorno scappano, costretti a lasciare i loro pochi averi per cercare protezione altrove.
A fine agosto, Patrick Youssef, un responsabile per l’Africa del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), si è recato a Ménaka, nella regione di Gao, nel nord-est, una delle zone più instabili del Paese. Durante questa missione ha chiesto ai rappresentanti dei gruppi armati locali di facilitare gli interventi degli operatori umanitari e di rispettare la vita, la dignità della popolazione civile. Ottocento famiglie – circa cinquemila persone – hanno trovato finora rifugio in campi di accoglienza temporanei della Croce Rossa vicino a Ménaka e in una località non lontana da Andramboukane, città che si trova nella stessa regione.
In particolare nella zona di frontiera tra il Niger e il Mali dall’inizio dell’anno si susseguono senza sosta attacchi armati, per i quali si attribuisce la responsabilità a “banditi non meglio identificati” , ma sopratutto ai jihadisti di “Etat Islamique dans le Grand Sahara” e alle milizie locali loro affiliate. Massacri di civili in quest’area hanno ovviamente accentuato anche le tensioni etniche già esistenti da decenni.
Campo per sfollati a Ménaka
Non di rado si verificano scontri tra i terroristi e militanti del Gruppo Autodifesa Tuareg Imghad e Alleati (GATIA) e Mouvement pour le salut de l’Azawad (MSA) – quest’ultimi filo governativi. Il fondatore di GATIA, El Hadje Ag Gamou, è l’unico generale Tuareg in seno all’esercito maliano. Mentre l’MSA è sostenuto dalla Francia nella lotta contro il terrorismo in Mali. Pochi mesi fa Moussa AG Acharatoumane, segretario generale di MSA e Gamou sono stati accusati di gravi abusi contro i fulani (per lo più pastori semi-nomadi), presenti nella zona di Ménaka.
Fulani e daoussak, allevatori anch’essi, sono in lotta da decenni per questioni di pascoli e pozzi d’acqua. I daoussak trovano protezione tra le fila di GATIA e MSA, che perseguitano i fulani. Secondo Guillaume Ngefa, direttore della divisione diritti umani di MINUSMA (acronimo francese per Mission multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali) le violazioni dei diritti umani sarebbero piuttosto gravi nell’area di Ménaka, dove si sono verificate anche esecuzioni di massa: almeno novantacinque persone, accusate di terrorismo e banditismo sarebbero state ammazzate. E le varie ONG che operano nella zona, hanno potuto verificare massicci spostamenti di persone tra i fulani.
Invece di combattere il terrorismo, in questo modo si spingono i fulani a cercare protezione altrove, spesso si alleano ad organizzazioni jihadiste, più per istinto che per convinzione, ha precisato un osservatore francese tempo fa.
Martedì scorso c’è stato un nuovo attacco ad un campo di MINUSMA a Ménaka; un casco blu è stato ferito dalle schegge di una granata, che hanno danneggiato anche alcuni locali prefabbricati. La nuova aggressione è avvenuta poche ore prima che Ibrahim Boubacar Keïta, rieletto presidente il 20 agosto scorso, prestasse giuramento per il suo secondo mandato. I problemi che dovrà risolvere sono più o meno gli stessi che ha trovato quando ha vinto le elezioni nel 2013: soprattutto rilanciare e far rispettare con la massima urgenza il trattato di pace, firmato ad Algeri nel 2015.
Ibrahim Boubacar Keita, rieletto presidente del Mali
Con la salita al potere di Keïta dopo le elezioni del 2013, era nata una nuova speranza di pace in tutto il Paese. L’intervento delle truppe francesi dell’operazione Serval per arginare il pericolo dei jihadisti e il dialogo con i gruppi armati del nord, lasciavano intravedere spiragli di luce. Ora, cinque anni più tardi, malgrado siano stati messi in campo decine di migliaia di caschi blu, una nuova forza regionale, Force G5 Sahel , centinaia di milioni di euro di aiuti finanziari da parte della comunità internazionale, e la firma del trattato di pace, che non è mai stato completamente attuato, l’insicurezza nel Paese è ancora una costante.
Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 della MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono però ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali.
La Francia ha lanciato dapprima l’operazione “Serval” nel solo Mali, poi, per contrastare il terrorismo in tutto il Sahel, nel 2014 è stata sostituita dalla missione Barkhane, con base a N’Djamena, la capitale del Ciad. Barkhane conta quasi quattromila militari; in Mali sono stanziati millesettecento uomini, per lo più a Gao. Altri militari francesi si trovano a Kidal e a Tessalit, nel nord-est del Paese.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 7 settembre 2018
Anche dall’Italia sono stati acquistati cinque trofei di leone. Nel 2016 dal Sudafrica e dallo Zimbabwe. Sta scritto nel database di CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione). Ma non si può sapere se sono frutto di quello “sport” che si chiama “canned hunt”.
Il tiro a segno a un leone in gabbia che non ha vie di fuga per portarsi a casa un troppo facile e dispendioso trofeo (10-20mila USD) è solo uno degli aspetti del business dei leoni in cattività. Il guadagno più redditizio è però quello delle ossa, pelli, teschi, zampe, denti, artigli e crini della folta, regale criniera leonina.
Leone in gabbia in un allevamento sudafricano (Courtesy BloodLions®)
Il governo sudafricano e gli allevatori dicono che la vendita legalizzata di pezzi di leone serve a proteggere gli esemplari in libertà dal bracconaggio. È venuto fuori poi che gli allevatori ingannano i volontari e i turisti, inconsapevoli del fatto che i cuccioli, una volta cresciuti, mai andranno a ruggire e cacciare liberi nelle savane. Saranno invece preziosissima merce venduta nei mercati del Sudest asiatico e della Cina.
La smentita dell’utilità degli allevamenti per eliminare la caccia di frodo arriva anche dal biologo Pieter Kat, direttore dell’ong britannica LionAid. “Tutto ciò serve a favorire il commercio che va a scapito dei leoni selvaggi del Sudafrica – ha dichiarato in un’intervista al Conservation Action Trust – Stimolare il mercato asiatico sui prodotti di leone porta all’aumento della domanda che influenzerà i leoni in tutto il continente, favorendo il bracconaggio.
Secondo il biologo, in Sudafrica, un commerciante cinese paga uno scheletro di Pantera leo tra mille e duemila USD ma una volta in Asia vale oltre 20 mila USD. Le ossa vengono polverizzate in modo da poter essere utilizzate nella medicina tradizionale orientale mentre denti e artigli sono usati in oreficeria.
Ma c’è anche la truffa. Secondo un documento firmato da Ban Animal Trading (BAT) e EMS Foundation, nel Sudest asiatico le ossa di leone, a insaputa del cliente finale, vengono vendute come ossa di tigre la cui polvere è utilizzata anche per preparare il tiger wine (vino di tigre).
La carenza di ossa di tigre, predatore in serio pericolo di estinzione (sul pianeta ne rimangono meno di 4000 esemplari) ha quindi fatto schizzare la domanda di ossa del felino africano.
In Asia il tiger wine è falsamente considerato un potente anti infiammatorio, ed è utilizzato per trattare disturbi che vanno dall’insonnia alla meningite, dalla malaria alle malattie della pelle. Per l’alto prezzo sul mercato (180 USD a bottiglia) è considerato uno status symbol che dà forza e vigore a chi lo beve.
Prodotti di tigre venduti nei mercati del Sudest asiatico
Dall’analisi del DNA è possibile capire se la polvere ossea è di tigre o di leone ma è impossibile sapere se il leone era in cattività o ruggiva libero. E questo fa il gioco dei trafficanti e dei bracconieri.
L’ong britannica Born Free ha da poco pubblicato il report “Contanti prima della protezione-Panoramica sull’allevamento per la caccia e il commercio di ossa di leone”. Il 98 per cento degli scheletri e le ossa del felino esportati legalmente dal Sudafrica finiscono nel mercato laotiano e vietnamita. È però dimostrato che il mercato legale del carcame osseo dei leoni sudafricani va di pari passo con il traffico illegale di avorio.
Il rapporto “Ossa della contesa: valutazione sul commercio sudafricano del leone africano, le ossa e altre parti del corpo” pubblicato dall’ong Traffic dà numeri interessanti. Il commercio è iniziato nel 1998 ma è schizzato in alto soprattutto dopo il 2007: Cina, Vietnam, Laos, Myanmar e Thailandia hanno importato quantità crescenti di leoni, corpi di leone e ossa dal Sudafrica. Il numero degli scheletri di Panthera leo nei cinque Paesi era 50 nel 2008 ed è diventato 1.160 nel 2011.
Leoni in cattività in un allevamento sudafricano (Courtesy Blood Lions®)
Il maggior importatore di parti di leone degli allevamenti sudafricani, nel 2017, risulta essere il Vietnam. I dati dell’archivio di CITES ci dicono che il Sudafrica ha venduto al Paese asiatico 814 corpi, 1.080 kg di ossa e 330 scheletri del grande felino.
Davanti al business dei leoni in cattività venduti a pezzi però sembra che il Sudafrica si stia dando la zappa sui piedi. Nell’ex colonia britannica, al Convegno “Allevamento dei leoni in cattività e la promozione dell’immagine del Sudafrica nella protezione dell’immagine del Paese”, lo scorso 21 agosto, le ong EMS Foundation e Ban Animal Trading hanno presentato un documento nel quale i leoni in cattività sono un boomerang.
Un rapporto scientifico esaminato dall’Istituto per gli affari internazionali del Sudafrica rivela che, nei prossimi dieci anni, l’allevamento dei grandi felini in cattività potrebbe causare una perdita sull’attrattiva del turismo pari a un valore di 3,6 miliardi di USD. Forse non più è tanto conveniente.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 7 settembre 2018
Solo oggi si è venuti a conoscenza di un disastro mancato il 29 agosto scorso nel cielo del Kenya meridionale. Un Boing 737 dell’Ethiopian Airlines e un Boing 767 dell’italiana Neos, il primo proveniente da Johannesburg e diretto ad Addis Abeba e il secondo da Verona a Zanzibar, entrambi soggetti al controllo dei radar keniani, hanno mancato per un soffio di scontrarsi perché i rispettivi piani di volo, indicavano la stessa altitudine.
Il sistema anticollisione in opera
Probabilmente si è trattato di una distrazione dei uno degli addetti ai radar presso la competente stazione TCAS (Traffic Collision Avoidance System). All’ultimo istante si è accorto della tragedia incombente ed è riuscito a scongiurarla impartendo immediate istruzioni al pilota dell’aero etiopico che, salito di quota all’ultimo momento, è riuscito a evitare la collisione. Il video che mostra i due aeri che si incrociano in cielo è davvero da brivido.
A video showing a RA in Ethiopian airspace. An Ethiopian 737 from Johannesburg-Addis, and a Neos 767 from Verona-Zanzibar, were head on at the same level, FL370. Only a TCAS RA alerted the crew and allowed the 737 to climb out of danger. pic.twitter.com/6QscAfd513
Le autorità del Kenya, competenti per il controllo del traffico aereo, non hanno dato alcuna notizia dello scampato pericolo e neppure l’hanno fatto i media locali. Nulla da parte delle compagnia charter Neos e neppure dall’Ethiopian Airlines. Africa ExPress ne è venuta a conoscenza grazie alla notizia fornita da News in Flight un giornale online del settore aereo.
Speciale per Africa ExPress Barbara Ciolli 6 settembre 2018
L’evasione, durante gli ultimi scontri di Tripoli, di circa 400 detenuti vicini al regime di Muammar Gheddafi, rimasti sotto chiave in Libia nonostante le turbolenze dal 2011, è un fatto strano. Un altro degli aspetti che dà alla tregua, raggiunta con la mediazione dell’ONU, il sapore acre della sconfitta per il premier del governo riconosciuto internazionalmente, Fayez al Serraj, è il ruolo defilato della potente città-Stato di Misurata. In teoria le brigate che guidarono la guerra a Gheddafi e che avrebbero poi espugnato, nel dicembre 2016, la vicina Sirte dall’ISIS restano la colonna portante del governo virtuale di unità nazionale di Serraj.
Ma in pratica le brigate di Misurata, che sul campo sono anche la massima forza militare dell’esecutivo di Tripoli, sono accorse in aiuto di al Serraj solo una settimana dopo l’esplosione dei gravi scontri nella capitale del 27 agosto scorso, che hanno ucciso 60 persone. Quel che è peggio lo hanno fatto solo in minima parte: i comandi centrali non si dicono convinti di appoggiare ancora il premier in carica e stanno anzi coltivando rapporti sotterranei indicibili con il generale rivale Khalifa Haftar.
Gli scontri nei quartieri meridionali di Tripoli
Il tradimento può presto staccare la spina ad al Serraj, cambiando la geografia politica della Libia come non accadeva dalla caduta di Gheddafi. L’esecutivo di Tripoli fu composto grazie al cartello delle forze islamiste e filo-islamiste di Alba libica (della capitale, Misurata e di diversi comuni libici), che al contrario delle forze armate del governo rivale guidato, nell’Est della Libia, dal generale Haftar, nel 2016 accettarono il compromesso dei negoziati dell’ONU in Marocco.
A Misurata si instaurò anche la missione italiana dell’ospedale militare, insieme con diverse unità dell’intelligence straniere, presenti anche per la guerra all’ISIS. E ad al Serraj e ai suoi alleati, diventati legittimi interlocutori dell’Occidente, iniziarono ad affluire finanziamenti ufficiali – oltre a quelli occulti alle milizie islamiste contro Gheddafi dal 2011 – dell’UE e dei principali governi occidentali. In Italia, e non solo, fecero scalpore i 5 milioni di euro che si raccontò inviati segretamente alla milizia alleata di Sabratha di Ahmad Dabbashi per il piano dell’allora ministro dell’Interno, e uomo d’intelligence, Marco Minniti, per fermare in Libia i migranti.
Gli appetiti delle milizie di Sabratha escluse dalla torta scatenarono una guerra nella cittadina, peggiore dei precedenti attacchi subiti dall’ISIS. La logica della marcia su Tripoli di questa estate delle milizie islamiste entrate in collisione con al Serraj è la stessa. Dalla nascita del governo Serraj, le brigate di Tripoli hanno guadagnato – con metodi criminali come il taglieggio e con l’appoggio dello stesso consiglio presidenziale riconosciuto dall’ONU – sempre più potere economico nelle istituzioni chiave della Banca centrale libica e della Compagnia nazionale del petrolio (NOC), controllando anche i vertici di diverse società petrolifere, delle infrastrutture e dei trasporti, nella capitale tornata centro del potere.
La marcia su Tripoli della Settima brigata.
Nei quartieri che la Settima brigata ribelle di Tarhuna, a sud di Tripoli, e altre milizie saltate sul carro promettono di liberare dalla «corruzione e dal racket» a suon di cannonate, i gruppi armati della capitale o di milizie lì distaccate hanno creato un cartello delinquenziale che impone tasse ai residenti e alle aziende ancora aperte, nonostante i black out di 9 ore al giorno.
La razzia delle risorse della Libia da parte – in questo momento – soprattutto delle milizie incaricate dal governo Serraj della sicurezza nella capitale è illustrata dettagliatamente nella mappa del giugno 2018, ricostruita dal massimo esperto di gruppi armati libici e delle loro fluidissime alleanze, il ricercatore tedesco del German Institute for International and Security Affairs (SWP) Wolfram Lacher, in collaborazione con l’ex tecnico del ministero dell’Interno libico Alaa al Idrissi, destituito nel 2014 proprio dal nascente blocco islamista di Alba libica assaltò l’aeroporto di Tripoli.
Da allora gli islamisti hanno fatto il bello e il cattivo tempo nella capitale: un dominio del banditismo narrato con precisione a Internazionale dall’osservatore diretto, il regista tripolino Khalifa Abo Khraisse. Tre intraprendenti signori della guerra hanno progressivamente marginalizzato le brigate di Misurata e di altre località dagli affari nella capitale. E a loro, stufe e frustrate, nell’ultimo anno si è avvicinato il generale Haftar che ha sempre più esteso il suo controllo dei Comuni nell’Est e nel Sud della Libia. Con l’obiettivo finale della presa di Tripoli.
Fayez al Serraj a sinistra, a destra invece Khalifa Haftar
Non è nell’interesse dei francesi scatenare il caos a un passo dalle elezioni che l’Eliseo – in contrasto con l’Italia – vuole far tenere in Libia il 10 dicembre 2018. Ma in molti vedono nell’improvvisa marcia su Tripoli della Settima brigata lo zampino del generale Haftar e, dietro di lui, dell’intelligence francese che, per controllare i giacimenti petroliferi dell’ex colonia fascista, dal 2011 ha prima appoggiato le rivolte islamiste contro Gheddafi. Poi, con un doppio gioco sempre più evidente contro gli alleati nell’UE e nella NATO, Haftar che dalla Cirenaica guadagnava terreno armato e finanziato dall’Egitto, dagli Emirati Arabi e infine dalla Russia.
L’intelligence francese sta sia a Misurata sia con l’ex gheddafiano Haftar, che adesso convergono contro la lobby di Tripoli. Fonti contattate da Africa ExPress in Libia descrivono la più grave situazione di caos e guerriglia mai vissuta nei quartieri di Tripoli, assaltati in modo brutale dalla Settimana brigata che, negli anni precedenti, si era limitata a tenere in sicurezza la città di Tarhuna. La milizia ha sparato indiscriminatamente contro i civili e suoi rinforzi sarebbero presto affluiti da varie città.
Khalifa Haftar
Anche il comandante di Misurata della coalizione di Alba libica del 2014, Salah Badi, è a dar man forte a Tarhuna. Una situazione «molto complicata», ci raccontano dalla Libia, che potrebbe finire «molto male per Serraj». Dalla sua parte restano i misuratini della Brigata 301 di stanza nella capitale, coinvolti nel controllo di alcuni asset, e una parte sempre più ristretta di politici e militari di Misurata. Nel gennaio 2017 furono rapidi a soccorrere il governo di unità nazionale di Tripoli contro il tentato golpe dell’ex premier islamista Khalifa al Ghwell, che assaltò tre ministeri.
Una prima faglia evidente si era aperta nell’alleanza in disfacimento, ma la frangia era ancora minoritaria, la scissione controllabile. Un anno e mezzo dopo il quadro si è ancor più deteriorato, con ogni probabilità irrimediabilmente. A Misurata c’è chi si dice pronto a trattare non solo con Haftar, indicato per anni dagli islamisti come il padre di tutti i mali, vicino ai gheddafiani e dietro nientemeno che all’ISIS. Ma con il delfino di Gheddafi Saif al Islam, graziato dalla milizia di Zintan alleata con Haftar e in odore di candidatura politica.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Milano, 6 settembre 2018
La più famosa scarpetta sinistra perduta era quella di Cenerentola. Fino a giovedì 30 agosto, quando – pare – Conselsus Kipruto si alzò col piede sinistro. La sera stessa, però, grazie al piede sinistro senza scarpetta (chiodata), l’eventuale malumore gli passò guadagnando cinquanta mila dollari. Conselsus Kipruto è uno che ha i piedi per terra, nonostante li sollevi con una frequenza altissima essendo tra i più forti mezzofondisti del pianeta.
I piedi in testa, lui, non se li fa mettere da nessuno, neppure dal suo più agguerrito rivale, il marocchino Soufiane El Bakkali.
Conoscevamo il piede sinistro di dio, ma con la scarpa e limitatamente al mondo del pallone. Si pensi ai calciatori di qualche secolo fa tipo Mariolino Corso, Gigi Riva, al brasiliano Eder, a Maradona (anche se a dir la verità il campione argentino è passato alla storia come “mano de dios” per il gol segnato irregolarmente all’Inghilterra nei Mondiali ’86)
Ora, nell’Atletica moderna, il piede sinistro umano più celebre, senza scarpa, è il suo: quello di Conselsus Kipruto, 23 anni a dicembre, keniota, campione mondiale e olimpionico dei 3000 siepi. Il 30 agosto scorso ha vinto incredibilmente la gara di cui è specialista nella tappa di Zurigo della Diamond League 2018, il circuito internazionale più prestigioso dell’Atletica.
Conselsus Kipruto, Diamonds League, Stadio Letzigrund, Zurigo
Il giovane campione keniota è riuscito ad arrivare primo correndo 2500 metri privo della bianca scarpa sinistra chiodata, che gli è volata via poco dopo l’inizio della corsa. Per la precisione, dopo un minuto e 24 secondi, circa 500 metri dal via. L’atleta, che era in seconda posizione, non si è scomposto per questa “zeppa sui piedi”, pardon sul piede (sinistro). Ha continuato a correre per 6 minuti e 54 secondi riuscendo alla fine a vincere in modo strabiliante, dimostrando di non avere .. piedi di argilla e mandando in delirio i venticinquemila spettatori dello stadio Letzigrund.
E non solo loro. “Uno scalzo meraviglioso”, lo ha, infatti, definito un giornale del Kenia. “Dimostrazione di spirito indomito, di determinazione e forza di carattere”, ha twittato in stile simil-mussoliniano il vicepresidente dello Stato, William Samoel Ruto.
“Bravo, hai fatto qualcosa di inimmaginabile”, si è entusiasmato un altro campione di corsa, Gilbert Koech.
Un entusiasmo che travolto anche l’IAAF (l’Associazione internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera, cioè l’organizzazione che cura questa sport a livello mondiale), che ha dichiarato: “Provateci voi a correre senza una scarpa per 2500 metri e vincere!”.
E lui, il protagonista della sorprendente performance?: “E’ stato un bel casino – ha commentato mentre, claudicante, andava a riscuotere il premio di cinquantamila dollari dal presidente della IAAF, Sebastian Coe –. Duro e doloroso ma mi sono sentito ancor più motivato a impegnarmi più che potevo”. Al punto che ha raggiunto e superato sul filo di lana un tostissimo avversario, il marocchino Soufiane El Bakkali, ormai certo della vittoria.
L’agente di Conselsus, Michel Boeting, è arrivato anche a diffondere la foto del piede sinistro martoriato dalla perdita della scarpa e fasciato dalla medicazione. Il quotidiano “Daily Nation” di Nairobi ha citato il tweet di un fan, James Ronoh, che ha alzato il velo dei ricordi: “La sua vittoria da scalzo mi ha riportato all’infanzia, quando nel villaggio giocavamo a pallone per ore, senza scarpe, senza intervallo, senza badare alle ferite..”. Insomma si è scatenata una venerazione del piede (sinistro) da far invidia a quello (destro) di santa Teresa d’Avila, custodito in un reliquiario nella chiesa di Santa Maria della Scala a Trastevere, in Roma.
Intendiamoci: non è la prima volta che un atleta conclude una corsa con tale handicap. Il sito della Iaaf li elenca tutti puntigliosamente.
Abebe Bikila, Roma 1960
Il caso più celebre, ovviamente, risale al 1960, Olimpiadi di Roma, dove l’indimenticabile etiope Abebe Bikila vinse la maratone a piedi nudi. E sapete perché? Convocato all’ultimo momento, si accorse che le scarpe affibbiategli erano scomodissime e decise di correre senza! Quattro anni dopo a Tokio, concesse il bis, ma con “un par de scarpe nove”, canterebbe Nino Manfredi. “Scarpe nove” e confortevoli…
Più recentemente, nel 2017, un’altra keniota, Celliphine Chespol, diciotto anni, nella medesima distanza femminile, nella medesima Diamond League, in Eugene (Oregon) perse la calzatura (destra) a 550 metri dal traguardo, si fermò per riallacciarla e..vinse. Segnando il secondo tempo più veloce di sempre.
I kenioti, però, devono avere un problema con questi indispensabili accessori, talora – vien da pensare – fatti proprio con i…piedi. Prendiamo Eliud Kipchoge, trentaquattro anni, connazionale di Chespol e Kipruto, campione olimpico della maratona (Rio, 2016). Nel 2015, dominò la distanza dei 42 chilometri, a Berlino, con le solette , o sottopiedi, delle scarpe penzolanti…Un incidente senza precedenti, una tortura per il corridore e un’opportunità per la casa produttrice di correre ai ripari.
La situazione più controversa si verificò a Stoccarda nei 1993, durante i 10 mila metri dei campionati mondiali di Atletica. All’ultimo giro Moses Tanui perse la scarpa (e la medaglia d’oro e la pazienza) dopo un contatto con l’etiope Haile Gebrselassie, che gli stava alle calcagna. Curiosamente, sempre in quei campionati di Stoccarda, gli incidenti si moltiplicarono. Nella finale dei quattrocento metri maschili le scarpe del campione olimpionico, l’americano Quincy Watts, si rivelarono…mezze calzette: si disintegrarono. E Watts dovette rinunciare al primo posto sul podio. Nei 3000 siepi il pluriolimpionico yankee Mark Douane Croghan vide volar via la soletta e si classificò al quinto posto. Quando si dice rimetterci anche la suola delle scarpe. Il bello è che Croghan poi rivelò di aver acquistato le solette in un outlet. Forse per risparmiare…
Sorvoliamo su altri episodi, perché sarebbe ingiusto trascurare i molti atleti africani che hanno brillato nella Diamond League. A forza di parlare di un piede nudo, si rischia, infatti, di scrivere un articolo con i…piedi.
E di fare torto, ad esempio, ad altri due kenioti, Hellen Obiri ventinove anni, dominatrice dei cinquemila metri e Timothy Cheruiyot , ventidue anni (millecinquecento metri), ai sudafricani Luvo Manyonga (salto in lungo) e Caster Semenya (ottocento metri) e all’ivoriana Murielle Ahoure (cento meri), stelle nella notte di Zurigo.
Il giorno dopo, 31 agosto, venerdì, a Bruxelles, ultima tappa della Lega del Diamante, l’Africa (o con le scarpe o senza scarpe, come cantavano gli alpini) ha fatto sentire ancora la sua voce: negli ottocento metri maschili ha trionfato il keniota Emmanuel Kip; nei tremila siepi femminili le prime tre sono state del Kenya, con in testa Beatrice Chepkoech; nei cinquemila metri maschili il dominio dell’Etiopia è stato straripante, con i primi cinque guidati dallo stratosferico Selemon Barega: appena diciottenne Selemon è entrato nella leggenda (dicono gli esperti) conquistando non solo il primo posto, ma anche segnando – così giovane –il quarto tempo assoluto nella storia dei cinque chilometri. Ha coperto la distanza in meno di tredici minuti.
Tornando a Kipruto, il “cenerentolo” si appresta a scendere in pista l’8-9 settembre a Ostrava, Repubblica Ceca, che ospita la Coppa Continentale IAAF. E’, questa, una manifestazione internazionale quadriennale alla quale prendono parte quattro squadre: Africa, Americhe, Asia e Pacifico. Con Kipruto, a rappresentare l’Africa nei tremila siepi, correrà il marocchino Soufiane El Bakkali, quello battuto da scalzo.
Entrambi, stavolta, sul piede di guerra per far fare, uniti, bella figura al Continente nero. Con la scarpa giusta, si spera.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 6 settembre 2018
L’ecletticità africana è leggendaria e chi vive in quel continente avrà certamente avuto modo di sperimentarla più volte. Viene prevalentemente praticata dai jua Kali che, tradotto dallo swahili, sta letteralmente per “sotto il sole” e definisce coloro che – autopromossi al ruolo di tecnici – svolgono il loro lavoro all’aperto provvisti di una strumentazione standard: pinze, martello e cacciavite. Con questa dotazione fanno (o cercano di fare) pressoché tutte le necessarie riparazioni e – sorprendentemente – ci riescono quasi sempre, anche se il risultato è spesso di breve durata.
Campagna di sensibilizzazione all’uso del profilttico
Una delle più recenti trovate, però, non riguarda i jua Kali, ma i pescatori della costa del Kenya che hanno trovato un davvero peculiare uso del profilattico, ormai universalmente conosciuto come “Condom”. Nel tentativo di combattere l’alto tasso d’incremento demografico e la trasmissione d’infezioni virali, il governo del Kenya, almeno fino a qualche anno fa, forniva i condom gratuitamente e aveva anche attivato una campagna di sensibilizzazione affinché se ne facesse un uso appropriato. Purtroppo questa iniziativa non ha avuto molto successo: le maternità indesiderate sono continuate, così come sono continuate le malattie originate da rapporti sessuali non protetti.
Una varietà multicolore di profilattici per tutti i gusti
Se non è servito allo scopo per cui era stato concepito, il condom, ha comunque trovato la sua collocazione nell’attività di pesca: si prende il profilattico; con un panno asciutto si libera dal lubrificante che contiene e anziché infilarlo là dove è previsto lo si debba infilare, lo si fa diventare una custodia per il cellulare. Basta poi fare un nodo ben stretto nella parte eccedente ed ecco che si è ottenuto un perfetto telefono anfibio, utilissimo per chiedere soccorso se ci si trova nel be mezzo di un’inclemente tempesta o la barca si rovescia.
Per quanto originale, il primato per l’uso del preservativo, per usi diversi da quelli concepiti, non spetta però ai pescatori del Kenya. Prima di loro, l’hanno impiegato i cubani in un’estesa varietà di modi, tra cui quello di tapparci le bottiglie di liquori in modo che i gas prodotti dal processo di fermentazione non facciano esplodere i contenitori, per trasformarli in palloni con cui far giocare i bambini e per coprirsi la testa in modo da fissare la messa in piega dei capelli delle signore.
Un singolare uso del profilattico a Cuba
La poliedricità africana nell’impiego dei più disparati strumenti di protezione, era già stata sperimentata a Zanzibar un po’ di anni fa, da una NGO italiana che aveva fornito alla popolazione meno abbiente, centinaia di zanzariere per combattere la diffusione della malaria, per poi accorgersi (con sgomento) che molte di quelle zanzariere, in luogo di proteggere il sonno degli abitanti, venivano utilizzate come reti da pesca.
Certo è che i pescatori keniani sono protetti dalla scarsa attitudine inquisitoria delle proprie consorti. Per noi sarebbe infatti difficile giustificare la presenza di profilattici nelle nostre tasche attribuendola all’innocente intento di proteggere il nostro smartphone dalle avversità atmosferiche.
EDITORIALE Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 5 settembre 2018
Ognuno è libero di pensarla come vuole. Se vuole essere razzista lo faccia pure. Ma se per giustificare la propria posizione politica racconta menzogne e gioca di fantasia, allora il discorso cambia e si entra nel campo dell’ignoranza (se va bene) o della malafede.
E’ il caso del senatore del Movimento 5 Stelle Mauro Coltorti, che attacca il presidente della camera dei deputati, Roberto Fico del suo stesso partito, critico riguardo la posizione intollerante del governo sulla questione migranti. Lo esorta, poi, a sposare la linea duradel governo.
Una sorta di incitamento a usare i migrati come scudi umani nei confronti dell’Europa, che certo non brilla per politica di accoglienza. Prendersela con i più deboli perché non si riesce a competere con i forti è un vecchio vizio della politica autoritaria, che, mi pare in questo caso, sia incarnata dal senatore Coltorti, che il Foglio presenta come docente universitario geomorfologo.
L’uso di introdurre le persone che si intervistano con titoli roboanti, serve per influenzare il lettore e fargli credere che le opinioni dell’intervistato siano, per questo, autorevoli e prestigiose. Nel caso in questione invece le cose sono diametralmente opposte: Coltorti sarà pure un ottimo geomorfologo, ma come esperto di migranti sarebbe bocciato all’esame di demografia.
Dal suo curriculum poi si evince che non ha mai lavorato in Eritrea, come invece sostiene il Foglio, e invece ha avuto incarichi di ricerca all’università di Addis Abeba. L’ultimo nel 2007. Forse un po’ lontano per sostenere, come il Foglio vorrebbe far credere, di avere una profonda conoscenza dei due Paesi.
L’intervista al Foglio comincia con una perentoria affermazione, frutto della mentalità autoritaria del professore: “Da quando siamo al governo non ci sono stati più morti in acque internazionali”. Affermazione avventata e curiosa. Avventata perché non vera e curiosa per la differenza che il geologo fa tra chi muore nelle acque internazionali e chi perde la vita vicino alle coste libiche. Non credo si debba fare una differenza in base al luogo dove si muore. Chi cerca le differenze mostra di non aver chiaro il perché del fenomeno migratorio che sta colpendo l’Europa e il nostro Paese.
Secondo il virgolettato riportato dal Foglio, il senatore Coltorti sostiene: “Conosco l’Eritrea e l’Etiopia perché ci ho lavorato. In nessuno di questi due paesi ci sono situazioni aperte di conflitto ed anzi le condizioni di vita non sono così male. C’è lavoro per tutti anche se c’è molta povertà ma nessuno muore di fame. La motivazione reale dell’emigrazione è socio economica”.
Una descrizione che deforma la realtà. E’ vero soltanto che la guerra non c’è più. Ma questo non cambia le cose. Le galere eritree sono piene di prigionieri politici condannati senza un processo. Dal 18 settembre 2001 sono spariti ministri e funzionari del governo la cui colpa è quella di aver firmato un manifesto in cui chiedevano democrazia. Si informi Coltorti e magari cerchi di andare in Eritrea a trovali per controllare se sono ancora vivi.
Per gli articoli che ho scritto sull’Eritrea durante gli anni – quelli in cui denunciavo le terribili condizioni di vita cui è costretta la popolazione – mi sono guadagnato una condanna a morte e i miliziani delle Corti islamiche che mi hanno rapito in Somalia hanno agito per conto della dittatura eritrea.
In Etiopia le cose vanno un po’ meglio. Il nuovo primo ministro Abiy Ahmed ha liberato i prigionieri politici, liberalizzato la stampa e ammesso sindacati e partiti politici. Infatti da quella che chiamavamo Abissinia scappa meno gente.
Coltorti – che è un senatore della Repubblica e fa parte della commissione Trasporti – dovrebbe astenersi dal fare dichiarazioni avventate, di cui forse non è neppure in grado di valutare la portata.
Il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico anche lui dei 5 Stelle, sembra avere un’opinione diametralmente opposta a quella di Coltorti. Forse lui si rende conto che la situazione dell’Eritrea è veramente drammatica e, se è vero che non si combatte nessuna guerra, i ragazzi scappano perché sono sottoposti a un regime militare che li arruola senza una data certa di congedo. Sono giovani senza futuro, senza speranze, non possono sposarsi, farsi una famiglia. Il regime controlla tutto e piazza spie ovunque. Non è vero che ci sia un lavoro per tutti, a meno che non si consideri un lavoro il servizio di leva infinito e obbligatorio. Sanno perfettamente che il viaggio verso l’Europa non è semplice, non è una pacchia. Rischiano di essere torturati e di lasciarci la vita. Ma lo affrontano lo stesso. Chissà, caro Coltorti, come mai.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 4 settembre 2018
Stroncare l’opposizione con tutti i mezzi. Questa pare essere la parola d’ordine di Salva Kiir, presidente del Sudan del Sud. “Le persone sono arrestate per le loro affiliazioni politiche e in base all’appartenenza etnica – denuncia Seif Magango, vicedirettore di Amnesty International per il Corno d’Africa e la Regione dei Grandi Laghi – Per mano delle forze di sicurezza del governo sono sottoposte a sofferenze inimmaginabili, a volte fino alla morte”.
Manifestazione delle donne contro la la guerra e i rapimenti nelle strade della capitale Juba
Secondo una nota dell’ong che difende i diritti umani, quattro uomini arrestati nel 2014 sono deceduti in carcere nel 2017 a causa delle torture, delle difficili condizioni carcerarie e delle inadeguate cure mediche.
Si chiamavano Mike Tyson, Alison Mogga Tadeo, Richard Otti e Andria Baambe. Erano prigionieri nelle galere sudsudanesi per presunta appartenenza all’opposizione. Si aggiungono ad almeno altri 20 detenuti morti di stenti e torture nell’inferno delle carceri del giovane Paese africano.
Eppure il presidente Kiir, nel marzo 2017, si era impegnato a rilasciare i prigionieri politici entro il 30 agosto dello stesso anno. Poi ha cambiato idea e spostato la data al dicembre 2017 in occasione della firma dell’accordo di cessazione delle ostilità. E l’ha rimandata ancora una volta decidendo per il mese di giugno 2018 al momento della firma della Dichiarazione dell’accordo di Khartoum tra le parti del conflitto.
Nell’ultimo report di Amnesty pubblicato oggi intitolato “A trail of broken promises” (Una scia di promesse non mantenute), si trova il terrificante racconto di ex detenuti. Obbligati a bere acqua del gabinetto o picchiati con spranghe di ferro; raramente venivano fatti uscire dalle loro celle per vedere la luce del sole ed era loro vietato parlare con altri prigionieri.
Ad alcuni veniva dato il cibo una volta al giorno, ad altri qualche volta alla settimana e venivano torturati con i cavi elettrificati finché svenivano. Ex detenuti hanno raccontato che alle loro famiglie e agli avvocati difensori è stato negato l’accesso al carcere. In alcuni casi, le autorità, in modo deliberato, hanno trasferito i detenuti in altra truttura detentiva per impedire che le famiglie e gli avvocati li trovassero.
Mappa del Sudan del Sud e il presidente Salva Kiir
Una delle ultime vittime del regime dittatoriale di Salva Kiir è Peter Biar Ajak. Accademico laureato ad Harvard e attivista sudsudanese, è presidente del Forum dei Giovani leader del Sud Sudan. Biar Ajak è stato arrestato lo scorso 28 luglio all’aeroporto internazionale di Juba mentre stava per partire per Aweil, nel nord-ovest del Paese. Doveva partecipare a un incontro del Forum da lui organizzato. L’accademico è in carcere a Juba nel quartier generale delle forze di sicurezza sudsudanesi senza conoscere i motivi del suo arresto e gli è stato impedito incontrare il suo avvocato.
Il Sudan del Sud è il 54esimo Stato africano e il più giovane. Ha conquistato l’indipendenza da Sudan con un referendum il 9 luglio 2011 passato con oltre il 98 per cento. Dal dicembre 2013 è in atto una guerra civile tribale tra l’etnia dinka, rappresentata dal presidente Salva Kiir, e l’etnia nuer, dell’ex vicepresidente Riek Machar. Si stima che il conflitto abbia causato circa 50 mila morti e quattro milioni di sfollati. Il 29 agosto scorso è stato firmato il trattato di pace tra le parti in lotta. Reggerà?
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